Mondiale di calcio: siamo fuori. Anche stavolta!

C’è un’Italia che vince, entusiasma, fa sognare. Ma non è quella del calcio.
Mentre la Nazionale resta ancora una volta fuori dal Mondiale, incapace da oltre dodici anni di ritrovare dignità e identità, altri sport — spesso definiti “minori” — raccontano una storia completamente diversa. Una storia fatta di talento, sacrificio e risultati.
Nel tennis, gli italiani dominano la scena internazionale, vincendo tornei e conquistando classifiche. In Formula 1 torniamo a competere ad altissimo livello, nello sci continuiamo a produrre campioni, e perfino nel baseball — disciplina certo non centrale nella nostra tradizione — siamo arrivati quarti al Mondiale.
E poi c’è il calcio. Il nostro sport nazionale. Quello che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante del Paese. Quello dei quattro titoli mondiali, della tradizione, della passione popolare.
Oggi, invece, è diventato il simbolo di un fallimento.
Una Nazionale senza anima, senza gioco, senza orgoglio. Un gruppo di giocatori strapagati, incapaci di reggere il peso della storia che indossano. Mentre altri Paesi crescono, si rinnovano, investono nei giovani e nella formazione, l’Italia resta ferma, prigioniera di un sistema vecchio, autoreferenziale, incapace di autocritica.
Leggo sulla stampa alcune frasi che mi hanno colpito e che vi partecipo: “Un tempo in Italia i bambini crescevano con gli idoli, con le notti d’estate, con le partite viste insieme alla famiglia, agli amici, allo sconosciuto che abbracciavi per strada dopo una vittoria. I ragazzi di oggi non hanno vissuto il silenzio irreale di Pasadena dopo quel rigore sbagliato di Roberto Baggio, né le lacrime di Franco Baresi. Non sanno cosa significa trattenere il respiro mentre Fabio Grosso scrive la storia. E non hanno mai sentito, sulla pelle, quel brivido della voce del telecronista che urla: “Il cielo è azzurro sopra Berlino. Oggi invece cresce una generazione che il Mondiale lo guarda senza l’Italia”.
E così, mentre altrove si costruiscono vittorie, noi collezioniamo delusioni. Mentre altri sport esaltano il tricolore, il calcio lo trascina nel fango.
La verità è amara ma necessaria: il problema non è solo tecnico, è culturale. È un sistema che premia la mediocrità, che si accontenta, che ha perso fame e identità.
E fa ancora più male pensare che parliamo della stessa Italia che è stata quattro volte Campione del Mondo. Una storia gloriosa che oggi sembra lontana anni luce.
Forse è arrivato il momento di smettere di vivere di ricordi. Di smettere di proteggere privilegi e fallimenti. Di ricostruire davvero, dalle fondamenta.
Perché un Paese che vince ovunque non può accettare di essere umiliato proprio nel suo sport più amato.