Vancouver onora Umberto Menghi, l’ambasciatore dell’ alta cucina italiana

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Geniale. Ambizioso. Perfezionista. Un tenace visionario che è diventato leggendario sulla scena gastronomica di Vancouver e ne ha oltrepassato i confini. Uno chef che ha re-inventato e rivoluzionato la cucina italiana in questa città, un maestro che ha formato alcuni dei più celebrati chefs locali, generoso con i propri dipendenti ma anche esigente fino ad apparire inflessibile. Questo è l’uomo che il 4 maggio di quest’anno è salito sul podio al Fairmont Hotel Vancouver per ricevere il Vancouver Magazine Restaurant Awards Hall of Fame Inductees, il riconoscimento più ambito e prestigioso della British Columbia.

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Umberto Menghi era arrivato  a Vancouver nel 1969, con alle spalle l’esperienza già accumulata durante il suo tirocinio presso alberghi e ristoranti in Italia, Francia, Londra e altri paesi e finalmente a Montréal per lavorare durante Expo 67. Aveva allora solo 23 anni, parlava tre lingue, e aveva già stabilito il suo traguardo: diventare uno chef di prima grandezza. Per questo, da adolescente, a dodici anni,  aveva lasciato la sua famiglia e la sua città, Pontedera in provincia di Pisa per studiare e fare esperienza. Trovò subito un contratto come chef presso Hotel Vancouver in pieno centro città e pochi anni dopo, nel 1973, aprì il suo primo ristorante, “Il Giardino”, ambientato in una casetta storica che anni dopo lui donò alla Vancouver Heritage Foundation. Iniziò così la rivoluzione irreversibile che ha trasformato l’immagine della cucina italiana, fino ad allora rappresentata da spaghetti con polpette al pomodoro serviti in ristorantini casarecci,  nella sofisticata esperienza che Menghi ebbe l’intuizione di proporre quando Vancouver era una città ancora non evoluta come le metropoli dell’Est canadese. Menghi offriva ai clienti un ambiente elegante, raccolto, ispirato alle ville della sua Toscana, usava ingredienti genuini e di prima qualità, proponeva pietanze solo apparentemente semplici ma in realtà prodotto di scelte attente, di maestria culinarian. In sala, un servizio attento e impeccabile. Il successo fu immediato, anche perché Menghi, oltre ad essere un sagace uomo d’affari, è anche un indiscusso affascinatore, un conversatore suadente che sa darti l’impressione di essere lì solo per te. I clienti aspettano che passi a salutarli,al loro tavolo, con  garbo compito ma caloroso come fossero amici da una vita, e se il conto è un po’ salato ne val bene la pena. Con la sua innata disinvoltura e capacità di comunicazione l’approdo in televisione era inevitabile. Nel 1987, Umberto lanciò e condusse la sua serie televisiva “The Elegant Appetite”, trasmessa in Canada e negli Stati Uniti. In seguito, collaborò alla realizzazione ed apparve nelle trasmissioni pubblicitarie dei ristoranti White Spot. Nei locali di Umberto, che negli anni ‘80 seppe espandere il suo impero fino a possedere 14 ristoranti a Vancouver, Whistler e San Francisco, son passati attori famosi, politici importanti, scienziati di fama, cantanti,e celebrità internazionali. Articoli elogiativi sono frequentemente apparsi sulle  maggiori riviste del settore in Nordamerica e i cinque volumi di ricette ispirate alla tradizione toscana che Menghi ha pubblicato hanno venduto migliaia di copie.

Menghi ha sempre coltivato un forte legame affettivo con la sua Toscana e con la sua famiglia. Vi torna molto spesso e ha affidato alla sorella Marietta e al cognato la gestione di “Villa Delia” da lui acquistata e restaurata nel 1995. La bella villa d’epoca, che sorge su 54 acri di terreno a Ripoli di Lari in provincia di Pisa e fu ribattezzata“Villa Delia Hotel & Cooking School” in onore della loro madre, ha inaugurato un ponte gastronomico-culturale internazionale fondato sul concetto di offrire il meglio della cucina e dell’arte italiana;  Andrea Bocelli, amico e conterraneo di Umberto, è di casa a Villa Delia per concerti estivi.

Fra le molte ragioni del successo di Umberto contano senz’altro la sua disciplina, la sua meticolosa attenzione ai dettagli, l’esigenza di non lasciare nulla al caso. Ogni particolare dei suoi locali, dal tipo di servizio in sala fino al colore delle pareti, deve rispondere a precisi criteri da lui scelti altrimenti non esita a ritirarsi da un progetto anche se gli è già costato un sostanzioso investimento. Del resto, se lo può permettere. È una leggenda nel suo ramo, patriarca di una solida e unita famiglia, è ricco, ha ricevuto una serie di onori e riconoscimenti. Nel 2020, il Presidente della Repubblica Italiana gli ha conferito il cavalierato del prestigioso Ordine della Stella d’Italia. Il recente tributo del Vancouver Magazine, la pubblicazione che dal 1967 rappresenta la città, è solo l’ultimo in ordine di tempo. Umberto Menghi ha sempre avuto fiducia in se stesso, anche quando nessuno credeva alla sua visione, e la sua sicurezza è la vera ragione della sua ascesa,  anche se ha suscitato qualche commento sul suo“ego monumentale”. Ma Umberto è forse piú  complesso di come appare, forse un poco somiglia ai gatti assorti nel pensiero del proprio vero nome descritti da T.H. Eliot: “His ineffable effable/effanineffable/deep and inscrutable singular name.”




Addio a Wilma De Angelis, la voce di “Patatina” che portò il sorriso nelle case degli italiani

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Si è spenta a Milano a 96 anni. Cantante, protagonista di Sanremo e pioniera della cucina in televisione, ha attraversato oltre settant’anni di spettacolo senza perdere la sua spontaneità.

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Ci sono personaggi che riescono a entrare nelle nostre case in tanti modi diversi: attraverso una canzone ascoltata alla radio, un’esibizione sul palco di Sanremo o una trasmissione televisiva seguita durante il pranzo. Wilma De Angelis è stata tutto questo, una protagonista dello spettacolo italiano capace di reinventarsi nel corso degli anni, conservando quella simpatia che l’ha resa familiare a generazioni di telespettatori.

La cantante e conduttrice si è spenta a Milano l’11 ottobre 2026, all’età di 96 anni. A dare la notizia è stato il nipote Fabio De Angelis, che le ha dedicato un messaggio affettuoso, ricordandone le canzoni, il sorriso e la gioia di vivere. Parole che restituiscono l’immagine di una donna che, anche lontano dai riflettori, ha lasciato un segno profondo nei suoi affetti.

Dagli esordi al successo di Sanremo

Nata a Milano l’8 aprile 1930, Wilma si avvicinò giovanissima alla musica, studiando canto e iniziando a esibirsi nei locali milanesi. Nel 1956 ottenne il titolo di Reginetta italiana del jazz, un riconoscimento che segnò una tappa importante nel suo percorso artistico.

Il grande pubblico imparò a conoscerla soprattutto attraverso il Festival di Sanremo, dove debuttò nel 1959 interpretando Nessuno, in abbinamento con Betty Curtis, e Per tutta la vita, insieme a Jula de Palma.

L’anno successivo tornò sul palco dell’Ariston con Quando vien la sera, cantata in coppia con Joe Sentieri, conquistando il terzo posto. Ma fu nel 1961 che arrivò uno dei momenti più popolari della sua carriera, grazie a Patatina, la canzone di Gianni Meccia che le procurò un soprannome destinato a rimanere legato per sempre al suo nome: Miss Patatina.

Wilma partecipò complessivamente a nove edizioni del Festival, attraversando una stagione in cui la musica leggera italiana entrava nelle case attraverso la radio, i dischi e le prime grandi trasmissioni televisive.

Il suo repertorio comprendeva brani romantici e canzoni più spensierate, capaci di raccontare un’Italia che cambiava, ma che continuava a riconoscersi nelle melodie semplici e nei ritornelli da cantare insieme.

Quando la cucina diventò spettacolo

La carriera di Wilma De Angelis non si fermò alla musica. Alla fine degli anni Settanta, grazie anche all’incontro con Paolo Limiti, iniziò una nuova avventura professionale che l’avrebbe resa popolare presso un pubblico ancora più vasto.

Su Telemontecarlo arrivò Telemenù, seguito da trasmissioni come Sale, pepe e fantasia e A pranzo con Wilma. Erano programmi nei quali la cucina diventava un’occasione per stare insieme, raccontare esperienze quotidiane e condividere piccoli segreti domestici.

Wilma non si presentava come una chef distante dal pubblico, ma come una presenza amichevole, capace di spiegare una ricetta con semplicità e di trasformare la preparazione di un piatto in un momento di intrattenimento.

In un’epoca in cui i programmi culinari non occupavano ancora lo spazio che avrebbero conquistato negli anni successivi, contribuì a rendere la cucina un genere televisivo riconoscibile e popolare. Pubblicò anche libri di ricette e continuò a essere associata a quel mondo fatto di sapori, familiarità e conversazioni davanti ai fornelli.

Un’artista capace di reinventarsi

Nel corso della sua lunga carriera, Wilma De Angelis si cimentò anche con la recitazione, partecipando a produzioni televisive e cinematografiche, e tornò più volte sul piccolo schermo come ospite.

La sua presenza televisiva non apparteneva soltanto ai ricordi del passato. Negli anni successivi continuò a comparire in programmi dedicati alla musica e allo spettacolo, dimostrando di saper dialogare anche con generazioni che non avevano vissuto direttamente i suoi esordi.

Il suo percorso racconta una caratteristica non comune: la capacità di cambiare strada senza rinnegare ciò che si era stati. Prima cantante, poi volto familiare della cucina in televisione, Wilma seppe costruire una seconda stagione di popolarità che si affiancò alla prima, anziché cancellarla.

Il ricordo di una stagione italiana

La scomparsa di Wilma De Angelis chiude un altro capitolo della storia dello spettacolo italiano del Novecento. Con lei se ne va una protagonista che ha attraversato epoche diverse, dal mondo dei night milanesi al Festival di Sanremo, dalla radio alla televisione, fino ai programmi che hanno trasformato la cucina in un appuntamento quotidiano.

Per molti resterà la voce di Patatina; per altri sarà la donna sorridente che preparava ricette davanti alle telecamere, entrando nelle case con la naturalezza di una vecchia conoscenza.

Forse è proprio questa la misura più autentica dell’affetto che il pubblico le ha riservato: essere ricordata non soltanto per i successi, ma per la familiarità che sapeva trasmettere.

Le canzoni possono continuare a essere ascoltate e le vecchie trasmissioni possono tornare sugli schermi, ma il ricordo più prezioso resta quello di una donna che ha saputo regalare momenti di leggerezza e compagnia.

Ciao, Wilma. La tua voce e il tuo sorriso continueranno a far parte dei ricordi di chi è cresciuto con te.




È morto Piero, la voce di “Mi viejo”: dall’Italia all’America Latina una vita in musica

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Nato a Gallipoli e emigrato in Argentina a soli tre anni, Piero De Benedictis è diventato una delle grandi voci della canzone popolare latinoamericana. Aveva 81 anni

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È morto a Buenos Aires, all’età di 81 anni, Piero Antonio Franco De Benedictis, conosciuto semplicemente come Piero, uno dei cantautori più popolari e riconoscibili della musica latinoamericana.

La notizia è stata comunicata dalla famiglia e dagli amici dell’artista il 7 ottobre. Piero era ricoverato a Buenos Aires e, al momento, non è stata comunicata ufficialmente la causa della morte.

Per gli italiani all’estero, però, la sua storia ha un significato particolare.

Perché Piero era italiano.

Nato il 19 aprile 1945 a Gallipoli, in Puglia, lasciò l’Italia quando aveva appena tre anni e raggiunse l’Argentina insieme alla madre e alla sorella, per ricongiungersi con il padre che si era già stabilito a Banfield, nella provincia di Buenos Aires.

Quella che era cominciata come una storia di emigrazione sarebbe diventata una straordinaria carriera artistica.

Dall’emigrazione alla musica

Piero crebbe in Argentina e fu proprio lì che costruì la sua identità artistica.

La sua carriera cominciò negli anni Sessanta. Nel 1964 debuttò in televisione nel programma Remates musicales, dopo aver abbandonato la formazione sacerdotale iniziata qualche anno prima.

Nel 1968 incontrò il poeta e autore José Tcherkaski. Da quell’incontro nacque una collaborazione destinata a produrre alcune delle canzoni più conosciute della sua carriera.

Tra queste, naturalmente, “Mi viejo”.

“Mi viejo”, una canzone diventata memoria collettiva

Pubblicata nel 1969, Mi viejo divenne rapidamente uno dei brani più celebri di Piero e superò i confini dell’Argentina.

La canzone raccontava il rapporto tra un figlio e il proprio padre, il passare degli anni e la trasformazione dell’uomo che un tempo sembrava invincibile e che, con il tempo, comincia a camminare più lentamente.

Una storia semplice, ma capace di parlare a generazioni diverse.

È diventata nel tempo una delle canzoni più associate alla figura paterna in tutta l’America Latina ed è stata reinterpretata da numerosi artisti.

E ancora oggi basta pronunciare il nome di Piero perché per milioni di persone quelle prime parole della canzone riportino immediatamente alla memoria un padre, un’immagine familiare, un’epoca.

Dalla canzone d’amore alla canzone sociale

Ma Piero non fu soltanto l’interprete di Mi viejo.

Negli anni Settanta la sua musica assunse sempre più una forte dimensione sociale e politica.

Brani come “Para el pueblo lo que es del pueblo”, “Que se vayan ellos” e “Pedro Nadie” lo trasformarono in una delle voci della canzone di protesta latinoamericana.

Era un periodo particolarmente difficile per l’Argentina.

Dopo il colpo di Stato militare del 1976, Piero lasciò il Paese e visse in esilio, prima in Spagna e successivamente in Colombia, dove avrebbe costruito un rapporto profondissimo con il Paese, fino ad ottenerne la cittadinanza nel 1994.

Il suo percorso artistico si intrecciò così con una parte importante della storia politica e sociale dell’America Latina.

Un italiano diventato simbolo della musica latinoamericana

C’è un elemento della sua biografia che rischia di passare in secondo piano davanti alla fama conquistata in Argentina.

Piero non era nato argentino.

Era nato in Italia e apparteneva a quella generazione di bambini italiani che nel dopoguerra partirono con le proprie famiglie verso altri Paesi alla ricerca di una nuova vita.

La sua storia dimostra anche quanto possa essere complesso il concetto di identità.

Piero diventò argentino attraverso la vita, la lingua, la musica e la cultura. Ma rimase anche figlio di un’emigrazione italiana che aveva portato milioni di persone in ogni angolo del mondo.

Nel suo caso, quella storia partì da Gallipoli e arrivò fino ai grandi palcoscenici dell’America Latina.

Una carriera lunga oltre mezzo secolo

Piero ha attraversato più di sei decenni di musica.

Ha conosciuto il successo, l’esilio, il ritorno in Argentina e una lunga stagione di concerti e iniziative sociali.

Nel 2016 la Latin Recording Academy gli assegnò il Premio alla Eccellenza Musicale, riconoscimento alla sua lunga carriera e al contributo dato alla musica latinoamericana.

La sua attività non si limitò inoltre alla musica: nel corso degli anni Piero partecipò a iniziative legate alla pace, alla solidarietà e soprattutto ai bambini e ai giovani.

Il suo messaggio pubblico rimase legato a parole come pace, giustizia sociale e speranza.

“La sua voce resterà con noi”

Nel comunicato diffuso dopo la sua morte, la famiglia ha ricordato proprio la sua voce e il messaggio che aveva cercato di trasmettere attraverso tutta la sua vita artistica.

E forse è questa la sintesi migliore della storia di Piero.

Un bambino partito dall’Italia a tre anni.

Un ragazzo che in Argentina scoprì la musica.

Un cantante diventato famoso con una canzone dedicata al padre.

Un artista che poi trasformò la propria musica in uno strumento per raccontare la società, le ingiustizie, la pace e le speranze di un continente.

Piero è morto a Buenos Aires, ma la sua storia appartiene a due mondi.

Quello italiano da cui era partito.

E quello latinoamericano che lo aveva adottato e trasformato in una delle sue voci più amate.

E ogni volta che qualcuno ascolterà Mi viejo, quella storia tornerà inevitabilmente a vivere.

 

Nella foto: Piero durante un concerto al Lincoln Center di New York, nel 2010. Il cantautore italo-argentino è morto a Buenos Aires a 81 anni. Foto: Miguel Rajmil/EFE

 




Il primo europeo nella città di Ur

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440 anni fa nasceva il viaggiatore Pietro Della Valle

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C’è chi fu mosso da una grande sete di avventura, chi dal miraggio di guadagni importanti, chi mosso da grande fede. Per Pietro Della Valle fu invece una delusione d’amore a spronarlo a intraprendere un lungo viaggio. Partì da Venezia l’8 giugno 1614, imbarcato sul vascello di guerra Gran Delfino, per visitare i luoghi Santi. Si ritrovò ad essere il primo il primo europeo che abbia visitato le rovine delle tombe reali di Ur, la cui scoperta fu una delle più straordinarie ed emozionanti che si siano mai registrate negli annali dell’archeologia.

Nato a Roma il 2 aprile 1586, Pietro Della Valle appartenente a un’importante famiglia della nobiltà romana, e fu avviato agli studi   letterari, giuridici e musicali. Il suo carattere irrequieto lo portò a interessarsi di varie discipline e dopo essere entrato in una delle più importanti accademie, quella degli Umoristi, iniziò ad appassionarsi alla musica  sotto la guida di Paolo Quagliati, per il quale compose il libretto di un dramma in musica, Il carro di fedeltà d’amore, rappresentato durante il carnevale del 1606.

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L’irrequietezza si manifestò anche nei rapporti sentimentali e lo trasformò in un viaggiatore. Della Valle viaggiò dapprima in Italia, e poi decise di spostare la propria residenza a Napoli (1609-1614). Qui strinse amicizia con il medico, arabista e naturalista Mario Schipano, al quale confidò il proprio progetto di viaggio in Terrasanta. Schipano gli propose di raccogliere durante il viaggio manoscritti e campioni di piante e minerali e di inviargli regolarmente delle lettere che lui avrebbe rielaborato e pubblicato. I propositi però furono rimandati per vari anni perché il romano fu impegnato   in imprese belliche. Imbarcato su galere maltesi per combattere contro i barbareschi, Pietro Della Valle visse intensamente anche una relazione amorosa, da cui ebbe due figli illegittimi.

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Lasciata infine Napoli e trasferitosi a Venezia, nel 1614 il nobile romano diede finalmente inizio a un viaggio che sarebbe durato dodici anni.   Raggiunse Costantinopoli con un seguito di una decina di persone, fra cui due servitori e un pittore e nell’ex capitale dell’Impero Romano d’Oriente  si fermò un anno venendo ospitato dall’ambasciatore francese Philippe de Harlay de Cézy. Nell’attuale Istanbul Della Valle  scoprì anche una bevanda fino ad allora ignota in Italia: il caffè. Il viaggiatore ripartì alla volta  di  Alessandria, visitò il Cairo e Giza,  e a Saqqara scoprì le mummie con i tipici ritratti dei defunti. Dopo averne acquistato tre, le spedì subito in Italia ed oggi due di esse si trovano a Dresda, nell’Albertinum.

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Dopo aver fatto tappa a Gerusalemme, il viaggiatore decise di proseguire alla volta di Damasco e Aleppo, tappe di avvicinamento alla Persia. Della Valle era mosso sia dalla curiosità di arrivare a Baghdad sia dal desiderio di conoscere un paese nemico dell’impero ottomano.  Entrato in amicizia con lo   shah ‘Abbās I il Grande, il nobiluomo nato a Roma discusse con lui della possibilità di un’alleanza con le potenze cristiane, in cui coinvolgere anche i cosacchi, e della fondazione di una città, vicino ad Ispahān, che servisse come colonia cattolica dove far rifugiare i cristiani che soffrivano sotto il dominio ottomano. Tutti i progetti rimasero soltanto dei buoni propositi. Della Valle riferì nelle sue missive dettagliate le udienze e le manovre di ambasciatori indiani, ottomani, spagnoli, inglesi e moscoviti. Al suo ritorno egli tratteggiò un profilo ammirato dello shah nel libro Delle conditioni di Abbàs rè di Persia, pubblicato a Venezia nel 1628 e a Parigi nel 1631.

Per sei anni visse in Persia visitando molti luoghi del paese e descrivendo i suoi viaggi nel libro   De regionibus subiectis recentiori Persarum Imperio. Della Valle si appassionò all’archeologia e visitò praticamente primo europeo, Persepoli e Ur. In quest’ultima città scoprì le tavolette cuneiformi, qualcuna delle quali portò nel suo viaggio di ritorno e e identificando tra i primi un sistema di scrittura nei caratteri cuneiformi.

Appresa la lingua persiana, potè dare sfoggio della propria erudizione scrivendo poesie ma anche un testo in difesa della dottrina cristiana.  Divenne amico del matematico e astronomo Zayyn al-Dīn al-Lārī, per il quale compendiò e tradusse in persiano un trattato del gesuita Cristoforo Borri, sostenitore del sistema di Tycho Brahe, in alternativa a quello eliocentrico, all’epoca condannato dalla Chiesa cattolica.

Sulla via del ritorno, Della Valle si fermò a Baghdad dove conobbe una ragazza, Sitti Maana, di famiglia assira nestoriana, che in poco tempo divenne sua moglie. Il felice matrimonio durò cinque anni e fu troncato solo dalla prematura morte della giovane. Pietro non rinunciò alla moglie neanche in queste circostanze tragiche. Fece imbalsamare il corpo e lo portò con se per il resto del viaggio, per poterla seppellire a Roma.  Nel gennaio del 1623 si imbarcò per l’India  e si  fermò a Goa per poi navigare lungo la costa e  visitare Ikkeri, Mangalore e Calicut, venendo ricevuto con grandi onori dai sovrani locali. Sulla via del ritorno, raggiunse prima Bassora, attraverso il Golfo Persico, e proseguì poi via terra, passando per Aleppo, Antiochia e Alessandretta, e di lì di nuovo via mare per Malta, Messina e Napoli, giungendo a Roma il 28 marzo 1626. Dopo aver seppellito la moglie con una solenne cerimonia nella cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli, nel 1629 sposò la georgiana Maria Tinatin,  (era stata accolta orfana da bambina dalla stessa Sitti Maani) che gli diede numerosi figli.

La sua impresa giunse all’orecchio di papa Urbano VIII che lo nominò  cameriere d’onore di cappa e spada, chiedendogli altresì consigli per una missione in Georgia.

Tornato a Roma Della Valle trasformò la sua casa in uno dei centri della vita intellettuale romana   dell’epoca divenendo uno dei protagonisti degli studi orientali dell’epoca, in contatto con studiosi di tutta Europa, grazie alla sua conoscenza della lingua persiana, araba e il turco. Di questa ultima lingua Della Valle scrisse  una grammatica, rimasta però solo manoscritta. Collezionista di molti dizionari e grammatiche di varie lingue,  si procurò   manoscritti di vario argomento, storico, geografico, matematico, astronomico, linguistico, letterario, astrologico e astronomico, nonché testi biblici. Il suo acquisto più importante furono certamente due copie trovate a Damasco del Pentateuco samaritano, un testo noto ai padri della Chiesa ma di cui da secoli si erano perse le tracce, e che era molto importante per gli studi biblici. Un esemplare lo inviò subito al de Cézy, che glielo aveva commissionato, l’altro lo tenne per sé con l’intenzione di pubblicarlo, inviandolo infine al biblista francese Jean Morin perché lo pubblicasse a Parigi.

Autore del trattato “Della musica dell’età nostra che non è punto inferiore, anzi è migliore di quella dell’età passata”, compose la musica per alcuni oratori  e per una “veglia drammatica”, La valle rinverdita, eseguita in occasione della nascita della prima figlia, Romibera. Il suo nome però entrò nella storia grazie al suo straordinario resoconto dei viaggi. Pubblicò infatti le lettere inviate a Schipano che non erano mai state raccolte in libro. La prima venne data alle stampe nel 1650. La seconda, in due volume fu invece stampata a cura dei figli, dopo la morte di Pietro, avvenuta il 21 aprile 1652 a Roma.

Nelle complessive 2326 pagine, il viaggiatore descrisse da osservatore acutissimo i dettagli del mondo che lo circondava:   città e monumenti,   usi e costumi,  cibo,  feste popolari e  cerimonie religiose. Raccontò  di quando venne ricevuto dai sovrani, e delle vicende politiche e militari che si svolsero intorno a lui.  Molte sono le informazioni su come si viaggiava in quelle terre, su come si alloggiava, spesso presso case di ordini religiosi o di rappresentanti diplomatici europei, e su come funzionava la posta. La fama del  resoconto fu immediata e di portata europea: nel giro di vent’anni, fra il 1661 e il 1681, uscirono ben  tre edizioni integrali veneziane e due bolognesi, nonché una traduzione francese, una olandese e una tedesca, e una parziale inglese. Un successo che riprese anche nel secolo seguente con una traduzione integrale francese nel 1745. Della Valle attrasse anche le simpatie di Goethe, che nel suo West-östlicher Divan del 1819 dedicò a Pietro una lunga biografia, affermando che era grazie a lui che aveva capito l’Oriente.

Pietro  venne seppellito accanto a Sitti Maani, sotto il pavimento della cappella, senza lapide. Fra i molti tesori portati dal suo viaggio ci fu anche il  gatto persiano, molto amato dalla moglie,   introducendolo così per primo in Europa.

 




Addio a Peppino Mazzullo, la voce di Topo Gigio che ha fatto sognare generazioni di italiani

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È morto il 30 settembre, all’età di 100 anni, Giuseppe “Peppino” Mazzullo, l’attore messinese che per 45 anni ha dato voce a Topo Gigio, uno dei personaggi più amati della storia della televisione italiana. Si è spento nella sua casa di Santo Stefano di Briga, la frazione di Messina dove era nato il 6 giugno 1926 e dove aveva scelto di tornare dopo il ritiro dalle scene.

Per milioni di italiani il suo nome potrebbe non essere immediatamente riconoscibile, ma la sua voce è rimasta nella memoria collettiva. Era quella del piccolo topo dalle grandi orecchie, capace di parlare ai bambini con tenerezza e ironia, di conquistare il pubblico televisivo e di entrare nelle case delle famiglie italiane per decenni.

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Quarantacinque anni insieme a Topo Gigio

Il sodalizio con il pupazzo creato da Maria Perego e Federico Caldura cominciò nel 1961 e proseguì fino al 2006. Mazzullo non si limitò a prestare la voce al personaggio: ne costruì il modo di parlare, le espressioni e una personalità che sarebbe diventata inconfondibile.

A lui si deve anche una delle battute più celebri della televisione italiana: «Ma cosa mi dici mai?», una frase entrata nel linguaggio popolare e ancora oggi immediatamente associata a Topo Gigio. Mazzullo raccontava di improvvisare spesso le battute durante le registrazioni, contribuendo direttamente alla creazione del personaggio.

Il successo non rimase confinato all’Italia. Topo Gigio arrivò anche negli Stati Uniti, dove partecipò al celebre Ed Sullivan Show, uno dei programmi televisivi più seguiti dell’epoca. Mazzullo raccontò di essere apparso nella trasmissione numerose volte e di aver imparato, grazie al personaggio, a interpretare le sue battute anche in altre lingue.

Non soltanto Topo Gigio

La carriera di Mazzullo fu legata anche allo Zecchino d’Oro, dove interpretò Richetto, lo scolaro distratto e irriverente che affiancava il Mago Zurlì, contribuendo al successo di uno dei programmi per bambini più popolari della televisione italiana.

Dopo una lunga esperienza tra teatro e televisione, nel 2004 tornò a vivere nella sua Sicilia. A Santo Stefano di Briga fondò il Piccolissimo Teatro di Messina, dedicato alla formazione di giovani attori e al teatro comico e drammatico. Un modo per continuare a trasmettere la propria esperienza anche alle nuove generazioni.

Il centesimo compleanno festeggiato in paese

Lo scorso 6 giugno Mazzullo aveva festeggiato i suoi cento anni proprio a Santo Stefano di Briga, circondato dagli abitanti del paese. Una celebrazione che aveva riportato l’attenzione su un artista che, pur essendo rimasto lontano dalle scene negli ultimi anni, continuava a essere ricordato da un pubblico vastissimo.

La sua scomparsa chiude una lunga stagione della televisione italiana, quella in cui personaggi come Topo Gigio diventavano presenze familiari e attraversavano le generazioni, ben prima dell’avvento di internet e delle piattaforme digitali.

Per tanti italiani emigrati, anche lontano dal proprio Paese, quella voce può rappresentare un ricordo d’infanzia e un legame con la televisione, la lingua e la cultura lasciate in Italia. Perché alcuni personaggi non appartengono soltanto allo spettacolo: fanno parte della memoria di una comunità.

I funerali sono previsti per giovedì 1° ottobre, alle 15.30, nella chiesa di San Giovanni Battista a Santo Stefano di Briga.




Un chioggiotto nelle isole della Sonda

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I viaggi di Niccolò De’ Conti nelle terre e sui mari dell’Oriente

Si narra che i suoi viaggi, i cui resoconti circolarono inizialmente in forma manoscritta,   influenzarono profondamente la comprensione geografica delle aree attorno all’Oceano Indiano nella metà del XV secolo. Fu uno dei primi  a descrivere le Isole della Sonda e le Isole delle Spezie,   contribuì a rivalutare l’opera di Marco Polo, alla quale prima di allora si dava poco credito e grazie ai suoi racconti probabilmente molti altri europei trovarono il coraggio dell’esplorazione.
Eppure, come capita a troppi italiani, il suo nome si è perso nelle nebbie della memoria collettiva, consegnato a un ingiusto oblio spezzato soltanto l’anno scorso, quando un convegno organizzato nella sua città natale – Chioggia – ne tracciò il profilo umano.

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Niccolò de’ Conti era nato nella città veneta nel 1395, figlio di Giovanni, morendovi nel 1469. Tra le due date di inizio e fine vita, pensò bene di affrontare le incognite di un Pianeta in gran parte ancora sconosciuto agli europei. Esploratore e mercante, la sua storia è avvolta dalla nebbia fin dagli anni giovanili, di cui poco si sa. Le prime notizie   lo indicano  a Damasco, da dove nel 1414 ebbero inizio le sue lunghe peregrinazioni nel Medio e nell’Estremo Oriente.

Dopo aver appreso la lingua araba nei suoi anni di soggiorno a Damasco, decise di aggregarsi a una carovana che attraversò il deserto compreso fra i territori della Siria e l’Eufrate. Percorse la Mesopotamia per fermarsi inizialmente a Bagdad e per riprendere il viaggio con la navigazione lungo il Tigri e l’Eufrate ed attraverso i canali che uniscono questi due fiumi e che da essi si diramano. De’ Conti giunse a Bassora e  alla foce dello Shatt al-‘Arab, navigò in seguito tutto il Golfo Persico fino a Bandar ‘Abbās ed alla vicina isola di Hormūz. Dopo aver  toccato il porto   di Kalhat nel golfo di ‘Omān proseguì verso Cambay e dopo  venti giorni toccò   la città di Pachamur, (attuale Barkur), a nord di Mangalore, e la città di Helly, una città oggi scomparsa ma all’epoca capitale del Deccan. Il navigatore chioggiotto continuò il suo viaggoi spostandosi  a “Maliapur”, sulla costa orientale dell’India (dovrebbe essere la moderna Mylapore, nello Chennai), dove visitò la tomba di San Tommaso, dove era vivo il culto di s. Tommaso, venerato dai nestoriani.

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De’ Conti lasciò l’India e navigò verso Sumatra, superando l’arcipelago delle Andamane, per restarvi un anno a Pedir nella parte settentrionale, acquisendo conoscenza del luogo e informazioni utili sul commercio dell’oro e delle spezie.

Da Sumatra egli passò alla penisola trarisgangetica e, dopo sedici giorni di navigazione, spinto da una tempesta, approdò sulla costa della regione di Tenasserim, in Birmania, alla città dello stesso nome, posta sull’omonimo fiume. Salpò quindi verso la foce del Gange, visitando Bardhaman (in Bengala), e quindi proseguendo via terra fino ad Arakan (in Birmania).

Durante i suoi viaggi, Niccolò De’ Conti descrisse le culture del Sudest asiatico “superiori a tutte le altre regioni per ricchezza cultura e magnificenza, e al pari dell’Italia per civiltà”.

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Dalle  foci del fiume Kuladan giunse, in sei giorni, alla città dallo stesso nome (forse l’attuale Mrohung),   e di qui, tagliando l’Arakan,   in poco più di un mese arrivò al fiume Irrawaddy, per toccare infine la città di Ava dopo un altro mese di navigazione controcorrente. Da Ava ripartì dirigendosi verso il mare, che raggiunse dopo diciassette giorni, e trovando la città di Zeython;  dopo dieci giorni arrivò a Panconia o Pauconia, per fermarvisi quattro mesi e riprendere poi la via del mare. Pasando davanti  all’isola di Giava e all’isola di Borneo, vi sostò in entrambi per diversi mesi, descrivendo la ferocia dei costumi dei loro abitanti e tratteggiando per primo le isole di    Celebes ed le Molucche. Non andò però oltre queste isole, come qualcuno ha voluto sostenere, perché, riprendendo il resoconto dei suoi viaggi, afferma che, lasciate le due Giave, si diresse verso occidente per approdare, dopo un mese di viaggio, a Ciampa, il punto estremo al quale egli pervenne sul continente asiatico.  Attorno al 1440 fece ritorno via nave in India (Quilon, Cochin, Calcutta, Cambay) e quindi in Medio Oriente (Socotra, Aden, Berbera in Somalia, Jidda in Egitto), dalle quali viaggiò via terra fino al Cairo, passando per il Monte Sinai.

Nicolò viaggiò assieme alla sua famiglia avendo conosciuto sua moglie  in India e divenendo padre di  quattro figli,  Arrivato in Egitto De’ Conti, dopo essere stato derubato dei suoi averi,  dovette attendere per ben due anni il salvacondotto del sultano per poter attraversare le terre a lui soggette e per farlo dovette anche rinnegare la fede cristiana per aver salva la vita. Lui sopravvisse a   un’epidemia di peste perse, nella quale però perse  la moglie, due figli e gran parte dei suoi servi. Sempre durante la sua permanenza al Cairo, nel 1437 avrebbe incontrato il viaggiatore catalano

Ritornato   in Italia nel 1439, raggiunse Firenze, dove si stava allora svolgendo il concilio, per implorare dal pontefice Eugenio IV il perdono per essersi convertito all’islamismo. Nell’occasione potè raccontare all’allora segretario del pontefice, Poggio Bracciolini, le sue peripezie vissute nei suoi viaggi.

I viaggi di De’ Conti influenzarono  la cartografia del XV secolo. Per il cartografo Fra Mauro  la “fonte degna di fiducia” citata nella realizzazione della sua   mappa, circa i viaggi di una “giunca dell’India” (letteralmente “Zoncho de India”), oltre il Capo di Buona Speranza e nell’Oceano Atlantico, attorno al 1420, confermando che era possibile circumnavigare l’Africa, pare fosse proprio   Niccolò de’ Conti.  La sua relazione venne usata da diversi esploratori e viaggiatori, come Ludovico di Varthema e Antonio Pigafetta.

Niccolo, rientrato infine a Chioggia fra il 1449 e il 1450, visse invece con tutta probabilità a Venezia, dedicandosi a vari commerci e ricoprendo numerosi incarichi affidatigli dal Consiglio della sua città natale.  Insignito  del titolo di conte palatino, con la facoltà di creare notai,  morì probabilmente a Chioggia nel 1469.

Le informazioni trasmesseci dalla relazione dei suoi viaggi si sono invece dimostrate generalmente esatte sia per quanto riguarda le indicazioni delle direzioni e delle distanze, sia anche per quel che concerne le particolarità topografiche fornite in riferimento alle più importanti città da lui ricordate e descritte.




La prima “doctora” dell’Uruguay

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Il giorno della sua morte, l’Uuguay vinse contro il Brasile la partita che sarebbe entrata nella storia con il nome di Maracanazo, e conquistò un titolo mondiale su cui nessuno aveva scommesso, trascinando un intero paese (il Brasile) nella disperazione sportiva. In quel giorno di festa e tripudio nazionale, la dipartita di Paulina Luisi passò in secondo piano, finendo in un istantaneo oblio che sarebbe durato anni e che ancora oggi perdura. Eppure non fu certo una vita qualunque, quella vissuta da Paulina.

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Nata il  22 settembre 1875 a Colón, in Argentina, Paulina era la figlia maggiore  Angelo Luisi, ex legionario garibaldino nato a Pisa, e di María Teresa Josefina Janicki, insegnante francese di origine polacca. Angelo e Maria Teresa , dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, venuti meno i sogni di uno stato repubblicano, decisero di trasferirsi in Argentina nel 1872 scegliendo la città situata nella provincia di Entre Rios. Sei anni dopo la coppia scelse una nuova meta e passò in Uruguay, a  a Paysandú , dove Angelo Luisi fondò il primo asilo.

L’ultima tappa delle loro peregrinazioni arrivò con il trasferimento nel quartiere di   Cordón di Montevideo. Nella capitale uruguaiana Angelo divenne il vicesegretario del presidente  Máximo Tajes mentre la sua famiglia arrivò a contare otto figli. Delle sue sei figli alcune conseguirono la laurea diventando le prime professioniste donne della nazione sudamericana.

Clotilde Luisi esercitò la professione di avvocato, fu poetessa e narratrice e fu la Preside fondatrice dell’Università delle Donne; Luisa Luisi fu poetessa, saggista ed educatrice; Inés, come la sorella maggiore Paulina, fu medico (chirurgo) e fu Preside dell’Università delle Donne. Paulina Luisi superò in brillantezza tutti i fratelli e sorelle conseguendo una prima  laurea in magistratura (con María Stagnero de Munar) ed entrando  nel 1900  alla Facoltà di MedicinaIn una società ancora fortemente intrisa di maschilismo,

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Paulina  si trovò a scalare un vero e proprio muro di ostracismo. I professori discutevano se le donne studiare medicina. Alcuni credevano che i cervelli femminili non fossero adatti alla scienza. Altri temevano che avrebbe “distratto” gli studenti uomini. Infine  ammisero la giovane italiana con riluttanza, aspettandosi che si ritirasse. Paulina stupì tutti e nel 1908  come prima donna medico e chirurgo dell’Uruguay (oltre a essere la prima donna uruguaiana a conseguire una laurea).  La sua passione per la medicina andò di pari passo con quella per la politica. Capace di parlare fluentemente francese, italiano e inglese,  Paulina fu co-fondatrice del Partito Socialista dell’Uruguay. La vita sentimentale non segnò invece nessun acuto. La dottoressa rimase nubile per scelta.

Specializzatasi in ginecologia, la giovane figlia di garibaldino nel 1913 accettò di lavorare a uno studio commissionato dal governo di José Batlle y Ordóñez sulle misure di igiene sociale in Europa e soggiornò in Francia, dove entrò in contatto il movimento femminista, divenendo amica di Madame Bonnevial, presidente del Consiglio delle Donne.  Luisi si interessò alla lotta contro la “tratta delle bianche”, sostenuta dal movimento abolizionista fondato dall’inglese Josephine Butler alla fine del XIX secolo. A Parigi si   specializzò in dermatologia e malattie veneree  e si dedicò alla promozione dell’emancipazione femminile in tutte le sue forme: suffragio, diritti politici e questioni sociali, in particolare la medicina sociale, in concomitanza con le idee eugenetiche che permeavano gran parte del pensiero medico e sociale all’inizio del XX secolo.La dottoressa ebbe modo di vedere la sofferenza delle donne, le malattie non curate, gli aborti in condizioni pericolose, le gravi infezioni e capì che l’unica strada percorribile era quella dell’educazione sessuale. Pauline si occupò altresì di questioni legate alla prostituzione, alla tratta di esseri umani e alla pornografia infantile. Nel 1916, chiese pubblicamente un’educazione sessuale fin dall’infanzia e si batté per il diritto all’aborto. Le sue proposte scatenarono  reazioni  furiose. Tacciata come immorale, venne condannata dai leader religiosi, mentre i critici sostenevano che   avrebbe corrotto i bambini.

La determinazione di Paulina non venne però mai meno e per quasi 30 anni si batté per una riforma dei programmi scolastici. Nel 1944, l’Uruguay adottò infine  il suo programma di educazione sessuale nelle scuole pubbliche, diventando uno dei primi paesi al mondo a farlo.

Fondò sezioni locali di associazioni femministe internazionali (il Consiglio Nazionale delle Donne (1916) e l’Alleanza delle Donne Uruguaiane per il Suffragio Femminile nel 1919) e sindacati femminili (tra cui quelli delle centraliniste e delle sarte). La sua casa nel centro di Montevideo fungeva da studio medico e da sede del Consiglio Nazionale delle Donne (CONAMU). Diresse anche la prima edizione di Acción Femenina, la rivista mensile del Consiglio Nazionale delle Donne, da lei fondata nel 1917.

Fu delegata del governo uruguaiano al Congresso Internazionale di Igiene Sociale ed Educazione Profilattica a Parigi, rappresentò l’Uruguay per il centenario di Pasteur nel 1923; divenne la prima ispanoamericana a rappresentare ufficialmente un governo presso la Società delle Nazioni (unica donna delegata alla seconda Assemblea Straordinaria della Società delle Nazioni per il conflitto sino-giapponese, a Ginevra, 1932); fu delegata della Facoltà di Medicina al Congresso Internazionale contro il Cancro, Madrid (1932). Nominata membro onorario dell’Istituto di Sociologia di Torino (sciolto in seguito all’ascesa del fascismo)al  Congresso internazionale delle donne a Roma (1923),   fu eletta nel Comitato esecutivo internazionale, carica che mantenne fino al 1935. Paulian fu eletta anche presidente della Commissione internazionale delle donne sulla moralità pubblica, l’educazione sessuale e la repressione della tratta delle donne. La dottoressa  partecipò a congressi abolizionisti a Portsmouth nel 1914, Ginevra nel 1922 e Graz nel 1924, ecc. Fu membro del Comitato argentino-uruguaiano della Federazione abolizionista internazionale e della Lega cilena di igiene sociale.

Ricoprì diversi incarichi di docenza, tra cui quello di Direttrice di Ginecologia presso la Facoltà di Medicina e di Professoressa di Igiene Sessuale presso la Facoltà di Magistero. Scrisse, tra gli altri, i volumi *Movimiento Sufragista* (1919), *Trata de Blancas* (1921), *Dos ideologías y dos culturas* (1938), *Otra voz llorando en el desierto* (1948) e *Pedagogía y Conducta Sexual* (1950). Fu insignita dell’Ordine di Santiago da Espanha dal governo portoghese e dell’Ordine di Alfonso XII dal governo spagnolo. La straordinaria vita di Pauline Luisi si concluse il  17 luglio 1950, giorno della vittoria dell’Uruguay nel Mondiale di calcio. Quel giorno il paese festeggiò la clamorosa vittoria ma in seguito non dimenticò la sua battagliera dottoressa.Un albero nel Parco del Prado di Montevideo è in sua memoria. Nel 1998 il servizio postale ha emesso un francobollo commemorativo in suo onore. Una strada di Montevideo, un liceo della capitale e una sala della biblioteca della Facoltà di Medicina portano il suo nome. La stanza n. 17 dell’edificio annesso al Palazzo Legislativo è intitolata “Dottoressa Paulina Luisi”. Nel 2005, l’ospedale femminile dell’ospedale Pereira Rossell fu denominato “Doctora Paulina Luisi”.

 

 

 

 




È morta Emma Bonino, aveva 78 anni

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È morta oggi a Roma, all’età di 78 anni, Emma Bonino, storica esponente del Partito Radicale, fondatrice di +Europa e una delle figure più riconoscibili della politica italiana degli ultimi cinquant’anni. La notizia è stata comunicata dal suo partito.

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Bonino era stata ricoverata il 7 settembre all’ospedale Santo Spirito di Roma per una crisi respiratoria. Dopo essere uscita dalla terapia intensiva ed essere stata trasferita in una struttura privata, le sue condizioni erano rimaste delicate.

Nata a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1948, Bonino ha attraversato più di mezzo secolo della vita politica italiana, legando il proprio nome soprattutto alle battaglie per i diritti civili, la libertà individuale, i diritti delle donne e l’abolizione della pena di morte.

Parlamentare italiana ed europea, è stata commissaria europea dal 1995 al 1999 e ministra degli Esteri nel governo guidato da Enrico Letta. Nel 2017 fu tra i fondatori di +Europa, di cui è stata una delle principali figure di riferimento.

La sua vicenda politica era iniziata negli anni Settanta, quando le battaglie radicali sull’aborto, sul divorzio e sui diritti civili la portarono al centro del dibattito pubblico nazionale. Nel corso degli anni Bonino si impegnò anche sul fronte della cooperazione internazionale, della lotta alla pena di morte, dei diritti umani e dell’integrazione europea.

Con la sua scomparsa, l’Italia perde una delle personalità politiche più longeve e riconoscibili della Repubblica, una figura capace di suscitare consenso ma anche forti contrapposizioni, mantenendo tuttavia per decenni una presenza costante nel dibattito pubblico italiano ed europeo.




I corsari della Louisiana

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Lac del Allemands, Lac Cataouache, Lac Salvador, Grand Isle e Grand Terre….sono nomi dalle assonanze francesi quelle che distinguono la fascia di terra che si estende da New Orleans al Golfo del Messico. In realtà non è neanche terra quella che si presenta a chi arrivasse in questo lembo d’America: quella in effetti è una zona di confine, invasa dalle acque e costellate da isolotti temporanei e spogli. Quella però é anche Barataria Bay, una regione che la storia ha voluto rivestire di leggenda.

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Gli anni a cavallo tra il 700 e l’800 furono anni di grande movimento magmatico in quella che oggi è una delle aree più pittoresche degli Stati Uniti. In una Lousiana costretta a continui passaggi di mano (dalla Spagna alla Francia, di nuovo alla Spagna e infine agli Stati Uniti) gli anni a cavallo del nuovo secolo diventano lo sfondo a tinte forti di un mondo che concentrava in se tutte le contraddizioni della giovane nazione statunitense.

Tra una Inghilterra che non accettava di fare da comprimaria tentando più volte di conquistare il lembo di colonia europea, tra le numerose guerre indiane che nascevano e si spegnevano  spesso alimentate dalle stesse mani europee per favorire l’una o l’altra parte, tra la nascita dello schiavismo più duro, proprio nel momento in cui venne vietata ufficialmente la tratta degli uomini, tra gli altezzosi atteggiamenti dei creoli disturbati dall’avanzata dei faccendieri del Nord, tra i cajun che cercarono negli acquitrini del delta il loro mondo idilliaco, crebbero e prosperarono attivissimi gruppi di pirati e bucanieri, nonostante l’epoca della pirateria fosse ormai giunta al suo declino.

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Dotati di un’aurea leggendaria che anche a inizio Ottocento li dipingeva come eroi dell’avventura, questi ultimi si trasformarono in privateers, ovvero corsari provvisti di lettere d’incarico da Stati diversi (Francia, Bolivia, Venezuela) che li autorizzavano a sequestrare merci e navigli della flotta spagnola nel Golfo del Messico. Uomini senza scrupoli, i privateers, dotati però di stile e classe che li fa assurgere a nuove icone agli occhi di molti americani. Nonostante il divieto della tratta degli schiavi, i corsari riuscirono a vendere sottobanco la merce “umana” sottratta alle galere spagnole. E nonostante la fedeltà giurata al governo americano, gestirono un ricchissimo giro di contrabbando ai danni della stessa economia unionista.

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Tra i tanti gruppi spiccò quello dei Baratarians, guidati dai fratelli Pierre, Jean e Dominique Lafitte, e sostenuti dall’estro marinaro dei luogotenenti Vicente Gambi, Antonio Angelo e Louis Chighizola.

Quella che nacque nel labirinto terracqueo, era una comunità multietnica composta da disertori dell’esercito e della marina americana, da ragazzi disillusi, figli di rispettabili famiglie della Lousiana sedotti dal fascino di Lafitte e Gambi, molti mezzosangue  e neri di Santo Domingo….italiani, portoghesi, francesi e spagnoli sostenuti dalla voglia di predare e dallo spirito romantico dell’avventura.

Quella che nacque negli acquitrini della Lousiana, era però anche una comunità organizzata senza distinzioni di razza e con un governo di matrice comunista: ogni uomo infatti otteneva una parte equa nella distribuzione dei bottini.

Di questo mondo Luigi Chighizzola, Antonio Angelo e Vincenzo Gambi furono protagonisti assoluti. Come qualsiasi storia di pirati che si rispetti, del loro passato e della loro vita ben poco è stato scoperto. Furono però sempre in prima linea nel sostenere il loro amico Lafitte, ed eroici combattenti nella guerra contro l’Inghilterra nella quale i baratarians si schierarono proprio al fianco degli Stati Uniti. La battaglia di New Orleans dell’8 gennaio 1815 raccolse intorno al presidente Andrew Jackson tutte le componenti della stratificata società della Lousiana. Creoli, indiani Chochtaw, immigrati italiani (in gran parte dell’isola di Ustica) e tedeschi (della Cote des Allemands), mulatti, indisciplinati kaintucks affrontarono con impeto le forze inglesi ma poco avrebbero potuto contro le organizzate truppe di sua maestà britannica senza l’apporto decisivo delle armi, munizioni e della disciplina militare dei corsari di Gambi e Chighizzola. Gli italiani guidarono personalmente le loro navi contro quelle inglesi mettendole in scacco e inferendo loro una sconfitta umiliante e sanguinosa. Quelli che pochi mesi prima erano “banditi” divennero “patrioti”, riscattando il loro doppio gioco che aveva indotto lo stesso Jackson a mettere a ferro e fuoco Barataria.

La festa del 23 gennaio elesse a eroi nazionali Andrew Jackson e Jean Lafitte, con i suoi luogotenenti, permettendo alla multietnica comunità di installarsi sul fiume Sabine, per creare una “repubblica indipendente” proprio in territori che diventeranno oggetto di contesa tra Stati Uniti e Messico. Un posto ideale per il doppio gioco dei corsari.

All’altezza dell’attuale Galveston, Lafitte e gli italiani costruirono Campèche, una nuova “comune” di Lafitte, dominata dalla grande villa-fortino chiamata La Maison Rouge. Accusati dopo poco tempo di spionaggio a favore della Spagna e del Messico, chiamati a frequenti scaramucce con truppe americane e spagnole e messicane, i “privateers” misero in scena il loro ultimo atto resistendo a un assalto delle truppe americane e abbandonando la comune per disperdersi in vari angoli del Mondo, quasi sempre sotto mentite spoglie.

Nell’ultima battaglia Vincenzo Gambi morì combattendo in difesa dello stesso Lafitte. La sua resistenza permise al fascinoso pirata di fuggire alla volta del Venezuela e di entrare nella “leggenda”. Secondo diversi studiosi, Lafitte tornò infatti negli Stati Uniti per organizzare la fuga di Napoleone da Sant’Elena, per poi rifugiarsi a Saint Louis con il nome di John Lafflin come mercante di polvere da sparo. Secondo la stessa tesi, l’ormai ex pirata avrebbe formato anche un “Pro Labor Movement”, avrebbe viaggiato a lungo in Europa venendo a contatto con Marx ed Engels finanziandone la pubblicazione del Manifesto del partito comunista e passandolo -al suo ritorno negli Stati Uniti – all’amico Abramo Lincoln, morendo infine nel 1854 ad Altona, in Illinois.

Antonio Angelo scomparve nel nulla entrando a sua volta nella leggenda. Luigi Chighizzola, tra i tanti, continuò la sua vita abbandonando la pirateria e ritirandosi a Grand Isle. Chiamato da tutti “Nez Coupé” per la mutilazione subita al proprio naso, con questo stesso nome si trasferì sull’isola, per vivere il resto dei propri giorni circondato dall’affetto della piccola comunità formata in gran parte da altri ex pirati. Ebbe tre figli  cui diede il  nome di Louis, Petronille e Placide, che vissero sull’isola una tranquilla e anonima vita.

Placide Chighizzola fu l’ultimo dei figli del pirata a essere sepolto nel cimitero di Church Street a Grand Isle: nel 1911 un ritratto  lo descriveva come rispettato membro anziano dell’isola, probabilmente l’ultima memoria vivente del fascinoso mondo dei corsari.




Enzo Odoguardi “Uomo dell’Anno 2026”: a New York il riconoscimento dell’Associazione Culturale Italiana

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Il Comm. Enzo Odoguardi sarà premiato per il suo impegno a favore degli italiani nel mondo durante la XV Cena di Gala dell’Associazione Culturale Italiana di New York.

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Un riconoscimento dedicato all’impegno per gli italiani nel mondo arriva da New York.

Il Comm. Enzo Odoguardi è stato scelto come “Man of the Year Award 2026”, il riconoscimento che l’Associazione Culturale Italiana di New York (ACINY) assegna ogni anno a una personalità che si è distinta per il proprio impegno a favore dell’Italia, della sua cultura e delle comunità italiane all’estero.

La consegna del premio avverrà durante la XV Cena di Gala, in programma lunedì 12 ottobre 2026, a partire dalle ore 17.30, presso il Russo’s On The Bay, a Howard Beach, nel Queens.

La motivazione del premio, come annunciato dall’Associazione Culturale Italiana di New York, è legata al suo impegno a favore degli italiani nel mondo.

È un riconoscimento che assume un significato particolare in una città come New York, dove la presenza italiana ha radici profonde e dove le nuove generazioni continuano a mantenere un rapporto con la cultura e con il Paese d’origine.

La Cena di Gala dell’ACINY nasce proprio con questo spirito: celebrare l’Italia, la sua cultura, lo sport e le personalità che portano nel mondo il valore e l’orgoglio italiano.

Il Comm. Vincenzo Odoguardi è Consigliere del Sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Massimo Dell’Utri, per i rapporti economici e di raccordo con le comunità, le associazioni e le istituzioni dell’area Nord e Centro America e Caraibi.

Il suo lavoro si colloca quindi in un contesto nel quale i rapporti tra l’Italia e le comunità italiane all’estero assumono un’importanza particolare.

Non si tratta soltanto di mantenere un legame con chi vive fuori dall’Italia.

Si tratta anche di rafforzare i rapporti tra le comunità italiane e le istituzioni, valorizzando il contributo degli italiani che vivono e lavorano in altri Paesi.

La scelta di New York per questo riconoscimento ha un valore particolare.

La città è stata per oltre un secolo una delle principali destinazioni dell’emigrazione italiana.

Milioni di italiani sono arrivati negli Stati Uniti attraverso Ellis Island e molti di loro hanno costruito la propria vita proprio a New York e nei suoi quartieri.

Oggi la realtà è naturalmente cambiata.

Gli italiani e gli italoamericani sono presenti in tutti i settori della società americana: dall’imprenditoria alla cultura, dalla medicina alla ricerca, dalla finanza allo spettacolo.

Ma il rapporto con le proprie origini continua a essere molto forte.

La XV Cena di Gala dell’ACINY sarà una serata dedicata alla celebrazione dell’Italia e delle sue eccellenze.

L’iniziativa dell’Associazione Culturale Italiana di New York si propone infatti di riunire esponenti della comunità italiana, personalità del mondo istituzionale, professionisti e amici dell’Italia.

Il premio a Enzo Odoguardi sarà quindi uno dei momenti centrali della serata.

Iniziative come questa hanno un significato che va oltre la semplice cerimonia.

Le associazioni culturali italiane all’estero svolgono da sempre un ruolo importante nel mantenimento dei rapporti con l’Italia.

Organizzano incontri, eventi, manifestazioni culturali e momenti di aggregazione.

Sono luoghi nei quali l’identità italiana può essere trasmessa anche a chi è nato lontano dall’Italia.

E proprio questo lavoro assume oggi una dimensione nuova.

Non si tratta più soltanto di conservare la memoria dell’emigrazione.

Si tratta di costruire un rapporto tra l’Italia e le nuove generazioni di italiani e italoamericani.

Il premio a Odoguardi può essere letto proprio in questa prospettiva.

Riconoscere chi lavora per gli italiani all’estero significa riconoscere anche l’importanza delle comunità italiane nel mondo.

Una rete che non rappresenta soltanto una parte della nostra storia, ma una realtà contemporanea fatta di professionisti, imprenditori, studenti, ricercatori e famiglie.

Italiani che vivono lontano, ma che continuano a mantenere rapporti con il nostro Paese.

L’area alla quale è legato l’incarico di Odoguardi comprende un territorio vastissimo: Nord America, America Centrale e Caraibi.

Sono comunità molto diverse tra loro, ma unite da un elemento comune: il rapporto con l’Italia.

Da New York a Toronto, da Miami a Santo Domingo, da Montréal alle numerose comunità dell’America Centrale e dei Caraibi, gli italiani hanno creato nel tempo una rete di associazioni e relazioni che costituisce una parte importante della presenza italiana nel continente americano.

Il 12 ottobre, dunque, sarà soprattutto una serata di incontro.

Una di quelle occasioni nelle quali la comunità italiana si ritrova, celebra le proprie eccellenze e riconosce il lavoro di chi si impegna per mantenere vivo il rapporto tra gli italiani e il loro Paese.

Il premio a Enzo Odoguardi si inserisce proprio in questa tradizione.

Un riconoscimento che arriva da New York, ma che guarda a tutti gli italiani nel mondo. Perché oggi essere italiani all’estero non significa soltanto avere lasciato l’Italia.

Significa spesso continuare a rappresentarla, raccontarla e sostenerne la cultura e i valori nel Paese nel quale si è scelto di vivere.

E il “Man of the Year Award 2026” vuole essere, in questo senso, anche un omaggio a tutti coloro che ogni giorno lavorano per mantenere quel ponte.

Il 12 ottobre, a New York, quel ponte sarà celebrato insieme a Enzo Odoguardi.