Giovanni Battista Cuneo, il figlio puro della “Giovine Italia”

Giovanni Battista Cuneo combatté in Sudamerica e in Italia per la causa repubblicana
Per il loro figlio, i coniugi Cuneo avevano scelto la strada delle Lettere e la propensione del ragazzo aveva trovato il giusto riconoscimento nel successo degli studi classici. Ma non fu un professore il loro Giovan Battista. Appena terminati gli studi primari, il giovane decise di andare a Genova e di iscriversi nel corso di nautica: dopo aver soddisfatto le aspirazioni dei genitori, toccava a lui intraprendere la strada della propria passione. E quella di Giovan Battista Cuneo fu una passione vera per l’avventura.
Era nato nel 1809 a Oneglia, un piccolo paese della Liguria, e della sua terra non poteva non condividere l’amore viscerale per il mare. Quel mare che aveva portato secoli prima un concittadino nelle terre americane al servizio di Sua Maestà di Spagna e che egli voleva attraversare per conoscere l’altra metà della Sfera terrestre. Diplomatosi in scienze nautiche, Giovan Battista Cuneo si imbarcò così alla volta del Mar Nero in qualità di pilota.
Subito dopo guidò la nave affidatagli verso il Mare delle Antille, ma durante le lunghe giornate in mare aperto, non trascurò mai di proseguire i suoi studi umanistici e letterari, mantenendo fede alla promessa fatta ai propri familiari. Approfondì inoltre le conoscenze linguistiche preparandosi al meglio a operare in terre dominate dalla cultura spagnola, portoghese e anglosassone. In questo lungo periodo di preparazione intellettuale, tornato dai suoi lunghi viaggi, ebbe modo di incontrare Giuseppe Mazzini e il suo pensiero.
Affascinato sinceramente dalle teorie del corregionale, Cuneo si iscrisse alla Giovine Italia, risultando uno dei primissimi seguaci del movimento patriottico italiano. Il suo fervore repubblicano fu tale da contagiare, in una delle sue tante tappe navali (esattamente a Taganrog nel 1833), un personaggio destinato a “fare” l’Italia, quel Giuseppe Garibaldi che egli avrebbe incontrato qualche anno dopo in Uruguay, dopo aver pagato con l’esilio la partecipazione ai moti carbonari dello stesso anno 1833.
Gianbattista Cuneo scelse il paese sudamericano per la sua nuova vita da esule e nella terra americana si riunì a diversi altri fuoriusciti italiani. Nel 1836 ebbe modo di rinverdire il suo sodalizio con l’amico Garibaldi a Rio de Janeiro, e pochi mesi dopo si ritrovò nelle file della Legione Italiana, soldato volontario agli ordini del futuro eroe dei Due Mondi. Convinto assertore del genio militare di Garibaldi, ne avrebbe poi esaltato – attraverso l’amicizia e gli scritti- le gesta, contribuendo alla costruzione dello stesso mito italiano.
Dotato di un’oratoria efficace e ficcante, Cuneo si distinse nei vari angoli del Sudamerica per la propagazione delle idee mazziniane tra i numerosi italiani residenti e per ben sedici anni si batté con tutte le sue forze per rendere visibile l’idealismo politico dell’amico ligure. Nei suoi anni di esilio (in parte forzato, in parte volontario) il marinaio letterato di Oneglia si trasformò in un vero e proprio insegnante e unì la sua vocazione umanistica a quella di giornalista, collaborando con numerosi fogli italiani stampati in Sudamerica per le comunità connazionali.
La sua partecipazione, alla causa patriottica, fu totale e disinteressata, e le sue idee partivano dall’Uruguay per giungere anche nelle redazioni italiane, una su tutte quella della “Concordia” di Torino. Fu proprio lui a esaltare le gesta repubblicane di Garibaldi nelle guerre sudamericane e allo stesso tempo fu sempre Cuneo a utilizzare l’ottima conoscenza della lingua spagnola, per tradurre i pensieri e le opere di Mazzini a uso dei repubblicani del Nuovo Mondo. La sua effervescenza culturale lo portò anche a fondare diversi giornali: “Il Popolo, “L’Italiano”, “La Legione agricola” furono sue creature, e tutte aiutarono a mantenere saldo il legame delle colonie italiane con la madrepatria. I suoi figli di carta prepararono i nostri connazionali anche all’azione, contribuendo a formare quelle schiere di volontari accorsi dal Sudamerica in aiuto ai volontari garibaldini e piemontesi. Instancabile osservatore dei vari quadri politici, Cuneo scrisse anche, giorno dopo giorno, il diario della Legione Italiana di Montevideo comandata da Garibaldi, e fino al 1844 fu segretario e procuratore del suo grande amico nizzardo.
Ritornò in Italia soltanto nel 1849, carico di speranze per il suo progetto repubblicano e decise di accettare l’incarico, conferitogli dai comizi politici del terzo collegio di Genova, di deputato del Parlamento subalpino, per la terza legislatura. Rinnovato il mandato dello stesso anno, l’ex marinaio di Oneglia decise agli inizi del 1850 di dimettersi dal suo ruolo pubblico, per assumere le vesti molti più congeniali di organizzatore del Partito d’Azione nelle varie sedi italiane. Rifiutate le pressanti offerte, fatte personalmente da Cavour e dall’amico deputato di Oneglia Carlo Riccardi, di entrare nel corpo diplomatico piemontese, Cuneo mantenne fede alla sua indole repubblicana decidendo anche di non accettare, nel 1862, il prestigioso incarico di console generale d’Argentina a Genova.
Raccolse, invece in quegli anni, i frutti della semina americana. Nelle città della Penisola ebbe infatti modo di incontrare molti italiani ritornati dall’esperienza migratoria e, dal 1860 al 1862, superati i trionfi indipendentisti, fu tra i capi dei comitati di provvedimento e delle società emancipatrici ed unitarie.
Nel 1863 accettò finalmente un incarico pubblico, divenendo agente generale dell’emigrazione della Repubblica Argentina. L’incarico gli permise di unire idealmente i suoi due mondi e di continuare ad operare, seppur a distanza, per le sue amatissime terre sudamericane.
Giovanni Battista Cuneo, nonostante fosse colpito da una grave malattia, decise però di scendere nuovamente in campo nel 1866, per seguire il suo fraterno amico Garibaldi nella campagna del Trentino e soltanto dopo queste ultime fatiche ( e delusioni repubblicane) si ritirò definitivamente a Firenze, nuova capitale d’Italia. Fine conoscitore delle lingue (tra le altre era versato anche in quella francese e latina) e grande idealista democratico, mantenne sempre un portamento aristocratico, divenendo personaggio ricercatissimo nei salotti letterari, culturali e politici della città di Dante.
“Voi avete amato la patria quando pochi in Italia sapevano che c’era una patria, in questo mondo; l’avete amata con ardore, con sacrifizio, con dolore; l’avete amata nel Parlamento e nelle congiure; l’avete difesa fieramente al di là dei mari, dove la stima degli Argentini vi aveva onorato d’una cittadinanza onorevolissima… Il vostro nome era tra i primi nelle file del sacrifizio, non si trovò mai nella schiera dei mietitori.”
Scriveva così Paolo Mantegazza (un altro grande esponente della cultura italiana di Fine Ottocento) per un figlio davvero illustre della causa italiana e repubblicana. Cuneo, date alle stampe anche una “Biografia di Giuseppe Garibaldi” nel 1850 (fu edita a Torino dalla Fory e Dalmazzo e ripubblicata a Genova dopo la sua morte, trascorse i suoi ultimi anni a difendere i suoi principi democratici e morì a Firenze nel 1875. Riconosciuto vero eroe nazionale dal Parlamento Italiano, dovette però subire, dopo morte, l’onta di una mancata sepoltura in città. La sua salma venne così trasportata a Oneglia e qui solennemente inumata il 2 marzo: estremo tributo a un idealista di tutti gli italiani nel mondo.

Quando si imbarcò sulla nave Magenta, Enrico Hiller Giglioli non sapeva di essere uno dei primi italiani, unitamente al resto dell’equipaggio, a prendere il largo sotto la bandiera unita del Regno d’Italia, né forse si sarebbe appassionato a tale primato. Per lui, viaggiare sulla prima nave dell’Italia unita che avrebbe circumnavigato il mondo, rappresentava soltanto una sfumatura della sua personale avventura esistenziale. E la sua vita parlava con i ritmi della Natura.
Erano quelli gli anni “rivoluzionari” del darwinismo e il mondo scientifico inglese si divise letteralmente in vari schieramenti di pensiero. Giglioli abbracciò con entusiasmo “la grandiosa ipotesi darwiniana” lasciandosi sapientemente guidare anche dal maestro Huxley. La stima reciproca dei due scienziati portò l’italiano a tradurre gli studi di Huxley e a pubblicare le sue lezioni. E in un Italia ancora acerba di grandi temi naturalistici, l’estense trovò in De Filippi l’unico convinto ammiratore del suo talento scientifico. Con l’aiuto dello stesso egli si imbarcò così sulla nave Magenta, e ne divenne protagonista assoluto quando lo stesso De Filippi dovette abbandonare l’impresa per gravi problemi di salute. Lasciato a sé stesso, Giglioli sfoderò il meglio delle proprie conoscenze e intraprese studi che rimangono ancora oggi capisaldi della Biologia.
Scesco più volte sulle aspre coste della Patagonia e della Terra del Fuoco, l’italiano ebbe modo di scambiare merci e amicizia con un piccolo gruppo di “fuegiani”, indiani decisamente malmessi in quell’habitat cos“ ostile agli esseri umani. Egli concentrò tuttavia i suoi maggiori sforzi sull’attenta osservazione delle varietà zoologiche e si addentrò anche nello studio dell’etologia animale.
Il TEC di Monterrey ha premiato il prof. Paolo De Francesco per i suoi 20 anni di intensissima attività di promozione della lingua e cultura italiana
Paolo De Francesco nel 2004 iniziò il suo percorso di valorizzazione della cultura e della lingua italiana con la presentazione del suo libro “101 proverbi della lingua italiana”, cui fece seguito nel 2005 la conferenza “Le 20 regioni italiane, un viaggio indimenticabile” per il dipartimento di lingue moderne. Nominato nel 2007 coordinatore del Forum Internazionale di Arte e Cultura di Monterrey, il docente ha fatto conoscere al pubblico cittadino il dott. Umberto Bile di Napoli, il quale ha illustrato in conferenza il tema “Capodimonte: da Reggia a Museo”. L’anno seguente De Francesco ha coordinato la conferenza “Come fare affari con l’Italia” presentata nel campus Monterrey dall’ing. Leonardo Accettura .
Arrivati nella terra dei sogni, i giovani Lunardelli non trovarono l’Eden descritto dalle romanzate storie popolane. Nicolò Lunardelli morì dopo pochi anni dal suo arrivo, lasciando in eredità soltanto la sua grande forza di volontà. Troppo poco per Luigia costretta a scegliere tra il ritorno e una vita di miseria. La fortuna, per la vedova e il suo piccolo figlio, si materializzò però sotto forma di un nuovo marito, salvaguardando l’ideale per il quale il piccolo nucleo si era mosso verso la terra del Verzin. Salvato dalla miseria, il piccolo Geremia non ebbe il tempo di godersi una spensierata fanciullezza, e ancora bambino andò a lavorare sotto padrone nelle fazendas del circondario. A soli sedici anni, ormai esperto conoscitore della materia, il giovane Lunardelli decise però di tentare l’impresa in proprio, iniziando con l’allevamento di un vitello e di qualche maiale; il tutto nel poco tempo libero che il duro lavoro nei campi gli lasciava libero.
Geremia Lunardelli (foto) ascoltò affascinato le storie della mamma su quella pianta “magnificata” dalla credenza popolare, e decise di puntare sul caffè per riscattare i sogni dello sfortunato padre. Iniziò acquistando una piccola proprietà sulla quale prosperavano un migliaio di pianticelle, e pagò la terra con tutti i risparmi accumulato nei suoi anni di adolescente prestato al lavoro. E nonostante il terreno, Geremia Lunardelli continuò nella sua vita ricca solo di tanto lavoro. Coltivatore, commerciante, trasformatore di canna da zucchero (lavoro che fece inventandosi un rudimentale quanto geniale attrezzo) e tanti altri mestieri…. il giovane fece di tutto pur di dare corpo a quel sogno chiamato imprenditoria. Impegnato in mille attività il trevigiano non abbandonò mai la sua idea del caffè” e arrivò in tempo a espandere la sua azienda oltre i confini dello stato di San Paolo, verso il vicino Paranà, ricchissimo di terre adatte alla coltivazione della pregiata pianta. Geremia era un esperto nato nella valutazione della terra e sapeva riconoscerne la bontà da pochi segni o dall’odore ma nella sia vita non tralasciò neanche l’istruzione. Se la vita infatti gli aveva negato la possibilità di un’istruzione strutturata lui rimediò con una tenace applicazione da autodidatta arrivando a scrivere e leggere con le proprie forze. E il dono del vocabolario gli sarebbe stato sempre utile per ampliare ulteriormente il suo piccolo regno.
Lunardelli amava dell’Italia soprattutto l’arte e la cultura e per dare un segno tangibile della sua passione sostenne con tutte le forze la nascita del museo di Belle Arti di San Paolo.
E’ mancata Marta Colombari Barquero: era l’italiana più anziana del Costa Rica. Ne ha dato notizia l’Ambasciata d’Italia a San José. Marta Maria Colombari era nata il 1° marzo 1922 in Costa Rica. Il padre, Augusto Colombari Chicoli , originario di Rovigo, era emigrato nel Paese centro americano nel 1914, alla vigilia del Primo conflitto mondiale . “I genitori di Marta, Augusto e Maria, avevano sei figli; Marta era la quinta – riferisce l’Ambasciata – . Il signor Colombari possedeva diverse macellerie in Costa Rica, oltre a diverse aziende agricole nella zona di Puntarenas, dove allevava e vendeva il bestiame. Poiché aveva molti fratelli (ben 11), anch’essi emigrati dall’Italia in Costa Rica, era solito far lavorare i fratelli nelle macellerie, e i figli nelle fattorie. Marta, quindi, crebbe circondata dalla natura, imparò ad accudire il bestiame, ad andare a cavallo e ad andare da una tenuta all’altra con i mandriani, conosciuti in Costa Rica come i “sabaneros”. La famiglia trascorreva il resto del tempo nella casa a San José, dove i due bambini frequentavano la scuola. Fu occasione di un evento presso la Casa Italia che Marta conobbe il suo futuro marito, Rocco, della famiglia Biamonte Rimolo (la madre, Teresa Rimolo d’Agostino, era originaria di Morano Calabro, e il padre, Pedro Biamonte Vitale, calabro di Castrovillari). Nato a Morano il 5 aprile 1922, Rocco emigrò in Costa Rica con la famiglia, dove arrivò nel 1939. La coppia si sposò nel 1947. Rocco era un allevatore di polli e Marta lo aiutava nella gestione del loro negozio di alimentari, dove vendevano carne di pollo, uova e mangime per polli, vicino alla Chiesa della Merced. Nel 1966 la famiglia si trasferì a Coronado, dove aprì un caseificio; Marta aiutava il marito nel lavoro, e lo insegnava anche ai bambini. In casa si parlava italiano e Marta ebbe l’opportunità di viaggiare in Italia due volte, con il padre la prima volta e con il marito tra il 1970 e il 1972. I due figli di Marta, Pedro e Maria Teresa, sono nati e cresciuti a Coronado e sono loro a raccontare la sua vita e il suo amore per gli animali e le campagne di famiglia. Marta e Rocco vissero la guerra civile del 1948 in Costa Rica (la “rivoluzione”, come fu chiamata) e le conseguenze della dichiarazione di guerra del Costa Rica alle potenze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone) nel 1941, che portò a persecuzioni e misure contro le colonie tedesche e italiane nel Paese. Suo figlio racconta che in quel periodo storico molti italiani dovettero nascondersi perché perseguitati dal governo costaricense. La famiglia si nascose in una casa di proprietà a La Dolorosa (San José). Marta ha trascorso gli ultimi 7 anni della sua lunga vita a Miramar (Puntarenas) con la figlia, in una fattoria che il padre le aveva lasciato in eredità. Il figlio la descrive come una donna molto spiritosa ed energica, che trasmetteva gioia all’intera famiglia. Purtroppo la pandemia e il Covid-19 hanno peggiorato le condizioni di salute di Marta, che si è spenta all’età di 102 anni”.(Inform)
Miranda Servi, trenta anni, e sua madre Pia Ajò (nata a Siena nel 1886) in quel settembre del 1943 vivevano al centro di Firenze.
Per l’opera svolta durante i terribili anni della persecuzione nazifascista, Suor Benedetta Pompignoli, il 1° luglio 2018, è stata insignita del titolo di “Giusta tra le nazioni” dallo Yad Vashem di Gerusalemme.




“Quando un amico se ne va, rimane uno spazio vuoto” recita una vecchia canzone.
Antonio Bellomunno, lavoratore instancabile, dotato di una intelligenza vivissima e di una grande duttilità imprenditoriale, cominciò quindi a importare vini e liquori dall’Italia. Con una “guaguita”, un piccolo mezzo di trasporto, si dedicò per anni a vendere vini agli hotel e ai ristoranti di tutto il Paese.
É con grande tristezza che la Comunità Italiana in Costa Rica e il Comites rendono omaggio a un uomo straordinario, Ivo, che ci ha lasciato il 27 novembre 2023.
Ciò che più ci ha colpito di Ivo è stata la sua straordinaria tenacia. Raccontando la sua storia, Ivo ci ha riportato indietro nel tempo, quando San Vito attraversò una grave crisi economica che costrinse molti italiani a abbandonare il progetto.
Le sue memorie rimarranno vive nei cuori di coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo. Possiamo solo sperare che la sua anima riposi in pace e che il suo spirito di determinazione continui a ispirarci nei nostri sforzi futuri e noi con il cuore colmo di gratitudine e il ricordo indelebile di un uomo straordinario, continueremo a onorare la memoria di Ivo Consumi, un pioniere intraprendente, un italiano toscano di cuore e un esempio vivente di determinazione.