NOVITALIA, il romanzo della cittadinanza negata

Nel cuore del Pacifico, lontano da tutto e da tutti, tre isole dimenticate diventano il palcoscenico di una delle epopee più originali dell’identità italiana. È lì che la famiglia Ferraris, discendente di emigranti piemontesi partiti nel 1906, ha costruito un mondo a sé: un’Italia in miniatura, dove si parla italiano e piemontese, si mangiano piatti tipici, si canta “’O mia bela Gigogin” e si educano i figli all’amore per la patria degli avi, anche senza averla mai vista.
“Novitalia” racconta, tra ironia e commozione, la storia di questi italiani senza passaporto, ma con un legame viscerale alla cultura e alle tradizioni del Belpaese. Dalle prime imprese di Giovanni Ferraris, il romanzo attraversa generazioni, passioni, commerci, amori e ideali, fino a culminare nella nascita di una nazione: Novitalia, patria senza esercito, ma con una bandiera a scacchi bianco-rosso-verde e una storia che profuma di sugo, libertà e testardaggine.
Una patria nuova per chi, pur avendo sangue italiano, non ha più diritto a un passaporto. Un rifugio per chi porta l’Italia nel cuore, ma non nei documenti.
Una narrazione intensa, affettuosamente ironica, nel solco dei grandi romanzi sudamericani, dove l’identità non si eredita: si costruisce.
Di NOVITALIA pubblichiamo di seguito il prologo. Se vorrete acquistare il romanzo è semplice. basta cliccare questo link e vi arriverà a casa.
PROLOGO
Non si può capire chi è Giuliano Ferraris se non si parte da molto lontano.
E per molto lontano non si intende il Sud del mondo o qualche isola sperduta tra le onde, ma il cuore battente delle colline piemontesi, là dove il sole stendeva ombre lunghe tra i filari e le donne mormoravano ancora il rosario in dialetto.
È da lì che viene tutto. È da lì che partì Giovanni Ferraris, fu Edoardo, nell’anno del Signore 1906, con una valigia di cuoio consunto e l’idea fissa di non seguire nessuno.
Nel 1905, un “tempestón” che fino a decenni fa i vecchi di Gattinara ricordavano con le braccia alzate e la bocca spalancata, spazzò via vigne, raccolti, tetti, e financo le speranze. L’uva marcì sui tralci, il fieno imputridì nei fienili e il parroco parlò di punizione divina, mentre il sindaco biascicava di sfortuna naturale.
Molti fecero fagotto e andarono in America, quella del Nord, a Canton, nel Massachusetts, per ogni emigrante il lavoro non mancava. Ma Giovanni no.
—Chi va dove vanno tutti, troverà solo quello che trovano gli altri. Io voglio qualcosa che sia solo mio—, diceva Giovanni Ferraris, fu Edoardo.
Così prese sua moglie Rosa, donna forte e silenziosa come un albero da frutto, e i figli Pietro e Battista, e si imbarcò su un battello a vapore che odorava di carbone e di promesse lontane.
La meta non era chiara nemmeno a lui. Nessuno in famiglia sapeva leggere. Arrivarono a Genova e comprarono biglietti “per andare lontano”.
Il tizio allo sportello lo guardò sorridendo: “Lontano dove?” gli domandò. Ma Giovanni Ferraris, fu Edoardo, non lo sapeva e solo rispose “Lontano”. E il tipo gli staccò quattro biglietti per la destinazione più lontana che aveva, l’Australia.
Quello che Giovanni sapeva era che voleva sbarcare in un posto dove nessuno gli avrebbe detto “sei uno come tanti”, ma piuttosto: “chi sei? raccontami”.
Quando arrivò in Australia si rese conto che quel posto era già troppo popolato per i suoi gusti. C’erano italiani che facevano gli scaricatori nel porto. Si fece capire da uno e questi lo accompagnò a comprare altri quattro biglietti per andare ancora più lontano.
E fu così che approdò su un’isola della Papuasia, senza nome, segnata sulle mappe in modo approssimativo, ma viva come un cuore appena nato.
Rosa lo guardò e, per la prima volta in vita sua, gli si mostrò arrabbiata e decisa: “O qui o in nessun altra parte. Prendo i miei figli e ce ne torniamo da dove siamo venuti. E se tu vuoi continuare a vagabondare per trovare il posto che desideri, fallo pure..”.
E lì accadde la cosa più incredibile: il re dell’isola, sovrano di pelle scura e occhi profondi, li vide sbarcare e gli si fece incontro.
Li accolse non con diffidenza, non con timore, ma con una curiosità antica, degna di un incontro tra mondi che si erano sognati senza mai toccarsi.
Mai aveva visto uomini dalla pelle così chiara, né donne con la voce che sembrava una canzone anche quando sgridavano i figli.
Giovanni Ferraris capì che doveva trattarsi del capo da una specie di corona che teneva in testa e da un rosario di mogli e figli che lo seguivano. Si tolse il cappello e lo salutò in piemontese. Il re dette l’impressione di aver capito e sorrise.
Una donna si staccò dalla coorte del re e gli si avvicinò. “Napolitano?” gli domandò. Giovanni Ferraris si stupì. La guardò esterrefatto e chiese: “Napolitano?”.
L’altra gli sorrise. “io vedova di un napolitano – spiegò – Capisco poco italiano”.
Ferraris si asombrò. “Sono già arrivati anche qui, pensò, se fossimo andati sulla Luna sicuro che ne avremmo trovato uno anche là, prima di noi” E sorrise tra se.
“Più italiani qui?” chiese curioso.
“No. Marito napolitano morto. Io no figli. Voi soli italiani nuovi”. Poi si volse e spiegò tutto al re Tumasun che l’aveva presa in sposa dopo la vedovanza e aggiunta al suo harem.
Tumasun non solo lo lasciò restare: gli offrì un lembo di terra tra le mangrovie e le colline, dove poteva costruire una casa, piantare, allevare, vivere, perché si ricordava di quell’altro italiano, il napoletano, che gli aveva insegnato parecchie cose.
Giovanni Ferraris accettò senza baciare anelli ma con rispetto profondo, e da lì cominciò tutto.
Nessun altro italiano venne dopo.
Non c’erano lettere in arrivo, né parenti che volessero seguirlo in quel punto del mondo che sembrava troppo lontano anche solo da immaginare.
Per decenni, i Ferraris furono gli unici italiani dell’isola.
Una stirpe solitaria ma tenace, una fiammella accesa nel buio che si tramandava senza mai spegnersi.
Giovanni Ferraris, che pure non sapeva scrivere il proprio nome senza sbagliare almeno una lettera, sapeva però riconoscere una pianta utile da una buona distanza. E fu proprio durante una delle sue esplorazioni, spingendosi tra i fiumi densi e le radici enormi che sbucavano dalla terra come serpenti addormentati, che vide per la prima volta i semi del cacao.
—Questo l’ho già visto,— mormorò tra sé, sfregandosi le mani.
Un cugino di Torino, uno dei pochi parenti che non si erano imbarcati per l’America, gli aveva raccontato una volta, tra un bicchiere di barbera e l’altro, come funzionava il commercio del cacao. Gli aveva anche spiegato, con parole e gesti, come trattarlo, fermentarlo, tostarlo e trasformarlo in una crema densa, nera come la notte e profumata come la domenica mattina in pasticceria.
Così Giovanni si rimboccò le maniche, raccolse i baccelli con cura religiosa, li aprì uno a uno con il machete che si era fatto prestare da un pescatore, stese i semi al sole e li lasciò fermentare in casse di legno grezzo che costruì con le sue mani.
Ogni giorno li rigirava, li annusava, li benediceva come se fossero figli.
Poi li tostò su pietre roventi, li macinò con una macina a mano, e ne fece una pasta grezza, amara, potente, che lo stordì al primo assaggio. Ma era cioccolata. Vera.
—Adesso vediamo se questi selvaggi hanno gusto…—, disse sorridendo, mentre versava la prima tazza fumante in una ciotola di cocco levigato.
Portò quella cioccolata densa e calda al re Tumasun, che sedeva all’ombra del suo albero sacro, circondato da mogli, consiglieri e bambini che giocavano con le piume.
Il re annusò, si accigliò, prese la ciotola con aria sospettosa e bevve un sorso.
Il silenzio durò due secondi esatti.
Poi sputò tutto con violenza, tossendo come se avesse ingerito veleno.
—AGH!—, fece, e si asciugò la bocca col braccio.
—Che porcheria è mai questa?!— gridò nella sua lingua, e si alzò infuriato.
I consiglieri lo guardarono preoccupati, mentre Giovanni Ferraris si faceva piccolo come un grillo.
Aveva dimenticato qualcosa.
Lo zucchero.
Il cacao, così com’era, sapeva di terra, di fumo, di legno. Un pugno sul palato.
Allora corse alla sua capanna, prese un pugno di zucchero di canna grezzo, che aveva barattato con una gallina pochi giorni prima, e lo sciolse nella pasta.
La mescolò con pazienza fino a farla diventare una crema lucida e setosa, come il fango dei fiumi dopo un temporale.
Questa volta, però, non osò offrirla di nuovo al re.
Andò da una delle sue mogli, una donna alta, con i capelli intrecciati d’oro e gli occhi come due lame di giada.
Era la vedova del napoletano, la stessa che parlava un po’ d’italiano e aveva sorriso al suo arrivo.
Lei prese la ciotola, bevve un sorso e strabuzzò gli occhi.
Li roteò come se avesse visto un dio in forma liquida.
E poi, con voce profonda e squillante, esclamò:
—Figaaa, che buona!—
Giovanni sobbalzò.
Aveva capito quelle parole.
Erano italiane. O meglio, erano napoletane travestite da papuane.
Una lingua nata dall’amore e dalla cucina.
—Capito bene?— chiese, stupito.
La donna annuì. —Parole di mio marito napolitano. Io ricordo.—
A quel punto il re, incuriosito da quel piccolo miracolo, chiese di provarla di nuovo.
Bevve un sorso, poi un altro.
Stette zitto. Poi scoppiò a ridere e diede una sonora pacca sulla spalla al Ferraris che quasi gli fece volare il cappello.
—Nu…Bella!— esclamò il re.
Nella sua lingua, quella parola significava “buonissima”.
Pietro e Battista, che oltre al piemontese conoscevano bene l’italiano per averlo appreso nei primi anni di scuola, crebbero tra le capanne e i racconti del loro Paese lontano, tra pappagalli dai colori impossibili e le ricette della nonna, che Rosa ripeteva come preghiere.
La lingua italiana si mescolò con quella locale, ma senza dissolversi.
Come una spezia rara: bastava poco per riconoscerla subito.
La vera svolta arrivò quando Pietro e Battista, ormai adulti, presero a caricare canoe e catamarani rudimentali con tavolette di cioccolata e a portarle nelle isole vicine.
Ovunque andassero, venivano accolti come mercanti di meraviglie.
La “Nu Bella” – come l’aveva chiamata il re Tumasun, la
barattavano conchiglie rare, frutti esotici, spezie profumate, e persino due pavoni che ancora oggi campeggiano nell’antico cortile della casa Ferraris.
Un giorno, però, Giovanni li chiamò a raccolta.
Li fece sedere a tavola, li guardò in silenzio per un istante, poi estrasse dal forno un grande disco rotondo e dorato, steso su una foglia di palma come fosse un ostensorio.
—Assaggiate,— disse, con l’aria solenne di chi ha scoperto il segreto della vita.
I due fratelli masticarono, poi si guardarono, poi sgranarono gli occhi.
—Bun… Bun… Bun… Buono!— continuavano a ripetere, le labbra ancora unte, il cuore in festa.
—Come ti è venuta in mente questa ricetta?— chiese Pietro, quasi commosso.
Giovanni sorrise.
—La vedova—, rispose.
—Continuava a dirmi: “Marito mio sapeva cucinare…” e mi ha fatto vedere quello che faceva. Ma non doveva essere molto capace: usava una specie di tegame tutto annerito. Quando me ne porse un pezzo, lo annusai e scuotendo la testa le dissi: “No buona. Puzza!”—
A quel ricordo, rise.
—E sai cosa fece lei? Si illuminò. Disse: “Sì! Puzza! Puzza!” tutta contenta.—
Allora Giovanni si mise al lavoro.
Fece lievitare la massa con pazienza, usò il succo di un frutto rosso che sapeva di pomodoro, aggiunse formaggio grattugiato di capra e mucca, e infine mise tutto in forno a legna, su una pietra scaldata dal fuoco, come faceva sua madre in Piemonte con il pane.
—Quando fu pronta, gliela feci assaggiare di nuovo. Lei la mangiò e disse: “Puzza! Puzza!” contenta come una bambina.—
—Io la guardai e le dissi: “No, non puzza. Pizza.”—
—E lei: “Sì, pizza, pizza puzza!”—
—“No. Pizza!”—
—“Puzza!”—
—“Pizza!”—.
I figli risero fino alle lacrime, mentre Rosa scuoteva la testa fingendo di essere scandalizzata.
E anche quella nuova invenzione cominciò a circolare sulle tavole degli isolani, che la mangiavano a mani nude, leccandosi le dita e ridendo, e i figli di Giovanni la portarono nelle isole vicine, presentandola come “cibo sacro dei bianchi del cacao”.
Fu così che la famiglia Ferraris divenne produttrice di cioccolata e di pizza.
Andarono al registro regale e registrarono i nomi con la calligrafia storta di un consigliere di corte:
“Cioccolata. Nu Bella. Pizza.”