Stati Uniti. Il sogno di Quinto Polidori nella terra degli Havasupai

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quinto polidoriIl suo ultimo sogno era quello di  costruire un centro per le cure palliative e alla fine anche quello divenne realtà, regalando a Quinto Polidori anche la soddisfazione post mortem di aver potuto contribuire al benessere sociale.

Oggi “The Polidori House – Hospice of Havasu” è una magnifica realtà che accoglie i pazienti della città dell’Arizona. Fu proprio questa la terra scelta da Quinto Polidori per dare corpo ai propri sogni imprenditoriali iniziati con il viaggio oceanico dalla natia Italia.

Quinto era nato a Civitella del Tronto (Teramo) il 5 maggio del 1940 figlio di Natale Polidori e Carolina Iampieri e il più piccolo di cinque fratelli (Pacina, Benito, Giuseppe e Santina). Sin da piccolo Quinto lavorò duramente come muratore ed emigrò inizialmente in Svizzera, ritrovandosi tra le migliaia di operai costretti a vivere nella massima incertezza lavorativa.  Nel 1965 decise quindi di raggiungere gli Stati Uniti e di stabilirsi a Rochester (NY) per mettere a frutto la propria maestria nel lavoro edile. La tenacia premio il giovane abruzzese che dopo qualche anno fondò la sua prima azienda, la “ “Quinto’s Construction Company”. Nel 1975 Polidori decise di lasciare la freddissima Rochester per il clima desertico dell’Arizona e si trasferì a Lake Havasu City, città situata nella  contea di Mohave,   nota principalmente per ospitare dal 1971 il London Bridge, che fu smontato da Londra dove era stato costruito nel 1834 e rimontato qui, e per le spettacolari cascate che si trovano nella riserva indiana degli Havasupai, con la sua spettacolare piscina naturale blu e verde.

polidori inside 920x383L’imprenditore italiano fondò la “Mohave Concrete and A-Block Company”, primo passo di un’attività che lo tenne   costantemente occupato con interessi commerciali e con la società di appalti “Poli-Gold”. Nel 1981 Quinto Polidori incontrò e sposò Veronica Marion Davis da cui ebbe la felicità di avere cinque figli: Natale Leo, Marcello Milo, Laya Anne, Adriana. Il successo imprenditoriale e la felicità familiari non bastarono però a preservarlo dalla malattia. L’abruzzese lottò a lungo e strenuamente contro il cancro ma alla fine dovette arrendersi. Quinto Polidori morì il 17 febbraio del 2005 all’età di 64 anni. La famiglia lo definì: “questo uomo della terra, un duro con la sua potente personalità e il suo carattere colorito ha portato la sua azienda da sogno al grande successo”. Prima della sua morte confidò alla sua famiglia del suo desiderio di vedere una struttura costruita per “Hospice of Havasu” e quel suo ultimo sogno divenne realtà tre anni dopo. Oggi  “The Polidori House – Hospice of Havasu” è una struttura che aiuta e sostiene   tutte le famiglie che affrontano un viaggio nella malattia simile a quello di Quinto e della sua famiglia .

lake havasuSulle pagine del sito della Polidori House Quinto Polidori viene ricordato come  uno dei primi colonizzatori e costruttori di Lake Havasu City: “Dalla sua nativa Italia, Quinto sbarcò in questa piccola città con nient’altro che un sogno, e lavorò duramente per rendere il sogno reale. Prima della sua morte, disse alla sua famiglia del suo desiderio di vedere una struttura costruita per Hospice of Havasu. Un grande gruppo di imprenditori professionisti, sotto la direzione di Larry D Builders, ha donato tempo e sforzi per rendere questo generoso dono una realtà, mantenendo il nome Polidori vivo a Lake Havasu City”.

 

 




Brasile: Francesco Matarazzo, un successo nato dal grasso dei suini

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francesco matarazzo conte di licosaQuando partì, aveva le idee chiare e con sé caricò abbondante grasso di maiale, vero e proprio capitale d’investimento per un’attività da intraprendere al di là dell’Oceano. Ma sulla sua strada, Francesco Matarazzo non aveva previsto la sfortuna, e la perdita del preziosissimo carico, che arrivato felicemente nelle acque di Santos, affondò nel breve tragitto tra la nave e il molo, lasciando nelle sue mani solo la forza della disperazione.

Il ragazzo però reagì, accettando il lavoro di bracciante e iniziando la sua straordinaria avventura brasiliana dal più umile degli scalini della società.

Era nato benestante, Francesco Materazzo. Era il 1854 e i suoi genitori vivevano agiatamente nella cittadina campana di Castellabate di Stabia (Salerno); l’idillio familiare si interruppe però bruscamente alla morte prematura del padre, trascinando il giovane a una difficile scelta di vita. A 26 anni Francesco decise così di tentare la fortuna in quel paese brasiliano da molti indicato come la nuova frontiera dell’imprenditoria europea, e puntò tutto sulla carne di suino, il cui grasso era merce molto richiesta tra gli abitanti del paese sudamericano.

Il naufragio e il repentino cambiamento degli obiettivi non cambiarono tuttavia la forte tempra dello sfortunato italiano. Divenuto per le autorità dell’impero brasiliano Francisco, l’ex imprenditore si riciclò come bracciante agricolo, il tempo necessario per raccogliere i soldi e aprire un piccolo emporio nella cittadina di Sorocaba. I duri anni delle piantagioni non avevano infatti piegato i sogni di Matarazzo, che nel suo piccolo negozio poté finalmente riprendere il filo e importare e vendere – tra le altre cose – il richiesto grasso suino. Suoi primi clienti furono naturalmente gli italiani, braccianti e fattori delle grandi fazendas locali che nell’emporio Matarazzo si rifornivano di generi di prima necessità e di utensili, dai coltelli alle zappe.

irfmIl commercio regalò numerose informazioni all’italiano che però non si fermò con i suoi sogni. Con i soldi accumulati iniziò ad acquistare farina e a produrre in proprio spaghetti e maccheroni, incontrando ancora una volta il successo della clientela. La grande voglia di allargare i propri orizzonti aveva pagato bene e questo spinse Matarazzo a continuare sulla stessa strada. Il prossimo obiettivo sarebbe stato la creazione di un vero e proprio mulino moderno e di un allevamento di suini, ed entrambi vennero raggiunti con caparbietà. Francesco Matarazzo, nel giro di pochi anni divenne una vera e propria leggenda. Da vero e proprio “self made man” impiantò nel 1891 il primo mulino moderno del Brasile, recuperando in 11 anni tutta la sfortuna accumulata nel viaggio di avvicinamento al Brasile, e introducendo nel paese sudamericano il confezionamento nei sacchi di cotone apparsi in Europa nel decennio precedente. Travolto letteralmente dal successo commerciale e industriale, l’ex naufrago napoletano non si fermò però ad assaporare il gusto del successo ma guardò ancora una volta oltre. Ora era il momento del cotone. Per divincolarsi dall’importazione di sacchi di cotone (provenivano in gran parte dall’Inghilterra), Matarazzo impiantò così in proprio piantagioni di cotone e organizzò fabbriche per la produzione degli stessi involucri. E proseguì con l’ampliamento delle proprie attività passando anche al settore dell’abbigliamento.

Passato attraverso le fauci della povertà, Francisco mantenne vivo l’insegnamento appreso nelle piantagioni e non sprecò nulla delle sue produzioni. Dalle sue piantagioni egli inviò i semi a Sorocaba dove sorgeva una fabbrica di olio di cotone e dove avveniva la relativa trasformazione dello stesso in sapone, prodotti per la pelle e altri articoli utili. Il nome Matarazzo, in pochi anni divenne talmente conosciuto in Brasile da divenire sinonimo di onnipresenza. Anche un giornale di San Paolo, nel 1930 avrebbe dedicato all’intraprendenza del napoletano le sue colonne descrivendolo come vero e proprio stato: lo stato “Matarazzo” copre tutta la geografia economica del Brasile e le “Industrial Reunidas Matarazzo S.A.” incassano 350 mila Contos all’anno, ponendolo al secondo posto come reddito del Brasile.

matarazzo 800x445 1La vita dell’italobrasiliano non cambia però molto negli anni dei suoi grandi successi. Anzi. Matarazzo non dimenticò mai la sua dura esperienza di povertà e si dedicò con perseveranza anche al filantropismo, sia Brasile che a Salerno . In riconoscimento di tali azioni l’Italia avrebbe conferito allo stesso il titolo di “conte”, premiando un uomo che come tanti altri italiani nel mondo, aveva portato in alto l’onore della sua patria di nascita. Ottenuta l’onorificenza da re Vittorio Emanuele III, Francesco Matarazzo scivolò forse sull’unico errore di valutazione della sua vita, aderendo al partito fascista e divenendone principale rappresentante nella terra sudamericana. Dalla sua militanza e dal suo attivo arruolamento, gli italiani del Brasile si guadagnarono la fama di “fascisti”, destinata ad accompagnare la comunità fino ai tempi recenti. Ma quest’unica macchia non poté scalfire il grande contributo dato dall’imprenditore alla sua terra d’adozione.

Francisco Matarazzo morì nel 1937 lasciandosi alle spalle una numerosa famiglia e il più grande impero industriale dell’America Latina. Non tutti i Matarazzo resero onore al proprio avo, ma il nipote Francisco rinverdì le gesta del nonno mettendosi in rilievo per le ottime doti di manager e per la grande propensione verso l’arte.

Nel 1946 Francisco junior fondò infatti il Museu de Arte de Sao Paulo, che tuttora rimane il maggior museo del subcontinente latinoamericano. Nel 1951 fu protagonista della nascita della Biennale di San Paulo, manifestazione che resse fino alla sua morte, avvenuta nel 1977.

Con la morte del nipote, la dinastia Matarazzo abbandonò definitivamente la scena industriale di un paese che dimenticò in fretta la gloria del capostipite. L’impero industriale non resse alla modernizzazione dell’economia brasiliana e all’apertura del paese verso i capitali internazionali. Figli e nipoti troppo pigri si divisero l’impero vendendolo pezzo dopo pezzo fino a decretarne la morte.

Nel 2000 non resta nulla di quella grande esperienza e il nome dei Matarazzo è ricordato solo per i suoi pronipoti impegnati nella politica. Sui resti del parco industriale Matarazzo a San Paulo, il maggiore dell’epoca in Brasile, sorge un centro commerciale che porte il nome del fondatore della dinastia ma questo omaggio postumo è davvero poco per un sogno divenuto bellissima realtà e per un italiano deciso a conquistare con le proprie mani il successo nel lavoro e nella vita.




Stati Uniti: Raffaella Milandri, una “crow” italiana amica dei nativi

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img 20190205 181928 742C’è chi intraprende un impegnativo corso di studi per approdare alla laurea in antropologia e iniziare l’affascinante lavoro sul campo. Raffaella Milandri ha deciso di fare il percorso inverso, iniziando direttamente sul campo l’avventura a contatto con gli usi e i costumi delle popolazioni indigene dislocate in vari posti del Mondo. E divenendo di fatto una delle voci più interessanti per la conoscenza delle culture arcaiche.

“La mia passione per i Nativi americani – spiega Raffaella –  è nata dal seguire, da piccolina, la passione di mio padre per i film di genere western e i fumetti (come ad esempio Tex Willer della Bonelli). Prendevo le mappe del mondo (allora solo cartacee) e immaginavo di esplorare il mondo e di conoscere  i popoli indigeni, per capire e studiare la loro diversità e il motivo della loro diversa cultura. Anche per un confronto con la cultura in cui sono nata e vissuta”.

E negli anni, Raffaella ha potuto confrontare in prima persona la sua passione con i popoli che ancora lottano per mantenere le loro identità, trascorrendo il suo tempo in  Papua Nuova Guinea, in Alaska, nel deserto del Kalahari, il Tibet, nel Kimberly in Australia. Tra i popoli indigeni oggetto delle sue campagne per i diritti umani, particolari attenzione sono andati ai Pigmei, ai Boscimani e agli Adivasi dell’Orissa per poi concentrarsi sui Nativi Americani.

fb 20171128 12 26 51 saved picture“Dopo i molti viaggi negli Stati Uniti, la passione per i Nativi è diventata grandissima, perché sono stata accolta benissimo nelle varie comunità e ne ho apprezzato la cultura, i principi, il modo di considerare l’ambiente e di proteggerlo. Non vale per tutti, ma ho incontrato persone eccezionali e ammiro tantissimo i Nativi Americani, la loro resilienza. La loro diversità, e il modo in cui sono stati trattati con la colonizzazione, devono far pensare, come nel caso della associazione Cowboy & Indians,nata negli STates proprio per combattere la appropriazione di terre e l’inquinamento causati dai combustibili fossili. Per la prima volta, a difesa dell’ambiente, bianchi e  indiani hanno lottato dalla stessa parte della barricata”.

Scrittrice, fotografa e viaggiatrice in solitaria, Raffaella è una fervente attivista per i diritti umani dei popoli indigeni, ed è un membro adottivo della tribù Crow (i Corvi) in Montana e membro onorario della Four Winds Cherokee Tribe in Louisiana.

“In stati come l’Alaska, il South Dakota, il Montana e il New Mexico la presenza italiana è alquanto scarsa  ma ci sono diversi americani di origine italiana. Di sicuro l’ammirazione per i Nativi americani è sempre presente negli italiani così come la curiosità di saperne di più sulle loro specifiche culture. Conosco diverse associazioni italiane appassionate di Nativi AMericani che supportano anche qualche progetto in territorio statunitense, ma bisogna fare molta attenzione: ci sono anche millantatori, che si attribuiscono una appartenenza e una spiritualità solo a scopi personali”. 

raffaella milandri e il fratello adottivo crow cedric black eagleRaffaella Milandri, iscritta alla facoltà di Antropologia della Università di Bologna, fondatrice della Mauna Kea Edizioni e della Mauna Loa Edizioni, presidente della Omnibus Omnes Onlu e titolare alla Europrinters Consulting,  ha pubblicato nel 2011 “Io e i Pigmei.Cronache di una donna nella Foresta, (Polaris),  nel 2019 i volumi “In India. Cronache per veri viaggiatori” (Mauna Kea ), “In Alaska. Il Paese degli Uomini Liberi” (Mauna Kea) , “Liberi di non Comprare. Un invito alla Rivoluzione (Mauna Kea) , “Gli Ultimi Guerrieri. Viaggio nelle Riserve Indiane” (Mauna Kea) , “Lessico Lakota. Storia, Spiritualità e Dizionario Italiano-Lakota” (Mauna Kea)  e nel 2020 “La mia Tribù.Storie autentiche di Indiani d’America” (Mauna Kea). Il 2021 l’ha vista invece firmare “Nativi Americani. Guida alle Tribù e Riserve Indiane negli Stati Uniti”.

“Il mio ultimo libro si focalizza sull’esame di come siano nate le riserve indiane, di quante siano le tribù negli States, di quali tipi (riconosciute a livello federale o solo statale), di come funzioni la trust land (la terra che il governo americano  ha dato in affidamento alle riserve) e della legislazione, insieme all’elenco di informazioni e di tribù stato per stato con i dati dell’ultimo Census 2020. Ma anche di cosa significhi ad esempio essere Urban Indian, cioè vivere fuori dalle riserve. Idealmente, questo libro è a sé stante ma anche complementare a “La mia Tribù. Storie autentiche di Indiani d’America” dove ho curato in particolare la storia dei Nativi e della mia adozione presso i Crow, nella stessa famiglia Black Eagle dove è stato adottato Barack Obama. In “Lessico Cherokee”,   ho esplorato invece la storia dei Cherokee, molto diversa da quella degli Indiani delle Pianure, rappresentati coi famosi war bonnet, archi e frecce. Sono libri che non esistevano, e ho sentito forte il desiderio di colmare questa lacuna, perché molti pensano che i Nativi Americani siano quasi estinti o vivano nei teepee. Con il  Lessico Lakota e il Lessico Cherokee, che contengono i dizionari in italiano di queste lingue, ho appoggiato il DECENNIO ONU delle Lingue Indigene, che rischiano l’estinzione,  mentre ora mi sto dedicando   alla pubblicazione di una nuova opera di Lance Henson  (un poeta Cheyenne che vive in Italia) alla traduzione di opere di scrittrici Native AMericane del secolo scorso, e per il futuro vorrei curare una raccolta di leggende dei vari popoli Nativi Americani, che sono molto suggestive e basate sul rapporto tra Uomo e Natura, che è molto attuale nella visione del Climate Change”.

milandriPromotrice di numerose mostre e proiezioni sui vari temi antropologici  Raffaella Milandri nel 2011 ha ricevuto  il premio “Gran Pavese Rossoblu”, onorificenza della città di San Benedetto del Tronto per il suo impegno sociale e culturale.  Nel 2019 le sono state conferite invece i premi “ Città di Grottammare “ per  il suo libro “Liberi di non Comprare” e   Premio Adriatico Narrativa. Invitata più volte a partecipare a trasmissione televisive e radiofoniche italiane, nei suoi viaggi ha anche portato i saluti ufficiali della sua città, San Benedetto del Tronto, ai presidente delle Nazioni dei Nativi, con l’invito agli stessi di visitare il comune marchigiano adagiato sulle sponde adriatiche.

“Lo spirito originario dei Nativi   è ben presente, e in diversi angoli di mondo (Papua Nuova Guinea, Camerun, Botswana, India, Australia) i leader tribali condividono gli stessi sentimenti e gli stessi problemi. E’ davvero incredibile. E’ un mondo a parte, vittima della colonizzazione, e la loro diversità (in senso buono) mi ha folgorato spingendo a  studiarne di più e a divulgarne la cultura. I Nativi Americani, che oggi vivono con un piede nella tradizione ma sono ben presenti nei social e  studiano all’università, hanno un ruolo importante tra tutti i popoli indigeni che languono in terre meno democratiche. Basti guardare alla Deb Haaland, Segretario degli Interni degli Stati Uniti”.




Dalla Sardegna a Vancouver: Alessandra Bordini, giovane studiosa e traduttrice di poesia

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captura 1La biografia pubblicata dal sito web della Simon Fraser University parla dei suoi notevoli successi accademici e professionali: “Alessandra Bordini è ricercatrice associata con il Canadian Institute for Studies in Publishing. Le sue principali aree di ricerca sono la storia del libro, la storia dell’editoria e le digital humanities. È particolarmente interessata alla raccolta e alla cura dei dati per le collezioni speciali digitali e alla storia della produzione, distribuzione e ricezione del libro nell’Europa della prima età moderna, con particolare attenzione agli incunaboli e alle edizioni del primo Cinquecento della stampa aldina del Rinascimento veneziano (1494- 1598).

Dal 2015, Alessandra è stata project manager per l’iniziativa digitale Aldus@SFU, lavorando in collaborazione con la Simon Fraser University Library per rendere la Collezione Wosk–McDonald Aldine di SFU non solo più ampiamente accessibile, ma anche più rilevante e di maggior valore per i nuovi e un pubblico più ampio. Il suo lavoro attuale prevede la creazione di metadati descrittivi per la SFU Aldines, la compilazione di una ricca bibliografia online di fonti secondarie relative ad Aldine e la prototipazione di una risorsa web nuova e migliorata per mostrare e contestualizzare la collezione digitale.

Alessandra ha conseguito un Master in Editoria (MPub) presso SFU e un Master of Arts (MA) in Traduzione presso l’Università di Siena. Originaria della Sardegna, ha lavorato come redattrice interna per alcune case editrici di libri a Napoli e Milano. È anche una traduttrice di poesie e ha tradotto in italiano opere delle pluripremiate poetesse canadesi Margaret Avison e Maureen Scott Harris”.

Ma Alessandra Bordini, affettuosamente conosciuta come Ale, è una persona ancora più articolata e complessa. È una giovane donna determinata, appassionata verso la comunità, giustizia sociale, femminismo e cause ambientali. Tuttavia, porta la sua prospettiva e la sua visione equilibrata su questi problemi. Non è una seguace; lei è un’iniziatrice. Bordini nasce in Sardegna in una famiglia di talenti artistici. Sua madre, purtroppo recentemente scomparsa, era la famosa scultrice Paola Pinna e l’interesse di Alessandra per la letteratura e la cultura è iniziato presto nella vita. Nel 2015 ha deciso di trasferirsi a Vancouver, dove attualmente vive e lavora. Alessandra ha accettato la seguente intervista.

 

Anna Foschi: In Italia hai avuto una carriera nell’editoria di libri che è durata quasi un decennio. Cosa ti ha spinto a trasferirti in Canada? A Vancouver in particolare?

Alessandra Bordini:  Il mio partner è canadese e mi sono trasferito qui per stare con lui. Il mio primo “incontro” con il Canada, però, è avvenuto diversi anni prima, quando ero studentessa laureata in Traduzione presso l’Università di Siena. A quel tempo, l’idea del Canada era proprio questo: un’idea, un’astrazione, un fascino intellettuale. A Siena, mi sono interessato sempre più alla qualità e alla diversità della letteratura e della cultura canadese attraverso il mio coinvolgimento diretto nel Centro Siena-Toronto. Quell’istituzione, fondata da Laura Ferri Forconi e Sandro Forconi, era stata a lungo dedita a favorire i rapporti culturali tra Canada e Italia; il Centro non è più attivo, ma la sua missione e i suoi valori rivivono nelle attività di CanaDiana, associazione culturale nata anche su iniziativa di Laura Ferri Forconi. Per quanto riguarda il mio background professionale e la mia scelta specifica di Vancouver, i due sono collegati. Quando ho deciso di trasferirmi in Canada, ero determinata a sfruttare al meglio le capacità e l’esperienza che avevo acquisito in anni di carriera nell’industria libraria italiana. Fortunatamente, il campus del centro della Simon Fraser University ospita un programma, l’unico nel paese, che offre un master in editoria. Con il suo doppio obbiettivo sulla ricerca e sulla formazione pratica, il programma è stata la mia occasione sia per reinventarmi che per continuare il mio percorso professionale consolidato. È stato l’inizio di un viaggio meraviglioso e, ripensandoci, posso dire di aver fatto assolutamente la scelta giusta. Poi c’è la città stessa. Sin dalla mia prima visita, Vancouver è stata perfetta per me, con la sua miscela unica di bellezza naturale e vivacità multiculturale. Come bonus, è una pittoresca città portuale molto simile alla mia città natale, Cagliari, e per molti versi sembra di essere a casa.

 

AF: Quali obiettivi professionali (e personali) ti sei prefissato per la tua vita a Vancouver?

A.B. : Ho sempre avuto ambizioni accademiche, anche se ho cercato di ancorarle a risultati pratici ben fondati. Da qui il mio interesse per la pubblicazione di studi come disciplina accademica orientata alla professione. Mi considero una pensatrice tanto quanto una creatrice, e per me l’editoria è quel regno ibrido in cui la coltivazione delle idee e l’affinamento dell’artigianato si fondono perfettamente. Finora sono riuscito a lavorare in questo campo speciale. Oltre a essere una ricercatrice presso il Canadian Institute for Studies in Publishing della Simon Fraser University, sono anche una freelance che fornisce servizi di editing, traduzione e design per pubblicazioni cartacee e online. Uno dei miei principali obiettivi di carriera è quello di poter continuare lungo questo stesso percorso professionale, lavorando su progetti di cui sono appassionata continuando, sempre, ad imparare.

 

AF: Quali consideri i tuoi migliori risultati finora?

A.B.: Una grande area di crescita per me è stata il confronto con la mia autocoscienza riguardo al parlare in pubblico. Dato che non sono di madrelingua inglese, trovavo snervante l’idea di presentare di fronte a un pubblico di lingua inglese. Ma la pratica aiuta e non mi ci è voluto molto per superarlo. Negli ultimi anni ho parlato con disinvoltura a numerosi convegni accademici nazionali e internazionali, scoprendo un piacere inaspettato nel presentare il mio lavoro al pubblico, ed è stato liberatorio. In termini di risultati più quantificabili, oltre a laurearmi al Master of Publishing con una brillante valutazione da parte dei miei supervisori, sono particolarmente orgogliosa di aver presentato al pubblico italiano la talentuosa e pluripremiata poetessa canadese Maureen Scott Harris in veste di curatrice (e uno dei traduttori) della prima pubblicazione della sua opera in italiano, “Sussurri dall’acqua” (Ladolfi Editore).

 

AF: Hai svolto un lavoro notevole come traduttore letterario con questa raccolta di poesie. Ci parli della traduzione, questo processo chiave, spesso sottovalutato, di mediazione e negoziazione tra background linguistici e culturali?

A.B.: Grazie per questo complimento, Anna. Pur essendo orgogliosa del mio lavoro di curatrice della raccolta, desidero sottolineare che la pubblicazione italiana è stata il risultato di uno sforzo collettivo intrapreso da un gruppo di traduttori dedicati. Alcuni di loro, come la mia talentuosa collega e amica Eleonora Ottaviani, continuano a fare un ottimo lavoro su questo fronte. Evitando generalizzazioni che possono essere fuorvianti in relazione a uno specifico progetto di traduzione, la mia opinione personale è che la traduzione letteraria collaborativa può essere un’esperienza incredibilmente arricchente. Ma la pratica della collaborazione non è priva di sfide: la traduzione letteraria è un processo dialettico di mediazione e negoziazione costante tra sconosciuto e sconosciuto e, come tale, non è mai un atto veramente solitario, anche quando coinvolge un solo traduttore. Ma quando il processo [di traduzione] coinvolge una pluralità di voci, il compito di conciliare diverse soggettività e sensibilità – le idiosincrasie culturali e linguistiche dei singoli attori in gioco – presenta una nuova serie di sfide. Come in un’orchestra sinfonica, ogni singolo musicista e strumento dà un contributo unico all’insieme, ma l’armonia complessiva dipende dalla capacità di ogni musicista di interagire tra loro, seguendo e supportando da vicino i vari suoni e confidando nella guida del direttore. È un processo di lasciar andare e, contemporaneamente, esercitare il controllo.

 

A.F.: In conclusione, la classica, inevitabile domanda: quali sono i tuoi prossimi progetti?

A.B.: Viviamo in tempi straordinari e la pandemia di Covid-19 ha costretto la maggior parte di noi, se non tutti, ad adeguare e possibilmente a rivalutare i nostri obiettivi di vita e di carriera. Dal 2015 lavoro a un’iniziativa basata sulla biblioteca che prevede la digitalizzazione e la presentazione online della straordinaria collezione Wosk-McDonald della Simon Fraser University, dalla stampa dell’editore più noto del Rinascimento italiano Aldus Manuzio (ca. 1451-1515). Lo scopo primario del progetto è sempre stato quello di rendere questi importanti libri ampiamente disponibili al pubblico attraverso il web aperto. In questo momento storico di distanziamento sociale e auto-quarantena, quando la maggior parte delle biblioteche fisiche ha chiuso, il valore e l’importanza d’iniziative digitali rivolte al pubblico come questa diventa ancora più evidente. In preparazione alla prossima fase del progetto, sfiderò me stesso a riflettere più a fondo sui modi in cui il mio lavoro di umanista digitale e studioso dell’editoria può supportare e beneficiare la più ampia comunità possibile. Ho anche un altro progetto in cantiere, in collaborazione con Boxcar Marketing. Monique Sherrett, fondatrice del marketing [una società di marketing su Internet]. Tutto quello che posso dire per ora su questa nuova impresa è che è legato all’editoria indipendente e ha una prospettiva internazionale. E sì, ne sono molto entusiasta.




Imprenditrici di successo a Boston: intervista alla Dott.ssa Allana Da Graca

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da graca designCosa ti ha spinto a dare vita a Turning On the Lights Global Institute?

Quando ho avviato la mia azienda Turning On the Lights Global Institute LLC., volevo dare a leader e imprenditori gli strumenti di cui hanno bisogno per perseverare nel raggiungimento dei loro obiettivi. Ho parlato con tante donne e leader che mi hanno detto quanto fossero insoddisfatte nella vita a causa dei sogni abbandonati. Ho deciso di utilizzare la mia esperienza in comunicazione, strategia creativa e social media per mostrare alle persone come sistemare le loro idee. Ancora più importante, molte persone lottano con la “sindrome dell’impostore” per cui ci si sente indegni e si aspetta che tutto sia perfetto prima d’iniziare. Volevo fornire motivazione e strategie a leader e imprenditori.

 

Parliamo del tuo lavoro oggi. In cosa sei specializzata?

Turning On the Lights Global Institute è un’azienda che offre impegno, guida e strategie autentiche. La nostra azienda investe tempo per comprendere le esigenze dei nostri clienti. Quando si avvia una nuova attività è importante capire il “GRANDE PERCHÉ”. A differenza di molti programmi che offrono ai singoli modelli su cui lavorare, ci prendiamo del tempo per identificare le esigenze più specifiche. E questo è assai prezioso perché una soluzione potrebbe non funzionare per tutti i modelli di business. Cosa più importante, abbiamo creato una comunità in crescita di leader, relatori, autori, trainers, professionisti e altro ancora. Questa piattaforma consente ai nostri leader e imprenditori di prendere parte ad alcune delle nostre conferenze ed eventi esclusivi e li aiuta ad allargare la loro rete e il posizionamento online. Sviluppare questa azienda non è stato facile. Molte volte mi sono chiesta se sarei stata in grado d’inseguire questa visione a lungo termine. Ho imparato a essere grata per ogni traguardo! Ho imparato ad affrontare le sfide un giorno per volta, favorendo le relazioni chiave per crescere come leader e coach più forti. Ho anche imparato l’importanza di chiedere aiuto. Come imprenditori, è facile pensare di poter fare tutto da soli, ma questo porta a un serio esaurimento. Voglio che tutti sappiano che in tempo di pandemia possiamo ancora essere innovativi. Mentre restiamo a casa durante per il Covid 19, possiamo anche tuffarci in profondità in quei sogni che abbiamo racchiuso nella scatola “Someday”.

 

Quali sfide hai dovuto superare lungo il percorso verso il successo?

Ecco un elenco di alcune delle prime sfide che ho avuto quando ho iniziato: ho dovuto superare la sindrome dell’impostore, ho avuto fondi limitati, ho dovuto imparare a gestire il tempo, trovare i miei clienti ideali e infine ridefinire il mio concetto di procrastinazione.

Molte delle sfide come noterete le ho affrontate con la struttura fondamentale su cui ho impostato la mia attività. Ho dovuto imparare a raggiungere i miei obiettivi di business un giorno per volta. Ho dovuto anche permettere ad altre persone di aiutarmi. Come imprenditori solisti, potremmo sentirci riluttanti a farlo, ma ci sono persone che sono disposte ad aiutare e saranno anche lì per celebrarti lungo la strada.

 

Qual è il tuo miglior consiglio per i lettori che desiderano trovare il successo nella loro vita?

Hai una grande opportunità per connetterti di nuovo con i tuoi obiettivi. Uno dei migliori consigli che posso darti è semplicemente “Pulisci l’ardesia”. Nel mio libro Tomorrow Can’t Wait, ricordo ai lettori di riconoscere che le esperienze formative non devono dettare i tuoi risultati. Se vuoi davvero aumentare il potenziale di guadagno, costruire fiducia nella tua vita o lasciare convinzioni limitanti, sarà importante per te creare una nuova VISIONE per gli obiettivi che hai. Crea una lavagna della visione del tuo io futuro. Identifica le pietre miliari chiave e non essere timido! La tua bacheca dovrebbe avere immagini che riflettono come percepisci la tua vita nei prossimi dieci anni, l’ implementazione di nuove abitudini e la costruzione di nuovi impegni attorno ai tuoi obiettivi. Trasforma questa bacheca in un piano d’azione e usa un diario per tenere traccia dei tuoi progressi.

 

Infine, come possono le persone connettersi con te per saperne di più o per partecipare ai tuoi imperdibili corsi online?

Puoi connetterti con me tramite https://www.drallanadagracaa.com/, Instagram @DrDInspyre e Facebook @drdeducates!




Fabio De Luca, un luminare della cardiochirurgia in visita a Vancouver

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downloadUn ricordo di due estati fa. Seduta al tavolino di un caffè, in una tiepida mattina di settembre, di fronte a quest’uomo affabile e pacato che irradia sicurezza e competenza, mi viene spontaneo pensare a quante persone si saranno trovate di fronte a lui, nel suo studio di cardiologo, cardiochirurgo e chirurgo vascolare, inseguendo una speranza, aspettando una risposta che schiudesse loro un futuro migliore, affidandogli le proprie prospettive di vita. Perché il mio interlocutore, il Professor Fabio De Luca, è un luminare della cardioangiochirurgia, e ancora di più, è un pioniere di tecniche avanzate di ricostruzione coronarica che permettono di recuperare la piena funzionalità delle coronarie senza più inserire materiali estranei nel cuore del paziente.

Nato a Roma nel 1962, ha conseguito la laurea a pieni voti nel 1986, presso l’ Università “La Sapienza” di Roma dove in seguito, nel 1991, ha ottenuto la Specializzazione in Cardioangiochirurgia. Si è perfezionato nei migliori centri di cardiochirurgia del mondo, lavorando con gli specialisti più avanzati e rinomati. In Italia è dal 2017 Responsabile U. F. di Cardiochirurgia Coronarica Ricostruttiva della Cardiochirurgia Humanitas Gavazzeni di Bergamo e recentemente è stato nominato Direttore del Policlinico di Monza, per Cardiochirurgia Coronarica Ricostruttiva, una tecnica da lui sviluppata per il trattamento di pazienti con multipli stent.

Ha eseguito in paesi del mondo, ad esempio a Toronto (Cardio Pediatria) e al Miami Hearth Institute (Florida) e  presso le strutture ospedaliere più avanzate d’Italia, fra le quali il Maria Beatrice Hospital di Firenze, l’ Istituto Clinico Sant’Ambrogio (Milano) circa 3500 interventi di cardiochirurgia in circolazione extracorporea e a cuore battente con tecnica in approccio sternotomico, ministernotomico e minima incisione chirurgia valvola mitrale e circa 300 interventi di chirurgia vascolare maggiore in qualità di primo operatore.

Sono parole difficili per chi non è del ramo, ma tradotte in “spiccioli” significano che il chirurgo deve possedere precisione, accuratezza e velocità come afferma lo stesso De Luca in una recente intervista con il quotidiano L’Eco di Bergamo: “….Ogni ricostruzione coronarica prevede centinaia di micropunti di sutura confezionati in modo preciso per rendere il risultato più naturale possibile….Si tratta di una tecnica eseguita con particolari e raffinati strumenti cardiochirurgici essendo le strutture vascolari su cui si lavora piccolissime.” Partecipa regolarmente a congressi internazionali con le sue pubblicazioni e studi in materia e ha aperto studi professionali dove riceve pazienti in molte delle principali città italiane.

De Luca si trova a Vancouver per un periodo di vacanza e anche perché sua figlia segue un corso di laurea in Business Administration alla Capilano University nella nostra città.

Grazie a Rocco Di Trolio, noto pilastro della nostra comunità, abbiamo potuto avviare una conversazione in persona spaziando su molti temi anche oltre il campo medico. Ad esempio (e chi non sarebbe tentato di “approfittare” quando ti trovi davanti un esempio di eccellenza medica?) abbiamo parlato di dieta specialmente nella prospettiva delle patologie cardiache, dei problemi connessi al consumo di carne prodotta su scala industriale e quindi proveniente da animali nutriti con mangimi arricchiti di sostanze atte a favorire un rapido ingrasso ma che non recano alcun beneficio alla salute, anzi possono indurre malattie, specie nelle donne, di natura seria.

“La carne non è un alimento indispensabile. Uno stile di vita equilibrato si costruisce partendo da una alimentazione che riduce drasticamente gli zuccheri raffinati, gli alcolici, la carne. Questa scelta di vita nel contempo soddisfa anche le esigenze della società contemporanea che è sempre più orientata verso la conservazione dell’ambiente e il rispetto per gli animali” dice De Luca.

Sottolinea anche come la medicina abbia fatto progressi di grande portata negli ultimi decenni e come adesso nella preparazione dei medici viene privilegiata la comunicazione con i pazienti. Scomparsa la figura del medico come “figura autoritaria” con la quale non si dialoga ma della quale si accetta  passivamente il verdetto, il rapporto con il paziente risulta oggi molto più equilibrato e aperto. Anche la presenza sempre crescente di pazienti di altre culture e lingue ha portato alla necessità di una maggiore consapevolezza culturale, sia in Italia che in Canada.

Abbiamo anche discusso della “nuova emigrazione” italiana, il fenomeno sociale che vede i giovani lasciare l’Italia per mancanza di prospettive concrete di lavoro e carriera. Anche a Vancouver abbiamo visto infatti come, dopo decenni di stagnazione e addirittura anni di “saldo negativo”, cioè addirittura una decrescita della nostra comunità italo-canadese locale, si è ora formata una comunità nella comunità, con l’arrivo di tanti ragazzi, molti super-qualificati, che si organizzano in comunicazioni associative virtuali e digitali molto diverse da quelle tradizionali della vecchia generazione di immigrati italiani.  L’Italia, si sa, attraversa un periodo difficile, uno dei tanti della sua storia, e anche De Luca comprende i dubbi e la incertezze di tanti giovani laureati italiani sulle loro possibilità di crearsi un futuro per merito e competenza personale e non soltanto per le sempiterne raccomandazioni. Però l’Italia perde così le forze lavoro del futuro, investe nell’istruzione superiore di giovani ai quali poi offre pochi sbocchi e che lascia partire a beneficio di altre nazioni.

Osserva ancora De Luca: “Anche i pensionati cercano in altri paesi la possibilità di vivere meglio con quanto ricevono di pensione, magari vanno in Portogallo dove il costo della vita è minore e viene data loro esenzione dalle tasse per 10 anni. L’Europa in genere è un po’ vecchia dal punto di vista del sistema. All’estero i giovani trovano opportunità, occasioni, stimolo alla competitività. E gli italiani hanno sempre una marcia in più, hanno iniziativa, inventiva, si creano un futuro dovunque vadano”.

La domanda scontata, in questi casi, è sempre la stessa: “Cosa apprezza del Canada?”

De Luca conosce bene il paese, avendo lavorato a Toronto nell’ospedale più prestigioso del mondo per la cardiopediatria. Ha lavorato anche negli Stati Uniti, ma il suo apprezzamento rimane più orientato verso il Canada, paese del quale ammira l’organizzazione e il senso di stabilità e pacifica convivenza. La scelta di Vancouver come vacanza ma anche come punto di riferimento almeno fino al completamente degli studi della figlia è stata motivata proprio da queste considerazioni: “Ci è sembrata la scelta migliore, sia per il clima temperato, per la eccellente struttura logistica, per la bellezza della natura e per lo stile di vita più rilassato e meno affannato dallo stress.”

Avrei avuto ancora una domanda da fare al Professor De Luca, ma mi sono frenata. La domanda era se c’era qualche possibilità che lui e la famiglia considerassero di stabilirsi a Vancouver in modo permanente. Non solo la nostra comunità ma anche la nostra provincia ne trarrebbero beneficio. Ma forse è prematuro avanzare una simile ipotesi. Per ora possiamo augurarci che il Prof. De Luca torni spesso e magari accetti d’incontrare anche la nostra comunità italo-canadese per qualche occasione a scopo educativo.




Il calcio… in nome di Dio

lorenzo massa

d nq np 918658 mla31591579700 072019 wQuella del 2021 sarà un’estate all’insegna dei grandi appuntamenti sportivi. Gli Europei di Calcio, la Coppa America e le Olimpiadi di Tokyo catalizzeranno infatti gli appassionati di tutto il mondo, per vedere i propri beniamini gareggiare in competizioni giocoforza stoppate dalla pandemia nel 2020. E allora, sotto ogni maglia si farà sentire il cuore del tifoso che parteggia per i propri atleti e per i propri colori. Una fratellanza sportiva che per qualche ora o qualche settimana permetterà di vivere in un mondo parallelo di sfida all’insegna della lealtà sportiva.

Pochi però sanno che nel calcio, la passione sportiva ha fatto anche rima con impegno sociale e missionario e se è nota la passione di  Papa Benedetto XVI per il suo Bayern di Monaco, quella di  papa Francesco I (che  ha ricordato con orgoglio  la propria tessera sportiva n 8823)  per i colori del San Lorenzo di Almagra, affonda le radici proprio nell’impegno evangelizzatore di un sacerdote che nei primi anni del Novecento intuì le grandi potenzialità sociali di questa disciplina sportiva… Il San Lorenzo, tra le  squadre più titolate dell’Argentina è nata infatti per merito di un sacerdote, figlio dell’emigrazione italiana in America: il salesiano Don Lorenzo Massa.

Lorenzo Bartolomeo Martino era nato a  Morón (Buenos Aires) l’11 novembre 1882 ed era figlio di  Lorenzo Massa, nato a Nervi di Sant Ilario, e di Margherita Scanavino nata a Sestri Levante. Il giovane a 12 anni entrò nel  Colegio Pío IX dei Salesiani e nel 1895 entrò nel Seminario di Bernal per venire ordinato sacerdote nel 1907.

lorenzo massaNei primi anni del Novecento nelle strade di Almagro un gruppo di ragazzi  sfidava  gli avversari dei quartieri vicini facendosi chiamare Los Forzosos de Almagro. Le sfide avvenivano in strada e col tempo divennero pericolose per i ragazzi a causa del crescente numero di auto e mezzi pubblici. In seguito al grave ferimento di  uno di loro (Juancito Abbondanza), il sacerdote salesiano decise di seguire i suggerimenti di Don Bosco e di ospitare le partite nell’oratorio della parrocchia  di San Antonio di Padova in cambio dell’impegno a venire a messa ogni domenica.

Il 1 aprile del 1908 venne fondato ufficialmente il San Lorenzo de Almagro in onore di padre Lorenzo e del quartiere. I colori scelti da Padre Massa per le divise erano l’azzurro e  il rosso, gli stessi che tingevano le vesti della Vergine Maria Ausiliatrice, alla quale il sacerdote era molto devoto. E proprio per la presenza delle sottane nere di padre Massa e di altri sacerdoti salesiani alle partite del club, per i rivali quelli del San Lorenzo divennero semplicemente “i corvi”.

02 argentina massaAl parroco fondatore del San Lorenzo è stata dedicata una cappella all’interno del centro sportivo della squadra, donata dall’attore Viggo Mortensen che durante la sua infanzia a Buenos Aires si innamorò dei colori azulgrana.

La cappella “Padre Lorenzo Massa” è stata inaugurata nel 2011 proprio dall’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, che da lì a due anni sarebbe diventato il tifoso più celebre del San Lorenzo, più dello stesso Mortensen.




Manuel Fangio: “L’uomo della velocità”

800px juan manuel fangio (circa 1952)

800px juan manuel fangio (circa 1952)Cento anni fa nasceva uno dei piloti più famosi della storia delle corse automobilistiche.

“Aveva uno stile insolito: era forse l’unico a uscire dalle curve senza sbarbare le balle di paglia all’esterno”. Erano queste le parole che Enzo Ferrari riservava a Manuel Fangio, un pilota destinato a divenire tutt’uno con il mito dei bolidi rossi di Maranello.

Un grandissimo pilota, per il grande Enzo, quell’argentino di origini abruzzesi, dotato però di un carattere taciturno e scontroso, restio alla pubblicità e ai primi piani. La storia di Manuel Fangio cammina parallela con quella della Ferrari per poi fondersi in essa nelle pieghe della Storia.

Nato a Balcarce, in Argentina, il 24 giugno 1911, Manuel visse la sua infanzia nella terra promessa del Sudamerica. Papà Loreto Fangio era un muratore proveniente da Castiglione Messer Marino, mamma Erminia Dérano veniva invece da Tornareccio e di professione faceva la pantalonaia. Insieme affrontarono l’emigrazione, per sfuggire a un destino segnato dalla miseria e il loro figlio respirò tutti gli umori di una vita dedicata al riscatto.

Manuel crebbe taciturno e aveva idee concrete, una caratteristica comune alla gente della sua regione d’origine, gente che spesso lo veniva a trovare nel suo “museo delle auto da corsa” a Balcarce. Personaggio davvero indecifrabile, dal sorriso cupo e dal volto impenetrabile, il pilota Manuel che non riuscì (o non volle?) a scaldare la simpatia del suo illustre datore di lavoro.

juan manuel fangio nurburgring 1957L’argentino si presentò al mondo della Formula Uno all’età di 37 anni. Prima di allora il suo spirito era stato temprato da anni di corse massacranti nel Sudamerica e da giornalieri apprendistati nelle autorimesse: Fangio conosceva tutti i segreti del motore e iniziò ad apprendere l’arte della corsa a soli dieci anni di età.

In Italia arrivò nel 1948, con le credenziali di ‘capitano’ di una squadra dell’Argentina e di ‘protetto’ di Juan Peròn. Da molti considerato il più grande pilota di tutti i tempi, l’italo-argentino collezionò una serie impressionante di vittorie. Nel 1951 divenne campione del mondo con l’Alfa Romeo, nel 1954 e 1955 guidò alla vittoria le eccezionali Mercedes, vinse nel 1956 con la Ferrari e nel 1957 con la Maserati. Gareggiò anche nella mitica Mille Miglia (fu soppressa nel 1957 dopo che una Ferrari piombò sulla folla di spettatori provocando una strage), competizione che vinse nel 1955 in coppia con Sterling Moss.

Bravissimo pilota, ebbe dalla sua anche la fortuna, in un’epoca in cui i Gran Premi provocavano lutti a catena. Negli anni delle sue memorabili imprese morirono infatti ben trenta piloti, e tra essi vanno ricordati Varzi, Collins, Musso, Castellotti, Ascari… tutti uomini di primo piano dell’universo automobilistico degli anni cinquanta. Fangio invece riuscì a superare indenne tutte le prove e soltanto due volte, rischiò la vita in pista e sempre per errori imputabili alla stanchezza.

“Non sono stato in ogni momento un campione, anzi neanche un semplice guidatore attento”: era questa la sua risposta a chi gli chiedeva spiegazioni per tanta abilità nella guida. Antiretorico, metodico, preciso, per il mondo della Formula Uno era “il saggio”, capace di scalare le marce del proprio bolide anche con la frizione bruciata (…cambiando a orecchio).

fangiotcL’abruzzese dimostrò in quasi tutte le corse una padronanza assoluta di collaudatore, capace d’imprese straordinarie grazie alla sua innata abilità di gestire le tecnologie automobilistiche: nel Gran Premio di Monza del 1949 fu ad esempio capace di rallentare con l’olio a 130 gradi, di amministrare il vantaggio e di vincere al volante di un modello vecchio della Ferrari. Ma tutti i giudizi positivi che collezionò da pilota non cancellarono le sue venature egocentriche di uomo. Secondo Ferrari le sue manie di persecuzione rovinarono la sua immagine, nonostante le cose eccezionali che egli sapeva fare in corsa. E gli episodi singolari di questo indecifrabile asso della pista non mancano. Si narra che l’italo-argentino abbia gridato al sabotaggio in più di una occasione lamentandosi anche di un complotto “sentimentale”. Accadde prima del gran premio di Monaco del 1957 e involontaria protagonista del giallo fu un’attrice parigina, accusata dal pilota di volerlo “distrarre” su consiglio di Ferrari, per evitargli la vittoria nella corsa. Bollate da Ferrari come assurde, queste accuse vennero confutate anche dallo stesso Fangio in più di un’intervista, lasciando però sull’episodio un alone di mistero che rende forse più affascinante il pilota principe degli anni Cinquanta.

Ma a fronte del suo carattere pubblico arcigno, Fangio ha sempre contrapposto una vita familiare serena. Per la moglie Manuel era allegro, chiacchierone e dal cuore d’oro, soltanto i motori lo rendevano diverso, uomo di un’altra dimensione. E in effetti ai motori il pilota ha dedicato tutta la sua vita professionale.

Divenuto negli anni Settanta presidente della Mercedes argentina (con la casa automobilistica tedesca c’era sempre stato un feeling particolare) e proprietario di fazendas, Fangio ha voluto onorare un’ultima volta Enzo Ferrari con una visita a Pescara, compiuta nel 1989, per inaugurare nella città adriatica una strada dedicata al grande costruttore delle “rosse”. E anche in quell’occasione non smentì il suo personaggio e si comportò secondo il suo particolare stile facendo visita al proprio paese natale (Castiglione Messer Marino) alle sei del mattino, per nascondere a tutti le proprie emozioni. Morì il 17 giugno 1995 e con lui se n’è andata una fetta davvero grande della storia della Formula Uno.




Le mille vite di Walter Cerquetti che hanno regalato lustro all’Italia

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captura cerAGI – Un lungo viaggio dall’Italia all’Australia per avvicinare due mondi lontani attraverso l’arte e la cultura. Cambiando ogni volta mestiere: giornalista, sceneggiatore, insegnante, voce radiofonica, regista, scrittore.

Nella vita di Walter Cerquetti, 84 anni, esploratore irrefrenabile e divulgatore a cavallo dei due secoli non sono mancati i colpi di scena, compresa la recente fase d’indigenza, un triste epilogo. Ma l’insperato lieto fine è arrivato ieri sera quando il consiglio dei Ministri gli ha concesso un vitalizio straordinario grazie alla legge Bacchelli che prevede un sussidio a favore di cittadini che abbiano dato prestigio all’Italia.

“La richiesta – racconta Cerquetti all’Agi – è arrivata per via diplomatica: dall’ambasciata dell’Australia in Italia. Sono molto emozionato, sono spiazzato da questa notizia, non me l’aspettavo”, spiega con voce commossa dalla sua casetta in affitto a Montefalco, nel Perugino, nella quale vive da qualche anno.  Mi trovo purtroppo in condizioni economiche instabili – spiega il giornalista di origine romana che ha passato metà della sua vita oltreoceano –  prendo una pensione di 651 euro al mese, e solo l’affitto costa 350 euro, senza contare l’acquisto delle medicine. Viaggiando molto e facendo tante esperienze, è stato difficile mettere da parte soldi e non ho accumulato abbastanza contributi per il nostro sistema pensionistico”.

D’altronde la vita di Cerquetti è sempre stata così: un vortice di esperienze e passioni sin dalla giovane età. “La mia carriera prese il via prestissimo – rievoca – a 11 anni inizia a fare radiofonia, con piccole parti nelle sceneggiate. Ho recitato, nel ruolo di bambino, con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi: una volta alla settimana mi venivano a prendere a scuola e registravamo le puntate”. Nato a Roma il 4 aprile 1937, Cerquetti passò parte dell’infanzia in Umbria con la famiglia a causa della guerra, prima di tornare nella Capitale per studiare al liceo classico e laurearsi successivamente in giurisprudenza.  Tra le prime passioni l’hockey su prato, con cui raggiunge anche la Nazionale.

Dopo un breve parentesi da avvocato la curiosità lo spinge verso nuove direzioni: inizia la carriera giornalistica con la rivista cattolica ‘Città Nuova’ e allo stesso tempo si dedica all’attività teatrale.  “Studiai all’accademia d’arte drammatica ‘Silvio D’Amico’ – racconta – il mio maestro fu Orazio Costa e poi mi trasferii a Firenze, la mia seconda patria, dove mi sono formato a livello artistico. Ma la svolta della mia vita è arrivata dopo uno spettacolo a Taormina, quando un funzionario dell’ambasciata australiana in vacanza mi chiese ‘perché non porti la tua arte da noi?’”. È il 1977 e Cerquetti non ci pensa due volte: prepara la valigia e si trasferisce a Perth dove si consacra a livello internazionale, portando la cultura nazionale oltreoceano e, allo stesso tempo, raccontando agli italiani un continente fino a quel momento sconosciuto.

Rimarrà in Australia fino al 1990, alternando divulgazione artistica e giornalistica, insegnamento e promozione culturale. “Lanciai il programma radiofonico su SBS ‘Pronto Italia, qui Australia’ – rievoca Cerquetti – e iniziai a diffondere la cultura italiana in Australia. Nel mezzo feci spettacoli teatrali, insegnai all’università, feci il corrispondente per Olimpiadi e America’s Cup, esplorai il continente e scrissi libri sugli aborigeni”.

Rientrato in Italia Cerquetti fece lo stesso programma, ma all’inverso, con la RAI fino agli anni duemila.  L’ultimo appuntamento che seguì furono le Olimpiadi di Londra del 2012 prima di diminuire gradualmente le sue attività . “Amo l’arte in tutte le sue forme, mi è sempre piaciuto sperimentare e portare cose dove non c’erano – confessa – non sono mai stato capace di stare fermo”.

E dopo una parentesi di vita nella comunità cattolica dei focolari a Loppiano, in provincia di Firenze, il ritorno in Umbria. Con l’ultimo colpo di scena del vitalizio, benzina per nuovi progetti nonostante l’età. “ Con i soldi mi piacerebbe aiutare i bambini in Africa  – anticipa Cerquetti – e poi coltivare chiaramente i miei percorsi artistici. Un giorno vorrei fare uno spettacolo sull’Africa e fare la stessa cosa dell’Australia. Avvicinare continenti, promuovere e unire dei popoli attraverso la cultura che è la chiave”.




Giusto Umek e la gara delle beffe

giusto umek

giusto umekIl suo nome era  Trans-American Footrace e il solo pronunciarlo creava suggestione nel pubblico americano abituato ai grandi eventi. Ma quella che rispondeva alla sigla di Trans American Footrace non era una semplice gara. Nel 1928, anno della sua prima edizione, rappresentava “La Corsa”… Quella che in futuro sarebbe passata alla storia come “Utramaratona.  Fu Charles C. Pyle a volerla. L’impresario sportivo infatti voleva creare una serie d’iniziative che promuovessero la nascita della famosa 66Highway, la nuova autostrada che collegava la costa orientale a quella occidentale e destinata a entrare nell’immaginario collettivo americano e non solo.

L’evento sportivo era incentrato pertanto su elementi di spettacolo e attirò 199 atleti provenienti da tutto il mondo. Il costo d’iscrizione era di 25 dollari. Venticinque dollari per poter correre 5507,39 chilometri su strada, da un capo all’altro degli Stati Uniti!

Gli atleti partirono il 4 marzo 1928 dall’Ascot Speedway di Los Angeles e tra i  quasi duecento corridori vi furono due italo-americani, Louis Perrella da Albany e Norman Codeluppi da Pasadena, un inglese di origine piemontese (Pietro Gavuzzi). Iscritto, ma non partito, anche Giuseppe Conte, alessandrino emigrato in USA nel 1921 mentre nell’edizione del 1929 parteciparono  gli italo-americani  Antony Montalbo e Emer Cominciala, il romano Cesare Diorio o Di Iorio (patrocinato da Beniamino Gigli), Pietro Marini di Voghera, e il podista-ciclista di Genova, Colombo Pandolfi, questi ultimi tre tutti  costretti al ritiro. Iscritti ma non partiti anche Orlando Cesaroni di Roma e Armando Giovannetti di Forio d’Ischia.

photo 7 race program 1080x1485Al grido pubblicitario di “The Main Street of America”, la corsa si snodò lungo le strade americane selezionando inesorabilmente gli atleti e tra questi  emerse la figura di un atleta da Trieste, e subito entrato nel cuore dei tanti italiani residenti in America: Giusto Umek.

Nato a Trieste l’11 ottobre 1895, Giusto Umek fu allievo del marciatore Romeo Marcovig che  dal 1922 al 1933 fu presidente del Comitato Regionale della Federazione italiana di atletica leggera.

Diplomato in un istituto tecnico, orfano di padre da giovane, Giusto era l’ unico maschio di cinque figli, e partecipò con il patrocinio esclusivo del Corriere d’America e da un finanziamento da parte di un piccolo comitato  presieduto da Luigi Masi. Il Corriere d’America aiutò l’atleta triestino provvedendo all’assistenza, alla cura e alla vigilanza, al rifornimento e alla scorta. Definito da Luigi Ferrario “alfiere dei nostri colori in terra americana, ambasciatore d’italianità in mezzo agli emigrati”, Giusto Umek  si batté alla grande, mantenendosi sempre nei primi posti nonostante una brutta caduta nei primi giorni di gara gli avesse causata una ferita al ginocchio.

“L’aver aumentato il numero delle tappe (da 65 a 84) accorciando il chilometraggio quotidiano – scrisse Umek dopo aver tagliato il traguardo – assieme a un poco di sfortuna non mi ha permesso di fare meglio del quinto posto (in realtà Umek arrivò quarto a pari merito con l’americano Mike Joyce). In ogni caso non mi lamento, giacché sono arrivato sino in fondo, mentre atleti fortissimi e preparati hanno dovuto abbandonare. Gli americani, gente esperta, sono meravigliati del fatto che io decida solo all’ultimo momento, come il caso suggerisce, minuto per minuto, le mie strategie; per questo sono molto amato e rispettato.”

Dei 199 atleti partiti da Los Angeles ne arrivarono solo 55. Umek si piazzò prima dell’italo-americano Luigi Perrella (arrivato settimo)  e di Norman Codeluppi (arrivato al 27 posto). Atleti preparati come l’italo-inglese Gavazzi, si dovettero ritirare. Il triestino vinse anche i premi previsti a ogni arrivo di tappa, aggiudicandosene quattro.

La corsa segnò l’apoteosi di numerosi artigiani che lungo il tragitto poterono dare assistenza all’impianto logistico della corsa: meccanici, riparatori di biciclette, infermieri e massaggiatori, perfino palafrenieri sostennero con le loro abilità i quasi duecento atleti e i loro assistenti nell’attraversata del Continente americano. La corsa prese il nome di BUNION DERBY, per sottolineare le vesciche e le callosità che si formarono nei piedi di atleti che gareggiavano con scarpette primordiali e lontanissime parenti delle calzature tecniche contemporanee.

L’anno che separò le due edizioni vide Umek impegnato in varie manifestazioni podistiche americane. Il triestino aveva deciso di prendersi la rivincita nell’anno seguente e trascorse il tempo marciando sulle strade americane.

gardner edL’edizione del 1929 vide un netto calo d’iscrizioni. Questa volta si presentarono alla partenza al Columbus Circe di  New York (il tragitto era inverso rispetto a quello dell’anno precedente) solo 90 atleti, pronti a sfidarsi per 78 giorni su un percorso totale di 5927,15 chilometri. La corsa vide arrivare al traguardo di Wrigley Field di Los Angeles solo 19 atleti. Nella seconda edizione l’organizzatore Pyle aumentò il montepremi da 48 a 60 mila dollari ma gli atleti dovevano provvedere in proprio a tutto il necessario, compreso il vitto e l’alloggio, permettendo l’uso di sponsorizzazione.

Umek, che nell’anno trascorso in America aveva conosciuto molti italiani, venne sponsorizzato dalla ditta L.Gandolfi & C di New York, concessionaria per il Nordamerica della società Fratelli Branca di Milano.

Poté contare anche sull’assistenza di un’automobile e di un meccanico al seguito, guidata da un certo signor Ferro che aveva tappezzato l’automobile di striscioni sui quali gli italiani potevano scrivere il loro nome per ricordo.

bunyan derbyConquistò nella seconda edizioni ben 13 vittorie di tappa e assaporò per alcuni istanti il piacere di ricevere 6.500 dollari per il piazzamento al terzo posto (dietro all’italo- inglese Peter Gavazzi) della ultramaratona americana. Non vide però nulla perché l’organizzatore scappò senza pagare i concorrenti e non fu mai più in grado di saldare i debiti del suo fallimento delle catene di teatri e cinema. L’atleta triestino rientrò mestamente in Italia nel 1932, dopo aver consumato quanto guadagnato nel 1928 e sperato in un saldo da parte dell’organizzatore.

Trasferitosi per lavoro a Milano (prima della seconda guerra mondiale), e poi a Lumezzane, Umek subì anche l’ostracismo degli organismi federali italiani. Avendo percepito compensi in denaro con il suo  gesto sportivo, non aveva più diritto ad avere un posto al sole e a una registrazione “ufficiale” delle sue performance.

il luogo della rimembranza per giusto umekPadre di Luciano e di Albina, trascorse la vecchiaia prima a Trieste e poi a Padova, dove morì dimenticato dalla stampa sportiva nel 1967.