La leggenda di Louis Zamperini

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louis zamperini 4California 1934. Nella città che ha ancora nella testa le recenti Olimpiadi un ragazzo vince la prova del miglio ai campionati scolastici. Il suo nome è Louis Silvie Zamperini e si porta dietro la fama di ragazzo difficile. A spingerlo nell’agone atletico è stato il fratello Pete, con la speranza di trovare uno sfogo al giovane che fino a poche settimane prima ha fatto a pugni con i bulli nelle strade di Torrance e che per abitudine saltava clandestinamente sui treni merci diretti in Messico.

Nato il 26 gennaio del 1917 a Olean nello stato di New York, Louis è figlio di una comunità italiana ancora fiera dei successi olimpionici conquistati dall’Italia e che ancora crede nel “rinascimento” sociale, economico, culturale e politico promosso da Mussolini. La famiglia Zamperini, composta dai genitori Anthony e Louise e dai figli Pete, Louis, Virginia e Sylvia, si è trasferita a Torrance nel 1919 ma nonostante viva fin dalla nascita negli Stati Uniti, Louis non riesce a parlare bene l’inglese e viene fatto oggetto di scherno da parte dei bulli di quartiere.

Il padre lo iscrive in una palestra di boxe per aiutarlo nella difesa, ma il risultato non è quello sperato. Capace di reagire fisicamente ai lazzi dei ragazzi di quartiere, Louis si trasforma a sua volta in un ragazzo violento e incapace di rispettare le regole e l’attività sportiva diventa per il fratello Pete l’unica soluzione all’eccesso di Louis. Il giovane infatti intuisce le straordinarie doti atletiche del fratello minore e lo sprona a iscriversi a varie gare.

8pd q2xbhtgo 6tg3p8g00zxnxg2tcgfwzgue4ynwom0uw2i3cz8jfy 8wua8ai6nq733lup6j6anie9kw 9ynun9dm 0twuuijwch ypegbn8njjwLa vittoria nei campionati scolastici garantisce a Zamperini l’accesso alla University of Southern California e un posto in squadra alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Sarà, con i suoi 19 anni, l’atleta più giovane della squadra americana.

Il giovane impressiona, con la sua prestazione olimpionica sui 5000 metri, tutti gli spettatori dello stadio e viene convocato dal cancelliere Adolf Hitler. Si è classificato ottavo ma ha corso gli ultimi metri con un’andatura da record riducendo tutti i distacchi dagli atleti affermati.

Il risultato di Berlino non sarà un semplice fuoco di paglia. Due anni dopo infatti Zamperini batte il record nazionale sul miglio che resisteva da 15 anni, meritandosi il soprannome di Torrance Tornado. Ma non ci sarà troppo tempo per i festeggiamenti e per la scalata ai vertici sportivi dell’atletica. Quattro anni dopo Louis Zamperini è impegnato in un’altra competizione: quella per la vita.

Arruolatosi nell’Aviazione con il grado di sottotenente, il giovane di Torrance viene inviato nelle isole del Pacifico, e opera nella base delle isole Funafuti.

zaynab dosso 2021 04 07t125206.811Louis opera come ricognitore aereo e il 27 maggio 1942 viene abbattuto dall’artiglieria giapponese. Sopravvissuto insieme ad altri 2 degli 11 membri dell’equipaggio, il giovane italoamericano si ritrova nelle acque dell’Oceano e ingaggia una strenua lotta contro la sete, le correnti e gli squali. Costretti a razionare il cibo e a seguire un albatros per procurarsi un po’ di pesce Zamperini e l’unico compagno superstite raggiungono le coste delle Isole Marshall per essere subito catturati dalle truppe giapponesi e condotti nel campo di prigionia di Ofuna dal quale saranno liberati soltanto alla fine della guerra.

Dichiarati morti in azione, Louis e suoi compagni sopravvivono alla denutrizione e alle sevizie degli aguzzini nipponici.  Sarà soprattutto l’indole ribelle di Louis a istigare il capo delle guardie Mutsuhiro Watanabe e a provocarne la reazione sadica. Torturato senza sosta da un uomo che il generale McArthur inserirà tra i 40 criminali di guerra giapponesi, l’italo-americano riesce comunque a rivedere la libertà e a tornare negli Stati Uniti.

Ma non dimentica.

maxresdefaultRitornato alla vita di ogni giorno, Zamperini si sposa nel 1946 con Cynthia Applewithe (con cui rimarrà sposato fino al 2001) e soffre di un grave stress post traumatico, da cui riesce a guarire grazie alla riscoperta della fede cristiana. Nel 1950, grazie alla ritrovata fede, Louis riesce a perdonare i propri aguzzini giapponesi.

Cinquantacinque anni dopo l’ex olimpionico e pluridecorato eroe di guerra torna in Giappone, a Nagano, in qualità di tedoforo per le Olimpiadi invernali e chiede d’incontrare Watanabe per concedergli il perdono cristiano ma il criminale di guerra nipponico rifiuta l’incontro e i due non si incontreranno mai più.

Zamperini, nella sua lunga vita, ha avuto numerosi riconoscimenti. Torrance gli ha dedicato uno stadio di football, una piazza e l’aeroporto. La società Kappa Sigma lo ha onorato con la medaglia d’oro.

unbrokencoverL’ex atleta olimpionico ha affidato ai libri la propria storia. Nel 1956 scrisse Devil at My Heels. L’autrice Laura Hillenbrand, dopo aver pubblicato il bestseller ‘Seabiscuit’, ha raccolto nelle pagine del suo libro “Sono ancora un uomo” (il cui sottotitolo originale è ‘A story of Survival, Resilience and Redemption’) le memorie di Louis Zamperini campione di resilienza ovvero della capacità del singolo o della comunità di far fronte agli eventi traumatici e riorganizzare la vita senza perdere la propria umanità.

Louis Zamperini morì  di polmonite il 2 luglio 2014, nella sua casa di Los Angeles all’età di 97 anni. Il leggendario veterano e mezzofondista americano però riuscì a visionare  la pellicola del film a lui dedicato,  poche ore prima di morire.

Angelina Jolie, che conobbe Louis come vicina di casa e riconobbe in lui la storia riesumata da un giornalista italiano, aveva infatti stretto una grande amicizia con il veterano decidendo di produrre e dirigere il film ispirato alla sua storia.

“Unbroken” è uscito nelle sale nel 2014 e il protagonista vero del film potè vederne una versione  sul suo computer portatile mentre era in ospedale. Dopo essersi commosso l’ex atleta si addormentò per sempre poche ore dopo.

Aveva percorso con dignità l’ultimo miglio della sua gara consegnando alla storia un campione da incorniciare nella grande tela della diaspora italiana in Nordamerica.




Vancouver. Marcello Pizzeria, un punto d’incontro nel cuore di Commercial Drive

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marcelloPer più di 25 anni, il  pittoresco locale Marcello Ristorante e Pizzeria ha costituito e continua a costituire un punto di riferimento importante per chi frequenta l’altrettanto pittoresca e variegata zona di Commercial Drive, nota anche come Little Italy e come tale proclamata e consacrata da un decreto del Sindaco della città. Insomma, rappresenta un pezzo di storia cittadina e di storia della nostra comunità.

La grande scultura che rappresenta il Sole campeggia nel ristorante a ricordare le origini solari e mediterranee della cucina che viene offerta al pubblico e anche le origini siciliane del proprietario che ha portato a Vancouver un poco della luminosità e del calore della sua terra di origine e vi ha esportato anche la creatività e la fantasia della gastronomia siciliana e italiana. La fama del ristorante si è consolidata negli anni attraverso la cura paziente e artigianale messa nella preparazione dei piatti, nella scelta accurata degli ingredienti e nel tempo dedicato a creare a mano gnocchi e altra pasta che non potrebbe certo avere lo stesso sapore se prodotta su scala industriale.

Marcello Lombardo, il proprietario, è nato a Palermo. Ha vissuto gli anni giovanili a Milano, dove ha frequentato le scuole e si  è costruito una solida formazione professionale nel campo della gastronomia e ristorazione. Ha infatti gestito con successo il ristorante Arcobaleno a Riccione, sulla costa Adriatica, per vari anni e, forte di questa esperienza, una volta trasferito a Vancouver ha ripreso la sua attività di ristoratore lanciando appunto, il ristorante suo omonimo.

Da Marcello, al 1404 Commercial Drive, si fondono armoniosamente le tradizioni di eccellenza della cucina italiana da Nord a Sud. Zuppe come la stracciatella, piatti di pasta classici come gli spaghetti alla Bolognese e le tagliatelle dello Chef si accompagnano ai famosi spaghetti alla norma e la scelta di pizze cotte nel forno a legna è tale da accontentare ogni esigenza. Nel locale si trova l’atmosfera ideale per un tranquillo pranzo per due o anche per una persona sola, ma soprattutto si può contare su un festoso punto d’incontro per una bella e allegra comitiva desiderosa di festeggiare o di passare un poco di tempo fra amici. Gli spazi sono ampi e anche se spesso le folle di clienti che occupano i tavoli sono ragguardevoli, il personale si muove con velocità ed efficienza. Sembra insomma che Marcello abbia felicemente saputo combinare non soltanto gli ingredienti per offrire una cucina di eccellenza ma anche gli ingredienti necessari per offrire una esperienza vivace e simpatica al cliente.

capturaNella nostra città, così affollata di ristoranti, ristorantini e localini vari che ha volte hanno una vita effimera, un locale che da più di un quarto di secolo rappresenta una presenza di rilievo in una zona di grande animazione come Commercial Drive ha certamente da offrire tutto quello che il pubblico di Vancouver apprezza e cerca: qualità e varietà nel menu, servizio pronto e cortese, atmosfera amichevole e prezzi che permettono di godersi un pranzo o una cena senza dover ricorrere a un mutuo bancario. Abbiamo chiesto a Marcello Lombardo di rispondere a qualche domanda e dopo una piacevole conversazione a telefono (Marcello è un garbato ed esauriente interlocutore) possiamo offrire ai lettori questa intervista in esclusiva.

Anna Foschi:  Marcello, tu e il tuo locale siete una presenza “storica” nel cuore della Little Italy di Vancouver. Puoi dirci qualcosa sugli inizi e la storia del ristorante?

Marcello Lombardo: Sono arrivato a Vancouver nel 1981. Avevo esperienza di ristorazione, dopo aver aperto e gestito per diversi anni il mio ristorante Arcobaleno a Riccione. Dopo tre anni, nel 1983, ho ottenuto il permesso di residenza permanente e nell’ottobre 1999 ho inaugurato il mio locale Marcello Ristorante Pizzeria a Commercial Drive.

A.F.: – Quale consideri essere l’elemento principale del tuo successo?

M.L. – La passione per quello che faccio. Vancouver, allora, aveva bisogna di conoscere la cucina italiana. La gente non sapeva niente o almeno non sapeva davvero molto, non si intendeva di cucina italiana. Non c’erano molti ristoranti italiani, a parte I locali di Umberto Menghi che però offrivano una esperienza di tipo diciamo più formale. Ho intuito che i tempi erano maturi per un tipo di formula ristorativa forse più semplice, aperta a tutti, per creare una atmosfera amichevole e informale, insomma per un locale gradevole, “giovane” dove gustare una pizza fra amici o assaporare un piatto più elaborato di pasta con ingredienti genuini che rappresentassero le tradizioni così varie della nostra Italia. Non ho esitato a inserire nel menu piatti piuttosto nuovi e penso allora quasi sconosciuti a Vancouver, dove in quel periodo imperavano soprattutto “spaghetti and meatballs”. Io proponevo e propongo cucina romagnola, altri piatti classici di altre regioni d’ Italia e questo ha incontrato il favore e l’interesse del pubblico.

A.F.- Quale consideri come la tua più grande soddisfazione raggiunta sul lavoro? E sul piano personale?

M.L. – La più grande soddisfazione professionale  viene dai miei clienti. Mi hanno sempre seguito, apprezzato, hanno capito che avevo qualcosa da offrire e che lo volevo offrire al meglio, mettendoci tempo, passione e impegno. Sul piano personale, direi che vivere a Vancouver mi ha dato molta soddisfazione. È una città bella, aperta, ti offre opportunità. Questo non sempre  accadeva  in Italia, bisognava lottare, non ti davano fiducia. Insomma, era dura ma l’Italia rimane sempre il più bel paese del mondo, ha paesaggi, cultura, storia. Nessuno ha mai detto che l’ Italia non è bella e ci sarà una ragione!

A.F.- E in futuro, che piani hai?

M.L.- Bene, io non sono più un giovanotto. Sono un uomo che a questo punto sta considerando di godersi un poco più di tempo libero dopo una vita intera di lavoro. Quindi nel mio futuro io voglio viaggiare, andare in Italia e vederla con gli occhi del turista, passarvi del tempo, godermela.




I Daddario: dall’Intelligence a Hollywood

richard daddario

da sin alexandra, catherine e matthew daddarioOggi i nomi di  di Alexandra e Matthew Daddario fanno capolino nei titoli dei maggiori successi cinematografici di Hollwywood. In pochi però associano il loro nome a una storia che unisce l’Abruzzo all’America fin dalla fine dell’Ottocento. Quello dei Daddario è infatti un nome importante nella storia americana anche se ha perso la sua originalità delle radici, e nasce tra le montagne dell’Abruzzo.

attilio dante d addario mediumAttilio Dante D’Addario nacque a Ofena il 10 marzo 1890. Sua moglie, Giovina Ciovacco nacque invece a Carpineto della Nora il 5 novembre del 1893 per poi vivere la prima parte della sua vita a Loreto Aprutino. I due ragazzi, una volta sposati, intrapresero il viaggio che tanti altri conterranei avevano già fatto e si imbarcarono alla volta degli Stati Uniti.

A Ellis Island i D’Addario persero, loro malgrado, l’apostrofo divenendo per gli americani Daddario, e si stabilirono a Newton, in Massachussetts. Il 24 settembre 1918 vi nacque il quarto dei loro sei figli , Emilio Quincy  Daddario, che dopo aver frequentato le scuole pubbliche a Boston e la Tilton Academy a Newton, si laureò alla Wesleyan University di Middletown (Connecticut) nel 1939.

Emilio  frequentò  poi la   Boston University Law School dal 1939 al 1941, per poi ottenere la specializzazione alla University of Connecticut nel 1942. Nei suoi anni giovanili Emilio si distinse, oltre che per i suoi ottimi risultati negli studi, anche per le sue prestazioni sportive, divenendo uno dei protagonisti dello sport universitario.  Mentre frequentava la Wesleyan University, fu un atleta di spicco e capitanò la squadra di football americano nel 1938 ricevendo la Major Valuable Player Award (meglio noto come MVP award) sia per il football che nel baseball.

emilio daddario alla wesleyanLa guerra non lasciò indifferente il figlio degli immigrati di Ofena.  Sposatosi con Berenice Carbo nel 1940 Emilio si arruolò infatti, come tanti, nel febbraio del 1943 e venne subito contattato da Max Biagio Corvo, giovanissimo capo delle operazioni in Italia dell’ Oss, originario di Melilli, che già dalla fine del 1942 pianificò, con un dettagliato piano d’ intelligence, l’ occupazione della Sicilia dell’ estate del ‘ 43 e la successiva totale liberazione dell’ Italia dal giogo nazi-fascista.

Corvo, che conosceva Daddario per aver vissuto nella sua stessa città (Middletown) decise di voler avere nella sua squadra di “intelligence” la giovane stella  del football americano, applaudito campione nella squadra della Wesleyan University.  Emilio inoltre conosceva perfettamente diverse lingue e si integrò bene con i siciliani, consolidando con lo stesso Corvo  una amicizia che durerà per tutta la vita.

Entrato a far parte del servizio segreto con il nome in codice di Mim (774 il numero di identificazione),  Emilio partecipò a tutte le fasi della campagna d’Italia. Arrivato a Palermo nel dicembre del 1943, restò poco tempo  negli uffici dell’Oss siciliano per essere poi trasferito nel nuovo comando operativo di Brindisi con l’ incarico di vice di Corvo e il grado di capitano. Nell’ aprile del 1945, quando ormai la sorte della Repubblica di Salò erano segnata, il capitano Daddario si trovava in Svizzera alle dirette dipendente di Allen Dulles, direttore del Oss per l’ Europa e futuro capo della Cia. Fu però richiamato in Italia da Corvo per un compito della massima delicatezza: la cattura di Mussolini e di alcuni ministri della Repubblica sociale di Salò in fuga sulle montagne piemontesi. L’ufficiale italo-americano giunse in Italia senza rivelare il suo vero scopo e cercò di intuire le mosse dei partigiani che usarono la migliore strategia per per sviare ogni indizio che potesse portare gli Alleati sulle tracce del Duce. Nei terribili ultimi giorni dell’epoca fascista, Daddario tentò di anticipare in tutti i modi i partigiani per catturare vivo Mussolini ma purtroppo fallì questa missione. I  documenti di riconoscimento di Walter Aulisio erano stati firmati dallo stesso Daddario, all’oscuro degli ordini che il Cln aveva dato al “colonnello Valerio” di uccidere il Duce.

Daddario si riscattò però subito dopo, sottraendo alla giustizia dei  partigiani i generali della Rrs Rodolfo Graziani, Ruggero Bonomie Rosario Sorrentino. Graziani sarebbe poi stato recluso in un campo di prigionia ad Algeri e avrebbe testimoniato l’azione di  Daddario ringraziandolo per avergli salvato la vita.

mim daddarioInsignito della “Legion of Merit” e la stella di bronzo americana e della  medaglia d’argento italiana, una volta tornato a casa Emilio Daddario riprese la professione di avvocato e divenne membro della Connecticut National Guard; dal 1946 al 1948 fu sindaco di   Middletown, Conn., 1946-1948;  e giudice della Corte municipale della stessa città fino al 1950 . In quell’anno infatti rientrò di nuovo in servizio attivo nella  43 Divisione  del Connecticut National Guard per combattere in Corea. Daddario operò come maggiore e sul finire del conflitto fu inviato in Giappone, prima di rientrare definitivamente a casa nel 1952. L’italo-americano decise di continuare il suo impegno politico e fu eletto deputato (tra le fila dei Democratici) nel 1958 , lavorando in tale veste fino al 1971 . Nel 1970 si candidò governatore del Connecticut  e nel 1973 iniziò il  proprio servizio come direttore dell’ Office of Technology Assessment.

“Per i suoi continui contributi alla scienza e al benessere nazionale durante gli anni in cui ha servito come membro del Congresso”, Daddario ha ricevuto la Medaglia per il benessere pubblico dalla National Academy of Sciences nel 1976. È stato presidente dell’American Association for the Advancement of Science dal 1977 al 1978. Dal 1979 al 1989 è stato copresiedente dell’American Bar Association ‘s Association for the Advancement of Sciences e della Conference of Lawyers and Scientist.

Emilio Quinci Daddario morì il 7 luglio del 2010 a Washington lasciando dietro di sé i figli  Richard, Anthony e Stephen.

richard daddarioRichard ( sposato con Christina)  pubblico ministero ed ex capo dell’unità antiterrorismo del Dipartimento di polizia di New York City, è il padre di Alexandra Anna, Mattew  e Caterine, con i primi due figli destinati a diventare stelle di Hollywood.

Nata a New York il 16 marzo 1986, Alexandra decise di diventare attrice dopo aver assistito al musical di Broadway “I Miserabili”. Mantenendo fede alla tradizione di famiglia,  ha praticato con successo diversi sport, tra cui il nuoto e ha studiato per anni il pianoforte, frequentando    il prestigioso liceo femminile Brearley di New York.. Proprio nel collegio ha svolto le sue   prime attività teatrali, vestendo i panni di Ortensio ne “La bisbetica domata”.  Al secondo anno della High School decise di iscriversi alla Professional Children’s School, pensata per gli studenti impegnati nel mondo dello spettacolo, proseguendo poi gli studi nel  Marymount Manhattan College.

Dopo aver debuttato in televisione, a dodici anni, in uno spot della Barbie, Alexandra nel 2002 ha iniziato il suo percorso cinematografico lavorando nel  cortometraggio di Jim Bernfield, Best Thanksgiving Ever, presentato al 15° Columbia University Film Festival.   Nel 2009 ha ottenuto il ruolo ri di Kate in  “White Collar”    che le ha dato una discreta notorietà. Negli anni del College ha interpretato ruoli minori anche sul grande schermo, in film quali “Il calamaro e la balena”, “L’amore giovane”, “The Babysitters”, “The Attic”. Ha interpretato  il suo primo ruolo da protagonista nello slasher  Bereavement di Steven Mena, girato nel 2007, ma uscito solo nel 2011. Il grande successo cinematografico è arrivato  nel 2010 con il primo film della serie Percy Jackson “Il ladro di fulmini”. In seguito Alexandra appare in 5 episodi della terza stagione di “Parenthood” e nella commedia “Libera uscita”.  Nel 2013 è stata protagonista dell’Horror “Non aprite quella porta 3D” tornando poi sul set del secondo capitolo della saga di Percy Jackson, “Il mare dei mostri”.  Nel 2014   Alexandra è stata  una delle interpreti principali di  “Buying The Ex”  una  commedia horror   presentata fuori concorso al  Festival del Cinema di Venezia.

Nel 2015 è tornata sul grande schermo con il “San Andreas”  e nel  2016, ha avuto un piccolo ruolo nell’adattamento cinematografico del romanzo di Nicholas Sparks “The Choice. Nel 2017 è stata scritturata per il ruolo di Summer nella versione cinematografica di e nello stesso anno è stata co-protagonista della commedia “Un uragano all’improvviso”.  “We Have Always Lived in The Castle”, “Se ci conoscessimo oggi” e  “Nomis” del 2018,, “Sai tenere un segreto?” nel 2019, Lost Girl ad Love Hotels (2020) e Songbird (2021) rappresentano le ultime fatiche di un’attrice che nel 2010 è stata candidata agli MTV Awards  come attrice rivelazione per il film Percy Jasckson e gli dei dell’Olimpo – Il ladro di fulmini, nel 2013 è stata candidata   per “Non aprite quella porta 3D”, nel 2015   come miglior attrice in un film d’azione per “ San Andreas” e nel  2017, come miglior attrice di un film commedia (Baywatch).

Il fratello Matthew, nato a New York il 1 ottobre 1987, ha frequentato invece la Collegiate School  per poi studiare business a Bloomington nell’Università dell’Indiana   laureandovisi nel 2010. Ha debuttato con il corto “The Debut” del 2012 per poi iniziare il percorso cinematografico nel 2013 con il film “Passione innocente”. Sempre nel 2013 ha  interpretato la  commedia “Delivery Man . Nel 2014   ha recitato nel film “Il tempo di vincere” e l’anno seguente     in “Va a finire che ti amo”. Il 2015 lo ha visto un protagonista della serie televisiva “Shadowhunters” mentre nel 2016 dopo aver preso parte al film horror “Cabin fever”, ha diretto e interpretato “The Last Hunt” presentato al SoHo International Film Festival.

Sposatosi nel  2017,  Matthew ha collezionato negli ultimi anni una parte nel film “Trust” e ha partecipato alla serie TV “Tommy”. Anche per lui sono arrivati diversi riconoscimenti dal Mtv Fandom Award  (candidatura  per la “Ship of the Year”)  e dal Teen Choice Award.




Gaetano Bedini, difensore delle comunità cattoliche in America

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cardinal bedini“QUESTA MIA MISSIONE PIENA DI ROSE E SPINE…”

Lasciò  la vita terrena portandosi dietro il peso di aver fatto giustiziare il patriota Ugo Bassi e la storia lo ha voluto identificare come la mano operativa del potere pontificio. Di sicuro, Gaetano Bedini, fu un formidabile campione del papato, tenacissimo difensore del potere temporale in Italia e  della religione cattolica nel Mondo, senza il quale però difficilmente le comunità professe avrebbero potuto trovare il loro spazio in terra americana. Un gigante della logorante battaglia per il credo cattolico.

Era nato a Senigallia il 15 maggio del 1806, in quelle Marche che per secoli rappresentarono il serbatoio della fedeltà pontificia. Figlio di Alessandro Pellegrini e di Marianna Spadoni (originari di Ostra) Gaetano era l’ultimo di sette figli e venne destinato alla carriera ecclesiastica. Gaetano entro giovanissimo nel seminario di Senigallia e fu ordinato presbitero il 20 dicembre 1828. Nella sua città natale trascorse i primi anni del suo sacerdozio, operando come canonico del capitolo della Cattedrale cittadina dal 1829 al 1838. In un’Italia segnata dai primi moti carbonari e dalla moltiplicazione dei patrioti del risorgimento italiano, Gaetano Bedini trovò nella politica la sua propria vocazione e grazie anche all’amicizia di Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro papa con il nome di Pio IX, fu destinato al ruolo di uditore presso la nunziatura apostolica di Vienna, che all’epoca era retta da Lodovico Altieri, arcivescovo di Efeso. Restò nella  capitale austriaca fino all’aprile 1845, quando fu richiamato a  Roma e messo a disposizione della Santa Sede come prelato domestico di Sua Santità  e protonotario apostolico.

by albert sands southworth; josiah johnson hawes; southworth & hawes
Gaetano Bedini

Il 28 ottobre 1845 arrivò per lui  il primo incarico diplomatico. Bedini fu nominato infatti internunzio e inviato straordinario della Santa Sede in Brasile. Il sacerdote si distinse subito per le sue forti attenzioni alle sorti  dei fedeli cattolici immigrati tedeschi che vivevano in condizioni molto disagiate. Altrettanto fervore mostrò nel  favorire una ripresa del cattolicesimo  per contrastare la diffusione del protestantesimo  in atto nel continente. Bedini rientrò in Italia il 16  agosto 1847,  mettendosi a disposizione della Santa Sede. Prima di partire però ebbe contatti con Giuseppe Garibaldi, in quel periodo residente a Montevideo, il quale con diverse lettere cercò di avvicinarsi a Papa Pio IX. In una famosa lettera al Cardinale, il futuro eroe dei Due Mondi scrisse:

«Offro a Pio IX  la mia spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa, ricordando i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali, … Pur sapendo che il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli.»

Gaetano Bedini decise di non dare risposte precise alle  missive di Garibaldi destinate a Pio IX,   trasmettendo  l’offerta con il massimo riserbo  direttamente al Papa che però gli fece rifiutare la proposta pur con molti ringraziamenti.

foto cardinal bedini1853Terminata la missione in Brasile e rientrato il B. a Roma il 5 marzo 1848 il conterraneo papa Pio IX, lo nominò  sostituto della Segreteria di Stato. Nell’anno della Repubblica Romana, Bedini seguì il pontefice nella fortezza di Gaeta e diede il suo primo segnale di grande autorevolezza. Convinto della necessità di ristabilire l’autorità del papa con la forza delle armi, si recò verso la fine del gennaio 1849,   segretamente a Bologna per convincere le truppe svizzere a lasciare la città e a raggiungere i reparti rimasti fedeli a Pio IX. Questo disegno fallì e Bedini ,  nominato commissario straordinario delle quattro Legazioni, fece il suo ingresso a Bologna al seguito dell’armata austriaca.

Ristabilito il potere temporale del Papa, Bedini continuò nel suo lavoro di commissario pontificio come legato a  Bologna dal 1849 al 1852.  Allorché cominciò a  stancarsi dell’invadenza austriaca, il prelato   manifestò la sua disapprovazione per l’operato delle forze di occupazione e venne sollevato   dal suo incarico all’inizio del 1852.

Dopo i fatti  rivoluzionari la Santa Sede decise di stringere rapporti più stretti con gli Stati Uniti e  la Gran Bretagna, nazioni che avevano accolto numerosi fuoriusciti nazionalisti e  rivoluzionari. A Bedini fu quindi richiesto, tra le righe, di tessere un’abile ragnatela  diplomatica tra Brasile, Stati Uniti e Gran Bretagna e di sondare la situazione delle missioni cattoliche americane, sempre più spesso oggetto di durissimi attacchi protestanti.

L’ostilità nei confronti del Vaticano non tardò a manifestarsi e il viaggio di Bedini assunse contorni drammatici. Il primo attacco arrivò da Alessandro Gavazzi, un patriota Italiano che accusò il prelato di essere il responsabile della fucilazione del patriota Ugo Bassi. Trasferitosi in Canada  il nunzio  venne accolto con ben altro entusiasmo e tutti ne apprezzarono l’operosità verso  emigrati cattolici tedeschi, italiani, francesi e portoghesi.

Bedini aiutò anche la comunità irlandese, soprattutto quella presente a Bytown città  destinata a diventare negli anni seguenti capitale federale con il nome di Ottawa  e sede di un vasto crogiolo di religioni e comunità immigrate. L’opera del religioso  andò comunque ben al di là degli interventi apostolici. Dotato di  carattere fermo e risoluto, il nunzio marchigiano, nella sua permanenza nordamericana si batté contro tutti i diritti acquisiti dal clero americano  inopinatamente. Risolse numerose controversie e si adoperò con tutte le energie  per i suoi emigranti, cui rimase legato per tutta la sua carriera  ecclesiastica.

fotografia cardinal bediniRientrato negli Stati Uniti nel 1853 Bedini fu oggetto a Buffalo e Philadephia di un altro violentissimo attacco da parte dei tedeschi che il lui vedevano il simbolo delle  loro aspirazioni frustrate (i fedeli tedeschi volevano che le loro parrocchie e le loro  scuole fossero rette soltanto da sacerdoti del loro paese), nonché da parte degli  esuli politici italiani, cui era inviso in quanto rappresentante dello Stato Pontificio. Ma  nonostante tutto (ebbe parole di grande riconoscenza per altri cattolici tedeschi  italiani e irlandesi, che si offrirono di difenderlo armi alla mano) egli portò avanti la  sua politica tesa a formare un clero autoctono per gli Stati Uniti, pronto a subentrare  ai sacerdoti  europei. La sua convinzione fu tale da impegnarlo per il resto dei suoi anni, una volta  tornato in Europa. Costretto infatti alla fuga inseguito dagli esuli,  tornò a Roma per perorare la sua idea di realizzare un Collegio per i nuovi sacerdoti  nati negli Usa, scontrandosi con una curia che non vedeva certo di buon occhio il  genuino entusiasmo per il Nuovo Mondo.

Ebbe però l’appoggio decisivo del papa  e  ottenne il segretariato di Propaganda Fide, attraverso cui realizzò il primo progetto di  nunziatura permanente negli Stati Uniti (che si realizzò solo nel 1892) e l’istituzione  del collegio americano di Roma. Dal suo nuovo posto dirigenziale, il prelato prosegui  fino agli ultimi istanti della sua vita (si spense a Viterbo nel 1864) la strenua battaglia  in favore degli emigranti. Gaetano Bedini chiese ripetutamente ai vescovi in Nordamerica e in  Brasile di dare ascolto ai vari gruppi di emigrati e di favorire l’amalgama di queste  nazionalità nell’alveo della loro patria di adozione.  Si batté quindi, primo prelato vaticano, per l’integrazione e preparò il terreno  all’azione di Giovanni Battisita Scalabrini, vera colonna portante del cattolicesimo italiano nelle Americhe.

Nel 1861 venne nominato vescovo di Viterbo e Tuscanella.  Dopo pochi mesi, nel concistoro  del 27 settembre 1861 il papa creò  Bedini cardinale dell’ordine dei presbiteri, con il titolo di Santa Maria sopra Minerva.

Bedini morì la mattina del 6 settembre 1864  a poco più di 58 anni, probabilmente per un ictus. I suoi funerali  si svolsero l’8 settembre con la cattedrale gremita di fedeli accorsi da tutta la diocesi.




Il Ristorante Pizzeria Dolce Italia entra nell’Olimpo degli Stellati

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Un traguardo molto ambito. Ben tre stelle è stato il traguardo raggiunto dal Maestro Pizzaiolo Liberato De Simone. Questa è stata la valutazione della Guida alle Pizzerie Stellate, che ha premiato la storia del noto imprenditore. Alla base del successo vi è tanto impegno e spirito di sacrificio. La sua passione per la cucina, unita alla voglia di soddisfare sempre i suoi clienti, gli hanno permesso di diventare un pizzaiolo molto apprezzato in Repubblica Dominicana.

Il Maestro Pizzaiolo Liberato De Simone – premiato con 3 Stelle d’Eccellenza dalla Guida Pizzerie Stellate

Chi è Liberato De Simone?

Pizzaiolo classe 1971, originario di Castellammare di Stabia, che ha dedicato 35 anni della sua vita al mondo della panificazione e oggi è una figura affermata e apprezzata nell’ambito della ristorazione. Liberato si avvicina al mondo delle pizze tanti anni fa quando, ancora dodicenne, entra nella pizzeria Da Vittorio a Castellammare di Stabia (Napoli) ed è rimasto profondamente attratto dalla manualità del pizzaiolo che incontra durante quell’esperienza. Due anni dopo, si trasferisce a Vicenza con gli zii e, seguendo l’esempio di familiari e parenti, comincia a lavorare nel mondo della panificazione. Un cambiamento radicale per il giovane Liberato. Nonostante ciò, egli va avanti per la sua strada e cerca di apprendere le tecniche per realizzare un buon prodotto. A soli sedici anni, egli decide di seguire gli zii a Monfalcone, dove continua a lavorare come pizzaiolo insieme a loro.

04022021 p1020890 2Pizzaiolo Stellato: il successo di Liberato De Simone

La sua storia dimostra come con impegno, passione e dedizione si possano raggiungere risultati straordinari. Liberato non è figlio d’arte perché suo padre lavorava nella Fincantieri. Tuttavia, la sua passione lo ha portato lontano, non solo geograficamente. In Repubblica Dominicana è molto conosciuto e apprezzato nell’ambito della ristorazione. Le sue abilità culinarie e manageriali sono premiate da uno dei riconoscimenti più apprezzati nel settore del food&beverage. Pizzerie Stellate è un progetto che premia l’alta qualità nell’arte della pizza. L’assegnazione delle stelle avviene sulla base di una valutazione di una serie di parametri, che determinano l’eccellenza del pizzaiolo o della pizzeria premiata. Un traguardo molto importante che offre una straordinaria visibilità a livello mondiale.

 

Il cammino verso le tre Stelle

targa stellataIl percorso che gli consente di raggiungere, oggi, il riconoscimento di Pizzeria Stellata comincia da lontano. Precisamente, nel 1995, quando Liberato De Simone inaugura una pizzeria-gastronomia denominata El Merendero. Trova subito l’aiuto dei suoi familiari e in poco tempo il locale diventa un punto di riferimento per gli amanti della pizza. Con l’aumento dei clienti, egli amplia il locale portandolo a ben 100 posti a sedere. Nel giro di tredici anni di gestione, El Merendero sforna in media circa 1500 pizze a settimana.  Un punto di svolta del suo cammino è il 2010, quando durante una vacanza in Repubblica Dominicana, si innamora dell’isola caraibica. Quel viaggio gli offre lo spunto per un nuovo percorso imprenditoriale.

Il sogno americano

04022021 p1030018 2 1024x768L’idea di portare la sua pizza nel paese sudamericano lo intriga. Così Liberato De Simone prende la decisione di inaugurare un locale, Dolce Italia, insieme a suo fratello Nicola.

L’attività gli dà grandi soddisfazioni e nel giro di due anni i fratelli De Simone aprono un secondo punto vendita all’interno di un noto centro commerciale, Agorà Mall. Nel 2017, invece, Liberato apre un locale a Punta Cana, insieme a sua moglie.I suoi successi gli danno un grande entusiasmo e lo spingono a raggiungere vette sempre più alte come il riconoscimento di Pizzeria Stellata della Guida Peperoncino Rosso, che egli ottiene nel giro di pochi anni.

L’importanza della formazione

targa stellataPrima di conquistare le Tre Stelle, nel 2020 ottiene il premio di miglior ristorante italiano della Repubblica Dominicana. Tali risultati arrivano dopo un percorso non solo lavorativo ma anche formativo che è durato anni.

Nonostante gli impegni lavorativi, Liberato dedica sempre parte del suo tempo alla formazione continua.

Non a caso, egli possiede la qualifica di Master Istruttore, conseguito presso la Pizza News School del Mastro Luigi Ricchezza.

Le attività del Maestro Liberato De Simone

Oltre alla passione per l’arte bianca e in particolare per la pizza napoletana verace, Liberato si dedica anche al dolce.

yaryyjorge fotos 54 2Uno dei suoi assi nella manica è la preparazione dei gelati. Tanto che, nel 2012, egli partecipa alla Mostra Internazionale del Gelato Artigianale di Longarone.

All’evento prendono parte 370 maestri, provenienti da 34 paesi del mondo.

Il pizzaiolo stellato si piazza al nono posto per il miglior gelato alla fragola, che può essere gustato anche nei suoi locali.

Un altro ambito della sua formazione riguarda l’attività di auditing. Un settore a cui Liberato dedica tante energie. Egli aiuta diverse società impegnate nelle aperture di ristoranti e pizzerie, sparsi in tutto il mondo, dal Sud America all’Europa.

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La cucina italiana in Repubblica Dominicana

Liberato De Simone ottiene le tre Stelle anche grazie alla sua voglia di offrire la qualità italiana in ogni reparto delle sue attività. Attualmente è titolare delle quattro sedi di Dolce Italia e del ristopub Caponi Italian Burger.

Il suo merito sta nel voler veicolare la cultura gastronomica made in Italy attraverso dei prodotti di alta qualità impiegati nella realizzazione di portate innovative.

La sua cucina viene apprezzata molto anche dalla clientela locale. Basti pensare, che ciascun locale è dotato di 150 posti interni e di 200 esterni.

Sapori italiani e non solo

yaryyjorge fotos 63 2Accanto alla pizza, egli propone anche i piatti di pasta, il pane e i dolci italiani, realizzati in modo artigianale.

La continua ricerca di materia prime di qualità e la costanza nell’adottare soluzioni all’avanguardia gli consente di raggiungere sempre nuove vette dell’eccellenza.

Inoltre, all’interno del menù sono disponibili anche dei piatti per chi segue determinati tipi di diete: vegetariani, vegani e celiaci.

935b8630 06cd 4cd3 807b 565a6484861e 2Per venire incontro anche ai gusti dei numerosi turisti e dei clienti del posto, Liberato dispone di un’ottima cantina che spazia dai vini italiani a quelli argentini.

Particolarmente ricca è anche la varietà di cocktail che vengono serviti. Insomma, se all’inizio era lui ad aver trovato l’America, adesso sono tanti dominicani ad aver trovato l’Italia nel loro paese.

Il merito? È tutto del premiato di PeperoncinoRosso.

Claudio Iannello – Da www.peperoncinorosso.com




Anna Bambace, la sarta che lottò per i diritti del lavoro e delle donne

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16999057 669421746573210 7169672297285399585 n5 aprile 1975. A pagina 32 del New York Times compare un breve necrologio dedicato ad Angela Bambace. Poche righe, relegate in una anonima pagina dell’importante giornale americano per ricordare una donna fondamentale per i diritti del lavoro femminile. Poche righe per rispolverare una figura che l’America intrisa di imprenditoria aveva mal digerito e sopportato e che invece rappresentò il riscatto per milioni di donne che il lavoro ben pagato lo dovevano proprio alle sue battaglie. Alle battaglie di una ragazza figlia di una coppia che partì  dalla Sicilia e dalla Calabria alla volta del Brasile per poi tornare in Italia e riprendere infine  la nave in direzione New York.

Angela Bambace era nata il 14 febbraio 1898  a Santos, figlia di Antonio (nato a Cannitello in Calabria) e Giuseppina Calabrese (nata a Leofonte in Sicilia).  Dopo essere per breve tempo rientrata in Italia, la famiglia emigrò di nuovo, questa volta negli Stati Uniti, nel 1906. Angela fece il suo secondo viaggio sull’Oceano Atlantico all’età di otto anni per stabilirsi con i genitori nel quartiere italiano di East Harlem, a New York. Angela e la sorella Maria iniziarono a lavorare giovanissime seguendo la mamma nel settore dell’abbigliamento. Come sarta iniziò a lavorare prima in casa e poi dal 1917 in fabbrica. Sono anni incandescenti per le lotte dei diritti dei lavoratori. In America non si era ancora spenta l’eco della terribile tragedia della Triangle Waist Company avvenuta il 25 marzo del 1911 e le lotte sindacali per la sicurezza sul lavoro rappresentavano il companatico delle giornate interminabili in azienda. Le donne di casa Bambace parteciparono con coraggio alle riunioni tenute dagli anarchici, dai socialisti e dei membri dell’Industrial Workers of the World. Fin da giovanissima Angela mostra un carattere indomito dimostrandosi da subito una strenua  sostenitrice dei diritti delle donne. Per combattere meglio quelle che sentiva essere le “sue” battaglie si iscrisse all’International Ladies’ Garment Workers’ Union (ILGWU), un sindacato nato nel 1900,  nel quale trovò subito il suo alveo progettuale. Alla giovane italiana venne chiesto subito di occuparsi dell’organizzazione di proteste e scioperi per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Entrata nel 1917 nell’Italian Waist and Dressmakers ‘Local 89 nel 1917 divenne la protagonista chiave nell’organizzazione dello sciopero dei sarti del 1919 . Sposatasi nello stesso anno con Romolo Camponeschi, un giovane romano che aveva trovato lavoro come cameriere, la giovane sarta si ritirò dall’attività sindacale per alcuni anni, dedicandosi ai due figli. La famiglia intanto si era spostata a Flushing (New York) per accogliere in una casa bifamiliare sia i genitori sia Angela e il marito Romolo Camponeschi con i due figli Philip e Oscar, sia la sorella Nino e il cognato Nino Capraro (un anarchico siciliano che oltre a essere giornalista era anche un abile organizzatore sindacale) e le loro due figlie di Nino e Marie. Angela non resistette molto a stare lontana dalla lotta sindacale. Nel 1925 riprese il lavoro divenendo presto una delle attiviste di punta del sindacato e segnando la propria vita con un divorzio e la perdita della custodia dei figli. La sindacalista nata a Santos organizzò lo sciopero delle lavoratrici tessili a Elizabeth (New Jersey) nel 1932 e portò in strada ben   75.000 sarte a New York nel 1933.

angela bambace d80cc2fe 1ec0 46fc b5f5 f860a18bedb resize 750Alla fine degli anni ’20 Angela Bambace incontrò e si innamorò di Luigi Quintiliano, un sarto con idee anarchiche che servì come segretario del Comitato italiano per le vittime politiche e svolse un ruolo attivo nella difesa di Sacco e Vanzetti. Angela e Luigi formarono un sodalizio indissolubile rimanendo insieme per tutta la vita. All’inizio degli anni ’30, l’ILGWU chiese ad Angela Bambace di organizzare i lavoratori dell’abbigliamento a Baltimora e il compito temporaneo si trasformò in incarico permanente nel 1936. Nel 1942 la sindacalista fu nominata manager del nuovo distretto dell’ILGWU nel Maryland-Virginia, mantenendo tale ruolo anche dopo che la riorganizzazione del distretto in dipartimento del sud. Nel 1956, divenne la prima donna italoamericana eletta Vicepresidente dell’ILGWU e membro del Comitato esecutivo generale. Legittimando di fatto la sua nomea di tenace combattente dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Angela Bambace non si limitò oltretutto a combattere solo nelle fila del sindacato. La tenace italo-americana fu coinvolta in molte organizzazioni, tra le quali si ricordano l’Americans for Democratic Action, Baltimore Community Action Commission, United Nations Association, Southern Conference Education Fund, Maryland Commission on the Status of Women e Jewish Labour Committee.

Chiamata a ricoprire l’incarico di vice presidente del consiglio esecutivo dell’ILGWU dal 1956 al 1971 fu di fatto la prima donna a entrare nel consiglio esecutivo dell’ILGWU, fino ad allora composto esclusivamente da uomini. Nel 1972 decise infine di lasciare l’impegno sindacale sapendo di non godere di buona salute. Tre anni dopo il suo ritiro, Angela Bambace morì di   cancro a Baltimora, nel Maryland, nel 1975.

Le carte di questa grandissima combattente per i diritti del lavoro e per quelli delle Donne, sono conservate nell’archivio dell’Immigration History Research Center della University of Minnesota.




Vancouver. Carolina Bergonzoni, impegno per la danza e la ricerca

bergonzoni

bergonzoniCarolina Bergonzoni è approdata a Vancouver da pochi anni e ha saputo crearsi una reputazione di eccellenza e serietà professionale, coinvolgendosi in iniziative artistiche e sociali e creando progetti innovatori. Nata a Bologna, ha conseguito la laurea Master in Filosofia all’Università di Bologna e in seguito la laurea Master in Comparative Media Arts presso la Simon Fraser University. Fino dal 2008 ha insegnato danza e filosofia per I bambini e a livello comunitario. Nel 2011 ha conseguito a Bologna il diploma di Educatrice di danza e Facilitatrice di coinvolgimento comunitario presso la Mousikè di Bologna e da allora si è dedicata a creare comunità di gente attiva, desiderosa di cambiamenti positivi e aperta al pensiero critico, senza distinzione di età, come lei dice sorridendo: “gente da 0 a 99 anni di età.” Ha pubblicato saggi e articoli accademici, fra i quali: When I Dance My Walk: A Phenomenological Analysis of Habitual Movement in Dance Practices,   un articolo dal titolo Essere presenti al corpo . Un’analisi dell’insegnamento di Simona Bertozzi, e citiamo anche Fantasmata and Presence: A Comparison Between Domenico da Piacenza (1455) and Simona Bertozzi.

Carolina lavora e si coinvolge con i più importanti e rappresentativi organismi culturali e artistici di Vancouver. È “artist-in-residency” con la Roundhouse Community Dancers, consigliera di amministrazione del Vines Art Festival, Raven Spirit Dance e la Live Biennale. Come coreografa, ha creato opere specifiche per  Vancouver Fringe Festival, Dance in Vancouver, BC Buds, and Vines Arts Festival. Un altro progetto di importanza artistica e forse soprattutto sociale è quello che lei conduce per All Bodies Dance Project, mirato ad avvicinare alla danza persone che hanno qualche impedimento nella mobilità o che semplicemente non avevano mai pensato di poter danzare. Ma di questo ci parlerà più ampiamente Carolina nella intervista che segue.

Ho conosciuto Carolina circa tre anni fa. Le avevo proposto di partecipare ad un evento della serie letteraria Books & Biscotti che da tempo organizzo a nome della Associazione scrittori/scrittrici italo-canadesi della quale faccio parte. Il pubblico le tributò una calorosissima accoglienza e fu una occasione per ammirare la sua non comune capacità di creare un rapporto e una sintonia con gli spettatori , di qualsiasi età e di qualsiasi livello di conoscenza verso l’arte della danza. Con la stessa semplicità e generosità con cui si prodiga per cause comunitarie oltre che per gli impegni professionali e artistici, Carolina ha subito accettato di rispondere alle nostre domande.

Anna Foschi: Carolina, tu fai parte della “nuova immigrazione italiana”  di expats, i giovani italiani cittadini del mondo. Cosa ti ha motivato a scegliere Vancouver?

Carolina Bergonzoni:  Simon Fraser University! Durante la laurea magistrale in filosofia a Bologna sono venuta a conoscenza di alcuni studiosi che erano qui a Vancouver. Ho fatto domanda per un Master’s e mi hanno accettata. Pensavo sarei resistita solo quattro mesi.. e invece, sono ormai 6 anni!

Anna: Durante questi ancora pochi anni di permanenza a Vancouver hai realizzato molti importanti progetti. Se dovessi scegliere, quali consideri come I traguardi più ambiti e rilevanti che hai raggiunto?

Carolina: Sicuramente i traguardi a livello accademico. Sono nella fase di stesura della tesi di dottorato, un dottorato con borsa di studio e che mi ha permesso di partecipare a conferenze, pubblicare articoli, fare grandi conoscenze, e insegnare all’Universita’. Sono anche molto soddisfatta del mio coinvolgimento nella comunita’ di danza.

Anna: A cosa si ispira e cosa intende comunicare al pubblico il tuo stile di danza?

Carolina: Domanda difficile! La danza è una grossissima parte della mia ricerca accademica, quindi spesso si inspira alle mie curiosità. In particolare sono interessata all’improvvisazione, alla possibilità di interazione con lo spazio e gli altri danzatori. Desidero comunicare un attenzione al corpo in movimento e spero che alla fine dello spettacolo il pubblico sia più in contatto con il proprio corpo che all’inizio.

Anna:Il tuo coinvolgimento con All Bodies Dance Project dimostra la tua disponibilità e sensibilità a portare il mondo dell’arte e della danza a contatto con persone che fronteggiano delle barriere nella loro esistenza. Puoi parlarci più dettagliatamente di questo progetto e del tuo lavoro?

Carolina: All Bodies Dance Project (ABDP) e’ una compagnia di danza per danzatori con e senza disabilità. ABDP critica l’idea di un corpo “normale”, soprattutto nell’ambito della danza. Ad ABDP non consideriamo la disabilità come una barriera, o qualcosa da superare. La diversità è una risorsa creativa e pedagogica, non un ostacolo o qualcosa da nascondere.

Offriamo classi di danza aperte a tutti e gratis, quattro volte a settimana in diversi Community Centre, abbiamo una classe per ragazzi a partire dai 15 anni, e una compagnia di danzatori professionisti. Con la compagnia di danzatori abbiamo recentemente presentato Translations, uno spettacolo creato per tutti i sensi, tranne la vista. Durante le fasi di ricerca abbiamo coinvolto consulenti non vedenti o ipo vedenti. Un’altra attivit sono spettacoli nelle scuole K-12.

Anna: Pensi che Vancouver sia una città con una vita artistica e intellettuale? Può sembrare una domanda inutile, ma spesso sui socials (eh sì, ormai questi socials sono diventati veramente influenti!) si sentono giudizi assolutamente negativi al riguardo e proprio da parte di alcuni expats.

Carolina: Penso che Vancouver abbia una vita artistica e molta attività per quanto riguarda la contemporaneità, presentando principalmente artisti locali. A mio parere quello che manca è la storia dell’arte, uno sguardo al passato, e una brezza di Europa!

Quali sono I tuoi progetti per il futuro abbastanza prossimo?

Carolina: Molti impegni in ambito accademico fra conferenze e pubblicazioni nei prossimi anni. All Bodies Dance Project ha presentato un duetto a cui ho collaborato come direttore delle prove a The Dance Centre il 18 Febbraio 2020. Lo spettacolo che presentiamo nelle scuole ha alcune date nel prossimi mesi qui a Vancouver. Inoltre spero che il mio dance film Ho.Me, che ho diretto lo scorso anno con tre danzatori di All Bodies venga proiettato a Vancouver a marzo, teniamo le dita incrociate!




Don Gentile, asso dell’aviazione americana dalle origini abruzzesi-molisane

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gentileLa passione per il volo Dominic c’è l’aveva decisamente nel sangue e, ancora  adolescente, decise di dare corpo al suo sogno, acquistando in proprio un biplano modello  Aerosport. Non costavano ancora molto, all’epoca, quei giocattoli sofisticati capaci di alzarsi in volo, e il giovane teenager vi montò sopra per stupire la sua fidanzata con un’esibizione radente sopra i tetti delle case di Piqua, minuscolo paesetto affastellato in un angolo dell’Ohio. Natovi il  6 dicembre del 19320 Dominic S. Gentile era figlio di figlio del ristoratore Pasquale  ( originario di Miranda  all’epoca abruzzese)  e di Josephine  Gentile,  arrivati in America nel 1907. Nella piccola cittadina dell’Ohio il futuro asso dell’aviazione non vi rimase molto. Appena giunto alle scuole superiori decise infatti di prendere la strada militare e si arruolò nella Royal Canadian Air Force. Aveva ancora tutta la gioventù davanti, in quel 1939 ma dalla lontana Inghilterra arrivò il grido disperato della guerra e Gentile partì, insieme a tanti suoi coetanei alla volta dell’Inferno.

Nel 1942, dopo un primo periodo di addestramento passato nei ranghi dell’Aviazione inglese, l’italoamericano venne assegnato alla 133 Squadra delle Aquile, un reparto volante formato soltanto da piloti americani che volontariamente avevano deciso di combattere al fianco e per le insegne della Gran Bretagna. Lo spirito combattente del giovane statunitense ebbe subito modo di mettersi in evidenza e con il suo squadrone decollò ben presto incontro ai caccia tedeschi, decisi a distruggere la resistenza dell’isola britannica. La Grande Battaglia d’Inghilterra era iniziata: per mesi e mesi gli aerei di Sua Maestà tennero eroicamente testa alle ondate micidiali della  Luftwaffe, rintuzzando attacco dopo attacco, e affrontando ogni singolo scontro come fosse l’ultima occasione della vita. Il 1° agosto del 1942 Dominic Gentile ( per gli amici divenne Don) ebbe la sua prima soddisfazione di pilota, abbattendo i suoi primi aerei nemici. Si trattava di un FW – 190 e di uno Junkers 88, aerei non molto veloci intercettati sui cieli della Francia. Il combattimento però si rivelò difficile, essendo l’italoamericano in inferiorità numerica, e la vittoria finale gli valse, al ritorno, il conferimento del British Distinguished Flying Cross.

9oipgdtuvtnxdgeyhwll210nalzpd8zj9qpqtv7bmmmj andhhrfq 5sii evdk5cj158rgfsyiukqqivvefn vmjv5bn lwNel settembre dello stesso anno, Gentile ebbe l’ordine di trasferirsi nei ranghi delle Forze Armate Americane e venne assegnato al 336° Squadron e Combattente, che in pochi messi si fregiò di un centinaio di aerei nemici abbattuti. L’italoamericano trasformò letteralmente la sua vita e divenne un nome temuto nei cieli della Seconda Guerra Mondiale. Gentile, Don Blakeslee, Jim Goodson, e  Duane Beeson, a bordo dei loro Hurricane e Spitfire, terrorizzarono letteralmente i malcapitati avversari che si paravano davanti e resero i cieli europei molto amari per le forze aeree al servizio di Hitler. L’azione divenne poi ancora più micidiale con il passaggio sui nuovi aerei Mustang P-51, veri e propri gioielli da guerra capaci di superare di gran lunga la tecnologia tedesca. I gesti di Gentile ben presto divennero materia di racconto tra i numerosi piloti alleati, trasformando i combattimenti in vere e proprie leggende. Ma spesso queste leggende erano in realtà soltanto azioni vere, compiute da uomini sottoposti a prove terribili, dove l’unico premio era la vita.

Gentile visse il suo grande momento di gloria nel 1944. Alzatosi in volo con un apparecchio Thunderbolt, l’italoamericano venne attaccato alle spalle da due aerei tedeschi FW 190, terribili macchine da guerra all’altezza dei velivoli nemici. Per evitare di essere abbattuto Gentile si affidò a una serie repentina di giravolta, rischiando di mandare il suo aereo in stallo. Non riuscì tuttavia a liberarsi di uno dei suoi inseguitori, altrettanto abile a mantenere il fiato sul collo. Le ali dell’areo tedesco toccarono letteralmente quelle del Thunderbolt provocando una pericolosissima instabilità nel mezzo. Era quello del resto lo scopo dell’attacco. Trovatosi di fronte a un asso dell’aviazione americana, il tedesco (altrettanto capace e coraggioso) aveva scelto l’unica strada possibile per abbattere il nemico, adoperando l’attacco in acrobazia. Gentile venne preso dal panico ma recuperò il sangue freddo al momento opportuno. In una frazione di secondo ricordò gli ottimi insegnamenti appresi dai colleghi della RAF e si tuffò in una vera propria virata, sottoponendo il suo aereo a uno sforzo inaudito. La fortuna fu dalla sua parte. Il pilota italoamericano poté finalmente combattere da una posizione privilegiata ma ben presto scoprì di non poter più utilizzare le mitragliatrici. Praticamente indifeso e inseguito da un vero asso dell’aviazione nemica, Gentile non poté far altro che usare tutta la sua abilità per evitare di essere abbattuto. Chiamò in soccorso il suo squadrone ma nessuno riusciva a capire la sua posizione. Lasciato solo, Gentile disperò di uscire vivo dal duello e continuò nella sua lunga serie di schivate, ma dietro di lui i due aerei tedeschi non mollarono, decisi a buttare giù il loro grande avversario. Quando tutto stava per compiersi, arrivò insperata la salvezza. Due aerei dell’aviazione americana comparvero improvvisamente sparpagliando i piani degli inseguitori tedeschi. Costretti a loro volta sulla difensiva, i due piloti tedeschi mollarono la loro preda per allontanarsi dallo scontro mentre i due americani capirono che bastava, per quel giorno, aver salvato la vita al loro bravissimo compagno di volo. Gentile venne osannato per lo stupendo comportamento acrobatico e su di lui nacque in pochi minuti una canzone, che i piloti assunsero a loro inno di combattimento.

054195e65a51704ccdc7bf5f401e7892La rivincita per Dominic S. Gentile arrivò poche settimane dopo. L’8 maggio del 1944 abbatté infatti da solo tre aerei BF 109 guidati da piloti estremamente esperti. Le battaglie di Gentile, nell’ultimo anno di conflitto, divennero soprattutto un conteggio degli aerei nemici abbattuti. La potenza militare americana infatti non temeva più le forze avversarie, costrette a mettere in aria mezzi modernissimi come vecchi aeroplani adattati. Il pilota da caccia chiuse la sua personale battaglia di guerra con ventuno vittorie personali, portando il suo Mustang nella leggenda.

Richiamato negli Stati Uniti nel giugno del 1944, Gentile venne messo temporaneamente a riposo nel campo d’addestramento di Dayton, in Ohio, ma non rientrò più in combattimento. La sua grande esperienza di pilota era troppo importante e venne usata per addestrare le nuove leve dell’aviazione americana, ancora  duramente impegnata sui cieli dell’Oceano Pacifico.

Terminata la guerra, Don Gentile rimase nella sua amata Aviazione. A lui venne affidato il Programma “Fighter Gunnery” e l’addestramento di nuovi piloti. Egli divenne inoltre un ufficiale della scuola aerotattica e in questa veste volò per l’ultima volta, nel 28 gennaio del 1951. La sorte fu infatti maligna con il grande asso del cielo. Superato indenne il tremendo rischio della guerra, Gentile venne invece ucciso banalmente da un suo allievo troppo avventato. Il T-33 d’addestramento infatti andò giù in picchiata e si scontrò con un altro aereo, uccidendo Gentile e un altro pilota. L’inopinata morte del grande protagonista dei cieli europei lasciò tutte le Forze Armate attonite.

kamikaze giapponeCon Gentile scomparve infatti un eroe decorato dagli Stati Uniti con la  Distinguished Service Cross, con la Croce d’Argento, con la Distinguished Flying Cross, con l’Air Medal, con la Presidential Unit Citation, la World War Two Victory Medal, l’ American Campaign Medal, e dalla Gran Bretagna con il British Distinguished Flying Cross, la British Star, la Eagle Squadron Crest, e da decine di riconoscimenti minori. Se gli Alleati vinsero la grande guerra contro le forze naziste, un po’ del merito spetterà, nel ricordo del tempo, anche a questo schivo figlio d’Italia, innamorato del cielo e della causa giusta.




L’infaticabile “Bandeira” delle due culture

Sandra Bandeira

eu foto minha apresentacaoQuando arrivò per la prima volta in Italia, Sandra stava vivendo una delle sue primissime esperienze di viaggio. Gli studi universitari e il lavoro (prima in Polizia e poi come insegnante) l’avevano fortemente radicata nella sua città d’origine, Fortaleza. Quel viaggio però avrebbe cambiato per sempre la prospettiva di Sandra, trasformandola in una perfetta ambasciatrice del biculturalismo brasiliano e italiano. Era il 2009 e dopo 12 anni, Sandra sta per intraprendere il viaggio all’incontrario, questa volta con il suo enorme bagaglio culturale di italo-brasiliana. Alla riscoperta del suo Nordeste.

“Da bambina sognavo spesso di vivere in un castello e sempre ho avuto voglia di andare via del Brasile. Lavorando come poliziotta e insegnante ho toccato con mano la difficile realtà del mio paese ed ero attratta dalle differenze sociali europee. Nel 2008 scelsi quindi di fare una vacanza di 20 giorni per seguire un mini corso nel ambito scolastico,  per dimenticare un’esperienza traumatica dovuta al  divorzio e e realizzare un viaggio per cambiare, imparare, incontrare le persone e raccogliere ricordi. Dopo una breve tappa a Roma, mi sono ritrovata Brescia ed è stato amore a prima vista. Il suo affascinante castello era lo stesso che io avevo sempre sognato e la sera in cui sono arrivata ho conosciuto quello che poi sarebbe diventato mio marito.  Il viaggio mi ha fatto capire anche quanto siano radicati gli stereotipi popolari che vogliono l’Italia rappresentata solo da Roma, Firenze e Venezia e gli italiani attratti solo dalla pizza e dalla pasta”.

S5zwR8 YnciUV9ZyVGsu3tGBF7B 4gNfbXsP19L0GuksMMNz T jKSgkWh Voq9rOrwSSofJYyqbAoePhCSRoLk2yMIsavZ ZlQ266K2p7DFiC665ADopo il primo impatto con l’Italia, Sandra Bandeira decise di valutare bene il proprio futuro sapendo quanto potesse cambiare la prospettiva passando da turista a immigrata, scegliendo infine di risolvere la grande incognita per dare corpo anche alla propria storia d’amore.

“Trasferirsi in un altro Paese non riguarda “solo” la problematica del lavoro ma implica soprattutto fare una nuova esperienza di incontro e scontro con una nuova cultura, nuovi sapori, nuova lingua, clima diverso, cibo diverso, amici diversi. Non tutti  sono pronti a questo, e io ero tra questi perché viaggiavo poco all’estero ed ero molto legata alla mia famiglia e alla mia città. Ho pensato che per valutare bene era necessario un secondo viaggio e cosi sono tornata nello stesso anno a Brescia. Ho mollato tutto: un lavoro sicuro che però era diventato opprimente. Ho ripreso possesso  della mia vita e del mio tempo e mi sono messa alla ricerca della felicità e sono partita. Ho avuto paura ma  è stata la decisione migliore della mia vita. La prospettiva di arrivare all’ultimo dei miei giorni per guardarmi indietro e rimpiangere tutto quello che  avrei potuto fare ma non avevo fatto mi ha fatto capire che era meglio  affrontare piuttosto che mollare per  paura. Quindi, ho deciso di realizzare quest’esperienza per studiare e lavorare. Mi sono scritta all’Università di Brescia per seguire il corso di laurea in  giurisprudenza e, grazie all’aiuto del mio fidanzato e con il visto di studio, ho potuto dare corpo ai miei progetti”.

2017 761 696x522 1Sandra Bandeira Nolli  nel 2010 ha dato vita a un progetto di rafforzamento dell’identità culturale  del Brasile e dell’Italia per provare a rimuovere gli stereotipi e favorire l’interscambio culturale. E’ nato così il “PONTE CULTURALE ITALIA – BRASILE” , una rete di cittadini che hanno deciso di fare un passo per unirsi, mantenere le proprie radici e scambiare  dell’ idee. Sandra ha istituito il ” Premio Connessione Italia Brasile Webmusic Italian Fest”, creando numerose collaborazioni con i media e le associazioni, un programma radiofonico  e il progetto letterario “Brixia Brasile in Versi”. Vicesegretaria per il  Brasile dell’A.I.M (Associazione per l’Italia nel Mondo), collabora con l’Agenzia di Comunicazione Spotline di Vicky Iannacone e rappresenta diversi enti culturali  brasiliani come il Club CVMARJ dei Veicoli Militari Antichi, l’ IFEC (Istituto Culturale  Interamericano),  il Centro Culturale del Ceara, ed altri ancora.

“L’impronta culturale e innumerevoli stereotipi del Brasile che  si sono accumulati nel corso dei secoli hanno influenzato molto l’incontro tra le persone. Il mio primo passo per entrare in relazione con la comunità di accoglienza è stato quello di entrare in Università . Si è trattata di una grande sfida perché alcune persone  trovavano strano vedere una brasiliana studentessa di Giurisprudenza. Erano convinti che le donne brasiliane venissero in Italia solo per certi scopi così, come in Brasile molte persone pensano che gli  italiani vanno in Brasile solo per determinati scopi… Non è stata un’esperienza facile ma attraverso lo studio della lingua italiana  e di un corso di  mediazione culturale ho fatto un percorso che mi ha portato al coinvolgimento  emotivo, alla maturazione di un forte senso di appartenenza. Trasferirsi in un paese straniero non significa perdere le  proprie origini. Le nostre radici culturali sono dei filtri emotivi e cognitivi con i quali possiamo provare ad aprirci al nuovo, a convivere con una nuova cultura e a  prendere da questa quello che sentiamo possa migliorarci. Quest’apertura al nuovo mi ha portato un arricchimento personale. Ero alla ricerca di un equilibrio fra quello che mi apparteneva e quello che avrei voluto cambiare. E’ stato detto dai nonni brasiliani che si resta brasileiro o brasileira per sempre e non solo nell’anima ma anche nei  documenti, nelle carte. Proprio cosi, sono tra quelli che hanno sperimentato l’esperienza di  lasciare la propria terra e ricercare per sempre le proprie radici”.

Sandra bandeira nolliPronta ripartire in direzione Brasile, Sandra Bandeira Nolli, autrice di libri e di numerosi articoli, con il propri progetti intende fondere il meglio delle due culture e a Fortaleza aprirà la sede locale dell’AIM  (Associazione per L’Italia nel Mondo) per  promuovere la lingua e il modo di vivere più genuino dell’Italia.

“La cultura brasiliana è il risultato di un mix di elementi di provenienza  diversa, di diversi popoli. È  una cultura aperta alle novità ed alle sperimentazioni, in continuo movimento evolutivo. In Italia ho creato una attività e alcuni azioni culturali per la valorizzazione dell’identità brasiliana perché quasi tutti associano il Brasile al  carnevale, alle donne, al calcio e alla natura primitiva. Credo fermamente che la cultura brasiliana sia qualcosa che debba essere protetta e apprezzata. Nessuna cultura è meglio di un’altra, di conseguenza lo stile di vita brasiliano non necessariamente deve essere adottato. Qualsiasi sia la nazione, ha la sua propria storia che vale la pena di raccontare e ricordare. Meritano ad esempio di essere ricordati  i  nostri “pracinhas della FEB “, i ragazzi che  hanno combattuto alla liberazione dell’Italia durante la  seconda guerra mondiale. Credo sia importante scoprire, esplorare e acquisire una comprensione positiva della cultura e delle tradizioni brasiliane. Queste ultime, secondo me,  rafforzano la gratitudine e il senso di  appartenenza. Una persona che vive in una famiglia che rispetta la tradizione è sicuramente circondata d’amore e armonia. Ogni nazione ha le sue tradizioni speciali, la sua  geografia, posizione, clima e storia. Questi fattori  influenzano i costumi familiari e culturali.

In Brasile ci sono molti discendenti  d’italiani e per questo abbiamo ereditato molte cose dagli italiani, soprattutto da quelli che vivono nella parte meridionale dello Stivale. Secondo me la tradizione  più bella è quella di condividere un pasto. Questa tradizione dovrebbe essere definita la più importante, perché non c’è niente di meglio di un pasto in comune con la famiglia. In Brasile, durante le abbondanti colazioni in famiglia, la giornata cominciava con una tavola colorata e gustosa, c’era una grande opportunità per discutere i piani della giornata, ricaricarsi positivamente ma, specialmente  al “Nordeste”, godere l’energia del sole  in compagnia dei parenti. Per poi andare al lavoro o a scuola piena di gioia”.




Francesco Lentini, una vita a tre gambe

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Lentini MGTHUMB INTERNA55 anni fa moriva Francesco Lentini , la star dei fenomeni da baraccone

C’era grande trepidazione in casa Lentini, quel 18 maggio del 1889. Giovanna Falco stava per dare alla luce un figlioletto a Natale Lentini e nessuno avrebbe immaginato che quello che sarebbe venuto al mondo sarebbe stato un bambino avente delle anomalie fisiche. La sera di quello stesso giorno, in casa Lentini si piangeva di disperazione per quel bambino col visino adorabile ma con… tre gambe, destinato a entrare nella lunga lista dei nascituri colpiti da qualche deformazione. Eppure quella di Francesco Lentini (così venne chiamato il bimbo) fu “anche” una vita felice e grazie al sogno americano. Perché proprio nel Nuovo Mondo la famiglia Lentini poté trovare il suo riscatto. Sociale ed economico.

Francesco nacque a Rosolini (Sicilia) tutto il paese si passò la voce della sua nascita. I compaesani erano spaventati ma anche spietati e apostrofarono il piccolo con il soprannome di “u maravigghiusu” (il meraviglioso). Tra le varie voci che si propagarono impietosamente, vi fu anche quella di mamma Giovanna impressionata dalla vista del tavolo del falegname dei carretti che lavorava su un tavolo con un buco al centro e poggiato su tre gambe.

Oggi sapremmo ben spiegare l’insolita morfologia con la presenza di un fratello siamese il cui feto non si era sviluppato totalmente attaccandosi alla schiena con la parte inferiore. Francesco venne al mondo in effetti con due apparati genitali funzionanti, tre gambe e quattro piedi, perché il quarto fuoriusciva dal polpaccio della terza gamba.

220px Frank Lentini ZusatzfusSecondo alcuni Francesco nacque  una famiglia con sette figlie femmine e cinque maschi ma nei registri comunali risulta  fosse invece figlio unico. Di sicuro i genitori accolsero il piccolo come una maledizione e non videro l’ora  di sbarazzarsene, visto che in paese non si parlava che di quel mostriciattolo. Il piccolino fu consegnato a una zia che per un po’ se ne prese cura. Ben presto però si aprirono le porte di un orfanatrofio, accogliendovi un bambino che aveva vissuto sulla propria pelle i primi terribili anni della sua infanzia innocente. Nel paese si raccontava che il padre avesse tentato anche un viaggio fino a Malta per pare lavorasse un chirurgo capace di eliminare la gamba superflua. Non senza esito. Un’operazione che anche oggi non sempre risulta possibile, all’epoca era del tutto impossibile.

Fu il denaro probabilmente a segnare in modo stranamente positivo il futuro del tripode di Rosolini.
Nel 1898, infatti il padre decise di riprenderlo con sé per iniziare un viaggio che li vide imbarcarsi il 28 giugno   nel porto di Liverpool sulla nave Pavonia   alla volta degli Stati Uniti. Con loro viaggiò un certo Giuseppe Magnano che si dichiarava zio di Francesco e che di professione faceva l’artista.

Il trio registrò il suo  arrivo a Boston l’8 luglio e secondo i documenti, avrebbero dovuto raggiungere il fratello di Giuseppe Magnano che risiedeva a Middleton, nel Connecticut. Non si saprà mai se il viaggio rappresentò l’ultimo estremo tentativo di operare il bambino o se invece padre e “zio” furono attratti dalla prospettiva di un ingaggio. Secondo alcune fonti, il bambino completò la sua educazione scolastica, arrivando a parlare ben quattro lingue, prima di incominciare a lavorare; secondo altre, invece, già nel 1899 entrò a far parte del Ringling Brothers circus act. e  dopo pochi mesi il nome di Francesco comparve  sulle locandine dei circo itinerante  che nella sua scuderia di “fenomeni strani” annoverava anche uomini scimmia, una donna cannone, un albino e una donna tatuata. Francesco divenne in poco tempo Frank (ma si fece chiamare anche Francis o Francisco) e il destino iniziò  a ripagarlo delle sue sofferenze. Il siciliano si  unì al più celebre Barnum e Bailey Circus  entusiasmando il pubblico con la sua agilità e dimostrando un controllo straordinario sulla sua terza gamba. Negli spettacoli usava ad esempio la terza gamba per dare calci a un pallone sul palco guadagnandosi il nome d’arte di Three-Legged Football Player (“Calciatore con tre gambe”). Il terzo arto infatti, pur se non totalmente sviluppato e di diversi centimetri più corto degli altri, era funzionante e perfettamente controllabile dall’artista,

IMG 8467 k50G U43220770720638fNE 1224x916@Corriere Web Sezioni 593x443 1Pur attraendo folle di spettatori grazie alla sua stranezza fisica Frank Lentini si impose anche grazie al suo arguto senso dell’umorismo. L’artista, che per il resto della sua vita avrebbe sempre indicato il giorno dello sbarco nel porto di Boston come il suo giorno di nascita, aveva imparato l’arte dell’autoironia e con tale bagaglio iniziò una scalata artistica che gli valse un successo sempre più crescente.
In un mondo spietato in cui i poveri deformi avevano solo la scelta di  esibirsi  come alternativa alla morte, vivendo quasi tutti in condizioni precarie e morendo nell’indifferenza e nella povertà, il rosoliniano riuscì a percorrere la propria vita con orgoglio divenendo il simbolo della lotta contro l’indifferenza verso queste persone. Nelle interviste si appoggiava sempre sul suo arto in più, vantandosi di essere l’unico uomo al mondo a non aver bisogno di una sedia in quanto si portava sempre dietro uno sgabello. Si vantava inoltre di saper nuotare perfettamente utilizzando la sua appendice come un timone. Rispondeva a domande su ogni campo della sua vita privata spaziando dai suoi hobby più innocenti fino ai particolari sulla sua vita sessuale. Da adulto, Lentini pesava poco meno di 80 kg, e fu stimato che le sue appendici in più contribuissero per circa 12/14 kg. Frank a tal proposito amava raccontare che doveva mangiare circa il 15% in più rispetto alla media di un uomo normale, al fine di alimentare la sua gamba supplementare.  L’uomo con tre gambe scherzava spiegando che comperava sempre due paia di scarpe, ma quella superflua, una sinistra, la regalava a un amico che aveva perduto la gamba destra.

frank lentini con moglie e figli 935323Il giovane siciliano nel 1907 sposò Theresa Murray, una bella attrice di tre anni più giovane di lui  e figlia di un piccolo industriale, da cui ebbe quattro figli perfettamente sani: Josephine, Natale, Frank e James. Nel 1909 Frank divenne anche cittadino americano e passando  di  successo in successo si esibì  negli Stati Uniti, a Cuba, in Sud America per tornare infine in Europa tra Londra, Parigi e Berlino per le sue tournée con Elephant Man, uomini scimmia, donne barbute, nani e un gigante che sfiorava i tre metri.  I suoi spettacoli attirarono anche 40mila spettatori e gli valsero anche delle comparsate in alcuni film della crescente industria cinematografica hollywoodiana.

Nel 1952 il “Re dei Freak” si ritirò dal mondo dello spettacolo trasferendosi  in Florida, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Frank morì il 21 settembre del 1966. Scartato da tutti alla nascita,  aveva trasformato la sua menomazione  in uno stile di vita divenendo ricco e famoso.