La cittadinanza non è un passaporto: tra automatismo e chiusura esiste una potenziale terza via

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Durante l’ultimo anno il dibattito sulla cittadinanza italiana è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione pubblica, soprattutto a seguito delle recenti modifiche legislative che hanno interessato il riconoscimento della cittadinanza per i nati all’estero.

Prima di entrare nel merito della questione, ritengo necessaria una precisazione. Le riflessioni che seguono riguardano esclusivamente la cittadinanza italiana trasmessa per discendenza (ius sanguinis). Non riguardano in alcun modo lo ius soli, al quale mi sono sempre dichiarato contrario, né le ordinarie procedure di acquisizione della cittadinanza per naturalizzazione.

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Si tratta di due temi profondamente diversi, che meritano di essere affrontati separatamente.

La questione che intendo affrontare riguarda milioni di persone nel mondo che discendono da emigrati italiani e che, spesso da generazioni, continuano a mantenere un forte legame con l’Italia attraverso la famiglia, la cultura, la lingua, l’associazionismo, le proprie radici e i rapporti costruiti nel tempo con il nostro Paese.

Per troppo tempo il dibattito pubblico si è sviluppato come se esistessero soltanto due possibili alternative.

Da una parte vi è chi sostiene la trasmissione automatica e illimitata della cittadinanza, indipendentemente da qualsiasi valutazione sul rapporto effettivo con l’Italia.

“Se hai sangue italiano, sei italiano.”

È probabilmente lo slogan più conosciuto di questa impostazione, particolarmente diffusa in alcune realtà dell’emigrazione storica, soprattutto in Sud America, e promossa politicamente soprattutto dal MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero).

Dall’altra parte vi è invece la convinzione, fatta propria dall’attuale Governo attraverso la recente riforma della cittadinanza, secondo cui il trascorrere di un numero limitato di generazioni, il possesso di una seconda cittadinanza da parte dei genitori o dei nonni e la loro mancata nascita o residenza in Italia prima della nascita dei figli siano elementi sufficienti per interrompere, del tutto o parzialmente, il legame con il nostro Paese.

Personalmente non condivido pienamente nessuna di queste due posizioni. Credo che entrambe colgano soltanto una parte del problema.

Da un lato è difficile sostenere che la cittadinanza debba continuare a trasmettersi automaticamente all’infinito, senza alcuna verifica del rapporto con la comunità nazionale italiana.

Dall’altro è altrettanto difficile sostenere che il semplice trascorrere di più generazioni sia sufficiente per cancellare storie familiari, identità culturali e legami che, in moltissimi casi, continuano a vivere con straordinaria forza anche dopo decenni. La realtà delle comunità italiane nel mondo dimostra quotidianamente il contrario.

Vorrei fare un esempio personale. Paradossalmente, il figlio di mio figlio, nato all’estero, potrebbe non avere un diritto automatico alla cittadinanza italiana perché, anni fa, ho deciso di acquisire per naturalizzazione la cittadinanza del Paese che da quasi trent’anni mi ospita.

Poco importa se mio nipote parlerà italiano. Poco importa se erediterà un’attività di famiglia costruita attorno alla promozione e alla distribuzione di prodotti italiani all’estero. Poco importa se crescerà respirando cultura italiana, mantenendo vivi i rapporti con i propri familiari in Italia e sviluppando un forte senso di appartenenza alle proprie radici. Secondo l’attuale impostazione normativa, tutto questo potrebbe non essere sufficiente.

Eppure la realtà delle comunità italiane all’estero racconta una storia molto diversa. Esistono famiglie che, pur vivendo fuori dall’Italia da più generazioni, continuano a parlare la nostra lingua, a promuovere la nostra cultura, a frequentare associazioni italiane, a mantenere rapporti con parenti residenti in Italia, a investire nel nostro Paese, a visitarlo regolarmente e a trasmettere ai propri figli un profondo senso di appartenenza alla propria origine italiana. Molte di queste persone oggi si vedono private della possibilità di trasmettere automaticamente la cittadinanza ai propri figli.

E lo affermo anche sulla base di un’esperienza vissuta personalmente. Nei momenti più difficili per la presenza italiana nella Repubblica Dominicana, furono proprio numerose famiglie italo-discendenti a difendere con maggiore determinazione l’onore e gli interessi dell’Italia. Mi riferisco alla vicenda della chiusura dell’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo.

Una decisione che provocò una mobilitazione senza precedenti e che trasformò una piccola comunità italiana dei Caraibi in uno dei principali temi del dibattito politico degli italiani all’estero. Quella battaglia coinvolse parlamentari, associazioni e cittadini, fino ad arrivare davanti al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, dove lo Stato italiano fu sconfitto.

È difficile sostenere che persone capaci di un simile attaccamento possano essere considerate semplicemente dei richiedenti di un passaporto. Ridurre queste persone alla categoria di semplici “richiedenti di un passaporto” è, a mio avviso, ingiusto e profondamente sbagliato.

Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che negli ultimi decenni si siano sviluppati fenomeni di utilizzo puramente strumentale della cittadinanza italiana. Esistono infatti persone che non parlano la nostra lingua, non conoscono la nostra storia, non mantengono alcun rapporto con il nostro Paese e non manifestano alcun interesse verso la comunità nazionale italiana, ma che vedono nella cittadinanza esclusivamente l’opportunità di ottenere un passaporto dell’Unione Europea.

Ed è proprio qui che, a mio avviso, si trova il vero nodo della questione.

La cittadinanza non può essere interpretata esclusivamente come il rilascio di un documento di viaggio. Non può essere ridotta a uno strumento di mobilità internazionale. Non può trasformarsi in una semplice opportunità amministrativa.

La cittadinanza rappresenta qualcosa di molto più profondo. Rappresenta il riconoscimento di un’appartenenza. Di una storia. Di un’identità. Di una comunità nazionale. Per questo motivo ritengo che la cittadinanza italiana debba conservare una propria sacralità. Non in senso religioso. Ma nel senso più alto del termine.

Essa rappresenta il riconoscimento formale di un legame con la Nazione italiana, con la sua storia, la sua cultura, la sua lingua e i valori che, da secoli, caratterizzano il nostro popolo. È proprio questa sacralità che impone allo Stato il dovere di proteggerla da ogni forma di banalizzazione.

Da un lato evitando che diventi un semplice “passaporto di convenienza”.

Dall’altro evitando che venga negata a persone che, pur vivendo all’estero da generazioni, continuano a sentirsi profondamente italiane.

Per questo motivo ritengo che il vero obiettivo non debba essere né restringere indiscriminatamente l’accesso alla cittadinanza né mantenerne una trasmissione completamente automatica e priva di qualsiasi verifica.

L’obiettivo dovrebbe essere un altro.

Preservarne il valore. Difenderne il prestigio. Garantire che continui a rappresentare il riconoscimento di un autentico legame con la Nazione.

Naturalmente individuare criteri oggettivi per misurare questo legame non è semplice. Anzi, probabilmente rappresenta una delle sfide più complesse che il legislatore possa affrontare. Tuttavia, il fatto che sia difficile non significa che sia impossibile.

L’ostacolo principale consiste proprio nell’individuare elementi oggettivi che possano concorrere a dimostrare l’esistenza di un rapporto concreto con l’Italia.

Una semplice residenza di due anni consecutivi in Italia, facilmente strumentalizzabile, oppure l’obbligo imposto a un genitore o a un nonno di rinunciare a una seconda cittadinanza acquisita nel tempo, come nel mio caso personale, rappresentano criteri che ritengo eccessivamente limitativi.

La vera sfida consiste nel costruire un sistema capace di valutare il legame nella sua complessità. La conoscenza della lingua italiana. Il mantenimento di rapporti familiari con il nostro Paese. La partecipazione alla vita delle comunità italiane all’estero. L’impegno nell’associazionismo. La promozione della cultura italiana. L’attività imprenditoriale e commerciale legata all’Italia. La frequenza con cui si visita il territorio nazionale.

Sono tutti elementi che, presi singolarmente, probabilmente non bastano. Ma valutati nel loro insieme potrebbero contribuire a restituire un’immagine molto più fedele del rapporto reale che una persona mantiene con l’Italia.

Non si tratta di trasformare la cittadinanza in una concessione discrezionale. Si tratta piuttosto di trovare un punto di equilibrio tra il diritto derivante dalla discendenza e la necessità di preservare il significato stesso dell’appartenenza alla comunità nazionale.

Lo ius sanguinis merita di essere difeso. Non soltanto perché rappresenta uno dei pilastri storici dell’identità italiana. Ma perché racconta la storia di milioni di famiglie che hanno contribuito a diffondere l’Italia nel mondo.

Difenderlo, tuttavia, non significa rinunciare a una riflessione seria su come mantenerlo vivo e credibile anche per le generazioni future. Significa evitare che venga ridotto a un semplice fattore biologico legato esclusivamente al DNA.

Da questo punto di vista ritengo particolarmente interessante, ad esempio, il modello portoghese della Lei da Nacionalidade. Pur perseguendo un obiettivo molto simile a quello dichiarato dalla recente riforma italiana (contrastare gli abusi e i cosiddetti “passaporti di convenienza”) adotta strumenti giuridici che, a mio avviso, risultano maggiormente orientati alla verifica del legame effettivo con la comunità nazionale.

Forse è proprio questo il terreno sul quale dovrebbe concentrarsi il dibattito. Non contrapporre ideologicamente chi difende lo ius sanguinis a chi ritiene necessarie alcune limitazioni, ma domandarsi come sia possibile distinguere, in maniera il più possibile oggettiva, chi cerca soltanto un documento da chi, invece, chiede il riconoscimento di un’identità che continua a vivere all’interno della propria famiglia da generazioni.

L’Italia possiede una delle più grandi diaspore al mondo. Milioni di persone continuano ogni giorno a promuovere il nostro Paese attraverso il lavoro, l’impresa, la cultura, la ricerca, il commercio, il turismo e le relazioni internazionali. Non sono un problema da gestire. Sono una risorsa strategica da valorizzare.

Per questo motivo ritengo che il dibattito sulla cittadinanza debba uscire dalla logica degli slogan e delle contrapposizioni ideologiche.

Tra la posizione di chi ritiene sufficiente il solo sangue e quella di chi affida la perdita del diritto a una serie di condizioni giuridiche che non sempre riflettono il reale rapporto con l’Italia, credo possa esistere una terza via.

Non sarà la strada più semplice. Probabilmente non sarà nemmeno la più popolare. Ma potrebbe essere quella più giusta. Una strada fondata sul buon senso. Una strada che riconosca il valore dello ius sanguinis senza dimenticare che la cittadinanza, prima ancora di essere un diritto, rappresenta il riconoscimento di un’appartenenza a una comunità nazionale, culturale e storica che continua a vivere ben oltre i confini della Repubblica.

 




Trump o Teheran: chi sta dicendo la verità?

conferenza stampa del presidente trump

Ancora una volta, quando si parla di Iran, la prima vittima sembra essere la verità.

Da Washington, Donald Trump annuncia trionfalmente che Teheran avrebbe accettato ispezioni nucleari «al massimo livello» e addirittura «per sempre». Dall’altra parte, il governo iraniano replica che non esiste alcun accordo di questo tipo e che nessuno ha autorizzato controlli illimitati sui propri impianti nucleari.

Chi dice la verità?

Probabilmente entrambi. O forse nessuno dei due.

conferenza stampa del presidente trump

La diplomazia internazionale è fatta anche di parole scelte con estrema attenzione. Trump parla come un leader che ha bisogno di presentare l’accordo come una vittoria personale. Dopo mesi di tensioni e dopo il rischio concreto di un conflitto regionale più ampio, la Casa Bianca ha bisogno di dimostrare ai propri elettori che la linea dura ha funzionato. Dire che l’Iran ha accettato controlli «all’infinito» è un messaggio politico prima ancora che diplomatico.

Teheran, però, ha esigenze opposte. Il regime iraniano non può permettersi di apparire come chi si è arreso alle pressioni americane. Accettare pubblicamente ispezioni senza limiti significherebbe offrire ai propri avversari interni l’immagine di un governo che ha ceduto sulla sovranità nazionale. Per questo i dirigenti iraniani minimizzano, precisano, smentiscono e correggono.

In mezzo c’è un terzo attore: l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Ed è forse l’unica voce che merita di essere ascoltata con attenzione. L’agenzia sostiene infatti che le ispezioni dovranno comunque avvenire, perché senza verifiche indipendenti nessun accordo nucleare avrebbe credibilità.

La realtà potrebbe essere molto meno spettacolare di quanto raccontino i comunicati ufficiali. È possibile che esista un’intesa preliminare sulla ripresa delle ispezioni, ma che restino da definire tempi, modalità, siti da controllare e durata dell’accordo. In altre parole, Trump potrebbe aver annunciato il traguardo mentre la gara è ancora in corso.

Non sarebbe la prima volta. Nella storia delle relazioni tra Stati Uniti e Iran, gli annunci politici hanno spesso preceduto gli accordi reali. E non sarebbe nemmeno la prima volta che entrambe le parti presentano lo stesso documento in modi completamente diversi per soddisfare il proprio pubblico interno.

Per ora una sola cosa appare certa: se gli ispettori internazionali torneranno davvero negli impianti nucleari iraniani, sapremo che qualche forma di accordo esiste. Se invece le porte resteranno chiuse, le dichiarazioni di questi giorni finiranno per assomigliare più a propaganda che a diplomazia.

Nel frattempo, la domanda resta aperta: chi dice la verità? Forse la risposta arriverà non dalle parole dei politici, ma dai fatti delle prossime settimane.




Usa-Iran: il Memorandum di Trump tra critiche interne e incognite globali

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Gli iraniani lo “avevano preso in giro e avevano detto che era uno stupido figlio di p…a”. Con queste parole Donald Trump ha insultato Barack Obama, che aveva negoziato un accordo con l’Iran nel 2015. Trump ovviamente pensava al suo accordo mentre parlava con i giornalisti durante le interviste a margine del G7 in Francia. I due trattati non sono facilmente paragonabili, anche se ambedue mirano ad affrontare i rapporti con l’Iran, specialmente la questione del possesso delle armi nucleari.

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WASHINGTON, DC – APRIL 25: U.S. President Donald Trump attends the annual White House Correspondents Association Dinner April 25, 2026 in Washington, DC. The president is making his first appearance at the event which he has shunned in the past. (Photo by Nathan Howard/Getty Images)

Il Memorandum of Understanding (MOU) firmato recentemente consiste in un pre-trattato lungo solo due pagine, mentre quello di Obama era un solido documento di 157 pagine raggiunto dopo due anni di negoziati. Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) imponeva all’Iran di limitare il programma nucleare per scopi civili, sbarazzarsi del 97% dell’uranio già arricchito e accettare rigide ispezioni dell’International Atomic Energy Agency (IAEA). L’Iran otteneva in cambio l’accesso ai fondi che erano stati congelati dopo la rivoluzione islamica del 1979. L’accordo includeva annotazioni tecniche e cinque appendici e, dopo quindici anni, si sarebbe rivisto per possibili estensioni. L’uranio già arricchito fu consegnato alla Russia, la quale da parte sua trasferì 140 tonnellate di uranio naturale grezzo da usarsi per scopi civili sotto stretti controlli dell’AIEA. La partecipazione della Russia era importante perché il JCPOA era stato firmato non solo da Stati Uniti e Iran, ma anche dai cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, oltre che dall’Unione Europea. Si trattava dunque di un trattato con l’appoggio internazionale.

Il Memorandum of Understanding è stato firmato da Trump, dal suo vice J.D. Vance e da Mohammad Bagher Ghalibaf, il rappresentante iraniano nei negoziati. Consiste di 14 punti con una tregua di 60 giorni che sospende le ostilità. Include anche la sospensione delle ostilità in Libano tra Israele e Hamas, ma il primo ministro israeliano non sembra avere interesse a rispettarlo. Infatti, i bombardamenti nel sud del Libano continuano, causando ulteriori vittime che si aggiungono alle 4.000 persone già morte. L’accordo aprirebbe lo Stretto di Hormuz senza pedaggi per 60 giorni, prevederebbe un fondo di investimenti di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione in Iran, eliminerebbe le restrizioni all’esportazione di petrolio iraniano, ma spingerebbe i negoziati sul nucleare nel futuro. I 300 miliardi per la ricostruzione verrebbero da investimenti di Paesi del Golfo, ma anche di enti privati.

Gli analisti americani hanno etichettato il MOU come una resa da parte di Trump, il quale aveva perso l’interesse per la guerra. Il presidente statunitense si era probabilmente reso conto che Netanyahu lo aveva abbindolato per farlo entrare nel conflitto e ha quindi cercato una via d’uscita. Le reazioni al MOU sono state sfavorevoli al presidente degli Stati Uniti e includono le dichiarazioni di almeno tre senatori repubblicani (Roger Wicker del Mississippi, Bill Cassidy della Louisiana e Ted Cruz del Texas). Anche gli editoriali di media conservatori come il Wall Street Journal e il New York Post, così come il think tank di destra American Enterprise Institute, hanno criticato l’accordo, ritenendolo favorevole all’Iran.

Trump aveva poche opzioni ed era ovviamente preoccupato dall’effetto della guerra sull’economia americana a causa degli aumenti del prezzo del greggio a livello mondiale. Il prezzo della benzina in Usa era aumentato raggiungendo più di 4,49 dollari al gallone e persino 6 dollari in California. Il costo della benzina influisce su tanti aspetti dell’economia che dipendono dai trasporti, incluso ovviamente il costo del cibo, colpendo le tasche dell’americano medio. Nella campagna elettorale l’economia era il punto forte di Trump, ma adesso solo il 33 per cento degli americani approva il suo operato sull’economia, secondo un sondaggio della NPR/PBS, le reti di radio e televisione pubbliche. L’inflazione è aumentata al 4,2% e la Federal Reserve potrebbe aumentare i tassi di interesse nei prossimi mesi, rallentando la crescita.

L’ex presidente Obama non ha commentato gli insulti di Trump, ma ha centrato il bersaglio sul recente accordo con l’Iran. In un’intervista al programma TODAY della NBC, Obama ha detto che, dopo avere combattuto una guerra e “speso miliardi e miliardi di dollari con moltissime vittime… siamo tornati al punto di partenza prima della guerra”, ma in una situazione ancora peggiore. Una delle conseguenze più problematiche per gli USA e per il resto del mondo è che, con il conflitto, gli iraniani hanno scoperto il loro potere di chiudere lo Stretto di Hormuz e di prendere in ostaggio l’economia mondiale, qualcosa che non avevano mai fatto prima. Il fragile accordo con l’Iran ci fa pensare che Obama avesse la giusta strategia diplomatica, basata anche sulla cooperazione internazionale. Con la guerra scatenata da Trump e temporaneamente finita, si dovrà ripercorrere la strada fatta da Obama. Forse Trump avrà capito che la forza per costringere gli altri ad obbedirgli non funziona, poiché i deboli non devono vincere, devono solo resistere e rimanere in piedi. Una lezione che forse anche Putin starà imparando con la sua invasione dell’Ucraina.




Italia e Stati Uniti: alleati, non subordinati

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I rapporti tra Italia e Stati Uniti attraversano periodicamente momenti di tensione, ma la solidità dell’alleanza costruita nel dopoguerra ha sempre consentito di superare divergenze e incomprensioni. Negli ultimi giorni il dibattito politico si è concentrato proprio su questo tema: fino a che punto un Paese alleato può difendere le proprie posizioni senza mettere in discussione il legame strategico con Washington?

La risposta appare più semplice di quanto sembri. Essere alleati non significa rinunciare alla propria autonomia. Al contrario, le relazioni internazionali moderne si fondano sul confronto tra governi che condividono interessi comuni ma che, inevitabilmente, possono avere sensibilità e priorità differenti.

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L’Italia rappresenta una delle principali economie europee, è membro fondatore dell’Unione Europea e della NATO e svolge un ruolo rilevante nel Mediterraneo. Questa posizione le impone di mantenere rapporti stretti con gli Stati Uniti, partner fondamentale sul piano economico, politico e della sicurezza. Allo stesso tempo, Roma ha il dovere di tutelare i propri interessi nazionali, anche quando ciò comporta l’espressione di opinioni non perfettamente coincidenti con quelle americane.

Negli ultimi anni il contesto internazionale è diventato sempre più complesso. Le crisi in Medio Oriente, le tensioni commerciali globali, la competizione tecnologica e le sfide energetiche richiedono un dialogo costante tra alleati. In questo scenario, la forza di un’alleanza non si misura dall’assenza di dissensi, ma dalla capacità di gestirli senza compromettere gli obiettivi comuni.

L’Italia può svolgere una funzione importante anche come ponte diplomatico tra diverse aree del mondo. La sua tradizione di dialogo e mediazione rappresenta un valore aggiunto sia per l’Europa sia per gli stessi Stati Uniti. Per questo motivo, mantenere una politica estera equilibrata e pragmatica non è un segno di debolezza, bensì una scelta di responsabilità.

Le relazioni transatlantiche restano dunque un pilastro della politica estera italiana. Tuttavia, il loro futuro dipenderà sempre più dalla capacità di conciliare cooperazione e autonomia, collaborazione e rispetto reciproco. In un mondo caratterizzato da nuove sfide geopolitiche, il rapporto tra Roma e Washington potrà continuare a essere forte solo se fondato sulla consapevolezza che un alleato non è un subordinato, ma un partner con cui condividere strategie, obiettivi e responsabilità.




Trump, cosa stai facendo?

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Donald Trump ama presentarsi come l’uomo forte che non arretra mai. Il leader che detta le condizioni e costringe gli avversari alla resa. Ma gli ultimi sviluppi della crisi con l’Iran raccontano una storia diversa.

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Dopo mesi di tensioni, minacce e operazioni militari, l’accordo di pace annunciato dagli Stati Uniti lascia aperti proprio i nodi che erano stati indicati come fondamentali all’inizio del confronto. La questione nucleare iraniana non è stata risolta, ma rinviata a negoziati futuri. Nel frattempo Washington accetta un percorso che prevede l’allentamento della pressione militare nel Golfo Persico e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Molti osservatori, compresi commentatori americani e israeliani, si chiedono se gli Stati Uniti abbiano realmente ottenuto gli obiettivi dichiarati all’inizio della crisi.

Ma non basta.

Come se non fosse sufficiente il dibattito sull’esito della crisi iraniana, Trump ha deciso di aprire un fronte del tutto inutile con Giorgia Meloni. Una leader che fino a ieri veniva indicata come una delle sue alleate più affidabili in Europa. Prima le battute sulla foto al G7, poi le dichiarazioni secondo cui non vorrebbe più che la premier italiana fosse una sua sostenitrice. Una polemica che appare più personale che politica e che ha provocato irritazione non soltanto nel governo italiano, ma anche in settori dell’opposizione.

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La domanda nasce spontanea: perché?

Perché indebolire il rapporto con uno dei pochi governi europei che avevano mantenuto un atteggiamento dialogante nei confronti della Casa Bianca? Perché trasformare un possibile interlocutore in un avversario? E soprattutto, quale vantaggio strategico ne ricava l’America?

La politica estera non è un reality show. Le relazioni internazionali si costruiscono con equilibrio, pazienza e rispetto reciproco. Gli alleati possono discutere, possono dissentire, possono persino scontrarsi. Ma umiliarli pubblicamente raramente produce risultati positivi.

Trump continua a dominare la scena mediatica mondiale. Nessuno può negarlo. Resta però da capire se questa continua ricerca dello scontro stia rafforzando la leadership americana oppure stia progressivamente isolando Washington proprio nel momento in cui il mondo avrebbe bisogno di stabilità.

La domanda, oggi, è semplice.

Trump, cosa stai facendo?

 




Sanità per gli italiani all’estero: le domande che la politica non ha ancora chiarito

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La legge che consente agli italiani iscritti all’AIRE di accedere al Servizio sanitario nazionale pagando un contributo annuale fino a 2.000 euro continua a suscitare polemiche e malumori nelle comunità italiane sparse nel mondo. Al di là degli slogan e delle dichiarazioni di circostanza, restano numerose domande alle quali la politica non ha ancora fornito risposte convincenti.

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La prima riguarda l’origine stessa del provvedimento. Perché il deputato eletto all’estero Andrea Di Giuseppe ha ritenuto opportuno proporre una misura che, invece di ripristinare un diritto, sembra subordinare l’accesso alla sanità al pagamento di una quota particolarmente onerosa? Qual era il vero obiettivo della norma?

Ancora più difficile da comprendere è quanto accaduto durante l’iter parlamentare. Perché quasi tutti i deputati e i senatori eletti all’estero, con poche eccezioni come il MAIE, hanno sostenuto il provvedimento alla Camera e al Senato per poi iniziare a criticarlo soltanto dopo la sua approvazione? Se la legge presenta problemi così evidenti da richiedere modifiche e correttivi, perché tali questioni non sono state affrontate prima del voto definitivo?

C’è poi la questione economica, probabilmente la più importante. Chi ha scritto e approvato la legge ha davvero tenuto conto delle condizioni di vita di milioni di italiani residenti in Sudamerica o ha pensato solo ai suoi elettori nella ricca America del Nord? In molti Paesi dell’America Latina 2.000 euro rappresentano una cifra enorme, spesso pari a diversi mesi di stipendio e, nei casi più estremi, persino a un anno di lavoro. Pensare che pensionati e lavoratori con redditi modesti possano permettersi una simile spesa appare quantomeno irrealistico.

Da qui nasce una riflessione più ampia. Non si rischia forse di creare una distinzione tra cittadini italiani in base alle loro disponibilità economiche? Da una parte coloro che possono permettersi di versare il contributo e accedere alle cure in Italia, dall’altra chi ne resta escluso perché non dispone delle risorse necessarie. Una situazione che molti connazionali all’estero percepiscono come la nascita di italiani di serie A e italiani di serie C.

Anche sotto il profilo finanziario emergono dubbi significativi. Se l’obiettivo era quello di portare nuove risorse nelle casse dello Stato, qualcuno ha realmente calcolato quanti italiani all’estero aderiranno al sistema? Molti osservatori ritengono che il numero degli iscritti sarà estremamente limitato e che, di conseguenza, gli introiti previsti potrebbero rivelarsi molto inferiori alle aspettative. Il rischio è che la misura finisca per penalizzare milioni di persone senza produrre benefici economici rilevanti.

Esiste inoltre una conseguenza pratica che sembra essere stata sottovalutata. Un cittadino italiano residente all’estero che necessiti di cure importanti e non possa permettersi di pagare i 2.000 euro potrebbe essere incentivato a trasferire formalmente la propria residenza in Italia, cancellarsi dall’AIRE, ottenere nuovamente l’accesso ordinario al Servizio sanitario nazionale e, una volta terminate le cure, tornare nel Paese in cui vive abitualmente. Se questo dovesse accadere su larga scala, la legge rischierebbe di produrre esattamente l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato.

Ma c’è un altro aspetto che alimenta il malcontento delle comunità italiane all’estero. Molti si chiedono perché un cittadino italiano debba pagare una cifra così elevata per accedere alla sanità del proprio Paese mentre l’ordinamento italiano garantisce, giustamente, forme di assistenza sanitaria anche agli stranieri presenti sul territorio nazionale. Nessuno mette in discussione il principio della tutela della salute per chi vive in Italia. Tuttavia, molti connazionali si domandano perché la cittadinanza italiana non sia considerata sufficiente per garantire un accesso più equo alle cure.

La questione, in questo caso, non riguarda gli immigrati, ma il rapporto tra lo Stato e i propri cittadini residenti all’estero. Perché chi ha mantenuto la cittadinanza italiana, spesso conserva familiari, proprietà e interessi economici nel nostro Paese e continua a sentirsi parte della comunità nazionale, dovrebbe essere chiamato a pagare migliaia di euro per ottenere un servizio che considera un diritto?

Infine, resta il problema delle liste d’attesa. Anche chi decidesse di versare il contributo richiesto si troverebbe comunque a fare i conti con le difficoltà del sistema sanitario italiano. Un cittadino che arriva dall’estero per sottoporsi a visite, esami o interventi spesso dispone di tempi limitati e non può attendere mesi per una prestazione specialistica. È stata valutata anche questa realtà oppure si è pensato soltanto al principio astratto dell’accesso al servizio?

Sono domande legittime che milioni di italiani nel mondo continuano a porsi. Domande che meritano risposte concrete e non semplici promesse di futuri emendamenti. Perché una legge che riguarda il diritto alla salute dovrebbe essere costruita tenendo conto delle reali condizioni di vita delle persone e non soltanto delle intenzioni dichiarate da chi la propone.

E finché queste risposte non arriveranno, il dibattito resterà aperto e il malcontento delle comunità italiane all’estero continuerà a crescere.




Platner espugna il Maine: la corsa al Senato tra ombre personali ed echi di Trump e Sanders

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“Ho commesso degli sbagli nella mia vita, sbagli di cui mi pento… ma dai quali continuo ad imparare. Sono lungi dall’essere perfetto, ma ogni giorno cerco di diventare un po’ migliore e un po’ più gentile del giorno prima”. Così Graham Platner il giorno della sua vittoria alle primarie democratiche nello Stato del Maine per un seggio al Senato. Platner ha continuato dicendo di credere “al cambiamento in politica e a quello del Paese, e che bisogna credere che anche le persone possano cambiare”.

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Platner ha cercato di mettere a tacere le accuse di comportamenti inappropriati verso le donne emerse negli ultimi due mesi, che hanno gettato ombre sulla sua candidatura. Alla fine, però, gli elettori del Maine gli hanno espresso fiducia, concedendogli una vittoria schiacciante con il 72 per cento dei consensi. Platner sfiderà la senatrice repubblicana in carica Susan Collins, la quale rappresenta il Maine al Senato USA dal 1997.

Quasi tutti gli analisti prevedono una vittoria del Partito Democratico per ottenere la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti alle elezioni di midterm a novembre. Alcuni hanno indicato che i democratici potrebbero ottenere la maggioranza anche al Senato. Uno dei seggi indispensabili per questa vittoria sarebbe proprio quello della Collins, e Platner sarebbe avanti nei sondaggi di quasi 10 punti.

Il vincitore delle primarie in Maine è riuscito a imporsi non solo sulla Collins, ma anche sulla sua avversaria democratica Janet Mills, governatrice uscente e rappresentante dell’establishment del partito. Platner ha abbracciato la piattaforma progressista di Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Alexandria Ocasio-Cortez, che include sanità pubblica universale, aumenti alle imposte per i miliardari e una netta opposizione alla guerra a Gaza e alle tensioni con l’Iran. Ha accusato la Collins di essere una grande sostenitrice dei programmi di Donald Trump, nonostante lei abbia cercato di dipingersi come una moderata. Platner ha inoltre puntato il dito contro l’incapacità della sua avversaria repubblicana di capire gli effetti delle guerre. Lui ne sa qualcosa, come testimoniano le sue esperienze nel servizio militare in Iraq e Afghanistan. Queste esperienze gli hanno causato il DPTS (disturbo da stress post-traumatico), dal quale continua a guarire.

Indagini del New York Times e di altri media hanno però rivelato che i suoi rapporti con le donne sono macchiati da comportamenti scorretti. Alcune lo hanno accusato di violenza e maltrattamenti, ed è venuto a galla anche un tatuaggio nazista che ha esibito per 10 anni. Nonostante alcune smentite e chiarimenti, Platner ha tentato di spiegare questi suoi comportamenti tutt’altro che accettabili asserendo che si tratta del suo passato, che in alcuni periodi è stato molto buio. È cambiato, asserisce, e ha anche dichiarato che parecchie delle sue ex fidanzate lo considerano una buona persona e sono tutt’ora sue amiche. Disturbano però alcuni messaggi di sexting scoperti recentemente dalla moglie, la quale, tuttavia, ha preso le sue difese, asserendo che nessun matrimonio è perfetto e che lei continua a sostenerlo.

I democratici si sono sempre dichiarati paladini del movimento #MeToo e grandi sostenitori dei diritti delle donne. Sotto molti aspetti ciò è vero, come dimostrano le reazioni di politici democratici che hanno visto la loro carriera sfumare per comportamenti inappropriati. Si ricordano il senatore Al Franken del Minnesota, che fu costretto a dimettersi nel 2018, e il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, che si dimise nel 2021. Molto più recente è il caso del parlamentare Eric Swalwell, candidato a governatore nelle primarie democratiche in California, anche lui costretto a ritirarsi dalla corsa.

Il caso di Platner, però, non ha avuto la stessa sorte, e il fatto che gli elettori del Maine lo abbiano votato indica che qualcosa è cambiato. Ce lo dimostra anche il sostegno a Platner da parte di Chuck Schumer, senatore democratico di New York e leader del suo partito alla Camera Alta. Persino Alexandria Ocasio-Cortez non ha abbandonato Platner, dichiarando che “c’è molto nel suo comportamento che è difficile da accettare”, ma alla fine si tratta di non dimenticare i danni fatti dalla Collins.

Donald Trump, però, ha preso una posizione completamente contraria, definendo Platner “un delinquente… il peggior essere umano che abbia mai corso per un incarico politico”. Come spesso avviene quando il presidente USA attacca qualcuno, non fa altro che proiettare le sue debolezze. Vanno ricordate le sue condotte inappropriate verso le donne, in parole e azioni, una delle quali ha condotto alla sua condanna in una causa civile per aggressione sessuale nei confronti di E. Jean Carroll a New York, per la quale deve pagare 5 milioni di dollari. A differenza di Platner, che ha riconosciuto di dover migliorare, Trump non ha mai ammesso nessuna colpevolezza. Persino nel caso della Carroll ha rifiutato il verdetto, ricorrendo in appello. Non solo: adesso, da presidente, il Dipartimento della Giustizia da lui guidato ha iniziato un’indagine sulla Carroll, accusandola di falsa testimonianza perché avrebbe ricevuto fondi illegali per la sua difesa durante il processo.




IMU italiani all’estero: un’ ulteriore discriminazione

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Riceviamo e pubblichiamo.

Nell’ indifferenza generale , gli italiani all’estero il 16 giugno p.v. saranno chiamati ad effettuare il versamento dell’#IMU sulla loro casa di proprieta’ in Italia, considerata come seconda casa.

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La novita’ rispetto agli anni precedenti e’ costituita dal fatto che i proprietari, il cui immobile e’ localizzato in paesi con un numero inferiore ai 5000 abitanti,  potranno usufruire di determinate riduzioni.

Non si capisce la logica di questa  insensata ed ulteriore  discriminazione ,  che di fatto e nella sostanza non assicura la presenza fisica del contribuente su quei territori per i quali , seconda questa cervellotica  ipotesi, dovrebbe favorire l’incremento di presenze e la non spopolazione di essi, rendendola pertanto oltre che iniqua anche infondata.

Fa specie constatare che  i fautori di questa insana ed assurda  proposta , portata avanti alla Camera dei Deputati , siano stati  due dei nostri illustri sconosciuti rappresentanti eletti all’estero, Ricciardi e   Di Sanzo,  mossi forse dall ‘esigenza di rappresentare loro personali istanze o  solo  di alcuni loro pochi elettori ma non certamente di tutti gli italiani all’estero,  che da anni subiscono un vero e proprio atto di ingiustizia , sottoposti ad un trattamento fiscale sui loro immobili iniquo e discriminatorio.

Continuando di questo passo rimane da considerare se tale fiscalizzazione sugli immobili degli italiani all’estero comporti, nel presente ed in prospettiva,   un fattore che  possa contribuire  a favorire sia il mantenimento del possesso dei loro immobili che l’effettivo incremento della  presenza degli italiani sull’intero territorio nazionale.

Aniello Passaro




Trump perde il controllo? I senatori YOLO complicano la sua agenda politica

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L’acronimo YOLO, che sta per “You Only Live Once” (“si vive una volta sola”), è stato reso popolare dal rapper canadese Drake in una delle sue canzoni, per suggerire che una vita spericolata è completamente accettabile. In questi giorni i media americani hanno iniziato ad usare questo termine per definire i politici repubblicani che non hanno più nulla da temere da Donald Trump e possono dunque esprimere le loro opinioni liberamente. Questi politici includono alcuni che hanno deciso di gettare la spugna e non ricandidarsi, ma anche altri che sono stati snobbati da Trump come punizione per non essergli rimasti fedeli. Nelle ultime settimane il senatore Bill Cassidy della Louisiana e John Cornyn del Texas hanno perso le primarie per il Senato poiché Trump ha offerto il suo endorsement ai loro avversari. Altri membri del gruppo YOLO includono il senatore del North Carolina Thom Tillis e Mitch McConnell del Kentucky, che non si sono ricandidati. Questi senatori si aggiungono ad altri considerati moderati come Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska e Rand Paul del Kentucky, che con frequenza esitano a votare a favore delle politiche di Trump.

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I segnali che questi senatori abbiano deciso di seguire la filosofia YOLO sono già evidenti e con ogni probabilità aumenteranno nei prossimi sei mesi di mandato. Simili segnali sono venuti a galla anche alla Camera dei Rappresentanti. I parlamentari democratici, con quattro repubblicani, hanno approvato una risoluzione che bloccherebbe la guerra statunitense con l’Iran (215 sì, 208 no). Anche il Senato, il mese scorso, ha approvato una simile risoluzione grazie al sostegno di quattro repubblicani. Le due risoluzioni sono diverse e, anche se fossero approvate alla fine da ambedue le Camere, Trump potrebbe imporre il suo veto. Da aggiungere che la Camera ha eliminato 10 miliardi dal bilancio per il 2027 che sarebbero serviti a finanziare i progetti di abbellimento del Dipartimento degli Interni fortemente voluti dal presidente.

Si intravedono altri voti contrari alle politiche di Trump perché sia alla Camera che al Senato i repubblicani hanno una maggioranza risicata. Ci vuole solo una manciata di repubblicani che votino con i democratici per silurare i piani di Trump. Il 47esimo presidente continua a proporre politiche talmente esagerate e fuori dalle norme che i repubblicani stentano a difendere, ma sono costretti a farlo temendo l’ira del loro leader. In alcuni casi, però, Trump è stato costretto a fare marcia indietro. Dopo l’annuncio del Dipartimento di Giustizia di un fondo di 1,7 miliardi di dollari per ricompensare le persone “ingiustamente” indagate dall’amministrazione di Joe Biden, i repubblicani hanno espresso il loro disappunto. Trump ha alla fine annunciato che non si procederà con quel fondo, che avrebbe avvantaggiato anche gli assalitori dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

I repubblicani si stanno trovando a difendere politiche talmente esagerate che lo fanno con enorme difficoltà, sentendosi al contempo traditi e umiliati. Ha colpito specialmente la scelta di Trump di offrire il suo endorsement a Ken Paxton invece di John Cornyn nelle primarie per il seggio al Senato nello Stato del Texas. Trump lo ha fatto quando aveva capito che Paxton avrebbe vinto, dato che si vuole sempre associare ai vincitori. La sua scelta ha però adirato molti senatori repubblicani che vedevano di buon occhio il collega Cornyn. Un’altra ragione per la loro delusione è il fatto che l’avversario di Paxton, James Talarico, sarebbe in vantaggio secondo i sondaggi. Si stima che il Partito Repubblicano dovrà spendere quasi 100 milioni di dollari per sostenere Paxton, soldi che la leadership repubblicana al Senato vorrebbe usare altrove.

Un’altra area di specifica competenza del Senato è il potere di confermare o meno le nomine di Trump. E qui il presidente potrebbe avere seri grattacapi. Uno si è già visto quando Trump ha nominato Bill Pulte a direttore ad interim dell’intelligence nazionale dopo le dimissioni di Tulsi Gabbard. Pulte, il battagliero direttore dell’Agenzia federale per il finanziamento dell’edilizia abitativa, non ha nessuna esperienza nel campo dell’intelligence come richiede lo statuto per il posto. Quando gli fu domandato se Pulte farà un buon lavoro, Trump ha risposto che “è un tipo molto intelligente” e che imparerà rapidamente. Le pressioni di senatori democratici e repubblicani potrebbero costringere Trump a fare marcia indietro.

La conferma di altre nomine potrebbe essere più preoccupante per Trump, specialmente nel caso del Segretario di Giustizia. Dopo avere licenziato Pam Bondi, Trump ha nominato Todd Blanche, suo ex avvocato personale, a sostituirla ad interim. Adesso lo ha nominato alla carica permanente e Blanche dovrà presentarsi davanti alla Commissione Giustizia al Senato. Non si prevede un percorso facile: fra gli 11 senatori repubblicani, infatti, siedono due membri del cosiddetto gruppo YOLO, Cornyn e Tillis.

Devlin Barrett del New York Times ha scritto che con Trump il Dipartimento di Giustizia è divenuto il “Ministero della vendetta”, poiché viene strumentalizzato attualmente per colpire i nemici politici del presidente. Il Segretario di Giustizia sarà indispensabile poiché il presidente ha già dato chiari segnali che, date le previsioni burrascose per l’esito delle elezioni di midterm a novembre, la sua strategia potrebbe essere quella di gridare alla frode. Lo ha fatto recentemente con le primarie in California. Si teme che lo farebbe in altri casi usando il Dipartimento di Giustizia per scatenare indagini, ipotizzando frodi elettorali, creando confusione e potenzialmente mettendo in pericolo le elezioni americane che, secondo i sondaggi, non gli sorriderebbero.




Sanità per gli iscritti AIRE: una legge già nata vecchia?

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Doveva essere una giornata storica per gli italiani residenti all’estero. E invece, a poche ore dall’approvazione definitiva della nuova legge sulla sanità per gli iscritti AIRE, è già scoppiata una tempesta di critiche.

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Il Parlamento ha approvato il provvedimento che consente agli italiani residenti nei Paesi extra UE ed extra EFTA di accedere nuovamente al Servizio Sanitario Nazionale mediante il pagamento di un contributo annuale di 2.000 euro. I promotori parlano di una conquista storica. Molti italiani all’estero parlano invece di un’occasione mancata.

Le obiezioni più frequenti sono semplici e difficili da ignorare.

La prima riguarda il costo. Duemila euro all’anno non sono pochi. Numerosi connazionali fanno notare che, con una cifra simile, in molti Paesi è possibile stipulare una buona assicurazione sanitaria privata, usufruendo delle cure direttamente nel luogo di residenza senza dover affrontare viaggi intercontinentali e lunghe attese.

La seconda critica riguarda proprio i tempi della sanità italiana. Pagare 2.000 euro per poter accedere a un sistema nel quale, in molte regioni, una visita specialistica o un esame diagnostico possono richiedere mesi di attesa non convince molti iscritti AIRE. «Perché dovrei pagare per entrare in una lista d’attesa?» è una delle domande che ricorrono più spesso nei social e nei gruppi degli italiani all’estero.

C’è poi una questione politica che sta alimentando il malcontento. Diversi esponenti parlamentari che hanno votato a favore della legge stanno già parlando della necessità di introdurre correttivi ed emendamenti.

Una situazione che molti connazionali faticano a comprendere.

Se il testo necessitava davvero di modifiche sostanziali, perché approvarlo senza apportarle prima? Se il contributo di 2.000 euro è considerato troppo elevato o se esistono categorie da tutelare maggiormente, perché queste questioni non sono state risolte durante l’iter parlamentare?

Altre critiche riguardano il principio di equità. Molti italiani residenti all’estero osservano che lo Stato garantisce l’accesso alle cure urgenti e a diversi servizi sanitari anche a persone che non hanno mai versato contributi in Italia, mentre a cittadini italiani iscritti all’AIRE viene richiesto un pagamento annuale significativo per riottenere un diritto che considerano parte della propria cittadinanza.

È un confronto delicato e spesso utilizzato in modo polemico, ma che dimostra quanto il tema sia sentito dalle comunità italiane all’estero.

La realtà è che questa legge nasce con un obiettivo condivisibile: colmare un vuoto normativo che da anni penalizzava milioni di italiani residenti fuori dall’Europa. Tuttavia, la sensazione diffusa è che il legislatore abbia risolto un problema creandone immediatamente un altro.

Per questo motivo il dibattito non è affatto chiuso. Anzi, è appena iniziato.

Se il Parlamento ritiene davvero necessari correttivi, sarà chiamato a dimostrare rapidamente di voler ascoltare le osservazioni provenienti dalle comunità italiane nel mondo. Altrimenti la riforma rischia di essere ricordata non come una conquista storica, ma come l’ennesimo provvedimento concepito senza comprendere fino in fondo la realtà quotidiana di chi vive lontano dall’Italia.