La Giornata della Memoria: Assisi, la giusta

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biviglia 1934 154x200Erano mesi terribili quelli che gli cittadini di Assisi vissero dall’8 settembre 1943 al 17 giugno 1944. In un’Italia martoriata dal capovolgimento di alleanza seguito alla dichiarazione di Armistizio e dagli scontri cruentissimi tra forze Alleate e tedeschi in ritirata, i superstiti del regime fascista si adoperarono alacremente per collaborare con le truppe di Hitler per “stanare” ebrei, soldati italiani fuggitivi e militari alleati rimasti isolati tra le linee, usando delazione e violenza per convincere i recalcitranti residenti umbri.

Spesso le delazioni arrivarono a segno, permettendo di scoprire quell’Italia sommersa fatta di migliaia di operosi e inermi ebrei che molti tentavano di nascondere al Moloch nazista. Ma spesso vi fu anche una resistenza silenziosa, che combatté tremando alla sola idea di essere scoperta e fucilata seduta stante per aver dato asilo ai fuggitivi.

Tra le tante storie “eroiche” che la storia fece emergere soltanto mesi e anni dopo i tragici fatti, vi è anche quella di  Suor Maria Giuseppina Biviglia che si adoperò con tutte le forze per prestare aiuto agli ebrei e ai soldati fuggitivi. La badessa del monastero di San Quirico ad Assisi salvò decine di vite umane, rischiando in prima persona la sua e si meritata nel 2013 il riconoscimento da parte dell’Istituto Yad Yashem: il suo nome è tra coloro che hanno agito in modo eroico per salvare gli ebrei dal genocidio nazista.

l srgiuseppinabivigliaclarissaMaria Giuseppina Biviglia era nata a Serrone, frazione del Comune di Foligno nel 1897. Entrò in convento il 13 maggio del 1922 per restarvi fino alla morte, avvenuta a 94 anni, il 31 marzo 1991. Nominata Madre Badessa, guidò il convento di San Quirico dal 1942 al 1948, dal 1964 al 1967 e dal 1967 al 1970 lasciando diversi scritti autobiografici nei quali ha lasciato tracce delle sue azioni in favore di ebrei, oppositori politici e fuggitivi.

Le celle del monastero di San Quirico, durante i terribili mesi intercorsi tra la data dell’8 settembre 1943 e il giorno della liberazione (13 giugno 1944) si trasformarono nel capo finale di una corda di soccorso   clandestina che vide nel cardinale di Firenze Elia Dalla Costa il bandolo iniziale e in Gino Bartali il protagonista più famoso e singolare. Il campione, fingendo di allenarsi portava infatti  da Firenze ad Assisi, nascosti nella canna della sua bicicletta, fogli, fotografie e documenti falsi per far espatriare i rifugiati. Ad Assisi trovò invece ad accoglierlo il cardinale Giuseppe Placido Nicolini, i tipografi Luigi e Trento Brizi, il guardiano del convento padre Rufino Niccacci e Madre Biviglia e le sue consorelle, che accoglievano  e nscondevano i fuggitivi  nel dormitorio, negli ambienti della clausura o nei sotterranei. Chi bussava a San Quirico veniva quasi sempre nascosto sotto false spoglie, indossando qualche volta anche gli abiti delle suore.

«Si obbediva solo a un sentimento – spiegò tanti anni dopo madre Biviglia – che  sorgeva spontaneo di volta in volta che si presentavano dei disgraziati: davanti al dolore di ciascuno avrebbe taciuto ogni velleità di giudizio…: la pietà avrebbe in ogni caso trionfato come trionfò».

Maria Giuseppina Biviglia inizialmente accettò con ritrosia il delicatissimo incarico. La badessa aveva paura di aprire le porte del suo convento e temeva per la comunità che dirigeva. Fino a quando la compassione non ebbe il sopravvento.

suore clarissePer mesi e mesi l’alacre attività segreta del convento rimase segreta. Le consorelle usavano la rete di cunicoli medievali per nascondere tanti ebrei dagli occhi dei nazifascisti, finché nel febbraio del ’44   non rischiò di essere sgominata del tutto: venne infatti scoperto un giovane croato ricercato dalla polizia, che mostrando documenti falsi rispose alle domande dichiarando di alloggiare nel monastero di San Quirico. I funzionari della GESTAPO e della Repubblica Sociale si recarono al convento e trovarono le suore radunate in preghiera. Minacciata dai fascisti, madre Maria affrontò le minacce d’arresto: «Eccomi pronta; munitevi di permesso, perché sono monaca di clausura e non posso abbandonarla senza autorizzazione».

Suor Biviglia – seppure impaurita e sotto la minaccia d’arresto – oppose strenua e disperata resistenza ai funzionari ma i poliziotti perquisirono a fondo il convento delle clarisse e gli ebrei rimasti scamparono alla cattura nascondendosi nelle grotte sottostanti. Sia padre Rufino sia don Aldo Brunacci vennero incarcerati, ma in seguito rilasciati per carenza di prove.

Grazie a questo gesto eroico, tutti gli ebrei rifugiati a San Quirico riuscirono a salvarsi trasformando Assissi in un’isola felice che riuscì a salvare tutti gli ebrei che vi si erano rifugiati.

Insignita della Medaglia “Giusto fra le Nazioni” 22 anni dopo la sua morte, Suor Biviglia è entrata di diritto a far parte del Giardino dei Giusti di Gerusalemme. I familiari di suor Biviglia hanno deciso di donare la medaglia  consegnata loro da Sara Ghilad, al monastero di San Quirico di Assisi, perché proprio lì erano stati salvati tanti ebrei.

Il 17 giugno 1944 le truppe anglo-americane entrarono in città senza sparare un colpo. Il colonnello medico della Wehrmacht Valentin Müller (devoto cattolico e probabile complice dell’attività segreta del Monastero) in persona – a cui Assisi tributerà perenne riconoscenza – prima di ritirarsi vigilò affinché le retroguardie tedesche lasciassero la zona senza entrare nel centro storico per abbandonarsi a violenze e saccheggi.

suoewDopo pochi giorni dalla liberazione emersero i primi contorni di quella straordinaria avventura umanitaria che aveva visto protagonisti religiosi e civili, dal podestà della città, avvocato Arnaldo Fortini a monsignor Giuseppe Placido Nicolini, il monaco benedettino originario della provincia di Trento nominato vescovo d’Assisi nel 1928, a 51 anni d’età; da Padre Michele Todde, dei conventuali della basilica di san Francesco (era spesso il primo a raccogliere le richieste di soccorso) a don Aldo Brunacci, che incaricato dal vescovo di coordinare l’assistenza agli sfollati, ne organizzava l’accoglienza;  da padre Rufino alle clarisse di San Quirico, le collettine francesi, le cappuccine tedesche, le stimmatine;  dalla signora Marcella Paladin  (impiegata all’Anagrafe) che trafugava la modulistica delle carte annonarie perché potesse poi essere compilata con le false generalità fornite agli ebrei dalla rete clandestina del vescovo, ai  tipografi Luigi e Trento Brizi, (padre e figlio) che  falsificarono tanto bene le carte d’identità da renderle difficilmente distinguibili dagli originali.

Un manipolo di “giusti” che salvarono centinaia di ebrei facendo la differenza tra il bene e il male. In assoluta umiltà.




Fermò Lucky Luciano, il poliziotto Vincenzo Caracciolo compie 100 anni

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100anni2Lo stato maggiore dell’FBI a Roma, insieme al Vice Capo della Polizia, Prefetto Vittorio Rizzi, e al Questore di Roma, Mario Della Cioppa, hanno festeggiato oggi Vincenzo Caracciolo, il poliziotto centenario che fermò a Roma Lucky Luciano. Charles Luciano, detto Lucky, nato nel 1897 a Lercara Friddi, in provincia di Palermo, emigrato negli Stati Uniti ad appena otto anni, è considerato padre del crimine organizzato statunitense e inserito dal Time Magazine tra le venti persone più influenti del XX secolo. L’orgoglio nei racconti di Vincenzo che anche stamattina, davanti alla torta col numero 100, ha ricordato l’episodio di quando lo fermò a Roma, lo portò in Questura dove gli fu notificato il foglio di via.

Vincenzo, nato a Gesualdo in provincia di Avellino il 23 gennaio del 1922, era un agente del Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza che dopo aver lavorato presso diversi uffici della Questura di Roma, era approdato alla Buon Costume della prestigiosa Squadra Mobile. A 38 anni Vincenzo Caracciolo ha lasciato la Polizia per diventare assistente parlamentare, addetto alla sicurezza dei Deputati, non dimenticando mai però l’avvio della sua carriera come poliziotto all’indomani della seconda Guerra mondiale “usando più il cuore che il cervello”, con un approccio sempre corretto anche nei confronti dei più pericolosi criminali, secondo quella politica di vicinanza e prossimità, che diventerà presto lo slogan e il principio ispiratore dell’operato della Polizia di Stato.

dire.it




Morto Flavio Carboni, l’uomo d’affari al centro dei grandi misteri italiani

flavio carboni

flavio carboniA quanto apprende l’Adnkronos, è morto a Roma Flavio Carboni, l’uomo d’affari al centro di molti dei grandi misteri italiani. Carboni, che aveva compiuto 90 anni da pochi giorni, sarebbe stato colpito da un infarto nella notte. Dal crack del Banco Ambrosiano all’omicidio di Roberto Calvi, fatti per i quali è stato assolto in via definitiva, Carboni era stato tirato in ballo in tutti i principali grandi gialli italiani, con alcuni dei quali però – come la Loggia P2 – aveva sempre negato di avere a che fare: “Non ho mai conosciuto Gelli, non ho mai fatto parte della P2”. Anzi, “non ho mai fatto parte della massoneria in generale. Che poi abbia conosciuto tanti personaggi di primissimo piano – come tutti a quell’epoca del resto – che potessero avere simpatie o aderire a logge è un’altra storia”, le sue parole in una recente intervista all’Adnkronos.




Sally Sade Lattanzi: l’artista italo-cilena con la passione per i murales

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salli bio 2È  nata a Coyhaique, capitale della Patagonia cilena. Le sue origini sono di Pescina, paese della Marsica che vanta tra i suoi figli anche il cardinale Giulio Mazzarino e lo scrittore Ignazio Silone. Nel DNA del sangue di Sally Sade Lattanzi scorre però soprattutto tanta voglia di viaggiare e di realizzare la propria arte mentre  la sua casa, da alcuni anni è proprio il Mondo. O dove le permettono di realizzare i suoi murales.

«Nel 2014 decisi di viaggiare nei paesi del Sudamerica. Mi è sempre piaciuto disegnare, pertanto era normale per me andare in giro con un quaderno da disegno ma durante il mio girovagare  ho scoperto i murales. Da quel momento ho cominciato a lavorare e a coltivare quest´arte. Ho sempre mantenuto i contatti con i parenti italiani e  nel 2017 il viaggio in Italia è coinciso con il mio primo lavoro artistico nella Penisola. Ho sempre avuto la passione del disegno, fin da piccola. Solo viaggiando ho però scoperto il fascino dei murales. È un Arte bellissima   perché ha una dimensione maggiore a quella di un quadro e non è come un oggetto ma è, più spaziale e più architettonica. Inoltre mi permette di dipingere per strada. L´Arte esce dalle gallerie per arrivare a tutti di maniera gratuita,  viene fatta solo per passione, ma anche per scompigliare le regole prestabilite dell’arte.  Per cui ora vivo progettando nuovi luoghi in cui poter dipingere le mie opere».

salli 5Laureatasi nel 2013 in architettura alla Pontificia Universidad Catòlica de Valparaíso (Cile),   Sally aveva in effetti deciso di partire con uno zaino pieno di quaderni di disegno alla volta dell’Argentina, per poi arrivare fino in Uruguay.   Un ragazzo  che la osservava mentre dipingeva per strada, le chiese se voleva disegnare un murale sulla facciata della pescheria dove lavorava. Da quel giorno, iniziò una carriera che ha portato Sally in altri cinque paesi dell’America Latina e poi in Europa, ed in particolare in Germania e in Italia.

«In questo mondo globalizzato è importantissimo mantenere le tradizioni. Le tradizioni costruiscono la nostra identità e ci rende unici. La cultura italiana è  ricchissima perché esprime forza e vivacità in ogni cosa che fa. Cultura anche dare importanza alla famiglia come nucleo in cui si mantengono non solo i legami ma anche le tradizioni legate al cibo. La cucina rappresenta un legame speciale perché è un esempio di come le cose fatte con passione e trasmesse con lo stesso amore, stando attenti alla bellezza dei dettagli, possano essere tramandate come forma d’arte. Tutta l’ Italia è sinonimo di Arte, e l´Arte e quello che rende vivo il mio cuore».

salli bio In sette anni, Sally ha dipinto oltre sessanta murali, il più lungo è lungo 24 metri e alto 4 metri e si trova a Casali d’Aschi (una frazione del paese Gioia dei Marsi), il più alto è di 10 metri e lungo 5 e si trova a Rosario, in Argentina. Di questi murali, sei sono stati dipinti in Italia e uno in Germania, tutti gli altri sono sparsi per l’America Latina. Nella capitale cilena la giovane artista ha dovuto  invece superare una delle sfide più difficili del suo percorso.

«Nel centro di Santiago, in Piazza Italia, dove i cileni si riuniscono per celebrare o protestare, stavo dipingendo un murale che raffigurava la violenza verso i dimostranti. Mentre dipingevo, la polizia lanciava granate lacrimogene verso di me, mentre sparavano proiettili di gomma tutt’intorno. Appena si apriva uno spiraglio, tornavo a dipingere e di nuovo a scappare. Dopo 10 giorni la polizia ha cancellato il murale».

salli 6Socia del  Consiglio regionale degli Abruzzesi nel Mondo, Sally è fierissima dei suo legami con l’Italia. Al di là degli impegni professionali, l’artista della Patagonia torna spesso in Italia pur vantando anche la propria fierezza cilena. Sally ha  visitato l’Abruzzo almeno 10 volte per lavoro e per incontrare parenti a Pescina (il paese nativo della madre) nel quale ha anche  lasciato un murale.

«Io mi sento italo-cilena per due cose molto importanti:  la prima è l´educazione che mia ha dato mamma e che io vedo nella mia crescita. Mi ha reso diversa dai miei compagni cileni nel senso di certi modi e abitudini che riconosco più italiane. Il parlare veloce, gesticolare molto, essere tanto dinamica e soprattutto, nel senso artistico, avere una visione molto perfezionista ed elevata dell´arte perché da piccola ho avuto la fortuna di poter vedere e apprezzare la bellezza dell´arte italiana. La seconda cosa è l´importanza della lingua. Mamma ci ha insegnato l’italiano da piccoli, quindi il mio cervello parla spagnolo e italiano come se avessi due lingue native. Quando sento parlare italiano non faccio una traduzione per capirlo,  mi viene spontaneo come se stessi ascoltando lo spagnolo».




Stati Uniti. Paolo Andreani, l’aeronauta esploratore del Lago Superiore

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286px volo andreani fratelli gerli 1784C’era un ‘aria nuova al di là dell’Oceano e i suoi effluvi riuscivano a penetrare fin nelle più remote province dell’Europa. Non tutti però, in quell’angolo del Settecento, avevano la possibilità di scandagliare e di valutare, nella giusta misura le voci, i racconti , le idee provenienti da quelle ex colonie inglesi d’ Oltremare divenute Stati Uniti, aperte su un territorio in gran parte inesplorato e ricco di opportunità per chi volesse uscire dall’asfittica società nobiliare e clericale dell’Europa.

Il conte Paolo Andreani fu tra coloro che capirono l’importanza dei messaggi provenienti dalla nuova nazione  e ne intuì la freschezza politica ed economica. Al pari di altri uomini acculturati e curiosi, decise di partire e di osservare da vicino quello strano mondo fatto di uomini  liberi, senza ranghi nobiliari e senza frontiere invalicabili. Incuriosito dalla bufera rivoluzionaria francese e dai moti che ne seguirono in tutta Europa, Andreani, conte per eredità familiare e scienziato per vocazione, si imbarcò alla volta dell’America nel 1791. Utimogenito di Giovanni Pietro Paolo   e da Clementina Sormani  ,  Paolo nacque a Milano il 27 maggio del 1763 condividendo in adolescenza la sua amicizia con Luigi Castiglioni,  altro grande studioso  del Nuovo Continente. Rispetto all’amico egli preferiva però le scienze applicate dedicandosi soprattutto allo studio dell’aeronautica. Nel 1784  Andreani divenne uno dei primissimi uomini a salire su una mongolfiera e in Italia si guadagnò l’onore di essere il primo a compiere l’ascensione sui palloni aerostatici (la quarta in assoluto). Di fatto la sua ascensione, con decollo da Brugherio, sancì la nascita dell’aviazione italiana nel 13 marzo del 1784. La mongolfiera volò per circa 9 chilometri sopra i campi di Brugherio e poi atterrò a Caponago davanti a Cascina Seregna.

map of great lakes aream

Eletto membro delle sette società scientifiche (tra esse figuravano anche l’American Philosophical Society e la Royal Irish Academy di Dublino), il milanese decise di seguire la sua indole di scienziato e realizzò nel 1784 la sua prima spedizione scientifica in Scozia e in Irlanda. Sei anni dopo si recò a Londra per studiare le ultime novità sulle tecniche aeronautiche apprendendo notizie sulle terre americane. L’anno seguente Andreani raggiunse la regione dei Grandi Laghi fermandosi al Lago Superiore per esplorarlo  quale primo europeo in tutto la sua estensione e percorrendo quasi 5000 chilometri.  L’italiano annotò le sue osservazioni scientifiche su un giornale che venne utilizzato in seguito dal duca de la Rochefoucault Liancourt nel suo “Viaggi attraverso gli Stati Uniti del Nord America”. Considerato abilissimo osservatore e preciso estensore dei dati, Andreani venne spesso menzionato nel lavoro del duca francese, il quale sottolineò che il lavoro dell’italiano lo ispirava per la grande confidenza nella precisione delle informazioni elencate.  Citato nel  1827 da  L. Mc Kenney nel suo “Viaggi ai Laghi” , lo scienziato milanese intraprese anche la prima circumnavigazione del lago Superiore, accovacciato su una canoa e accompagnato da fidati Nativi americani in un viaggi che toccava territori degli Irochesi e Algonchini. Per ricordare l’impresa Andreani documentò la spedizione indirizzando una lettera al cancelliere Livingstone nel 1792, sottoponendogli tre le altre cose, anche un curriculum professione dello scultore romano Ceracchi. I rilievi geodetici e topografici del  conte milanese divennero un punto di riferimento per gli esploratori e i viaggiatori che seguirono le sue tracce nella regione dei grandi laghi. Andreani strinse amicizia con William Thornton di Philadelphia in compagnia del quale avrebbe in seguito effettuato numerosi viaggi scientifici. Munito di una lettera di presentazione scritta da Hohn Paradise per George Washington, lo scienziato donò al primo presidente degli Stati Uniti una copia delle quattro odi dedicate Vittorio Alfieri alla Rivoluzione Americana ed entrò in amicizia con Thomas Jefferson e James Madison. Stabilitosi in Louisiana, vi rimase per tanti anni e nel 1808 realizzò il volume nel quale presentava il resoconto della situazione politica della ex colonia francese, il tutto a favore di una giusta e imparziale valutazione da parte del presidente Jefferson.

ottawaArchiviata tra i manoscritti della New York Pubblic Library, la lettera di presentazione dell’opera rimase tale per le ire di Washington. Al primo presidente infatti non piacquero le osservazioni non troppo riguardose verso gli “uomini dell’Ovest americano” tracciate dal conte milanese.  L’ostracismo di Washington cancellò quasi tutte le tracce del lavoro di Andreani negli archivi americani, trasformando lo stesso in un punto interrogativo della storia. Paolo Andreani non se ne rammaricò però più di tanto e visse fino al 1815  in Louisiana per poi tornare in Europa dopo aver attraversato i Caraibi e spegnersi a Nizza nel 1823, consumato dalla malattia che lo aveva reso inabile e ridotto in condizioni indigenti. Nella tomba portò però  con sé il titolo di pioniere solitario degli avamposti della civiltà occidentale nell’America del Nord.




119 anni e non li dimostra. È la più vecchia del mondo

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111033651 7933b0db 2dd8 420f aefe b3091c8ee875AGI – La persona più vecchia del mondo, la giapponese Kane Tanaka, ha celebrato il 119esimo compleanno, annunciando l’intenzione di estendere il suo record almeno per un anno ancora.

Kane Tanaka, che ha un debole per le bibite frizzanti e il cioccolato, ha festeggiato ieri con lo staff della casa di riposo dove è ospitata, nella prefettura di Fukuoka nel sud-ovest del Giappone. Lo riporta The Guardian.

Nel Guinness dei primati Tanaka è stata riconosciuta come la giapponese più vecchia di sempre nel settembre 2020, quando raggiunse 117 anni e 261 giorni d’età, ricorrenza che celebrò con una bottiglia di Coca-Cola e facendo il segno della pace a beneficio dei fotografi.

Nata nel 1903, sei mesi prima di George Orwell, nell’anno in cui i fratelli Wright realizzarono il primo volo della storia e si tenne la prima edizione del Tour de France, Tanaka ha visto succedersi cinque imperatori sul Trono del Crisantemo.

L’ultracentenaria, a causa delle restrizioni sanitarie disposte per la pandemia di coronavirus, ha tenuto di recente contatti limitati con i famigliari, trascorrendo il tempo a fare puzzles e giochi da tavolo con il personale della casa di riposo.

Suo nipote Eiji, di 62 anni, ha espresso all’agenzia Kyodo l’auspicio di congratularsi di persona con la nonna il più presto possibile: “Spero che si mantenga in salute e si diverta ogni giorno che diventa più vecchia”.

Settima di nove sorelle, Kane Tanaka si sposò a 19 anni e contribuì a gestire l’esercizio di famiglia, una spaghetteria, quando il marito e il figlio maggiore furono chiamati sotto le armi all’epoca del conflitto sino-giapponese nel 1937.

Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute a settembre scorso, in Giappone si contano 86.510 centenari, con un incremento di 6.060 rispetto all’anno scorso. La stragrande maggioranza è costituita da donne, mentre gli uomini ammontano soltanto a 10 mila.

Nel 1963, anno in cui fu condotto il primo censimento di centenari, il Giappone ne contava appena 153, ma l’incremento è stato costante superando la soglia dei 10 mila nel 1998.

Anche l’aspettativa di vita nel Paese, una delle società che invecchiano più rapidamente sul Pianeta, non è mai stata così alta con una media di 87,74 anni per le donne e 81,64 anni per gli uomini.

Al contempo, i dati ufficiali censiscono solo un milione 200 mila di giapponesi che hanno compiuto vent’anni allo scoccare del 2022, con un calo di 40 mila rispetto all’anno scorso e ai minimi dal 1968, anno in cui fu avviata questa rilevazione. I ventenni hanno rappresentato negli ultimi 12 anni meno dell’1% della popolazione nipponica.




Addio a Rosa Hanan, sopravvissuta ad Auschwitz. Aveva 101 anni

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unnamedRosa Hanan, nata a Rodi nel 1920, è morta questa notte a Roma a mezzanotte e un minuto. Immatricolata nel campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz con il numero A-24360 è stata una testimone della Shoah. Ha incontrato spesso anche studentesse e studenti.

Nel luglio 1944 era stata deportata insieme alla madre e al fratello dopo un rastrellamento nella comunità ebraica di Rodi. Fu portata prima ad Auschwitz e poi trasferita a Dachau, Kaufering, Landsberg e Turkheim. Nel giugno 1945 era riuscita a fuggire insieme ad altre tre connazionali di Rodi e avevano atteso l’arrivo degli alleati nascoste una fattoria.

In seguito aveva vissuto a Milano dove aveva incontrato Giuseppe Mallel, anche lui originario di Rodi e sopravvissuto ai campi di sterminio, con cui si sposò sull’isola greca nel 1947 e pochi mesi dopo dette alla luce il suo primogenito Nissim. In seguito erano stati nel Congo belga, in Rhodesia e in Sudafrica, prima di stabilirsi definitivamente a Roma, impegnandosi sempre a tramandare il ricordo dell’Olocausto.

AGI.IT




Ricordo di Gianni De Tora, un pittore che celebrò i segni di Napoli

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de toraIn tanti quadri di Gianni De Tora predominava l’azzurro. Il suo discorso artistico, rigoroso e fondato su solide basi concettuali e su una profonda conoscenza delle tecniche pittoriche , comunica un senso di serenità, di interesse per la vita e il mondo. Gianni era cosí, un uomo intenso, aperto, generoso e dotato dell’umiltà propria dei grandi artisti. Era consapevole del proprio valore ma non vi attribuiva solo una funzione monetaria. Con un gesto di grande eleganza, in chiusura della mostra che avevo organizzato per lui, mi disse di scegliere uno dei quadri, quello che mi piaceva di più. Scelsi « I segni di Napoli » una sintesi dell’anima e dei colori di quella città e ancora oggi, appeso alla parete del moi salotto, evoca le vibrazioni di serenità e spiritualità che formavano l’essenza della personalità di De Tora.

Casertano di nascita, era però nei colori e nella luce di Napoli, dove viveva, che aveva trovato gran parte della sua ispirazione. Aveva iniziato già negli anni ’60 le sue ricerche di espressione creativa che poi sfociò nella corrente dell’immaginario geometrico. Con altri artisti napoletani fu il fondatore del gruppo « Geometria e Ricerca », a proposito del quale venne pubblicata nel 1979 la monografia a cura  dell’Istituto Grafico Editoriale Italiano. Le opere di De Tora furono esibite nelle capitali d’Europa, in mostre e Fiere artistiche, alla Biennale di Venezia, alla Mostra Internazionale a Valparaiso (Cile), alla Biennale di San Paolo del Brasile, e sono esposte in permanenza in musei in Francia, Finlandia e Italia. De Tora ha affiancato alla pittura anche una fervida attività di docente e una presenza attiva in circoli intellettuali e artistici di tutto rilievo sia a Napoli che a Roma. Fino all’ultimo ha lavorato, ha continuato la sua frequentazione di artisti, le discussioni generatrici di idee. E’ stato un pioniere, una voce importante e autorevole dell’arte italiana, una figura di grande rilievo nel panorama culturale napoletano e sulla più vasta ribalta internazionale.

Gianni si è spento a soli 65 anni il 21 giugno 2007, dopo una lunga malattia sopportata con la dignitá e il calmo coraggio che avevano contraddistinto la sua esistenza.

dall'uovo alla luceFu un privilegio conoscerlo sia pure solo a livello epistolare e conservo ancora il manifesto della mostra d’arte che organizzai per lui al Centro Culturale Italiano di Vancouver, Columbia Britannica, nel maggio-giugno 1987. Avemmo un lungo scambio di corrispondenza e telefonate, occorsero mesi di progettazione per portare le opere di Gianni al pubblico di Vancouver, e lo scambio epistolare continuò per molti anni fino a quando, inaspettata e dolorosa, ho ricevuto la notizia della sua scomparsa. Quella volta, Gianni non potè venire a Vancouver per l’inaugurazione della sua mostra ed espresse il desiderio di poter visitare la città e incontrare la comunità italiana, ma per una serie di circostanze non ci fu possibile, nel corso degli anni seguenti, organizzare un’altra mostra. Nonostante i miei tentativi, non si poterono superare gli ostacoli delle difficoltà burocratiche e dei finanziamenti difficili da ottenere da parte delle autorità italiane per le coprire le spese di spedizione delle opere.  Gianni era un uomo che non sapeva né voleva scendere a compromessi, cercare le raccomandazioni autorevoli e spesso restava tagliato fuori dai favori e emolumenti che vengono elargiti a chi sa navigare le correnti di palazzo. Cosí non ho mai potuto conoscere Gianni di persona; per una serie di coincidenze, non riuscimmo ad incontrarsi neppure durante le mie visite in Italia e  negli anni dopo la sua scomparsa ho rimpianto di non essermi organizzata meglio per andare a trovarlo a Napoli, di non aver riflettuto che a volte la vita ci prende di contropiede e che le occasioni perdute possono non tornare mai piú. Mi resta il ricordo di una amicizia ventennale di cui mi onoro, il ricordo di un artista di grande livello, dalla ispirazione pura che ha contraddistinto il suo esemplare e sofisticato percorso artistico, ma soprattutto mi resta il ricordo di un uomo buono, integro, un fratello spirituale che troppo presto tutti abbiamo perduto. Ma l’opera artistica di De Tora non è stata dimenticata, anzi viene fatta oggetto di studio e di insegnamento. Per documentarsi meglio su questo importante artista, si può accedere al sito ufficiale Gianni De Tora.




Sal Velluto e i delfini di Taranto

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912664 1572728654L’arte e la biologia si incontrano a Taranto, nel nome dei delfini. Si potrebbe intitolare così la bella collaborazione nata tra il disegnatore fumettista Sal Velluto e il biologo Carmelo Fanizza della Jonian Dolphin Conservation, per la creazione del progetto “Taranto Dolphin sanctuary” nei pressi dell’Isola San Paolo, un centro in cui saranno ospitati e accuditi i delfini provenienti da esperienze in cattività. Il  progetto della Jonian Dolphin Conservation  in collaborazione con il Comune   e con il Dolphin Project di Richard O’Barry, premio Oscar per il documentario “The cove”,   promotore di un progetto simile realizzato a Bali.

L’artista italo-americano Sal Velluto, pur vivendo dal 1986 negli USA    ha sempre mantenuto un rapporto di amore profondo con la sua città natale e  ha aderito con entusiasmo al progetto decidendo di donare di sé alla JDC durante l’evento “Sal Velluto abbraccia la Jonian Dolphin Conservation” tenutasi il 27 novembre, presso il Centro Ketos in Città Vecchia.

jonian dolphin conservationPer chi ama i fumetti, Sal Velluto rappresenta uno dei massimi esponenti dell’ultima generazione di disegnatori.  è stato il primo disegnatore italiano a essersi affermato con le majors americane del fumetto, tra le quali anche Marvel e DC Comics,  .

Nato nel 1956,   Sal Velluto ha illustrato serie come Black Panther, Moon Knight, Batman, Justice League ed altre ancora, tra cui Phantom, il padre di tutti i supereroi. Creatore artistico divideogames come Jet Rider e Twisted Metal. Salvatore ha sempre mantenuto un rapporto di amore profondo con Taranto e ha studiato nell’Accademia di Belle Arti iniziando a lavorare in Italia negli anni ’70 fino agli inizi degli anni ’80.

imagesMembro della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (comunemente conosciuta come Chiesa Mormone), Salvatore Velluto arrivò nell’Utah nel 1987 per partecipare a una conferenza mondiale della stessa e per dare corpo a un contatto di collaborazione con uno studio di animazione di Salt Lake City. Nella fattispecie, il progetto  prevedeva la realizzazione di un lavoro preparatorio per diversi cartoons prodotti da  Hanna & Barbera, Marvel, Ruby Spears e altri. Per due anni Velluto accettò di fermarsi negli Stati Uniti e tra un prodotto e l’altro inviò suoi disegni a diverse case editrici di fumetti. L’esperienza americana si sarebbe conclusa alla fine dei due anni di contratto, e dopo tutta una serie di rifiuti da parte delle varie case editrici. Il  matrimonio cambiò radicalmente i progetti dell’italiano, deciso più che mai a fare dell’Utah la sua nuova casa. La telefonata dalla Marvel giunse pochi mesi dopo il matrimonio, con in regalo la proposta a disegnare una striscia per il grande gruppo editoriale.  Power Pack n.37, pubblicato nel giugno dell’88 diede la prima grande soddisfazione all’artista  italiano, cui seguirono due anni come disegnatore ufficiale di MOON KNIGHT.   Sal Velluto approdò alla D.C.Comics nel 1992 per la quale diede vita – come coautore insieme a Brian Augustyn –  al personaggio Firebrand. La striscia aprì le porte per altri lavori importanti: la Acclaim Comics gli chiese ad esempio di rispolverare e rinnovare “Bloodshot”, una testata sempre amata dal pubblico appassionato di fumetti ma finita nel dimenticatoio.

portrait uncannyNel 1999 il fumettista italiano ritornò alla Marvel per illustrare le serie di “The Silver Surfer”. Nello stesso anno venne chiamato dalla stessa azienda a disegnare “BLACK PANTHER”,  36 albi di grande successo. Parallelamente Velluto illustrò anche le strisce di “Aquaman” e “The Flash” e dal 2004 al 2006 collaborò con la Penny-Farting Press disegnando la serie “Captain Gravity and the Power of the Vril”.




Un uomo targato “Vespa”

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01 web40 anni fa moriva Corradino D’Ascanio, genio dell’aviazione e della motorizzazione

È il 1981 quando l’uomo Corradino D’Ascanio ferma il proprio motore vitale. Ma sarà la fine di una  lunghissima vita umana, non quella di un nome destinato a entrare nella storia della progettazione tecnica e del successo dell’industria meccanica italiana nel Mondo. Perché il nome di Corradino D’Ascanio si è perso nelle nebbie del tempo: quello dei suoi prodotti simbolo – la Vespa e l’elicottero – fa rima invece con il made in Italy: le vespe e le api progettate da D’Ascanio hanno  motorizzato milioni di persone ( e continuano a farlo),  trasportando merci sugli altipiani delle Ande; e di pari passo hanno accompagnato gli attori in pellicole cinematografiche importanti!

Nato a Popoli (Pescara) nel 1891 da Giacomo e Anna De Michele, Corradino d’Ascanio si interessò ancora adolescente alla nascente scienza aeronautica. Affascinato da questo mondo pionieristico, nel 1906 costruì in proprio un aliante, cercando di mettere in pratica le sue osservazioni sul volo degli uccelli. Erano passati appena tre anni dal primo volo dei fratelli Wright e in Europa soltanto il primo aereo si era appena sollevato da terra per percorrere  “ben” venticinque metri, a un’altezza di tre metri!  Il giovane D’Ascanio terminò i suoi studi universitari con la laurea in ingegneria industriale presso il Politecnico di Torino e nel 1914 visse in prima persona l’ingresso in guerra dell’Italia. Arruolato nel battaglione aviatori e spedito al fronte, il giovane diede subito prova della sua vena creativa  installando il primo apparecchio radio trasmittente e ricevente su un velivolo italiano. Suo anche il primo collaudo dell’autopilota inventato da L.B. Sperry, su un aereo italiano, un SP Pomilio.

foto4Terminata la guerra D’Ascanio si immerse completamente nella progettazione del suo primo aereo. I fratelli Pomilio di Torino gli offrirono la grande occasione e lui non deluse le aspettative.  L’abruzzese dimostrò tutto il suo talento ideando per questa azienda in pochissime settimane un caccia eccezionalmente veloce per l’epoca, e riportando uno strepitoso successo personale. Divenuto dopo qualche mese vicedirettore tecnico e capo dell’ufficio studi ed esperimenti, D’Ascanio condivise i Pomilio il grande salto  nel mondo industriale americano. Chiusi i battenti italiani alla fine del 1918 i battenti , la Pomilio decise di trasferire la sede negli Stati Uniti con il nome di Pomilio Bros. D’Ascanio emigrò con l’azienda, attratto dal miraggio di sfondare in un paese aperto alle innovazioni e pronto a recepire anche le idee più strampalate. I suoi studi trovarono un partner interessato: la Allison Experimental Works d’Indianapolis. Per questa azienda D’Ascanio realizzò il suo personalissimo exploit progettando ben tre tipi diversi di aeroplani: un bombardiere leggero, un aereo ricognitore e un caccia militare. I tre velivoli vennero costruiti e collaudati con successo al campo sperimentale di Dayton nell’Ohio, rappresentando un  trampolino di lancio nell’industria americana per l’ ingegnere arrivato dall’Abruzzo. Nonostante la fine anticipata dell’avventura  Pomilio nel Nuovo Continente  D’Ascanio riuscì a impiantare insieme all’amico Veniero D’Annunzio (figlio del poeta Gabriele)  una  piccola azienda aeronautica. I due amici progettarono in brevissimo tempo il primo prototipo di aereo ultraleggero, dotato di due piccolissimi motori da motocicletta con una potenza complessiva di 28 cavalli vapore. Il successo che arrise ai due progettisti si rivelò effimero. D’Ascanio e D’Annunzio alzarono loro malgrado bandiera bianca e tornarono in Italia.

elicottero dat3 corradino dascanio alinari 350Nel 1920 D’Ascanio concentrò i suoi studi nella progettazione degli elicotteri e dedicando  anima e corpo alla nuova avventura ingegneristica. Dopo un primo disastroso esperimento di volo, avvenuto 1907, il nuovo mezzo aeronautico  regalò nel corso dei primi anni del secolo soltanto delusioni ai suoi pionieri.  I grandi problemi tecnici di un elicottero e gli scarsi risultati portano presto ad un accantonamento di questi studi. L’ingegnere di Popoli non mollerà però questa difficile impresa che dopo un primo esperimento fallito nel 1926 si prese la sua rivincita due anni dopo con il modello DAT 3, il primo elicottero italiano in assoluto e il primo velivolo destinato a infrangere, nel 1930, tutti i primati di altezza, distanza e durata di volo. Il senatore Giovanni Agnelli intuì le grandi potenzialità del  nuovo mezzo ma non trovò altri imprenditori interessati a sviluppare il nuovo veicolo. L’abbandono da parte dei potenti imprenditori italiani non fermò la carriera di D’Ascanio, autore, tra il 1932 e il 1939 d’importantissimi brevetti nel campo aviatorio ed elettronico. Nel 1943 D’Ascanio ultimò un nuovo prototipo, il P.D.2, per conto della Piaggio, ma un bombardamento su Pontedera distrusse  il prototipo e gran parte dell’industria, costringendo i suoi dirigenti a trasferirla a Biella e lasciando in Toscana, a causa dell’armistizio, un isolato D’Ascanio.

foto3I tempi cupi della guerra cancellarono per sempre il successo per gli elicotteri targati Italia. L’ingegnere abruzzese si ricongiunse invece all’azienda regalandole i suoi ultimi progetti in un nuovo campo, quello delle motociclette. I dirigenti della Piaggio valutarono con molta cautela il nuovo prodotto proposto dal loro geniale inventore e alla fine decisero di tentare la sorte, lanciandosi nella produzione di un nuovo motociclo battezzato Vespa, uno scooter destinato a entrare nella leggenda della motorizzazione mondiale. Qualche anno dopo D’Ascanio disegnò anche l’Ape, una sorella altrettanto fortunata e destinata a solcare i terreni di tutti i continenti. Il grandissimo successo regalò finalmente la fama al suo instancabile inventore, ma non ne stemperò la foga inventiva. Divenuto nel 1937 professore nell’Università di Pisa (cattedra mantenuta fino al 1961)  l’ingegnere ritornò al suo vecchio amore per gli elicotteri progettando per la stessa Piaggio il monorotore PD3 il birotore PD4, entrambi modelli di successo nel loro campo. Divisosi equamente tra le due sue creature, D’Ascanio nel 1955 regalò un altro eccezionale successo alla Piaggio, progettando  l’automobile Vespa 400, che nella vicina Francia venne riprodotta in serie. Divenuto intanto consulente della Agusta, ne l’ingegnere ne seguì i destini progettando fino alla morte di Domenico Agusta prototipi di elicotteri, e lasciando l’azienda quando i successori optarono per la produzione militare.

foto7Invitato al congresso mondiale per l’elicottero, nel 1948 Corradino D’Ascanio riattraversò l’Atlantico per raccogliere il bagno di successo nella città di Philadelphia. Il suo nome venne scandito per essere celebrato come il “re degli elicotteri e imperatore degli scooter” e consacrando in quel lontano 1948 il genio dell’ effervescente inventore e progettista abruzzese. Un genio dalla vita straordinariamente  lunga e altrettanto schiva, tutta concentrata nella ricerca progettuale e nel miglioramento della  tecnologia motoristica.