Canada. Robert Giardino e “La Focacceria” di Fort Langly

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Sin titulo 3Sappiamo tutti quanto siano importanti i prodotti della panificazione, nati millenni di anni fa. Chi non ricorda al mattino, passando davanti a una panetteria, il profumo del pane appena sfornato? Esso annunciava il buongiorno con il carattere autentico delle cose di un tempo: salutare e in grado di fornire energia, perché per tanti era, ed è, un alimento imprescindibile.

Queste tradizioni italiane le potete trovare a: La Focacceria , situata nel cuore di Fort Langley, una cittadina veramente molto bella. La Focacceria offre un’autentica esperienza di panetteria italiana. Dando priorità agli ingredienti genuini direttamente dall’Italia, dove il cliente è un ospite, e dove il suo palato sarà sempre deliziato da questi prodotti.

Robert Giardino ( nella foto sopra) nasce nel 1962 a Toronto da genitori Italiani, il papa originario dell’Abruzzo sulla costa adriatica, mentre la mamma nata Toronto da genitori che provenivano dalla provincia di Cosenza in Calabria.

Robert essendo un appassionato dell’arte culinaria nel 1982 si reca a Stresa sul Lago Maggiore per frequentare l`istituto alberghiero.

Ritornato in Canada ritrovò colleghi della scuola, e così cominciò a lavorare nel settore della ristorazione.

Chiesi a Robert cosa l’avesse spinto ad aprire “La Focacceria”, la sua idea era quella di poter avere un locale dove  fare panini e tramezzini utilizzando la Focaccia toscana e ligure, naturalmente fatta in casa, l’ispirazione gli venne vedendo ” L’Antico Vinaio a Firenze”.

Avendo  trovato il posto a Fort Langly, nel 2019 aprì “La Focacceria “con la collaborazione di Eta Lucattini, naturalmente con un background nella produzione di focacce , cominciò la sua nuova avventura. Certamente i prodotti utilizzati hanno una grande importanza, per questo utilizza materiali italiani.

focacceria 2Robert mi confessò che da quando hanno aperto la clientela è aumentata moltissimo, questo, dovuto alla qualità del prodotto e dell’Autenticità della tipologia dei prodotti. Molti clienti avendo viaggiato in Italia, riconoscono nei nostri prodotti l’autenticità Italiana. Altri vengono, perché abbiamo grande attenzione verso le persone che hanno intolleranze alimentari, qui possono trovare prodotti vegani e gluten free, ma il segreto di questo grande successo è perchè  Robert,è molto attento nell’ascoltare i suoi clienti.

Per il futuro ci sarà un ampliamento della gamma dei loro prodotti e questo comporterà eventualmente, un nuovo laboratorio di produzione sempre più moderno.

Ringraziando Robert per la sua disponibilità, vi consiglio queste focacce che sono veramente deliziose.

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Augusto Ruschi, lo scienziato ambientalista dell’Amazzonia

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Augusto Ruschi 004Combatté  la prima grande battaglia ecologica di questo secolo e divenne il primo difensore dell’Amazzonia, terra nella quel per tutta la vita ebbe modo di vivere la sua solitaria passione per la natura. Il mondo bombardato da continui messaggi e spettacolari servizi, ha oggi dimenticato la storia semplice eppure grandiosa di uno tra i tanti italiani che scelse le montagne della Mata Atlantica per vivere a contatto con I’ecosistema rigoglioso delle foreste pluviali. Eppure, Augusto Ruschi, può essere considerato il primo grande militante ecologico in Brasile, battagliero uomo solitario votato all’assoluto rispetto della Natura.

Augusto Ruschi era nato nel 1916, figlio di emigranti veneti giunti con immensa fatica nella foresta dell’Espirito Santo, nella parte: settentrionale del Brasile. Augusto passò l’infanzia a stretto contatto con la foresta e imparò ad amarne tutte le pieghe e gli angoli infidi, una passione assoluta che continuò da grande e fino alla morte, avvenuta nel 1986. Frequentate in modo avventuroso le scuole, Ruschi continuo nel suo cammino scientifico come autodidatta, applicando i principi appresi a scuola alle sue nozioni acquisite sul terreno.

L’italiano iniziò a studiare in particolar modo i colibrì, piccoli uccelli della fauna locale, nonché le rane, le bromelie e le orchidee: animali e piante tipiche della Mata Atlantica. Divenne con il tempo il più grande specialista mondiale di colibrì e venne riconosciuto internazionalmente un grande esperto dell’Amazzonia: Augusto Ruschi si fece conoscere anche al grande pubblico, attraverso le pubblicazioni di diversi libri, illustrati di pugno proprio (il lavoro sulle orchidee brasiliane, con riproduzioni in acquarello, è una vera e propria opera d’arte), e i suoi lavori scientifici gli valsero molteplici lauree di università rinomate di tutto il mondo.

Ruschi discursando por ocasiao da Caravana Ecologica de 01 10 1977 em Santa TeresaLa fama internazionale non cambiò però la sua vita. Rusch i costrui da solo una casa nella foresta passandovi tutta la vita a raccogliere dati e a illustrare la fauna e la flora di cui era circondato. In quella casa nella radura amazzonica c’era peraltro di tutta un’atmosfera particolare: lo studioso vi viveva con la compagnia di pappagalli e scimmiette raccogliendo il materiale in cataloghi schedati con schizzi.

Lui non amava molto il genere umano e lo lasciava intendere; non esitando a difendere i primi dai secondi. Ma tutti i meriti acquisiti in tanti anni di studio e di ricerche non riuscirono a regalargli quella fama che invece arrivò in seguito ad un singolo episodio. Ruschi sali agli onori della cronaca nel 1971, quando il regime militare brasiliano decise di aprire le strade in tutte le regioni remote del Brasile, a cominciare dalla Transamazzonica.

Quando le ruspe arrivarono nella foresta dell’Espirito Santo, minacciando l’ambiente in cui viveva I’italiano e i suoi animali, lo studioso decise di intervenire senza indugio. Ruschi imbracciò una vecchia doppietta e si piazzò davanti ai bulldozer, con il dito sul grilletto regalando agli operatori un’immagine antesignana delle proteste ambientaliste di Greenpeace.

Non ci fu verso di fargli cambiare idee; a nulla valsero le lusinghe e le minacce, e la strada, infine, dovette cambiare percorso. Ruschi diventò il simbolo inconsapevole della rivolta ecologica contro il disboscamento dell’Amazzonia e delle foreste tropicali del Brasile, in un’epoca in cui Greenpeace rappresentava ancora soltanto un’idea. Considerato personaggio scomodo dalla dittatura militare I’italo-brasiliano non divenne però oggetto di ritorsione.

Lontano dalle aree politicizzate e nome noto a livello internazionale Ruschi salvò la vita preferendo il potere lasciarlo nell’isolamento selvatico piuttosto che perseguitarlo e farne un martire della causa ambientale. Rientrato nella sua tranquilla vita di ricercatore, l’italiano continuò i suoi studi, allontanandosi anche dall’Espiritu Santo:per trovare e classificare nuove specie di colibrì e di rane.

Nella sua vita di scienziato annunciò sedici nuove specie sconosciute di colibrì, delle quali due portano il suo nome. Entro in contatto con la gente della foresta, quegli indios con i quali si sentiva in perfetta sintonia e passò a sostenere anche la loro causa, che non vedeva distinta da quella della foresta.

Con il popolo della foresta scambiò conoscenze empiriche su animali e piante, e grazie a loro giunse a nuove scoperte, che ne aumentarono la fama come scienziato e che ne fecero il precursore della biodiversità. Fu però proprio uno dei suoi: amati animali a portarlo sull’orlo della morte, nel 1985. Di ritorno da una spedizione nella foresta pluviale, Ruschi accusò un malore e ai medici ebbe modo di dare solo poche informazioni su una ranetta velenosa sfiorata accidentalmente (alcune specie possono essere mortali per l’uomo più che il morso dei serpenti). Nonostante i tentativi dei medici dopo pochi giorni l’italiano entrò in coma. Venne salvato dalla sua fama e dalla radio. Il presidente brasiliano José Sarney intuì infatti che l’unica via per una eventuale guarigione sarebbe potuta passare soltanto attraverso gli stregoni dell’Amazzonia. Egli lanciò cosi un appello via radio agli sciamani indios perché accorressero al capezzale di Ruschi e l’appello venne raccolto da tre dei più potenti sciamani della regione dello Xingú.

banconota di 500 Cruzados Novos con immagine di Augusto RuschiRuschi venne portato in una capanna nella foresta della Tijuca, a Rio de Janeiro, accompagnato da un solo fotografo, incaricato di illustrare tutta la cerimonia di cura. Dopo tre giorni di bagni rituali con radici e fumigazioni, il paziente usci ristabilito camminando con le proprie gambe. L’episodio servi da severo monito alla sciénza ufficiale brasiliana e ricordò al mondo la lunga battaglia sostenuta dagli indios in difesa delle loro foreste e della loro cultura.

Ruschi visse ancora un anno. Mori infatti nel 1986 e lasciò al mondo accademico un vasto patrimonio di osservazioni botaniche, zoologiche e fitogeografiche. 1500 ettari della tenuta di Augusto Ruschi (compresa la sua casa delle favole) sono stati trasformati in un museo ambientale nella quale opera una fondazione di ricerca, che ha già ottenuto importanti riconoscimenti a Iivello mondiale.




Kelowna: Domenic Rampone, la storia di una grande famiglia

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Dom RamponeOrmai  l’inverno è alle porte , un pensiero nostalgico va  all’estate che ci ha appena  abbandonato. Meravigliosi i frutti  che saremmo costretti a trovare  sulle bancarelle dei mercati l’estate prossima, in particolare le ciliege, un frutto stupendo, pensate che Jacques Prévert , poeta e sceneggiatore francese diceva “La vita è una ciliegia,  la morte il suo nòcciolo,  l’amore il ciliegio.“

In Okanagan Valley, possiamo trovare delle ciliege stupende,certo ne possiamo trovare di molte qualità. In questa regione troviamo un lago meraviglioso circondato da vigneti ,frutteti e meravigliosi campi  coltivati.Un paesaggio  che assomiglia molto , a mio dire, ai nostri laghi in particolare a quelli Lombardi.Qui possiamo trovare la Famiglia Rampone,una delle tante  famiglie italiane che con molteplici sacrifici ed abnegazione ,hanno dimostrato quanto importante il lavoro italiano nel mondo.

L’avventura della famiglia Rampone cominciò nel lontano 1893,quandoLuigi,bisnonno di Domenic ,emigrò a Kelowna BC, da Frinco d’Asti (in  Piemonte).Frinco è un piccola cittadina che ha coltivazioni simili a quelle che si possono trovare a Kelowna.Giovanni Casorso emigrò a Kelowna nel 1883.dopo di che ,scrisse una lettera al suo carissimo amico Luigi Rampone a Frinco d`Asti, dicendo che il Canada dove lui era emigrato aveva tante opportunità per l’agricoltura,nella lettera specificò che le persone erano molto amichevoli e molto altruiste ,pronte ad aiutare il prossimo.Luigi aveva una grande passione per            l’agricoltura, ma i  poderi che aveva a Frinco d’Asti erano limitati, e non  poteva coltivare tutti i migliori prodotti.Luigi si decise, e si recò in Canada, naturalmente in nave,un viaggio lungo ed estenuante,dobbiamo pensare che ai quei tempi ,le navi non erano come le nostre da crociera. Sbarcò a Ellis Island a New York . Si diresse poi a Montreal,quindi salito su un treno CPR(certo non era un Frecciarossa con tutti i confort)arrivò a Vernon dopo 5 giorni ,quindi  un viaggio a dir poco stressante,ma  non era ancora finito,perchè dovette prendere una nave a vapore da Vernon a Kelowna(sul lago di Okanagan).

Luigi, appena arrivato cominciò a lavorare per alcuni anni presso  il suo amico Giovanni ed anche per Day family (un altra famiglia pioniera).

foto di repertori dom ramponefoto d’archivio Luigi  Nonno di Domenico, suo cognato Antonio Borgnetta, e  Valentino padre di Domenic

 

Successivamente acquistò una fattoria su Gordon Dr., coltivando ortaggi ,poi  diventò un grande produttore di cipolle. Nel 1919  guadagnò dal centro imballaggio locale  $19.000,00 ,un guadagno favoloso per quel tempo.

I Rampone hanno avuto un ottimo rapporto con la comunità indigena locale (Westbank First Nations), coltivando e pescando come buoni vicini e condividendo ricette di due culture diverse, un’amicizia fantastica allora, e continua ancora oggi.

Nel 1904 chiamò i suoi due figli Domenico  e Camillo che vennero da lui e iniziarono a lavorare con il padre. Camillo rimase in Canada ma Domenico tornò in Italia per sposare la sua Giuseppina, e poi la prima guerra mondiale, trascorse anni a combatte, si ferì e trascorse un lungo periodo di convalescenza in ospedale, ma rimase zoppo per tutta la sua vita. Poi, dopo la prima guerra mondiale, Domenico e Giuseppina emigrarono a Kelowna.

Luigi , aveva un carattere abbastanza  cattivo  ed è per questo che  sua moglie non volle seguirlo  a Kelowna .Non si videro più , sua figlia Giuseppina venne qualche mese e non volle vivere con suo padre e ritonò in Italia. Luigi inviava soldi ogni mese alla moglie perché potesse costruirsi una bella villa a Frinco (che la si può vedere tutt’oggi) Luigi è sempre stato disposto a provare cose diverse. Luigi morì nel 1933 a Kelowna e sua moglie Melina morì lo stesso anno a Frinco  .La famiglia Rampone coltivava cipolle mele, pere, uva, meloni, mais e ogni altro tipo di ortaggio ,e per circa 20 anni coltivava tabacco ed era membri della British North America Tobacco Company e BNTC e produceva  circa 800.000 sigari all’anno.

I Rampone, diventarono poi allevatori ,e in un secondo momento produttori di Latticini ottenendo un grande successo.

Negli anni ’30 la famiglia Rampone fu la prima a spedire pomodori raccolti verdi a Winnipeg, che si trova a 2000 km da Kelowna.

Negli anni ’60 lo zio Albert divenne un pluripremiato coltivatore di erba medica. Camillo Rampone e i suoi due figli diventarono i maggiori coltivatori di pere d’Anjou in Canada. In 50 anni la famiglia Rampone ha spedito tonnellate e tonnellate di peperoni, pomodori e melanzane in tutto il Canada occidentale ,dove diede la possibilità alle famiglie italiane di poter acquistare questi prodotti.

Domenico ebbe 3 figli Valentino, Albert e Palmina, Camillo ebbe 7 figli Louis, Ernie, Dora, Irene, Alfred, Rita e Angelina. I Rampone stavano dando loro  un’opportunità in Canada e l’hanno colta ed erano anche orgogliosi della loro eredità italiana e molto orgogliosi del Canada che ha dato loro la possibilità di migliorare la loro passione per l’agricoltura.

Domenic  sposò  Lina (nata a Direnzo) la cui famiglia era originaria di Celano in Abruzzo ,  4 figli e 8 nipoti e sono molto orgogliosi di loro. Domenic si sofferma dicendo che i nipoti  sono la sesta generazione di italiani a Kelowna. Attualmente Domenic è  impiegato come rappresentante di vendita per West Manufacturing Ltd (produttore di acciaio e alluminio), responsabile dello sviluppo aziendale per International Coliseums9, costruiscono Ice Arenas in Nord America) ed inoltre rappresentante di vendita nazionale per Jealous Fruits,  il più grande produttore di ciliegie dolci in Canada , si puo`controllare  il sito web www.jealousfruits.com.

Dom Rampone fruits

Domenic è nel Consiglio di amministrazione della Camera di commercio di Kelowna e della Okanagan Historical Society-Kelowna Branch. Membro del Kelowna Canadian Italian Club e della Camera di Commercio Italiana-Canada Ovest. E’ in’oltre membro del Comitato consultivo per l’agricoltura della città di Kelowna.

Dom Rampone è  uno dei più importanti Businessman Italo-Canadesi, questo per noi Italiani è un esempio ed un lustro, dal 1893 tutta la famiglia Rampone ha sempre avuto nel cuore come una delle priorità  l’Italia, e sentirsi veramente italiani.

Ringrazio Dom Rampone per la sua disponibilità e cordialità




Canada. Intervista con Maria Teresa Balbo Pagnan, dirigente comunitaria

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image001Una donna forte, decisa e schietta, ma anche attenta e dedicata alla vita familiare, alle tradizioni della sua terra veneta e sempre pronta a donare il suo tempo alle cause comunitarie. Maria Teresa Balbo Pagnan da qualche anno ha lasciato il suo lavoro nel Dipartimento dell’ Educazione Speciale del Distretto Scolastico di Burnaby dove ha lavorato per 34 anni prestando assistenza speciale aragazzi dalla classe ottava  fino alla dodicesima affetti da problemi di carattere fisico e mentale, e si gode ora il meritato riposo dividendosi fra la famiglia, la serena compagnia del marito Dino Pagnan e i suoi ancora numerosissimi impegni comunitari.  Giunta in Canada nel 1966, ha per alcuni anni coordinato le attività imprenditoriali delle due aziende di famiglia, la V.B. Stonework Inc. e la Brendo Grana Inc. Nonostante avesse due figlie da allevare, agli inizi degli anni ’70 si diplomò Assistente Sociale e ottenne un secondo diploma dal Dipartmento della Special Education. Nel corso degli anni, ha servito in una lunghissima serie di organizzazioni e società comunitarie italo-canadesi e canadesi, fra le quali  Congresso Nazionale degli Italo-Canadesi BC Chapter (come Presidente), e la Vice Presidenza  Nazionale del NCIC. Ancora oggi ricopre incarichi importanti, fra i quali ricordiamo la Presidenza della Società Culturale Vicentina della B.C. per tutti gli ultimi 23 anni, la Presidenza dell’ Italian-Canadian Bocce Club, l’attività come Vice-Presidente del COMITES in Canada West e the Yukon Territory, e come Vice-Presidente del B.O.D. di Casa Serena Seniors’ Home. Maria Teresa è inoltre membro del Consiglio di Amministrazione di Villa Carital e per anni ha fatto parte del Direttivo del Centro Culturale Italiano. Ricopre le cariche di Co-Chair of the Western Residents Association of West Vancouver, BC Ferries Liason ed è membro del Direttivo della Horseshoe Bay Business Association.

Forse non tutti si rendono conto della mole di lavoro e del coinvolgimento sociale che lei ha effettuato sempre con  passione e diligenza. Per questo le abbiamo chiesto di rispondere ad alcune domande.

Anna Foschi: Cosa ti ha motivato a dedicarti con tanto impegno al lavoro comunitario?

M.T. Balbo Pagnan:  Il mio grande desiderio e sempre stato quello di aiutare gli altri e tutti quelli che mi chiedevano di  assitere o di dare una mano a tutti quelli che chiedevano assistenza.

A.F.: Come e quando hai iniziato la tua attività in questo campo?

M.T. B. Ho iniziato questo lavoro quasi per caso verso il 1975, al tempo pensavo fosse una cosa temporanea, invece  questa si  è estesa per  più  di  40 anni.

A.F. Quali sono le tappe più importanti della tua carriera?

M.T.B.: Le tappe più importanti della mia carriera in terra Canadese sono state parecchie: prima di tutto la mia famiglia, La mia persistenza di continuare con la scuola, la mia carriera lavorativa, la più lunga, durata più di 33 anni con Burnaby School Board, che mi ha dato molta  soddisfazione professionale e personale, la mia Presidenza al  Congresso Nazionale degli Italo-Canadesi BC Chapter, e la Vice Presidenza  Nazionale del (NCIC), Il ( Com.It.Es ) Comitato Degli Italiani All’Estero e di  dirigere La Societa’ Culturale Vicentini della BC . Queste sono fra le maggiori  tappe che ho vissuto e partecipato nei miei 53 anni di vita in Canada.

A.F.: Puoi parlare delle maggiori soddisfazioni  che hai avuto e anche degli ostacoli che hai incontrato?

M.T.B.:Soddisfazioni ne ho avute parecchie, ma non nego che non tutto è stato “rose e fiori. ” La vita purtroppo  riserva anche qualche brutta sorpresa, ma tutto è stato superato grazie alla mia grande persistenza e desiderio di continuare e guardare avanti.

A.F.: Data la tua lunga esperienza comunitaria, vorremmo una tua riflessione sugli elementi che  consideri piú importanti per creare una comunità armoniosa e fondata sulla collaborazione.

MT.B.: La mia grande esperienza comunitaria mi ha insegnato tante cose, ho lavorato e collaborato con grandi persone, conosciuto persone che mi hanno laciato un grande segno di rispetto ed insegnamento. E che non sempre si puo’ ottenere quello che si desidera, e  che se si può lasciare anche un piccolo segno di successo nel tuo lavoro, hai così raggiunto un grande traguardo.

A.F.: Una delle sfide che la nostra comunità si trova ad affrontare è quella del rinnovo generazionale. Come attirare le nostre giovani generazioni locali e cercare di coinvolgere anche la nuova ondata di giovani immigrati dall’ Italia negli ultimi anni?

M.T.B.: Non è facile coinvolgere le nuove generazioni ci sto provando da anni. Lo fanno per un poco poi svaniscono.  Con la Società Culturale dei Vicentini, con l’idea di inserire i giovani, ho istituito la borsa di studio parecchi anni fà nella speranza che dando questo incentivo forse  sarebbero restati, ma poi entrano in gioco la  scuola, il lavoro e la famiglia,  uniti ad altri impegni e così se ne vanno. Questo fenomeno è forse dovuto al fatto che  la nuova generazione non sente lo stesso bisogno di stare uniti come lo avevamo noi, al nostro arrivo in terra straniera.

A.F.: Dopo tanti anni di intenso lavoro ti stai godendo un meritato riposo. Però….siamo sicuri che hai ancora della strada che vuoi percorrere. Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?

M.T.B.: I miei progetti per il futuro sono senza dubbio quelli di andare avanti con più calma, godermi  la famiglia e di  ridurre il tempo di volontariato. Se mi viene ancora chiesto di contribuire, senza dubbio lo farò, fa parte del mio DNA di farlo, ma  possibilmente con meno coinvolgimento,  di viaggiare più spesso  e di godermi  la mia famiglia e le mie nipotine. Differente eta’ comporta differente filosofia, ora sto prendendo  tutto con più calma e serenità, usando la costante frase, “one day at the time, domani è un altro giorno “.




Kelowna. Incontro con Onofrio Curatolo, un uomo senza età

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image001Un piccolo vulcano di energia e ottimismo che sfida con baldanza il passare degli anni. E ne sono passata, di anni, da quando ho incontrato per la prima volta, tramite una comune amica, Onofrio (Ono) Curatolo, il poliedrico self-made man e inventore diventato ormai una presenza leggendaria nella comunità italiana di Kelowna.

Nel corso degli anni, nonostante la distanza geografica che ci separa,  la nostra amicizia si è dimostrata inossidabile come Ono stesso. Basti pensare che ricordo ancora la tenacia di Ono, appassionato e provetto ballerino di liscio e altre specialità, che si intestardì e riuscì a insegnare alla riluttante sottoscritta i rudimenti del tango argentino, impresa non da poco in quanto io sono sempre stata una causa persa per qualsiasi forma di ballo liscio o meno. Ci siamo rivisti qualche giorno fa durante un mio breve soggiorno a Kelowna e Ono ha accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua vita e il suo lavoro.

Anna Foschi: Ono, se non sbaglio tu e la tua famiglia siete dei “pionieri” della comunità italo-canadese di Kelowna.

Onofrio Curatolo: Sono nato a Quaglietta, Fraz. Calabritto (Avellino) a sud ovest della provincia confinante con quella di Salerno, 81 anni fa. Raggiunsi il Canada nel maggio 1960 con genitori e due fratelli, fra i quali il mio gemello Rocco, stabilendomi a Winnipeg, Manitoba. Fui impiegato nell’industria tessile per circa tre anni. Mi immersi presto in corsi di lingua inglese ed ottenni  l’equipollenza delle valutazioni delle mie scuole superiori effettuate nel seminario regionale di Salerno.

Dopo aver acquisito una buona conoscenza dell’inglese ebbi l’opportunità di aprire un’agenzia di viaggi servendo la comunità italiana come pure la greca, portoghese, slava ed  il vasto pubblico in genere. Il nuovo afflusso di immigranti richiedeva qualcuno che li potesse assistere con documentazioni, traduzioni, disbrighi vari e passaporti. Il caro Padre Domenico Fiore, parroco della chiesa del S. Rosario a Winnipeg, mi appoggiò in tale impresa per il mio coinvolgimento  nella comunità come membro dell’esecutivo parrocchiale, co-fondatore della Dante Alighieri e Credit Union e presidente del gruppo giovanile. Ebbi il piacere e l’onore di servire le varie comunità per oltre 15 anni con tanto successo e rispetto.

Nel 1979 dopo aver venduto agenzia ed immobili mi trasferii a Kelowna per godere di un tenore di vita più rilassato ed per un clima più mite di Winnipeg. Qui a Kelowna mi aspettava una nuova vita con nuove iniziative e sfide da superare con la crisi economica degli anni ’80. Con tanta audacia e spirito di responsabilità verso la famiglia superando le difficoltà, ho creato e gestito tre imprese contemporaneamente. Dopo la tempesta apparve il sole.

A.F.: Insomma, non ti arrendi mai! Come hai sviluppato le tue attività a Kelowna?

O.C.: Nel 1988 iniziai un nuova azienda in relazione al campo automobilistico, cioè addobbare auto, procurare accessori. Sempre con lo spirito di progressare appresi ad installare schermature per residenza e di tipo commerciale per la protezione dai raggi UV e dall’intenso caldo dell’Okanagan.

Anche la installazione di tendine per uso domestico e commerciale fanno parte tutt’ora del mia attività.

Un prodotto molto utilizzato sono le zanzariere avvolgibili, che preparo accuratemente ed installo personalmente. Costruisco e riparo qualsiasi altro tipo di zanzariere. Dopo una giornata di lavoro ritorno a casa con gioia dopo aver soddisfatto il cliente, poiché la sua gioia è la mia gioia.

Al mattino mi alzo con interesse e passione a conquistare ancora un po’ di mondo, incontrare gente a cui rivolgere un saluto, un sorriso e scambiare a volte una parola di conforto.

Alcuni mi chiedono quando smetto di lavorare. Ma perché arrestarmi quando ho ancora energie fisiche e mentali? Non voglio invecchiare, anzi resto con la speranza di raggiungere la bella età di 96 anni come il mio nonno materno. Il lavoro mi sprona a vivere a creare nuovi programmi per il prossimo giorno soddisfare le richieste del cliente nei cinque giorni di lavoro.

Il mio gemello Rocco, di Winnipeg, alla sua età di 81 anni, svolge la sua attività di barbiere per cinque giorni la settimana: nessuno di noi ha ancora parlato di ritiro!

A.F.: Parlaci un poco più in dettagli della tua attività di inventore.

O.F.: In merito alle zanzariere avvolgibili, ho visto la necessità di proteggere la rete da danni causati dalla porta che sbatte contro la rete lacerandola, perciò ho creato un fermaporta che, poggiato sulle cerniere della porta, la protegge. Ho inventato questo aggeggio chiamato D JAMMER, molto gradito e lo fornisco gratis ai miei clienti. Il mio spirito imprenditoriale, insieme ai miei fratelli ed un figlio, risale al nonno paterno che in Italia amava e praticava il commercio.

Qualche anno fa il mio giovane figlio Carlo mi ha toccato il cuore con questa osservazione: “Papà nella tua vita da emigrante hai svolto tante attività, hai sempre creato nuove alternative, hai superato giorni duri, avendo lo spirito ed il coraggio di vincere gli ostacoli. TU sei il mio idolo”. Di certo qualche lacrima è scorsa sulla mia guancia. Gli ho risposto, commosso: “Ho fatto tutto per il bene della famiglia.”

Oggi godo dell’affetto e del rispetto dei miei tre figli, con famiglia e tre nipoti: sono il mio tesoro, la mia gioia.

A.F.: E hai sempre trovato il tempo per dare il tuo contributo alla comunità.

O.F.: Verissimo. Ho sempre preso parte alle attività comunitarie, sia a Winnipeg che a Kelowna. Infatti per oltre 30 anni sono stato assiduo membro del Kelowna Canadian Italian Club e per 3 anni presidente e vice presidente ed anche co-fondatore del circolo GALILEO, dei Figli e Sorelle d’Italia di Kelowna. Seguo la politica sui vari livelli e partecipo ai loro programmi.

Amo la pesca, la raccolta dei funghi selvatici, le passeggiate, le danze, gioco a  golf e seguo hockey ed il calcio italiano con il tifo per la MIA JUVE”.




Vancouver: “…E quel ragazzo ne ha fatta di strada…”, il nuovo incarico di Giulio Recchioni

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unnamed 2La notizia me l’ha data per telefono durante una delle tante conversazioni di lavoro che abbiamo avuto nel corso dei dodici anni di collaborazione e la mia reazione forse è stata un poco scomposta: “Oohh…mi dispiace molto!” Ma per Giulio Recchioni, Direttore Culturale del nostro Centro Italiano, si apre un nuovo, esaltante capitolo della sua carriera perché fra pochi giorni si trasferirà a Toronto per ricoprire l’incarico di Direttore Esecutivo dei Programmi Culturali a Villa Charities/Columbus Centre, che da 40 anni rappresenta il punto di incontro della numerosissima comunità italiana della Greater Toronto ed è una fucina di avvenimenti e celebrazioni.

Avrei dovuto esclamare “Congratulazioni!” e l’ho fatto subito dopo, rimediando all’istintivo disappunto provato nel sapere che una persona che stimo, con la quale ho sempre avuto un bellissimo rapporto professionale e umano avrebbe lasciato la nostra città.

Giulio si è guadagnato la scalata alla carriera con il suo impegno, serietà e la sua capacità di creare legami e alleanze con organizzazioni e personaggi di spicco della scena culturale di Vancouver, promuovendo così avvenimenti singoli e fortunate serie di eventi culturali che offrono interesse anche a chi non ha radici italiane ma è attirato dalla nostra culture a dalla nostra arte.

Arrivato a Vancouver nel 2008 tramite il Working Holiday Program, aveva in tasca una laurea summa cum laude in lingue e letterature straniere all’Università degli studi Gabriele D’Annunzio di Pescara, una fluida conoscenza dell’inglese, perfezionato in Inghilterra come visiting student con il programma Socrates-Erasmus, e molta voglia di lavorare partendo da zero, con tenacia e umiltà tutta abruzzese: Giulio infatti è nato ad Ortona e di strada ne ha fatta e ne farà, come dice una celebre canzone dalla quale ho preso in prestito un verso.

Ma per illustrare meglio questa svolta nella sua vita preferisco lasciare la parola a Giulio, che ha accettato di rispondere ad alcune domande e così cogliere l’occasione per un “arrivederci” collettivo alla nostra comunità. Arrivederci, non addio, perché i rapporti con collaboratori e amici che condividono l’amore per arte e cultura che ha saputo coltivare in questi anni lo terranno certamente legato alla nostra città e alla sua gente.

Anna Foschi: Congratulazioni per questa nuova svolta professionale. Vuoi parlarne in maggiore dettaglio?

Giulio Recchioni: Grazie mille per le congratulazioni e le belle parole, Anna. È stato un piacere e un onore lavorare con te in questi dodici anni passati al Centro. A riguardo di questa nuova opportunità, era da un po’ che mi chiedevo se Vancouver fosse la destinazione finale del mio viaggio. Dopo tanti anni al Centro, nonostante l’amore per la comunità di Vancouver e il piacere di essere Direttore Culturale, sentivo il bisogno di un cambiamento di vita. L’offerta di lavoro di Villa Charities è stata un’opportunità davvero ghiotta di poter continuare a fare un lavoro che mi piace, ma in una comunità e città più grandi.

Anna Foschi: Toronto e Vancouver, due realtà diverse. Hai già qualche iniziativa in mente per la comunità di Toronto?

Giulio Recchioni: Ho tante idee, ma confesso di non aver mai messo piede a Toronto, quindi, per adesso, quella realtà mi è quasi totalmente sconosciuta. Non ho dubbi che ciò che mi frulla in testa dovrò cambiare dopo essersi scontrato con la situazione reale nel territorio. Quindi, un po’ per evitare di dire scempiaggini, e un po’ per scaramanzia, per adesso quelle idee me le tengo per me. Posso solo dire che vorrei molto portare a fruizione una collaborazione o una coordinazione più intime di tutte le realtà italiane e italo-canadesi presenti sul suolo canadese.

Anna Foschi: Uno sguardo al “passato prossimo”: Quali sono stati i momenti piú emozionanti, piú formativi del periodo passato al nostro Centro Italiano?

Giulio Recchioni: Io considero l’intera esperienza del Centro come una delle formazioni più utili che possa aver compiuto, sia dal punto personale che professionale. I momenti che mi hanno più emozionato sono stati la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la messa in scena di Green Porno con Isabella Rossellini, una delle mie attrici preferite sin dai tempi di Blue Velvet, e infine un momento che ricorre ogni anno, quando diamo il via all’Italian Film Festival. Ce ne sono altri, ma questi tre sono senza dubbio quelli a cui sono più legato sentimentalmente.

Anna Foschi: E quali sono stati i momenti piú difficili?

Giulio Recchioni: Anche qui ci sono molti episodi che vengono in mente, ma senza dubbio dover affrontare la pandemia, cancellando eventi che sono costati mesi di lavoro e perdendo colleghi coi quali si lavorava insieme da anni, è stato il più difficile.

Anna Foschi: Diamo un ultimo sguardo d’insieme alla tua esperienza di vita a Vancouver, la sua gente, le caratteristiche della città stessa?  E, in conclusione, vogliamo cogliere l’occasione per salutare i tanti amici che hai qui?

Giulio Recchioni: Vancouver è una città bellissima, che mi spiace molto lasciare. Dopo aver vissuto qui per tanti anni, aver construito una rete di amicizie e sostegno, aver sviluppato delle abitudini di vita… non è semplice far pacchi e pacchetti e andar via tutto d’un botto. Poi io sono un tipo abbastanza amichevole e solare, mi piacerebbe invitare a cena tutti quelli che conosco per salutarli abbracciandomeli tutti, ma con questa maledetta pandemia non posso vedermi con nessuno. Mi sembra di andar via come un ladro, in silenzio e di nascosto, mentre vorrei urlare a tutti che è stato bellissimo conoscervi, e che serberò ricordi bellissimi della mia vita qui a Vancouver. E che poi Toronto è vicina, quindi questo non è un addio, ma solo un arrivederci.




I motori di Panoz

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5e4a4743 don panoz 1024x555 1Il rombo dei motori o un prato verde da golf; le piste automobilistiche o la casa farmaceutica; le dimore storiche o le auto elettriche. C’è l’imbarazzo della scelta per descrivere il successo di un nome divenuto “sigla” nel panorama americano dell’imprenditoria e sinonimo di successo nel variegato mondo dei primi della classe.

Eppure, dietro al semplice e conosciuto marchio di Panoz si cela una delle tante avventure umane che hanno accompagnato gli italiani nella loro personale conquista delle Americhe e che hanno trasformato una semplice storia professionale in un’epopea dorata.

Nel prologo del libro di successo scritto dalla Panoz vi è un volenteroso emigrante, Eugenio Panunzio e una terra antica popolata dai discendenti degli antichi Marsi, valorosi italici antagonisti indomiti delle legioni romane ai tempi della guerra civile. È infatti dalla piana del Fucino, che Eugenio mosse i primi passi della sua vita, affrontando la dura vita delle montagne abruzzesi. All’epoca Avezzano non ospitava ancora il futuristico centro di Telespazio e non produceva ancora le patate più conosciute d’Italia, limitandosi a regalare ai suoi agricoltori la razione sufficiente per sopravvivere e ai suoi signorotti (furono celebri i Torlonia) un’agiatezza che neanche l’immane catastrofe del terremoto avrebbe scalfito. Eugenio Panunzio partì alla volta degli Stati Uniti e si fermò nelle pianure dell’Ohio (nella città di Alliance) seguendo il destino di numerosi altri abruzzesi attratti da questo stato dell’Ovest americano.

Nonostante forse non conoscesse l’antica gloria che accompagnava i Marsi, Panunzio delle sue radici aveva conservato l’abilità al combattimento, seppur mediata attraverso lo sport e fu subito coinvolto nel mondo della boxe. Presentato a intraprendenti managers del settore, Eugenio divenne per gli amici Gene e per gli avversari Panoz, non potendo presentare il suo nome intero a un pubblico poco avvezzo all’idioma italiano.

Quella scelta obbligata e quella rinuncia amara al proprio cognome rappresentò una vera svolta nella vita dell’emigrante marsicano. Il suo peso leggero non gli permise in realtà di entrare nella leggenda della boxe ma i suoi pugni attirarono spettacolo. I suoi successi divennero preziosissimi per un italiano che nella boxe aveva soltanto investito a breve termine. Dopo dieci incontri ad altissimo livello, Gene Panoz abbandonò la dolorosa via sportiva per incamminarsi in quella più tranquilla di marito e di padre di famiglia. Convolato a nozze con un’affascinante irlandese, nel 1935 egli ebbe anche la felicità di diventare padre di Donald, nato nell’Ohio, e di passare il testimone del suo “strambo” nome al vero “genio” della famiglia.

Il figlio di Eugenio mantenne in un primo momento intatto il carico guerriero dei suoi cromosomi marsicani e negli anni cinquanta, diplomato in amministrazione commerciale (con buoni risultati anche in campo sportivo, dove giocò a livello semiprofessionale nel football) frequentò la Greenbrier Military Academy del West Virginia, dove incontrò anche la sua futura moglie Nancy (sposata all’età di soli 19 anni).

Divenuto ufficiale del servizio di “Intelligence”, venne inviato nelle basi americane in Giappone, e qui operò in simbiosi con la sua Nancy, impegnata come segretaria del Controspionaggio americano. Divenuti genitori, in Giappone, della loro prima figlia (in tutto la loro unione ne conterà cinque: Donna, Dena Lisa, Danny e Andrea), i coniugi Panoz rientrarono nella verde Virginia per proseguire su altri binari la loro vita professionale. Donald si iscrisse infatti alla Duquesne University, coltivando in segreto la sua grande passione per tutto quanto concerne l’automobilismo da corsa.

A Pittsburgh intanto avviò due attività commerciali che gli permisero di entrare nel mondo del commercio e investì i proventi nella sponsorizzazione della squadra locale di baseball dei Pittsburgh Pirates.

Il connubio tra Panoz e lo sport si sarebbe rivelato essenziale per imboccare la strada del successo imprenditoriale. Nel team di baseball infatti egli ebbe modo di conoscere altri imprenditori, e insieme a loro fondò la Mylan Laboratories a Morgantown, casa farmaceutica destinata a essere tra le prime compagnie pubbliche americane e distributrice dei cerotti antifumo. Tutto questo nell’anno 1960.

Per nove anni Don Panoz resse con grande fermezza e acume le sorti del suo gioiello industriale e nel 1969 decise di fare un ulteriore scelta avventurosa, abbandonando gli Stati Uniti per la verde Irlanda; insieme alla moglie infatti egli – venduto il suo pacchetto di azioni della Mylan – fondò nel paese materno un’altra compagnia farmaceutica, la Elan Corporation, il cui valore negli anni è cresciuto fino a raggiungere gli attuali 12 miliardi di dollari. La creazione della Elan fu il passo più importante intrapreso dai due intraprendenti coniugi e dalla ditta originaria nacque negli anni ben 26 consociate, sparse in vari settori di competenza (Panoz Auto Development Company , Panoz Racing School, Road Atlanta Motor Sports Center , Sebring International Raceway , Mosport International Raceway American Le Mans Series , Le Mans Series and Sportscar Racer , Elan Motorsport Technologies Group , Van Diemen International, G-Force Precision Engineering, Elan Composites, Elan Power Products, Elan Precision Products Elan Motorsports Racing, solo per citare le società sportive).

Seguendo le logiche del buon management egli diversificò infatti le attività della sua compagnia ed entrò anche nel mondo dei motori, dando finalmente corpo alla grandissima passione sportiva.

L’idea di entrare nel mondo automobilistico fu però soprattutto del figlio Danny, grande promessa delle corse americane e buon pilota delle varie formule statunitensi. Nel 1988 Danny sviluppò il suo progetto e mise l’ultimo tassello alla costruzione della fortunata saga della famiglia Panoz. Il giovane imprenditore infatti ha ereditato dal padre la passione per l’avventura imprenditoriale, pescando dalla sua passione la forza per trovare nuove strade.

Votati naturalmente verso la competizione, Don e Danny (con l’aiuto degli altri figli e della preziosissima moglie Nancy) non hanno però dimenticato gli altri settori finanziari del panorama americano. Tra i numerosi successi, quello del Chateau Elan Winery e il Resort rappresentano sicuramente il top nell’ambito della ristorazione turistica, e danno ai coniugi Panoz anche il giusto riconoscimento per il pionierismo nel settore della viticoltura in Georgia. Don e Nancy infatti iniziarono nel 1982 la loro attività di produttori di vino riadattando una azienda agricola dello Stato del Sud e trasformandolo successivamente in un albergo lussuoso con un campo da golf di caratura internazionale e un circuito equestre di ottima categoria.

I successi nei vari comparti non hanno però cambiato l’ormai affermato uomo d’affari italoamericano (nonno di dieci nipoti). Nel suo cuore dalle origini abruzzesi battono, parole della moglie, tre cose importanti: le macchine da corsa, le auto, ed ancora le auto”.

L’impegno diretto nel mondo dei motori è infatti arrivato per Don nel 1997, quando entrò al fianco del figlio nella gestione della Panoz Motors. Ritiratosi dal timone della Elan, nello stesso anno il “comandante” della corazzata Panoz entrò ufficialmente nel mondo professionistico delle competizioni e presentò al grande pubblico la Panoz Roadster, considerata un autentico gioiello di meccanica e design tra le macchine da corsa. Non ancora soddisfatto, l’ormai miliardario dalle origini marsicane acquistò quattro circuiti da corsa: Road Atlanta nella Georgia, Sebring in Florida, Mosport in Canada e Texas Motor Speedway nel Texas, per crearvi tra l’altro anche nuove competizioni. Sua è infatti la “Petit Le Mans” sul Road Atlanta, una corsa creata sulla falsariga della celebre competizione francese in 24 ore. In quest’ultima competizione internazionale il team si è qualificato ultimamente con una macchina del tutto innovativa. Attenta all’evoluzione futuristica della propulsione, la scuderia di Panoz ha infatti fatto scendere in pista per la prima volta nella storia una versione elettrica-ibrida del “GTR-1” (la Panoz Q9) per finire al secondo posto classe GT1. Era la prima volta che un’auto ibrida elettrica gareggiava in una competizione internazionale. Nel motore ruggiva l’antica forza dei Marsi, quella forza che si è spenta, attraverso Don Panoz nel 2018, all’età di 83 anni.




Vancouver. “Valoroso Foods”, un nome, una garanzia!

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Valoroso 2 Sono molti anni che vivo nel BC ed ho sempre sentito parlare un gran bene di questa azienda, così ho deciso che era giunto il momento di saperne di più e presi un appuntamento con Valoroso Joe Jr.

Come da accordi arrivai con una decina di minuti in anticipo, lo trovai in negozio che mi stava aspettando. Un ragazzo molto simpatico, con una grande cultura del cibo. Mi accorsi fin da subito mentre parlava dell’amore sviscerale  che ha per questo lavoro, era il suo cuore a parlare.

“Questo magazzino – spiega Joe – c’è da 7 anni, ma abbiamo pensato bene di riproporre un piccolo negozio al dettaglio come abbiamo a Kelowna ma di proporzioni molto molto più piccole”.

Alla mia domanda su come nasceva l’idea di un negozio di alimentari, Joe Jr. comiciò a raccontarmi che il padre Joe era emigrato nella Columbia Britannica, dove aveva incontrato la moglie di origine  italiana, Elisa. Dopo essersi sposati, avevano cresciuto la loro famiglia, ma dopo crebbe in loro il decisero di tornare nella loro Sicilia dopo aver trascorso quasi 25 anni nell’industria del legname canadese, sacrifici che servirono per offrire ai quattro figli l’opportunità di apprendere la loro cultura nativa e lingua.

In Sicilia Joe cominciò una nuova attività impreditoriale nel settore alimentare, un sogno che aveva nel cassetto da moltissimi anni e che ora poteva realizzare. Comperò due negozzi di generi alimentari e cominciò ad acquisire  un ottima esperienza in questo settore, quella esperienza che poi sarebbe servita a creare la piu grande impresa della famiglia Valoroso.

Papà Joe sapeva che il Canada sarebbe stato la nazione in cui avrebbe dovuto vivere. Dopo avere scelto come località dove vivere un luogo di vacanza per eccellenza del BC, ovvero Kelowna  nella valle dell`Okenagan, papà Joe cominciava a sentire la mancanza del cibo italiano e la difficoltà di reperirlo. Così pensò bene, e questa, fu veramente una idea geniale, di importare cibo italiano. Dopo avere sbrigato le pratiche per le licenze comiciò con il comperare un mezzo e a girare tutto il BC per fare assaggiare i prodotti, diciamo un porta a porta; questo fece si che le persone, i ristoranti e i negozzi di generi alimentari potessero conoscerlo come persona e capire che poteva essere, con l’amore con cui presentava i suoi prodotti, un uomo che amava solo la qualità. Infatti tuttora il loro credo è questo : “Qualità e Genuinità del prodotto”.

Così questa sua tenacia e voglia di riuscire cominciò a dare i primi risultati, che ben presto si ampliarono.

Joe Jr mi disse, con grande felicità, che il loro cavallo di battaglia erano i pelati in scatola. Allora si dissero che era tempo di allargare la loro gamma di prodotti. La famiglia Valoroso acquistò un ulteriore magazzino di 40.000 piedi quadri e dall’Italia cominciò a fare arrivare in Canada molta più merce, avendo a loro disposizione dei container che servivano per spedire la merce direttamente in Canada riducendo la logistica e quindi poter portare prodotti di alta qualità dall’Italia e da altri paesi d’Europa da mettere a disposizione della propria clientela.

Di questa alta professionalità ne beneficiarono catene alberghiere, ristoranti e negozzi di generi alimentari di tutto il Canada. Fece delle partnership  con alcuni dei migliori produttori italiani ed europei e questo ha permesso a Valoroso Foods di rimanere fedele alla propria identità di importatori non solo di qualità ma di genuinità.

Lo showroom di Valoroso in Kelovna,  ovvero il cuore dell’azienda, tiene molto presente e fa condividere l’esperienza italiana, non solo per il cibo ma l’intera cultura e storia d’Italia alla loro clientela. Ristrutturato di recente, lo showroom presenta ai clienti un ampia gamma di salumi e formaggi e molti altri prodotti di alta qualità. Possiamo trovare un punto di ristoro,  un vero bar e tavola calda (di produzione italiana).

“Quando vai in Italia, vai in 20 paesi. Ogni regione ha la sua cultura, il suo cibo e le sue tradizioni”, ecco qui si puo trovare tutto questo, vi accorgerete, quando sarete seduti per mangiare un boccone, non vi sentirete dei clienti ma ospiti di una grande famiglia, la famiglia Valoroso.

Lo showroom e l’attività di vendita all’ingrosso offrono un assortimento di specialità italiane provenienti dalle 20 regioni, che vanno dalla balsamica tradizionale modenese invecchiata, al caffè espresso dalla Sicilia, al Prosciutto di Parma, Mortadella IGP di Bologna, biscotti e cioccolatini di Siena, Firenze e Calabria, prodotti di stagione come il panettone del Veneto, i tartufi freschi di Alba e, di recente, un programma di formaggi freschi che offre la Mozzarella di Bufala DOP campana e la gustosa mozzarella Burrata dalla Puglia, fatta solo pochi giorni prima, Taleggio DOP e Toma DOP del Piemonte, Fontina DOP della Val D’Aosta e Pecorino Toscano DOP Stagionato della Toscana, e chi ne ha piu ne metta.

La ristrutturazione dello showroom è stata un modo per dire grazie alla comunità che ha sostenuto l’attività di famiglia sin dall’inizio. L’azienda è determinata a farsi apprezzare per i prodotti di alta qualità.

In Italia gastronomie simili sono la spina dorsale dell’enogastronomia perchè dovunque vai puoi sempre trovare novità, mantenendo sempre la tradizionalità. Nella programmazione che ogni azienda fa per apportare migliorie per il futuro, la famiglia ha in programma di aggiungere una Enoteca con prodotti di nicchia, non solo italiani ma anche dell’Okanagan.

Joe, Elisa e i loro figli. ormai adulti da molti anni  (Anna, Claudia, Angela e Joe Jr.), che lavorano tutti nell’azienda di famiglia, continuano a condividere la conoscenza del prodotto con tutti coloro che riforniscono, compreso il pubblico in generale.

Le tradizioni, l’eredità e il modo nobile con cui la famiglia si avvicina alla propria attività, e quindi alla propria clientela, è lo stesso modo in cui si avvicina alla vita familiare con amore, orgoglio e dedizione. Per questo sono stati premiati con il successo .

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Valerio Mariani, l’esperto al timone di “Vino Volo”

Valerio mariani

Valerio marianiNel panorama del settore enogastronomico è molto importante parlare di persone che hanno specifica preparazione e vi uniscono una genuina passione per la loro professione.

Valerio Mariani è uno di questi. Valerio è un ragazzo dai molteplici interessi e con uno spirito di avventura che lo ha portato a vivere con successo dei percorsi di carriera abbastanza differenti fra loro, come racconta nella intervista che riportiamo di seguito.

Avevo conosciuto Valerio Mariani molti anni fa e ritengo che la sua storia meriti di essere raccontata ai lettori, come esempio di versatilità e intraprendenza..

Augusto Oriani: Ciao Valerio, che novità hai per noi?

Valerio Mariani: Tutto bene! Grazie Augusto, è un onore rispondere alle tue domande per i lettori del Marco Polo.

Augusto: Da quale parte dell’Italia provieni

Sono nato a Milano, mia mamma è di Modena e la sua famiglia è emigrata nelle Capitale Economica Italiana negli anni 60, come molti. E lavorando come segretaria mia mamma Alda ha incontrato mio padre Ruggero Mariani, impiegato come disegnatore professionale.

Educazione scolastica e professionale

Cresciuto in provincia di Varese, ho frequentato il Liceo Classico e poi a Milano l’Università Statale, indirizzo Lettere Moderne, che però non ho terminato, iniziando a lavorare nel mondo dell’Information Technology, prima come tecnico poi come commerciale. Prima di partire per il Canada ho superato i primi due livelli AIS (Associazione Italiana Sommelier)

Cosa ti ha spinto a cambiare nazione?

Nel 2007 ho coronato il sogno di volare per la prima volta negli Stati Uniti, a Las Vegas, dove ho corso la maratona vestito da Elvis Presley. Siamo partiti in 150 Elvis per il Guinness dei primati. Era la mia prima Maratona, la mia prima volta Oltreoceano, un’esperienza indimenticabile. Addirittura un giornalista ha scritto un articolo su di me, titolato “The Italian Elvis” per La Repubblica. Mi sono così innamorato del Nord America, dove ancora sogno e realtà possono andare di pari passo.

Quali sono le tue esperienze professionali?

Una volta ottenuto un permesso di lavoro per sei mesi in Canada mi sono trasferito da solo a Vancouver, abbandonando lavoro e amici a Milano. L’unico contatto epistolare, Anna Foschi, di cui avevo letto sul Corriere della Sera, che pur non avendo idea di chi fossi fu così gentile da darmi qualche preziosa dritta. Quando sono arrivato a Vancouver il mio inglese era pessimo, ho frequentato un College per un mese e come primo lavoro sono stato portiere di notte, dormendo di giorno, il tipo di impiego che nessuno vuole. Bisogna sacrificarsi. Ho lavorato per tre mesi, di notte al Victorian Hotel in Gastown, uno degli edifici più vecchi di Vancouver. E` stato incontrando Carmen D’Onofrio, proprietario di Stile Wines, che ho potuto fare ingresso nel mondo dell’hospitality. Carmen, che è  presidente di Little Italy in Commercial Drive, mi ha sempre dato una mano nella mia avventura Canadese. Mi ha messo in contatto con Andrea Bini, un giovane imprenditore italiano che stava per aprire un ristorante autentico, con solo personale Italiano, Bibo Pizzeria con Cucina. Bibo è tuttora la migliore pizzeria a Vancouver, a mio parere. VinoVolo ha aperto i suoi primi due ristoranti in Canada proprio all’Aeroporto di Vancouver, nel 2012. Ho iniziato come cameriere e dal 2016 sono stato promosso General Manager. Ma nel mio cuore restava il desiderio di vivere negli Stati Uniti, così quando VinoVolo ha aperto a Reno, Nevada, mi sono trasferito. Vivo a Reno tuttora, che non è Las Vegas ma quasi, ma conto di tornare in Canada. Devo molto a VinoVolo, sono grato per tutte le opportunit à di lavoro e personali che mi ha concesso, tramite i miei manager Sally e Scott, e che molto difficilmente avrei avuto, purtroppo, nel nostro Bel Paese, dove spesso altre logiche non legate al merito governano il mondo del lavoro.

Cosa pensi del cibo e del suo abbinamento col vino?

Mangiare e bere fanno parte integrante della nostra cultura. Mangiare e bere intesi come rito, come momento sociale, come evento quotidiano che dà senso alla nostra giornata, come atto di gratitudine verso noi stessi, chi amiamo, il nostro prossimo. Come sai, i vini europei in genere e quelli italiani in particolare possono essere completamente apprezzati soltanto se propriamente abbinati al cibo. Per onorare mia mamma, che produce tuttora sublime pasta fatta in casa, ti cito un mio abbinamento ideale: tortellini in brodo e Lambrusco Secco (Cleto Chiarli Vecchia Modena o Medici Ermete)

L’azienda per cui lavori vedo che simpatizza molto per l’Italia..

Vinovolo nonostante il nome nasce in California, ma servendo vino e cibo è chiaro che debba avere un’anima sensibile alle usanze Italiane. D’altronde, visitando Napa o Santa Barbara, a volte si puo’ fingere di essere in Toscana, i paesaggi e l’ospitalità sono molto simili.

Prima lavoravi a Vancouver dove ci eravamo rivisti, ora invece lavori a Reno , è stata una tua scelta?

Si, come ti ho detto, ho inseguito il mio American Dream. Ma tornerò in Canada, promesso.

Hai avuto modo di portare idee italiane persso la tua azienda?

A Vancouver ho portato per la prima volta un Lambrusco al bicchiere, ho portato proprietari e vignaioli ai nostri meeting (Mastroberardino, Tedeschi, Feudi San Gregorio) e ho anche introdotto i ravioli ricotta e spinaci, con burro e salvia, nel nostro menu. Perche’ mi mancava la mamma. Ho anche assunto personale italiano!

Dimmi cosa vuoi fare da grande

Da grande vorrei un giorno aprire forse una piccola trattoria che serva pasta fatta in casa e vini locali e italiani, con qualcuno che condivide le mie passioni. E se non è troppo tardi, avere dei figli.

Valerio io ti ringrazio del tempo che mi hai dedicato e spero di rivederci a vancouver.

Grazie a te e a presto! Un saluto alla comunictà Italiana di Vancouver e all’Italian Cultural Centre, in particolare all’amico Guido Recchioni

 




Una vita spericolata: Pino Leone porta a Trail la cucina italiana

Pino Leone

Pino Leone e Clton CrockettSe fosse nato qualche secolo fa, sarebbe diventato un capitano di ventura o un corsaro terrore dei mari e idolo delle dame, o magari un bandito gentiluomo come Robin Hood o come il più casareccio Stefano Pelloni, il “Passator Cortese, re della strada, re della foresta” celebrato da Giovanni Pascoli.  Ma siamo nel nostro tempo, non in quei tempi eroici. Eppure,  Giuseppe (Pino) Leone, siciliano di Bagheria trapiantato a Trail, B.C.,  resta il “ribelle” il “bad boy” dal cuore d’oro che ti fa venire in mente la canzone di Vasco Rossi “Voglio una vita spericolata/Voglio una vita come quelle dei film/Voglio una vita esagerata/Voglio una vita come Steve McQueen…” e le pagine mozzafiato di “Papillon” il romanzo autobiografico di Henri Charrière, l’ex galeotto francese evaso dal Bagne de la Cayenne nella Guyana francese, una brutale colonia penale da cui nessuno era riuscito a fuggire.

Leone, nato in una famiglia molto povera (dice lui: “la prima volta che ho mangiato la carne avevo già sette anni”) ha fatto un poco tutti i mestieri. Da giovane si è arruolato nell’Arma dei Carabinieri, e in seguito ha fatto il danzatore, il carrozziere, il ristoratore, il piastrellista/costruttore e altri ancora. Ha lavorato in Italia, in Canada, negli Stati Uniti, in Sud America e molti altri posti. Insomma non esiste un ostacolo che Pino non possa superare né un lavoro che Pino non sappia fare.

Si è rimesso in gioco a 62 anni, dopo un rovescio di fortuna, quando con poche centinaia di dollari in tasca è tornato in Canada cinque anni fa, stavolta stabilendosi in B.C. Ha lavorato in varie città mettendo a frutto le sue molteplici capacità finché ha accumulato la somma necessaria ad aprire un ristorante italiano a Castlegar.

Si è fatto notare subito nel campo gastronomico e ha poi deciso di trasferirsi a Trail, la cittadina dove ancor oggi prospera una numerosa e vivace comunità italiana. Sullo sfondo idilliaco delle montagne e delle foreste del West Kootenays, “Pino’s Ristorante Italiano” situato nel quartiere storico di Trail, è rapidamente diventato una attrazione per i residenti e per i numerosi turisti, provenienti anche dagli Stati Uniti, che frequentano la zona attratti dalla fama delle piste da sci della Red Mountain.

Chiedete di Pino nella zona del Kootenays e vedrete che lo conoscono tutti. La sua cucina è genuina e ispirata. Si sente il carattere artigianale nel sapore di ogni piatto che Pino prepara personalmente con l’aiuto dei suoi due giovani e volenterosi sous chefs indo-canadesi. Si sente soprattutto che Pino ci mette l’anima in questa sua ultima avventura che lui definisce “il riposo del guerriero.”

Quel porto tranquillo che è Trail, nella quiete, nel verde, nel silenzio, un posto dove nell’ ora di punta al semaforo si accalcano si e no sei o sette auto e dove i negozi chiudono alle sei di sera perché la gente vuol cominciare a vivere la propria vita e non solo lavorare, quella atmosfera priva di fretta e frenesia offre a Pino l’opportunità di fare un lavoro che lo entusiasma e di intessere una rete di rapporti sociali.

I suoi clienti non cercano soltanto la soddisfazione di gustare un piatto di spaghetti o una bella bistecca. Trovano da “Pino’s” una atmosfera famigliare, dove il proprietario ha una attenzione speciale per ognuno. Lui, col suo fare suadente, dona alle signore una rosa rossa e offre ai bambini giocattolini e libriccini da colorare. Con gli uomini instaura un rapporto di camerateria, una brotherhood.

Una sera, con uno dei suoi clienti abituali, vegetariano intransigente e attento alle calorie che ha fatto sedere al famoso tavolo riservato a cui sono ammessi solo gli amici di Pino, eccolo che con fare scherzoso e malandrino  finisce per piluccargli le patate che “hanno troppe calorie.” dal piatto che gli ha appena servito, Naturalmente, con grande divertimento del cliente, che si sente apprezzato come amico, come uno di casa. Ecco, Pino è fatto così, ha un cuore grande, un cuore d’oro, per gli amici si fa in quattro. Segue i suoi principi e non mentisce perché non ha bisogno di mentire (“odio i bugiardi” dice) ma, attenzione! Il leone sa ruggire e dare zampate feroci. Se un cliente critica a sproposito o ha un fare sprezzante, si sente arrivare un possente “vaffa” o anche rischia di fare un volo fuori dalla porta.

Ex campione di pugilato, ancor oggi Pino ha un fisico imponente, una criniera di capelli leonina corredata da baffi risorgimentali , ma uno sguardo sorprendentemente dolce negli occhi scuri da uomo del Sud.

“Questo ristorante è la mia vera passione” dice “questa vita serena è dove volevo arrivare.” Ne ha traversate di tempeste, ne ha scalate di montagne vere e metaforiche, ne ha percorse di strade e di miglia, ma il suo viaggio più importante, quello piú difficile, il piú lungo e tortuoso, è stato il viaggio dell’anima.

Questo indomito guerriero passato fra vittorie e sconfitte, che ha camminato da solo, ha avuto e perso montagne di soldi e ha saputo ricominciare con pochi spiccioli in tasca, può dire oggi: “Sono arrivato ad amare me stesso. Finalmente.”

 

Nella foto che pubblichiamo: Pino Leone, a sinistra, con il cantante, compositore e chitarrista Colton Crockett.