Francesco Mai: da Milano a Sao Tome a produrre vaniglia

images

imagesPer le Storie dal mondo proposte da “Casa Italia”, la trasmissione di Rai Italia dedicata ai connazionali all’estero, un servizio di Cristiano De Florentiis racconta quella di Francesco Mai, originario di Milano e che ora vive a lavora in Africa, nell’arcipelago di Sao Tome e Principe.

Qui, dal 2011, insieme alla sua partner francese Jiuliette, ha avviato una piantagione di vaniglia. “Ci sono voluti diversi anni prima che gli agricoltori cominciassero a fidarsi e a seguire i nostri consigli sulla coltivazione della vaniglia, grazie al fatto che in una buona parte dei casi portavano a un miglioramento della raccolta – spiega Mai. La raccolta del 2022 è appena terminata e un kilo di prodotto viene venduto al cliente finale a circa 2000 euro.

La vaniglia, dopo lo zafferano, è la spezia più cara al mondo per via della sua coltivazione estremamente complessa, che richiede un procedimento d’impollinazione manuale, con interventi su ogni singolo fiore. In questo modo si sviluppano i baccelli all’interno del fiore, che rimane aperto solo per poche ore prima di cadere.

Nella coltivazione di Mai si sperimentano delle soluzioni che poi vengono proposte agli agricoltori in piantagione. Dietro c’è lo studio sui fertilizzanti e sui concimi, la filiera è certificata, mentre la genetica sarà importante per consentire alle colture di resistere alla sfida del cambiamento climatico

“Sono originario di Milano ma per tanti anni ho vissuto in Portogallo e per questo mi sono avvicinato a Sao Tome. Non ero consapevole di cosa fosse vivere in Africa – spiega Mai; – tutto può essere molto facile e molto difficile allo stesso tempo, ma soprattutto è un Paese in cui c’è molto da fare”.

La sua ultima avventura imprenditoriale è il Rum aromatizzato alla vaniglia. Mai ha al suo attivo anche diversi premi internazionali, come un importante riconoscimento alla qualità della sua vaniglia recentemente conferitogli a Parigi. (Inform)




Pat Capriati, punto di riferimento della comunità italiana di Chicago e promotore del “Made in Italy” agroalimentare negli USA

290997a0 6d95 4567 a987 0c259bc82de5

82485eb2 4204 4fc7 87a8 a85eb6812609È arrivato negli States quando era ancora un bambino e aveva solo 13 anni.

Altri avrebbero potuto facilmente dimenticare le proprie origini, ma lui no. Tant’è che, anni dopo, è diventato il sicuro punto di riferimento della grande comunità italiana di Chicago, il principale promotore del Made in Italy e della nostra enogastronomia nel Midwest.

Pasquale Capriati (detto Pat) nato a Mola di Bari, in Puglia, e residente a Chicago da oltre cinquanta anni, ha conosciuto e sposato una ragazza pugliese come lui, Carmela, figlia di emigrati, che gli ha regalato 2 figlie: Rosanna (eletta Miss Italia Nord America nel 2009), e direttrice della famosa casa di gioielli Cartier, e Costantina, che ha conseguito il dottorato in Farmacia alla University of Illinois (Chicago School of Pharmacy), ed è nonno felice di 3 nipotini. Tutti perfettamente integrati nella realtà americana, ma con un cuore italiano, come lui.

Laureatosi in Lettere Italiane, alla Loyola University di Chicago nel 1977, la sua profonda italianità lo ha portato a lavorare, prima con l’Ufficio del Vice Governatore dello Stato dell’Illinois  nella capacità di Direttore dell’Illinois – Italy Trade Initiative, e, dal 1995, presso ICE Agenzia (Ufficio di Chicago) come responsabile per il coordinamento negli USA delle attività promozionali con la Grande Distribuzione Organizzata (GDO).

Ma anche i suoi hobbies sono fortemente influenzati dalle sue radici. Pat, infatti, all’età di 15 anni ha formato con il fratello e 3 altri amici italiani del quartiere, un complesso musicale italiano, “I Diamanti”. Grazie alla musica, Pat è riuscito a finanziare i suoi studi presso la Loyola University of Chicago dove è stato uno dei fondatori dell’Italian Club of Loyola.

Nel settore editoriale, Pat cura, per la rivista mensile italoamericana con diffusione nazionale, “Fra Noi”, una rubrica intitolata “I Tempi d’Oro”, dedicata a personaggi dello spettacolo e della musica pop italiana, e conduce “Domenica Insieme”, un programma settimanale (in diretta streaming) di musica italiana seguito in tutto il mondo.

Abbiamo intervistato Pat Capriati per i lettori di Fatti Nostri.

Cosa ricordi dei tuoi trascorsi italiani?

Ricordo i bellissimi paesaggi, la nostra cultura e le tradizioni, lo splendore delle feste patronali, la nostra storia e i monumenti millenari, la musica, i riti della domenica (messa, pranzo e poi tutti al cinema), la bontà dei cibi. Adoro la pasta, la pizza, i frutti di mare, i formaggi, le mozzarelle di bufala, i gelati, e poi la pasta e ancora pasta…

 

Perché hai deciso di emigrare negli Stati Uniti e di stabilirti a Chicago?

Mio padre decise di trasferire la nostra famiglia in America per darci un nuovo futuro… Chicago è la città dove si erano trasferiti i miei nonni materni.

 

Com’è stato il tuo approccio con gli Stati Uniti?

Arrivato da bambino, dopo due settimane dal nostro arrivo, Chicago ha visto la più grande bufera di neve nella sua storia. Venendo dalla Puglia, non avevo mai visto tanta neve in vita mia…. Ricordo anche che ero rimasto appiccicato alla finestra per giorni, guardando la nuova vita americana: il traffico, le auto della polizia, i vigili del fuoco, gli autobus, era tutto come in un film.

 

31a2fcae 27e9 4f3b 92c1 3b3dfa033724Pat Capriati, come abbiamo avuto modo di sottolineare, dedica il suo tempo libero all’associazionismo italiano, ama il calcio (tifoso della Juventus), adora leggere, apprendere e “scoprire cose nuove”.

 Presidente della Federazione Regione Puglia, componente del Consiglio Generale Pugliesi nel Mondo, e primo presidente della Confederazione (Stati Uniti – Canada) Regione Puglia, sei considerato un sicuro punto di riferimento per i nostri connazionali.

Sono attivo nell’ambito dell’associazionismo italiano dall’eta’ di 25 anni. Ho fondato e sono l’attuale presidente della Federazione Regione Puglia Chicago, e componente del Consiglio Generale dei Pugliesi nel Mondo. In riconoscimento del mio impegno a favore della comunità italiana, ho ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia.

 

9b105784 719a 4581 bbbc bd0d722596a8Il Midwest degli USA, in modo particolare le città di Chicago (Illinois), Milwaukee (Wisconsin), St. Louis (Missouri), Detroit (Michigan) e Cleveland (Ohio), sono state, dagli anni 1950 fino al 2000, le mete preferite per centinaia di migliaia di italiani.

“Qui il nostro associazionismo – commenta Capriati – è ancora molto sentito, anche se ne siamo al tramonto. Oggi non è possibile emigrare in America dall’Italia, e di conseguenza viene a mancare il vivaio di nuovi italiani in arrivo. L’emigrazione italiana negli USA si è ridotta a ospitare studenti e professionisti muniti di permesso di residenza o di lavoro. Giunti alla seconda e terza generazione, molti dei nostri giovani non parlano italiano”.

 

Il tuo impegno come Marketing Promotion Senior Manager di ICE Agenzia (Istituto Nazionale per il Commercio Estero) di Chicago, in particolare per quanto riguarda il settore agroalimentare italiano, ti porta spesso a viaggiare nel nostro Paese. Sei appena tornato da Bologna. Quali saranno i tuoi prossimi appuntamenti in Italia nel settore e a cosa, in particolare, saranno dedicati?

A Bologna ho guidato una delegazione di buyer della GDO (grande distribuzione organizzata) statunitense alla fiera MARCA, importante manifestazione del settore “private label”. I miei prossimi impegni di lavoro, mi riporteranno presto in Italia per altre due importanti appuntamenti fieristici del settore agroalimentare: Cibus Connecting Italy (Parma), e TuttoFood (Milano).

 

Recentemente Pat Capriati è stato nominato Coordinatore del Movimento Associativo Italiani all’Estero (MAIE) per la zona di Chicago e del Midwest.

 

290997a0 6d95 4567 a987 0c259bc82de5Gli chiediamo: come ti sei avvicinato al MAIE e perché credi in questo Movimento?

A seguito di varie segnalazioni giunte a Enzo Odoguardi e a Giuseppe Cacace da parte di esponenti della comunità italiana di Chicago, sono stato contattato e invitato a candidarmi alla Camera dei Deputati durante la recente elezione elettorale. Sono rimasto molto colpito ed entusiasmato dalla storia del MAIE e ho pienamente sposato gli ideali del nostro Movimento. Ritengo fermamente che il MAIE costituisce l’unica entità nel panorama politico italiano (a differenza dei partiti tradizionali romani), in grado di garantire e rappresentare le istanze e i diritti dei nostri cittadini italiani residenti all’estero.

 

Come considerano il Maie i nostri connazionali del Midwest?

Ritengo che il MAIE è ancora in una fase embrionale nel Midwest degli USA. Sarà importante farci conoscere. La mia missione sarà quella di impegnarmi in attività a favore dei cittadini italiani per guadagnare la loro fiducia, rispetto e credibilità. Sarà importante inculcare nella loro mente il messaggio che il MAIE è l’unico partito che vede come sua unica priorità la tutela dei diritti dei cittadini italiani residenti all’estro.

 

Quali sono le sue possibilità di crescita.

Le possibilità di crescita nel nord America, America centrale e i Caraibi sono ottime. Dobbiamo continuare a crescere e a fare arrivare il nostro messaggio ai cittadini italiani residenti in Nord America, America Centrale e Caraibi.

 

 




Costa Rica. Chi era “Doña Juana Pirola”, Giovanna Rosa Rampinelli

image 005

image 005Giovanna Rosa Rampinelli nacque il 2 gennaio 1916 in un paese chiamato Brembate in provincia di Bergamo, nel nord Italia.

Fu caratterizzata da una sana ribellione, per la quale non accettò le tradizionali imposizioni del suo tempo, che considerava sessiste, abituate a sottomettere le donne, convinzione che la portò a lottare con tutti i suoi mezzi per far riconoscere i diritti delle donne.

Donna dal carattere dolce e forte che si alternava a seconda della situazione che affrontava, era inoltre infaticabile e religiosa.

La sua vita in Italia può essere suddivisa in due periodi. Il primo, il tempo della sua infanzia/giovinezza, dove cantava e recitava, molto vicina alle sorelle e inserita in un clima di allegre amicizie, nonostante la semplicità dei luoghi e la limitata disponibilità di risorse.

image 007Il secondo periodo, da donna sposata con Arduino Pirola e mamma. Durante i cinque anni della Seconda guerra mondiale, mentre il marito combatteva in guerra, dovette mantenere tre figli e l’anziano suocero.

Per fornire all’asilo del suo paese e alla sua famiglia pane bianco e un po’ di patate, si affiancò un medico nella prima cura dei feriti di guerra, fossero essi soldati italiani o stranieri, perché per lei tutti i feriti erano meritevoli di essere aiutati.

Questa esperienza aumentò le sue conoscenze e, la limitata disponibilità di risorse in tempo di guerra, favorì il suo senso pratico nella cura dei malati e dei feriti.

Alla fine della guerra, lei e suo marito decisero di venire in Costa Rica, nella colonia italiana che si stava formando al confine meridionale del Paese.

Venire in Costa Rica ha rappresentato una vera sfida; un’altra cultura, un’altra lingua e in un luogo così lontano dalla sua città e dalla sua terra… Erano tempi difficili.

Casalinga con cinque figli e un marito, iniziò la sua emancipazione femminile. Non solo occupandosi della famiglia, ma dedicandosi con passione alle mansioni infermieristiche e ostetriche presso la clinica San Vito, collaborando e apprendendo con i dottori Catarinella, Jesús Moreno e altri che per periodi venivano nella colonia. Nei momenti in cui non c’era il medico “Doña Juana”, come era conosciuta, si occupava quindi della cura della popolazione.

image 010Le esigenze sanitarie del nuovo paese aumentarono e gli impegni della famiglia si fecero più gravosi con la nascita di un’altra figlia.

Per rispondere adeguatamente ai bisogni e alle richieste della popolazione, decise di aprire una farmacia che consentisse l’approvvigionamento e la disponibilità di medicinali per tutta la zona.

Nella sua farmacia non mancavano mai le medicine per chi ne aveva bisogno, e anche se non avevano mezzi con cui pagare, diceva sempre: “Prendilo e quando guarirai mi pagherai, e sennò, Dio pagherà”.

Come ricordava il colono Vito Sansonetti nel suo libro intitolato “Ho bruciato le mie navi su questi monti”… La Sig. Juana era come un angelo benefattore per tutta la zona: centinaia, se non migliaia, di abitanti odierni della zona, sono nati grazie al suo generoso intervento.

image 013“Molte volte quando quella città nascente era completamente isolata e senza un medico, ha assistito e guarito, facendo quanto era in suo potere per migliorare lo stato di molti pazienti: ha anche fatto la dentista!! Non si è mai preoccupata della nazionalità dei pazienti, né della loro razza. In diverse occasioni nella giungla vergine e molto lontano dalla sua casa, ha aiutato donne indigene a partorire e, nel caso di complicazioni, metteva il neonato nella bisaccia e la madre dietro di lei sul cavallo, li portava con sé e li accudiva per tutto il tempo necessario e senza chiedere nulla in cambio. Più di una volta ha tolto uno dei suoi figli dal proprio letto per fare spazio a una povera donna che stava per dare alla luce.”

Allo stesso modo, l’autore del libro “Con Hacha y Machete” (Con accetta e machete), che narra le vicende degli inizi del distretto Pittier, il quinto del cantone di Coto Brus, riconosce il lavoro amorevole e disinteressato che Doña Juana ha offerto a tutti coloro che ne avevano bisogno.

image 014Il suo approccio aperto, amichevole, disponibile e generoso con le persone, la sua capacità di affrontare le emergenze con la praticità del buon senso, le hanno fatto guadagnare la fiducia di tutti.

Come quella volta che mise un lettino provvisorio nella vetrina di un negozio per far dormire una persona che doveva essere cateterizzata durante la notte, o quando ricevette un bambino prematuro di 6 mesi e senza incubatrice lo avvolse nel cotone e mise le borse dell’acqua calda nella cassetta degli attrezzi per poterlo trasferire in aereo a San José, la capitale.

Autodidatta, con molta esperienza maturata in Italia presso l’ospedale di Bergamo come aspirante infermiera volontaria. Solo l’impegno acquisito con l’arrivo di altri figli al ritorno del marito dalla guerra, le impedirono di ottenere un titolo di studio.

Collaborò con i medici in Italia e a San Vito ogni qualvolta glielo chiedessero, mettendo in pratica gli insegnamenti che apprese con curiosa avidità.

Trattava tutti allo stesso modo, indipendentemente dalla razza, dal credo o dalla nazionalità.

Il suo motto era “ognuno ha il diritto di stare bene o al meno meglio e io aiuto tutti”.

Dalle donne incinte, ai tanti parti assistiti, alle ferite suturate, ai denti doloranti estratti, ai malati di febbre gialla o malarici che arrivavano dalla zona delle banane, per ognuno di loro trovava un rimedio. Il rimedio della medicina e quello del cuore, trasmesso con un sorriso e il gesto affettuoso di una mano FORTE verso l’adulto e DOLCE nella carezza al neonato.

Juana Pirola ha lasciato questo mondo il 4 agosto 1995, nella sua amata San Vito… È stato un giorno triste in cui una grande folla di persone è andata a dargli l’ultimo saluto.

image 023Oggi, grazie all’azione di un importante gruppo di persone che sono stati testimoni della sua dedicazione, l’ospedale San Vito porterà il suo nome, diventando il primo ospedale in Costa Rica a portare il nome di una donna.

Fonte principale: Attilio Pirola

Elaborato da : Nicoletta R.

Tradotto da : Massimo Angelino

Pubblicato da: Cacace Giuseppe




Toronto. Marzio Pelù, giornalista e musicista ma, soprattutto, “un bravo ragazzo”

marzio al lavoro nella redazione del corriere canadese

marzio al lavoro nella redazione del corriere canadeseToscano di Massa Carrara, dove è nato 52 anni fa, divorziato con “tre splendide figlie”, Marzio Pelù, a Toronto è personaggio conosciutissimo nella comunità italiana soprattutto per il suo lavoro di redattore del popolarissimo “Corriere Canadese” e musicista “on the roads”.

E quando gli chiediamo chi è Marzio Pelù, per sapere da lui come si definirebbe, ci risponde prontamente: “Un bravo ragazzo. ‘A good guy’, come dicono qui. Nulla di più”.

In questa nostra intervista, si racconta e ci racconta della sua esperienza nel Paese nordamericano.

Da quanto e perché sei in Canada? I motivi della tua scelta di Toronto.

“Mi sono trasferito in Canada nell’aprile del 2021, anche se già lo frequentavo dal 2018 trascorrendo a Toronto brevi periodi durante l’estate ed è stato proprio in quei giorni estivi ‘canadesi’ che ho capito che avrei potuto vivere solo in due città: la mia e Toronto. Perché? Perché la GTA è estremamente multietnica e quindi multiculturale. Un mondo nel mondo. La realizzazione quasi perfetta di quel ‘imagine there’s no countries’ di John Lennon che rappresenta, per me, un inno. Se tutto il mondo fosse così, sarebbe bellissimo. Ma non lo è. Quindi io sto a Toronto”.

Racconta i tuoi inizi da giornalista e i successivi sviluppi.

“Ho iniziato scrivendo di musica, la mia grande passione: la mia carriera giornalistica non poteva che iniziare da lì. Poi, imparando dai colleghi più anziani dei quotidiani della mia città, Il Tirreno dove ho mosso i miei primi passi nel giornalismo e soprattutto La Nazione dove sono cresciuto e dove ho trascorso 25 anni della mia vita, ho intrapreso una bella carriera. Dico ‘bella’ oggi, con il senno di poi, perché non è stato un percorso facile: tredici anni di gavetta vera, 7 giorni su 7 in redazione, disponibile H24, prima di essere finalmente assunto. Ma è una storia come tante, in Italia. La mia abnegazione, alla fine, mi ha premiato e sono riuscito a diventare il caposervizio dell’edizione della mia città de ‘La Nazione’. Più in alto di così non sarei potuto né avrei voluto arrivare. Quindi, nel 2021 ho chiuso quel capitolo per aprirne un altro nel Paese che avevo ‘adocchiato’ da qualche anno: il Canada”.

Parlaci della tua esperienza al Corriere Canadese e del suo pubblico.

“Un’esperienza unica, perché il Corriere Canadese è un giornale comunitario: esce in lingua italiana, per i connazionali – decine di migliaia – che vivono qui ed è l’unico quotidiano cartaceo nella nostra lingua in tutto il Nordamerica. I nostri lettori, dagli anziani emigrati qui decenni fa ai newcomers, sono affezionati alla lingua madre e per loro c’è un solo modo di informarsi quotidianamente su quanto avviene in Canada, in Italia e nel mondo: leggere il Corriere Canadese. La nostra, dunque, è una duplice missione: informare la comunità italiana e tenere in vita la lingua del Belpaese in Nordamerica. La lingua scritta. Non è cosa da poco”.

Com’è la comunità italiana a Toronto? E quanto è importante il Made in Italy in Canada?

“La comunità italiana, come dicevo, è vastissima ed è attivissima in tutti i settori, nessuno escluso. Qui gli italiani hanno successo in ogni campo, dall’imprenditoria all’associazionismo, fino alla politica: abbiamo avuto e tuttora abbiamo sindaci, parlamentari e ministri italo-canadesi. L’italianità è un valore aggiunto: chi è nato e cresciuto nella nostra Penisola è smart, socievole, creativo e volitivo: non si pone limiti e, solitamente, riesce ad affermarsi ed emergere in un qualsiasi Paese straniero. Non a caso il Made in Italy è un ‘must’ in tutte le sue forme. Per fare un esempio che basti per tutti gli altri, in ogni supermercato di Toronto i prodotti italiani sono di fatto l’80%, o forse più, di tutti quelli esposti perché tutto quello che arriva dall’Italia è considerato più buono e più sano. E non c’è solo il settore alimentare: qui tutto ciò che è Made in Italy è considerato il top, in ogni campo”.

free times (photo by gonzalo patino) 2Passiamo alla tua passione per le sette note. Quando ti sei scoperto musicista?

“Mi sono scoperto musicista all’età di 5 anni a casa dei miei nonni: quando andavo da loro, ‘stendevo’ pentole e coperchi nel pavimento della loro cucina e suonavo questa specie di batteria fai-da-te con mestoli e cucchiai. A casa mia non potevo farlo, le mie sorelle e mio fratello, tutti più grandi di me, mi avrebbero… ucciso! Dai miei nonni, invece, potevo fare qualunque cosa. E furono proprio loro a spingermi a studiare musica, acquistando un violoncello per farmi prendere lezioni. I genitori di mia nonna erano entrambi musicisti: violoncellista il padre, pianista la madre. Mio fratello e le mie sorelle stavano già studiando piano quindi a me toccò il violoncello. Ma ero, forse, troppo piccolo per quello strumento più alto di me e così smisi presto, per poi pentirmene amaramente qualche anno dopo, durante l’adolescenza. Ormai era troppo tardi per riprendere a studiare seriamente uno strumento così complesso, così imbracciai la chitarra. Ma il timbro del violoncello mi è rimasto nel cuore: è tuttora il mio strumento musicale preferito in assoluto”.

film cafe (photo by film cafe)Dove suoni abitualmente?

“Abitualmente suono downtown, giù in città a Toronto: ci sono moltissimi locali aperti ai musicisti, sia con la formula dell’open mic (vai, ti metti in lista e suoni due o tre pezzi alternandoti con altri musicisti) che con la formula del personal gig (hai uno spazio tutto tuo di un paio d’ore). Essendo un ‘italian’, poi, ho anche la possibilità di propormi in ristoranti italiani dove la gente va non solo per gustare la cucina del Belpaese ma anche per ascoltare la nostra musica. Inoltre, faccio ‘busking’: suono nelle strade e nelle piazze, appena posso. Ed è la mia dimensione ideale”.

Qual è il tuo repertorio?

“Ho alcuni brani miei e tante covers che però non eseguo ‘pedissequamente’: cerco sempre di portare la canzone all’osso, cercando d’immaginare com’era quando è stata scritta, riportandola alla sua essenza… e riparto da lì, creando un arrangiamento mio ma tentando di mantenere le stesse vibrazioni emotive: a volte basta una nota, quella giusta nel punto giusto. I brani che reinterpreto sono prevalentemente quelli del repertorio pop-rock inglese degli anni ’60-70-80 (Beatles, Pink Floyd, U2, Depeche Mode, Duran Duran, etc.) e, naturalmente, quelli dei grandi cantautori italiani: Battisti, De Gregori, Modugno, Paoli, Tenco…”.

busking in torontoA che tipo di pubblico ti rivolgi?

“A tutti. La musica è l’unico linguaggio universale, la capiscono tutti al di là della lingua in cui canti perché il suono degli strumenti non ha bisogno di essere ‘tradotto’: è no limits”.

Hai inciso dischi?

“No. Non nego che mi sarebbe piaciuto, sarei un ipocrita. Ma alla fine sono arrivato alla conclusione che è meglio così. Per come intendo l’arte io, se avessi ottenuto un contratto discografico mi sarei sentito come un leone in gabbia. La mia musica è un eterno work in progress e devo essere libero di farla come, quando e dove voglio. Fortunatamente c’è internet, quindi possono pubblicare i miei lavori in modo totalmente indipendente e nessuno può dirmi cosa fare, come farlo e con chi. Faccio come mi pare”.

Consiglieresti a un connazionale di trasferirsi in Canada? Se sì, dove?

“Sì, lo consiglierei vivamente. Quanto alla destinazione, io posso consigliare soltanto Toronto, perché per ora non ho visto altre città canadesi. Ma credo che sia una buona scelta…”.

Le foto.

  1. Marzio Pelù al lavoro nella redazione del Corriere Canadese

2) Free Times (by Gonzalo Patino)

3) Film Café (by Film Café)

4) Busking in Toronto




Canada, British Columbia: Lina Fronzo, un’imprenditrice con impegno sociale

lina fronzo

lina fronzoC’era una volta una nazione, il Canada, che vantava un sistema sanitario universale esemplare in grado di rispondere ai bisogni d’individui con cure complesse e a lungo termine. Al giorno d’oggi, nella  vasta provincia canadese della Columbia Britannica, quasi un milione di persone non ha un medico di base e non può trovarne uno. Per i fortunati che hanno un medico di famiglia, un mese di attesa per un consulto è un evento comune. L’accesso all’assistenza domiciliare per anziani o disabili richiede una lunga attesa perché i servizi finanziati dal governo sono sovraccarichi e sono a corto di personale.

A Metro-Vancouver, la città più popolosa e importante,  dove vivono circa 75.000 italocanadesi, molte famiglie si preoccupano di trovare assistenza domiciliare privata a prezzi accessibili per i loro parenti anziani, soprattutto per coloro che non parlano inglese.

Alcuni anni fa, Lina Fronzo ha affrontato una grave situazione quando ha cercato assistenza domiciliare per sua madre. Diplomata al prestigioso British Columbia Institute of Technology  come Assistente medica, Amministrativa e Contabilità, Fronzo racconta  che la sua anziana madre “ha avuto un’esperienza negativa con l’assistenza del sistema medico: facce sempre diverse, barriera linguistica e nessuna coerenza delle cure”.

Motivata dalla sua conoscenza dei bisogni della comunità e utilizzando la propria esperienza del settore, nel 2015 Fronzo ha fondato “Annie’s Place”, la sua società di servizi di assistenza domiciliare. Diretta  principalmente alla comunità italo-canadese del comune di Burnaby, si è poi gradualmente ampliata ad altri comuni di Metro Vancouver e fino a Victoria, la capitale della provincia.

Nel 2019, quando Fronzo ha organizzato la cerimonia ufficiale del taglio del nastro nella nuova sede, la sua azienda era già cresciuta fino a includere personale multilingue e assistere la popolazione in generale. “Annie’s Place” è anche allineata con una rete sanitaria collaborativa di terapisti e farmacie. La pandemia di Covid ha creato una domanda ancora maggiore: “Quando l’azienda ha finalmente avuto le persone giuste nel 2020, tutte impegnate per la crescita e il successo, siamo cresciuti del 400 percento” afferma Fronzo.

La famiglia Fronzo è arrivata in Canada negli anni ’60 da Bagnoli, una cittadina abruzzese. Lina è nata a Vancouver nel 1965. Ha maturato esperienze professionali nell’amministrazione e nella contabilità prima di diventare una dinamica imprenditrice. Dirige il suo collettivo di servizi sanitari, domiciliari e comunitari con una prospettiva socialmente responsabile. Fronzo riassume in poche parole la sua filosofia: “Man mano che cresciamo ulteriormente, i nostri obiettivi sono non perdere mai il contatto umano con i clienti e le relazioni. Questo tipo di attività ha bisogno di questa tessera del mosaico. Cerchiamo di mantenere le nostre tariffe convenienti poiché siamo un’impresa sociale e diamo un contributo a organizzazioni non-profit e alle comunità che serviamo”.

Lina è sposata e ha un figlio di 27 anni, ma gestisce le sfide della sua giornata impegnativa senza sacrificare la sua vita familiare. Crede che la famiglia sia il valore principale per gli italo-canadesi e che il ruolo delle donne sia sempre stato cruciale nella comunità.

Le donne italo-canadesi sono sempre state attivamente coinvolte nel sostegno alle loro famiglie. Ai primi del Novecento, le famiglie dei pionieri italiani nella British Columbia e gli immigrati arrivati durante gli anni del dopoguerra prosperarono grazie anche al lavoro delle donne, le quali mandavano avanti, come affittacamere, mini-pensioni casalinghe cucinando e facendo pulizie per i bordanti, o avviarono piccole imprese in vari campi.

Le donne, le madri di famiglia,  si sono impegnate nel lavoro di comunità, hanno combattuto per le cause della comunità e hanno guidato molte iniziative importanti. I loro figli e figlie nati in Canada hanno completato un’istruzione universitaria e  hanno avuto successo in molti campi professionali e commerciali. Attraverso le generazioni, l’ingegno e la tenacia delle donne italo-canadesi sono ancora la base della famiglia e della comunità.




Costarica. Giuseppe Virgilio Cacace: “Il MAIE per me è come una famiglia”

03794103 d680 4be4 96a3 7e79d0a04fe1

03794103 d680 4be4 96a3 7e79d0a04fe1Giuseppe Virgilio Cacace è un italiano che, in Costa Rica ha trovato, con successo, la sua seconda patria.

Cinquantuno anni, originario di Bitritto, in provincia di Bari, vive ad Heredia, distretto costaricano, capoluogo del cantone e della provincia omonimi, dove ha sede anche l’Università Nazionale del Paese Centro Americano.

Membro della Giunta Direttiva della Camera di Commercio Italo-Costaricana, Cacace, da anni coordinatore del MAIE, riveste anche la carica di Presidente del Comites locale.

“La mia infanzia – racconta Giuseppe Virgilio – ha lasciato in me un marchio indelebile. Più che un ricordo in particolare, mi vengono alla mente tutti i giorni passati nel mio bel Bitritto. La mia è la storia che, più o meno, vivono tutti i pugliesi che emigrano”.

Cacace arriva nella Costa Rica nel 1996. “Conobbi la mia prima moglie, venni attratto da due cose: l’amore e la natura spettacolare che il Paese centroamericano offre. Molti dicono che il Paese sia cambiato, e che preferiscono il Costa Rica di una volta – prosegue -, io invece penso che il cambio sia stato in positivo, anche perché oggi ci si trova un po’ di tutto, i servizi sono da primo mondo, anzi credo che, in alcune cose, sia più avanti e poi il popolo costaricano è molto sereno e trasmette serenità, specie quando si va nell’entroterra.

Il mio lavoro è stato segnato dal Covid. Ho avuto un ristorante per 11 anni che ho chiuso all’inizio di questo 2022. Ho da qualche anno un’agenzia che sviluppa pagine web e piattaforme E-commerce per la ristorazione.

Il mio hobby principale da sempre è quello della tecnologia e informatica. Dedico molto del mio tempo libero a leggere tutorial e studiare linguaggi tipo Kotlin, Swift etc.”.

“La comunità italiana nella Costa Rica è molto autonoma – spiega – non esistono centri ricreativi e di aggregazione.Uno dei miei sogni nel cassetto è quello di creare un Club Italia e convogliare li tutta la nostra comunità, sia quella nuova sia gli italo discendenti.

La maggior parte degli italiani ultimi arrivati si dedica alla ristorazione. Bisogna tener conto che in Costa Rica abbiamo 6000 iscritti AIRE, ma, se parliamo di italo discendenti, si arriva anche a 200 mila su una popolazione di 5 milioni di abitanti.

Quali sono le opportunità che questo Paese offre ai nostri connazionali?

Secondo il mio parere uno dei lavori principali è quello del turismo, poi ci sono molte aziende del settore medico/farmaceutico di provenienza italiana che risiedono nelle zone franche.

Come vive un italiano nella Costa Rica? Arrivano facilmente i nostri prodotti?

Non abbiamo una copertura del 100%, mancano molti prodotti e non sono accessibili a tutti, ma so che la nostra Camera di Commercio insieme alla delegazione europea e le altre Camere di Commercio europee fanno l’impossibile per cercare di firmare accordi e inserire più prodotti possibili nelle contingenze.

Quanto è importante l’immigrazione italiana nell’economia costaricana?

Non credo che sia un dato influente, se parliamo di enogastronomia si, abbiamo una certa influenza.

Esistono nostre associazioni?

Una volta si, vi erano tante, sia regionali che di supporto agli italiani, tipo “La Asociación italiana de Mutuo Socorro” nata nel 1890, anch’essa oggi vive un po nell’ombra.

La comunità italiana nella Costa Rica è molto unita?

Direi proprio di no, l’italiano vive di questo egoismo e protagonismo che divide e non unisce, noi, come Comites e Camera di Commercio, stiamo cercando in tutti i modi  di unire e sembra che pian piano ci stiamo riuscendo.

Cosa si potrebbe fare, dunque, per ottenere una migliore coesione?

Innanzitutto creare un’associazione Italiana e non regionale, che aggreghi tutti indipendentemente dalla  provenienza e poi non avere rivalità con nessuno, io li definisco i MICROCLIMI, cioè abbatterli, se si sente parlar male o alle spalle di qualcuno si dovrebbe pagare un pegno, il problemi vanno affrontati e risolti con i diretti interessati.

Consiglieresti a un connazionale di trasferirsi li?

Prima di tutto consiglio di fare una vacanza lunga, almeno di 6 mesi e poi decidere.

So che presiedi il Comites. Quanto è importante questa istituzione?

Questa istituzione, se venisse gestita seguendo la sua natura, diventerebbe perno principale per tutti e non solo i nuovi arrivati. Nei Comites manca aggregazione perché c’è molta politica. Il Comites della Costa Rica è ibrido; abbiamo fatto una lista dove vi sono tutti i colori e ideologie politiche e si sta cercando di portare avanti tutti insieme dei progetti che beneficiano la comunità, perché a loro non interessano le nostre divergenze politiche.

Come ti sei avvicinato al MAIE e perché credi in questo Movimento?

Se dovessi raccontare tutta la storia ci vorrebbe un libro. Sono coordinatore MAIE dal 2012, ho indossato quella maglietta fin dal principio perché lo considero fondamentale per risolvere tutti i problemi che ho sopracitato. Il MAIE, per me, è come una famiglia, è la finestra  più legittima e imparziale che abbiamo per chiedere alle istituzioni di non dimenticarsi degli italiani all’estero, come ha sempre fatto la politica partitocratica romana, questo tema lo vorrei approfondire in un’altra intervista solo a tema MAIE.

Come considerano il Maie i nostri connazionali della Costarica? Quali le sue possibilità di crescita?

Allora, considerando il dato delle ultime elezioni, il MAIE è stato nella Costa Rica il primo partito con il 41,80%,  secondo il CDX con 28.47% e terzo il PD con 16.83 %. Le sue possibilità di crescita nella Costa Rica sono innumerevoli in termini di voti perché ha votato solo il 15.35%, in termini di percentuali potremmo crescere ancora di 3 punti, raggiungendo così il 45%. Invece, per quanto riguarda Nord e centro America, bisogna seguire il metodo Costa Rica: parlare costantemente di MAIE e involucrare e aggregare anche gli italo discendenti. Il nostro messaggio dal 2018 è stato chiaro, quando qualcuno ci interpellava per un disservizio o mancanza di aggregazione, carenza di Made in Italy o qualsiasi altro problema, gli si evidenziava che sarebbe stato possibile cambiare tutto ciò nelle urne il giorno del voto.

Ora l’impegno sarà quello di rafforzare e di non lasciare la comunità a se stessa e continuare  a lavorare a suo beneficio.




In Brianza c’è un pollivendolo aperto da oltre 170 anni

unnamed

unnamedQuando la polleria Mercandalli ha aperto i battenti l’Italia non era ancora unita e si respirava l’atmosfera rivoluzionaria dei moti del 1848. Per la sua longevità di recente ha ottenuto il Premio “Impresa e Lavoro” promosso dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

L’attuale titolare del negozio a conduzione familiare, Giuseppe Mercandalli, ripercorre con l’AGI la storia dell’attività avviata dal suo quadrisavolo Gaetano Mercandalli, qualche anno prima del 1850. Il negozio, che ha oltre 170 anni di vita, si trova a Bovisio Masciago, un paese della Brianza nato nel 1927 dalla fusione di due comuni. “L’attività – spiega Giuseppe – è stata poi proseguita dal mio tris nonno, che si chiamava Giuseppe come me. La nostra prima sede era a Masciago, poi dopo sposato si è trasferito a Bovisio nel 1929”.

La polleria non è stata mai chiusa: “Anche durante la seconda guerra siamo andati avanti”.  Sessantun’anni, qualche capello bianco, Giuseppe lavora stabilmente nella polleria di famiglia da circa quarant’anni: “Da quando ho finito il militare”. All’inizio “aiutavo mio padre, poi dal 1996 sono diventato il titolare”. Ha scelto di rilevare il negozio di famiglia: “Ho fatto ragioneria, mi sono diplomato e dovevo andare a lavorare in banca. Alla fine, però, ho preferito seguire le orme di mio padre”. Oggi in polleria lavorano “solo” Giuseppe e la sorella Manuela: “Alla fine degli anni ’80, nel periodo di massimo lavoro, avevamo un dipendente fisso e due a chiamata”.

Se il passato è luminoso, il futuro lo è meno: “Un po’ per la concorrenza della grande distribuzione, un po’ per la mancanza di  interesse delle nuove generazioni, questa è un’attività che va a finire. Noi cerchiamo di tenere duro, ma d’altronde oggi è difficile per tutti”. Secondo Giuseppe la soluzione per sopravvivere è “riuscire a trovare l’equilibrio giusto tra prezzi, spese e differenziazione del prodotto. E poi c’è il rapporto con il cliente, il dialogo, i consigli. Non è come al supermercato dove tutti comprano di fretta”. Quando andrà in pensione Giuseppe sa già che non ci sarà nessuno della sua famiglia disposto a rilevare l’attività: “Ho due figlie che hanno preso altre strade. L’unica via potrebbe essere vendere il nome, quando dovrò andare in pensione o si chiude o qualcuno rileva”.

agi.it




Luigi Balzan, un naturalista nelle foreste amazzoniche

balzan luigi 300x225 1

balzan luigi 300x225 1«Non parlo del clero di questi paesi perché bisognerebbe scriverne un volume». Con queste sferzanti parole, dirette ai religiosi boliviani, Luigi Balzan descrive la sua avventurosa esperienza nel cuore del Sudamerica e la sua personale opinione sull’operato degli uomini del clero in quelle remote zone della Bolivia.

….«Che moralità quella di certi preti, che carità cristiana»! Balzan ha appena assistito ad una funzione religiosa nella settimana santa, svoltasi ad Exaltaciòn de la Cruz, funzione conclusasi con un sacerdote che aveva insultato le donne presenti, e non può trattenere tutta la sua ira per le misere condizioni in cui vengono tenuti gli indios Mojos dagli amministratori della zona e dagli uomini della chiesa. Ma Balzan è soltanto un esploratore ed un naturalista, uno dei pochi uomini di scienza italiani che hanno raggiunto il cuore del subcontinente sudamericano e le sue osservazioni può soltanto depositarle sulla carta, lasciando una traccia indelebile nella valutazione dei posteri.

image001Siamo in Bolivia, intorno  all’anno 1892 e lo studioso italiano osserva con rammarico il regresso degli indios, educati con pazienza dai gesuiti e affidati al clero secolare – dopo l’allontanamento della Compagnia di Gesù  con la speranza di un proseguimento della paziente opera missionaria. Speranza talmente malriposta, secondo quanto osservato dallo scienziato, da innescare ripetuti tentativi di ribellione dei nativi, ribellioni soffocate metodicamente nel sangue. E non sarà l’unica nota negativa che Balzan riporterà in Italia dalla sua spedizione scientifica. Partito da Asunciòn il 30 dicembre del 1890, Luigi Balzan si inoltra nelle regioni centrali del Sudamerica con il finanziamento della Società Geografica Italiana. Egli attraversa il

Paraguay, l’Argentina, il Cile ed il Perù  per arrivare nel cuore della Bolivia settentrionale, per  esplorarne le Yungas ovvero il versante orientale delle Ande e la regione percorsa dal Beni dal Marmoré, due fiumi appartenenti al bacino del Rio delle Amazzoni. Sarà di fatto tra i primi esploratori ad attraversare il Gran Chaco.

img 1 small517Attento studioso della biologia, Balzan raccoglie numerose nozioni scientifiche sulla zoologia, la botanica e la fitogeografia delle zone attraversate raccogliendo il tutto nel resoconto pubblicato sul Bollettino della Società Geografica Italiana e in un volume pubblicato nel 1932. Balzan però si trasforma, nella sua spedizione americana, anche in un involontario giornalista e sociologo, etnografo e antropologo, registrando fedelmente tutte le stridenti contraddizioni che compongono la società sudamericana di fine 800, soprattutto quella residente nei territori di frontiera, al confine della società “civile” occidentale. E non è un bel quadro, quello che realizza l’italiano sulle condizioni di vita indigena nelle zone da lui attraversate.

Primitive e povere, queste le prime sensazioni sulle terre visitate. Per il naturalista la zona centrale del Sudamerica è una vera miniera di risorse, che sono ben lontane dall’essere valorizzate, mancando una qualsiasi forma di rete di comunicazione. Siamo in un paese, la Bolivia, che nel fine secolo Ottocento è interessato soltanto a sfruttare al massimo la sua ricchezza mineraria e che per essa tralascia qualsiasi altra forma di sviluppo e di promozione produttiva. È la miseria che regna sovrana nella Bolivia “dimenticata”, con un’agricoltura ridotta al livello di pura assistenza, e con uno spietato sfruttamento della popolazione indigena da parte dei bianchi, in un contesto che assomiglia moltissimo a quello della frontiera nordamericana e dell’epopea dei cercatori d’oro californiani. Il biologo impegnato nelle sue attività scientifiche, si trasforma quindi involontariamente in una fonte eccezionale per gli studi etnografici.

Nato il 30 gennaio del 1865 a Badia Polesine, fin da giovanissimo Luigi rivela un grande interesse per i vari aspetti della natura che lo circonda, e si appassiona all’entomologia e alle attività naturalistiche. Frequenta l’Università degli Studi di Padova conseguendo nel 1885 la laurea in scienze naturali. Nell’ateneo veneto conosce anche Giovanni Canestrini, direttore del gabinetto di zoologia e anatomia comparata.

202002200500 foret amazonienne 1200x627Prima di arrivare in Paraguay come docente di Fisica e Scienze Naturali al Colegio Nacional di Asunciòn, Luigi Balzan nel 1987 coglie l’occasione per approfondire la propria passione decidendo di partecipare a una spedizione scientifica diretta in America del Sud e che lo porta  come prima tappa in Argentina. Rimasto inizialmente nella capitale Buenos Aires, dopo aver assunto l’incarico di riordinare il locale Museo di Storia Naturale si trasferisce in seguito a Plata, e infine  ad Asuncion  dove concentra i suoi studi aracnologici sull’ordine Pseudoscorpionida raccogliendo  numerosi esemplari zoologici per il Museo Civico di Scienze Naturali di Genova.  Il viaggio verso la Bolivia viene quindi partorito proprio in terra americana, terra nella quale il giovane esploratore trova  il suo habitat più consono e nella quale sopravvive, nella seconda metà dell’Ottocento una comunità italiana ridotta ai minimi termini.

md19199212853Giunti in terra boliviana con la costruzione di una linea ferroviaria tra Salar e Antofagasta, i gruppi familiari italiani si erano infatti dispersi soprattutto nel Cile, dove avrebbero trovato uno tra i paesi più brillanti del continente americano. In terra boliviana rimangono un centinaio di persone, quasi tutte in condizioni economiche problematiche. Soltanto nella città di La Paz si affermano ditte di tessuti con il nome tipicamente italiano: Torti, Vignolo e C., Mazzolini affacciano le loro botteghe sulle vie principale della capitale sudamericana. Anche nei generi alimentari e nelle drogherie si ritrovano tracce dell’intraprendenza italica: i Lorini, i Cesarino, i Linale, i Marchetti contribuiscono a lasciare segni significativi in uno stato sudamericano uscito sconfitto anche dalla guerra con il vicino Cile. Diversi nomi italiani si ritrovano invece tra le file del clero (francescani e salesiani), impegnato a riorganizzarsi, nelle foreste e nelle montagne boliviane, attingendo al  modello delle missioni gesuitiche dei Sei e Settecento.  Balzan trascorre oltre un mese nelle missioni di Mosetenes del Beni e una settimana in quelle Guarayo del dipartimento di Santa Cruz, approfondendo la sua personale conoscenza della materia: lo scienziato descriverà poi nelle sue relazioni l’organizzazione di tali missioni, imperniate sempre sulla grande deferenza riservata al capomissione.  Durante il suo viaggio esplorativo lo scienziato di Badia Polesine si imbatte in molte situazioni sociali scabrose.

s l500«L’uomo è calcolato una macchina, e tanto più si apprezza quanto più è giovane, perché si calcola che ha meno probabilità di morire». Le acute osservazioni di Balzan vengono scritte osservando le miserabili vite dei “gomales”, gli addetti all’estrazione della gomma (conservate nel Museo civico di Scienze Naturali di Genova). Con queste osservazioni, Balzan si congeda da quel mondo surreale non prima di essersi soffermato ad osservare i “mozos”, utilizzati dai potenti latifondisti sudamericani: retribuiti con pochi pesos; o addirittura con marche di metallo da cambiare (con relativa svalutazione del valore effettivo), questi sfortunati lavoratori delle foreste amazzoniche devono perennemente saldare i loro debiti contratti per acquistare beni di prima necessità. Anche per i “gommeros”, i padroni, la vita nelle foreste è del resto alquanto dura e viene esorcizzata con fiumi e fiumi di alcool, e con i giochi d’azzardo.

Dopo due anni di viaggio avventuroso nelle foreste sudamericane, nel 1893  Luigi Balzan rientra in Italia con un prezioso corredo di materiale scientifico. Dona la sua raccolta di rettili, pesci e insetti al Museo Civico di Storia Naturale di Genova. Nella sua mente, il rientro in Italia rappresenta in realtà solo un momento di preparazione alla nuova spedizione esplorativa che vorrebbe effettuare da lì a pochi mesi. Nel settembre 1893, mentre si prepara a ripartire per l’America con un programma di nuove esplorazioni, muore però per un attacco di febbre malarica  contratta nel suo ultimo viaggio. Ad appena ventotto anni.

La sua eredità scientifica per fortuna non è andata persa. Arnaldo Fraccaroli ha raccolto e pubblicato il Viaggio di esplorazione nelle regioni centrali del Sud America (Milano 1931), attingendo agli scritti pubblicati dal Balzan nel Bollettino della Società Geografica Italiana.

Badia Polesine ha affidato invece allo scultore Angelo Viaro la realizzazione di un busto commemorativo, inaugurato il  27 settembre 1931 .

 

 

 

 




Addio a Emanuele Giacoia, volto storico di “90° Minuto”

download

downloadÈ morto la notte scorsa, all’età di 93 anni, il giornalista Emanuele Giacoia, già a capo del Tg regionale della Rai.

Originario di Grassano (Matera), era giornalista professionista, iscritto all’Ordine della Calabria, dal 15 giugno del 1961. Napoletano di adozione, cresciuto a Santa Maria Capua Vetere, fu anche direttore del Quotidiano della Calabria (oggi Quotidiano del Sud). Ma soprattutto fu tra i protagonisti di “Tutto il calcio minuto per minuto” e “90 Minuto”, ricordato per la sua perfetta dizione.

Raccontò il Catanzaro in A. Tanti i messaggi di cordoglio giunti ai familiari dal mondo del giornalismo, ma anche politico e istituzionale.

agi.it




L’acquafrescaio napoletano, detto anche acquaiolo o ‘a banca ‘e ll’acqua (VIDEO)

cattura3

cattura2“Acquaiò, l’acqua è fresca?”, da una canzone di James Senese del 1992 del gruppo Napoli Centrale ma anche una domanda che riecheggia nei vicoli di Napoli dai tempi antichi, da quando la fonte del Monte Echia dava alle necessità  cittadine la sua acqua. La risposta era immediata, ‘’manc‘a nev!’’, cioè nemmeno la neve è fresca come la mia acqua. Quello dell’acquaiolo è un antico mestiere, si può dire, senza dubbio, più che centenario, il cui scopo era quello di rinfrescare il popolo nella calura estiva e sono diversi i chioschi disseminati in tutta la città, che vendono bevande e refrigeri vari.

L’acquaiolo era anche un venditore ambulante di acqua che, anticamente, giravano per la città con appresso delle grandi anfore di creta sigillate da tappi di sughero. Questi recipienti, chiamati ‘’mummare’’, riuscivano a tenere l’acqua in fresco per diverse ore. Col passare del tempo l’acquaiolo è diventato acquafrescaio, con il sorgere di tanti piccoli chioschetti in città, ogni quartiere ne aveva almeno uno e lo si riconosceva con facilità, generalmente tutto ornato da foglie e agrumi freschi e con le mummare  in bella vista. I chioschi di acquafrescaio presero il nome di ‘’banca ‘e ll’acqua’’, banca che non dispensava denaro ma frescura. La grande intuizione fu quella di aggiungere all’acqua, chiamata ferrata, del limone e del bicarbonato per aiutare la digestione dopo i consueti pasti partenopei di luculliana memoria.

Le acque che tradizionalmente si potevano bere erano diverse. C’era l’acqua annevata, raffreddata col ghiaccio, l’acqua di mare, l’acqua di fiume, l’acqua addirosa, aromatizzata al vino, l’acqua appannata per le polpette, l’acqua di rose per fare la pastiera, l’acqua suffregna, sulfurea, detta anche ferrata e l’acqua ‘e Serino, la leggera e dissetante acqua del Serino che per anni ha alimentato l’acquedotto cittadino, insaporita con l’anice, ‘’acqua e ànnese, fetè vuó vevere?!’’, che aumentava il potere dissetante dell’acqua.

1L’acqua ferrata era sicuramente la più consumata, di origine vulcanica, sgorgava dal vicino Monte Echia ed aveva un forte sapore ferruginoso ma conteneva molti sali minerali e soleva essere distribuita alla popolazione con appunto le mummare. Anche per questo venne  poi ribattezzata “acqua di mummare’’. Era l’acqua più preziosa e diventava, con l’aggiunta di limone e bicarbonato, la gassosa, una bibita napoletana dal potere digestivo straordinario.

Oggi l’acqua è stata sostituita con semplice acqua minerale in bottiglia ed è ancora molto popolare per le vie del centro. Questa gassosa tradizionalmente viene chiamata “limonata a cosce aperte” poiché la reazione chimica tra limone e bicarbonato fa letteralmente eruttare la bevanda e il riflesso incondizionato che ne consegue è quello di spostarsi immediatamente all’indietro, aprendo le gambe per non bagnarsi piedi.

Il chiosco di Carolina Guerra e suo fratello Antonio (detto Popò) si trova in Piazza Trieste e Trento al n.4, a due passi del San Carlo e poco prima di Piazza Plebiscito. I Guerra rilevarono l’attività ben 50 anni fa ma il chioschetto nacque molto prima, nel 1836, vantando di essere a tutti gli effetti il più antico di Napoli. Carolina è un personaggio, potremmo dire, eduardiano e fermarsi da lei col solo intento di bere una gassosa è oltremodo riduttivo: “Addu’ Popò” si respira la vera aria della napoletanità antica e l’esperienza ti permette d’immergerti nell’atmosfera partenopea.

image (2)Con l’ausilio del fidato spremiagrumi, ormai vecchio di oltre settant’anni, il chiosco oggi offre spremute d’arancia fresca, granite al limone, tutto preparato con agrumi biologici di Sorrento ma la bevanda più richiesta resta sempre la “limonata a cosce aperte”. Oltre a Carolina consiglio di andare da Pasquale a Porta Capuana, oppure dal mitico Aurelio alla Riviera di Chiaia, oppure ancora da Lello’’parfum’’ al Corso Garibaldi, dalla Signora Giulia a Via Tribunali, accanto alla Pizzeria Sorbillo o all’Oasi Chiaia accanto al Teatro Sannazaro o ancora all’Antico Chiosco di Via Luca Giordano al Vomero. Quindi, se si è esagerato, a pranzo o a cena, ci si può affidare ai poteri digestivi della gassosa napoletana, la migliore bibita ‘’esplosiva’’ per digerire o post sbornia che si possa immaginare.