Sanità iscritti AIRE: una legge iniqua che colpisce l’America Latina

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Il Senato ha approvato definitivamente la legge proposta dall’onorevole #Andrea Di Giuseppe che introduce, per gli iscritti AIRE residenti nei Paesi extra UE non aderenti all’EFTA, un contributo obbligatorio di 2.000 euro annui per ottenere la tessera sanitaria italiana e accedere concretamente ai servizi del Servizio Sanitario Nazionale durante i soggiorni in Italia.

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Da anni Fatti Nostri denuncia il problema dell’assistenza sanitaria per gli italiani residenti all’estero. Da tempo abbiamo trattato dell’argomento quando questo era ancora una proposta di legge evidenziamo le profonde disparità esistenti tra le diverse comunità italiane nel mondo. Purtroppo, come spesso accade, ci si accorge della gravità di una situazione soltanto quando la stalla è stata chiusa dopo che i buoi sono già scappati.

I sostenitori della legge la presentano come un ampliamento dei diritti. In realtà, per milioni di italiani residenti in America Latina, essa rischia di trasformarsi in un diritto teorico e inaccessibile.

Chi ha scritto questa norma sembra infatti aver guardato esclusivamente alla realtà degli italiani residenti negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o in altri Paesi economicamente avanzati, dimenticando completamente che esiste un’altra emigrazione italiana: quella dell’America Latina.

Nella Repubblica Dominicana, in Venezuela, in Colombia, in Ecuador, in Paraguay e in molti altri Paesi dell’area, gli stipendi medi si misurano spesso in poche centinaia di dollari al mese. Molti pensionati e lavoratori italiani vivono dignitosamente ma con risorse limitate. Chiedere loro 2.000 euro all’anno significa pretendere l’equivalente di diversi mesi di reddito. Non si tratta quindi di un contributo sostenibile, ma di una vera e propria barriera economica.

Il risultato è evidente: gli italiani residenti nei Paesi più ricchi potranno permettersi il versamento richiesto, mentre quelli residenti nei Paesi più poveri ne resteranno esclusi. Una situazione che crea cittadini di serie A e cittadini di serie B.

La domanda è semplice: può uno Stato trattare in modo così diverso cittadini che possiedono lo stesso passaporto?

La Costituzione italiana afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che la Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo. È quindi legittimo interrogarsi sulla compatibilità di una norma che finisce per rendere concretamente accessibile un servizio soltanto a chi dispone delle risorse economiche necessarie.

Vi è poi un altro aspetto che lascia perplessi.

Gli italiani residenti negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o in altri Paesi sviluppati dispongono già di sistemi sanitari avanzati e strutture mediche di alto livello. Molti di loro, per ragioni pratiche, continueranno a curarsi nei Paesi in cui vivono stabilmente.

Al contrario, proprio coloro che potrebbero avere maggiore interesse a mantenere un collegamento sanitario con l’Italia — pensionati e residenti in Paesi economicamente più fragili — sono quelli che più difficilmente potranno permettersi di versare 2.000 euro all’anno.

Se l’obiettivo era fare cassa, il rischio è quello di ottenere il risultato opposto. Le casse dello Stato potrebbero scoprire ben presto che gli italiani all’estero non hanno alcuna intenzione, o semplicemente alcuna possibilità, di pagare una somma così elevata per usufruire di un servizio che dovrebbe rappresentare un legame naturale con il proprio Paese d’origine.

In questi stessi giorni l’Italia celebra con orgoglio la designazione di un astronauta italiano per una futura missione del programma Artemis verso la Luna. Una notizia che riempie di soddisfazione tutti noi.

Peccato che, leggendo questa legge, venga spontaneo pensare che qualcuno la testa sulla Luna l’abbia già da tempo. Altrimenti sarebbe difficile spiegare come si possa immaginare che un lavoratore italiano residente in America Latina possa serenamente tirare fuori 2.000 euro all’anno senza che ciò rappresenti un problema insormontabile.

La politica dovrebbe conoscere la realtà delle comunità che rappresenta. E soprattutto dovrebbe ricordare che gli italiani all’estero non finiscono al confine degli Stati Uniti.

Cominciano molto più a sud.

 




Ma Putin vuole davvero la pace in Ucraina?

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Quando un leader rifiuta persino di sedersi allo stesso tavolo del proprio avversario, è inevitabile che sorga una domanda: vuole davvero la pace?

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Le dichiarazioni di Vladimir Putin, che ha respinto la proposta di un incontro diretto con Volodymyr Zelensky affermando di non vedere “alcuna ragione” per un faccia a faccia in questo momento, hanno riacceso il dibattito sulle reali intenzioni del Cremlino. Secondo il presidente russo, un vertice avrebbe senso solo dopo che i negoziatori avranno elaborato soluzioni concrete. Per il leader ucraino, invece, il rifiuto rappresenta la prova che Mosca abbia scelto ancora una volta la strada della guerra.

La verità, come spesso accade nei conflitti, è probabilmente più complessa delle dichiarazioni ufficiali.

Da oltre quattro anni la guerra in Ucraina continua a consumare uomini, risorse e speranze. La Russia controlla una parte significativa del territorio ucraino e, nonostante le sanzioni occidentali, non ha mostrato segnali di cedimento tali da costringerla a una ritirata. Al tempo stesso, l’Ucraina continua a ricevere sostegno internazionale ma fatica a riconquistare i territori occupati. Entrambe le parti sostengono di poter migliorare la propria posizione sul campo di battaglia prima di sedersi seriamente a negoziare.

È proprio questo il punto.

La storia insegna che le guerre raramente finiscono quando una delle parti desidera la pace. Finiscono quando entrambe arrivano alla conclusione che continuare a combattere costi più di quanto possano ottenere. Oggi non sembra che né Mosca né Kiev siano ancora giunte a questa conclusione.

Putin continua a ribadire gli obiettivi territoriali della Russia e sostiene che le operazioni militari debbano proseguire fino al loro raggiungimento. Se questa è la posizione ufficiale del Cremlino, appare difficile sostenere che esista una reale urgenza di arrivare a un accordo. Chi ritiene di stare avanzando sul terreno raramente sente il bisogno di accelerare i negoziati.

D’altra parte, sarebbe ingenuo pensare che la responsabilità dell’impasse ricada esclusivamente sulla Russia. Anche l’Ucraina continua a dichiarare irrinunciabili obiettivi che, almeno per il momento, sembrano difficilmente compatibili con le richieste di Mosca. Il risultato è una distanza politica enorme, che nessun incontro simbolico potrebbe colmare da un giorno all’altro.

Ciò che preoccupa maggiormente è un altro aspetto. Mentre il mondo discute di possibili trattative, la guerra continua a produrre morti, distruzione e instabilità. Ogni settimana porta nuovi attacchi con droni, missili e bombardamenti. Ogni mese che passa rende più difficile immaginare una riconciliazione futura tra due popoli che prima del 2022 avevano legami economici, culturali e familiari profondissimi.

Allora Putin vuole davvero la pace?

Forse sì, ma non una pace qualsiasi. Probabilmente vuole una pace che sancisca sul piano diplomatico ciò che la Russia ha ottenuto sul campo militare. Il problema è che l’Ucraina non è disposta ad accettarla.

E Zelensky vuole davvero la pace? Anche in questo caso la risposta potrebbe essere affermativa, ma alle condizioni di Kiev, che Mosca considera inaccettabili.

La domanda, quindi, potrebbe essere formulata diversamente: esiste oggi una pace che entrambe le parti siano disposte ad accettare?

Guardando alle dichiarazioni delle ultime ore, la risposta sembra essere no.

Ed è proprio questa la notizia più preoccupante.

 

Le informazioni sul rifiuto dell’incontro diretto e sulle rispettive posizioni di Putin e Zelensky sono riportate da fonti internazionali e agenzie del 5-6 giugno 2026.




L’italo-americano James Talarico alla conquista del Texas: l’assist di Trump a Paxton sarà un boomerang?

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“In un’epoca in cui si dibatte aspramente sul significato di uomo, mio padre me lo ha dimostrato ogni sabato mattina. Tagliava il prato davanti casa mia e poi faceva la stessa cosa per la vicina senza mai dire niente a nessuno….”. Così #James Talarico ha risposto a un’accusa che metteva in dubbio la sua mascolinità. Talarico, come si sa, è il candidato al seggio al Senato degli Stati Uniti per lo Stato del Texas e ha buone opportunità di sconfiggere il suo avversario repubblicano a novembre. Sarebbe la prima volta dal 1994 che un democratico conquista una carica valida per tutto il Lone Star State.

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L’avversario di Talarico sarà Ken Paxton, attuale procuratore generale del Texas, il quale è riuscito a sconfiggere alle recenti primarie repubblicane il senatore in carica John Cornyn, che rappresenta il suo Stato al Senato dal 2002. Paxton ha sconfitto Cornyn in maniera schiacciante grazie all’endorsement di Donald Trump.

Il quarantasettesimo presidente aveva esitato su chi dei due candidati repubblicani offrire il suo appoggio, ma alla fine ha scelto Paxton. Trump ha dichiarato che Paxton “è un guerriero MAGA che ha SEMPRE servito il Texas”. Su Cornyn, invece, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha detto che “è stato MOLTO infedele” per non avere supportato l’agenda politica del suo partito. In realtà, Cornyn era stato un conservatore in economia, pragmatico, e anche leader del suo partito al Senato. I suoi colleghi alla Camera Alta non hanno gradito la scelta di Trump per molte ragioni, ma sotto molti aspetti questo ha fatto sorridere Talarico.

Il candidato democratico, secondo i sondaggi, sarebbe in netto vantaggio su Paxton di 5-8 punti, mentre con Cornyn si sarebbe trattato di un testa a testa. Il Partito Democratico ha accolto con favore la scelta di Trump, come dimostrano le casse di Talarico, che avrebbe già raccolto una trentina di milioni di dollari. Inoltre, la probabile debolezza di Paxton costringerà il Partito Repubblicano a investire ingenti fondi per difenderlo, risorse che potrebbero essere usate in altre corse.

E Paxton avrà bisogno di essere difeso. Il procuratore generale del Texas è un politico notevolmente controverso e accusato di corruzione, e ha persino subito l’impeachment dalla Camera del suo Stato, controllata dal suo stesso partito, anche se alla fine non è stato condannato dal Senato texano. In un’incriminazione ha patteggiato, dovendo però pagare un risarcimento di 300mila dollari. Sposato da 38 anni, è stato anche accusato dalla moglie di averla tradita e la coppia ha recentemente iniziato la procedura per il divorzio. In effetti, il percorso di Paxton riflette quello di Trump. Vanno ricordate le condanne legali a New York, due civili e una penale, e i suoi rapporti con Jeffrey Epstein, condannato per sfruttamento e abusi sessuali di minori. I file del finanziere, suicidatosi in carcere, non sono stati ancora rilasciati come prevede la legge e, ovviamente, se tutti i rapporti fra i due fossero stati completamente innocenti, Trump spingerebbe per rilasciarli invece di farli congelare.

Trump non ha però congelato gli attacchi a Talarico per offrire un assist a Paxton. Il presidente statunitense lo ha persino attaccato asserendo che “è un’offesa a Gesù”. Il candidato democratico gli ha risposto per le rime, ribattendo che Gesù è offeso dall’uso di “bombe su bambini in età scolare, dall’espulsione di innocenti dalle loro case, dalla separazione delle madri dai loro neonati e dall’insabbiamento dei file di Epstein”. Talarico sa qualcosina in più di Gesù, poiché è un seminarista che ha interrotto i suoi studi per dedicarsi alla politica. Infatti, Talarico spesso discute di religione in maniera progressista, riflettendo i valori cristiani che lo vedono a fianco dei poveri, contro i ricchi e i potenti come Trump.

Scegliendo Paxton, il presidente americano ha pensato di dargli un grande assist. Ciò è vero a livello delle primarie repubblicane, dove il presidente esercita un fortissimo peso. L’assist di Trump a Paxton potrebbe alla fine rivelarsi un bacio della morte, poiché include anche le sue politiche che al momento lo vedono ai minimi storici nei sondaggi. Il sostegno a Paxton potrebbe alla fine rivelarsi un effetto boomerang.




Italiani all’estero: la riforma elettorale che potrebbe cambiare tutto

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Negli ultimi giorni, durante una puntata di Porta a Porta dedicata alla riforma elettorale attualmente in discussione, è emersa un’ipotesi che potrebbe avere conseguenze molto rilevanti per gli italiani residenti all’estero.

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Secondo quanto riferito nel corso della trasmissione, parallelamente alla nuova legge elettorale si starebbe valutando una riduzione delle attuali ripartizioni estero: dalle quattro attualmente esistenti si passerebbe a due macro aree alla Camera dei Deputati e ad una sola al Senato.

Al momento non sono facilmente consultabili testi che consentano di comprendere con precisione il contenuto della proposta, ma le implicazioni potrebbero essere enormi.

Personalmente ritengo che qualsiasi riforma finalizzata a garantire maggiore stabilità ai futuri governi meriti attenzione e rispetto. I più recenti sondaggi politici mostrano infatti un quadro nel quale anche pochi parlamentari potrebbero risultare decisivi per la formazione e la tenuta di una maggioranza parlamentare. Se l’obiettivo è quello di evitare governi deboli, instabili o costretti a continue trattative interne, una riflessione sul sistema elettorale è certamente legittima.

Ciò che invece continua a lasciarmi perplesso è l’assenza di un ritorno alle preferenze sul territorio italiano (come invece avviene all’estero). La possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti dovrebbe essere considerata un elemento fondamentale di qualsiasi riforma che ambisca a rafforzare la partecipazione democratica.

Al di là del dibattito nazionale, esiste però una questione che sembra essere passata quasi inosservata. Cosa accadrebbe agli italiani all’estero se le quattro attuali ripartizioni venissero ridotte a due alla Camera e ad una sola al Senato?

Oggi il sistema è suddiviso in quattro grandi aree geografiche:

* Europa;

* Sud America;

* Nord e Centro America;

* Africa, Asia, Oceania e Antartide.

Questo modello ormai ventennale ha consentito ai potenziali candidati, di volta in volta, di sviluppare nel tempo un rapporto diretto con le comunità che rappresentano. Chi viene eletto in Europa, ad esempio, conosce i problemi di quella specifica area e costruisce la propria attività politica all’interno di un territorio ben definito.

Se davvero il Senato dovesse trasformarsi in una circoscrizione mondiale unica, il cambiamento sarebbe epocale. Un candidato dovrebbe rivolgersi contemporaneamente agli italiani residenti nel mondo intero.

Viene spontaneo chiedersi se sia realisticamente possibile costruire un rapporto diretto con una platea di tali dimensioni. La rappresentanza rischierebbe di diventare sempre più politica e sempre meno territoriale, a prescindere dal mantenimento o meno del sistema delle preferenze, ovvero della possibilità di eleggere direttamente il proprio rappresentante.

Un simile scenario potrebbe inoltre modificare profondamente gli equilibri tra partiti e movimenti politici. Molte strategie elettorali oggi vengono costruite sulla base delle caratteristiche delle singole ripartizioni.

Prendiamo, ad esempio, il caso del MAIE.

Alle ultime elezioni il movimento ha ottenuto, come sempre dalla sua nascita, risultati particolarmente significativi in Sud America, conquistando il massimo dei seggi ottenibili in entrambe le Camere. In una visione mondiale del risultato, è riuscito a collocarsi, per il Senato, al terzo posto davanti al Movimento 5 Stelle nella graduatoria complessiva della Circoscrizione Estero, con circa 138.000 voti, dei quali oltre 131.000 ottenuti in America Meridionale, equivalenti a circa il 13% dell’elettorato estero mondiale e ad 1 seggio su 4 conquistati.

In una competizione mondiale unica, tale vantaggio territoriale verrebbe inevitabilmente diluito.

Le alleanze costruite oggi su specifiche aree geografiche potrebbero perdere gran parte della loro utilità strategica o addirittura venire meno. Prendiamo, ad esempio, l’ipotesi di una futura alleanza in Nord e Centro America tra il MAIE ed il Centrodestra attraverso Noi Moderati.

Nell’attuale sistema, una simile alleanza potrebbe avere una logica precisa all’interno di una circoscrizione ben definita, con propri equilibri, candidati e bacini elettorali.

In uno scenario caratterizzato da una circoscrizione mondiale unica al Senato, però, il ragionamento cambierebbe radicalmente. Perché un movimento che concentra circa il 95% del proprio consenso estero in Sud America dovrebbe ragionare prioritariamente in funzione di equilibri costruiti in Nord e Centro America? E, allo stesso modo, perché altre forze politiche dovrebbero rinunciare a proprie candidature per favorire alleanze nate in aree che, elettoralmente parlando, avrebbero un peso molto più ridotto rispetto a quello del Sud America?

Il punto non riguarda esclusivamente il MAIE. Lo stesso problema riguarderebbe qualsiasi forza politica che abbia sviluppato nel tempo una presenza particolarmente forte in una determinata area del mondo.

In altre parole, una riforma di questo tipo non modificherebbe soltanto i confini delle circoscrizioni: rischierebbe di modificare profondamente le logiche che oggi stanno alla base delle alleanze, delle candidature e della stessa rappresentanza degli italiani all’estero.

Ed alla Camera?

Molto dipenderà da come verranno effettivamente disegnate le due nuove macro-ripartizioni. Se, ad esempio, si optasse per una divisione tra Europa e Resto del Mondo, si riproporrebbero molte delle criticità appena descritte.

Anche in questo caso candidati e partiti sarebbero chiamati a confrontarsi con territori enormi, caratterizzati da realtà sociali, economiche e culturali profondamente diverse tra loro.

Esiste infine una considerazione di carattere generale.

Da anni numerose persone lavorano all’interno di specifiche aree geografiche della Circoscrizione Estero, costruendo relazioni, conoscenza del territorio e rapporti diretti con le comunità italiane residenti all’estero.

Modificare radicalmente le regole della rappresentanza a ridosso delle elezioni rischia di produrre effetti difficili da prevedere.

Le riforme sono certamente legittime quando servono a migliorare il sistema, ad aumentare la partecipazione degli elettori, a rafforzare il legame tra cittadini e rappresentanti oppure a garantire una maggiore stabilità di governo.

Molto più discutibile è intervenire sulla geografia elettorale senza affrontare contemporaneamente le questioni che da anni gli italiani all’estero continuano a segnalare: il sistema di voto, la tracciabilità dei plichi, il rapporto tra elettori e candidati e la qualità della rappresentanza.

Per questo motivo sarà fondamentale seguire con attenzione l’evoluzione della riforma nei prossimi mesi. Perché, se le anticipazioni emerse dovessero essere confermate, non ci troveremmo di fronte a una semplice modifica tecnica. Per gli italiani all’estero potrebbe trattarsi del più importante cambiamento della rappresentanza parlamentare degli ultimi vent’anni.




Ottant’anni e non sentirli

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Ci sono ottant’anni che pesano sulle spalle come macigni e ottant’anni che sembrano appena cominciati. Quelli che l’Italia celebra in questi giorni appartengono senza dubbio alla seconda categoria.

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Ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana. Era il 1946, un Paese distrutto dalla guerra cercava di rialzarsi e di immaginare un futuro diverso. Nello stesso anno, quasi come se il destino avesse deciso di lasciare un doppio segno nella storia nazionale, nasceva anche la Vespa.

A prima vista sembrano due storie che hanno poco in comune. Una riguarda le istituzioni, la democrazia, la vita civile di una nazione. L’altra uno scooter diventato celebre in tutto il mondo. Eppure, guardandole bene, raccontano la stessa Italia.

La Repubblica e la Vespa sono figlie della ricostruzione. Sono nate quando il Paese aveva bisogno di rimettersi in moto, materialmente e moralmente. Una ha dato agli italiani la possibilità di scegliere il proprio destino attraverso il voto. L’altra ha dato a milioni di persone la libertà di muoversi, lavorare, viaggiare, innamorarsi.

Ottant’anni dopo, entrambe continuano a essere sorprendentemente giovani.

La Repubblica ha attraversato crisi politiche, tensioni sociali, cambiamenti epocali, ma è ancora il quadro dentro il quale gli italiani esercitano i loro diritti e costruiscono il loro futuro. La Vespa ha visto passare generazioni, automobili sempre più sofisticate e nuove tecnologie, ma continua a essere riconosciuta e amata in ogni angolo del pianeta.

Forse il segreto è proprio questo: ci sono cose che non invecchiano quando riescono a rimanere fedeli alla propria identità. Una Vespa del 2026 non è identica a quella del 1946, ma ne conserva lo spirito. L’Italia di oggi non è quella uscita dalla guerra, ma continua a riconoscersi nei valori fondamentali della Repubblica.

Per noi italiani all’estero, poi, questi due simboli hanno un significato speciale. La Repubblica rappresenta le nostre radici civili, il legame con il Paese che ci appartiene anche quando viviamo a migliaia di chilometri di distanza. La Vespa rappresenta invece un certo modo italiano di affrontare la vita: con eleganza, creatività e una sana voglia di andare avanti.

Ottant’anni. Un traguardo importante. Ma guardando la Repubblica e la Vespa viene da pensare che non si tratti di un punto d’arrivo.

Piuttosto, di una nuova partenza.

Perché ci sono età che si contano con il calendario. E altre che si misurano con la capacità di restare giovani nel cuore.

Ottant’anni dopo, la Repubblica Italiana e la Vespa dimostrano che la giovinezza non è una questione anagrafica. È una questione di spirito.




Ottant’anni di Repubblica: il filo invisibile che unisce gli italiani nel mondo

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Ci sono date che appartengono alla storia e altre che appartengono al cuore. Per gli italiani, il 2 giugno è entrambe le cose.

Ottant’anni fa, nel 1946, un Paese ferito dalla guerra trovò il coraggio di guardare avanti. Milioni di cittadini si misero in fila davanti alle urne per scegliere il proprio destino. Nacque così la Repubblica Italiana, fondata non sulle armi o sui privilegi, ma sulla volontà popolare.

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Oggi, a ottant’anni da quel giorno storico, il significato della Festa della Repubblica supera i confini geografici della penisola. Vive nelle città europee, nelle Americhe, in Australia e in ogni luogo dove una comunità italiana continua a custodire lingua, tradizioni e memoria.

Per chi vive all’estero, il tricolore non è soltanto una bandiera. È un ponte tra passato e presente. È il ricordo dei nonni che partirono con una valigia piena di speranze. È la lingua imparata in famiglia. È la cucina della domenica, le feste patronali, i racconti tramandati da una generazione all’altra.

La Repubblica ha accompagnato l’Italia attraverso momenti difficili e straordinari successi. Ha visto il Paese risollevarsi dalle macerie della guerra, diventare una delle principali economie del mondo, contribuire alla costruzione dell’Europa unita e affrontare le sfide del nuovo millennio.

Ma la sua forza più grande non si misura nei dati economici o nelle statistiche. Si misura nella capacità di tenere uniti milioni di italiani, anche quando vivono a migliaia di chilometri dalla terra dei loro antenati.

Per questo il 2 giugno non è soltanto una celebrazione istituzionale. È una festa di appartenenza. Un momento per ricordare che essere italiani significa condividere una storia comune fatta di sacrifici, creatività, lavoro, solidarietà e amore per la libertà.

Agli italiani che vivono in Nord America, in Centro America, nei Caraibi e in ogni parte del mondo, questa ricorrenza ricorda che le distanze non cancellano le radici. Al contrario, spesso le rendono ancora più preziose.

Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, il messaggio rimane immutato: la democrazia è una conquista da custodire ogni giorno, la libertà un bene da difendere e l’identità italiana un patrimonio da trasmettere alle nuove generazioni.

Buona Festa della Repubblica a tutti gli italiani, ovunque si trovino.

Perché una nazione non vive soltanto nei suoi confini, ma nel cuore dei suoi cittadini.




FOCUS – La tragica ipocrisia del Diritto

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c551f9c2 dc47 4583 98a7 45ce62911ea8Quando al mattino accendiamo lo smartphone, i nostri social sono invasi da post e da aggiornamenti con immagini di macerie, bombardamenti, città distrutte. Per la nostra generazione, la guerra rischia di diventare uno sfondo costante ed usuale. Un rumore bianco a cui ci stiamo abituando, quasi fosse il livello sonoro di un videogioco o di una scena di una serie televisiva. Ma dietro ogni fermo immagine ci sono storie identiche alle nostre: i telegiornali parlano principalmente di numeri,  numeri di vittime, di sfollati, di milioni di euro spesi in armi. Che, però, hanno un difetto, sedano, addormentano il dolore: mille morti sono una statistica, ma una sola persona che perde la propria casa, la propria famiglia o il proprio futuro è, invece, una tragedia assoluta.

Nelle zone di guerra ci sono uomini, donne e bambini di ogni età, persone che fino al giorno prima avevano una vita, dei progetti, una famiglia. Ragazzi che ascoltavano la stessa musica, che facevano programmi per il fine settimana, che avevano sogni da inseguire. La guerra cancella tutto questo in un secondo, sostituendo il futuro con il vuoto assoluto.

Vivere in un paese in pace è un grande privilegio, che spesso noi tutti diamo per scontato: il diritto alla normalità. Scegliere cosa studiare, esprimere le proprie idee, camminare per strada senza guardare il cielo con il terrore di un missile o di una bomba. Ma questo privilegio non deve trasformarsi in indifferenza, che è il primo alleato di ogni conflitto.

Definire Stati Uniti ed Israele due facce della stessa medaglia descrive perfettamente l’alleanza strategica e simbiotica che li lega, con un’escalation culminata in attacchi congiunti alle infrastrutture e alla popolazione palestinese, rendendoli corresponsabili delle violazioni del diritto internazionale, delle distruzioni e dei crimini contro l’umanità: decine e decine di migliaia di morti e feriti, di cui la metà donne e bambini, una vera e propria pulizia etnica portata avanti nel silenzio complice di tutti.

Un numero enorme di innocenti trucidati che non smuove minimamente le coscienze di diversi governi occidentali: l’Europa dei venti pacchetti alla Russia, in difesa del Diritto internazionale, di quello stesso Diritto se ne sbatte mentre osserva la mattanza di Gaza e le torture sistematiche in rigoroso silenzio. Le immagini filtrate in questi giorni non lasciano spazio alla minima interpretazione: prigionieri palestinesi ammanettati, bendati, piegati a terra e picchiati dai soldati israeliani, con delle umiliazioni e con delle violenze che riportano le lancette degli orologi agli anni trenta, all’epoca nazista.

Eppure, c’è chi preferisce guardare altrove e liquida quelle immagini con una sola parola: propaganda. Come se attuare metodi nazisti fosse propaganda. L’Europa, di fronte a questa tragica pulizia etnica conclamata, si rende complice ogni giorno per la mancanza di una qualsiasi risposta, soprattutto per la sua assenza. E non riesce a distinguere i veri nemici per la vita, per la pace e per l’economia. Più semplicemente, al cospetto dell’opinione pubblica, l’Europa ha perso il ruolo di faro del Diritto e della diplomazia, perché ha perso per strada il requisito più importante, la credibilità.

 




Dalla diplomazia di Obama alla linea dura di Trump: due strategie opposte sull’Iran

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 94738010 gettyimages 632311492.jpg“Siamo riusciti a concluderlo senza usare nessun missile con il 97% dell’uranio arricchito fuori… e non abbiamo ucciso un sacco di gente né chiuso lo Stretto di Hormuz”. Questa la dichiarazione dell’ex presidente americano Barack Obama in un’intervista concessa a Stephen Colbert della Cbs sul trattato firmato dalla sua amministrazione con il governo iraniano nel 2015.

Come si sa, Donald Trump ha etichettato come il peggior trattato mai firmato e nel 2018, durante il suo primo mandato, lo ha abrogato. Adesso con la guerra in Iran in cui si trova impantanato ci si domanda che tipo di trattato riuscirà a concludere lui e se sarà preferibile a quello di Obama.

Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), il trattato siglato dall’amministrazione Obama con l’Iran, si concluse dopo anni di negoziati. Imponeva all’Iran di limitare il programma nucleare per scopi civili, sbarazzarsi del 97% dell’uranio già arricchito e accettare rigide ispezioni dell’International Atomic Energy Agency (IAEA). L’Iran otteneva in cambio l’accesso ai fondi che erano stati congelati dopo la rivoluzione islamica del 1979. L’accordo di 159 pagine includeva annotazioni tecniche e cinque appendici e dopo quindici anni si sarebbe riveduto per possibili estensioni. L’uranio già arricchito fu consegnato alla Russia la quale da parte sua trasferì 140 tonnellate di uranio naturale grezzo da usarsi per scopi civili sotto stretti controlli dell’AIEA. La partecipazione della Russia non era casuale perché il JCPOA era stato firmato non solo da Usa e Iran ma anche dai cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come pure dell’Unione Europea. Si trattava dunque di un trattato con l’appoggio internazionale.

Il valore del trattato andava oltre gli specifici articoli e mirava ad incamminare l’Iran verso un percorso di progressi economici per il popolo iraniano. Questa situazione avrebbe potuto creare ulteriori rapporti internazionali con possibilità di cambiamenti all’interno del Paese. Come si sa, i rapporti internazionali possono stimolare cambiamenti politici dall’interno poiché come è noto dalla storia l’imposizione della democrazia non funziona. In effetti, c’era anche la possibilità che cambiamenti all’interno dell’Iran indirizzassero le energie verso altri accordi e più speranze per la diplomazia.

Trump ha deciso di strappare il JCPOA dando poche alternative all’Iran se non quella di riprendere il programma nucleare, sperando di proteggersi da possibili attacchi da parte di Israele, che come si sa possiede armi nucleari. Inoltre il presidente Usa attuale ha cambiato strategia allontanandosi dalla diplomazia e puntando su una politica di pressione unilaterale che ricalca i metodi dei regimi autoritari. È questo il modus operandi di Trump. L’uso della forza per costringere i suoi avversari a inginocchiarsi davanti a lui e obbedire ai suoi diktat. Lo fa con la gestione del suo partito dove i candidati repubblicani che non lo soddisfano vengono sfidati da individui prescelti da lui e vincono le elezioni primarie. Ne sanno qualcosa quei pochi esponenti che hanno in qualche modo dissentito da Trump come Thomas Massie, Bill Cassidy, Liz Cheney, e molti altri i quali perdendo le elezioni primarie, sono scomparsi dalla scena politica. Questa strategia di imposizione politica con la forza ha anche funzionato in Venezuela dove Trump è riuscito a sostituire il presidente Nicolás Maduro con Delcy Rodríguez la quale si sta comportando seguendo le preferenze del governo Usa. Sarà stata questa esperienza in Venezuela a incoraggiare Trump a sperare in un cambiamento di regime anche in Iran? Difficile sapere con certezza ma dopo tre mesi di guerra il presidente Usa si trova impantanato senza alcuna via di uscita. L’Iran non ha vinto sotto l’aspetto militare ma resistendo può cantare vittoria specialmente avendo scoperto che il blocco dello Stretto di Hormuz può essere un’arma per prendere in ostaggio l’economia mondiale.

A differenza di Obama, Trump non ha doti diplomatiche e si è circondato da collaboratori la cui qualità principale è la fedeltà al capo. Il presidente Usa ha in grande misura affidato gli sforzi diplomatici a suo genero Jared Kushner e al suo inviato speciale Steve Witkoff, nessuno dei due un gigante della diplomazia. Trump cercherà qualche escamotage per cantare vittoria e non sarebbe improbabile qualche incursione a Cuba come ci suggerirebbe lo spostamento della portaerei Nimitz e altre navi nel Mar dei Caraibi. Al momento di scrivere siamo informati che un accordo preliminare tra gli Usa e l’Iran sarebbe stato raggiunto. Si tratta di un’intesa di 60 giorni che sarebbe seguita da negoziati sul nucleare. Trump ha dichiarato che sta valutando la proposta e darà la sua risposta fra due giorni. In caso di esito positivo si ritornerebbe agli inizi dei negoziati dell’epoca di Obama. Riuscirà Trump a concludere un accordo preferibile a quello di Obama?




I droni non bastano per difenderci: l’Ue punti alla propria sicurezza

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22820eb8 79f8 45fc 87ff 4d607771dd70𝐓𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐯𝐞𝐥𝐢𝐯𝐨𝐥𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐢𝐥𝐨𝐭𝐚 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐥𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐯𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚. La realtà di un conflitto ad alta intensità ci dice altro: i droni sono formidabili per la ricognizione e la saturazione tattica, ma non possono sostituire la potenza e la penetrazione cinetica dei missili da crociera e balistici.
I punti chiave dell’analisi:
Il ritardo strutturale: l’Europa sconta un pericoloso gap sulle capacità di attacco in profondità (deep strike).
I limiti dei droni: bassa velocità, scarso carico utile ed estrema vulnerabilità alla difesa aerea stratificata e alla guerra elettronica.
La svolta necessaria: superare la frammentazione dei programmi di Difesa comuni e rigenerare gli arsenali con scorte di missili e sistemi di lancio diversificati.
Affidarsi solo ai sistemi non pilotati è un errore dottrinale. Per una deterrenza credibile serve un piano strategico coordinato tra UE e Nato.



Trump non risponde all’Iran: prudenza o ammissione di debolezza?

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7b15a90a10e9cc725ec4e6eff28f6adfDa settimane l’Iran continua a lanciare missili e droni contro basi militari americane e obiettivi collegati agli Stati Uniti nel Golfo Persico. Eppure, contrariamente a quanto molti osservatori si aspettavano, il presidente Donald Trump non ha ordinato una massiccia offensiva di rappresaglia.

La domanda che in molti si pongono è semplice: perché?

La versione ufficiale di Washington parla di prudenza strategica. La Casa Bianca sostiene di voler evitare una guerra regionale su larga scala e continua a perseguire un accordo che ponga fine al conflitto e alle tensioni sul programma nucleare iraniano.

Ma c’è anche chi propone una lettura diversa.

Dopo mesi di combattimenti, bombardamenti e tensioni nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti si trovano di fronte a una realtà scomoda: l’Iran, pur avendo subito danni significativi, non è stato piegato. Continua a disporre di missili, droni e alleati regionali capaci di mantenere alta la pressione militare.

Una guerra totale contro la Repubblica Islamica avrebbe costi enormi. Le basi americane sparse nel Golfo resterebbero esposte a continui attacchi. I prezzi del petrolio potrebbero esplodere. L’intera economia mondiale rischierebbe di subire pesanti conseguenze.

Inoltre, gli Stati Uniti stanno affrontando contemporaneamente altre sfide strategiche, dalla competizione con la Cina alle tensioni in Europa orientale. Aprire un nuovo fronte militare senza una chiara prospettiva di vittoria potrebbe rivelarsi un errore politico e militare.

Per questo alcuni analisti ritengono che Trump stia cercando una via d’uscita diplomatica non perché abbia necessariamente perso la guerra, ma perché potrebbe aver compreso che una vittoria completa è irraggiungibile o troppo costosa.

La storia insegna che le grandi potenze non sempre vengono sconfitte sul campo di battaglia. Talvolta decidono semplicemente che il prezzo della vittoria sarebbe superiore ai benefici ottenibili.

È ciò che sta accadendo oggi nel confronto tra Washington e Teheran?

Per il momento nessuno può dirlo con certezza. Quello che appare evidente è che, nonostante la superiorità militare americana, l’Iran continua a combattere e gli Stati Uniti continuano a negoziare.

E quando una superpotenza sceglie il tavolo delle trattative invece dell’escalation militare, la domanda sul vero equilibrio delle forze diventa inevitabile.

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