La Giornata della Memoria: Assisi, la giusta

Erano mesi terribili quelli che gli cittadini di Assisi vissero dall’8 settembre 1943 al 17 giugno 1944. In un’Italia martoriata dal capovolgimento di alleanza seguito alla dichiarazione di Armistizio e dagli scontri cruentissimi tra forze Alleate e tedeschi in ritirata, i superstiti del regime fascista si adoperarono alacremente per collaborare con le truppe di Hitler per “stanare” ebrei, soldati italiani fuggitivi e militari alleati rimasti isolati tra le linee, usando delazione e violenza per convincere i recalcitranti residenti umbri.
Spesso le delazioni arrivarono a segno, permettendo di scoprire quell’Italia sommersa fatta di migliaia di operosi e inermi ebrei che molti tentavano di nascondere al Moloch nazista. Ma spesso vi fu anche una resistenza silenziosa, che combatté tremando alla sola idea di essere scoperta e fucilata seduta stante per aver dato asilo ai fuggitivi.
Tra le tante storie “eroiche” che la storia fece emergere soltanto mesi e anni dopo i tragici fatti, vi è anche quella di Suor Maria Giuseppina Biviglia che si adoperò con tutte le forze per prestare aiuto agli ebrei e ai soldati fuggitivi. La badessa del monastero di San Quirico ad Assisi salvò decine di vite umane, rischiando in prima persona la sua e si meritata nel 2013 il riconoscimento da parte dell’Istituto Yad Yashem: il suo nome è tra coloro che hanno agito in modo eroico per salvare gli ebrei dal genocidio nazista.
Maria Giuseppina Biviglia era nata a Serrone, frazione del Comune di Foligno nel 1897. Entrò in convento il 13 maggio del 1922 per restarvi fino alla morte, avvenuta a 94 anni, il 31 marzo 1991. Nominata Madre Badessa, guidò il convento di San Quirico dal 1942 al 1948, dal 1964 al 1967 e dal 1967 al 1970 lasciando diversi scritti autobiografici nei quali ha lasciato tracce delle sue azioni in favore di ebrei, oppositori politici e fuggitivi.
Le celle del monastero di San Quirico, durante i terribili mesi intercorsi tra la data dell’8 settembre 1943 e il giorno della liberazione (13 giugno 1944) si trasformarono nel capo finale di una corda di soccorso clandestina che vide nel cardinale di Firenze Elia Dalla Costa il bandolo iniziale e in Gino Bartali il protagonista più famoso e singolare. Il campione, fingendo di allenarsi portava infatti da Firenze ad Assisi, nascosti nella canna della sua bicicletta, fogli, fotografie e documenti falsi per far espatriare i rifugiati. Ad Assisi trovò invece ad accoglierlo il cardinale Giuseppe Placido Nicolini, i tipografi Luigi e Trento Brizi, il guardiano del convento padre Rufino Niccacci e Madre Biviglia e le sue consorelle, che accoglievano e nscondevano i fuggitivi nel dormitorio, negli ambienti della clausura o nei sotterranei. Chi bussava a San Quirico veniva quasi sempre nascosto sotto false spoglie, indossando qualche volta anche gli abiti delle suore.
«Si obbediva solo a un sentimento – spiegò tanti anni dopo madre Biviglia – che sorgeva spontaneo di volta in volta che si presentavano dei disgraziati: davanti al dolore di ciascuno avrebbe taciuto ogni velleità di giudizio…: la pietà avrebbe in ogni caso trionfato come trionfò».
Maria Giuseppina Biviglia inizialmente accettò con ritrosia il delicatissimo incarico. La badessa aveva paura di aprire le porte del suo convento e temeva per la comunità che dirigeva. Fino a quando la compassione non ebbe il sopravvento.
Per mesi e mesi l’alacre attività segreta del convento rimase segreta. Le consorelle usavano la rete di cunicoli medievali per nascondere tanti ebrei dagli occhi dei nazifascisti, finché nel febbraio del ’44 non rischiò di essere sgominata del tutto: venne infatti scoperto un giovane croato ricercato dalla polizia, che mostrando documenti falsi rispose alle domande dichiarando di alloggiare nel monastero di San Quirico. I funzionari della GESTAPO e della Repubblica Sociale si recarono al convento e trovarono le suore radunate in preghiera. Minacciata dai fascisti, madre Maria affrontò le minacce d’arresto: «Eccomi pronta; munitevi di permesso, perché sono monaca di clausura e non posso abbandonarla senza autorizzazione».
Suor Biviglia – seppure impaurita e sotto la minaccia d’arresto – oppose strenua e disperata resistenza ai funzionari ma i poliziotti perquisirono a fondo il convento delle clarisse e gli ebrei rimasti scamparono alla cattura nascondendosi nelle grotte sottostanti. Sia padre Rufino sia don Aldo Brunacci vennero incarcerati, ma in seguito rilasciati per carenza di prove.
Grazie a questo gesto eroico, tutti gli ebrei rifugiati a San Quirico riuscirono a salvarsi trasformando Assissi in un’isola felice che riuscì a salvare tutti gli ebrei che vi si erano rifugiati.
Insignita della Medaglia “Giusto fra le Nazioni” 22 anni dopo la sua morte, Suor Biviglia è entrata di diritto a far parte del Giardino dei Giusti di Gerusalemme. I familiari di suor Biviglia hanno deciso di donare la medaglia consegnata loro da Sara Ghilad, al monastero di San Quirico di Assisi, perché proprio lì erano stati salvati tanti ebrei.
Il 17 giugno 1944 le truppe anglo-americane entrarono in città senza sparare un colpo. Il colonnello medico della Wehrmacht Valentin Müller (devoto cattolico e probabile complice dell’attività segreta del Monastero) in persona – a cui Assisi tributerà perenne riconoscenza – prima di ritirarsi vigilò affinché le retroguardie tedesche lasciassero la zona senza entrare nel centro storico per abbandonarsi a violenze e saccheggi.
Dopo pochi giorni dalla liberazione emersero i primi contorni di quella straordinaria avventura umanitaria che aveva visto protagonisti religiosi e civili, dal podestà della città, avvocato Arnaldo Fortini a monsignor Giuseppe Placido Nicolini, il monaco benedettino originario della provincia di Trento nominato vescovo d’Assisi nel 1928, a 51 anni d’età; da Padre Michele Todde, dei conventuali della basilica di san Francesco (era spesso il primo a raccogliere le richieste di soccorso) a don Aldo Brunacci, che incaricato dal vescovo di coordinare l’assistenza agli sfollati, ne organizzava l’accoglienza; da padre Rufino alle clarisse di San Quirico, le collettine francesi, le cappuccine tedesche, le stimmatine; dalla signora Marcella Paladin (impiegata all’Anagrafe) che trafugava la modulistica delle carte annonarie perché potesse poi essere compilata con le false generalità fornite agli ebrei dalla rete clandestina del vescovo, ai tipografi Luigi e Trento Brizi, (padre e figlio) che falsificarono tanto bene le carte d’identità da renderle difficilmente distinguibili dagli originali.
Un manipolo di “giusti” che salvarono centinaia di ebrei facendo la differenza tra il bene e il male. In assoluta umiltà.

Lo stato maggiore dell’FBI a Roma, insieme al Vice Capo della Polizia, Prefetto Vittorio Rizzi, e al Questore di Roma, Mario Della Cioppa, hanno festeggiato oggi Vincenzo Caracciolo, il poliziotto centenario che fermò a Roma Lucky Luciano. Charles Luciano, detto Lucky, nato nel 1897 a Lercara Friddi, in provincia di Palermo, emigrato negli Stati Uniti ad appena otto anni, è considerato padre del crimine organizzato statunitense e inserito dal Time Magazine tra le venti persone più influenti del XX secolo. L’orgoglio nei racconti di Vincenzo che anche stamattina, davanti alla torta col numero 100, ha ricordato l’episodio di quando lo fermò a Roma, lo portò in Questura dove gli fu notificato il foglio di via.
A quanto apprende l’Adnkronos, è morto a Roma Flavio Carboni, l’uomo d’affari al centro di molti dei grandi misteri italiani. Carboni, che aveva compiuto 90 anni da pochi giorni, sarebbe stato colpito da un infarto nella notte. Dal crack del Banco Ambrosiano all’omicidio di Roberto Calvi, fatti per i quali è stato assolto in via definitiva, Carboni era stato tirato in ballo in tutti i principali grandi gialli italiani, con alcuni dei quali però – come la Loggia P2 – aveva sempre negato di avere a che fare: “Non ho mai conosciuto Gelli, non ho mai fatto parte della P2”. Anzi, “non ho mai fatto parte della massoneria in generale. Che poi abbia conosciuto tanti personaggi di primissimo piano – come tutti a quell’epoca del resto – che potessero avere simpatie o aderire a logge è un’altra storia”, le sue parole in una recente intervista all’Adnkronos.
È nata a Coyhaique, capitale della Patagonia cilena. Le sue origini sono di Pescina, paese della Marsica che vanta tra i suoi figli anche il cardinale Giulio Mazzarino e lo scrittore Ignazio Silone. Nel DNA del sangue di Sally Sade Lattanzi scorre però soprattutto tanta voglia di viaggiare e di realizzare la propria arte mentre la sua casa, da alcuni anni è proprio il Mondo. O dove le permettono di realizzare i suoi murales.
Laureatasi nel 2013 in architettura alla Pontificia Universidad Catòlica de Valparaíso (Cile), Sally aveva in effetti deciso di partire con uno zaino pieno di quaderni di disegno alla volta dell’Argentina, per poi arrivare fino in Uruguay. Un ragazzo che la osservava mentre dipingeva per strada, le chiese se voleva disegnare un murale sulla facciata della pescheria dove lavorava. Da quel giorno, iniziò una carriera che ha portato Sally in altri cinque paesi dell’America Latina e poi in Europa, ed in particolare in Germania e in Italia.
In sette anni, Sally ha dipinto oltre sessanta murali, il più lungo è lungo 24 metri e alto 4 metri e si trova a Casali d’Aschi (una frazione del paese Gioia dei Marsi), il più alto è di 10 metri e lungo 5 e si trova a Rosario, in Argentina. Di questi murali, sei sono stati dipinti in Italia e uno in Germania, tutti gli altri sono sparsi per l’America Latina. Nella capitale cilena la giovane artista ha dovuto invece superare una delle sfide più difficili del suo percorso.
Socia del Consiglio regionale degli Abruzzesi nel Mondo, Sally è fierissima dei suo legami con l’Italia. Al di là degli impegni professionali, l’artista della Patagonia torna spesso in Italia pur vantando anche la propria fierezza cilena. Sally ha visitato l’Abruzzo almeno 10 volte per lavoro e per incontrare parenti a Pescina (il paese nativo della madre) nel quale ha anche lasciato un murale.

Archiviata tra i manoscritti della New York Pubblic Library, la lettera di presentazione dell’opera rimase tale per le ire di Washington. Al primo presidente infatti non piacquero le osservazioni non troppo riguardose verso gli “uomini dell’Ovest americano” tracciate dal conte milanese. L’ostracismo di Washington cancellò quasi tutte le tracce del lavoro di Andreani negli archivi americani, trasformando lo stesso in un punto interrogativo della storia. Paolo Andreani non se ne rammaricò però più di tanto e visse fino al 1815 in Louisiana per poi tornare in Europa dopo aver attraversato i Caraibi e spegnersi a Nizza nel 1823, consumato dalla malattia che lo aveva reso inabile e ridotto in condizioni indigenti. Nella tomba portò però con sé il titolo di pioniere solitario degli avamposti della civiltà occidentale nell’America del Nord.
AGI – La persona più vecchia del mondo, la giapponese Kane Tanaka, ha celebrato il 119esimo compleanno, annunciando l’intenzione di estendere il suo record almeno per un anno ancora.
Rosa Hanan, nata a Rodi nel 1920, è morta questa notte a Roma a mezzanotte e un minuto. Immatricolata nel campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz con il numero A-24360 è stata una testimone della Shoah. Ha incontrato spesso anche studentesse e studenti.
Fu un privilegio conoscerlo sia pure solo a livello epistolare e conservo ancora il manifesto della mostra d’arte che organizzai per lui al Centro Culturale Italiano di Vancouver, Columbia Britannica, nel maggio-giugno 1987. Avemmo un lungo scambio di corrispondenza e telefonate, occorsero mesi di progettazione per portare le opere di Gianni al pubblico di Vancouver, e lo scambio epistolare continuò per molti anni fino a quando, inaspettata e dolorosa, ho ricevuto la notizia della sua scomparsa. Quella volta, Gianni non potè venire a Vancouver per l’inaugurazione della sua mostra ed espresse il desiderio di poter visitare la città e incontrare la comunità italiana, ma per una serie di circostanze non ci fu possibile, nel corso degli anni seguenti, organizzare un’altra mostra. Nonostante i miei tentativi, non si poterono superare gli ostacoli delle difficoltà burocratiche e dei finanziamenti difficili da ottenere da parte delle autorità italiane per le coprire le spese di spedizione delle opere. Gianni era un uomo che non sapeva né voleva scendere a compromessi, cercare le raccomandazioni autorevoli e spesso restava tagliato fuori dai favori e emolumenti che vengono elargiti a chi sa navigare le correnti di palazzo. Cosí non ho mai potuto conoscere Gianni di persona; per una serie di coincidenze, non riuscimmo ad incontrarsi neppure durante le mie visite in Italia e negli anni dopo la sua scomparsa ho rimpianto di non essermi organizzata meglio per andare a trovarlo a Napoli, di non aver riflettuto che a volte la vita ci prende di contropiede e che le occasioni perdute possono non tornare mai piú. Mi resta il ricordo di una amicizia ventennale di cui mi onoro, il ricordo di un artista di grande livello, dalla ispirazione pura che ha contraddistinto il suo esemplare e sofisticato percorso artistico, ma soprattutto mi resta il ricordo di un uomo buono, integro, un fratello spirituale che troppo presto tutti abbiamo perduto. Ma l’opera artistica di De Tora non è stata dimenticata, anzi viene fatta oggetto di studio e di insegnamento. Per documentarsi meglio su questo importante artista, si può accedere al sito ufficiale 
L’arte e la biologia si incontrano a Taranto, nel nome dei delfini. Si potrebbe intitolare così la bella collaborazione nata tra il disegnatore fumettista Sal Velluto e il biologo Carmelo Fanizza della Jonian Dolphin Conservation, per la creazione del progetto “Taranto Dolphin sanctuary” nei pressi dell’Isola San Paolo, un centro in cui saranno ospitati e accuditi i delfini provenienti da esperienze in cattività. Il progetto della Jonian Dolphin Conservation in collaborazione con il Comune e con il Dolphin Project di Richard O’Barry, premio Oscar per il documentario “The cove”, promotore di un progetto simile realizzato a Bali.
Per chi ama i fumetti, Sal Velluto rappresenta uno dei massimi esponenti dell’ultima generazione di disegnatori. è stato il primo disegnatore italiano a essersi affermato con le majors americane del fumetto, tra le quali anche Marvel e DC Comics, .
Membro della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (comunemente conosciuta come Chiesa Mormone), Salvatore Velluto arrivò nell’Utah nel 1987 per partecipare a una conferenza mondiale della stessa e per dare corpo a un contatto di collaborazione con uno studio di animazione di Salt Lake City. Nella fattispecie, il progetto prevedeva la realizzazione di un lavoro preparatorio per diversi cartoons prodotti da Hanna & Barbera, Marvel, Ruby Spears e altri. Per due anni Velluto accettò di fermarsi negli Stati Uniti e tra un prodotto e l’altro inviò suoi disegni a diverse case editrici di fumetti. L’esperienza americana si sarebbe conclusa alla fine dei due anni di contratto, e dopo tutta una serie di rifiuti da parte delle varie case editrici. Il matrimonio cambiò radicalmente i progetti dell’italiano, deciso più che mai a fare dell’Utah la sua nuova casa. La telefonata dalla Marvel giunse pochi mesi dopo il matrimonio, con in regalo la proposta a disegnare una striscia per il grande gruppo editoriale. Power Pack n.37, pubblicato nel giugno dell’88 diede la prima grande soddisfazione all’artista italiano, cui seguirono due anni come disegnatore ufficiale di MOON KNIGHT. Sal Velluto approdò alla D.C.Comics nel 1992 per la quale diede vita – come coautore insieme a Brian Augustyn – al personaggio Firebrand. La striscia aprì le porte per altri lavori importanti: la Acclaim Comics gli chiese ad esempio di rispolverare e rinnovare “Bloodshot”, una testata sempre amata dal pubblico appassionato di fumetti ma finita nel dimenticatoio.
Nel 1999 il fumettista italiano ritornò alla Marvel per illustrare le serie di “The Silver Surfer”. Nello stesso anno venne chiamato dalla stessa azienda a disegnare “BLACK PANTHER”, 36 albi di grande successo. Parallelamente Velluto illustrò anche le strisce di “Aquaman” e “The Flash” e dal 2004 al 2006 collaborò con la Penny-Farting Press disegnando la serie “Captain Gravity and the Power of the Vril”.
40 anni fa moriva Corradino D’Ascanio, genio dell’aviazione e della motorizzazione
Terminata la guerra D’Ascanio si immerse completamente nella progettazione del suo primo aereo. I fratelli Pomilio di Torino gli offrirono la grande occasione e lui non deluse le aspettative. L’abruzzese dimostrò tutto il suo talento ideando per questa azienda in pochissime settimane un caccia eccezionalmente veloce per l’epoca, e riportando uno strepitoso successo personale. Divenuto dopo qualche mese vicedirettore tecnico e capo dell’ufficio studi ed esperimenti, D’Ascanio condivise i Pomilio il grande salto nel mondo industriale americano. Chiusi i battenti italiani alla fine del 1918 i battenti , la Pomilio decise di trasferire la sede negli Stati Uniti con il nome di Pomilio Bros. D’Ascanio emigrò con l’azienda, attratto dal miraggio di sfondare in un paese aperto alle innovazioni e pronto a recepire anche le idee più strampalate. I suoi studi trovarono un partner interessato: la Allison Experimental Works d’Indianapolis. Per questa azienda D’Ascanio realizzò il suo personalissimo exploit progettando ben tre tipi diversi di aeroplani: un bombardiere leggero, un aereo ricognitore e un caccia militare. I tre velivoli vennero costruiti e collaudati con successo al campo sperimentale di Dayton nell’Ohio, rappresentando un trampolino di lancio nell’industria americana per l’ ingegnere arrivato dall’Abruzzo. Nonostante la fine anticipata dell’avventura Pomilio nel Nuovo Continente D’Ascanio riuscì a impiantare insieme all’amico Veniero D’Annunzio (figlio del poeta Gabriele) una piccola azienda aeronautica. I due amici progettarono in brevissimo tempo il primo prototipo di aereo ultraleggero, dotato di due piccolissimi motori da motocicletta con una potenza complessiva di 28 cavalli vapore. Il successo che arrise ai due progettisti si rivelò effimero. D’Ascanio e D’Annunzio alzarono loro malgrado bandiera bianca e tornarono in Italia.
Nel 1920 D’Ascanio concentrò i suoi studi nella progettazione degli elicotteri e dedicando anima e corpo alla nuova avventura ingegneristica. Dopo un primo disastroso esperimento di volo, avvenuto 1907, il nuovo mezzo aeronautico regalò nel corso dei primi anni del secolo soltanto delusioni ai suoi pionieri. I grandi problemi tecnici di un elicottero e gli scarsi risultati portano presto ad un accantonamento di questi studi. L’ingegnere di Popoli non mollerà però questa difficile impresa che dopo un primo esperimento fallito nel 1926 si prese la sua rivincita due anni dopo con il modello DAT 3, il primo elicottero italiano in assoluto e il primo velivolo destinato a infrangere, nel 1930, tutti i primati di altezza, distanza e durata di volo. Il senatore Giovanni Agnelli intuì le grandi potenzialità del nuovo mezzo ma non trovò altri imprenditori interessati a sviluppare il nuovo veicolo. L’abbandono da parte dei potenti imprenditori italiani non fermò la carriera di D’Ascanio, autore, tra il 1932 e il 1939 d’importantissimi brevetti nel campo aviatorio ed elettronico. Nel 1943 D’Ascanio ultimò un nuovo prototipo, il P.D.2, per conto della Piaggio, ma un bombardamento su Pontedera distrusse il prototipo e gran parte dell’industria, costringendo i suoi dirigenti a trasferirla a Biella e lasciando in Toscana, a causa dell’armistizio, un isolato D’Ascanio.
I tempi cupi della guerra cancellarono per sempre il successo per gli elicotteri targati Italia. L’ingegnere abruzzese si ricongiunse invece all’azienda regalandole i suoi ultimi progetti in un nuovo campo, quello delle motociclette. I dirigenti della Piaggio valutarono con molta cautela il nuovo prodotto proposto dal loro geniale inventore e alla fine decisero di tentare la sorte, lanciandosi nella produzione di un nuovo motociclo battezzato Vespa, uno scooter destinato a entrare nella leggenda della motorizzazione mondiale. Qualche anno dopo D’Ascanio disegnò anche l’Ape, una sorella altrettanto fortunata e destinata a solcare i terreni di tutti i continenti. Il grandissimo successo regalò finalmente la fama al suo instancabile inventore, ma non ne stemperò la foga inventiva. Divenuto nel 1937 professore nell’Università di Pisa (cattedra mantenuta fino al 1961) l’ingegnere ritornò al suo vecchio amore per gli elicotteri progettando per la stessa Piaggio il monorotore PD3 il birotore PD4, entrambi modelli di successo nel loro campo. Divisosi equamente tra le due sue creature, D’Ascanio nel 1955 regalò un altro eccezionale successo alla Piaggio, progettando l’automobile Vespa 400, che nella vicina Francia venne riprodotta in serie. Divenuto intanto consulente della Agusta, ne l’ingegnere ne seguì i destini progettando fino alla morte di Domenico Agusta prototipi di elicotteri, e lasciando l’azienda quando i successori optarono per la produzione militare.
Invitato al congresso mondiale per l’elicottero, nel 1948 Corradino D’Ascanio riattraversò l’Atlantico per raccogliere il bagno di successo nella città di Philadelphia. Il suo nome venne scandito per essere celebrato come il “re degli elicotteri e imperatore degli scooter” e consacrando in quel lontano 1948 il genio dell’ effervescente inventore e progettista abruzzese. Un genio dalla vita straordinariamente lunga e altrettanto schiva, tutta concentrata nella ricerca progettuale e nel miglioramento della tecnologia motoristica.