Giovanni Battista Cuneo, il figlio puro della “Giovine Italia”

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giovanni battista cuneo nome di guerra camauro 320x428Giovanni Battista Cuneo combatté in Sudamerica e in Italia per la causa repubblicana

Per il loro figlio, i coniugi Cuneo avevano scelto la strada delle Lettere e la propensione del  ragazzo aveva trovato il giusto riconoscimento nel successo degli studi classici. Ma non fu un professore il loro Giovan Battista. Appena terminati gli studi primari, il giovane decise di andare a Genova e di iscriversi nel corso di nautica: dopo aver soddisfatto le aspirazioni dei genitori, toccava a lui intraprendere la strada della propria passione. E quella di Giovan Battista Cuneo fu una passione vera per l’avventura.

Era nato nel 1809 a Oneglia, un piccolo paese della Liguria, e della sua terra non poteva non condividere l’amore viscerale per il mare. Quel mare che aveva portato secoli prima un concittadino  nelle terre americane al servizio di Sua Maestà di Spagna e che egli voleva attraversare per conoscere l’altra metà della Sfera terrestre. Diplomatosi in scienze nautiche, Giovan Battista Cuneo si imbarcò così alla volta del Mar Nero in qualità di pilota.

Subito dopo guidò la nave affidatagli verso il Mare delle Antille, ma durante le lunghe giornate in mare aperto, non trascurò mai di proseguire i suoi studi umanistici e letterari, mantenendo fede alla promessa fatta ai propri familiari. Approfondì inoltre le conoscenze linguistiche preparandosi al meglio a operare in terre dominate dalla cultura spagnola, portoghese e anglosassone. In questo lungo periodo di preparazione intellettuale, tornato dai suoi lunghi viaggi, ebbe modo di incontrare Giuseppe Mazzini e il suo pensiero.

Affascinato sinceramente dalle teorie del corregionale, Cuneo si iscrisse alla Giovine Italia, risultando uno dei primissimi seguaci del movimento patriottico italiano. Il suo fervore repubblicano fu tale da contagiare, in una delle sue tante tappe navali (esattamente a Taganrog nel 1833), un personaggio destinato a “fare” l’Italia, quel Giuseppe Garibaldi che egli avrebbe incontrato qualche anno dopo in Uruguay, dopo aver pagato con l’esilio la partecipazione ai moti carbonari dello stesso anno 1833.

unnamedGianbattista Cuneo scelse il paese sudamericano per la sua nuova vita da esule e nella terra americana si riunì a diversi altri fuoriusciti italiani. Nel 1836 ebbe modo di rinverdire il suo sodalizio con l’amico Garibaldi a Rio de Janeiro, e pochi mesi dopo si ritrovò nelle file della Legione Italiana, soldato volontario agli ordini del futuro eroe dei Due Mondi. Convinto assertore del genio militare di Garibaldi, ne avrebbe poi esaltato – attraverso l’amicizia e gli scritti- le gesta, contribuendo alla costruzione dello stesso mito italiano.

Dotato di un’oratoria efficace e ficcante, Cuneo si distinse nei vari angoli del Sudamerica per la propagazione delle idee mazziniane tra i numerosi italiani residenti e per ben sedici anni si batté con tutte le sue forze per rendere visibile l’idealismo politico dell’amico ligure. Nei suoi anni di esilio (in parte forzato, in parte volontario) il marinaio letterato di Oneglia si trasformò in un vero e proprio insegnante e unì la sua vocazione umanistica a quella di giornalista, collaborando con numerosi fogli italiani stampati in Sudamerica per le comunità connazionali.

La sua partecipazione, alla causa patriottica, fu totale e disinteressata, e le sue idee partivano dall’Uruguay per giungere anche nelle redazioni italiane, una su tutte quella della “Concordia” di Torino. Fu proprio lui a esaltare le gesta repubblicane di Garibaldi nelle guerre sudamericane e allo stesso tempo fu sempre Cuneo a utilizzare l’ottima conoscenza della lingua spagnola, per tradurre i pensieri e le opere di Mazzini a uso dei repubblicani del Nuovo Mondo. La sua effervescenza culturale lo portò anche a fondare diversi giornali: “Il Popolo, “L’Italiano”, “La Legione agricola” furono sue creature, e tutte aiutarono a mantenere saldo il legame delle colonie italiane con la madrepatria. I suoi figli di carta prepararono i nostri connazionali anche all’azione, contribuendo a formare quelle schiere di volontari accorsi dal Sudamerica in aiuto ai volontari garibaldini e piemontesi. Instancabile osservatore dei vari quadri politici, Cuneo scrisse anche, giorno dopo giorno, il diario della Legione Italiana di Montevideo comandata da Garibaldi, e fino al 1844 fu segretario e procuratore del suo grande amico nizzardo.

Ritornò in Italia soltanto nel 1849, carico di speranze per il suo progetto repubblicano e decise di accettare l’incarico, conferitogli dai comizi politici del terzo collegio di Genova, di deputato del Parlamento subalpino, per la terza legislatura. Rinnovato il mandato dello stesso anno, l’ex marinaio di Oneglia decise agli inizi del 1850 di dimettersi dal suo ruolo pubblico, per assumere le vesti molti più congeniali di organizzatore del Partito d’Azione nelle varie sedi italiane. Rifiutate le pressanti offerte, fatte personalmente da Cavour e dall’amico deputato di Oneglia Carlo Riccardi, di entrare nel corpo diplomatico  piemontese, Cuneo mantenne fede alla sua indole repubblicana decidendo anche di non accettare, nel 1862, il prestigioso incarico di console generale d’Argentina a Genova.

Raccolse, invece in quegli anni, i frutti della semina americana. Nelle città della Penisola ebbe infatti modo di incontrare molti italiani ritornati dall’esperienza migratoria e, dal 1860 al 1862, superati i trionfi indipendentisti, fu tra i capi dei comitati di provvedimento e delle  società emancipatrici ed unitarie.

Nel 1863 accettò finalmente un incarico pubblico, divenendo agente generale  dell’emigrazione della Repubblica Argentina. L’incarico gli permise di unire idealmente i suoi due mondi e di continuare ad operare, seppur a distanza, per le sue amatissime terre sudamericane.

Giovanni Battista Cuneo, nonostante fosse colpito da una grave malattia, decise però di scendere nuovamente in campo nel 1866, per seguire il suo fraterno amico Garibaldi nella campagna del Trentino e soltanto dopo queste ultime fatiche ( e delusioni repubblicane) si ritirò definitivamente a Firenze, nuova capitale d’Italia. Fine conoscitore delle lingue (tra le altre era versato anche in quella francese e latina) e grande idealista democratico, mantenne sempre un portamento aristocratico, divenendo personaggio ricercatissimo nei salotti letterari, culturali e politici della città di Dante.

“Voi avete amato  la patria quando pochi in Italia sapevano che c’era una patria, in questo mondo; l’avete amata con ardore, con sacrifizio, con dolore; l’avete amata nel Parlamento e nelle congiure; l’avete difesa fieramente al di là dei mari, dove la stima degli Argentini vi aveva onorato d’una cittadinanza onorevolissima… Il vostro nome era tra i primi nelle file del sacrifizio, non si trovò mai nella schiera dei mietitori.”

large be4b6904d02314aaScriveva così Paolo Mantegazza  (un altro grande esponente della cultura italiana di Fine Ottocento) per un figlio davvero illustre della causa italiana e repubblicana. Cuneo, date alle stampe anche una “Biografia  di Giuseppe Garibaldi” nel 1850 (fu edita a Torino dalla Fory e Dalmazzo e ripubblicata a Genova dopo la sua morte, trascorse i suoi ultimi anni a difendere i suoi principi democratici e morì a Firenze nel 1875. Riconosciuto vero eroe nazionale dal Parlamento Italiano, dovette però subire, dopo morte, l’onta di una mancata sepoltura in città. La sua salma venne così trasportata a Oneglia e qui solennemente inumata il 2 marzo: estremo tributo a un idealista di tutti gli italiani nel mondo.




Il primo darwinista italiano. Lo straordinario viaggio della nave “Magenta”

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giglioli enrico hillyer 1845 1909Quando si imbarcò sulla nave Magenta, Enrico Hiller Giglioli non sapeva di essere uno dei primi italiani, unitamente al resto dell’equipaggio, a prendere il largo sotto la bandiera unita del Regno d’Italia, né  forse si sarebbe appassionato a tale primato. Per lui, viaggiare sulla prima nave dell’Italia unita che avrebbe circumnavigato il mondo, rappresentava soltanto una sfumatura della sua personale avventura esistenziale. E la sua vita parlava con i ritmi della Natura.

Quella di Giglioli fu infatti una spedizione scientifica, organizzata da Filippo De Filippi e incentrata sulla raccolta, la campionatura e lo studio di reperti zoologici, botanici, etnologici e antropologici delle zone peculiari del globo terrestre. Una spedizione che avrebbe fatto del giovane Giglioli un protagonista involontario della scienza italiana, facendolo conscere all’acerba mondo borghese di quella nuovissima realtà peninsulare.

Enrico Hiller Giglioli ebbe già dalla nascita una grande fortuna: quella di nascere da padre italiano e da madre inglese. Il padre, Giuseppe, era infatti un ardente mazziniano e il nonno, Domenico, era stato condannato al carcere a vita nell’Estense, dopo aver partecipato ai moti del 1831. La famiglia Giglioli era letteralmente pervasa del sacro fuoco patriottico e repubblicano, pagando l’impegno politico con l’esilio dalla originaria Brescello (città che tanti anni dopo sarebbe assurta agli onori della cronaca per la gustosa saga  cinematografica su Don Camillo). Enrico Hiller nacque proprio durante il forzato esilio a Londra, quando il padre trovò nella città inglese anche la donna della propria vita. Tornato in Italia nel 1848 Giuseppe Giglioli divenne professore universitario di antropologia di Pavia, e in seguito di Pisa, avvicinando alle scienze naturali anche il figlio Enrico. Nel 1861 il giovane Enrico aveva già conseguito brillanti successi scolastici e vinto una borsa di studio che lo avrebbe portato nel paese di nascita, allievo della Royal School of Mines. Introdotto nei salotti culturali  il giovane italiano fece sfoggio del suo ascendente inglese e non ebbe nessuna difficoltà ad essere accettato  nelle cerchie dei più autorevoli studiosi dell’epoca. Nella Royal School, del resto, insegnava uno dei più importanti naturalisti dell’epoca, quel Tommaso Huxley con cui il Giglioli entrò in grande amicizia condividendone l’impegno scientifico e filosofico.

libri hillyer giglioli enrico il viaggio dellaErano quelli gli anni “rivoluzionari” del darwinismo e il mondo scientifico inglese si divise letteralmente in vari schieramenti di pensiero. Giglioli abbracciò con entusiasmo “la grandiosa ipotesi darwiniana” lasciandosi sapientemente guidare anche dal maestro Huxley. La stima reciproca dei due scienziati portò l’italiano a tradurre gli studi di Huxley e a pubblicare le sue lezioni. E in un Italia ancora acerba di grandi temi naturalistici, l’estense trovò in De Filippi l’unico convinto ammiratore del suo talento scientifico. Con l’aiuto dello stesso egli si imbarcò così sulla nave Magenta, e ne divenne protagonista assoluto quando lo stesso De Filippi dovette abbandonare l’impresa per gravi problemi di salute. Lasciato a sé stesso, Giglioli sfoderò il meglio delle proprie conoscenze e intraprese studi che rimangono ancora oggi capisaldi della Biologia.

Preso il timone della spedizione scientifica, Giglioli si avvicinò al Però con gli occhi carichi di curiosità per le specie autoctone e la sua sete di conoscenza, a soli ventitre anni di età, si nutrì abbondantemente all’ingresso nello stretto di Magellano. La Patagonia, selvaggia e maestosa, accolse cos“ un altro italiano, dopo Pigafetta e Malaspina, aprendo il suo ruvido scrigno alla passione dei nostri connazionali. La presenza italiana, che negli anni futuri si sarebbe arricchita di altri esploratori, missionari e scienziati, penetrò tra le infinite insennature cariche di insidie, permettendo alla nave Magenta di attraccare nelle sperdute località dell’estremo lembo americano.

Il gruppo scientifico guidato da Giglioli non scoprì né scalo vette sconosciute ma l’attività dello zoologo si esplicò quasi totalmente nel suo campo d’elezione. La ponderosa attività naturalistica dell’italiano si concentrò tutta nella scoperta, nell’identificazione e nella classificazione talassonomica delle specie animali e vegetali. Giglioli mise a segno un vero e proprio esercito nuovi nomi, arrivando a classificare, soltanto tra i vertebrati, 200 specie animali, e scoprendo almeno una dozzina di specie assolutamente sconosciute!

7834 1Scesco più volte sulle aspre coste della Patagonia e della Terra del Fuoco, l’italiano ebbe modo di scambiare merci e amicizia con un piccolo gruppo di “fuegiani”, indiani decisamente malmessi in quell’habitat cos“ ostile agli esseri umani. Egli concentrò tuttavia i suoi maggiori sforzi sull’attenta osservazione delle varietà zoologiche e si addentrò anche nello studio dell’etologia animale.

Abbandonate le fredde coste sudamericane Giglioli iniziò a scrivere le sue riflessione su quella straordinaria avventura umana e scientifica. Il libro sarebbe stato pubblicato nel 1875 con il titolo “Viaggio intorno al Globo della R. pirocorvetta italiana Magenta” e rappresenta ancora oggi una monumentale opera “omnia” della zoologia, etologia e della fitogeografia.

La vita di Giglioli, dopo l’intensa esperienza sudamericana non fu mai più la stessa. Egli port˜ i suoi studi americani in tutta la sua carriera accademica, la quale si arricchì anche della cattedra di anatomia comparata nell’Istituto di Studi superiori di Firenze. In trentatre anni di carriera lo studioso realizzò la prima collezione nazionale dei vertebrati italiana, mettendo insieme oltre milleduecento specie diverse. Eseguì numerose campagne talassografiche (che permettevano di studiare le specie animali nei loro luoghi naturali di vita) e scoprì anche nuove specie di pesci negli abissi marini. Nella vita relativamente breve di Giglioli ci fu spazio anche per un altro appassionato studioso delle Americhe. Egli si legò infatti a Paolo Mantegazza da cui apprese l’arte di studiare anche i popoli umani. E la carriera di etnologo lo avrebbe sicuramente portato ancora lontano se non lo avesse colto improvvisa la morte nel 1909. Enrico Giglioli mor“ a sessantaquattro anni nella colta Firenze, stringendo tra le mani le pagine dei suoi studi patagonici, estremo atto d’amore verso un Continente che lo rese tra i pi apprezzati e riveriti scienziati del Regno d’Italia.



 




Monterrey: Paolo, il tenace

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225586 172931202765215 100001450094221 465123 3028988 nIl TEC di Monterrey ha premiato il prof. Paolo De Francesco per i suoi 20 anni di intensissima attività  di promozione  della lingua e cultura italiana

Un punto di riferimento di assoluto prestigio per la cultura del nostro paese e  un protagonista instancabile nell’ideazione di proposte, eventi e manifestazioni made in Italy. Questo ispira oggi il nome di Paolo De Francesco, arrivato in Messico a metà degli anni 80, all’età di 25 anni, facendo prima tappa a Città del Messico, poi a Aguas calientes (una città a nord della capitale) e infine nell’industriale a Monterrey, relativamente  vicina agli Stati Uniti. dal 2004 è entrato a lavorare  all’ “Instituto Tecnológico y de Estudios Superiores de Monterrey” (ITESM), conosciuto da tutti i locali come Tecnológico de Monterrey” o più semplicemente “Tec de Monterrey”, un’istituzione universitaria fondata nel 1943 dall’imprenditore Eugenio Garza Sada e divenuta negli anni un polo di eccellenza nel sistema accademico degli Stati Uniti del Messico.

“Sono entrato al Tec dopo una lunga formazione alla Dante Alighieri – spiega Paolo De Francesco – e nel corso degli anni, attraversando anche momenti molto difficili, sono riuscito a dedicare tempo ed entusiasmo alla promozione della cultura italiana agli studenti messicani.”

Il TEC, con le sue 31 sedi o campus sparsi sul territorio e 150 mila studenti iscritti nelle 60 carriere accademiche, è uno degli atenei privati più grandi dell’intera America latina ed è famoso per essere un’istituzione universitaria con la migliore scuola di affari di tutto il Messico. E se all’interno del TEC oggi l’Abruzzo è una terra conosciuta da molti alunni, il merito è solo del professore di Atessa.

“Ho avuto la fortuna di preparare la conferenza “Abruzzo: terra di straodinaria bellezza” – spiega ancora il docente abruzzese –  e con questa iniziativa molti dei miei alunni hanno conosciuto i nostri luoghi iconici, dal parco nazionale d’Abruzzo, al guerriero di Capestrano e al Museo archeologico di Chieti, dalla costa dei Trabocchi allo straordinario castello di  Roccacalascio (set di vari film cinematografici), e ad alle altre  città fra le quali la mia città natale Atessa”.

paolo de francescoPaolo De Francesco nel 2004 iniziò il suo percorso di valorizzazione della cultura e della lingua italiana con la presentazione del suo libro “101 proverbi della lingua italiana”, cui fece seguito nel 2005 la conferenza “Le 20 regioni italiane, un viaggio indimenticabile” per il dipartimento di lingue moderne. Nominato nel 2007 coordinatore del Forum Internazionale di Arte e Cultura di Monterrey, il docente ha fatto conoscere al pubblico cittadino  il dott. Umberto Bile di Napoli, il quale ha illustrato in conferenza il tema “Capodimonte: da Reggia a Museo”. L’anno seguente De Francesco ha   coordinato la conferenza “Come fare affari con l’Italia” presentata  nel campus Monterrey dall’ing. Leonardo Accettura .

“Il 2010  è stato un anno molto importante perché ho potuto ideare il mio corso di cultura aziendale italiana per gli studenti del Tec di Monterrey. Insieme al console italiano a Monterrey, dott. Roberto Caruso  nel 2011 abbiamo organizzato l’evento di   consegna delle borse di studio agli studenti vincitori per lo stage formativo in Italia. Nello stesso anno, nella biblioteca dell’istituto , insieme ad altri colleghi, ho promosso la mostra pittorica “Tra maschere e coriandoli” della pittrice Myriam Martínez”.

Le energie organizzative non sono mai venute mene al presidente della Dante Alighieri che nello stesso 2011 ha organizzato la celebrazione dei “150 anni dell’Unità d’Italia” alla presenza delle  massime autorità universitarie. Per l’intensissima attività di promozione culturale sia De Francesco come presidente) sia la dott. Rosalina Lozano (in qualità di direttrice) sono stati insigniti nel 2013 di un riconoscimento da parte del TEC per le attività della Dante Alighieri, e nello stesso anno  l’infaticabile atessano ha promosso la conferenza “L’Italia: fra cultura, industria e gastronomia” nella Fiera del Libro di Monterrey, gremita di pubblico.

“L’iniziativa  che mi ha dato forse più soddisfazione è stata quella del  Progetto di Formazione Professionale per gli studenti del Tecnologico di Monterrey, realizzato in collaborazione con le imprese Sacmi di Imola, Sangro Progetti di Atessa e System Group di Fiorano Modenese. Gli ottimi risultati conseguiti con questa iniziativa mi hanno portato a essere nominato al prestigioso Premio Eugenio Garza Sada nel 2014, 2015 e 2016”.

Una vita vissuta sempre nel nome della promozione culturale italiana, quella che Paolo De Francesco ha messo in campo nella sua esperienza di italiano nel Mondo e che lo stesso Paolo ha voluto riassumere in un libro dal titolo “La libertà di insegnare”  pubblicato nel 2017 parallelamente alla organizzazione dell’evento dedicato al  Ballet “Ensamble Folklórico Mexicano”, che sul palco dell’università ha presentato una selezione di balli e canti della  tradizione abruzzese, attraverso la musica, il costume, e i balli italiani, grazie alla sapienza del coreografo e direttore del gruppo , David Garcia, che negli anni ’90 aveva collaborato con De Francesco agli scambi culturali.

Impegnato giorno dopo giorno nelle lezioni di lingua e cultura italiana  ad alunni che studiano ingegneria, architettura, medicina, legge, economia e commercio, letteratura, disegno, moda, musica, canto, gastronomia e che vanno in Italia per frequentare i corsi universitari al Politecnico di Milano e  Torino, al Sacro Cuore di Milano, al Lorenzo de Medici di Firenze, alle università di Bologna ,Venezia ,  Napoli e ad altre istituzioni accademiche, il presidente della Dante Alighieri è stato premiato nel campus del TEC di Monterrey da parte del Direttore regionale del dipartimento di lingue Nico Wiersema e dalla direttrice amministrativa del centro lingue, Alejandra Ugarte per i suoi 20 anni di insegnamento

 

 

 

 




Brasile. Lunardelli, il re del caffè

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thumb200sPartirono nel 1876 da un Veneto avaro di qualsiasi futuro con tanti suoi figli e oggi il loro nome campeggia anche in un sito Internet , completamente dedicato ai suoni italiani e all’aroma del caffè. Perché fu proprio il caffè la vera miniera d’oro trovata in Brasile dai Lunardelli, una famiglia che affonda le sue radici nel villaggio di Cinetta (Siméta), una frazione della piccola cittadina di Fossabiùba di Mansuè, nella Marca trevigiana, non lontano dal fiume Livenza e dal confine con l’attuale Friuli.

Nicolò e Luigia Lunardelli lasciarono le loro poche cose nel 1886: l’italia si era già messa in movimento, per seguire la grande ondata di migrazione verso le terre americane. Il Brasile era un obiettivo lontano ma ricco di promesse, per chi aveva nel sangue l’amore per la terra.

A soli 25 anni dunque Nicolò s’imbarcò con la giovane moglie e con il figlioletto Geremia, di appena cinque anni, per tentare la sorte di una vita migliore e per progettare un futuro più dignitoso al piccolo bambino che trasportavano sulle braccia forti da contadini. Anche loro partirono ascoltando la voce del popolo che raccontava delle meraviglie del Brasile e della facilità di trovarvi una campagna di proprietà, dove mettere alla prova l’intelligenza e il lavoro a proprio vantaggio.

geremia lunardelli em famíliaArrivati nella terra dei sogni, i giovani Lunardelli non trovarono l’Eden descritto dalle romanzate storie popolane. Nicolò Lunardelli morì dopo pochi anni dal suo arrivo, lasciando in eredità soltanto la sua grande forza di volontà. Troppo poco per Luigia costretta a scegliere tra il ritorno e una vita di miseria. La fortuna, per la vedova e il suo piccolo figlio, si materializzò però sotto forma di un nuovo marito, salvaguardando l’ideale per il quale il piccolo nucleo si era mosso verso la terra del Verzin. Salvato dalla miseria, il piccolo Geremia non ebbe il tempo di godersi una spensierata fanciullezza, e ancora bambino andò a lavorare sotto padrone nelle fazendas del circondario. A soli sedici anni, ormai esperto conoscitore della materia, il giovane Lunardelli decise però di tentare l’impresa in proprio, iniziando con l’allevamento di un vitello e di qualche maiale; il tutto nel poco tempo libero che il duro lavoro nei campi gli lasciava libero.

Appena raggiunto il peso, gli animali divennero oggetto della prima trattativa commerciale di Geremia, che con i soldi investiti iniziò a ingrandire prima il suo allevamento e poi ad acquistare un piccolo appezzamento di terreno. La terra intorno a San Paolo all’epoca verdeggiava di piante di caffè; quel mitico frutto che tutti i popolani favoleggiavano, in una terra nella quale Venezia aveva diffuso l’abitudine di sorseggiare il prelibato infuso e nella quale i poveri contadini erano invece costretti a bere orzo e cicoria allungati con un poco di pessima grappa.

geremia lunardelliGeremia Lunardelli (foto) ascoltò affascinato le storie della mamma su quella pianta “magnificata” dalla credenza popolare, e decise di puntare sul caffè per riscattare i sogni dello sfortunato padre. Iniziò acquistando una piccola proprietà sulla quale prosperavano un migliaio di pianticelle, e pagò la terra con tutti i risparmi accumulato nei suoi anni di adolescente prestato al lavoro.  E nonostante il terreno, Geremia Lunardelli continuò nella sua vita ricca solo di tanto lavoro. Coltivatore, commerciante, trasformatore di canna da zucchero (lavoro che fece inventandosi un rudimentale quanto geniale attrezzo) e tanti altri mestieri…. il giovane fece di tutto pur di dare corpo a quel sogno chiamato imprenditoria. Impegnato in mille attività il trevigiano non abbandonò mai la sua idea del caffè” e arrivò in tempo a espandere la sua azienda oltre i confini dello stato di San Paolo, verso il vicino Paranà, ricchissimo di terre adatte alla coltivazione della pregiata pianta. Geremia era un esperto nato nella valutazione della terra e sapeva riconoscerne la bontà da pochi segni o dall’odore ma nella sia vita non tralasciò neanche l’istruzione. Se la vita infatti gli aveva negato la possibilità di un’istruzione strutturata lui rimediò con una tenace applicazione da autodidatta arrivando a scrivere e leggere con le proprie forze. E il dono del vocabolario gli sarebbe stato sempre utile per ampliare ulteriormente il suo piccolo regno.
A soli trent’anni, Geremia divenne così “O rei do café”, ovvero il più grande produttore e commerciante di caffè del mondo. Negli anni Cinquanta, il figlio del povero Nicolò avrebbe posseduto ben più di quel terreno in proprio tanto sognato dal padre: 14milioni di piante di caffè, 11.500 ettari di foraggio, e ancora 5mila ettari coltivati a canna da zucchero, più uno zuccherificio capace di 30mila sacchi l’anno e 30mila capi di bestiame

Figlio di italiani, il trevigiano ebbe sempre grande riconoscenza per il suo paese d’adozione, di cui divenne cittadino legittimi e per i quali avrebbe sempre avuto un occhio di riguardo.

lunardelli con cappelloLunardelli amava dell’Italia soprattutto l’arte e la cultura e per dare un segno tangibile della sua passione sostenne con tutte le forze la nascita del museo di Belle Arti di San Paolo.

Oltre a sostanziosi contributi economici egli donò al museo sculture di Rodin, dipinti di Goya, Velasquez, Rembrandt, Renoir. Nonostante la sua enorme ricchezza egli mantenne sempre un “profilo “ umile, soprattutto nei confronti dei suoi coltivatori, con i quali continuò a lavorare spalla a splla, anche in tempi in cui poteva tranquillamente godersi la ricchezza. Lunardelli tra l’altro, in nome della fede negli ideali di democrazia, rifiutò per ben due volte il titolo nobiliare: nel 1928 l’offerta del titolo di conte arrivò dalla casa reale d’Italia, per i suoi meriti di gran lavoratore e sostenitore della cultura italiana in Brasile; nel 1946 fu invece la Santa Sede a offrirgli il titolo di marchese per lo spirito di carità che sempre aveva dimostrato nei confronti dei bisognosi. Nella vita privata l’orfano del contadino di Cimetta ebbe decisamente più fortuna dei suoi genitori. Trovato il tempo di sposarsi, fu gratificato dalla nascita di ben nove figli, cui lasciò in eredità il suo vastissimo patrimonio, i quali a loro volta gli regalarono decine di nipoti.

Geremia Lunardelli morì il 9 maggio del 1962 portando con sé il titolo di “re del caffè”: fu l’unico titolo che aveva accettato perché sentiva di esserselo conquistato sui campi, giorno dopo giorno, col suo grande amore per la terra d’America.




Scomparsa Marta Colombari Barquero, l’italiana più anziana del Costa Rica

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whatsapp image 2024 02 19 at 10.52.56E’ mancata Marta Colombari Barquero: era l’italiana più  anziana del Costa Rica. Ne ha dato notizia l’Ambasciata d’Italia a San José.  Marta Maria Colombari era nata il 1° marzo 1922 in Costa Rica. Il padre, Augusto Colombari Chicoli , originario di Rovigo, era emigrato nel Paese centro americano nel 1914, alla vigilia del Primo conflitto mondiale .  “I genitori di Marta, Augusto e Maria, avevano sei figli; Marta era la quinta – riferisce l’Ambasciata – . Il signor Colombari possedeva diverse macellerie in Costa Rica, oltre a diverse aziende agricole nella zona di Puntarenas, dove allevava e vendeva il bestiame. Poiché aveva molti fratelli (ben 11), anch’essi emigrati dall’Italia in Costa Rica, era solito far lavorare i fratelli nelle macellerie, e i figli nelle fattorie. Marta, quindi, crebbe circondata dalla natura, imparò ad accudire il bestiame, ad andare a cavallo e ad andare da una tenuta all’altra con i mandriani, conosciuti in Costa Rica come i “sabaneros”. La famiglia trascorreva il resto del tempo nella casa a San José, dove i due bambini frequentavano la scuola. Fu occasione di un evento presso la Casa Italia che Marta conobbe il suo futuro marito, Rocco, della famiglia Biamonte Rimolo (la madre, Teresa Rimolo d’Agostino, era originaria di Morano Calabro, e il padre, Pedro Biamonte Vitale, calabro di Castrovillari). Nato a Morano il 5 aprile 1922, Rocco emigrò in Costa Rica con la famiglia, dove arrivò nel 1939. La coppia si sposò nel 1947. Rocco era un allevatore di polli e Marta lo aiutava nella gestione del loro negozio di alimentari, dove vendevano carne di pollo, uova e mangime per polli, vicino alla Chiesa della Merced. Nel 1966 la famiglia si trasferì a Coronado, dove aprì un caseificio; Marta aiutava il marito nel lavoro, e lo insegnava anche ai bambini. In casa si parlava italiano e Marta ebbe l’opportunità di viaggiare in Italia due volte, con il padre la prima volta e con il marito tra il 1970 e il 1972. I due figli di Marta, Pedro e Maria Teresa, sono nati e cresciuti a Coronado e sono loro a raccontare la sua vita e il suo amore per gli animali e le campagne di famiglia. Marta e Rocco vissero la guerra civile del 1948 in Costa Rica (la “rivoluzione”, come fu chiamata) e le conseguenze della dichiarazione di guerra del Costa Rica alle potenze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone) nel 1941, che portò a persecuzioni e misure contro le colonie tedesche e italiane nel Paese. Suo figlio racconta che in quel periodo storico molti italiani dovettero nascondersi perché perseguitati dal governo costaricense. La famiglia si nascose in una casa di proprietà a La Dolorosa (San José).  Marta ha trascorso gli ultimi 7 anni della sua lunga vita a Miramar (Puntarenas) con la figlia, in una fattoria che il padre le aveva lasciato in eredità. Il figlio la descrive come una donna molto spiritosa ed energica, che trasmetteva gioia all’intera famiglia. Purtroppo la pandemia e il Covid-19 hanno peggiorato le condizioni di salute di Marta, che si è spenta all’età di 102 anni”.(Inform)




La suora “Giusta” della Sacra Famiglia

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suor benedetta pompignoli yad vashem 002 uai 2880x4043Miranda Servi, trenta anni,  e sua  madre Pia Ajò (nata a Siena nel 1886) in quel settembre del 1943 vivevano al centro di Firenze.

L’armistizio dell’ 8 settembre aveva portato una ventata di illusione che era durata solo lo spazio di qualche settimana.

Fino al 1938 Miranda Servi aveva insegnato materie letterarie all’Istituto Magistrale Pascoli ma le leggi razziali le valsero l’espulsione e la conseguente ricollocazione in una scuola media ebraica.  In quel settembre del 1943 Miranda sperò nella fine dell’incubo, senza immaginare di essere invece alle porte dell’inferno. L’insegnante sopravvisse al primo bombardamento di Firenze, avvenuto il 25 settembre del 1943, e dopo aver dato credito alle continue voci di liste ebraiche in mano ai tedeschi, insieme alla madre si trasferirono a San Piero a Sieve, alla periferia del capoluogo toscano. Una scelta fortunata che evitò loro la cattura e la deportazione da parte delle autorità. Il fratello di Miranda, scampato alla cattura, riuscì a raggiungere Roma ma per le due donne iniziò un periodo di grandissime sofferenze. Infatti capirono che l’unica possibilità di salvezza era dettata dalla fuga e si rivolsero al Monsignor Sommazzi che riuscì a farle accogliere alla Protezione della giovane, presso le Suore della Sacra Famiglia.

Fu qui che conobbero Suor Benedetta Pompiglioni, che del convento situato in via dei Serragli era la Superiora. Il 16 novembre Suor Benedetta accolse le due donne ma dopo alcuni giorni dovette aiutarle nuovamente a fuggire, avendo saputo delle perquisizioni nel vicino convento del Carmine.

Dopo alcuni mesi trascorsi nascosti nella casa dell’amica professoressa Nella Bianchi, le due donne rientrarono nel convento della Sacra Famiglia il 17 marzo del 1944 per restarvi fino al 30 luglio dello stesso anno, protette dall’amore delle suore fino all’evacuazione generale decisa dal Comando tedesco.

La storia delle due donne è rimasta sepolta per decenni ed è tornata alla luce grazie alla storica Marta Baiardi che, nell’archivio della Comunità ebraica di Firenze, ha ritrovato la testimonianza firmata da Miranda Servi.

img 20181128 wa0068 1210x423Per l’opera svolta durante i terribili anni della persecuzione nazifascista, Suor Benedetta Pompignoli, il 1° luglio 2018, è stata insignita del titolo di “Giusta tra le nazioni” dallo Yad Vashem di Gerusalemme.

Nata a Modigliana (Forlì) l’8 giugno del 1876 con il nome di  Lucrezia e  figlia di Battista, suor Benedetta il 3 aprile del 1895 entrò nel convento delle  Suore della Sacra Famiglia presente nel piccolo comune che allora faceva parte della provincia di Firenze, e il 5 novembre del 1896 prese l’abito  scegliendo il nome di  Suor Maria Benedetta.

Il 26 maggio del 1913 emise la professione perpetua  entrando definitivamente nell’ordine per poi trasferirsi nel convento di Firenze, di cui sarebbe diventata la Superiora fino al 5 settembre del 1962, data in cui venne deposta dall’incarico per l’anziana età. Il primo dicembre di quello stesso anno lasciò la sua amata Firenze per trasferirsi  a Brisighella, in provincia di Ravenna, luogo in cui, a quasi 92, il 19 febbraio 1968 lasciò la vita terrena senza raccontare mai a nessuno quello che era successo durante la guerra.

Il suo paese di nascita, Modigliana ha intitolato a suo nome  il giardino di fianco al Duomo, con il monumento che ne ricorda l’operato e per il quale è stata riconosciuta dallo Stato di Israele come “Giusta fra le nazioni”

 




Alessandra Giorda, una giornalista con la lirica e l’arte nel sangue

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Dopo vari eventi di arte organizzati a Dubai, Muscat, Milano e al Castello Baronale di Acerra-Napoli  per la prima volta approda a Genova con una Mostra d’Arte Contemporanea ed evento culturale in una location da sogno.

Fondatrice e direttrice di Televisionario2.it, web-magazine che si occupa di opera lirica, spettacolo e arte. Conduce trasmissioni sul web sempre con ospiti di gran pregio, presente sulla web radio con un programma tutto suo e collabora con giornali oltre oceano. Alessandra Giorda è anche un’abile PR e Art Curator.

Conosciamola meglio in questa intervista.

Dall’opera lirica all’arte contemporanea come è avvenuto il passaggio?

Quasi 10 anni or sono ho iniziato a supportare giornalisticamente alcune delle più prestigiose gallerie d’arte a Dubai e man mano molti artisti nel mondo mi hanno contattata perché facessi loro da manager e PR. Inizialmente non ho voluto perché ero già impegnatissima nel mio lavoro da giornalista  e  speaker radiofonica nel mondo dell’opera lirica. Consigliata anche da miei collaboratori da 5 anni ho iniziato a lavorare anche in questo settore organizzando eventi, Mostre di Arte Contemporanea e partecipando a Fiere di livello internazionale. L’opera lirica rimane però sempre al primo posto.

Conduci trasmissioni video sul web, in radio e collabori con web magazine, organizzi eventi e sei una PR. Come fai a fare tutto? Sei una donna bionica?

Questa è una domanda che mi pongono spesso molte persone. Indubbiamente faccio tanti sacrifici anteponendo spesso la vita privata a quella lavorativa.

E’ una questione di organizzazione e soprattutto di immenso amore per il mio lavoro. Se non ci fosse quest’ultimo ingrediente non sarebbe possibile il tutto. Sono una donna normale che come tutte quando  lavora troppo deve fare i conti con  momenti di forte stanchezza, anche se sto imparando a dosare i ritmi.

L’evento che hai organizzato come TV2 Art Gallery è di livello in un contesto spettacolare. Ti piace il lusso?

Mi piace fare quello che non è così consueto e soprattutto in contesti raffinati o particolari. La sede della DOMUS CULTURA è sita in uno dei Palazzi dei Rolli a Genova ed è bellissima, ha anche una cappella consacrata all’interno. Mi piace l’idea di abbinare l’arte contemporanea in contrasto con le bellezze del 1600 tra dipinti, mobili e arredamento di autentico antiquariato. Il tutto coadiuvato da due persone splendide e di notevole spessore culturale come i titolari della DOMUS CULTURA , il Presidente Rodolfo Vivaldi e la consorte Simonetta Scotto entrambi scrittori molto amati. Ovviamente li ringrazio pubblicamente per avermi permesso la realizzazione dell’evento.

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Quali artisti rappresenti in questa mostra?

Sono tre artisti  di arte figurativa molto  differenti tra loro che hanno esposto non solo in Italia ma anche in vari paesi nel mondo, ma con un comune denominatore: artisti di valore e perone straordinarie.

Laura Ferretti è un vulcano nel creare e ha la straordinaria capacità di mettere nelle sue opere il suo vissuto. E’ una donna che ha passato un periodo difficile per motivi privati alla quale si riconosce il grande merito di aver dato spazio al suo dolore per creare dipinti molto interessanti.

Patrizia Addante si occupa di decorazioni su parete è bravissima. In occasione di questa   Mostra d’Arte ha dato sfogo alla sua più intima creatività. Sarà una sorpresa!

Hicham Chajai è un artista che ho conosciuto a Dubai ed un campione nell’arte della calligrafia araba. I suoi lavori sono raffinati. Mi piace moltissimo questa tipologia di arte.

Dopo il Vernissage seguirà la presentazione del libro DONNE NELLA SCIENZA scritto Maria Pia Abbracchio -scienziata-  e  Marilisa D’Amico- costituzionalista- modera l’incontro la Dott.ssa Beatrice Roccatagliata. Tutte è tre persone straordinarie professionalmente e privatamente.

Siamo un bel team e sono felice della scelta degli artisti.

Quale importanza ad oggi ha il tuo lavoro nell’opera lirica come giornalista?

Senza ombra di dubbio rimane al primo posto, ho fatto tanti sacrifici personali ed economici per svolgere il lavoro che svolgo facendo tutto da sola e senza mai scendere a compromessi. Adoro l’opera lirica è ormai e finalmente diventata Patrimonio dell’UNESCO. La musica è vita, quando non frequento per qualche lasso di tempo i teatri lirici mi mancano moltissimo. L’opera lirica si assapora bene in teatro, entro in empatia con gli artisti, mi immergo nella loro recitazione e mi lascio trasportare dalla musica. Svolgo il mio lavoro con grandissimo interesse con interviste ai cantanti lirici, sovrintendenti di teatri e direttori artisti, nonché direttori musicali.

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Nel tuo libro GRANDI PERSONAGGI hai anche intervistato Ambasciatori e scrittori ?

Confermo sono altri due settori che amo. Quando ero all’Università alla Facoltà di Giurisprudenza volevo scegliere l’indirizzo diplomatico. E’ un settore che mi ha sempre incuriosito molto, poi il giornalismo ha preso il sopravvento su tutto. Mio padre era dirigente presso la Casa Editrice Garzanti e mi ha trasmesso l’amore per i libri e il valore degli scrittori.

Conduci trasmissioni video sul web, in radio e collabori con web magazine, organizzi eventi e sei una PR per molti artisti. Come fai a fare tutto? Sei una donna bionica?

Questa è una domanda che mi pongono spesso molte persone. Indubbiamente faccio tanti sacrifici anteponendo spesso la vita privata a quella lavorativa.

E’ una questione di organizzazione e soprattutto di immenso amore per il mio lavoro. Non ci fosse quest’ultimo ingrediente non sarebbe possibile. Sono una donna normale che come tutti e quando  lavora troppo ha  anche i momenti di forte stanchezza, anche se sto imparando a dosare i ritmi.

Come è nata la passione per l’opera lirica?

Fin da bambina sono stata educata all’opera lirica da mio padre, appassionatissimo che conosceva molte opere a memoria, un melomane e mi ha trasmesso tale passione insieme a mia madre.  A scuola, ho frequentato il Collegio della Guastalla a Monza e c’erano le ore di musica con una sala per l’ascolto e lo studio di essa inoltre un teatro interno.  Ho anche recitato.

Durante gli anni del liceo classico  avevo una compagna di classe appassionata di musica barocca e a Torino frequentavamo tutti i concerti possibili. Adoro anche i canti gregoriani, altro grande patrimonio.

Ascolti solo musica dei generi sopra menzionati?

Assolutamente no! Mi piace il jazz, la musica pop e tutta la musica purché di qualità.  Nutro anche la passione per il  musical.

Sono stata anche inviata  speciale da una radio australiana, con la quale collaboravo, alla 69esima edizione del Festival di Sanremo. Una settimana full immersion nella sala stampa del dell’Ariston.

Ti ritieni una donna più solare o passionale?

Passionale e vulcanica, ma anche sensibile e discreta.

La città dove ti senti a casa?

In realtà sono due: Napoli e Dubai. Due città completamente differenti, ma che amo entrambe per le loro bellezze e le loro culture. Le ho nel cuore e come si dice che esiste il mal d’Africa io ho quello della Campania e degli Emirati Arabi Uniti. Ad elencare tutto quello che mi piace di queste due città e delle zone limitrofe dovrei scrivere un libro.

La città che ti ha maggiormente ti ha stupita e perché?

Buenos Aires con  le sue caratteristiche. Bellissima città alla quale noi europei non siamo così abituati come le alternanze di case lussuose in zone residenziali e qua  e là qualcuna fatiscente. Tuttavia una città viva ed elettrizzante. Inoltre io adoro il tango argentino e ho studiato questo ballo per 4 anni. Straordinario il Teatro Colon con il suo Salon Dorado.

Ti piace ballare e pattinare su ghiaccio?

Si moltissimo, dal tango argentino ai balli da discoteca. Per il pattinaggio su ghiaccio a 5 anni avevo già vinto il campionato sezione pattinaggio artistico Regione Lombardia. Tutt’ora, quando ho tempo, vado a pattinare.

Un sogno realizzato?

Fare il lavoro che svolgo in totale indipendenza.

A cosa dici tassativamente no?

Abuso di alcool, all’ uso di droghe e alla violenza.

Ti piace viaggiare?

Si moltissimo! Da bambina guardavo l’atlante e sognavo di viaggiare per il mondo. Sono meno attratta dal viaggiare da turista, ma più per lavoro perché si entra maggiormente nei tessuti sociali e nelle culture differenti. Questo ritengo “apra molto la mente” e porti a ragionare ad ampio spettro.

Il tuo piatto preferito?

Amo profondamente  cucinare e mangiare. Sul secondo aspetto non sono una donna come molte che sostiene che “mangio tanto e non ingrasso”.  Se mangio tanto ingrasso, ahimè! Ci tengo molto al mio aspetto fisico, anche se non sono magra, ma mi definirei dalle forme burrose, mi limito a una sana alimentazione.

Cosa mi piace? Tutto! Non riesco a dire di no a:  pesce,  brasato al barolo,   parmigiana di melanzane e  sfogliatella di pasta frolla.  Aggiungerei anche il bonet ed il babà, senza contare che il cioccolato fondente è alimento quotidiano.

Mi immergerei nel cioccolato!

Prossimi eventi ai quali parteciperai per lavoro  e realizzerai?

Parteciperò all’opera Madama Butterfly di Puccini al Teatro Carlo Felice di Genova e all’opera Don Pasquale di Donizetti al Teatro Regio di Torino.

Per il prossimo evento che invece organizzerò nell’arte figurativa ma al momento non posso anticipare nulla.

 

Linda Robin




Santo Domingo. Antonio Bellomunno ci ha lasciato

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89886aaa b176 474a b25e 03563c5e7a70“Quando un amico se ne va, rimane uno spazio vuoto” recita una vecchia canzone.

È proprio così: Antonio Bellomunno ha lasciato un enorme spazio vuoto all’interno della comunità italiana della Repubblica Dominicano dove era conosciutissimo e molto apprezzato, sia come uomo, sensibile, gran lavoratore, attaccatissimo alla sua famiglia, così come per il suo lavoro di assicuratore, che svolgeva da anni con grande professionalità, curando nei minimi particolari l’attenzione ai suoi clienti, che, ancor più che clienti, erano degli amici.

Aveva ottant’anni e, purtroppo, è stato stroncato, nei giorni scorsi, da un ictus cerebrale.

Antonio era arrivato nella Repubblica Dominicana, con la moglie Nunzia, negli anni ‘80. Desideravano trascorrervi una vacanza e, invece, quello che doveva essere un breve soggiorno di svago, si è trasformato in una ragione di vita.

Nunzia e Antonio si sono innamorati di questo Paese e hanno deciso di stabilirsi qui. Era il gennaio del 1993, quasi 30 anni fa, quando i coniugi Bellomunno sbarcarono a Santo Domingo con i due figli, Cristina e Giampaolo.

“Papà aveva aperto una agenzia viaggi, la Milan Travels – racconta Cristina Bellomunno – Il suo sogno era quello di poter vivere sei mesi qui e sei mesi in Italia. Ma la realtà fu un’altra, dato che la agenzia non spiccò il volo e papà cominciò a inventarsi l’impossibile perché aveva portato tutta la famiglia in un altro Paese e doveva occuparsene”.

capturaAntonio Bellomunno, lavoratore instancabile, dotato di una intelligenza vivissima e di una grande duttilità imprenditoriale, cominciò quindi a importare vini e liquori dall’Italia. Con una “guaguita”, un piccolo mezzo di trasporto, si dedicò per anni a vendere vini agli hotel e ai ristoranti di tutto il Paese.

Quando vide una migliore opportunità di lavoro, lasciò questo commercio e si lanciò, corpo ed anima, nelle assicurazioni, dapprima con la BMI, poi con MAFRE.

Il suo ufficio di Santo Domingo, nella piazza Paseo del Teatro, era frequentatissimo. Qui Antonio riceveva i connazionali per iscriverli nelle polizze di salute e altro, “sempre mantenendo la sua famiglia e senza fargli mancare nulla – sottolinea Cristina – Era un uomo che escogitava mille idee geniali per poter andare avanti, un padre presente, amoroso e responsabile, un marito e un compagno fedele”.

Antonio si è spento lo scorso 11 dicembre, giorno di Santa Lucia, alle 8.40 del mattino in una clinica della capitale. Lascia la moglie Nunzia, i due figli Cristina e Giampaolo, che gli hanno regalato tre nipoti, cui era affezionatissimo.




Costa Rica. In memoria di Ivo Consumi: il pioniere della comunità italiana di San Vito di Coto Brus

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15050ea7 8a5c 4a85 9430 19113f62aa4eÉ con grande tristezza che la Comunità Italiana in Costa Rica e il Comites rendono omaggio a un uomo straordinario, Ivo, che ci ha lasciato il 27 novembre 2023.

Nato il 21 luglio 1929 in Toscana, Ivo è giunto in Costa Rica nel 1952, come parte del progetto Sica, mirato a popolare la zona di Coto Brus. Questa audace iniziativa ha dato vita alla colonia italiana di San Vito de Java.

Ivo era una persona incredibilmente resiliente.

Ricordiamo vividamente la sua determinazione quando lo abbiamo visitato in rappresentanza del Comites durante il 70° anniversario della fondazione di San Vito.

Il presidente del Comites, Giuseppe Cacace, la vicepresidente Paola Ceccon e l’ex membro del Comites, Fabio Ricci, gli hanno consegnato un meritato certificato di riconoscimento.

e83ae2cc ce91 4f0a aaab 246e48bc54c0Ciò che più ci ha colpito di Ivo è stata la sua straordinaria tenacia. Raccontando la sua storia, Ivo ci ha riportato indietro nel tempo, quando San Vito attraversò una grave crisi economica che costrinse molti italiani a abbandonare il progetto.

Tuttavia, Ivo e altri coraggiosi individui resistettero alla crisi del caffè e affrontarono numerosi ostacoli finanziari. La sua storia è un testamento alla forza dello spirito italiano e alla determinazione di perseverare nonostante le avversità. Ivo era profondamente legato alle sue radici toscane, e questo si rifletteva nel suo modo di vivere e comunicare. Parlava lo spagnolo con un accento toscano che lo rendeva un vero ambasciatore della cultura italiana.

La sua presenza era un legame prezioso tra l’Italia e il Costa Rica. Oggi, la Comunità Italiana del Costa Rica piange la perdita di un vero capostipite, un uomo che ha contribuito in modo significativo alla costruzione della comunità di San Vito di Coto Brus. Il Comites si unisce al dolore della famiglia di Ivo e di tutti coloro che lo hanno conosciuto e amato.

380967f3 183a 4a9a a045 650543f161c4Le sue memorie rimarranno vive nei cuori di coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo. Possiamo solo sperare che la sua anima riposi in pace e che il suo spirito di determinazione continui a ispirarci nei nostri sforzi futuri e noi con il cuore colmo di gratitudine e il ricordo indelebile di un uomo straordinario, continueremo a onorare la memoria di Ivo Consumi, un pioniere intraprendente, un italiano toscano di cuore e un esempio vivente di determinazione.

Che la sua luce continui a guidare il nostro cammino, ispirandoci a perseverare e a mantenere viva la sua eredità di resilienza e amore per la comunità.

 




Muore Vincenzo Nardi, il “nonnino della Calabria”. Aveva 111 anni

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downloadSi è spento nella sua Simbario, paesino delle Serre vibonesi, all’età di 111 anni, Vincenzo Nardi, per molti ormai “il nonnino della Calabria”, il secondo anziano più longevo d’Italia, il primo nella sua regione.

Un traguardo che aveva raggiunto neanche troppo tempo fa in quanto il suo ultimo compleanno lo aveva festeggiato lo scorso 14 ottobre.

Nato il 1912, la sua vita è un percorso tra gli eventi più significativi della storia contemporanea: due guerre mondiali, regime fascista, nascita della Repubblica e via via sino ai nostri giorni.

Vincenzo Nardi lascia quattro figli e diversi nipoti, ma soprattutto tanti amici e parenti sparsi tra America, Germania e Francia. Vincenzo Nardi – lucido sino alla fine – aveva attribuito la sua longevità all’aria di paese (confinante con Serra San Bruno), al cibo e a un solo bicchiere di vino al giorno.

Nel paese delle Serre vibonesi era divenuto una vera e propria istituzione, capace di elargire buoni consigli e perle di saggezza a tutti.

agi.it