Samantha Cristoforetti è partita per lo spazio: il rientro a settembre

cristoforetti 1

cristoforetti 1È partita la missione Minerva della Crew 4 con a bordo l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa). Il razzo che porterà AstroSamantha e altri tre astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale è partito dal Kennedy Space Center in Florida alle 9.52 italiane.

L’equipaggio del razzo Falcon 9 raggiungerà la sua destinazione nella notte del 28 aprile. Inizialmente, il lancio era previsto per il 23 aprile, ma il maltempo ha rinviato la partenza della missione. Il rientro sulla Terra è previsto per il mese di settembre.

ASI: “RITORNO CRISTOFORETTI SIMBOLO VISIBILE ECCELLENZA ITALIANA”

“L’esplorazione dello spazio, sia umana che robotica, rappresenta da sempre una delle punte di diamante del ruolo dell’Italia nelle attività spaziali internazionali. Gli astronauti sono, evidentemente, il simbolo più visibile di questa eccellenza italiana. Il ritorno di Samantha Cristoforetti quest’anno sulla Stazione Spaziale Internazionale, ottenuto attraverso le nostre negoziazioni con Esa degli scorsi anni, sottolinea anche simbolicamente l’importanza che da tempo il nostro Paese sta ponendo alle attività spaziali. In bocca al lupo e buon lavoro a Samantha per questa sua nuova, straordinaria avventura”. Così il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Giorgio Saccoccia, in occasione del lancio della missione Crew 4.

ag. DIRE – www.dire.it




Mauro Penzo, il maestro che disegna con la biro colorata la sua Gattinara per farla conoscere al mondo.

277800842 1055306378702085 1464370415989610945 n

 

mde

Nelle sue opere ho ritrovato personaggi e angoli che mi erano familiari quando ero bambino e poi ragazzo. È stato come fare un tuffo nel mio passato, nella Gattinara degli anni Sessanta e Settanta, ma anche prima, quando la cittadina piemontese, nella provincia di Vercelli, dove sono nato parecchi anni fa, stava trasformando la sua economia da prettamente agricola a industriale.

Mauro Penzo, artista gattinarese di 59 anni, vive, anche lui come me, “fuori le mura” del nostro comune paese natío, e ha scelto di risiedere a Senigallia, sull’Adriatico, dove disegna e colora i suoi quadri con la biro colorata. Un lavoro arduo perché un errore, con la penna a sfera, non può essere cancellato e lo obbligherebbe a buttare tutto e a ricominciare da capo.

Ho ricordato volti e scorci conosciuti, che mi sono tornati alla memoria in un lampo graditissimo. A volte non mi sovveniva il nome di quelle persone immortalate da Penzo, ma il volto è rimasto indelebile dentro di me.

20220129 131311fb img 1649078173560fb img 1649078220958

I quadri di Penzo raccontano la storia della Gattinara del secolo scorso, quella che entrambi ricordiamo con grande nostalgia perché ci ricorda la nostra gioventù, il borgo dove siamo cresciuti e che amiamo anche standone lontani. E forse amiamo in modo particolare proprio per questa nostra lontananza.

Non sono un critico d’arte. Quando vedo un’opera artistica vivo di sensazioni. Per questo, per commentare le opere di Mauro, mi piace citare quanto ne ha scritto il critico biellese Bruno Pozzato : “Non compiacimento per una abilità tecnica che ama esibirsi, né sottovalutazione del messaggio rivolto allo spettatore. È come se volesse dire, rappresentare cose importanti usando un linguaggio chiaro, leggibile, credibile” e lascio i miei lettori a osservare, qui di seguito, alcuni dei capolavori del maestro.

Chi desidera contattarlo può scrivergli alla mail: mauropenzo120663@gmail.com

 

dav

278040796 1055303008702422 5094939697365619965 n

277818860 1055801265319263 1851088563879664775 n

fb img 1649077866169

277773670 1055303155369074 4248206510978581545 n




Nick La Rocca, l’inventore del jazz

larocca

laroccaC’era l’aria frizzante del multiculturalismo, nella New Orleans di fine Ottocento. Nella colorata metropoli affacciata sull’Oceano le tracce della complicata storia della Louisiana si stemperavano nell’attivismo di commerciale che vedeva vari collegamenti con la lontana Sicilia.

Fu proprio questo legame particolare a unire negli anni in modo forte l’isola italiana alla città sul Mississippi. Dai porti di Trapani e Palermo partivano navi a vapore cariche di agrumi e ortaggi per scaricare nel porto di New Orleans in cambio di balle di cotone che, opportunamente trasferite a Genova, venivano lavorate per ricavarne un prezioso tessuto ruvido, cui la storia avrebbe dato il nome di “jeans”.

Ma negli scambi attivi tra Sicilia e Louisiana non erano solo merci quelle che venivano trasportate. Sulle navi mercantili a vapore viaggiava infatti anche un gran numero di emigranti, decisi di dare inizio al  loro sogno americano un po’ più a Sud delle affollate banchine sul fiume Hudson. Erano artigiani, contadini e piccoli imprenditori che avevano letto innumerevoli corrispondenze inviate loro da almeno un Secolo, quando la città era assurta a vera e propria stella del Sud.

La guerra civile americana aveva solo bloccato, per almeno dieci anni, il continuo ruscello umano che seguiva l’esempio dei primi pescatori, scopertisi imprenditori nelle acque libere e democratiche della sponda americana. Ma era infine ripresa, quando il disastro della Secessione era diventato solo un triste ricordo, per permettere a nuovi europei di amalgamarsi in uno Stato che aveva conservato molte radici europee.

Nel 1876 anche Girolamo La Rocca e sua moglie Vittoria Di Nino sbarcarono sull’allegro molto di New Orleans. Erano partiti da Salaparuta, un paesello della odierna provincia di Trapani e nella città sul Mississippi riuscirono a trovare un dignitoso alloggio a Magazine Street, fidando nel grande aiuto di altri corregionali riunitisi nella locale Società di Mutuo Soccorso. Girolamo era un bravo calzolaio e nella terra americana trovò subito la sua clientela. Nella casa al n° 2022, il piano terra fu  destinato al laboratorio artigianale mentre il piccolo appartamento permetteva di confidare in un fiducioso futuro per l’emigrante che aveva prestato servizio come bersagliere e trombettiere agli ordini del generale La Marmora.

Nella stessa casa nacquero negli anni venturi, Rosario, Domenico Giacomo, Antonia e Maria, che oltre all’odore della colla impararono anche a sopportare le esercitazioni musicali del padre sulla cornetta. I racconti delle esibizioni con la banda del paese e del servizio prestato come trombettiere riuscirono a incantare i vivaci ragazzi, che scelsero tutti di provare a suonare uno strumento. Antonia imparò a maneggiare il mandolino e la chitarra, Maria si affezionò al saltério, Rosario intraprese gli studi di violino.

Il piccolo Domenico, diventato Nick nel delta del Mississippi, rimase però affascinato dalla cornetta del padre e scelse di imparare lo strumento a fiato, nonostante il padre cercasse di frenare il suo entusiasmo. Per lui Girolamo vedeva un futuro più importante. La sua grande vivacità culturale faceva sperare in un futuro medico, e lo costrinse a studiare alla St.Alphonsas Parochial School e alla scuola media di New Orleans. Nonostante questi obblighi, Nick non mollò mai suo padre durante le esibizioni che Girolamo teneva per le vie di New Orleans. Non le faceva per puro divertimento ma servivano a integrare il bilancio familiare.  Fu la morte prematura del genitore, nel 1904, a dare la stura definitiva alla passione del ragazzo. A quindici anni e mezzo, Nick trovò un lavoro di elettricista alla French Opera House ed entrò nel mondo della musica, seppur da una porta secondaria. Con il contratto in tasca e i primi soldi di uno stipendio dignitoso poté finalmente acquistare una cornetta nuova. Con il suo nuovo strumento e l’aiuto di un grammofono Nick La Rocca ascoltava la musica bandistica da parata e la ripeteva a orecchio.

1887630 nick la rocca 1Il suo talento si fece subito strada tra le numerose proposte dell’epoca. Nel 1905 il siciliano iniziò a suonare in vari gruppi e orchestre e dopo soli tre anni il suo carattere da leader gli permise di dare corpo a una sua orchestra. Erano tempi nei quali le varie bande e orchestrine venivano chiamate anche a suonare per pubblicizzare eventi e manifestazioni. Abilissimo carpentiere e idraulico, La Rocca viveva di giorno la sua vita da negoziante e artigiano per dare sfogo di sera e di notte alla sua parte musicale. L’incontro con musicisti del calibro di Johhny Stein, Eddie Edwards, Larry Shields, arricchì l’esperienza del musicista italoamericano e proprio durante una delle loro “presentazioni” musicali, fu notato Harry H.James, proprietario di un night club a Chicago che inseguì il suo sound anche nell’Haymarket Café per rimanere impressionato da quello particolarissima musica senza nome e diversa dal ragtime.

James propose subito una scrittura a La Rocca e Stein che raggiunsero la città del Nord insieme ad Alcide Nunez, Henry Ragas ed Eddie Edwards. Ad attenderli trovarono il freddo pungente e un’amara sorpresa: il night club era stato chiuso dalla polizia. La John Stein’s Dixie Band ripiegò su un contratto capestro offerto loro da un locale in un ghetto nero ma nonostante tutte le traversie, la band bianca riuscì a entusiasmare gli avventori di colore e a farsi conoscere sulla stampa locale. Aveva inizio lo straordinario volo del gruppo musicale che era diventato in pochi mesi la “Original Dixieland Jass Band”.

original dixieland jazz bandSostenuti da entusiastici fans  quali Will Rogers, Fanny Brice, Al Jolson, i musicisti ottennero una scrittura per il Paradise Ballroom a Columbus Circle, New York. Il debutto avvenne il 1917 e il successo fu istantaneo. La band passò nel giro di poche settimane da un cachet 750 dollari a quello di 1000 e nel locale si esibivano Fred Astaire ed Ed Winn sulle ali delle note inventate da La Rocca.

Chiamata  spesso a suonare in parties privati nelle lussuose ville di Long Island, la Original Dixieland Jass Band incise anche i suoi primi dischi. Erano i primi dischi della storia del jazz e diedero a La Rocca la primogenitura di questa nicchia importantissima della musica contemporanea. Il 31 gennaio del 1917 La Rocca e la sua band incisero per la Columbia ottenendo risultati mediocrissimi per una cattiva attrezzatura tecnica. Chiamati subito dopo dalla casa discografica “Victor”, la band riuscì a concordare con i tecnici di studio la giusta posizione degli strumenti e registrò i brani “Dixieland Jass One Step” e “Livery Stable Blues”. Il disco ebbe un successo strepitoso e sorpassò le vendite di Caruso: un milione e mezzo di copie vendute! Il tutto accadeva 8 anni prima che Louis Armstrong incidesse il suo primo disco. Nello stesso anno, La Rocca incise di nuovo per la  Victor e per la Columbia e nel 1918 registrò per la Aeolian. Pezzi come “Tiger Rag”, “Oriental Rag” e “Mournin Blues” divennero dei veri e propri hit che valse alla banda un contratto a Londra. Una tournee di 10 settimane si trasformò in un soggiorno di 17 mesi e permise all’Europa di conoscere l’effetto dirompente della nuova musica inventata  a New Orleans.

L’evento più eclatante di quella lunga permanenza a Londra é del giugno 1919, allorché l’Original Dixieland Jazz Band fu prescelta come orchestra ufficiale del “Victory Ball” con cui si festeggiò al Savoy Hotel la firma del trattato di Versailles che pose fine alla Prima Guerra Mondiale: La Rocca e la sua band suonarono alla presenza di Giorgio V, della famiglia reale, del maresciallo Foch e dei generali Petain e Pershing, attorniati dall’intero corpo diplomatico e dall’alta società londinese.

IL successo travolgente della nuova musica fu bloccata improvvisamente dalla legge Cotillo che bandì il ballo dopo la mezzanotte a Broadway con conseguente riduzione del lavoro e delle paghe alle orchestre. In generale, fu bandito il jazz da tutti i locali “rispettabili” mentre la Victor cessava le registrazioni di dischi jazz. Solo la radio salvò in questo periodo numerosi musicisti e anche La Rocca sopravvisse suonando per un certo periodo ad Harlem, per poi sciogliere la sua band.

Per dieci anni tornò a dedicarsi al lavoro di appaltatore edile per rientrare nella musica nel 1936: volle dimostrare a tutti che la musica swing era il vecchio jazz in abiti moderni. Insieme a Larry Shields, Edwards, Robinson e Sbarbaro ripresero a suonare a New York e ottennero un contratto radiofonico con la NBC Red Network. La Rocca suonò di nuovo “Tiger Rag” e catturò più ascoltatori di tutti gli ospiti precedenti attirando offerte da tutti gli USA. Invitato a varie trasmissioni radio come quella di Benny Goodmann (che riconobbe in lui il suo maestro) La Rocca si esibì con successo per altri due anni ma infine lasciò per sempre la musica, dopo un ennesimo diverbio con gli altri membri della band. Rientrato a New Orleans incontrò Ruth Dorothy Pitre, una ragazza Cajun e a cinquant’anni scoprì finalmente l’amore Si sposarono quello stesso anno e in tredici anni ebbero ben sei figli: James Carl, Ruth Dorothy, Dominic James, Jerome Leonard, Carolyn Louise e Carl. Soltanto l’ultimo continua l’attività paterna, dirigendo una rinnovata formazione della Original Dixieland Jass Band.

Gli ultimi anni della sua vita, Nick li trascorse a comporre musica. Particolarmente interessante rimase “Give me that Love”, un brano composto per la moglie. Si batté inoltre per ripristinare la verità storica sulla nascita della musica jazz. Morì il 22 febbraio del 1961, a 72 anni. Il suo immenso lavoro musicale trova solo poche tracce a New Orleans, (fuorché nella Tulane University, dove sono raccolti tutti i pezzi della sua produzione) e le poche portano il merito di un “Committee in Memory of Nick La Rocca” costituitosi a Palermo. Troppo poco per celebrare l’inventore di un genere musicale che ancora oggi raccoglie milioni di appassionati.

 

 

 




Olivia Olivo, insegnante e dirigente scolastica trentina trasferitasi in Tunisia

download

downloadEccomi, mi presento in breve. Sono Olivia Olivo, trentina, ho la fortuna di avere una famiglia e una grande compagnia di amici che mi hanno aiutata a crescere… e continuano a farlo. Ho frequentato il liceo classico di Rovereto e mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere a Verona.

La scelta della facoltà è stata orientata da due punti di attrattiva: l’educazione (avevo la prospettiva di diventare insegnante); la bellezza e la varietà del mondo. Mi ha sempre affascinato viaggiare, di fatto come pure attraverso la lettura.

Dopo un periodo di insegnamento, durante il quale ho collaborato occasionalmente con l’Azienda del Turismo di Rovereto, sono entrata all’Opera “Armida Barelli” di Rovereto, dapprima come vice direttrice, quindi come direttrice. Una sorpresa rendermi conto dello spessore, dei saperi, sottesi ai lavori “manuali”…

Nel 2000, mi sono trasferita in Tunisia, dove mi è stata affidata la direzione di una scuola primaria della Diocesi di Tunisi, con l’appoggio di un progetto di cooperazione internazionale.

Sono rientrata in Italia nel 2008; ho potuto fare un altro percorso di ricchezza dirigendo la scuola paritaria “G. Veronesi” (oggi “La Vela”) fino al momento della pensione, nel 2020.

Nel marzo 2021 sono tornata a Tunisi.

Come ti è arrivata, nel 2000, la proposta di andare a Tunisi e cosa ti ha spinta ad accettare? 

Una premessa per capire: l’esperienza cristiana che faccio alimenta un rapporto di interesse e di simpatia nei confronti della realtà, con il desiderio di essere disponibile agli inviti della realtà stessa; l’incontro con Cristo è stato così decisivo per me che non ho potuto non consegnargli la vita.

Nel 2000, la notizia che la Diocesi di Tunisi cercava una persona con esperienza educativa e conoscenza del francese per dirigere una delle sue scuole mi è arrivata attraverso la comunità a cui appartengo e che era presente nel Paese. Stavo bene dov’ero, il mio lavoro mi appassionava, ma ho intuito che avevo davanti una possibilità grande di crescere nella scoperta di me e del mondo, quindi ho aderito alla richiesta. E ne è valsa la pena! In quest’ avventura ho imparato (e imparo) a rispettare ed amare ciò che è “altro” da me, e nello stesso tempo approfondisco con stima e gratitudine il valore della cultura in cui sono cresciuta.

Che realtà hai trovato? 

Benché il Paese sia piccolo, ci sono differenze importanti ed evidenti (come dovunque, peraltro) tra nord e sud, tra zone rurali e cittadine, come pure tra i vari quartieri di Tunisi. Il primo impatto, nel 2000, con alcune zone e situazioni ha un po’ smontato il mio immaginario esotico… Poi, a scuola, i bambini mi hanno immediatamente conquistata e da lì è nato uno sguardo di simpatia a tutto, che mi ha indotta a cogliere ogni spunto di bellezza. E i luoghi e i momenti incantevoli non mancano davvero!  La Tunisia è un crogiolo di tradizioni e un ponte tra civiltà; ha una storia interessantissima di incontri e convivenze, ora serene, ora conflittuali.

La Chiesa cattolica, sempre presente lungo i secoli, è numericamente piccola, ma multietnica, multicolore, multilingue: siamo una famiglia con membri provenienti da una quarantina di paesi! Giovani e vecchi accomunati dalla passione di condividere il dono di cui si sentono oggetto.

La lingua comune è il francese, ma è molto conosciuto anche l’italiano, poi c’è l’inglese. E naturalmente l’arabo, lingua nazionale, e l’arabo tunisino, lingua locale, in cui a suo tempo mi sono avventurata e che sto cercando di riprendere…

Purtroppo, tornando dopo 13 anni ho trovato un paese messo duramente alla prova da vicende storiche molto impegnative e da una povertà che non è solo economica, ma anche di fiducia e di significato. Credo che la presenza di noi “stranieri”, se siamo qui veramente al servizio del paese, abbia la responsabilità di sostenere la speranza di un bene possibile, da costruire insieme.

Com’è stata l’integrazione, sia in campo lavorativo che nella comunità?

Non ho avuto particolari problemi di integrazione. Sicuramente, mi facilita il fatto di avere una buona capacità di adattamento e molta curiosità nei confronti del nuovo, ma soprattutto la consapevolezza che ogni persona è un valore ed ha un insopprimibile desiderio di bene. Vedo che accostarsi così apre molte porte…

È un aiuto enorme, per me, vivere in una comunità in cui ci si confronta e ci si sostiene reciprocamente, si condividono incontri e scoperte. L’osservazione, l’ascolto, la pazienza, il rispetto sono necessari per non cadere in giudizi affrettati e malintesi pericolosi. Gesti, espressioni, modi di fare non hanno necessariamente lo stesso significato in culture diverse!

Come hai vissuto nel tuo ambito lavorativo negli anni da direttrice?  Quali sono state le esperienze più rilevanti? Puoi farci qualche esempio?

Provo anzitutto a inquadrare la situazione. Da secoli la Chiesa ha creato scuole in Tunisia, sia per i molti stranieri un tempo stanziati qui (la presenza soprattutto di italiani e francesi era foltissima prima dell’indipendenza del paese), sia per la popolazione locale. Attualmente le scuole cattoliche, affidate alla conduzione di varie congregazioni, sono nove.

Alunni e personale sono per la quasi totalità tunisini musulmani (la presenza cristiana è a livello della direzione o poco più); i programmi didattici sono quelli statali, con un potenziamento del francese, dell’inglese e di altre attività; la religione insegnata è – esclusivamente – l’islamica. Quello che fa apprezzare fortemente queste scuole è l’attenzione al bambino nella sua globalità e la stima nei confronti dei “babassat” (religiosi, religiose) che le guidano.

In questa condizione così particolare, che costringe ad andare all’essenziale, ho fatto l’esperienza bellissima che il cuore è lo stesso per tutti e che la diversità ci spalanca l’orizzonte (anche se faticosamente, a volte!).

I ricordi più belli? Gli incontri di lavoro e di festa con il personale, in cui ci si confrontava, si mangiava, si pregava, si ballava insieme… I dialoghi densi con alcuni genitori… Il confronto con altri direttori e le attività culturali e sportive tra scuole… I momenti con i bambini, giocando in cortile o riflettendo su fatti accaduti. Quanto ho imparato dalla loro semplicità e apertura!

Un esempio tra tanti possibili. In una quinta primaria c’erano stati degli episodi spiacevoli tra alcune alunne; durante la ricreazione ci siamo trovate “fra donne” per parlarne ed è uscito il tema del rispetto e del perdono. Una delle ragazzine, Samar, ha dichiarato che a lei era impossibile perdonare chi le faceva del male. Allora ho raccontato un fatto accaduto a un’altra Samar, palestinese, che accoglieva e accudiva bambini senza famiglia: un giorno, una piccola ospite del suo orfanatrofio, che aveva sofferto grandi violenze da parte della madre, aveva voluto pregare per la sua mamma, perché anche lei trovasse infine qualcuno che le voleva bene… La “mia” Samar è rimasta in silenzio; qualche giorno dopo è venuta a cercarmi e mi ha detto che, pensando a quella storia, aveva perdonato. L’anno successivo, sono stata chiamata nella stessa classe (in Tunisia la scuola primaria è di sei anni) perché un ragazzo aveva offeso pesantemente i compagni, che pretendevano una punizione esemplare per la sua condotta “imperdonabile”. Sono rimasta di sasso quando è intervenuta Nesrine (una del gruppetto di cui sopra), che ha ribaltato la questione con poche parole: “L’anno scorso abbiamo parlato con la direttrice del perdono e del fatto che tutti possono ricominciare. Io credo che dobbiamo dare anche a lui questa possibilità”. Un anno dopo!

Hai lasciato la Tunisia nel 2008. Che cosa ti ci ha riportata? Cosa fai ora, che progetti hai in mente?

Nel 2008, la nostra comunità è rientrata in Italia per esigenze varie di famiglia e/o lavoro, ma sono rimasti legami significativi. Nel 2016, una nostra casa è stata riaperta a Tunisi su invito dell’Arcivescovo, Mons. Ilario Antoniazzi. E quando sono andata in pensione mi è arrivata il suggerimento: “Non è che saresti disposta a tornare…?” Mi è stato semplice dire sì (anche se partire è sempre un po’ morire, diceva qualcuno)…

Perciò, eccomi di nuovo qui al servizio della Chiesa locale, con il compito di supportare l’attività pedagogica e la collaborazione tra le scuole. Poi, la realtà si fa avanti e si risponde per come si è capaci: alfabetizzazione, partecipazione all’équipe che cura la comunicazione in diocesi… Occasioni che mi appassionano e da cui continuo a imparare. I miei progetti? Scoprire, vivendo, cosa il Signore mi prepara!

L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus come è stata affrontata e viene affrontata ora in Tunisia?

Il covid è arrivato, in ritardo rispetto all’Italia, con i rientri degli emigrati per le vacanze estive del 2020. A quel punto, ha cominciato a colpire anche qui molto duramente, complice una diffusa incoscienza rispetto alla sua gravità. I problemi veramente seri parevano altri… Il sistema sanitario, bisogna dire, si è fatto onore, con una notevole campagna vaccinale di cui anche noi “forestieri” abbiamo potuto avvalerci facilmente.

Quali caratteristiche della Tunisia ti appassionano e quali invece no?

Parto da un aspetto che “non mi va”, così poi finisco in bellezza.

Immediatamente, ciò che mi urta di più è l’incuria nei confronti dell’ambiente: mi disturba e mi rattrista vedere luoghi splendidi abbrutiti dall’immondizia e, più ancora, il fatto che questo deriva da una mancanza di responsabilità, di rispetto nei confronti di sé e della realtà.

Alcune delle cose che mi appassionano: l’intensità della luce e dei colori; il dialogo e il lavoro con gente di ogni dove; il viaggio nella storia e nel genio umano attraverso le tracce imponenti di varie epoche e civiltà; il silenzio dei villaggi berberi nel deserto di montagna; l’ospitalità commovente di gente povera e nobile nella sua dignità…

Nei giorni scorsi, ho fatto una breve vacanza a Tozeur, per incontrare degli amici e rivedere il deserto e le oasi di montagna. La cosa più bella, un vero regalo, è stata la visita a una famiglia di pastori. L’amica che ci ha portati da loro – li conosce da quando vivevano in tenda, perché ci andava per vaccinare i figli, allora bambini – ci ha detto che Sabah, la figlia trentenne, da tre anni è a letto paralizzata a seguito di un intervento per un tumore alla testa. Confesso che ero un po’ timorosa, pensando a questo fatto. Ebbene, non mi aspettavo una realtà povera come quella che abbiamo trovato, ma meno ancora mi aspettavo lo sguardo e il sorriso radiosi di Sabah (nome che significa “luce, bellezza del mattino”, e come le si addice!), l’accoglienza dei genitori e del fratello, la cordialità che ci ha fatto sentire immediatamente a casa. Ci hanno portate in mezzo agli agnelli, ci hanno offerto latticello, caffè, biscotti… e siccome non restavamo a pranzo, ci hanno a tutti i costi rifornite di uova! Persone così si imprimono nel cuore, resta il desiderio di rivederle.

Vuoi lasciare un messaggio ai trentini e alla Community di MondoTrentino?

Ne lascio tre (brevissimi!), che sono poi i suggerimenti che do a me stessa.

Impariamo ad apprezzare le risorse e i vantaggi della nostra provincia, non sono scontati!

Non facciamoci imprigionare dai nostri schemi e dai luoghi comuni nel giudicare!

Situazione sanitaria permettendo, visitiamo e gustiamo la Tunisia fuori dalle “enclaves” turistiche! Semmai ci possiamo sentire… (Mondotrentino del 24 febbraio 2022 /Inform)

da Mondotrentino




Chi è Pier Francesco Zazo, l’ambasciatore che in Ucraina ha salvato 100 persone

094210618 008e1c07 0fbe 4747 8bac 4634aabc0bf2

094210618 008e1c07 0fbe 4747 8bac 4634aabc0bf2Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha voluto ringraziarlo pubblicamente: Pier Francesco Zazo, ambasciatore in Ucraina, ha salvato solo la notte scorsa 100 persone, tra cui venti bambini. Ora è impegnato nel complesso trasferimento della missione diplomatica italiana a Leopoli, ma con l’infuriare della guerra e il continuo aumentare della pressione dei profughi ai confini dell’Unione europea, c’è da scommettere e che il grosso del lavoro deve ancora iniziare.

Ma chi è l’uomo che nel giro di pochi giorni si è trovato sul fronte della prima guerra combattuta in Europa da più di vent’anni?  Zazo è nato a Benevento nel1959 e, come molti diplomatici italiani, si laurea in scienze politiche alla Luiss nel 1984. L’anno dopo entra in diplomazia e nel 1986 viene nominato Segretario di legazione al Dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo.

Sono gli anni in cui il servizio militare è ancora obbligatorio e, assolta la leva, nel 1987, Zazo entra nella segreteria particolare del sottosegretario agli Esteri e dopo pochi mesi alla direzione generale Emigrazione.

Parla il tedesco, l’inglese, il russo, il francese e lo spagnolo e nel 1988, finalmente, il primo incarico all’estero: secondo segretario a Seul dove sarà anche segretario commerciale e, dal 1992, primo segretario. A metà di quell’anno viene trasferito a Stoccolma come primo segretario commerciale e poi consigliere di legazione. In Svezia resterà fino al 1996, quando torna a Roma per lavorare di nuovo alla direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo dove resta fino al 1999 quando arriva per la priva volta a Kiev e assumere il ruolo di primo consigliere.  Tre anni dopo è consigliere commerciale a Mosca, dove nel 2003 diventa Consigliere di ambasciata, poi Primo consigliere commerciale.

Nel 2006 è di nuovo a Roma, ancora alla  direzione generale per la. Cooperazione allo sviluppo e nel 2010 il passaggio di grado a Ministro plenipotenziario che lo porta a diventare ambasciatore a Canberra (con competenze per un’anrea vastissima che va dall’Australia alle Isole Figi, a Papua Nuova Guinea, Vanuatu, Isole Salomone, Micronesia e Repubblica di Nauru.

Dal 2018 è alle dirette dipendenze del direttore generale per la promozione del sistema Paese e poi per la Mondializzazione e le Questioni globali e infine inviato speciale per gli Stati insulari di piccole dimensioni del Pacifico e coordinatore per la partecipazione dell’Italia ai programmi multilaterali riguardanti l’Antartide.

Torna in Ucraina con la moglie e i due figli nel gennaio del 2021 come Ambasciatore d’Italia, un anno e due mesi prima che si scateni l’inferno.




Leonardo Nardini e Padre Angelo Esposito, un binomio che diffonde in Guatemala il “made in Italy” e la nostra solidarietà

nardini

download 1Di fronte all’Ambasciata d’Italia, tra la pizzeria e il ristorante, da un quarto di secolo Leonardo Nardini, a Città del Guatemala, tesoro di bellezze antiche dai colori intensi, promuove la cultura del Belpaese. Ma non solo. Nardini aiuta anche chi non ce la fa a mangiare. Collabora a sostenere l’ambulatorio pediatrico di un altro italiano, un prete arrivato in Guatemala dalla Campania, padre Angelo Esposito. «All’Ambasciata d’Italia ho incontrato padre Esposito, un missionario che cura i poveri indios. Immediatamente abbiamo pensato di fare qualcosa insieme, organizzare cene, finanziare progetti e lotterie per comprare medicine e viveri per El Ospedalito, il centro dove il missionario cura i bambini». Da allora, Nardini ed Esposito collaborano a un progetto che non pensa solo a diffondere il made in Italy culinario, ma anche la solidarietà tricolore.

«Come sono finito in Guatemala? Ho conosciuto la mia futura metà in Italia. Lei era giunta dal Guatemala per un corso di studi – racconta Nardini –. Ci innamorammo e ci sposammo. Dopo dodici anni vissuti in Italia, mia moglie volle ritornare in Guatemala, e io l’ho seguita». Nardini ha trascorso circa vent’anni nel piccolo Paese centroamericano, terra di piramidi pre-ispaniche e con una natura incantevole. Avendo anche in Italia un’attività di albergatore a Fiumalbo (Modena), centro caratteristico per le stagioni invernali, ha deciso di continuare l’arte della ristorazione in Guatemala, introducendo la tradizionale cucina italiana.

«Ho due ristoranti nel centro della capitale», spiega con una parlata semplice e allegra. Ma cosa lo affascina di questa terra? «Il Guatemala è un Paese dai mille colori e dalle mille contraddizioni. La gente è molto socievole, e i paesaggi sono bellissimi. Ciò che mi attrae di più è la famiglia, le mie tre figlie». Nardini ha conosciuto padre Angelo nel 2018 in occasione della Festa della Repubblica alla nostra ambasciata: un momento importante per chi vive all’estero perché «significa ricordare le origini, e scoprire altri connazionali arrivati per le ragioni più diverse». Nardini era lo chef ufficiale dell’evento in cui il meglio della pasta, degli affettati e dei dolci, ha incantato i presenti.

«L’ambasciatore italiano mi presentò il sacerdote e, dopo averlo ascoltato, entrammo subito in sintonia. Era un’occasione per vivere la fede tramandata dalla mia famiglia in modo concreto, offrendo opportunità di curarsi a chi è nato in povertà». Grazie al suo lavoro, Nardini conosce tante persone sensibili «che possono aiutare padre Angelo e l’ospedale per i bambini che ha fondato. Inoltre non gli faccio mai mancare le delizie italiane ogniqualvolta viene a farmi visita», grato per un’amicizia nata davanti a un piatto di pasta.

(Nicola Nicoletti – Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Infom)




Angelo Greco: come la magia del balletto ha cambiato la mia vita dalla Sardegna a San Francisco

18italoam

SAN FRANCISCO\ aise\ – “Immaginate un bambino, di nome Angelo, che entra nel teatro di una piccola città del Nord Italia. Sua madre è lì con lui, lo tiene per mano mentre guarda gli altri bambini danzare. La storia di successo di Angelo Greco, primo ballerino del San Francisco Ballet, avrebbe potuto continuare come molte altre storie che sentiamo sui ballerini. Questa però è diversa: quel giorno Angelo lasciò il teatro sicuro che non sarebbe tornato e non avrebbe mai più ballato in vita sua. Per nostra fortuna, ha cambiato idea e ora è uno dei migliori ballerini italiani nel mondo, dopo aver vinto importanti premi e ballato con artisti famosi in tutto il mondo”. Serena Perfetto ha incontrato Greco e lo ha intervistato per L’ItaloAmericano, giornale bilingue anche on line pubblicato a Los Angeles e diretto da Simone Schiavinato.
“D. Chi è Angelo Greco?
R. Sono nato in Sardegna, però mio padre era originario di Modena ed è lì che sono cresciuto. Non vengo da una famiglia di ballerini, mia madre era una ginnasta. Entrambi i miei genitori hanno frequentato corsi di ingegneria, quindi non avevano nulla a che fare con la danza classica e il ballo. Tuttavia, mi hanno sempre sostenuto in quello che volevo fare. Questo è fondamentale se si vuole intraprendere un percorso come quello della danza classica.
D. Quando ha preso la decisione di diventare ballerino classico?
R. In un certo senso sono arrivato tardi. La maggior parte dei bambini inizia a 7-8 anni; io non l’ho fatto fino a 13 anni, in una piccola scuola di danza nella mia città. Mia madre mi portò a DanzArte perché non volevo praticare nessuno sport, eppure mi muovevo sempre. Andammo entrambi a vedere una lezione di danza moderna nella scuola ma, dopo dieci minuti, le dissi: “Andiamo via, non mi piace”. Qualche giorno dopo, ci tornai perché avevo capito che la danza classica mi piaceva. La mia insegnante, Emanuela Mussini, mi ha seguito per un anno e mezzo fino ai 14 anni, mi ha aiutato a capire la danza classica e me ne sono innamorato.
D. Qual è stato il punto di svolta di questa prima fase?
R. Fu durante un concorso, Danza in Fiera, che la direttrice della scuola di Castelfranco Veneto, Susanna Plaino, mi chiese di fare un’audizione per entrare nella sua scuola. Ho fatto l’audizione ma avevo paura di lasciare la mia famiglia. Anche qualche anno prima, quando avevo 10 anni, giocavo a calcio e ricevetti un’offerta per far parte della squadra giovanile del Modena. Rifiutai l’offerta perché non volevo stare lontano da casa. Ancora una volta, ebbi la stessa sensazione, ma questa volta ho preso una decisione diversa e ho accettato l’opportunità offerta da Susanna. La prima settimana è stata terribile, piangevo tutto il giorno ed ero pronto a tornare dalla mia famiglia. È stata dura: andavo in bicicletta a scuola la mattina e a teatro il pomeriggio, ballando ed esercitandomi fino alle 6 del pomeriggio. La sera dovevo studiare per il giorno dopo, stando lontano dai miei genitori. Dopo una settimana volevo rinunciare, ma i miei genitori non me lo hanno permesso. Mio padre mi riaccompagnò a scuola e mi disse, prima di partire: “Non preoccuparti troppo. Divertiti e basta”. Per un mese non tornai a trovare i miei genitori. E la mia vita cambiò per sempre.
D. Cosa è successo dopo?
R. Ho iniziato a lavorare sodo per diventare un ballerino professionista e ho imparato il dolore e la sofferenza che ne derivano. Tre anni dopo, ero a New York, da solo, per un’audizione dopo essere stato selezionato in un gruppo con i dodici ballerini migliori. Non andò bene. New York era troppo grande e fredda per me. Ero scioccato dal numero di persone, dal traffico e dal caos. Quando ero sul palco, crollavo. Non riuscivo a muovermi, a respirare o a ballare. Però è stata una grande lezione. Quella fu una delle mie ultime audizioni con Il Balletto di Castelfranco Veneto perché, a quel punto, molti teatri mi inviarono offerte per entrare nelle loro scuole. La mia prima scelta fu il Bolshoi, poi cambiai idea e scelsi la Scala, che pure mi aveva offerto un posto. Mia madre pensava che fossi pazzo, così ha chiamato il direttore e mi hanno fatto fare un’altra audizione ad un livello inferiore a quello offerto inizialmente. Mi piaceva Milano, ero molto a mio agio con quello che sapevo e non sapevo. Quando l’audizione finì, nella lista delle persone ammesse al sesto livello non c’era il mio nome, perché in realtà mi avevano messo nel livello superiore. È stata una grande sorpresa per me e per mia madre, naturalmente.
D. Qual è stata la parte più impegnativa dell’essere un giovane ballerino?
R. Devi imparare chi sei. C’è un po’ di filosofia nel diventare ballerino perché il balletto è un’arte sofisticata, piacevole da guardare. Quando sono stato ammesso a La Scala, ho avuto il tempo di affinare la tecnica e trovare il modo migliore per esprimermi. In quei due anni, ho imparato danzando a Parigi e a Mosca, anche se ero solo uno studente. Poco dopo il diploma, sono diventato ballerino principale del Don Chisciotte di Nureyev, cosa che non succede molto spesso. Non è stato facile però, e sono stato fortunato ad avere un direttore che voleva che avessi successo. La mia carriera all’inizio è stata breve e intensa, sono passato dall’essere un apprendista al ruolo di ballerino principale in meno di cinque anni.
D. Come ha affrontato questo nuovo mondo?
R. Non riuscivo a capacitarmi del fatto che il balletto fosse solo per un gruppo ristretto di persone e che nessuno prestasse attenzione a noi professionisti che facciamo molti sforzi e sacrifichiamo molte cose nella vita. Credo ancora che il nostro mondo sia molto poco conosciuto e riconosciuto. Andando velocemente al punto, ho imparato che, quando si è sul palco, bisogna lasciarsi andare e concentrarsi senza pensare a quello che succede fuori. A parte i problemi che la mia famiglia ha affrontato in quel momento, ho potuto liberare la mia mente e concentrarmi su un nuovo viaggio come giovane adulto che voleva cambiare il mondo. Avevo una personalità forte e non mi trattenevo dalle conversazioni difficili con i miei direttori e colleghi. Non ho mai accettato un no come risposta, a meno che non fosse ben motivato.
D. Come è arrivato a San Francisco?
R. Ero a La Scala e non c’era più niente da imparare e da sperimentare per me. Volevo andarmene e iniziare qualcosa di nuovo. Avevo 20 anni quando mi hanno offerto un contratto a vita, ma non ero pronto. Volevo andare al Royal Ballet, ma qualcuno ha menzionato il San Francisco Ballet, noto per i suoi ballerini e le sue performance incredibili. Sono venuto a San Francisco in vacanza e, una volta tornato a Milano, ho iniziato a pensare a questo cambiamento e l’ho condiviso con i miei genitori. Sono andato dal direttore de La Scala e ho annunciato che mi sarei dimesso. Cinque anni fa, nel 2016, mi sono trasferito a San Francisco.
D. Le prime impressioni?
R. La prima cosa che ho dovuto fare è stata guardare film a ripetizione per imparare l’inglese. Il cambio di ritmo è stato fantastico, era un nuovo inizio e avevo una grande energia. In cinque mesi, potevo parlare inglese giusto in tempo per l’inizio della stagione. Dopo la mia prima esibizione, il direttore mi ha offerto di diventare ballerino principale a partire dalla settimana successiva. È stato un inizio veloce e ha continuato a crescere. Ho incontrato Roberto Bolle e, grazie a lui, ho anche conosciuto una collega straordinaria, Misa Kuranaga.
D. Com’è il rapporto con Misa?
R. Durante la prima esibizione insieme ho fatto cadere Misa sul pavimento. Ero scioccato. Dopo, mi ha detto: “Ho la sensazione che balleremo spesso insieme in futuro”. È stato spaventoso e pericoloso, tuttavia, dopo quella performance, ero rilassato e ci siamo resi conto che avevamo una chimica incredibile. Mi ha invitato alle sue serate di gala e, quando sono tornato a San Francisco, ho mostrato al mio direttore i video con Misa e lei ha ricevuto un’offerta per unirsi a noi al San Francisco Ballet un anno dopo. Da allora balliamo insieme.
D. Cos’è il balletto per lei?
R. Il balletto è magico, è come un uovo ricoperto d’oro. È arte, è come andare in un museo e guardare quadri o statue. È un libro aperto e sarebbe fantastico rompere la barriera tra quest’arte e il nostro quotidiano. Fa parte della nostra cultura ed è la nostra cultura.
D. Qual è il suo rapporto con il pubblico?
R. Il pubblico guarda i ballerini come persone belle, sono tutti belli e perfetti. Nel backstage, però, c’è un’atmosfera diversa in cui i conflitti avvengono e bisogna lavorare per costruire l’armonia man mano che si va avanti. Dobbiamo continuare a lavorare per avvicinarci al pubblico e renderlo parte di quest’arte. Mi ha sorpreso vedere mio fratello portare i suoi amici a teatro e sapere che a tutti loro è piaciuto molto e che torneranno a vedere altri spettacoli. Quando vedi uno spettacolo di persona, vivi la magia. Una cosa che non vedo l’ora di fare è tornare in Italia e fare i miei gala. Voglio portare la mia esperienza e conoscenza, e condividere l’amore per il balletto con i miei connazionali”. (aise)

 

da L’Italo Americano, di Serena Perfetto




Diego Martucci, un italiano innamorato del Messico diventato un mariachi

diego pisa 1152x1536

diego pisa 1152x1536Questo musicista italiano si innamorò per caso della cultura messicana e oggi gira il mondo suonando musica mariachi. Conosciamo la sua storia.

Dicono che la musica sia il linguaggio universale dell’umanità e che abbia il potere di rimuovere ogni barriera. Diego Martucci lo ha verificato nella sua stessa carne e questa è la sua storia.
Nato ad Anagni, in Italia, nel 1981, Diego ha iniziato la sua carriera nella musica da bambino quando ha imparato a suonare la chitarra, diplomandosi in seguito in chitarra rock/blues. Ha conosciuto Domenico “Mimmo” Pasquini –amante della cultura messicana e fondatore di Mariachi Romatitlán– che guarda caso cercava qualcuno che potesse suonare il guitarrón da inserire nel gruppo.
Diego non conosceva quello strumento, ma ha accettato la sfida e così ha finito per contagiarsi della passione di Mimmo per il Messico e la gioia della musica locale. Dal 2013, la sua integrazione in Mariachi Romatitlán lo ha portato in molti angoli del pianeta.
Forbes Messico lo ha intervistato per saperne di più sulla sua storia. Lui stesso ha risposto alle domande in un ottimo spagnolo, perché il suo interesse e amore per il Messico gli ha fatto imparare la lingua non solo per capire i testi delle canzoni, ma anche per studiare il son jarocho e l’huasteco, l’huapango huasteco e il Cileno.

Cosa ti piace e ti piace di più della cultura messicana oltre a suonare la sua musica tradizionale?

C’è una vasta gamma di sfaccettature che mi hanno fatto innamorare della cultura messicana. L’aspetto etnografico e, ovviamente, i popoli indigeni sono stati ciò che mi ha affascinato di più sin dall’inizio. La mia avventura nella musica tradizionale è iniziata nel 2013 e nello stesso anno ho fatto il mio primo viaggio in Messico, ho attraversato il bellissimo Stato del Chiapas ed è stato proprio lì che mi sono imbattuto in un mondo che non avrei mai immaginato.
Penso che per qualsiasi europeo intrufolarsi in queste realtà non possa lasciare indifferenti, il misticismo che si percepisce è ammaliante, poiché indelebile è anche il ricordo e le sensazioni che ho percepito nella chiesa di San Juan Chamula. Mi sono reso conto, calpestando gli aghi di pino sul pavimento, di essere entrato in un mondo nascosto. Ho provato qualcosa di simile durante il mio ultimo viaggio a Oaxaca, lo stato che più mi ha conquistato, dimostra che le tradizioni lì sono profondamente radicate, ho avuto la gioia di vivere la città durante la Guelaguetza ed è davvero abbagliante vedere come in un unico stato c’è tanta diversità: le danze, i 16 gruppi etnici con le proprie lingue. Secondo me, le lingue indigene rappresentano la loro gente e contribuiscono alla ricchezza culturale di un Paese. La lingua genera legami profondi, quando gli indigeni si esprimono con la propria voce dicono che danno la loro anima, che è la base della loro identità e cultura di popolo.

A Oaxaca ho visitato molti paesi intorno alla capitale e ho apprezzato i raffinati mestieri, gli alebrijes di San Martín Tilcajete, l’argilla nera di San Bartolo Coyotepec ei tessuti di Teotitlán del Valle. Sono affascinato dal modo ancestrale di cucinare, dall’uso del metate, del molcajete, di quei piatti, di quelle prelibatezze preispaniche come il brodo di pietra, le cavallette, il barbecue, il tejate, la lista sarebbe infinita.

Per quanto riguarda l’arte, come non citare Francisco Toledo, Rufino Tamayo e Rodolfo Morales fino a Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e José Clemente Orozco. Infine, vale la pena sottolineare l’idiosincrasia del messicano, il suo modo di vivere con passione, la sua dedizione agli altri, il suo sentimento. Questi sono i tratti che mi piacciono di più della cultura messicana.

Raccontaci l’aneddoto più divertente, strano o interessante che ti è successo da quando hai suonato in Mariachi Romatitlán

Essere un mariachi mi ha dato l’opportunità di vivere strane esperienze, le più strane mi sono successe quando eravamo in tournée nei Paesi Arabi.

Gli aneddoti sarebbero tanti, però, quello che mi ha colpito di più è stata la collaborazione di Mariachi Romatitlán con i piloti del team Ferrari, incontrarli è il sogno di molti appassionati di questo sport. Abbiamo realizzato un video in cui il pilota messicano Esteban Gutiérrez ha tenuto lezioni a Vettel e Raikkonen spiegando loro alcune tradizioni messicane in cinque lezioni televisive, anche se in realtà tutto è stato trasmesso in due minuti. Esteban ha cercato di insegnare loro parole di uso colloquiale, come “walk done the mocha”, è stato molto divertente. Ha dato loro anche una piccola lezione di gastronomia, cultura, tradizione e musica, proprio in quel momento ci siamo esibiti suonando “Cielito Lindo”.

Com’è la domanda dei vostri servizi in tempi di Covid-19, c’è più o meno in questi tempi?

Purtroppo, e come puoi immaginare, la domanda sta avendo un forte calo, la gente ha ragionevolmente paura, da un lato perché le riunioni devono essere evitate e, dall’altro, per la situazione economica. Molti devono risparmiare denaro.

Tuttavia, abbiamo approfittato di questo tempo libero per registrare in studio “Huapango de Moncayo”, un poema sinfonico ispirato alla musica popolare di Veracruz e considerato il secondo inno nazionale.

Ho anche avuto l’onore di partecipare come relatore al II corso “El Mariachi en México” (Un patrimonio culturale, sociale ed economico) organizzato dal FUNDAp di Querétaro, dove ho presentato la mia esperienza di membro italiano di un mariachi. Come risultato di questo corso è nata l’idea di pubblicare un libro in cui vengono raccolte le presentazioni dei relatori, il libro si chiama “El Mariachi de México”.

Qual è il prezzo di una serenata di Mariachi Romatitlán?

Innanzitutto, è necessario sottolineare che qui in Italia le cose sono diverse da quanto accade in Messico e in tutti gli altri paesi dell’America Latina dove il mariachi è fortemente radicato. Ci assumono per fare serenate ma non ci pagano per le canzoni ma per ore, il prezzo dipende dalle circostanze.

Che tipo di clienti hanno, chi li assume?

I clienti che ci assumono sono di diverse nazionalità e per qualsiasi tipo di evento la maggioranza sono latinoamericani, ma ci sono anche italiani appassionati del Messico.

Abbiamo fatto performance commerciali e cinematografiche, suoniamo per la prima del film “Coco” a Milano e spesso per eventi organizzati dall’Ambasciata del Messico qui in Italia, in particolare durante le festività nazionali e nel Giorno dei Morti; Siamo anche invitati da alcune ambasciate messicane in Europa e fuori dal vecchio continente. In particolare posso evidenziare i tour realizzati in Kuwait e Qatar, dove soddisfare la voglia di un bicchierino di tequila era come trovare l’acqua nel deserto.

Come definisci la tua passione per la musica e, in particolare, quale sensazione suscita in te suonare la musica messicana?

Oltre a essere un mariachi, sono un chitarrista rock/blues e mi sono reso conto, grazie alla mia nuova carriera, che in passato mi sono concentrato soprattutto sul mero aspetto tecnico, magari pensando troppo a quello che mi piaceva e così raramente per gli altri. Suonare il guitarrón in una band mariachi in Italia mi ha fatto capire l’importanza e il piacere di trasmettere emozioni che evocano ricordi legati alla terra d’origine delle persone che mi hanno preceduto, che senza dubbio mi riempie di soddisfazione e orgoglio, compreso il fatto d’indossare l’abito charro, che è una grande responsabilità, poiché rappresento il simbolo musicale del Messico e uno degli emblemi della nazione. Diventare mariachi, insomma, è stato qualcosa che va oltre il puro aspetto musicale, significa portare in tanti luoghi le tradizioni e la storia di un grande Paese: il Messico.

Da Forbes Messico




È morto Tito Stagno, raccontò lo sbarco sulla Luna

stagno

stagnoAGI – È morto Tito Stagno, il giornalista Rai che raccontò lo sbarco sulla Luna. “Ha toccato”, annunciò nella concitazione con quasi un minuto di anticipo rispetto all’effettivo “allunaggio”.

Aveva appena compiuto 92 anni. Nato a Cagliari il 4 gennaio 1930, il 20 luglio del 1969 tenne gli italiani incollati davanti alla tv nella prima lunghissima maratona per seguire la missione Apollo.

La presidente della Rai Marinella Soldi e l’amministratore delegato Carlo Fuortes sono vicini alle figlie Caterina e Brigida, alla moglie Edda e a tutta la famiglia nel ricordo di Tito Stagno, giornalista dal linguaggio semplice ed efficace, a lungo volto televisivo della Rai entrato nelle case degli italiani con il racconto di grandi momenti della seconda metà del Novecento”. Così la Rai in una nota ricorda il giornalista scomparso a Roma.

“Addio a Tito Stagno, grande giornalista italiano che ha raccontato con rigore e professionalità i principali eventi del nostro paese” ha detto il ministro della cultura Dario Franceschini “e che tutti ricordiamo per l’emozione con cui guidò gli italiani nel viaggio sulla Luna. Mi stringo con affetto al dolore dei familiari e degli amici in questa triste giornata in cui se ne va un pezzo di storia del giornalismo italiano”.

L’uomo che amava le stelle e lo sport. Quel ‘ha toccato!’ qualche secondo prima che lo dicesse Ruggero Orlando da Houston rimane nella storia della tv e nell’immaginario collettivo di diverse generazioni di italiani. Il suo destino era davvero segnato dalle stelle, quelle stesse che erano nel titolo della pellicola della sua breve esperienza cinematografica.

Tito Stagno è stato un giornalista, telecronista sportivo e conduttore televisivo. Primo di otto fratelli, colui che diventerà uno dei volti e delle voci della storia della Rai ha vissuto a Parma e poi a Pola, e a 13 anni, nel 1943, ha partecipato al film di Francesco De Robertis ‘Marinai senza stelle’; sul grande schermo tornerà ancora nel 1959 con Dino Risi nel film ‘Il vedovo’ a fianco di Alberto Sordi in una brevissima scena nei panni di un giornalista televisivo.

Nel 1946, a Cagliari, chiude gli studi classici e si iscrive alla facoltà di medicina. Tre anni dopo, Tito Stagno lavora già in una radio come cronista, intervistatore e documentarista. Nel 1954 vince il primo concorso nazionale per telecronisti e partecipa a un corso di specializzazione con Furio Colombo, Gianni Vattimo, Umberto Eco, lasciando l’università per andare a Roma per lavorare un anno dopo. La sua prima ‘palestra’ è il telegiornale diretto da Vittorio Veltroni, le sue prime telecronache nel 1956, in occasione dei Giochi olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo. Nel 1957 commenta, in Campidoglio, la firma dei trattati del Mercato Comune Europeo.

È il telecronista delle visite dei Capi di Stato in Italia, comprese quelle dei reali d’Inghilterra e di John Fitzgerald Kennedy, e dei gravi fatti d’America del 1963 e del 1968. Da inviato segue due papi, Giovanni XXIII e Paolo VI, e due presidenti della Repubblica, Antonio Segni e Giuseppe Saragat. Diventa uno dei più popolari conduttori del telegiornale negli anni sessanta e nei primi anni settanta. Ma la passione per lo spazio arriva nel 1961, quando da telecronista commenta il primo volo di Jurij Gagarin intorno alla Terra, e la preparazione e la passione con cui affrontò quel servizio convinsero i dirigenti Rai ad affidargli le trasmissioni in diretta e i servizi del telegiornale in occasione di tutti i lanci di sonde spaziali o astronavi pilotate.

Nel 1966, alla vigilia del Programma Apollo, venne inviato negli Stati Uniti d’America per un viaggio di studio e di aggiornamento. Il 20 luglio 1969 arriva quell’esclamazione appassionata, “Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!” nella diretta televisiva per la missione Apollo 11, commentata insieme a Ruggero Orlando da Houston. Milioni di italiani erano incollati allo schermo televisivo e lo videro battibeccare con Orlando sull’allunaggio, da lui anticipato di 56 secondi e da Orlando posticipato di 10 rispetto ai tempi certificati dalla Nasa.

Tra le molte telecronache dirette e inchieste filmate non mancano quelle sulla Sardegna, ma anche da Germania, Norvegia, Svezia, Danimarca, Polonia, Gran Bretagna, Jugoslavia, Sud America, Canada, Stati Uniti d’America, Australia. Per 17 anni è stato responsabile dello Sport su Rai Uno, ha curato La Domenica Sportiva (dal 1976 al 1991 con Carlo Sassi e dal 1991 al 1993 con Alfredo Pigna) oltre a esserne anche il conduttore, insieme ad altri, dal 1979 al 1981 e nella stagione 1985-1986.

Andato in pensione, ha continuato a lavorare scrivendo per L’Eco di Bergamo e la Gazzetta di Parma. A dicembre 2010 è stato ospite dei giornalisti di Sky TG24 per commentare in diretta minuto per minuto il lancio della missione spaziale Sojuz TMA-20 dal cosmodromo di Bajkonur in Russia con a bordo l’astronauta italiano Paolo Nespoli assieme ai colleghi Dmitrij Jur’evič Kondrat’ev e Catherine Coleman.

Nel suo curriculum, anche una partecipazione al festival di Sanremo, nel 2014, annunciando la canzone che passa il turno. Il 15 dicembre 2014 viene insignito della Stella d’Oro al Merito Sportivo.




L’alpino 99enne votato per il Quirinale: “Si ricordano ancora di me…”

download

downloadAGI – Fino a poco tempo fa guidava la Mercedes, rigorosamente senza occhiali. Poi è stato ‘costretto’ dai famigliari a venderla e l’ha rimpiazzata con un’auto utilitaria, meno impegnativa.

L’alpino, Enrico Chiapponi, 99 anni, è uno degli ultimi reduci della campagna di Russia. Anche il suo nome, nella seconda e terza votazione, è comparso tra le preferenze per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

“Mi ha sorpreso e mi sono messo a ridere. Forse qualche amico si è ricordato di me”, ha detto all’AGI. Testimone della storia d’Italia, è fiducioso in un accordo tra i partiti per eleggere il successore di Sergio Mattarella. “Spero in un nome condiviso, di alto profilo e al di sopra delle parti. Auspico che ci sia a breve un’intesa tra le forze politiche. Forse siamo vicini”.

Mente lucida e fisico integro per l’arzillo alpino che, il prossimo 22 giugno compirà 100 anni. “Penso che la mia patente sarà rinnovata” assicura. La spesa per la moglie di 92anni, le chiacchiere di politica con gli amici al bar, le uscite in auto e gli incontri nelle scuole con gli studenti.

A Felegara di Medesano, in provincia di Parma, Chiapponi è il simbolo della memoria. Non aveva ancora 20 anni quando fu arruolato nell’ottavo reggimento alpini, battaglione Gemona, e poi inviato sul fronte del Don. Sopravvissuto alla feroce battaglia di Nikolaevka (26 gennaio 1943) è riuscito a tornare in Italia percorrendo oltre 800 chilometri, la metà a piedi. E ferito all’avambraccio sinistro conserva ancora una scheggia di osso, custodita in una teca insieme alle decorazioni di guerra. Idee chiare sul passato (“ci hanno imbrogliato, non eravamo preparati ad affrontare i carri armati russi”), un presente tra famiglia, amici e ‘banchi di scuola’ e un messaggio ai giovani per il futuro. “Occorre fare di tutto per evitare le guerre. Dobbiamo vivere sempre in uno Stato libero democratico e non autoritario”, conclude l’alpino.

“Enrico è un’istituzione a Medesano, un personaggio amato da tutti. La sua storia è impressionante, e lui la racconta sempre con grande lucidità. E nonostante le enormi difficoltà che ha vissuto durante la ritirata di Russia, trova sempre il modo per chiudere i suoi racconti con battute che riescono a sdrammatizzare quello che ha passato e quello che i suoi occhi hanno visto”: lo ha detto Michele Giovanelli, sindaco di Medesano, nel Parmense, riferendosi all’alpino di 99 anni, suo concittadino, Enrico Chiapponi  – uno degli ultimi reduci della campagna di Russia – che ha ricevuto qualche voto durante l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

“Ha perso tutti i suoi amici e compagni di battaglia sul fronte. Sono state tante le iniziative organizzate dagli Alpini di Medesano – ricorda Giovanelli – che lo hanno visto protagonista, grazie alla sua disponibile, alla sua voglia di stare in mezzo alla gente, e alla sua grande simpatia. Persone come Enrico – conclude il sindaco – sono una ricchezza, sono la memoria vivente di pezzi di storia del nostro passato”.