Sanità iscritti AIRE: una legge iniqua che colpisce l’America Latina

Il Senato ha approvato definitivamente la legge proposta dall’onorevole #Andrea Di Giuseppe che introduce, per gli iscritti AIRE residenti nei Paesi extra UE non aderenti all’EFTA, un contributo obbligatorio di 2.000 euro annui per ottenere la tessera sanitaria italiana e accedere concretamente ai servizi del Servizio Sanitario Nazionale durante i soggiorni in Italia.

Da anni Fatti Nostri denuncia il problema dell’assistenza sanitaria per gli italiani residenti all’estero. Da tempo abbiamo trattato dell’argomento quando questo era ancora una proposta di legge evidenziamo le profonde disparità esistenti tra le diverse comunità italiane nel mondo. Purtroppo, come spesso accade, ci si accorge della gravità di una situazione soltanto quando la stalla è stata chiusa dopo che i buoi sono già scappati.
I sostenitori della legge la presentano come un ampliamento dei diritti. In realtà, per milioni di italiani residenti in America Latina, essa rischia di trasformarsi in un diritto teorico e inaccessibile.
Chi ha scritto questa norma sembra infatti aver guardato esclusivamente alla realtà degli italiani residenti negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o in altri Paesi economicamente avanzati, dimenticando completamente che esiste un’altra emigrazione italiana: quella dell’America Latina.
Nella Repubblica Dominicana, in Venezuela, in Colombia, in Ecuador, in Paraguay e in molti altri Paesi dell’area, gli stipendi medi si misurano spesso in poche centinaia di dollari al mese. Molti pensionati e lavoratori italiani vivono dignitosamente ma con risorse limitate. Chiedere loro 2.000 euro all’anno significa pretendere l’equivalente di diversi mesi di reddito. Non si tratta quindi di un contributo sostenibile, ma di una vera e propria barriera economica.
Il risultato è evidente: gli italiani residenti nei Paesi più ricchi potranno permettersi il versamento richiesto, mentre quelli residenti nei Paesi più poveri ne resteranno esclusi. Una situazione che crea cittadini di serie A e cittadini di serie B.
La domanda è semplice: può uno Stato trattare in modo così diverso cittadini che possiedono lo stesso passaporto?
La Costituzione italiana afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che la Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo. È quindi legittimo interrogarsi sulla compatibilità di una norma che finisce per rendere concretamente accessibile un servizio soltanto a chi dispone delle risorse economiche necessarie.
Vi è poi un altro aspetto che lascia perplessi.
Gli italiani residenti negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o in altri Paesi sviluppati dispongono già di sistemi sanitari avanzati e strutture mediche di alto livello. Molti di loro, per ragioni pratiche, continueranno a curarsi nei Paesi in cui vivono stabilmente.
Al contrario, proprio coloro che potrebbero avere maggiore interesse a mantenere un collegamento sanitario con l’Italia — pensionati e residenti in Paesi economicamente più fragili — sono quelli che più difficilmente potranno permettersi di versare 2.000 euro all’anno.
Se l’obiettivo era fare cassa, il rischio è quello di ottenere il risultato opposto. Le casse dello Stato potrebbero scoprire ben presto che gli italiani all’estero non hanno alcuna intenzione, o semplicemente alcuna possibilità, di pagare una somma così elevata per usufruire di un servizio che dovrebbe rappresentare un legame naturale con il proprio Paese d’origine.
In questi stessi giorni l’Italia celebra con orgoglio la designazione di un astronauta italiano per una futura missione del programma Artemis verso la Luna. Una notizia che riempie di soddisfazione tutti noi.
Peccato che, leggendo questa legge, venga spontaneo pensare che qualcuno la testa sulla Luna l’abbia già da tempo. Altrimenti sarebbe difficile spiegare come si possa immaginare che un lavoratore italiano residente in America Latina possa serenamente tirare fuori 2.000 euro all’anno senza che ciò rappresenti un problema insormontabile.
La politica dovrebbe conoscere la realtà delle comunità che rappresenta. E soprattutto dovrebbe ricordare che gli italiani all’estero non finiscono al confine degli Stati Uniti.
Cominciano molto più a sud.











Quando al mattino accendiamo lo smartphone, i nostri social sono invasi da post e da aggiornamenti con immagini di macerie, bombardamenti, città distrutte. Per la nostra generazione, la guerra rischia di diventare uno sfondo costante ed usuale. Un rumore bianco a cui ci stiamo abituando, quasi fosse il livello sonoro di un videogioco o di una scena di una serie televisiva. Ma dietro ogni fermo immagine ci sono storie identiche alle nostre: i telegiornali parlano principalmente di numeri, numeri di vittime, di sfollati, di milioni di euro spesi in armi. Che, però, hanno un difetto, sedano, addormentano il dolore: mille morti sono una statistica, ma una sola persona che perde la propria casa, la propria famiglia o il proprio futuro è, invece, una tragedia assoluta.
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𝐓𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐯𝐞𝐥𝐢𝐯𝐨𝐥𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐢𝐥𝐨𝐭𝐚 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐥𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐯𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚. La realtà di un conflitto ad alta intensità ci dice altro: i droni sono formidabili per la ricognizione e la saturazione tattica, ma non possono sostituire la potenza e la penetrazione cinetica dei missili da crociera e balistici. 
Da settimane l’Iran continua a lanciare missili e droni contro basi militari americane e obiettivi collegati agli Stati Uniti nel Golfo Persico. Eppure, contrariamente a quanto molti osservatori si aspettavano, il presidente Donald Trump non ha ordinato una massiccia offensiva di rappresaglia.