“‘O pà ‘o pà”, il mendicante cui tutta Napoli voleva bene

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namedUn altro simbolo, anzi quasi un’icona popolare di Napoli è venuta a mancare circa un paio di mesi fa, il mendicante più famoso di Napoli, da tutti conosciuto come “’o pà ‘o pà’”, un uomo buono, educatissimo, mai invadente, soleva chiedere una moneta, lo diceva una volta sola, ringraziava sempre con lo sguardo e scappava via.

Un mistero quanti chilometri facesse al giorno, quasi costantemente nel centro storico e nella zona universitaria, un personaggio che era entrato a far parte delle vicende sia storiche che giornaliere, al punto da essere menzionato nel panorama letterario e cinematografico napoletano.

Si  chiamava Umberto Consiglio ma da tutti era conosciuto solo con l’appellativo “o pa’ o pa’”, le uniche parole che ripeteva incessantemente e che noi tutti gli abbiamo mai sentito pronunciare. Aveva 88 anni e i funerali si sono tenuti a Piazza Trieste e Trento nella chiesa di San Ferdinando.

unnamedLa notizia, diffusasi rapidamente in tutta la città, non ha mancato di suscitare commenti sia commossi che nostalgici, anche perché non credo esista nessuno che non si sia imbattuto in lui almeno una volta, facendosi ricordare soprattutto per la sua famosa cantilena con cui chiedeva un’offerta ai passanti, verosimilmente un’abbreviazione del termine pane. Otre che per la sua caratteristica camminata, ondulante ma rapida, lo si poteva trovare dappertutto, tanto che si vociferava che avesse il dono dell’ubiquità e che quindi si potesse trovare in più posti contemporaneamente.  Chiunque, infatti, trovandosi a passeggiare per le strade della città si sarà sicuramente imbattuto in lui almeno un volta.  Oltre alla sorella e ai nipoti, Umberto, ‘o pa’o pa’, mancherà  a molti perché era un mendicante che ormai si era fuso con l’atmosfera dei quartieri che era solito attraversare e, soprattutto, si faceva voler bene da tutti, da Chiaia ai quartieri spagnoli, dai Tribunali a Mezzocannone.

Quello che spesso viene indicato, nominato come il presepe vivente napoletano, perde un’altra delle sue figure di strada conosciuta da chiunque abbia frequentato il centro storico partenopeo dagli anni ‘70 in poi.

Ci ha lasciati così, senza rumore, unitamente a un’altra icona napoletana, Valeria delle sigarette, nota anche come Giannina, anche lei una figura fissa del centro storico e della vita notturna soprattutto di Piazza Bellini che ispirò Pino Daniele per lo splendido brano ‘’Chillo è nu buono guaglione’’.




New York. Jean Farinelli, il sogno in un baule

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img 0534Da qualche giorno il piccolo comune di Controguerra (Teramo) conta un nuovo arrivo. Il sindaco Franco Carlotta ha infatti consegnato l’attestato di Cittadinanza onoraria a Jean Farinelli, residente a New York ma nipote di un corropolese che tentò la fortuna in America senza poterla toccare. Venne fermato infatti, per sempre, da una mortale polmonite che rese la moglie vedova e il figlio orfano a 3 anni. L’epopea della famiglia Farinelli ha trovato così la sua giusta conclusione, con una riscoperta della terra d’origine da parte di chi quella terra la sentiva narrare solo dai racconti del padre.

Jean Farinelli, una vita trascorsa a inseguire la perfezione del marketing e quel “soddisfatti o rimborsati” per conto di numerose aziende di prestigiosi marchi, vive a Manhattan, e saranno proprio i racconti del padre  (nato a Controguerra nel 1910) a regalare alla donna in carriera una nuova identità, fatta di tradizioni e memorie, fatta soprattutto di radici forti e tenaci.

«Quel che conosco della mia famiglia – racconta Jean – mi è arrivato da mio padre perché mia nonna l’ho vista poco e l’ho persa quando io avevo solo 9 anni. So per certo che il grande miraggio americano lo portò in famiglia nonno Pasquale, contadino di Controguerra. Nel 1913 nonno Pasquale stava facendo il servizio di leva e aveva ottenuto una piccola licenza. Camminò per giorni sotto la pioggia incessante e con il freddo pungente per tornare a casa e rivedere la giovane moglie. La polmonite non lo perdonò e se lo portò via in pochi giorni. Pochi giorni dopo arrivarono le tanto attese carte per l’espatrio».

Nella casa di Manhattan, nell’angolo studio, Jean Farinelli conserva uno sbiadito baule da viaggio. E’ tutto quel che rimane del sogno originario di nonno Pasquale e nonna Filomena. Ma è anche la chiave di volta per Jean, che attraverso quel baule e le sue reminiscenze ha deciso di dedicarsi al recupero della sua identità italiana.

«Rimasta vedova e con due figli piccoli, Umberto e Grazia, mia nonna dovette prendere la più difficile delle decisioni e alla fine decise di mantenere fede al sogno del marito. Partì alla volta dell’America, con i suoi figli; aveva 32 anni e per un futuro pieno di incertezze aveva venduto tutti i suoi averi inclusa una piccola collana ricevuta come unico dono di nozze. Arrivarono nel 1916 e per tre mesi rimasero nel ghetto di Ellis Island a causa di un improvviso mutismo della stessa nonna, incapace di rispondere alle domande degli ispettori di frontiera».

La storia americana della famiglia Farinelli prese le pieghe solite. Il trasferimento a Filadelfia presso parenti e l’inserimento faticoso nella comunità italiana della città. E infine la nascita dei nipoti. Jean ha vissuto tutto questo con leggerezza, affrontando le scuole con il piglio sicuro di chi ama il proprio lavoro. E iniziando la sua carriera imprenditoriale a soli 11 anni  con un servizio di autolavaggio specializzato che le ha fatto guadagnare abbastanza denaro da permetterle, a soli 17 anni, di acquistare la sua Chevrolet decappottabile.

Diplomatasi all’American University e ottenuto il master nell’Ohio State University, Farinelli aveva trovato la propria strada professionale con i corsi post laurea in business management, seguiti alla  Wharton School, alla Columbia Business School e alla New York University e nel 1969 ha cominciato a lavorare per il Wall Street Journal. Nel 1987 è divenuta Presidente e Amministratore delegato di una società francese di comunicazioni per il marketing internazionale che fornisce consulenza ai maggiori dirigenti di società censite da “Fortune 500”. Jean Farinelli ha collaborato alla creazione di WebDiagnostics, un servizio di valutazione di siti web, all’elaborazione dell’Hidden Value Index  per lo studio dell’immagine dei consorzi aziendali, e condotto indagini riservate sul livello di soddisfazione dei clienti per conto di diversi marchi. È autrice di dozzine di articoli nei quali si è occupata di gestione dell’immagine aziendale, della formulazione di strategie efficaci per il marketing e di procedure per l’ottimizzazione delle prestazioni del personale. Farinelli è stata direttrice della “Cologne Life Reinsurance”, dell’International Women’s Forum” di New York e della “Skin Cancer Foundation” ente fiduciario della Fondazione nazionale per le malattie infettive; è stata Presidente della “Fondazione della Società di Pubbliche Relazioni d’America”, Fiduciario e Tesoriere della “Arthur Page Society” e Presidente del Consiglio e Direttore della “20 Sutton Place South Corporation”. Attualmente è Direttrice di ITANJ, l’Associazione di Insegnanti di Italiano del New Jersey. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il “Matrix Award” per le “Donne nella Comunicazione” (“Women in Communications”) e il premio dell’Associazione degli Insegnati di Italiano in America (“Association of Italian American Educators”) per la promozione della lingua italiana.

edizioni logo color 0001 400x400Jean Farinelli è Fondatrice ed Editrice delle Edizioni Farinelli, create nel 2003 per pubblicare esclusivamente materiale didattico di lingua italiana per università, scuole superiori, scuole medie e studi privati negli Stati Uniti. L’azienda è frutto anche della drammatica esperienza dell’attentato alle torri gemelle di New York vissuta personalmente dalla dott.ssa Farinelli l’11 settembre del 2001. A seguito di quell’evento la dott.ssa Farinelli ha inteso riallacciare i rapporti con le sue origini italiane, riprendendo lo studio della lingua della sua famiglia di origine emigrata negli Stati Uniti nel 1916 dal paese di Controguerra, in Abruzzo

Tutto quel che resta della famiglia Farinelli è lo sbiadito baule collocato nello studio di Jean. Ma rappresenta molto più del semplice involucro di cartone e tessuto. Per Jean rappresenta la svolta epocale della sua vita. Scoprendo la sua storia l’imprenditrice rampante di Manhattan ha deciso di cambiare direzione e di tornare sui passi dei suoi avi.

«Oggi porto dentro di me un grande rimpianto: quello di aver scoperto solo da adulta la ricchezza della mia cultura e il piacere di parlare italiano. Mio padre ha voluto americanizzarmi a tutti  i costi e  non lo biasimo: penso che anche per lui sia stato difficile soffocare le sue origini e che abbia cercato di proteggermi da discriminazioni e umiliazioni. Tuttavia sarebbe stato molto bello  se mia nonna avesse potuto raccontarmi  la sua storia: magari l’avrei vissuta come una favola a lieto fine. A me piace conoscere l’Italia e con essa le mie radici. Mi sono svegliata da un sonno imposto e mi sono riappropriata di una fetta del mio cuore che era rimasto nascosto.Tutto quanto ottenuto finora mi fa piacere perché rappresenta il mio percorso professionale. La riscoperta della mia parte italiana ha però cambiato il ritmo della mia esistenza. Ora conto con piacere le ore che mi separano dai miei viaggi in Italia, e godo ogni secondo del sole che prendo sulle bellissime spiagge abruzzesi. Se tutto questo è possibile, lo devo davvero a quell’unico cimelio tramandatomi da un padre troppo impegnato a nascondere le sue radici e vissuto con la rabbia di aver trascorso il suo primo Natale in una fredda stanza a Ellis Island, con il terrore di essere rispedito in Italia».




New York: Josephine Maietta (AIAE), talento italiano

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20josephineDove si trovano italiani fieri di esserlo e di dimostrarlo? Sicuramente all’estero è la mia risposta e la dimostrazione me l’ha data Josephine Maietta, con la quale collaboro dall’anno scorso per la sua trasmissione radiofonica, “un sabato italiano”, trasmessa dalla radio della Hofstra University di New York. Con lei ho dato vivo sfogo alla mia grande passione per il cinema e di tanto in tanto, compatibilmente con i miei numerosi impegni, le invio pezzi radiofonici che, partendo dalla Grande Mela, si irradiano in tutto il mondo. Per chi la volesse seguire sarà facile collegarsi alle 18,00, ora di Roma, corrispondente alle 12,00 pm di New York, su wrhu.org e sentirà la sua scoppiettante voce annunciare interviste da tutto il mondo, canzoni e felicità. Sì, perché Josephine Maietta è fatta così: veloce, dinamica e insistente come un martello pneumatico. Josephine, con pieno merito, per le sue tante iniziative nel sociale è stata nominata Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia (già Stella della solidarietà italiana) il 30 maggio del 2005.
Stringere sulle tantissime attività su cui si adopera in un solo articolo è cosa difficile per cui, non me ne voglia, quando, a sorpresa, leggerà questo articolo su qualche giornale. Comunque ci provo: Josephine è presidente della Association of Italian American Educators (AIAE) che riunisce tutti gli insegnanti e professori italoamericani per valorizzare l’immagine e la presenza italoamericana nel mondo accademico. Inoltre promuove la discussione sulle questioni educative che hanno un impatto sugli italoamericani; sostiene l’istruzione formale e pertinente; facilita lo sviluppo professionale degli insegnanti; sponsorizza il Programma Ponte Scholarship Program (un corso di studi a Roma sull’Italia contemporanea, pensato per studenti di college e scuole superiori italoamericani); riconosce e consegna anche premi a eccezionali educatori italoamericani e leader della comunità per i loro risultati nelle loro professioni.
Gli obiettivi statutari dell’AIAE sono: promuovere la cultura italiana e italoamericana, lavorare con i funzionari eletti per raggiungere gli obiettivi desiderati e infine ottenere borse di studio, stage, programmi di lavoro estivi e contratti di lavoro a breve termine per i loro studenti. Nell’Association of Italo American Educators figurano, fra gli altri, il ministro plenipotenziario Fabrizio Di Michele, un giovane e brillante palermitano lanciato verso una grande carriera diplomatica, attualmente console generale d’Italia a New York. AIAE intende soprattutto rispondere ad una schiacciante richiesta da parte della comunità italoamericana, quella di far sentire la propria voce, poi nello sviluppo e promozione della lingua, della cultura e del patrimonio italiano.
Josephine è di Castelvetrano, in provincia di Trapani, quindi donna siciliana che si è sempre misurata nel coniugare le sue due identità nazionali con un occhio sempre attento e particolare verso la sua città di origine. Non tutti sanno che, alcuni anni fa, la professoressa Maietta fece assegnare, in occasione di una visita del sindaco della città siciliana negli Stati Uniti, un importante riconoscimento al primo cittadino a ricordo della visita, nel corso di una serata di gala tenutasi presso il ristorante Carmela’s in qualità di board member dell’Italian Heritage and Culture Month Committee di New York e della contea di Nassau a Long Island.
Come se tutto ciò non bastasse, Josephine con il suo lavoro si è molto prodigata per veicolare il messaggio della Fondazione Arpa, offrendo una sponda costante per i progetti che stanno portando avanti da anni. È infatti anche grazie all’opera di grandi professionisti del giornalismo e della comunicazione se il loro intento solidale può permeare in molte regioni del mondo, arrivando a fare la differenza per medici e pazienti. La Fondazione Arpa, guidata dal prof. Luca Morelli e che fa capo al presidente onorario Andrea Bocelli, è stata molto lieta di accogliere Josephine come nuova testimonial.
Josephine ha dato di recente il bentornato ad alcuni studenti vincitori delle borse di studio AIAE di ritorno da Pisa e ha tenuto a ringraziare i docenti dell’Istituto Linguistico Mediterraneo. I borsisti hanno frequentato, nella loro permanenza italiana, le lezioni di italiano ogni mattina e hanno adorato incontrare Andrea Bocelli, a cui vanno i più sentiti ringraziamenti insieme agli amministratori della Fondazione Arpa, i compositori Paolo Marioni e Doady Giugliano e il vice sindaco. Questo è l’ultimo risultato del Programma Ponte che consente queste belle cose. (raffaele romano\aise)




Italo Balbo, l’eroe della prima trasvolata atlantica

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un bell'alpino, un grande aviatore. italo balbo fra gli alpini e l'aeronautica
Un bell’alpino, un grande aviatore. Italo Balbo fra gli alpini e l’aeronautica

Pubblicato da Eclettica Edizioni il volume Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario” di Marco Petrelli, Giorgio Baldacci e Alessandro Pinelli

Unisci la sapienza del giornalista Marco Petrelli e dei  due generali Giorgio Baldacci (AM) ed Alessandro Pinelli (EI), arricchisci con la prefazione dell’Ambasciatore Domenico Vecchioni e l’analisi del generale Mario Arpino; poi affidalo alla sapienza editoriale della Ecclettica. Mescola il tutto e ti troverai a viaggiare nel tempo e nella storia attraverso l’affascinante figura di Italo Balbo, alpino e trasvolatore, straordinaria figura di un’Italia all’avanguardia nelle tecnologie aviatorie

“Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario” : questo il titolo scelto per il libro dagli autori i quali hanno attinto all’epitaffio di Italo Balbo, militare, giornalista e politico italiano fra i più importanti del Paese nella prima metà del XX Secolo. Petrelli, Baldacci e Pinelli si sono avvalsi di una accurata documentazione (parte della quale inedita) per restituire un’immagine quanto più obiettiva di Italo Balbo, che rimane uno dei personaggi più iconografici dell’Italia degli anni Venti e Trenta.

Ufficiale dell’Esercito, comandante di plotone arditi Alpini nelle fasi conclusive e più intense della Grande Guerra, Italo Balbo nacque a Quartesana (Ferrara) il 6 giugno del 1896 da padre piemontese e madre romagnola. Nel 1914 si schierò decisamente con il movimento interventista e durante una manifestazione a favore dello stesso conobbe a Milano il futuro Duce, Benito Mussolini. Entrato nel 1915 nella scuola militare di Modena come Allievo Ufficiale, dopo cinque mesi venne mandato con il grado di “aspirante” al battaglione degli Alpini “Val Fella”.

1101330626 400Dopo alcuni in mesi in Carnia chiese un trasferimento nell’aviazione. Il 4 aprile del 1918 venne rimandato nel battaglione di Alpini “Pieve del Cadore”, e con un gruppo di “arditi”  partecipò all’offensiva sul monte Grappa che liberò la città di Feltre. Negli  ultimi mesi di guerra Balbo si guadagnò 3 medaglie al valor militare, 2 argento e 1 di bronzo.  Il 6 novembre 1926  venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell’Aeronautica, e nel nuovo incarico organizzò la neo costituita Regia Aeronautica come forza armata autonoma, forza armata ancora ai primi passi, coi bilanci insufficienti, bisognosa di un ammodernamento e di un aumento di prestigio. Il 12 settembre 1929, a soli trentatré anni, Italo Balbo fu nominato ministro dell’Aeronautica, veste in cui promosse e guidò diverse crociere aeree come la crociera aerea transatlantica Italia-Brasile e la crociera aerea del Decennale. Gli idrovolanti  S.55 X partirono da Orbetello per la crociera aerea transatlantica Italia-Stati Uniti il 1º luglio   del 1933 per  raggiungere Chicago dopo essere passati dal Canada. La metropoli dell’Illinois quell’anno ospitava l’Esposizione Universale e accolse la squadriglia di Balbo con tutti gli onori, aprendo di fatto  la rotta commerciale fra l’Europa e il Nord America. Il Time dedicò la sua copertina   alla trasvolata di Balbo andando in stampa proprio mentre la stessa era in corso. I record aeronautici  regalarono a Italo Balbo un immensa popolarità sia in Italia sia nel mondo intero, ma portarono anche la gelosia degli altri gerarchi. Il ferrarese per molti divenni un potenziale rivale politico di Mussolini. Insignito del grado di maresciallo dell’aria nel 1933 e di grande ammiraglio della Regia Marina. Italo Balbo, divenne una figura scomoda  e  fu allontanato, da Roma. Balbo venne trasferito   in Libia con il titolo di governatore della Tripolitania italiana, della Cirenaica italiana e del Fezzan che per  suo volere si fusero in un’unica colonia: nasceva così la Libia,

310px crociera aerea del decennaleNel 1938 guidò di persona un convoglio di diciassette navi partito dall’Italia alla volta della Libia con a bordo 1.800 famiglie, per la cui venuta furono fondati 26 nuovi villaggi, principalmente in Cirenaica, ognuno con un municipio, un ospedale, una chiesa, un ufficio postale, una stazione di polizia, un locale per bere il caffè, una cooperativa di consumo, un mercato e una sede del PNF. Sull’evento fu organizzata una grande campagna pubblicitaria, che Mussolini fece presto tacere per non dare troppo risalto alla figura di Balbo.

«Il giorno 28, volando sul cielo di Tobruch, durante un’azione di bombardamento nemica, l’apparecchio pilotato da Italo Balbo è precipitato in fiamme. Italo Balbo e i componenti dell’equipaggio sono periti. Le bandiere delle Forze Armate d’Italia s’inchinano in segno di omaggio e di alto onore alla memoria di Italo Balbo, volontario alpino della guerra mondiale, Quadrumviro della Rivoluzione, trasvolatore dell’Oceano, Maresciallo dell’Aria, caduto al posto di combattimento. »

220px tritticiCon questo bollettino  straordinario n. 19 del 28 giugno 1940 si annunciò la morte del governatore della Libia. A  conferma della stima di cui godeva anche presso  i nemici, due giorni dopo la sua morte, un aereo britannico paracadutò sul campo italiano dove era successo il tragico episodio,   una corona di alloro con un biglietto di cordoglio:

« Le forze aeree britanniche esprimono il loro sincero compianto per la morte del Maresciallo Balbo, un grande condottiero e un valoroso aviatore che la sorte pose in campo avverso. »

Il giorno dopo la sua morte Benito Mussolini dichiarò: «un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario. Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi»

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Gli autori

Marco Petrelli è nato a Terni nel 1983, ed  è  laureato in Storia e Società (curriculum Storia e Politica Internazionale) all’Università degli Studi di Roma Tre e in Storia contemporanea  all’Università degli Studi di Firenze. Ha all’attivo circa 15 pubblicazioni di genere storico e geopolitico, pubblicate da importanti riviste nazionali ed internazionali. Per Eclettica Edizioni ha pubblicato A Difendere i cieli d’Italia, I Messerschmitt del Comandante Drago e Qui non si salva nessuno. È altresì curatore della collana Aerovie del medesimo editore. Dal 2012 collabora con LiberoQuotidiano.it, per il quale segue la rubrica “Alzabandiera!.Nel 2020 ha pubblicato: I partigiani di Tito nella Resistenza Italiana (Mursia, 2020).

Giorgio Baldacci è nato a Perugia nel 1954, ha iniziato la carriera militare nel 1973  ed è laureato in Scienze Aeronautiche e in Scienze Politiche.In quarantacinque anni di carriera ha ricoperto molteplici incarichi, sia in ambito nazionale sia internazionale.. Appassionato cultore della storia della forza armata, ha promosso numerose iniziative per la sua diffusione esterna, fra cui l’apertura al pubblico del Palazzo Aeronautica, sia in termini di visite guidate che di mostre a tema,.

Alessandro Pinelli è nato nel 1961 ha ricoperto i principali incarichi di comando e di istruttore e direttore dei corsi di alpinismo e di sci. Ha servito nei comandi interforze e in quelli multinazionali, in patria e all’estero E’ appassionato di ricerca storica.




Luigi di Palma di Cesnola, primo direttore del Metropolitan di New York

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ritratto luigi palma di cesnola jacob d. blondel 1865 1Quello che sbarcò nel porto di New York era un uomo di ventotto anni, senza grande futuro e con un passato da dimenticare ma il suo portamento nobile non passò inosservato ai tanti volti in attesa di abbracciare l’ultima ondata di connazionali provenienti dalla vecchia, turbolenta Europa. Era il 1858 e in quegli anni i bastimenti rovesciavano su Ellis Island l’umanità più varia: tedeschi, boemi, svedesi, italiani, ungheresi, slavi stavano gradatamente soppiantando la grande emigrazione irlandese  contribuendo alla nascita del grande crogiolo razziale che sarebbe poi passato alla storia con il termine di “Melting Pot”. Luigi Palma  era soltanto uno dei tanti uomini in cerca di nuova fortuna, senza arte né parte e con un titolo nobiliare, quello di conte di Cesnola, praticamente sconosciuto alla grande, chiassosa e attiva democrazia liberale dell’Unione. Ma nel giro di pochi anni le cose cambiarono radicalmente, per il conte e per l’esuberante America, che in quel 1858, senza poterlo prevedere, stava scivolando verso il sanguinoso e crudele baratro della guerra civile. Era stato un avventuriero, Luigi Palma di Cesnola ed aveva partecipato alla guerra di Crimea, il conflitto bellico che avrebbe legato saldamente la monarchia inglese a quella sabauda, partorendo quella particolare alleanza d’intenti che si sarebbe rivelata essenziale durante la guerra d’indipendenza italiana. Il conte di Cavour, da abilissimo stratega, aveva tessuto pazientemente la sua rete e l’invio di truppe piemontesi in Crimea, sarebbe stato soltanto l’atto finale di un piano a larghissimo raggio. In tutte queste elucubrazioni, Luigi Palma, non era entrato ma aveva fatto in tempo a diventare un esperto soldato al servizio di sua Maestà Britannica e quella sua esperienza avrebbe messo a disposizione del governo americano dopo tre anni di permanenza  negli Stati Uniti.

Iniziata la sua attività professionale americana con sporadici corsi di italiano e francese, il piemontese scoprì tra una delle sue allieve il suo grande amore sposandosi poco dopo con quella fanciulla americana. Formatosi la famiglia, Luigi Palma di Cesnola proseguì sulla strada dell’insegnamento ma cambiò settore, mettendo a frutto la sua unica, grande esperienza, quella militare. Aprì così un’accademia militare privata che permetteva agli allievi di accedere ai corsi di arte marziale e di altre tecniche militari al costo di cento dollari, pagabili a rate. La “War School of Italian army Captain count Luigi Palma di Cesnola”, non poteva certo paragonarsi alle accademie di West Point o di Annapolis ma permise a tanti ragazzi di formarsi una solida preparazione militare, preparazione che  sarebbe tornata quanto mai utile negli anni della mattanza bellica tra l’Unione e Dixie’s land.

In sei mesi gli allievi apprendevano così i rudimenti dell’artiglieria, della tattica, dell’organizzazione di fanteria e cavalleria, arricchendo la loro teoria con vari addestramenti sul campo. La scuola del conte di Cesnola licenziò più di settecento graduati e tra essi la gran parte avrebbe combattuto sui campi di battaglia della guerra civile, assurgendo al grado di ufficiale e distinguendosi per l’ottima preparazione. Vari allievi provenivano tra l’altro dalla borghesia sudista e, combattendo nelle armate della Confederazione incrociarono sui campi di battaglia anche il loro giovane maestro di accademia.

220px di cesnola, luigi palma moh 1862 public domainLuigi Palma di Cesnola si arruolò come volontario nell’armata dell’Unione e a soli trentuno anni, la sua grande esperienza militare gli valse il grado di tenente colonnello dell’11° Reggimento di Cavalleria di New York. La carriera militare del conte piemontese non fu però tra quelle baciate da grande fortuna. Le capacità tecniche dell’italiano venivano infatti spesso offuscate dalla sua indole egocentrica (questo almeno secondo le tesi di alcuni ufficiali superiori). Ma l’esercito dell’Unione, prima di finire sotto l’ala efficientista del generale Grant, non rappresentava certo un modello di cameratismo, e le croniche discussioni disciplinari facevano da contraltare alle numerose sconfitte rimediate sui campi di battaglia, a opera di un nemico certamente più motivato e meno gravato da zavorre burocratiche.

In quel grande calderone confuso rappresentato dalle armate unioniste dei primi due anni di guerra, il conte di Cesnola, navigò a sua volta in mari tempestosi. Riverito e amato dalle sue truppe, l’italiano dovette subire l’onta dell’arresto, frutto di una polemica disobbedienza verso i suoi diretti superiori. Messo temporaneamente a riposo forzato l’italiano visse con sgomento la devastante azione del generale confederato Jeb Stuart in  Virginia, cui i cavalleggeri nordisti non seppero opporre una difesa adeguata perdendo completamente la testa. In uno di questi ripetuti assalti, l’italiano dovette opporsi disarmato  all’irruzione della cavalleria in grigio reagendo da militare di razza all’imminente disastro.

alessandro palma di cesnola, ante 1881 accademia delle scienze di torino 0120Montato a cavallo e recuperata un’arma al nemico, egli organizzò un vero e proprio contrattacco che non sortì l’effetto di sconfiggere i nemici ma bastò per mettere in salvo gran parte del reggimento. Tornato alla base gli stessi ufficiali che lo avevano arrestato gli restituirono la sciabola da ufficiale, tributandogli gli onori dell’eroe di guerra e affidandogli il comando campale dell’unità. L’italiano ritornò così prontamente in azione e si batté con grandissimo coraggio nelle successive battaglie ma nonostante il suo impetuoso dinamismo le sorti nordiste erano segnate. Disarcionato, durante l’ennesima carica, dal proprio cavallo colpito a morte, Luigi Palma terminò la sua guerra sotto il corpo straziato dell’animale. Ferito a sua volta seriamente, l’ufficiale piemontese, combatté con coraggio contro i nemici che ormai avevano vinto la battaglia e che infine lo recuperarono come prigioniero di guerra. Imprigionato nelle orride galere sudiste di Richmond, l’italiano condivise sei stanze con milleduecento altri ufficiali dell’Unione per poi essere trasferito nel carcere di Belle Isle. Il contegno, l’autorità e il tatto del conte piemontese gli valsero un trattamento dignitoso da parte del nemico  e un incarico ufficiale da parte della stessa Confederazione, che scelse Palma quale rappresentante dei prigionieri. L’ufficiale si fece così portavoce delle esigenze primarie dei suoi commilitoni e riuscì a spuntare più di un’agevolazione nei dieci duri mesi di prigionia, mitigando la difficile esistenza propria e dei suoi soldati. Grazie ad un’intensa azione diplomatica condotta da sua moglie e da altre autorità di New York, Luigi Palma di Cesnola venne rilasciato il 21 maggio del 1864 e rientrò tra i ranghi per essere congedato soltanto quattro mesi dopo, con gli onori dell’Esercito.

L’italiano però non accettò il congedo con il grado proposto dalle Forze armate unioniste e chiese un incontro ufficiale al presidente Lincoln per perorare la propria causa. Egli incontrò il presidente due giorni prima dell’assassinio dello stesso e gli illustrò le sue richieste di ottenere il grado di generale di brigata e un incarico di console americano in Italia. Lincoln ascoltò con attenzione e accettò le argomentazioni del piemontese impegnandosi in suo favore ma non ebbe tempo di accontentare il militare. I fatti che seguirono spinsero giocoforza nell’ ombra le richieste di Palma, che non avrebbe mai trovato soddisfazione alle legittime richieste. Per tutti però egli divenne generale, trovando tra l’affetto dei suoi ex commilitoni quella giusta riconoscenza per i meriti militari. Anche l’incarico di console in Italia gli scivolò lontano: al piemontese il segretario di stato Seward offrì però la cittadinanza americana e l’incarico diplomatico di console a Cipro, ottenendone l’accettazione. il conte di Cesnola si calò con entusiasmo nella nuova veste di rappresentante diplomatico per il suo nuovo paese e nell’isola mediterranea riscoprì la sua vecchia passione per l’archeologia. Iniziò una personale campagna di scavi che ottenne risultati spettacolari.

metLuigi Palma recuperò infatti un enorme quantità di manufatti, di armi e di gioielli appartenenti alla civiltà ellenistica e mise insieme una notevole collezione affidandola al nascente Metropolitan Museum of Art di New York. Il console italoamericano curò personalmente l’organizzazione di tutti i reperti storici dando il via alla grande stagione delle mostre archeologiche. Ma contemporaneamente proseguì anche il suo impegno negli scavi scoprendo nell’isola cipriota un tempio greco con più di settemila oggetti ornamentali, la maggior parte dei quali in oro. La scoperta diede a Luigi Palma di Cesnola una temporanea celebrità inducendo l’amministrazione americana a conferirgli l’incarico di direttore del Metropolitan, primo direttore assoluto dell’ente culturale statunitense. Le luci della ribalta si spensero gradualmente sulla spettacolare attività archeologica dell’italiano: le campagne archeologiche si moltiplicarono tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento e resero il grande pubblico partecipe dei numerosi ritrovamenti di resti delle grandi civiltà  del passato. Si spense nel tempo anche il nome di Luigi Palma di Cesnola, che però ebbe la ventura di essere sempre ricordato come il primo direttore del Metropolitan Museum di New York, vera e propria istituzione cittadina e vanto della ex piccola colonia olandese.




Il viaggio di Amabile: a Trento la mostra su Santa Paolina e sull’emigrazione in Brasile

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11suorabrasileAmabile Lucia Visintainer (1865 – 1942), cresciuta tra le montagne e la filanda di Vigolo Vattaro, seguì le sorti di tanti trentini: costretta a lasciare la sua terra affrontando un lungo viaggio, attraversò l’oceano fino ad arrivare in Brasile, dove lascerà un segno indelebile con la sua vita di fede e carità. Sono questi gli elementi de “Il viaggio di Amabile”, una mostra, una storia, raccontata attraverso antiche immagini (molte dall’archivio storico della biblioteca dell’Altopiano della Vigolana), testimonianze dirette, documenti storici, fotografie che Amabile ha lasciato nei luoghi che l’hanno vista muovere i primi passi verso una vita al servizio degli altri. Quella di Santa Paolina del Cuore di Gesù Agonizzante, la “Mabilòta” dei Lisandri (così appellata in paese) di cui si festeggiano quest’anno i due decenni dalla canonizzazione, è in effetti una storia esemplare. E a raccontarla, questa biografia, è la mostra voluta nella sede del Consiglio provinciale di Trento e che Walter Kaswalder ha inaugurato con orgoglio nei giorni scorsi, ricordando di avere vissuto – da sindaco di Vigolo Vattaro – tutte le fasi che hanno portato fino alla proclamazione della santità.
Curata dai giovani Camilla Spagni e Francesco Camin, l’esposizione si avvale di testi curati da Giulia Forti e offre ai visitatori un percorso avvincente per pannelli, accompagnati anche da una voce narrante, quella di Giorgia Benedetti che interpreta la piccola Amabile. La mostra e il bel catalogo – allestiti in modo graficamente vivace – raccontano l’economia di sussistenza di quell’epoca in Trentino, la centralità della gelsicoltura e gli effetti della crisi della sericoltura, all’origine di tante partenze dalla terra natia. Ci sono i nomi e i cognomi di chi dovette lasciare la patria e – come la protagonista del racconto – dirigersi verso le promesse dello Stato di Santa Caterina, in Brasile. Santa Paolina diede vita alla Congregazione delle Piccole Suore dell’Immacolata Concezione, che oggi conta 450 suore e 111 case, una presenza missionaria in 16 stati brasiliani da nord a sud e in 12 Paesi nel mondo. Il Santuario di S. Paolina a Nova Trento conta oltre un milione di visitatori l’anno.
Un particolare: fa parte del percorso espositivo anche un video, con l’intervista a don Livio Dallabrida, l’anziano grecista e latinista che ha dato un contributo importante alla ricostruzione del percorso biografico di santa Paolina.
All’inaugurazione di poco fa hanno preso parte il sindaco di Vigolo Vattaro, Paolo Zanlucchi; il parroco della Vigolana, don Giorgio Gabos; suor Marli e suor Anna della casa natale di santa Paolina; la direttrice dell’Ufficio emigrazione della Provincia, Ileana Olivo, con la funzionaria Antonella Giordani; il consigliere provinciale Devid Moranduzzo. Il sindaco – ringraziando la Presidenza del Consiglio provinciale per l’iniziativa che valorizza una figura davvero straordinaria e di grande riconoscibilità in Sudamerica – ha ricordato che domani a Vigolo Vattaro si celebra una Messa in onore di santa Paolina, mentre nel pomeriggio il consiglio comunale si riunisce in presa diretta con quello di Nova Trento (Brasile). I fili annodati da Amabile, ancora producono relazioni e positivi sviluppi.
“Il viaggio di Amabile – una storia di emigrazione di fine ‘800 tra Vigolo Vattaro e il Brasile” è liberamente visitabile a Palazzo Trentini in via Manci a Trento, fino al prossimo 6 agosto con i seguenti orari: lunedì-venerdì dalle 09.30 alle 18.30 / sabato dalle 9.30 alle 12.30. (aise)




La Spagna ha dedicato una piazza a Raffaella Carrà

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uraMadrid ha dedicato una piazza a Raffaella Carrà a un anno della sua morte. La municipalità della capitale spagnola ha inaugurato oggi la targa, che mostra un ritratto della celebre cantante e la scritta ‘Plaza Raffaella Carra”.

La piazza si trova nel centralissimo quartiere di Malasaña, uno dei luoghi storici della ‘Movida’, non lontano da Chueca, l’area punto di riferimento della comunità Lgbt madrilena.

“È l’omaggio che Madrid ha voluto fare all’artista italiana, fortemente legata alla Spagna e alla capitale, dove ha sviluppato buona parte della sua carriera professionale”, si legge in un comunicato.

Significativa la coincidenza tra l’inaugurazione e la ‘Pride week’. Amatissima in tutto il mondo ispanofono, Raffaella Carrà è infatti ritenuta una storica icona gay.

agi.t




Ettore Colussi, una vita d’avventura!

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foto colussi 1 “Sognavo di fare più o meno quello che ho fatto: una scuola sub, una barca charter, un piccolo hotel sul mare. Poi la realtà mi ha sorpreso… e mi ha dato molto di più”.

Ettore Colussi, 63 anni vissuti con una grandissima passione per il mare, riassume così la sua vita che lo ha portato a essere uno degli italiani di maggior successo nella Repubblica Dominicana.

Innamorato dei Caraibi, lui, milanese, cresciuto in una normale famiglia medioborghese, dopo aver studiato sui banchi del Liceo Scientifico, coltiva la sua grande passione per il mare, per la vela, per il sub.

E ai Caraibi, in quella parte di Quisqueya che tanti italiani conoscono più comunemente come “Santo Domingo”, scopre un piccolo gioiello: un paese che si chiama Bayahibe dove, in seguito, si sarebbero stabiliti tanti italiani come lui. Era il 1986 e a Bayahibe esisteva un piccolo hotel, il Dominicus Beach, che si trovava in stato di abbandono.

Da quella sessantina di bungalows affacciati sul mare turchese dei Caraibi comincia la grande avventura di Ettore Colussi. Parla con alcuni amici, italiani e dominicani, acquistano il Dominicus e lo ristrutturano. Poi contattano un tour operator italiano ed i turisti cominciano ad arrivare.

Il successo è inarrestabile e, una decina d’anni dopo, il Dominicus fa parte della catena alberghiera Viva Resort, che oggi si chiama Viva Wyndham Resorts, con hotels, oltre che nella Repubblica Dominicana, a Grand Bahamas e in Messico.

“Viva è un nome di fantasia – spiega Colussi -, scelto tra tanti che fossero corti, allegri e pronunciabili in varie lingue. In particolare Viva era il nome di una barca a vela che mi piaceva negli anni Ottanta”.

foto colussi para portada“Siamo presenti in Repubblica Dominicana a Bayahibe, con il Dominicus Beach e il Dominicus Palace, a Las Terrenas con il Viva Samanà e il residenziale Sublime, a Cabarete con Viva Tangerine e a Puerto Plata con Viva Heavens. Presto lo saremo anche a Miches, con un nuovo villaggio. Poi in Messico, a Playa del Carmen, con Viva Maya e Viva Azteca, nelle Bahamas con Viva Fortuna e, in avanzato stato di studio, è un nuovo grande sviluppo a Negril, in Giamaica, una destinazione completamente nuova per noi.  Dopo quasi 35 anni di attività ci vuole, infatti, qualcosa di nuovo, anche se sempre nei Caraibi e nello stesso stile, quello del “Villaggio all inclusive”.

Colussi racconta che “il target di Viva è completamente trasversale. A seconda dei villaggi e della stagione può essere giovani, benestanti, 1 viaggio, coppie molto adulte… In comune è l’amore per il bel mare, la buona cucina e, soprattutto, un eccellente rapporto qualità-prezzo. L’animazione,  di giorno e sopratutto di sera, è molto importante e ci caratterizza rispetto alla concorrenza”.

Anche i figli di Ettore sono coinvolti nella azienda. La più grande, Dominique, segue la parte Club Viva e il più giovane, Diego, si occupa di marketing.

Nella Repubblica Dominicana, Viva dà lavoro normalmente a più di duemila persone, “anche se il Covid – afferma Colussi – ci ha obbligato a chiudere vari villaggi e a ridurre il personale in modo proporzionale. È stato un disastro totale per noi, da marzo a fine novembre dell’anno scorso. Ora stiamo iniziando a recuperare, ma molto molto lentamente, soprattutto per la mancata riapertura dei nostri mercati principali, in particolare quello europeo”.

Ettore Colussi è una persona molto dinamica.

Se non lo si trova nel suo ufficio, al Dominicus di Bayahibe, impegnato a lavorare, con il suo cellulare e il suo tablet “con cui mi connetto con tutto e tutti, qualunque cosa faccia” oppure nell’ufficio corporativo, si mantiene sempre in forma “andando in palestra e correndo quasi ogni giorno” afferma.

foto colussi 2“La mia giornata tipo non esiste – prosegue – A volte viaggio ai villaggi e passo il tempo a vedere come vanno. Quando non lavoro, amo tutti gli sport adrenalinici: parapendio, kite surf, moto fuoristrada e vado in barca a vela, con cui ho fatto il giro del mondo a pezzi, dal 2010 al 2018″.

Confessa di amare moltissimo la musica “soprattutto soft jazz, new age… ma anche, a volte, le canzoni italiane anni 70/80… le musiche della mia gioventù”

Legge i libri di avventura di Wilbur Smith (“Orizzonte, che mi sono trovato tra le mani recentemente”) e, quando gli chiediamo quale sia l’ultimo film che ha visto, risponde: “Film..? Fin troppi. Durante il Covid ho visto tutto Netflix!”.




Colombia. Muore Giovanni del Colle Russo, “padre” della Nucita

hotel life with strict measures, the new routine of colombian workers

hotel life with strict measures, the new routine of colombian workers

(ANSA) – BOGOTA 21 GIU –  Giovanni del Colle Russo, 87 anni, creatore di uno dei dolci più amati dai colombiani, “Nucita”, è morto a Tuluá, comune della Valle del Cauca, dove era arrivato quattro decenni fa per creare quel cioccolato e crema di noci.
Russo era nato in Sicilia l’11 gennaio 1935. Esperto nella fabbricazione di dolci, è stato assunto dall’azienda alimentare locale Colombina per gestire la loro linea di cioccolatini, è lì che ha creato Nucita, che è una miscela di cacao, noce e latticini, che nel suo sapore ricorda la famosa Nutella.
La Nucita è diventato un dolce che non solo veniva consumato dai bambini durante le vacanze scolastiche, ma veniva anche esportato in altri paesi della regione ed è una sorta di bene nostalgico che i colombiani ricordano per il suo sapore di cioccolato e la sua cremosità.
Luz Marina Isaziga, la moglie colombiana dalla quale ha avuto una figlia che vive a Torino, ha assicurato oggi alla radio locale che Russo era un “uomo meraviglioso, onesto, corretto in tutti i sensi”, il cui unico difetto era essere un fumatore, cosa che gli causò la parziale perdita del senso del gusto e problemi respiratori che lo portarono alla morte.
“Ha fatto l’errore peggiore, era un fumatore,  e quando ha capito che aveva cominciato a perdere gusto e sapore, che non sentiva i sapori per via della sigaretta, il suo sogno di fare il cioccolato è finito ” ha richiamato a W Radio.
Tuttavia, “era felice di aver contribuito in parte alla grandezza di Colombina, che è un marchio posizionato in tutto il mondo”, ha ricordato.
Isaziga e Russo si sono conosciuti a Tuluá 44 anni fa, quando lei era una impiegata di banca e lui lavorava alla Colombina, un’azienda alimentare di 90 anni con sede in quella zona del Paese.
“È stata una cotta”, ha detto la donna, che ha ricordato la frase che sempre diceva suo marito: “Sono venuto per un anno e sono rimasto tutta la vita perché questa donna mi ha stregato. Forse era il cibo, l’amore, l’affetto”  ha assicurato.
Russo ha studiato alla scuola d’arte in Svizzera e prima di arrivare in Colombia ha lavorato in diverse fabbriche di caramelle, ma il suo sogno era quello di creare la sua “formula”, così quando è arrivato nel paese ha convinto i proprietari di Colombina a creare il primo cioccolato a crema di nocciola del mercato, ricorda Isaziga.
Rimase in Colombia, per amore della moglie, lavorò per due decenni a Colombina, si ritirò e trascorse il resto dei suoi giorni in quella città dal clima caldo nel sud-ovest del paese.

 




A 72 anni andrà a piedi da Venezia a Pechino, sulle orme di Marco Polo

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i2 wp com dbf5c9f402c04c4e452b1e6d62dd34c5004ef03ewLa podista italiana Vienna Cammarota ha lasciato oggi Venezia per iniziare, all’età di 72 anni, un viaggio di 3 anni a piedi  sulle orme di Marco Polo fino a raggiungere Pechino con l’obiettivo di far conoscere il patrimonio italiano e portare “un messaggio di pace”.

“Questo viaggio serve a portare i temi della cultura e dell’archeologia in tutti i luoghi, perché solo attraverso la cultura possiamo portare la pace alla gente” dichiara prima di partire, un messaggio che, come ricorda, “è più importante che mai” a causa della guerra in Ucraina.

Questa guida veterana da mesi si prepara a un viaggio che attraverserà paesi come Serbia, Turchia, Azerbaigian, Iran, Kazakistan e Mongolia fino a raggiungere la capitale della Cina. È partita martedì da Venezia, città natale di Marco Polo.

“Sono stanca dei preparativi. È il più stressante”, ha detto la connazionale, desiderosa di iniziare la sfida, poco prima dell’inizio del suo viaggio. Viaggerà da sola, anche se un’équipe medica controllerà a distanza le sue condizioni fisiche.

Cammarota attraversa a piedi regioni come la Patagonia o il Tibet da più di trent’anni. Nei giorni precedenti ha percorso il Cammino Reale nella regione italiana della Calabria. Si tratta di un’antica strada inaugurata dal re Ferdinando I di Borbone nel 1779 che collegava Napoli con il sud della penisola.

“Volevo vedere cosa c’era in queste antiche strade che un tempo erano le principali del regno, dove c’erano molte taverne e ostelli in modo che il personale del re potesse riposare”, dice l’escursionista.

Cammarota collega ciò che ha visto nell’Italia meridionale con ciò che vedrà lungo il suo cammino lungo la Via della Seta, “una certa somiglianza” che illustra le condizioni in cui viaggiavano i messaggeri di entrambi i continenti. Anche se non ha mai smesso di camminare, questa italiana di 72 anni con una forte corporatura atletica, assicura che “non è stanca”. Quindi è solo più desiderosa d’iniziare finalmente una delle più grandi avventure della sua vita.

Oggi ha finalmente potuto dare il via al suo viaggio partendo dal Lazzaretto di Venezia dove nel XV secolo fu decretata la prima quarantena documentata per isolare i contagiati dalla peste.

Efe – Hoy