Non è solo fuga dei cervelli: sempre più giovani italiani tornano dall’estero

Per anni abbiamo raccontato soprattutto una direzione: quella dei giovani italiani che partono.
Laureati, professionisti, ricercatori e ragazzi alla ricerca di migliori opportunità hanno lasciato l’Italia per Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia, Stati Uniti e altri Paesi.
Ma c’è anche un altro movimento, molto meno raccontato: quello di chi torna.
Secondo il nuovo Focus della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, negli ultimi cinque anni sono rientrati in Italia oltre 129 mila giovani tra i 18 e i 39 anni dopo un’esperienza all’estero. E il fenomeno è in crescita.

Il dato che cambia la prospettiva
Tra il 2011 e il 2015 si registravano 26 rientri in Italia ogni 100 trasferimenti all’estero.
Nel quinquennio successivo il rapporto è salito a 31.
Tra il 2021 e il 2025 è arrivato a 40 rientri ogni 100 espatri.
Attenzione, però: questo non significa che quattro giovani su dieci partiti siano necessariamente tornati. Il dato confronta i flussi di espatrio e rimpatrio registrati nei diversi periodi. È comunque un indicatore importante perché mostra quanto il movimento di ritorno sia diventato più consistente.
Perché tornano?
La risposta più interessante è che lo stipendio non è tutto.
L’età media di chi rientra è di 29,6 anni. Sono quindi persone ancora giovani, ma spesso già con un percorso di studio o di lavoro alle spalle.
Per molti, andare all’estero rappresenta una fase della propria vita: si parte per studiare, fare esperienza, imparare una lingua, costruire una carriera. Poi, dopo alcuni anni, si rivalutano le proprie priorità.
E in questa scelta entrano la famiglia, gli affetti, la qualità della vita e la possibilità di conciliare meglio lavoro e vita personale.
Il lavoro non è necessariamente il motivo per restare fuori
Un altro dato sorprendente emerge dalle risposte di chi è tornato.
Il 37% dei rimpatriati ha trovato lavoro soltanto dopo essere rientrato in Italia. Non tutti, quindi, tornano perché hanno già un posto di lavoro pronto ad aspettarli.
Eppure la valutazione dell’esperienza di ritorno è in molti casi positiva.
Oltre il 70% dichiara di essere più soddisfatto della propria situazione personale, mentre il 53,5% considera la propria situazione professionale uguale o migliore rispetto a quella precedente.
Cosa piace di più dell’Italia?
Qui emerge un’altra sorpresa.
Tra gli aspetti considerati migliori o almeno equivalenti rispetto all’esperienza all’estero, al primo posto ci sono le possibilità di conciliare vita privata e lavoro, indicate dal 75% degli intervistati.
Seguono il clima lavorativo, con il 67,9%, le tutele del lavoratore, con il 64,3%, e i benefit, con il 60,7%.
Il punto più debole rimane invece quello economico: soltanto il 42,9% considera adeguati gli stipendi rispetto al costo della vita.
È un dato che dice molto.
L’Italia può risultare meno competitiva sul piano salariale, ma per una parte di chi è stato all’estero può offrire condizioni di vita e relazioni personali che pesano nella decisione finale.
Da dove tornano?
La Germania e il Regno Unito sono tra i Paesi dai quali proviene il maggior numero di giovani rimpatriati.
Il rapporto più alto si registra proprio tra chi rientra da queste due destinazioni: 42 rimpatri ogni 100 espatri, contro una media europea di 32,5.
E anche la geografia italiana dei rientri è interessante.
La Lombardia è al primo posto, con il 19,8% dei giovani rimpatriati. Ma il dato forse più curioso riguarda il Mezzogiorno: complessivamente rappresenta il 31,7% dei rientri.
La Sicilia, da sola, arriva al 9,2%, praticamente alla pari con il Lazio, al 9%.
Il ritorno non cancella la fuga
Sarebbe però sbagliato trasformare questi numeri nella prova che la fuga dei giovani italiani sia finita.
Non è così.
Le partenze continuano a essere superiori ai rientri. Il fenomeno dei rimpatriati racconta piuttosto qualcosa di più complesso: l’emigrazione non è sempre un viaggio di sola andata.
Un giovane può partire, costruire competenze all’estero e poi decidere di riportarle in Italia.
Ed è proprio questo il capitale che il Paese dovrebbe cercare di non perdere.
Il vero problema è farli rimanere
La questione, quindi, non è soltanto convincere gli italiani all’estero a tornare.
È soprattutto creare le condizioni perché possano restare.
Il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca, ha sottolineato proprio la necessità non solo di favorire i rientri, ma anche di rendere questa scelta duratura e di valorizzare le competenze maturate oltreconfine.
È una sfida importante anche perché chi torna porta con sé qualcosa che l’Italia ha spesso difficoltà a costruire internamente: esperienza internazionale, lingue, competenze professionali e un diverso modo di vedere il lavoro.
Per anni abbiamo chiamato “fuga dei cervelli” il viaggio degli italiani verso l’estero.
Forse dovremmo cominciare a raccontare anche il viaggio nella direzione opposta.
Perché quei 129 mila giovani tornati negli ultimi cinque anni rappresentano una parte dell’Italia che, dopo aver visto il mondo, ha deciso di riprovarci a casa.