Si è spento Sal Palmeri, la voce della radio italiana di New York

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unnamed Sal Palmeri, il noto giornalista radiofonico italoamericano, fondatore di Radio ICN, è morto questa notte a Queens, stroncato da un infarto. Aveva 82 anni.

Sal è stata una colonna dell’informazione per gli italiani di New York. Per oltre 50 anni i suoi programmi, la musica delle sue trasmissioni, entravano nelle case e nei negozi italiani di Arthur Avenue, al Bronx, o in quelli di Bensonhurst a Brooklyn. È stato lui che negli anni in cui non esisteva internet mandava in diretta il Festival di Sanremo e “Tutto il Calcio minuto per minuto”.

Nella New York di quegli anni c’erano diverse stazioni radio che trasmettevano in italiano, ma nessuna mandava in onda 24 ore al giorno per 7 giorni la settimana programmi in lingua italiana, lacuna che sarebbe stata colmata da Sal Palmeri con Radio ICN.  

Al suo microfono si sono alternati i vip della musica italiana di quegli anni: Domenico Modugno, Gianni Morandi, Claudio Villa, Nilla Pizzi, Mario Merola, Aurelio Fierro, Nicola Di Bari, Peppino di Capri, cantanti che la mattina intervistava nel suo studio radiofonico di Ridgewood e che poi, più tardi avrebbe presentato al Manhattan Center, il teatro che negli Anni Sessanta e Settanta ospitava la musica italiana. 

Nel 2006 America Oggi, l’allora quotidiano italiano di New York, di cui ero vicedirettore, acquistò Radio ICN e mi fu affidata la direzione della stazione radio. Per anni abbiamo lavorato insieme coadiuvati da altri bravi conduttori come Tony Pasquale, Silvana Romania, Sal Conte, Anna Garofalo, Pippo Pappo, Gennaro e Teresa Della Gatta, Gianluca Matulli e Gaspare Pipitone con le informazioni sui patronati.   

Mi raccontava della sua Roccamena, il paese della provincia di Palermo dove era nato e del quale aveva mantenuto un forte legame. Parlavamo spesso soprattutto all’inizio della mia esperienza alla radio, mangiando una pizza con gli sfincioni di cui era golosissimo. Voleva fare l’attore. Gli piaceva recitare, gli piaceva il palcoscenico. Finì alla radio per sbaglio, per pagarsi i corsi di recitazione che faceva all’Hunter College dopo che la famiglia era emigrata negli anni 50 quando lui aveva 16 anni. La proposta glie la fece Lamberto Landi, allora promoter dei cantanti italiani negli Stati Uniti che conduceva un programma radio a New York alla stazione radiofonica WHOM. 

Dal microfono in studio, al microfono nelle sale da ballo in cui organizzava le serate italiane al Town Hall, Brooklyn Hall, fino al Madison Square Garden. Si rivolgeva ai genitori dei John Travolta di Saturday Night Fever, ancorati ai loro paesi di origine con le loro tradizioni e melodie incompatibili per le orecchie dei figli che navigavano le note americane. 

sal palmeri foto“La radio – mi diceva – è una ciambella di salvataggio alla quale sono aggrappati migliaia di nostri connazionali che non si sono mai integrati nella realtà americana”. Storie di un’altra Italia, di emigrazione, di lavoro, di successi e insuccessi, di fughe e di passioni e di riemigrazione già, perché Sal riuscì ad entrare negli Stati Uniti perché la madre era nata in Louisiana. “Venire negli Stati Uniti era come vincere la lotteria. Con i miei amici sognavamo l’America. La Sicilia che avevo lasciavo era quella del dopoguerra. E mio padre, grazie a mamma, decise che era il momento per gettarci nell’avventura americana”. E il lavoro per Sal era tiranno. Lo inchiodava alla consolle della radio. Tanto tiranno che gli causò problemi di cuore e per questo decise di cedere Radio ICN.

La tecnologia degli ultimi venti anni ha reso possibili collegamenti che negli anni Settanta erano impossibili. Il suo primo collegamento in diretta da Sanremo con Mike Bongiorno e Gabriella Farinon che presentavano la serata lo fece grazie ad un suo amico in Italia che mise in diretta il microfono del telefono davanti la televisione e Sal mandò live “Un grande amore e niente più” di Peppino di Capri. “Spesi una cifra, affermò poi – ma la diretta della finale fu un vero successo”. E così fu pure per le partite della domenica con le voci di Sandro Ciotti e Roberto Bortoluzzi in “Tutto il calcio minuto per minuto”.  

Grazie alla tecnologia le trasmissioni lasciarono l’etere e passarono al digitale. Una trasformazione obbligatoria sia per i costi di produzione che per poter ascoltare i programmi ovunque, senza radio, bastava solo un cellulare. “Sono di altri tempi – disse – cambiare ora, alla mia età è troppo complicato” e il suo programma “Buon Giorno Italia” che per 40 anni aveva salutato le case newyorkesi, andò in pensione nel 2012. Ha continuato a mandare il suo programma su Radio Amica, “New York New York” fino alla settimana scorsa.

Massimo Jaus – da La Voce di New York




Repubblica Dominicana. Mauro Caslini nuovo Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia

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mauro caslini stefano queirolo palmas scaledAl noto imprenditore nautico e residente a Casa de Campo, il Sig. Mauro Caslini, è stato riconosciuto l’Ordine della Stella d’Italia (Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia), dal Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, e premiato dall’Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Dominicana, Stefano Queirolo Palmas (a destra nella foto con Caslini).

Tale riconoscimento è un’onorificenza che si qualifica come la seconda onorificenza civile dello Stato italiano, e rappresenta un particolare attestato a favore di quegli italiani all’estero che abbiano acquisito particolari meriti nel promuovere l’amicizia e la collaborazione tra l’Italia e il Paese ove risiede.

Anche per coloro che si dedicano alla promozione all’estero della propria cultura e del proprio prestigio nazionale, della lingua italiana, delle attività di volontariato e benessere, della promozione della gastronomia e delle offerte di lavoro per gli italiani.

L’evento si è svolto presso lo Yacht Club Marina Casa de Campo, al quale hanno partecipato diverse personalità dell’alta dirigenza della Central Romana Corporation, Casa de Campo, funzionari della Marina della Repubblica Dominicana, oltre ad amici e parenti vicini al sig. Caslini.

Il Sig. Mauro Caslini ha ringraziato l’Ambasciata d’Italia per aver notato la sua attività professionale e per aver proposto e sostenuto la sua candidatura a tale riconoscimento.

Per il Sig. Caslini, fin dall’inizio della sua vita professionale, la diffusione della conoscenza è sempre stato uno dei suoi obiettivi, affinché non rimanga isolata nel tempo.

“Manterrò questa visione e questa ambizione per il futuro, attraverso la collaborazione degli italiani della Repubblica Dominicana e delle scuole nautiche italiane, con l’aiuto e la partecipazione di enti governativi e strutture formative dominicane, per trasmettere la conoscenza dei mestieri nautici e della nautica industriale design, di cui questo Paese ha bisogno, ha detto Caslini.

L’intervento del Sig. Caslini è stato preceduto da alcune parole dell’amico Antonio Cosulich (protagonista dell’industria automobilistica internazionale degli anni ’70 e ’80), il quale ha sottolineato come il suo successo sia dovuto principalmente all’aver trasmesso la sua eredità alla sua famiglia e al sostegno incondizionato che ha deciso di dare.

L’atto si è concluso con la cerimonia di investitura del riconoscimento sigillato e con le parole dell’Ambasciatore d’Italia, Stefano Queirolo Palmas.

A proposito di Mauro Caslini

Gabriella Reginato, che ha curato la cerimonia dell’evento, ha evidenziato nelle sue parole una breve rassegna della vita e dei successi di Mauro Caslini.

Reginato ha notato che Mauro Caslini viene da Monza, in Italia, ed è appassionato di legno. Ha lavorato in questo settore per molti anni, essendo direttore generale di una società che rappresentava le linee marine playwood, che gli ha aperto le porte per incontrare tutti i cantieri di yacht di lusso.

Parallelamente, in questo settore, amplia la sua conoscenza del mercato dei beni di lusso e della tecnica di costruzione degli yacht, oltre ad affinare le tecniche di vendita dei prodotti in ambito nautico.

In mezzo a tutto questo, sposò la signora Irene Nardo e da questa unione nacquero i suoi due figli, Alice e Federico.

Nel 1996 la famiglia è arrivata nella Repubblica Dominicana e ha costituito la società INVERSIONES BASTILLA, questa società è responsabile delle operazioni di gestione e consulenza in Messico per il servizio post-vendita di yacht dei più prestigiosi marchi italiani e risiedono nella città di Santiago de los Caballeros.

Nel 1998 fonda INVERSIONES BASTILLA INTERNACIONAL come rappresentante per la vendita in esclusiva nella Rep. Dom., Haiti, Portorico e Panama dell’azienda italiana AZIMUT/BENETTI (e oggi molti altri marchi che si sono aggiunti).

Vivendo a Santiago, una zona senza sbocco sul mare, Caslini riesce a vendere due yacht, il che lo avvicina alla parte orientale del paese. In quel periodo iniziò la costruzione della Marina di Casa de Campo, ma poiché vendevano già yacht, dovevano occuparsi della manutenzione.

Nel 2001 ha fondato il suo primo cantiere navale a Río Dulce, La Romana, con i suoi uffici nella Casa De Campo Marina recentemente inaugurata.

Già per la seconda fase del Marina viene costruito l’unico cantiere navale per yacht di lusso dei Caraibi, in grado di servire yacht fino a 45 metri, sia in bacino di carenaggio che in acqua.

tradotto da Casa de Campo Living




Iva Zanicchi: “Sono caduta dalle scale” e si fa molto male

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343175157 236628965585588 6503654636592649738 nBrutta caduta dalle scale per Iva Zanicchi che è a letto con sospette microfratture. In un post inviato all’Ansa la popolare Aquila di Ligonchio scrive:

”Cari amici buongiorno è un’immagine un po’ insolita scusate non vorrei spaventarvi.

Per farla breve domenica sera sono tornata da Roma avevo finito il Cantante mascherato sono caduta dalle scale una caduta orribile che un altro si sarebbe ammazzato”.

”Mi volevano portare all’ospedale ma io sono voluta rimanere a casa. Mi hanno messa immobile a letto per tre o quattro giorni mi hanno fatto le lastre, se non c’è niente di grave, forse sospettano qualche microfrattura. Se posso rimanere a casa meglio – aggiunge – se devo andare all’ospedale qualche giorno andrò. Vi volevo tenere informati per chi mi vuole bene e per gli altri pazienza…non godete mi raccomando bisogna sempre pensare positivo. E non perdete il buonumore. Vi voglio bene.
Ciao a presto”.




New York. Muore Mario Fratti, tra i più grandi drammaturghi al mondo

mario fratti palmermerini immagine4

mario fratti palmermerini immagine4In mattinata alle 9 e un quarto (le 3:15 a New York) per telefono mi giunge la notizia della morte di Mario Fratti, avvenuta qualche minuto prima nella sua casa sulla 55^ strada a Manhattan, a pochi passi da Broadway. Sua figlia Valentina, che l’ha assistito amorevolmente, mi ha informato della dipartita, pregandomi di attendere a darne notizia, fino al suo assenso arrivato due ore fa. Scrivo con commozione queste annotazioni su Mario Fratti, amico fraterno con il quale tra noi scompariva la differenza di età (avrebbe compiuto 96 anni il prossimo 5 luglio), per la freschezza del suo entusiasmo giovanile, della sua gioia di vivere, della straordinaria sensibilità e curiosità culturale. Ero stato da lui per una settimana nell’ottobre dello scorso anno, ospite a casa sua come tante altre volte, dopo tre anni di pandemia. Avevamo parlato di tante cose, soprattutto era curioso di avere notizie della sua città natale, L’Aquila, che tanto ha amato. Le difficoltà di deambulazione non avevano incrinato il suo morale, manteneva l’indole forte che ha sempre avuto.

Gli ricordavo sempre che aveva garanzia di vivere in buona salute almeno fino a 99 anni. Lui stesso mi aveva raccontato che era andato in Russia, a San Pietroburgo, dove rappresentavano una delle sue opere, una quarantina di anni fa. Mentre girava per la bella città, in una piazza fu avvicinato da una donna che gli chiese se poteva leggergli la mano. Anziché scostarla, come di solito si fa, con la sua vivace curiosità le stese la mano. La zingara, “leggendo” le pieghe sul palmo della mano, interpretò che avrebbe vissuto a lungo e in buona salute fino a 99 anni. Mario restò sorpreso di quella buona previsione di vita e anche della singolarità del numero degli anni, per lui aquilano il 99 è numero fortunato, legato alla tradizione della città. Quando mi raccontò questo fatto aggiunse: “Quella donna fu molto contenta, si sorprese che le avevo dato una buona mancia in rubli. Ma se la meritava!”

Mario Fratti è stato un punto di riferimento nella vita culturale di New York, dove tutti lo conoscono per nome. L’ha frequentata intensamente fino all’arrivo della pandemia, che è stato esiziale per lui, abituato a frequentare teatri e circoli culturali, costringendolo invece in casa per quasi tre anni e privandogli l’attività di critico teatrale e di assiduo operatore culturale in tante importanti associazioni di cui era figura di spicco. Mario ricordava sempre con molto piacere la festa a sorpresa che nel 2007 gli organizzò il Comune dell’Aquila insieme al Teatro Stabile Abruzzese per i suoi 80 anni e quella che il Consiglio Regionale gli tributò per i suoi 90 anni. Erano stati due eventi che considerava autentici privilegi e che aveva apprezzato più d’ogni altro riconoscimento, egli che ne ha avuti in gran copia in tutto il mondo.

Mario Fratti era nato a L’Aquila il 5 luglio 1927. Drammaturgo, scrittore e critico, è stato tra gli autori di teatro più famosi al mondo. La sua produzione supera le 100 opere. Negli Stati Uniti, sin dal suo arrivo a New York nel 1963, venne accolto con favore dalla critica. Il suo stile, perfettamente compatibile con l’indole americana, è alieno dalle ridondanze, dalle metafore e dalle sfumature tipiche del teatro europeo. La completa padronanza della lingua inglese (si era laureato in lingua e letteratura inglese alla Ca’ Foscari di Venezia) e la conoscenza profonda della letteratura americana erano stati essenziali per l’ambientamento nel mondo culturale della Grande Mela. A New York fu subito chiamato ad insegnare nella prestigiosa Columbia University, poi all’Hunter College, dove ha tenuto la docenza fino al 1994.

Legata al caso la circostanza che lo portò negli Stati Uniti. Nel 1962 aveva presentato al Festival di Spoleto il suo atto unico “Suicidio”. Piacque a Lee Strasberg, che lo invitò a rappresentarlo all’Actor’s Studio di New York. In quella fucina delle avanguardie teatrali fu un vero successo. Poi ne seguirono tanti altri di successi. Le sue opere, tradotte in 21 lingue, sono state rappresentate in 600 teatri di tutto il mondo. Dall’America all’Europa, dalla Russia al Giappone, dal Brasile alla Cina, dal Canada all’Australia. Esse si connotano per l’immediatezza della scrittura teatrale, asciutta e tagliente come la denuncia politica e sociale senza veli che vi si trasfonde.Fratti ha scritto drammi, commedie, un romanzo e un libro di poesie. Ma anche un musical. Nine, tratto da una sua commedia scritta nel 1981 e liberamente ispirata dal film 8½ di Federico Fellini, è diventata un musical di successo di pubblico e di critica, con oltre duemila repliche. L’ultimo revival, con Antonio Banderas interprete, è rimasto per molti mesi in cartellone al teatro Eugene O’ Neil, a Broadway. Negli Stati Uniti ci sono state 36 produzioni di Nine; una a Londra, una a Parigi ed una a Tokyo. Molti i riconoscimenti all’autore teatrale, fanno un elenco lunghissimo. Si citano tra gli altri il premio Selezione O’ Neil, il Richard Rogers, l’Outer Critics, l’Heritage and Culture, l’Otto Drama Desk Awards e ben sette “Tony Award”, che per il teatro sono come gli Oscar per il cinema.

Si potrebbero scrivere tante altre cose per ricordare Mario Fratti. Il 23 aprile 2016, dopo che con il poeta Joseph Tusiani avevano festeggiato qualcosa con il grande poeta italoamericano d’origine pugliese, nato a San Marco in Lamis, si erano reciprocamente dedicati una poesia. Mario mi mandò le foto di quella festicciola e i testi delle poesie. Me le affidò, chiedendomi di pubblicarle quando loro due, Tusiani e Fratti, non ci sarebbero stati più. Chiudo questo ricordo di Mario Fratti rispettando proprio quel suo desiderio.

di Goffredo Palmerini

 

A Mario Fratti

Mario, ti chiedo qual mai raggio vivo

circonferenza a centro ancor congiunga,

che’ quasi con intuito giulivo

sai misurare l’ora breve e lunga,

tu che in tal modo cogli istante ed anno,

ritmo di tempo  e risonanza eterna.

Io sento e tu fotografi l’affanno

Che dalle umane menti si squaderna;

tu numeri le lagrime ch’io tergo,

io curo le ferite che tu conti;

io di mia fede mi fo salvo usbergo

e tu fra bene e male innalzi ponti.

Forse ci unisce quello che non siamo

e vorremmo essere: il perfetto Adamo.

Joseph Tusiani

 

A Joseph Tusiani

Nella giungla di New York

un nido di poesia.

Gli dico:

“Se Dio esiste,

al mio tramonto, mi accetterà,

perché amo ed aiuto il prossimo

come Lui comanda”.

Sorride.

Accetta.

Lui ha fede.

Ha una storia miracolosa.

I primi vent’anni,

solo con la sua santa Madre, in Italia.

L’angosciato genitore tentava la difficile

avventura Americana.

Dopo vent’anni di duro lavoro

invito in America.

Affetto e tenerezza;

nasce il fratellino.

Dal cuore di Joseph Tusiani

sgorgano fiumi di sofferte poesie.

Dal dolore nasce bellezza.

L’eternità della sua poesia.

Mario Fratti. (Inform)




Il volo americano di Francesco De Pinedo

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francesco de pinedoQuello che lega Francesco De Pinedo agli Stati Uniti è un anno, il 1927, e un lago, il lago Roosevelt in Arizona. In quello specchio d’acqua infatti il 16 aprile l’idrovolante Santa Maria andò in fiamme, a causa di una banale disattenzione di uno spettatore, mandando in fumo l’epica impresa che aveva visto volare l’italiano dall’Europa in America per poi tentare il volo di ritorno.

L’episodio del lago Roosevelt scompigliò i piani del terzetto volante (con De Pinedo c’erano il secondo pilota Del Prete e il motorista Vitale Zucchetti) ma non modificò la linea propagandistica del regime fascista che dell’impresa aviatoria fece una vera e propria cassa di risonanza scatenando l’ira degli italoamericani di New York.

Quello che è successo nello specchio d’acqua dell’Arizona è cronaca di storia attuale ma i settanta anni e più di distanza avvolgono i fatti  nelle nebulose dei ricordi togliendo a un uomo, Francesco De Pinedo, il giusto spessore storico.

Nato a Napoli nel 1890 da un’antica famiglia patrizia, il trasvolatore atlantico fu educato alla pratica sportiva e manifestò presto una particolare passione per il mare e la navigazione. Ed è proprio la sua passione per il mare a spingerlo a tentare il concorso di ammissione all’Accademia navale di Livorno.

La prova andò bene (arrivò secondo) e sancì l’ingresso di Francesco nel mondo della navigazione. Il giovane De Pinedo uscì dall’accademia con il grado di aspirante guardiamarina e fu imbarcato sulla nave ammiraglia “Vittorio Emanuele”. Allo scoppio della prima guerra italo-turca, egli fece parte delle prime compagnie di sbarco in Libia guadagnandosi una medaglia di bronzo al valore militare.

Promosso sottotenente di vascello nel 1914 e tenente nel 1916, De Pinedo visse tutte le fasi della guerra in prima linea, occupandosi soprattutto del salvataggio dell’esercito serbo. Ma nel destino del giovane c’era già un nuovo mezzo: l’aeroplano. In quegli anni le macchine volanti fecero il grande balzo tecnologico trasformandosi da giocattoli giganti in veri e propri mezzi sofisticati. Francesco De Pinedo abbracciò con entusiasmo le nuove possibilità di locomozione e frequentò il corso di pilotaggio presso la scuola Idrovolanti di Taranto, conseguendo in brevissimo tempo il brevetto. Nell’ottobre del 1917 fu trasferito alla squadriglia di Otranto per poi terminare il conflitto nella base aeronavale di Brindisi. In quest’arco di tempo il giovane napoletano ebbe modo di guadagnarsi tre medaglie d’argento e una croce di guerra al valor militare. Fu inoltre insignito della croce di guerra francese e inglese. Terminate le ostilità De Pinedo non abbandonò la sua amata aviazione e continuò nella carriera volante divenendo nel 1924 capo di stato maggiore del comando generale dell’aeronautica. Nello stesso anno iniziò le sue leggendarie crociere volanti partendo da Brindisi per raggiungere Istanbul e fare ritorno, partendo da Sesto Calende alla volta dell’Olanda per fare ritorno a Roma.

Il suo nome però si sarebbe legato alle due grandi imprese del 1925 e del 1927, consacrandosi vero e proprio cavaliere del cielo.

c71c87 4efe86d6c54d4744bbf75d04193308e9 mv2A bordo di un Savoia Marchetti S 16, il pilota decollò dall’Italia e raggiunse l’Australia, facendo tappa in Giappone, percorrendo 55600 chilometri di volo.  Ritornato in Italia venne accolto con entusiasmo dagli italiani e dallo stesso duce che nelle sue imprese volle vedere il trionfo della tecnologia fascista. De Pinedo, divenuto colonnello e ottenuta la croce di cavaliere dell’Ordine militare di Savoia, non considerò però nella luce fascista le proprie gesta.

800px francesco de pinedo and italo balbo, elmas, 1927All’orizzonte si era già stagliata la sagoma di Italo Balbo (con lui nella foto a destra), altro grandissimo cavaliere dei cieli, che stava già concretizzando l’idea di una “Ala littoria” e progettando le trasvolate in squadriglia.

De Pinedo invece rimase legato all’aspetto avventuroso del volo e nel 1927 ripartì alla volta dell’America per tentare la doppia trasvolata Eropa-America e America-Europa. L’idrovolante scelto per l’impresa fu battezzato Santa Maria, in onore di una delle mitiche caravelle di Cristoforo Colombo, e durante l’impresa dovette superare una lunga serie di ostacoli.

s.55 santa maria a new orleansMentre tentò l’ancoraggio nella baia di San Antonio in Brasile, l’idrovolante entrò in collisione con un incrociatore, riportando danni seri che dovettero essere riparati alla bell’e meglio. Ripartito alla volta degli Stati Uniti De Pinedo raggiunse la costa meridionale e di qui, arrivò a New Orleans per proseguire fino a Galveston, San Antonio del Texas e Albuquerque del New Mexico e Lago Roosevelt in Arizona. Un’impresa cos“ audace non era stata tentata a quell’epoca e lo stesso Lindhberg avrebbe compiuto le sue trasvolate soltanto qualche anno dopo la pionieristica volata di De Pinedo.

L’incidente occorso all’idrovolante (uno spettatore incauto gettò un mozzicone di sigaretta nell’acqua cosparsa di benzina, e quest’ultima divorò l’aeroplano) distrusse in pratica il sogno del pilota italiano ma non oscurò la sua fama. Anzi. In una fiammata di solidarietà nazionale nei riguardi di De Pinedo e del suo equipaggio, gli italiani residenti in Arizona si prodigarono per rendere meno amaro il ritorno in Italia e per far giungere in brevissimo tempo un nuovo idrovolante negli Stati Uniti. Francesco De Pinedo fu anche oggetto di manifestazioni di simpatia alla Casa Bianca, dove il presidente Coolidge lo ricevette, e altrettanto calore ricevette al ritorno a Roma, dove tutta la cittadinanza lo accolse da trionfatore. De Pinedo fu promosso generale di brigata aerea e comandante della terza zona aerea italiana. Risalgono a questi anni i contrasti con l’altro asso volante italiano, quell’Italo Balbo che tanta gloria avrebbe raccolto in tempo di pace e di guerra. Nello scontro politico l’ufficiale napoletano ebbe la peggio e preferì lasciare l’Italia per raggiungere Buenos Aires con l’incarico di addetto aeronautico presso l’ambasciata italiana.

81bje5qbl+lNel 1932 concluse il suo servizio in divisa e abbandonò l’aviazione per dedicarsi agli studi e alle applicazioni civili del nuovo mezzo di trasporto. Ma nel grande aviatore batteva ancora un cuore da pioniere e la voglia di superare nuovi limiti. Nel 1933 De Pinedo ritornò così di nuovo a New York per preparare con meticolosità il suo tentativo di record mondiale di distanza. Affidò i suoi sogni di gloria a un aeroplano Bellanca, che aveva battezzato “Santa Lucia” e si apprestò a partire dall’aeroporto di Long Island. De Pinedo però non sarebbe mai decollato per quel suo ultimo tentativo di record. Sovraccarico di carburante, l’aereo non riuscì a staccarsi da terra e il comandante italiano, per evitare di investire gli spettatori diresse il suo mezzo contro una cancellata schiantandosi contro di essa. Il grande cavaliere solitario del cielo morì tra le fiamme trasmettendo alla storia le sue grandi imprese. I funerali si svolsero nella cattedrale di S. Patrizio a New York l’8 settembre del 1933 raggiunse il lago Roosevelt, accolto entusiasticamente dalla comunità italoamericana e dagli spettatori nella cattedrale di San Patrick, alla presenza di una folla numerosa, accorsa per rendere l’ultimo omaggio ad un uomo che anche nella morte ha saputo trovare il gesto da eroe.




Rocky Marciano: il destino nei guanti

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marciano bio2 768x768Era il marzo del 1947 e il suo avversario si chiamava Lee Epperson: l’irlandese resistette tre riprese prima di cadere, primo di una lunga serie, sotto i pugni devastanti di uno sconosciuto pugile italo-americano, al primo incontro professionistico. Per l’anagrafe americana il nome di questo pugile era Rocco Marchegiano ma negli annali sportivi rimase impresso un nome da legenda: Rocky Marciano.

Tutto questo non lo poteva certo prevedere un altro Rocco (il nonno del futuro campione), quel Rocco Marchegiano che partì da un piccolo paese della provincia di Chieti, a due passi dal capoluogo teatino e dalla futura città costiera di Pescara. Erano gli ultimi anni dell’Ottocento, gli anni del grande flusso migratorio italiano, gli anni della spoliazione umana del Mezzogiorno, strappato ai Borboni e lasciato a se stesso in quelle stesse regioni che già sotto la corona delle due Sicilie erano soltanto terre di confine da sfruttare e controllare militarmente. In quegli anni in cui l’Abruzzo perse la gran parte delle sue migliori braccia anche il nonno di Rocky intraprese il grande viaggio in cerca di uno spicchio di felicità. Fu assegnato, insieme ad altri migranti, alla cittadina di Brockton, seimila residenti nelle immediate vicinanze di Boston. Siamo nel Massachussetts, in una piccola comunità del Nord industrializzato; gli spazi del West qui sono soltanto cartoline e racconti e su tutto imperversa il lavoro, il duro lavoro. Ma è già tanto per chi ha lasciato la misera alle sue spalle.

rocky marciano postcard 1953La famiglia Marchegiano visse con dignità in questo piccolo centro americano e a Brockston nacque il 1 settembre del 1923 anche il nipote di Rocco, quel Rocco Francesco destinato a diventare un mito. Figlio di Pierino e di  Pasqualina Picciuto (originaria di San Bartolomeo in Galdo, Benevento) Il piccolo Rocco frequentò soltanto per qualche anno le scuole; i soldi non bastavano per farlo proseguire negli studi. La famiglia Marchegiano aveva infatti sopportato l’invalidità del padre, reduce sfortunato dalle trincee della prima guerra mondiale.

Costretto a ripiegare sul lavoro di ciabattino, dovette accudire a sei figli, il primo dei quali fu proprio il futuro pugile. Rocky visse la sua infanzia come ogni piccolo italiano dipinto dall’oleografia americana: prima strillone di giornale, poi sguattero di albergo, infine camionista. E intanto il ragazzo cresceva forte e robusto. Con un fisico adatto agli sport faticosi. Questo era quello che pensò lo zio materno, tale John Picciuto. Fu lui a rendersi per primo conto delle potenzialità atletiche del nipote e Rocky non lo deluse. Inviato a sua volta in Europa per partecipare alla guerra, nel 1943 Rocco Marchegiano, con il soprannome di Rocky Marc, disputò il suo primo incontro. Dimostrò subito la sua più grande dote, quella di saper incassare i pugni dell’avversario senza cedere di un passo. Tornato in America iniziò la sua carriera pugilistica nelle riunioni periferiche. Erano gli anni del grande boom per questo sport, con il pubblico affascinato letteralmente dalla brutale forza fisica dei suoi protagonisti. In questo mondo il giovane abruzzese non stentò molto ad affermarsi. Il ragazzo picchiava, secondo i critici, come un fabbro, comunque picchiava meglio dell’avversario vincendo le sue piccole battaglie sportive. Il primo a cadere fu appunto l’irlandese Lee Epperson: di fronte c’erano due rappresentanti dell’emigrazione tipica americana, due comunità in costante contrapposizione nella dura lotta per l’affermazione sociale.

jersey joe walcott vs rocky marciano digital reproductionsIl successo di Rocky fece quindi subito scalpore, anche per la rapidità dello stesso. Rocky diventa quasi subito il “distruttore italo-americano”,. Nella carriera di Rocco, diventato per tutti Rocky Marciano, iniziano a sfilare avversari italo americani. Gil Cardione, Artie Donato, Tommy Di Giorgio, Phil Muscato, Carmine Vingo, Rolando La Starza, Gino Buonvino: questi nomi la dicono lunga su quello che rappresentava la boxe per gli italo-americani nell’immediato dopoguerra. Fecero epoca soprattutto gli incontri con Rolando La Starza, vere e proprie battaglie tra colossi muscolari. Il successo irrise sempre a Rocky che divenne, il 2 settembre 1952, campione del mondo. A Philadelphia, davanti a 45 mila persone, battè con il suo solito metodo (picchiando come un fabbro!) Je Walcott, un avversario che aveva cercato di evitare l’incontro fino all’ultimo! Fu il trionfo. Il padre Pierino e la madre Pasqualina assaporarono per primi il dolce calice del successo. Vennero letteralmente subbissati di affetto dalla comunità italiana, dalla stampa e dai fotografi. In Abruzzo, nell’unico bar di Ripa Teatina, di proprietà dello zio, si ripeterono le stesse scene di entusiasmo e si attendeva con eccitazione la visita del grande pugile. In America invece Rocky divenne non solo il simbolo di riscatto della comunità italiana, ma anche il ritorno alla gloria dell’atleta bianco, fino ad allora costantemente battuto dai pugili di colore. E il ragazzo non deluse difendendo dal 1952 al 1955 senza problemi la sua corona di peso massimo. Chiuse la sua attività sportiva a soli 32 anni, praticamente imbattuto in quarantanove incontri disputati. Aveva raggiunto l’agiatezza economica e aveva investito i suoi guadagni con oculatezza.

3439199 1Iniziava così per Rocky Marciano un’altra sfida, quella dell’imprenditore in cerca di successo. E anche qui il successo arrise all’abruzzese. Stabilitosi in Florida, Marciano intraprese un’attività di produzione e spedizione alimentare; i prodotti arrivavano dalle tenute di terra acquistate in Virginia e in Florida con i soldi della boxe! La Rocky Marciano Enterprises impaccava e distribuiva patate, aglio, pomodori, i prodotti simbolo della comunità italiana, rendendo l’ex pugile ancora più felice del successo sportivo. Dal 1959 al 1969 Rocky tornò spessissimo in Italia e soprattutto in Abruzzo, nella “sua” Ripa Teatina. Il sogno però terminò a soli 45 anni, e in modo tragico. Rocky perse la vita schiantandosi con il suo piccolo aereo Cessna, mentre viaggiava da Chicago a Des Moines.

Lasciò dietro di sé l’alone del mito. Il cinema lo aveva già chiamato ripetutamente ma Rocky, a differenza di altri pugili famosi, non legò mai con il mondo dorato della celluloide. Amava la famiglia e lo dichiarò ripetutamente; era questa la sua miniera d’oro e nulla poté cambiare le sue convinzioni ferreamente tradizionali. Neanche la prospettiva di lauti guadagni nel mondo del cinema. Ebbe quindi soltanto incontri saltuari ed episodici con i produttori di Hollywood e prese le distanze anche dall’unico film dedicato alla sua vita e interpretato da attori italo-americani (tra cui il bravissimo Vincent Gardenia).

La sua morte fece crescere a dismisura il mito sportivo e nel 1970 arrivò un successo postumo: in un match di simulazione al computer, organizzato per mettere a confronto i due più grandi pesi massimi della storia della boxe, il grande atleta abruzzese batté Cassius Clay, altro protagonista assoluto di questo sport.

Per tutti i fan dell’italo-americano questo fu il 50° incontro vinto dall’indimenticato Rocky Marciano.




New York. Quando gli “altri” eravano noi italiani

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downloadQuando gli “altri” erano gli italiani, l’emarginazione e la ghettizzazione non li risparmiavano. Le condizioni di vita degli immigrati italiani all’estero, negli Stati Uniti d’America e in Brasile, sono assurte prepotentemente agli onori della cronaca grazie agli articoli-denuncia di Adolfo Rossi che, senza censure, ha più volte scritto: “Questa è l’Italia della vergogna”. Grazie ai suoi reportage, che giunsero in Parlamento, nacque una accesa discussione conclusasi con la promulgazione della prima legge di tutela dei migranti italiani nel 1902.

A quest’uomo, giornalista e diplomatico (senza aver mai frequentato l’università), l’Istituto Italiano di Cultura di New York dedicherà, il prossimo primo giugno, una intera sezione della mostra “Orgoglio e memoria” con numerose testimonianze di Rossi, sia come cronista sia come diplomatico. Il libro, con foto e documentazione giornalistica, verrà messo poi a disposizione del Calandra Institute e del Dipartimento di cultura italiana della Columbia University.

Un impegno che il Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, Fabio Finotti, sta curando in prima persona volando in Italia, precisamente a Lendinara, in provincia di Rovigo, città natia del giornalista, per incontrare il sindaco Luigi Viaro, l’assessore alla cultura Francesca Zeggio, Nicola Gasparotto (Direttore Cittadella della cultura), la scrittrice Beatrice Autizi. Una visita che fa seguito alla “missione” a New York, nel novembre scorso, di una piccola delegazione comunale italiana che ha cercato e trovato ulteriore materiale, anche inedito, del concittadino.

Ma chi era Adolfo Rossi? Nato nel 1857, a 21 anni decise di lasciare il lavoro di impiegato e partire per New York. In tasca aveva pochi soldi e, come si racconta, fu anche derubato, ma non si diede per vinto, e, rimboccatosi le maniche, cominciò a svolgere molti lavori, anche i più umili. Non parlava inglese e la sua insegnante fu una donna americana che amava gli italiani. Poi arrivò la grande opportunità di realizzare il suo sogno: cominciare a scrivere per un quotidiano, “L’Eco d’Italia”. Non passò molto tempo e si ritrovò ad essere  il primo redattore de “Il Progresso Italo-Americano”, destinato a divenire il più venduto (centomila copie) e autorevole quotidiano tricolore in America. Scrisse anche numerosi libri, tra questi: “Un italiano in America”, “Nel Paese dei dollari”. Nel 1908 divenne diplomatico, grazie all’impegno profuso a  favore delle comunità italiane all’estero. Morì a Buenos Aires nel 1921, mentre ricopriva la prestigiosa carica di ministro plenipotenziario per l’Italia. Oggi riposa nella sua terra natia. (Rosa Coppola-La Voce di New York/Inform)




Bruno Sammartino, il grande campione di Pizzoferrato

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img 5246Era il 1973 e mi trovavo a Philadelphia, negli Stati Uniti, in visita al mio caro zio Tony che, purtroppo, da poco, non è più tra noi. È passato tanto tempo ma ricordo benissimo mio zio che mi parlava tanto di un emigrato italiano che aveva successo nel mondo del wrestling americano.

Bruno Sammartino era del 1935, di Pizzoferrato in provincia di Chieti, in Abruzzo. Suo padre, Alfonso, era dovuto emigrare per dare un futuro alla sua famiglia e trovò lavoro nelle acciaierie di Pittsburgh, negli Stati Uniti.

Qualche anno dopo, nel 1947, si fece raggiungere dalla moglie e dai suoi tre figli, dei quali uno era Bruno che aveva dodici anni quando dovette lasciare il suo paese e tutto il suo mondo per ricongiungersi col padre. A Pittsburgh Bruno lavorò dapprima come carpentiere, e la sera, instancabilmente, si allenava come pugile. Combatté in 13 incontri di boxe vincendoli tutti per KO. La madre e la fidanzata erano contrari al fatto che lui facesse il pugile perché lo ritenevano troppo pericoloso. Ma, dopo un grave incidente sul lavoro e dopo lunghissime cure e le relative terapie necessarie alla sua guarigione, pensò che tutto nella vita poteva essere pericoloso e, conseguentemente, lui avrebbe fatto quello che più gli stava a cuore. Iniziò a fare più incontri possibili, vincendoli tutti e, in pochi anni, viaggiò ovunque,  diventando così campione del mondo di wrestling, titolo che conservò per quattordici lunghi anni.

Bruno Sammartino, il grande campione di Pizzoferrato,  poco più di 900 anime, arroccato ad un colle vicino Chieti come stretto in una morsa, uno di quei bellissimi paesi d’Italia un po’ tutti simili: la piazza con la sede municipale, la chiesa del patrono, il bar con la rivendita tabacchi, due trattorie, la farmacia e il classico mercato del giovedì. In piazza, poco distante, un piccolo parco con una statua di bronzo alta più o meno tre metri. Non è Garibaldi o Mazzini e neppure Vittorio Emanuele, è un uomo enorme a petto nudo con stivali e costume da ring, un pugno verso il cielo e una cintura da campione sulla spalla. Di fronte c’è un vicolo che porta dopo un po’ a una casa bianca con una targa di marmo: “Qui nacque Bruno Sammartino”. È il 1939 e, mentre l’Europa presto avrebbe conosciuto la grande tragedia della guerra, il papà di Bruno, Alfonso, aveva appena  deciso, come tantissimi altri in quell’epoca,  di andarsene in America, in quella città già piena di abruzzesi che spalano carbone in delle gigantesche fornaci nelle acciaierie di Pittsburgh, contando, coi primi risparmi, di farsi raggiungere dalla moglie Emilia e dai figli. Intanto il paese vive momenti difficili, si rischia ogni giorno di essere passati per le armi o di morire di stenti e malattie. Ed è ciò che accade alla famiglia del piccolo Bruno, piccolo e malaticcio, di essere salvati provvidenzialmente in extremis dalla Resistenza. A guerra finita il padre fa di tutto per avere una casa per accogliere la sua famiglia e ci riesce anche se, per far partire anche Bruno c’è stato bisogno di lottare a causa delle sue condizioni di salute: arriva che sembra uno scheletro. Anche a scuola è un incubo: gracile, non parla inglese, italiano, bersaglio perfetto per i bulli. Uno dei suoi pochi amici è ebreo, di grossa corporatura, frequenta una palestra e lo porta con lui. Bruno rimane affascinato da quel mondo e dalla possibilità di migliorare il suo fisico. Nell’allenamento  trova la sua dimensione di vita, finisce la scuola che è alto 1.78 e pesa 100 chili e i bulli ormai gli stanno a distanza. Bruno, come già detto, trova lavoro come carpentiere, ma ha la lotta in testa. Va dal leggendario Rex Peery, il miglior allenatore del paese, a Pittsburgh che, vedendolo, arriva persino a offrirgli una borsa di studio. Bruno rifiuta, riconosce di non parlare ancora bene inglese e lui vuole solo allenarsi. Dopo vari lavori, anche come stunt-man e diversi combattimenti fa, finalmente, il suo esordio, nel mondo del wrestling, nella sua Pittsburgh contro uno sconosciuto polacco e,a neanche 20 secondi dal suono della campana, lo prende e lo sbatte a terra.  Ha la faccia e il fisico giusti, rappresenta il superuomo italiano con il petto villoso, la faccia buona e i capelli impomatati, può funzionare. Nel giro di un mese diventa un wrestler vero e nel giro di un anno esordisce al Madison Squadre Garden di New York contro il vecchio campione “Wild Bull” Curry e lo batte. Bruno però diventa ufficialmente Bruno Sammartino a Toronto, in Canada, dove gli italiani sono una città nella città. Succede la stessa cosa negli States, dove poi torna chiamato a furor di popolo da Vince McMahon senior nella sua neonata WWWF, vincendo il titolo dei pesi massimi e diventa l’immagine vivente di quello sport di maschere, la personificazione del sogno americano, il bravo ragazzo che butta giù i cattivi, quello in cui chi si identificano tutti gli immigrati e anche lui non si è mai scordato da dove veniva. Tiene il titolo per 7 anni e 8 mesi di fila, record assoluto e inavvicinabile, fa 188 sold out al Madison Square Garden superando qualsiasi altro tipo di artista. Le sue prove di forza accrescono il mito: d’estate si allena alla Gold Gym col suo amico Schwarzenegger, quando qualcuno per strada gli chiede di fargli vedere se i suoi muscoli sono finti, lui si toglie la giacca e fa salire l’altro sulla sua schiena iniziando a fare flessioni. Poi il rapporto col wrestling si spacca: non gli piacciono quelli pompati a steroidi, le volgarità, le recite e i costumi. L’ultimo incontro lo combatte a Baltimora nel 1987 in coppia con un altro di sangue italiano, con i nonni di Vercelli, Terry Bollea, in arte Hulk Hogan. Un passaggio di testimone, assolutamente nessuno ha incarnato questo sport come loro due. Nel 2017 torna a Pizzoferrato per l’inaugurazione della sua statua. Parla ancora abruzzese, Bruno. Morirà un anno dopo, a 82 anni, celebrato a lungo, per tutti il più amato di sempre. Dedicato al mio amico Franco Casciato di Toronto, nativo dì Pizzoferrato.




Tracce sarde nel “Programma Apollo”

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800px schirra croppedLa conquista della Luna ha reso immortali i nomi di Neil Armstrong e Edwin “Buzz” Aldrin e Michael Collins. Ai primi due toccò infatti l’onore e l’onere di mettere per primi il piede sul suolo lunare, seguiti negli anni successivi da altri temerari cosmonauti.

Tra i tanti protagonisti dell’epopea “lunare” vi è anche Walter Schirra, il cui centenario della nascita cade il 12 marzo. Nato nel 1923 ad Hackensack, Walter Schirra aveva origini ticinesi e sarde. I nonni erano infatti originari di Loco, una frazione   del comune svizzero di Onsernone (distretto di Locarno) nel Canton Ticino. Ma gli stessi nonni erano originari di Ghilarza (in provincia di Oristano) paese della Sardegna.

Nella sua carriera di astronauta Walter portò quindi con sé sia i colori americani, sia quelli rossocrociati e italiani. Una carriera, la sua, iniziata con lo studio della  tecnica del volo presso il Newark College of Engineering dal 1940 al 1942. Arruolatosi presso la United States Naval Academy, si diplomò a giugno del 1945 e durante le ultime settimane della seconda guerra mondiale prestò servizio a bordo della USS Alaska, la nave da guerra che raggiunse la zona di combattimento appena dopo l’armistizio giapponese.

wally+schirra+rolex+daytona+1968+apollo+7Pilota di combattimento, dal 1948 partecipò alla guerra  di Corea e, dal 1952 al 1954, divenne  pilota per voli di collaudo a China Lake, in California, dove partecipò al programma per l’evoluzione di missili aria-aria.

Walter Schirra fu scelto dalla NASA tra 110 piloti per far parte del primo gruppo più ristretto degli aspiranti astronauti per il programma Mercury. Il 9 aprile 1959 venne dunque presentato al pubblico come uno dei primi sette astronauti scelti per detto programma.

Pilota di riserva della Missione Mercury Atlas  Schirra volò  per la prima volta nello spazio il 3 ottobre 1962 con la missione Mercury-Atlas 8. Con la capsula da lui battezzata Sigma 7 orbitò per sei volte intorno alla Terra. Tale volo passò agli annali della NASA come “volo nello spazio da manuale”. Schirra fu dunque il nono uomo a volare nello spazio, di cui il quinto cittadino americano.

Nel gennaio del 1963 Schirra venne assegnato ai  progetti Gemini e Apollo e iniziò a prepararsi per la prima missione con lo scopo di portare contemporaneamente due persone nello spazio: il volo di Gemini 3, missione per la quale fu nominato come comandante dell’equipaggio di riserva. Tale volo, effettuato con successo il 23 marzo 1965 con Virgil Grissom e John Young a bordo, fu occasione di nomina del suo primo comando di una missione: Gemini 6A.

schirra walter 5Il 15 dicembre 1965  la  Gemini 6, con a bordo Schirra e Tom Stafford, orbitò intorno alla Terra. A novembre del  1966  l’astronauta di origini ticinesi e sarde fece parte dell’equipaggio di riserva   per il primo volo del programma Apollo: Apollo 1. Il 27 gennaio 1967, i tre astronauti dell’equipaggio originale perirono in un terribile incendio nell’abitacolo della capsula durante un’esercitazione a terra. La NASA procedette dunque a riorganizzare tutte le distribuzioni degli equipaggi sulle missioni in programma.

Il 9 maggio 1967 venne resa ufficiale la nomina dell’equipaggio Schirra, Eisele e Cunningham  per il primo volo con equipaggio a bordo del programma Apollo. Tale missione venne da allora in poi denominata ufficialmente Apollo 7.

nasa apollo7 9460155176 4d6d8be729 kApollo 7 venne lanciato l’11 ottobre 1968 e rimase per 11 giorni nell’orbita intorno alla Terra, decretando il riscatto dell’ente spaziale americano dopo la perdita dell’equipaggio originale. Per Schirrà si trattò dell’ultimo volo nello spazio. Il cosmonauta lasciò la NASA il 1º luglio del 1969 per lavorare, come direttore e amministratore, in diverse ditte e società prima di fondare nel 1979 un’impresa in proprio: la Schirra Enterprises. Inoltre fu membro di diversi consigli d’amministrazione di diverse ditte. Fu anche protagonista di diversi spot pubblicitari per il medicinale Actifed, che aveva usato durante la missione Apollo 7.

Insignito della NASA Distinguished Service Medal, sposato e padre di Walter Marty III e Suzanne, Walter Marty Schirra morì a Rancho Santa Fe il 3 maggio del 2007 e fu sepolto nel Cimitero nazionale di Fort Rosecrans, a San Diego, California.

L’8 marzo 2009, a San Diego, la marina militare americana varò la nave USNS Wally Schirra dedicandola  a  uno dei più celebri esploratori americani.

 




Il prestigioso Chef Alex Ziccarelli, un italiano di successo in Canada

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img 4763Oggi intervistiamo Alex Ziccarelli, cosentino di nascita ma anche napoletano d’adozione, Alessandro in famiglia e poi Alex da quando, 28 anni fa, decise di lasciare l’Italia per il Canada.

*Chi è Alex Ziccarelli?      

A questa domanda rispondo sempre dicendo che sono soprattutto un innamorato della cucina italiana, specialmente quella tradizionale ma non disdegno affatto le nuove tendenze culinarie. E mi piace anche scrivere.

Ho 62 anni,  anche se i più mi dicono che non li dimostro. Sono nato a Cosenza, ma Napoli è stata una tappa fondamentale della mia vita. Lì avevo intrapreso gli studi di medicina ma un evento tragico familiare, la perdita improvvisa di mio padre, cambiò tutto il corso della mia esistenza.

Mi piace molto leggere e scoprire nuovi posti dove andare a cena con amici. Seguo molto il calcio ma non sempre posso vederlo.

Non lo ero ma oggi sono più sedentario di una volta, anche perché lavoro ancora parzialmente in cucina e quest’impegno già mi basta come attività fisica settimanale.

Sono sposato con Carmen, una persona splendida e che amo e abbiamo una splendida figlia che si chiama Isabella.

 

*Cosa ricordi con piacere della tua gioventù in Italia e del tempo che hai vissuto nel nostro paese? 

Senz’altro al primo posto la mia famiglia d’origine tutta, genitori e fratelli e la mia mamma ancora vivente e poi i miei nonni materni, Alessandro ed Emilia che sono sempre presenti nei miei ricordi. E poi tutti i miei cari compagni di scuola che ancora oggi sento, si può dire ogni giorno. Una menzione a parte per il mio fraterno amico Emilio, di cui, data la distanza che ci separa, sento ogni giorno la mancanza. E poi c’è Napoli, la città dove ho vissuto a lungo e dove ritornerei anche domani. Anche qui una menzione a parte per il mio caro amico Renato e tutta la sua famiglia ma anche per tutti gli amici che ho conosciuto lì e che ogni tanto sento, Gino, Vincenzo detto Cecio, Angelo, Pino e Gerardo che purtroppo ci ha lasciato qualche giorno fa.

 

*Come sei diventato un cuoco rinomato?    

Cuoco, credo, per passione lo sono sempre stato, tutto è poi cominciato per caso, dopo la morte di mio padre, avendo avuto l’opportunità di fare un corso di cucina, così tanto per accompagnare un amico e che è poi stato l’inizio della mia futura attività. Rinomato non lo so, forse…Tutto, comunque, nasce dalla passione, dall’impegno e dalla caparbietà e costanza che metto in ogni cosa che mi piace.

 

*Quale cuoco ti ha influenzato maggiormente?   

Qui non posso fare nessun nome in particolare, ne dovrei dire molti, basterà dire che, per cominciare, mia mamma e mia nonna sono ed erano delle ottime cuoche ma soprattutto la mia permanenza a Napoli mi ha insegnato tutto quello che non avrei mai potuto apprendere in nessuno dei miei studi di cucina successivi.

 

*Perché la scelta di emigrare? 

Emigrare per me non è stata una scelta ma una necessità. Andare all’estero è stata la logica conseguenza della voglia di voltare pagina e di ricominciare daccapo dopo una parentesi lavorativa e personale non molto esaltante.

 

*Come ti trovi in Canada?         –

Mi trovo benissimo. Se, per un attimo, metto da parte l’amore per il mio Paese, per la mia famiglia ed i miei amici, per la città dove sono nato e per Napoli, potrei senz’altro rispondere che avrei fatto anche meglio a venirci a vivere prima.

 

*Come è accolta in Canada la cucina italiana?  

Direi benissimo. Oggi molto più di ieri. Tutto ciò che è italiano e l’apporto che i lavoratori italiani hanno dato a questo Paese è incalcolabile, non solo come cucina ma in ogni campo, uno per tutti l’edilizia.

 

*Quali piatti italiani preferiscono i canadesi? 

Senza dubbio i piatti tradizionali, familiari, quelli della nonna ma da un po’ di tempo si sta sviluppando anche una tendenza a conoscere quello che è più contemporaneo, soprattutto perché oggi la gente viaggia di più e quindi ha l’opportunità di conoscere e di assaggiare cose nuove.

 

*Descrivi brevemente la tua giornata tipo e il tuo ambiente di lavoro.   

La mia giornata inizia sempre dando un’occhiata online alle notizie e poi subito dopo vado al ristorante dove ho la fortuna di lavorare in un ambiente splendido. Da un po’ di tempo però tendo a limitare la mia presenza al ristorante per dedicarmi molto di più a scrivere o a conoscere nuove realtà in ambito culinario.

 

*Quale piatto preferisci mangiare? E quale preferisci cucinare? 

Senz’altro un piatto tradizionale, non uno in particolare ma senza dubbio della cucina napoletana, per esempio una pasta con il ragù, una genovese o un piatto di scialatielli ai frutti di mare. Non disdegno affatto anche qualche piatto calabrese, pugliese e lucano. E poi come dimenticare la Sicilia e Roma? Devo dire che anche qualche piatto del nord Italia rientra fra i miei preferiti. È difficile, come si può immaginare, fare una sintesi di preferenze culinarie, comunque tutte di cucina italiana. Personalmente preferisco in ogni caso cucinare piatti di pesce.

 

*Chi cucina a casa tua? 

Quando ci sono cucino sempre io, anche se Carmen, quando rientro qualche volta stanco, soprattutto dopo un party, non se la cava affatto male, buon sangue non mente mai, infatti la mamma è un’ottima cuoca.

 

*Cosa apprezzi di più del Canada?   

In questo paese ci si dà del tu, ci chiamiamo per nome, mai per cognome. La burocrazia è molto più snella che in Italia e, soprattutto, il merito è alla base di ogni professione, non conta chi sei e di chi sei figlio o altro ma quello che vali e dimostri di saper fare, senza limiti di età.

 

*Parlaci della comunità italiana in Canada e più specificatamente di quella di Toronto, dove vivi.  

Gli italiani oggi sono perfettamente integrati nel tessuto comunitario locale, sia politico che finanziario ma anche industriale e commerciale. Ci sono anche programmi di italiano nelle scuole fino all’università, scuole di cucina locali collegate con quelle italiane, giornali, Tv e trasmissioni radio in lingua italiana e poi a Toronto, come anche a Montreal, più di ogni altra città canadese, la presenza e il lavoro delle imprese edilizie italiane è stato ed è tuttora immenso, senza contare poi l’interscambio e l’importazione dei prodotti italiani che ormai si trovano ovunque e che sono diventati comuni anche nelle scelte delle altre comunità.

 

*Consiglieresti a un connazionale di emigrare in Canada? Se sì, dove e quali possibilità di lavoro e in quale campi ci sono?   

Per prima cosa qui l’emigrazione è regolamentata e non è tanto semplice emigrare anche se, se si è in possesso di alcuni requisiti, poi non lo è affatto. Sono richiesti soprattutto gli operai specializzati in ogni campo, come l’edilizia, come anche i cuochi e i pizzaioli che possono essere sponsorizzati da un ristorante, oppure anche chi viene qui per motivi di studio. Importante è soprattutto la voglia di mettersi in gioco e di non scoraggiarsi alle prime difficoltà, ancor più fondamentale è, in ogni caso, conoscere o studiare la lingua inglese. Il Canada è senza dubbio uno dei posti migliori per costruirsi un futuro.

 

Pensi un giorno di rientrare in Italia?   

Non credo, ormai la mia vita, la mia famiglia e il mio lavoro è qui. Certamente ho ancora degli affetti importanti anche in Italia e un giorno spero di passarvi anche qualche mese all’anno in vacanza ma, a questo punto, non si può più tornare indietro anche se i posti dove sono nato e dove ho vissuto e le persone che ho frequentato e a cui voglio bene rimarranno sempre nel mio cuore e nei miei pensieri di ogni giorno.