Haití senza Stato: la crisi che condiziona il futuro della Repubblica Dominicana

La crisi haitiana non è più un’emergenza temporanea, ma una realtà strutturale che sta influenzando direttamente il presente e il futuro della Repubblica Dominicana. È questa la riflessione centrale di un’analisi pubblicata dal quotidiano dominicano Acento, che descrive Haiti come uno Stato ormai quasi assente, dominato da bande armate e incapace di garantire sicurezza, istituzioni funzionanti e controllo del territorio.
Secondo dati delle Nazioni Unite, le gang controllano oggi tra l’80 e il 90% della capitale Port-au-Prince. La missione internazionale guidata dal Kenya non è riuscita a ristabilire l’ordine e la nuova forza multinazionale, ora sotto comando mongolo, eredita una situazione definita “altamente volatile”.
Per la Repubblica Dominicana il problema è tutt’altro che distante. I due paesi condividono oltre 370 chilometri di frontiera e la crescente instabilità haitiana ha conseguenze dirette sulla sicurezza, sull’immigrazione irregolare, sul commercio e persino sulla politica interna dominicana. Negli ultimi mesi le autorità di Santo Domingo hanno intensificato i controlli militari lungo il confine e proseguito con deportazioni di massa di cittadini haitiani.
L’articolo sottolinea però una contraddizione spesso ignorata nel dibattito pubblico: mentre il discorso politico dominicano si irrigidisce, l’economia continua a dipendere in parte dal mercato haitiano e dalla manodopera proveniente dal paese vicino. Nel primo trimestre del 2026 le esportazioni dominicane verso Haiti sarebbero aumentate del 22%, trainate soprattutto da materiali da costruzione e prodotti alimentari.
Secondo diversi analisti citati da Acento, nessun muro o operazione militare potrà risolvere il problema senza una vera stabilizzazione di Haiti. La crisi attuale viene descritta come il risultato di decenni di instabilità politica, corruzione, interventi stranieri e collasso istituzionale aggravato dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021.
Nel reportage trovano spazio anche posizioni favorevoli a una cooperazione più stretta tra i due paesi. L’ex console haitiano Edwin Paraison sostiene che Repubblica Dominicana e Haiti siano legate da una “interdipendenza inevitabile” sul piano economico, ambientale e migratorio. Ignorare questa realtà, secondo lui, rischia soltanto di aggravare le tensioni.
L’analisi si conclude con una riflessione sul futuro dell’isola Hispaniola: invece di una relazione basata soltanto su muri, deportazioni e diffidenza reciproca, viene immaginato uno scenario di cooperazione economica, gestione comune delle migrazioni, integrazione energetica e sviluppo condiviso. Un progetto oggi lontano, ma che molti osservatori considerano l’unica soluzione duratura per evitare che la crisi haitiana continui a destabilizzare l’intera regione.

“È un miliardario che sfiderà i miliardari”. Con queste parole Lorena Gonzalez, la presidente della California Labor Federation, un importante sindacato, ha spiegato il suo sostegno alla candidatura di Tom Steyer (foto) a governatore del Golden State. Persino Bernie Sanders che ha spesso dichiarato la sua antipatia per i super-ricchi ha avuto parole dolci, asserendo che Steyer è un “amico”. E l’organizzazione “Our Revolution”, fondata da Sanders per lottare contro i poteri corporativi e i miliardari ed eleggere progressisti ha offerto il proprio endorsement a Steyer.

Le immagini delle grandi navi illuminate nei Caraibi, nel Mediterraneo o nei fiordi del Nord continuano a rappresentare, per milioni di persone, il simbolo della vacanza perfetta. Relax, buffet infiniti, spettacoli, escursioni e comfort galleggianti. Ma negli ultimi mesi qualcosa sembra incrinare questa immagine da cartolina.
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Il rifiuto da parte di Donald Trump della risposta iraniana al piano di pace americano apre una fase estremamente delicata per il Medio Oriente e per l’economia mondiale. Il presidente statunitense ha definito la proposta di Teheran “totalmente inaccettabile”, mentre l’Iran ha ribadito di non voler rinunciare né al proprio programma nucleare né al controllo strategico dello 
“La vera ragione per l’eliminazione del TPS è l’animosità del presidente verso i migranti di colore e il suo ovvio disgusto per gli haitiani in particolare”. Così l’avvocato Geoffrey Pipoly davanti ai giudici della Corte Suprema nella recente audizione sul tentativo dell’amministrazione Trump di eliminare il TPS (Temporary Protected Status), protezione temporanea a migliaia di migranti haitiani.
