Lamborghini, una vita al volante: in Canada il mito italiano raccontato da Valentino Balboni

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C’è un modo particolare di raccontare l’eccellenza italiana nel mondo: farla raccontare da chi l’ha vissuta direttamente.

E sarà proprio questo il senso dell’incontro in programma venerdì 21 agosto a Mississauga, in Ontario, dove la Camera di Commercio Italiana dell’Ontario organizza una tavola rotonda dedicata all’automotive con due ospiti di particolare interesse: Valentino Balboni, storico collaudatore Lamborghini, e Flavio Volpe, presidente dell’APMA, l’associazione canadese dei produttori di componenti automobilistici.

L’appuntamento si svolgerà alle 18 nell’ambito del Mississauga Italfest.

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L’uomo che provava le Lamborghini

Per gli appassionati di automobili il nome di Valentino Balboni non ha bisogno di molte presentazioni.

Per quasi quarant’anni ha lavorato per Lamborghini, contribuendo allo sviluppo e al collaudo di alcune delle automobili che hanno trasformato il marchio di Sant’Agata Bolognese in uno dei simboli più riconoscibili dell’automobilismo mondiale.

Tra le vetture sulle quali ha lavorato figurano autentiche icone come Miura, Countach, Diablo, Murciélago e Gallardo.

Ma Balboni non rappresenta soltanto una lunga carriera nel settore automobilistico.

Rappresenta una parte della storia della Lamborghini raccontata dal posto di guida.

Dietro una supercar c’è molto più di un motore

È proprio questo l’aspetto che rende particolarmente interessante l’incontro canadese.

Quando si guarda una Lamborghini, soprattutto una delle sue vetture più celebri, si vedono immediatamente il design, la potenza e le prestazioni.

Ma dietro un’automobile capace di diventare un mito ci sono migliaia di ore di progettazione, prove, modifiche e collaudi.

E soprattutto ci sono persone capaci di capire attraverso la guida come una vettura reagisce, come migliorarla e come trasformare la tecnologia in qualcosa che sappia anche emozionare.

Balboni parlerà proprio di questo mondo, attraverso aneddoti personali e ricordi dei suoi decenni trascorsi in Lamborghini.

Dall’Italia al Canada

L’incontro di Mississauga racconta anche qualcosa di più ampio.

Il Canada rappresenta infatti uno dei Paesi nei quali il Made in Italy gode di una presenza importante, e la comunità italiana ha contribuito per decenni alla costruzione dei rapporti economici e culturali tra i due Paesi.

Portare in Canada una figura come Balboni significa quindi portare anche una parte della storia industriale italiana.

Non quella raccontata attraverso brochure e pubblicità, ma quella vissuta direttamente da uno dei suoi protagonisti.

Non soltanto nostalgia

Accanto a Balboni ci sarà Flavio Volpe, che offrirà invece uno sguardo sull’industria automobilistica canadese, sul futuro della mobilità e sul ruolo che il settore dell’automotive continua ad avere nei rapporti economici e manifatturieri del Nord America.

Ed è proprio questo confronto a rendere l’appuntamento particolarmente interessante.

Da una parte c’è la storia di una delle più grandi icone dell’automobile italiana.

Dall’altra c’è un settore industriale che sta affrontando una trasformazione radicale, tra elettrificazione, nuove tecnologie, intelligenza artificiale e cambiamenti nelle modalità di produzione e di mobilità.

Il futuro non cancella la storia

Parlare di Lamborghini in Canada non significa quindi soltanto celebrare automobili del passato.

Significa anche chiedersi come cambierà l’automobile nei prossimi anni.

La tecnologia sta modificando profondamente il modo nel quale le vetture vengono progettate e costruite.

Ma una domanda rimane aperta: quanto conterà ancora l’emozione?

Perché una Lamborghini non è mai stata soltanto un mezzo per andare da un punto all’altro.

È sempre stata anche un oggetto capace di suscitare emozioni.

Ed è probabilmente questa combinazione di tecnologia, design, prestazioni e passione che ha permesso a un marchio italiano di diventare famoso in tutto il mondo.

Una storia italiana che continua a viaggiare

La tavola rotonda di Mississauga sarà moderata da Frank Smolinger e sarà aperta agli appassionati di automobili, ai collezionisti e a tutti coloro che vogliono conoscere più da vicino il mondo dell’automotive.

Per il pubblico canadese sarà quindi un’occasione particolare.

Per gli italiani residenti in Ontario sarà anche un piccolo pezzo d’Italia portato oltreoceano.

Perché il Made in Italy non è soltanto quello che si trova nei negozi.

È anche la storia delle persone che hanno trasformato un’idea in un prodotto capace di conquistare il mondo.

E quando a raccontarla è l’uomo che per quasi quarant’anni ha provato quelle automobili direttamente sull’asfalto, la storia diventa ancora più affascinante.

Da Sant’Agata Bolognese a Mississauga, il mito Lamborghini continua a correre.




Il giornalista Emilio Buttaro premiato in Calabria per il suo impegno per gli italiani all’estero

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“Per la sua strepitosa carriera nel mondo del giornalismo. Per aver perseguito un obiettivo e realizzato un lavoro fatto di dedizione e preparazione. Per l’operato giornalistico attraverso il quale gli italiani all’estero possono vivere il legame con l’Italia”. Con questa motivazione, il giornalista Emilio Buttaro è stato insignito martedì scorso del prestigioso Premio Elmo. L’iniziativa, promossa dall’associazione Piazza Dalì, guidata dalla direzione artistica del presidente Gianmarco Pulimeni, celebra le eccellenze della Calabria e non solo.

e. buttaro

Premiati dieci protagonisti dell’arte e dell’ingegno in un appuntamento che nel corso degli anni ha saputo trasformarsi da evento a vero e proprio presidio culturale. La cerimonia di premiazione svoltasi come ogni anno a Rizziconi, nel cuore della Calabria è stata condotta da Lidia Coppola e Simona Palaia e si rivelata anche come un momento di riflessione sul ruolo della cultura in una società dominata dalla velocità e dall’eccesso di informazioni. Di particolare interesse le testimonianze dei premiati che hanno rappresentato vari mondi: dall’arte al volontariato, dall’impegno civile all’editoria, dalla moda all’imprenditoria e tanto altro.

Emilio Buttaro insignito del Premio Speciale, così come il noto antropologo Vito Teti, ha spiegato: “Attraverso le collaborazioni con i giornali per i nostri connazionali all’estero ho scoperto un mondo nel mondo: quello fatto di italiani. Essere un ponte tra il Bel Paese e gli italiani che vivono all’estero è qualcosa di indescrivibile, una gioia che rimane dentro a lungo”. Infine, un pensiero speciale: “Questa parte della Calabria rappresenta la culla dei miei sogni di bambino. Mio padre è nato a pochi metri da qui e voglio dedicare tutte le emozioni di questa serata proprio a lui, perché ricevere questo premio per me è davvero come sentirlo più vicino”.




Filippo Longo, il settimo fratello di San Francesco

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….”Fu cognominato Lungo, per esser di statura lunga, e grande; nel modo che il B. Morico altro suo compagno, e già anche Crocifero come lui, fu cognominato Piccolo, per esser di statura piccola”.

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Al di là della citazione inserita nelle Vite di Ludovico Jacobilli , sono davvero poche le notizie sulle origini di Filippo che divenne per tutti Lungo e che si unì a San Franesco divenendone prezioso confratello. Alcuni studiosi ritengono che frate Longo fosse nato a Mandria, borgo ai piedi del Monte Subasio, altri studiosi propendono per le origini nel contado di Perugia, altri ancora le collocano a Castel S.Savino sul Monte Izzo. Molti ricercatori hanno però stabilito le sue origini nel paese di Atri, cittadini che diede i natali, oltre alla famiglia dell’imperatore Adriano,  a diversi illustri personaggi che hanno lasciato impronte importanti nella storia missionaria: dal francescano padre Marcellino al beato Rodolfo Acquaviva e a Claudio Acquaviva d’Aragona Preposito Generale dei Gesuiti.

Frate Filippo, secondo le fonti tratte da Tommaso da Celano, fu il settimo compagno di Francesco: «finalmente il loro numero divenne sette con frate Filippo, al quale il Signore aveva toccato e purificato le labbra con il carbone ardente, così che parlava di Dio con mirabile dolcezza. Interpretava la Scrittura, spiegando il significato più recondito, senza aver studiato nelle scuole, simile a coloro che i principi dei Giudei disprezzavano come ignoranti e illetterati (gli apostoli)»

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Filippo Longo si distinse durante la vita per le sue grandi capacità oratorie e contemplative. Il confratello di San Francesco cu capace anche di una interpretazione profonda delle sacre scritture,  e sicuramente fu determinante nelle più importanti scelte della comunità francescana.

Il frate nato probabilmente ad Atri godeva di grande stima da parte del santo d’Assisi tanto da essergli al fianco anche durante gli incontri con Santa Chiara a San Damiano. La conoscenza di  Chiara fece nascere in Filippo una    profonda stima per la santa alla quale dedicò devotamente il suo carisma e la sua esperienza cristiana. E sarà proprio Filippo a impegnarsi in prima persona alla fondazione dei primi conventi delle “povere dame”. Uno di questi conventi, ancora attivo, si trova proprio ad Atri.

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Del rapporto di amicizia fra Filippo Longo e Santa Chiara, ne parla anche Tommaso da Celano nella Leggenda sulla vita della santa di Assisi.

Nel 1219, frate Filippo Longo, su interessamento del cardinal Ugolino, fu eletto primo Confessore, Visitatore, Correttore, e Presidente delle monache di San Damiano, dette poi di Santa Chiara.

Tale nomina però non fu gradita da San Francesco il quale sentenziò: “I miei frati proprio per questo sono chiamati Minori, perché non presumano di diventare maggiori”.

Francesco credeva infatti che la nomina di un frate, quale “superiore” delle “Recluse di S. Damiano”, fosse il sintomo di uno sviluppo infausto e irreversibile della sua “fraternitas”

Tornato dalla Terrasanta il santo d’Assisi   destituì immediatamente il frate dall’incarico ma alla morte dello stesso, per volontà del Papa, Frate Filippo fu chiamato nuovamente a questa carica.

Sono gli anni in cui i francescani si dividono tra un’ala più oltranzista che vuole ritornare all’esempio del fondatore, e una maggioranza ‘conventuale’ ormai organizzata come un ordine religioso

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Dopo aver contribuito alla raccolta di materiale sul santo d’Assisi, Filippo Longo fu inviato dai superiori in Francia, probabilmente nei pressi di Clermont- Ferrand dove, dove avrebbe continuato a stupire gli ascoltatori con le sue doti oratorie davvero innate, se anche il passaggio da Italia a Francia non le aveva appannate

Secondo il biorgrafo seicentesco Iacobilli il futuro beato Filippo Longo «con mirabil fervore predicava, e lasciava segni delle sue grandissime virtù»;

Il destino di Filippo Longo di Atri resta uno degli aspetti più affascinanti della sua vicenda. Infatti, a un certo punto, il suo nome scompare quasi completamente dalle fonti ufficiali. Compare tra i testimoni della cosiddetta “lettera di Greccio” del 1246, un documento che raccoglieva testimonianze alternative su Francesco. Tuttavia, nel 1263, l’Ordine decise di uniformare la memoria del Santo e per farlo vennero distrutte molte biografie precedenti, sostituite dalla “Legenda Maior” di Bonaventura da Bagnoregio. In questo testo, Filippo Longo non viene nemmeno citato.

Di conseguenza, la sua figura fu quasi cancellata, come se non fosse mai esistito. Oggi, Filippo Longo di Atri resta una figura quasi sconosciuta pur avendo avuto, secondo le poche informazioni biografiche, un ruolo importante    nella storia del francescanesimo dalle parti di Clermont-Ferrand, dove avrebbe continuato a stupire gli ascoltatori con le sue doti oratorie davvero innate, se anche il passaggio da Italia a Francia non le aveva appannate.

Il settimo seguace di Francesco morì presumibilmente nell’anno 1259. Per molti studiosi sarebbe morto in Alvernia mentre per altri   il suo corpo sarebbe stato sepolto nel Convento delle Clarisse in Assisi.

Sempre Iacobilli descrisse la morte di Filippo: «et in fine, chiaro di miracoli, morì in Monte Ferrando, Città d’Arvernia, Provincia della Francia: ancorché alcuni Scrittori asseriscono esser morto in Perugia, e sepolto in un Monastero di Monache: il che non si trova vero: ma ben verissimo riposarsi in detto luogo d’Arvernia in Francia. La sua morte seguì adì 14 di Marzo l’An. 1259».

Anche su questa data non c’è certezza assoluta e alcuni studiosi fanno osservare come al capezzale di santa Chiara, nel 1253, c’erano tutti i frati della prima ora, ma non l’amico Filippo Longo, forse perché era già morto.

 




L’italiana che insegnò agli americani la vera cucina italiana

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Il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana rende omaggio a Marcella Hazan, la donna che ha rivoluzionato il modo in cui milioni di americani conoscono e cucinano la gastronomia italiana.

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Quando gli americani ordinano un risotto, preparano un ragù o scelgono un buon olio extravergine d’oliva, in molti casi lo devono anche a una donna italiana emigrata negli Stati Uniti negli anni Cinquanta.

Si chiamava Marcella Hazan e, senza saperlo, cambiò per sempre il modo in cui l’America guardava alla cucina italiana.

Per celebrare il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana ha deciso di renderle omaggio, ricordando il suo straordinario contributo alla diffusione dell’autentica cucina regionale italiana oltreoceano.

La storia di Marcella Hazan è quella di tanti emigrati italiani.

Nata a Cesenatico, si trasferì a New York negli anni Cinquanta. Paradossalmente, non era una cuoca professionista. Fu proprio l’esperienza dell’emigrazione a spingerla a riscoprire le ricette della tradizione italiana.

Da quella scoperta nacque una rivoluzione culturale.

Con libri come The Classic Italian Cookbook, corsi di cucina e programmi divulgativi, Marcella insegnò a milioni di americani che la cucina italiana non era soltanto spaghetti e polpette, ma un patrimonio fatto di tradizioni regionali, ingredienti semplici e rispetto dei sapori autentici.

Il riconoscimento più simbolico arriva oggi dallo Smithsonian National Museum of American History, che ha inserito tra i 250 oggetti scelti per raccontare la storia degli Stati Uniti un semplice pentolino di rame utilizzato da Marcella Hazan per preparare lo zabaione.

Non un’opera d’arte.

Non un documento storico.

Ma un utensile da cucina capace di raccontare come anche un’emigrata italiana abbia contribuito a cambiare la cultura americana.

Il punto di Fatti Nostri

L’emigrazione italiana non ha lasciato il segno soltanto costruendo ferrovie, fabbriche e imprese.

Ha cambiato anche il modo di mangiare, di vivere e perfino di pensare di milioni di persone.

La storia di Marcella Hazan dimostra che il successo degli italiani nel mondo non nasce solo dai grandi imprenditori o dagli scienziati.

A volte basta una pentola, una ricetta e la passione per la propria terra per lasciare un’impronta nella storia.




“Cavalcai con Custer”. Giovanni Martini, superstite del Little Big Horn

giovanni martini (militare)

Il grande Ovest dell’America del Nord ha permesso di raccontare infinite storie e leggende, rendendo omaggio a tanti pionieri che costruirono fattivamente gli “Stati Uniti”.

Il grande Ovest ha visto presenti, tra i decenni che vanno dal 1820 e il 1890, anche molti italiani che ivi si spingevano per lasciarsi alle spalle l’incerto presente in Italia. Molti di loro si fermarono nelle ricche città della costa orientale.

Nello stato del Delaware una colonia di 300 piemontesi aveva costruito decenni prima la cittadina di New Castle; numerosi americani di origine italiana vivevano nella città di New Orleans (si stima a 10.000 il loro numero intorno agli anni precedenti la guerra civile americana -1850-), altre comunità erano nate a Boston, Philadelphia e New York, mentre nel sud e sulla costa californiana i genovesi avevano trapiantato la loro perizia nell’agricoltura mediterranea e i siciliani la difficile attività della pesca d’altura.

A questi primi insediamenti fecero capolino le famiglie che sbarcavano nel porto di New York, in attesa di dirigersi verso l’ignoto futuro che si presentava loro in quell’immenso paese chiamato America. Tra gli immigranti vi erano anche uomini che avevano “fatto” l’Italia, ovvero reduci delle guerre d’indipendenza, soprattutto garibaldini congedati quasi brutalmente dallo Stato Maggiore dell’esercito Sabaudo alla fine delle ostilità. Anche loro, come tanti altri, avevano in tasca soltanto una speranza ma sul molo trovarono ad attenderli uomini con una divisa blu.

“Vuoi guadagnare una paga incerta come operaio o preferisci intascare  5 dollari al giorno come soldato dell’esercito degli Stati Uniti?”

A questa offerta pochi resistettero, forti della loro unica arte appresa in Italia, quella della guerra. E tra questi c’era Giovanni Martini.

giovanni martini (militare)

Nato a Sala Consilina, in provincia di Salerno, il 28 gennaio 1853, Giovanni Martini era sbarcato a New York nel 1873: era un “ex-garibaldino”, arruolatosi giovanissimo sotto le bandiere di Garibaldi e veterano della battaglia di Mentana. Aveva quindi “un mestiere” e in quegli anni gli Stati Uniti cercavano bravi professionisti per ridurre al silenzio definitivamente quelli che la gran parte della gente di frontiera riteneva essere solo e soltanto sanguinari selvaggi: i nativi dalla pelle rossa!  Giovanni Martini cambiò il suo nome per amalgamarsi nell’esercito delle giacche blu e divenne John Martin, non presagendo che da lì a qualche anno, quello stesso  nome sarebbe diventato l’unico superstite dello squadrone di George Armstrong Custer ed un simbolo della battaglia più famosa del West: quella del Little Big Horn.

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John Martin partecipò come soldato semplice alle campagne militari condotte dall’esercito contro le tribù ostili: questo giovane emigrante potè vedere con i suoi occhi le ultime eroiche difese di popoli indomiti quali i Sioux, i Cheyenne, gli Arapaho, i Nasi Forati, i Kiowa. Popoli che difendevano la loro terra e la loro cultura, ritenuta fastidiosa e ingombrante per il materialismo americano impregnato di dogmatismo puritano. I  cattolici avevano costruito missioni ed eretto chiese alle quali lentamente avevano iniziato a confluire i nativi, accolti dall’unica arma veramente convincente: la pazienza.

Questo lavoro certosino di progressiva assimilazione (che aveva dato ottimi frutti nel Messico ed in California, e discreti risultati nel più compassato Canada francofono e nelle gole selvagge dell’Oregon e del British Columbia) fu spazzato  via dall’intransigenza e dalla sete di affari di politici provenienti in gran parte da un credo incentrato sull’ottica del profitto.

John Martin aveva partecipato alle deportazioni, alle esecuzioni sommarie, alla difesa delle carovane che transitavano sulle piste dirette in California, alla strage sul fiume Washita (perpetuata dal “generale” Custer) nei tre anni trascorsi a cavalcare nei ranghi dell’Esercito ma non aveva abbandonato l’uniforme. Per un uomo che a malapena riusciva a masticare una decina di vocaboli della nuova lingua, la paga da soldato era l’unica certezza per il futuro e  per essa ben valeva correre qualche rischio contro gli ostici nativi, da tutti dipinti e considerati soltanto semplici primitivi feroci. Il ragazzo di Sala Consilina del resto guardava al nemico come al minore dei mali. Memore degli scontri italiani, non temeva le scaramucce con questi variopinti uomini che gli avevano dipinto come mostri sanguinari. E poi lui cavalcava con Custer,” il generale Custer”, autentico mito vivente del West ed eroe della guerra civile. Nulla poteva fermarli.

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Questo pensava Martin il 25 giugno 1876 guardando, in sella al suo cavallo,la vallata sottostante in cui scorreva il fiumiciattolo Little Big Horn.

“Trombettiere”! L’ordine perentorio di Custer non lo sorprese: in quel giorno era lui il trombettiere di servizio del comandante e quindi scattò in avanti in attesa di ordini. Gli indiani erano stati avvistati e lui sapeva di dover svolgere un compito gravoso: quello di portare gli ordini del comandante agli altri reparti dislocati ai lati del contingente principale.

John Martin cercò di immagazzinare ogni parola che gli venne detta da Custer: sapeva che il comandante non ammetteva incertezze nell’esecuzione dei suoi ordini; godeva di una fama sinistra tra i suoi uomini (aveva repentinamente fucilato, alla prima insubordinazione, i suoi soldati alcuni anni prima) e il soldato italiano non si chiese se avesse effettivamente compreso gli ordini. Partì al galoppo ma fu fermato dall’aiutante maggiore, il tenente Cooke. Questi conosceva Martin e capiva le sue difficoltà con la lingua inglese: decise quindi di scrivere uno stringato messaggio su un foglio per appunti, un messaggio che ancora oggi viene custodito gelosamente nell’accademia militare di West Point, a testimonianza dell’importanza di quel giorno. Ricevuto il “pezzetto di carta”, Martin spronò il cavallo lasciandosi indietro i quattro squadroni e si voltò un’ultima volta ad osservare il braccio alzato di Custer che ordinava l’attacco. Non sapeva di essere l’ultimo bianco a vedere vivi tutti quegli uomini e di essere sul punto di diventare l’unico sopravvissuto degli uomini di Custer.

L’italiano galoppò verso le retrovie ed ebbe modo di vedere l’altra colonna, quella comandata dal maggiore Reno, impegnata in battaglia. Ebbe la sensazione che qualcosa non andasse ma non poté fermarsi a pensare e non lo fece neanche quando incrociò il fratello di Custer: i due si scambiarono le informazioni e si allontanarono su strade opposte: quella da cui proveniva Martin era la strada della morte!

Martin incrociò anche gli indiani ed evitò il loro attacco spronando il velocissimo cavallo in dotazione. I colpi mancarono di poco il bersaglio e il soldato italiano fermò la sua corsa solo al cospetto della colonna militare avanzante del capitano Benteen, cui  doveva consegnare il messaggio: lo fece e commise un errore che si sarebbe rivelato tragico per il proseguimento degli eventi bellici. Nel comunicare gli ordini ricevuti a voce Martin interpretò male una parola ascoltata e diede una versione distorta delle valutazioni tattiche di Custer.  L’ufficiale che lo ascoltava interpretò le sue parole come un segnale di ottimismo e, letto il foglietto scarabocchiato dall’aiutante maggiore del comandante, si diresse verso l’altra colonna impegnata in combattimento, quella del maggiore Reno, per dargli manforte.

L’errore salvò la vita a Reno ma determinò la catastrofe per l’altra metà del leggendario 7° cavalleggeri degli Stati Uniti.

I fatti sono noti. In quel giorno i Sioux e gli Cheyenne, guidati spiritualmente da Toro Seduto e materialmente dai capi Nuvola Rossa e Gallo massacrarono fino all’ultimo uomo i  225 soldati della colonna di Custer. Il comandante, secondo le fonti raccolte tra gli stessi indiani, ferito seriamente si suicidò per evitare di essere catturato. Gli indiani vinsero la loro unica battaglia campale e pagarono negli anni seguenti in modo tragico l’effimera vittoria: il massacro di Wounded Knee, perpetuato il 28 dicembre 1890 ad opera dello stesso 7° cavalleggeri (ai danni di vecchi, donne e bambini) sancì la fine definitiva delle guerre indiane e della libertà degli stessi.

Martin, una volta congedato dall’esercito preferì tornare al mondo “civilizzato” e si stabilì a Brooklyn, nella metropoli di New York. I suoi occhi avevano visto tanti massacri ed una giornata destinata a rimanere scolpita nella memoria di tutta la nazione americana. Il suo dovere militare aveva reso protagonista dell’epopea americana  un italiano, uno dei tanti alla ricerca di un futuro nel Continente nuovo: un ragazzo che aveva combattuto per la sua libertà e che per essa era emigrato aveva contribuito a soffocare l’ultimo singulto libero dei nativi americani!




Il “ragno” di Savorgnano

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 Gigi Alippi, Jack Canali, Romano Perego, Luigi Airoldi, Annibale Zucchi: hanno nomi  italianissimi i componenti di una spedizione, che nel 1965 diedero l’assalto finale a una  delle creste più impervie del Mondo:  il Monte McKinley.

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La spedizione tricolore affrontò con coraggio la quasi impossibile impresa e dal terzo campo  montato sulla Cresta Sud completarono la scalata dei restanti 1200 metri per arrivare infine  sulla cima. A guidarli, un nome destinato a entrare nella storia dell’alpinismo mondiale:  Riccardo Cassin da Savorgnano, figlio orfano di Valentino Cassin,  emigrato in Canada e morto sui monti delle Rocky Mountains, per aprire la strada ai nuovi abitanti della stupenda  terra nordamericana.

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L’assalto al Monte McKinley non era cosa da tutti i giorni. La vetta  più alta del Nordamerica ha infatti una terribile caratteristica, per chi volesse  violarne le pareti: è terribilmente “fredda” e non si lascia facilmente domare dalla perizia umana. Nel 1965 i sei italiani della spedizione “Città di Lecco” riuscirono in questa impresa, guadagnandosi l’appellativo di audaci. Il gruppo riuscì perfino a tornare sano e salvo in un’epoca nella quale l’attrezzatura sportiva e i kit di sopravvivenza alle terribili escursioni del termometro non raggiungevano certamente l’eccellenza dei prodotti attuali. I sei italiani, seppur malconci (Jack Canali soffrì di gravi congelamenti) ritornarono alla base per raccogliere il giusto tributo di successo. Riccardo Cassin ritornò alla sua tranquilla città lombarda per scrivere “La Sud del McKinley”, destinato a diventare un best seller tra i testi dedicati all’alpinismo estremo.

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Definito da Rainold Messner la “pietra miliare dell’alpinismo italiano”, Riccardo Cassin, salendo ai 6178 metri del gigante d’Alaska, chiuse in effetti un debito con la sfortuna e riscattò alla grande la perdita del padre, avvenuta quando lui aveva soltanto quattro anni. Partito come tanti alla volta del Nuovo Mondo, Valentino Cassin venne infatti chiamato a lavorare nelle miniere che costeggiavano la Canadian – Pacific Railway (6000 chilometri che attraversano l’immenso paese nordamericano). La morte lo colse proprio su  una delle tante montagne canadesi e per lui ci sarà soltanto una semplice sepoltura tra le valli della British Columbia. La sua semplice tomba venne però scoperta dall’infaticabile figlio, che decenni dopo, e dopo le soddisfazioni della conquista del McKinley, riuscirà ad arrivare nella zona chiamata Nikomen, per trovare i resti del povero padre, deceduto a soli trent’anni.  Sarà il più bel regalo per il “ragno” del Friuli, avvezzo a decine di vette pericolose e pronto a partire ancora oggi, a novantatre anni, alla volta di qualche parete sospesa nel vuoto. Sarà un bel regalo anche per l’Italia, che sul McKinley costruisce un’altra fetta della sua imprimatur americana, a suggellare un legame viscerale con la terra che toccò scoprire al grande genovese.

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Quella di Riccardo Cassin è ancora oggi un’avventura umana dai contorni  affascinanti. Non esiste, tra i giochi olimpici, la disciplina specifica delle scalate alpine (né potrebbe del resto esistere una gara agonistica imperniata sul tempo) ma ciononostante l’impresa del 1965, sommata alle altre decine di vette, rende il friulano un atleta onorario dei Giochi olimpici, permettendogli l’ingresso nella Hall of Fame degli arrampicatori mondiali.

Insignito nel 1980 del titolo di  Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana e nel 1999 di  Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiano, l’alpinista friulano nel 1935, 1937, 1938 si è guadagnato la Medaglia d’oro al valore atletico conferitegli dal Comitato Olimpico Italiano.

E sono davvero tante le vette conquistate nell’arco di settanta anni di scalate. Nato  a Savorgnano di San Vito al Tagliamento (Pordenone) nel 1909, Riccardo visse nel paese natale fino all’età di 21 anni, per poi trasferirsi a Lecco e diventare fabbro. Il lavoro umile lo aiutò a compensare la grave penuria economica, conseguente alla prematura scomparsa del padre nel lontano Canada, e si accompagnò sempre alla  grande passione delle montagne. Il fisico prestante di Riccardo, in un’epoca nella quale il pugilato  si incarnava nel mito del conterraneo Carnera, indirizzò il   futuro alpinista sul  ring, esperienza che durerà lo spazio di qualche incontro. Non era quella infatti la vocazione per Riccardo: per lui la strada doveva essere in salita, per diventare appetibile: possibilmente a strapiombo sul vuoto!

E furono proprio le vette a regalargli le più belle soddisfazioni della vita. Escludendo gli allenamenti, il friulano compì ben 2500 ascensioni, e di queste ben 100 hanno avuto il sapore della prima scalata. Le pareti della Svizzera, della Francia, Austria, Spagna, Jugoslavia, Scozia, Caucaso, Pakistan, Nepal e Giappone hanno fatto da corollario a un percorso che ebbe  i suoi apici nelle vette americane . Il friulano scalò infatti le montagne  del Perù,  della Terra del Fuoco, del Cile, del Canada e dell’amatissimo Alaska.

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Nominato  Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana, Riccardo Cassin vsse tra le amate montagne anche durante la guerra. Arruolato tra gli alpini, durante la guerra partigiana guidò la Brigata Rocciatori e si guadagnò la decorazione con la Croce al  Valore Militare per le coraggiose imprese, nelle quali venne più volte ferito.  Ritornato alla tranquillità civile, a 78 anni Riccardo Cassin stupì   ancora una volta il mondo, salendo due volte in una settimana sul Pizzo Badile. Con la sua escursione sulle vette della Patagonia rese omaggio all’amico Carlo Mauri. Tra il 1998 e il 2000 toccò invece al mondo cinematografico  avere per protagonista il “ragno” di Savorgnano.  A Banff, infatti, l’italiano presenziò il festival  internazionale del film di montagna, e dopo due anni, partecipò in qualità di “maestro indiscusso” al summit mondiale dell’alpinismo, aperto a tutti i più forti escursionisti del mondo.

Sposatosi in tempo di guerra con Irma, Riccardo divenne padre di tre figli, nonno di sette nipoti e infine bisnonno. Alla montagna dedicò anche molta delle sue fatiche letterarie. Autore di dieci volumi, Cassin ha regalato al grande pubblico una splendida serie di lavori incentrati sulle scalate, riservando all’esperienza del Mc Kinley una pagina tutta particolare.  Ripubblicato dal Centro di Documentazione Alpina , il libro si presenta come un  diario della spedizione, senza alcuna pretesa letteraria, ma riesce a cogliere l’essenza della bellezza della disciplina alpinistica. Usando la narrazione giornaliera, aliena da iperboli e parole complicate, Cassin descrisse nitidamente le tante difficoltà e i pericoli superati, accompagnando il lettore nel mondo tutto particolare delle scalate.

Membro onorario del Club Alpino Accademico Internazionale, del Groupe  Haute Montaigne e dei club alpini di Italia, Stati Uniti, Spagna, Svizzera e Francia,  Riccardo Cassin non si è mai arreso agli acciacchi dell’età, sostituendo le scalate con lunghe passeggiate ed escursioni sulle colline di Lecco , la città scelta come propria residenza.  E nel 2009, in occasione del suo centesimo compleanno,   la Città gli ha dedicato una serie di iniziative, consegnandogli  una medaglia d’oro di benemerenza.

Il grande alpinista friulano è morto il 6 agosto 2009. Alla sua memoria il Comune di Lecco ha intitolato   una piazza cittadina che da allora porta il nome di “piazzale Riccardo Cassin – Alpinista del Novecento”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE PRINCIPALI ASCENSIONI DELLO SCALATORE DI SAVORGNANO

 

1934 Parete Sud-Est Piccolissima di Lavaredo

1935 Spigolo Sud-Est Torre Trieste e Parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo

(quest’ultima aveva respinto 27 tentativi di tutti i più forti alpinisti europei dell’epoca)

1937 Parete Nord Est del Pizzo Badile (una delle più lunghe e difficili pareti delle Alpi

Centrali)

1938 Sperone Walker sulla Parete Nord delle Grandes Jorasses (1a ascensione assoluta

su una delle tre grandi Nord con Cervino e Eiger)

1939 Spigolo Est del Golem e Parete Nord dell’Aiguille de Leschaux

 

 

 

1947 Parete Nord-Ovest della Prima Sorella del Sorapis e Spigolo Sud-Est della Torre

del Diavolo

1955 Parete Nord del Piz Roseg

1957 Parete Nord del Disgrazia

1958 Capospedizione al Gasherbrum IV, 7980m (Walter Bonatti e Carlo Mauri

raggiungono per primi la vetta)

1959 Parete Nord del Ligoncio

1961 Parete Sud del Mount McKinley (m 6178, prima ascensione sulla parete ritenuta più

difficile del Nord America)

1969 Parete Ovest dell’Jirishanca (m 6126, prima ascensione, a 60 anni)

1975 Capospedizione al Lhotse

 

 




Kimi Antonelli, il ragazzo prodigio che sta conquistando la Formula 1

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oipA soli 19 anni, Andrea Kimi Antonelli è già il nome più caldo della Formula 1 mondiale. Il giovane pilota italiano della Mercedes sta vivendo una stagione straordinaria e, dopo il Gran Premio del Canada, guida il campionato del mondo davanti ai grandi campioni della categoria.

Nato a Bologna il 25 agosto 2006, Antonelli è considerato da anni uno dei talenti più puri dell’automobilismo internazionale. Cresciuto nel programma giovani della Mercedes, ha bruciato tutte le tappe nelle categorie minori, vincendo titoli in Formula 4 e Formula Regional prima di arrivare in Formula 1.

La stagione 2026 sta però andando oltre ogni aspettativa. Dopo le vittorie in Cina, Giappone e Miami, Antonelli ha conquistato anche il Gran Premio del Canada, ottenendo il quarto successo consecutivo. Un risultato che lo ha proiettato in testa al mondiale con un vantaggio importante sui suoi rivali.

andrea kimi antonelli mercedesSecondo diversi osservatori della Formula 1, il giovane italiano sta mostrando una maturità sorprendente. L’ex pilota David Coulthard ha dichiarato che Antonelli “si è guadagnato il diritto di guidare il mondiale”, sottolineando la freddezza e la velocità dimostrate in pista.

Nel Gran Premio del Canada, Antonelli ha approfittato anche del ritiro del compagno di squadra George Russell, che stava lottando per la vittoria prima di un problema tecnico. Il pilota italiano ha così consolidato la leadership iridata e riportato entusiasmo tra i tifosi italiani, che da anni aspettavano un protagonista capace di riportare il tricolore ai vertici della Formula 1.

Per molti appassionati, Kimi Antonelli rappresenta il futuro della Formula 1. Ma guardando i risultati di questa stagione, il futuro sembra essere già arrivato.




Il martire di Cutuya: padre “Lele” morì per difendere i diritti dei contadini

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8 padre ezequiel ramin fatoIl 24 luglio 1985 . Fazenda Catuva, località Aripuanã, Mato Grosso, Brasile

Padre Ezechiele Ramin, insieme al presidente del sindacato dei lavoratori rurali  è tra i piccoli agricoltori cercando di persuaderli a non prendere le armi contro i latifondisti.

Ha disobbedito alla richiesta dei suoi superiori di fare attenzione e riprende la strada verso la propria missione. Non tornerà mai più. Sette sicari armati di pistola lo colpiranno con 50 pallottole e nonostante questo lui avrà ancora il tempo di sussurrare ai suoi carnefici: “vi perdono”.

romaria pe ezequiel 1024x768La sua salma non potrà essere recuperare dai propri confratelli comboniani prima di 24 ore e nel frattempo un gruppo di Indios della nazione Surui veglierà su di essa. Un gesto di grande rispetto e affetto da parte di chi ha conosciuto la straordinaria bontà di padre Ezechiele.

Alla messa celebrata a distanza di sette giorni dalla morte, molti indigeni saranno presenti per rendere omaggio a padre Ramin che, pur avendo lavorato più direttamente con i sem-terra, aveva sempre appoggiato anche loro.

Dopo la celebrazione eucaristica un corteo sfila per le vie di Cacoal, aperto da un contadino che impugna  una croce su cui è stata posta la camicia di padre Ramin, traforata di proiettili e sporca di  sangue. Il corteo procede  silenzioso, ultimo omaggio a un uomo arrivato soltanto un anno e mezzo prima ma capace di catturare l’amore di tutti.

padre ezechiele raminConosciuto familiarmente come “Lele” in Italia ed “Ezequiel” in Brasile, padre Ramin è stato definito “martire della carità” da Papa Giovanni Paolo II e da martire ha terminato il suo breve apostolato nello stato della  Rondônia, dopo essersi messo in prima linea nella lotta per la giustizia dei lavoratori e degli Indios, tentando di persuaderli ad intraprendere la strada della protesta pacifica piuttosto che quella della lotta armata. Non ha avuto il tempo di incidere sui cambiamenti locali, ma ha lasciato un segno immenso di lotta civile.

ezequiel 51Nato a Padova il 9 febbraio 1953, Ezechiele era figlio di Mario Ramin (artigiano) e Ammirabile Rubin (casalinga) e condivise l’infanzia con altri 5 fratelli, tutti maschi. Allievo del Collegio Barbarigo di Padova nel 1971, si impegnò nel gruppo di Mani Tese e la sua attività in favore dei poveri del Sud del mondo diede spinta alla sua vocazione missionaria, concretizzata poi dall’incontro con gli studenti del vicino seminario dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù e del loro superiore padre Pietro Settin.

Fra i Missionari Comboniani Ezechiele conseguì la maturità classica nel 1972, con ottimi voti. e scelse di far parte di far parte della loro famiglia. Nel 1972 partì per Firenze, per il postulandato.
Conseguì il baccalaureato negli anni 1972-74 presso lo Studio Teologico Fiorentino. In un periodo segnato dal dilagare del terrorismo  Ezechiele passò a Venegono Superiore (Varese) per il noviziato e il 5 maggio 1976 professò i voti temporanei.  Chiese di poter espletare almeno una parte degli studi teologici in terra di missione, possibilmente in Uganda ma fu inviato invece in Inghilterra, dove rimase per tutto l’anno di studio 1976-’77.

Nel 1977 fu destinato allo scolasticato di Chicago. Innamorato anche della medicina non riuscì però a formarsi in tale campo, laureandosi invece in Teologia con la specializzazione in Missiologia.
Dopo poco più di due anni a Chicago, venne inviato a Città del Messico, dove per quattro mesi approfondì lo studio della lingua spagnola. Trascorse altri otto mesi a cavallo fra il 1979 e 1980 in Bassa California, nella Città dei Ragazzi, lavorando fra i ragazzi messicani e rivelando un grande senso della vita comunitaria e di apertura verso i poveri.Il 18 maggio 1980, a Cabo San Lucas in Bassa California, pronunciò i voti perpetui.

Rientrato in Italia, Ezechiele venne ordinato sacerdote il 28 settembre 1980 per poi essere inviato presso la comunità comboniana di Napoli.  In seguito al terremoto dell’Irpinia del  23 novembre 1980, padre Ezechiele fu inviato a San Mango sul Calore, un paesetto dell’Irpinia totalmente crollato, nel quale anche il parroco era morto sotto le macerie. Padre Ezechiele rimase per un mese senza togliersi nemmeno le scarpe, riposando in qualche modo in una roulotte di due metri, che fungeva da ufficio parrocchiale e da centro di coordinamento aiuti. Organizzò anche una scuola elementare provvisoria, circondando con dei teli di plastica i pilastri di una casa in costruzione, aiutato da maestre volontarie provenienti dal nord Italia. La permanenza nel Sud Italia gli confermò il desiderio di tornare in Sudamerica. Padre Ramin  chiese di essere mandato in Brasile, e il suo desiderio fu esaudito nel gennaio del 1984 .

images(1)Per sei mesi sostò a Brasilia per lo studio del portoghese, ma ne approfittò per comprendere più da vicino le ingiustizie che subivano i contadini brasiliani. L’uno per cento dei proprietari terrieri, i latifondisti, controllava il quarantacinque per cento dell’intera area rurale del Brasile. Trecentoquaranta proprietari di terre possedevano cinquanta milioni di ettari, mentre due milioni e mezzo di contadini ne possedevano solo cinque. I latifondisti ottenevano gli atti di proprietà rilasciati dal Governo e si presentavano ai contadini per l’espropriazione, ma loro non avevano i documenti e i mezzi per dimostrare che quel pezzo di terra era di loro proprietà da generazioni.

La Chiesa si schierò a difesa dei camponeses ovvero i contadini, sfidando la forza dei proprietari, appoggiati dai pistoleros, uomini armati da loro assoldati. In un paese nel quale l’esercito non sempre riusciva ad intervenire, molti sindacalisti, politici, contadini, capi di leghe contadine, ma anche sacerdoti e missionari, vennero uccisi perlopiù in imboscate. In tale clima operò Padre Ezechiele,  destinato a Cacoal nello Stato di Rondônia, una diocesi di 214.000 km quadrati. Spostandosi in auto e celebrando la Messa in chiese  di legno, spesso fatiscenti, costruite dai contadini stessi nella folta vegetazione amazzonica, il missionario di Padova conquistò subito la loro fiducia. Lo stesso valeva per i due confratelli e per le quattro suore che collaboravano in parrocchia con lui. Padre Ezechiele arrivò a Cacoal pochi giorni dopo il 25 luglio 1984, giorno dedicato al lavoratore, nel quale la polizia aveva sparato contro il popolo in processione ad Aripuanã, presente il vescovo della diocesi di Ji-Paraná. Nell’omelia   tenuta il 17 febbraio 1985 alla gente di Cacoal il missionario rese quasi il suo testamento spirituale:
«Il padre che vi sta parlando ha ricevuto minacce di morte… Cari fratelli, se la mia vita vi appartiene, vi appartiene anche la mia morte… Le aree libere del nostro Stato di Rondônia, cioè la terra di nessuno, appartengono ai nostri fratelli senza terra, e non ai fazenderos avidi. No, perché non è questa la giustizia…».

Il 24 luglio 1985, padre Ezechiele e il suo amico sindacalista Adilio si spostarono a cento chilometri dalla parrocchia di Cacoal per arrivare alla fazenda Catuva, il cui proprietario era Osmar Bruno Ribeiro. Nella zona molte famiglie cercavano un pezzo di terra per sfamare le loro famiglie ed avevano occupato in anticipo la terra lungo la strada che collegava lo Stato di Rondonia e il Mato Grosso addentrandosi nella fazenda Catuva. Per questa ragione i contadini erano passibili della ritorsione dei fazenderos e dei loro pistoleros; questi ultimi non aspettavano altro, per incassare quarantacinque dollari per ogni morto. Padre Ezechiele e Adilio arrivarono sul posto prima che si cominciasse a sparare. Cercarono di persuadere i contadini a non armarsi contro i proprietari, perché questi, invocando la legittima difesa, avrebbero senz’altro aperto il fuoco. Conveniva quindi avere pazienza: nel giro di qualche settimana sarebbero arrivati gli atti legali per l’assegnazione governativa. I contadini si convinsero e quindi si ritirarono. La mossa spiazzò i proprietari e segnò la condanna del   giovane prete che riusciva a convincere i contadini

1Il missionario considerato  uomo pericoloso dai latifondisti  venne trucidato in un’imboscata da 7 “jagunços” le guardie armate di tutto punto assoldate della fazenda: una pioggia di colpi di armi da fuoco si abbatté su di loro. Adilio riuscì a buttarsi fuori dall’auto finendo nell’alta erba e si salvò. Padre  Ezechiele uscì dall’auto e fece per avvicinarsi agli uomini armati gridando: «Sono un sacerdote, parliamo!». Cadde crivellato di colpi.

A padre Lele fu subito riconosciuto di aver versato il sangue in ossequio alla fedeltà alla propria vocazione, restando sul posto nel momento del pericolo e per un motivo di carità verso i poveri e gli oppressi. Per questa ragione e a fronte della sua perdurante fama di martirio, i padri Comboniani hanno deciso di chiedere l’apertura della sua causa di beatificazione e canonizzazione, per l’accertamento dell’effettivo martirio in odio alla fede. L’inchiesta diocesana principale si è svolta nella diocesi di Ji-Paraná dal 1° aprile 2016 al 4 marzo 2017. A essa si è aggiunta l’inchiesta rogatoriale presso la diocesi di Padova, iniziata il 10 aprile 2016 e conclusa il 25 marzo 2017. Ora è al vaglio della Congregazione delle Cause dei Santi a Roma.

 

 

 

 




Il reduce dello Spielberg: 180 anni fa moriva Pietro Maroncelli

pietro maroncelli 187415

pietro maroncelli 187415Sono tanti quelli che ricordano Silvio Pellico e il suo libro “Le mie Prigioni”. La figura romantica dell’eroe nazionale rinchiuso nelle carceri dello Spielberg e le sue pagine scritte nelle tetre celle austriache hanno nutrito intere generazioni di giovani italiani che attraverso i gesti dei patrioti si sono identificati nella sanguinosa emancipazione dal giogo straniero.

Ma quanti italiani ricordano personaggi meno baciati dalla fortuna letteraria  e non per questo secondi ai principali nomi che affollano le nostre enciclopedie?

Chi ricorda ad esempio la vita sfortunata di Pietro Maroncelli che proprio di Silvio Pellico fu l’amico più stretto e il cantore più convinto?

In Italia ben pochi ricordano la parabola avventurosa del patriota di Forlì, costretto dagli eventi ad un esilio forzato, e generoso protagonista della vita letteraria americana del primo Ottocento.

Negli Stati Uniti la sua storia umana ha avuto invece più riguardi, nonostante le infinite traversie che un destino amaro gli ha riservato fino all’ultimo giorno di vita.

Nato nel 1795 nella città romagnola, Pietro Maroncelli studiò  nel seminario della sua città natale e poi nel collegio di musica di San Sebastiano a Napoli, fino al 1814, guidato dal talento musicale del Paisiello. Negli anni del suo soggiorno napoletano, il giovane forlivese si affiliò alla società segreta “Colonna Armonica”. Erano quelli gli anni della Carboneria e delle prime società segrete repubblicane. Trasferitosi a Bologna senza tralasciare la musica, terminò gli studi universitari parallelamente alla prima condanna politica, per alcuni versi nazionalisti pubblicati per la festa di San Giacomo a Roma.

Cresciuto in una famiglia di modesta agiatezza, Maroncelli vide crollare la sua esigua indipendenza economica alla morte del padre e dovette trasferirsi a Milano per un lavoro. Lo trovò prima alla casa editrice Ricordi e poi in varie altre tipografie come revisore. Entrato in amicizia con Silvio Pellico, lo trascinò con il suo entusiasmo nella carboneria. I due amici però non riuscirono a elaborare molti progetti segreti.

lettura condanna maroncelli 187416Furono infatti arrestati entrambi e condannati a morte, pena commutata in venti anni di carcere duro alla fortezza dello Spielberg.

Furono quelli gli anni de “Le mie Prigioni” descritti mirabilmente dall’amico Pellico.

E Maroncelli visse in prima persona i drammi più crudi della prigionia, subendo un’amputazione ad una gamba che lo avrebbe segnato per il resto della vita.

Nell’atroce occasione Maroncelli scrisse però il suo gesto più romantico entrando nel cuore di tutti colori che avrebbero letto le pagine del Pellico. Fu infatti lui a porgere una rosa al suo carnefice, appena conclusa la terribile operazione.

la cella di maroncelli e pellico 187417Ma se il gesto ancora oggi commuove per il suo eroismo, non lo aiutò a vivere meglio i suoi giorni futuri.

Liberato nel 1830, Maroncelli venne “esiliato” da Roma, Bologna e Firenze, e fu costretto a trasferirsi a Parigi insieme ad un fratello. La sua figura dinoccolata, aggrappata alle grucce, divenne familiare nelle vie della capitale francese e anche la fortuna arrise per qualche tempo all’italiano permettendogli di conoscere la futura moglie. Maroncelli sposò Amalia Schneider, una talentosa cantante lirica e con la giovane moglie si imbarcò alla volta degli Stati Uniti il 24 agosto 1833.

Quello che i coniugi Maroncelli trovarono a New York fu una città in grande fermento per l’arrivo della prima compagnia lirica italiana. Un altro italiano – Lorenzo Da Ponte -, altrettanto conosciuto nella metropoli americana, stava tentando infatti con tutte le sue forze di inserire nella vita culturale americana l’arte della musica lirica e si era profuso in tutte le sue energie per la realizzazione di un nuovo teatro dell’Opera.

La compagnia italiana, guidata dall’impresario Rivafinoli, ottenne grandi successi sulle scene newyorchesi che ribadì anche in altre città della costa orientale (Boston, Philadelphia), ma non riuscì nell’impresa di scaldare il cuore degli americani, ancora troppo acerbi per quella particolare forma di arte musicale. Lasciati alla mercé del proprio destino, gli artisti della compagnia intrapresero ognuno la loro strada: quella dei Maroncelli si fermò negli Stati Uniti. I coniugi cercarono in tutti i  modi di vivere della loro arte: la voce limpida di Maria Schneider e il talento vocale di Maroncelli non bastarono però a realizzare il sogno americano. Inseguiti dalla fame, i Maroncelli definitivamente  si impantanarono in un’esistenza precaria condita dalla illusione di trovare nelle pubblicazioni americane del libro di Pellico il riscatto economico.

fortezza dello spielberg 187419(1)“Le mie Prigioni”, all’arrivo di Maroncelli, era appena entrato nel circuito librario statunitense. Tradotto da Roscoe, il libro attrasse l’attenzione del pubblico americano e venne inserito in diversi articoli dei giornali dell’epoca. La Endiburgh Review di Boston aveva pubblicato nel luglio del 1833 una recensione entusiasta dell’edizione italiana e francese; nello stesso mese il Museum of Foreign Literature Science and Art di Filadelfia pubblicò un lungo articolo intorno alla prima edizione del libro, articolo ripubblicato anche sul Norton’s Select Journal di Boston. Ma nonostante la calda accoglienza del libro, il testo presentava numerose lacune nella traduzione tanto da illudere il Maroncelli che una buona ristampa, perfettamente tradotta e integrata dalle sue “Addizioni” e dalla sua biografia sull’amico Pellico, rappresentasse la chiave di volta per un successo economico.

Gli Stati Uniti in quegli anni erano una vera e propria fucina di teorie politiche ed economiche e la struggente opera del patriota italiano appassionò profondamente i circoli intellettuali delle città americane. Lo stesso Maroncelli, tra un recital e le lezioni di lingua e letteratura italiana, frequentò i salotti “pensanti” delle metropoli yankees, illustrando con la sua proverbiale modestia tutti gli aspetti dell’emancipazione nazionalista italiana e le idee delle “congreghe mazziniane”.  Entrato in amicizia con Catherine Maria Sedgwick e con il prof. Charles Norton, una stimatissima coppia di studiosi e letterati bostoniani, il forlivese affidò loro il compito di preparare una nuova stesura inglese de “Le mie Prigioni” e seguì in prima persona tutti gli inserimenti delle sue “addizioni” (ovvero note essenziali alla comprensione della particolare opera) e dopo un faticosissimo lavoro di preparazione e di stampa vennero pubblicate dall’editore Charles Folsom di Cambridge 750 copie dell’opera, in due eleganti volumi. Il primo comprendeva la traduzione de “Le mie Prigioni” della signora Norton intitolata My Prisons, Memoirs of Silvio Pellico, il secondo si intitolava “Additions to My Prisons, with a Biographical Notice of Silvio Pellico. By Piero Maroncelli of Forl“ Translated from the Italian under the superintendence of the author.

Le recensioni ai due volumi furono molto favorevoli e portarono in casa Maroncelli quella serenità per troppo tempo agognata. Allietato anche dalla nascita della figlia Silvia, il fuoriuscito italiano rafforzò i suoi legami con gli spiriti intellettuali dell’epoca, raccogliendo anche la stima di  Edgar Allan Poe. “Franco, generoso, cavalleresco e molto unito ai suoi amici”: così lo descrisse lo scrittore americano lodandone l’indole bonaria.

Maroncelli fu attratto anche dalle idee di Fourier e per  la sua dottrina divenne redattore del primo periodico pubblicato negli USA: “The Phalanx or Journal of Social Science” uscito nel 1843.Amalia Le dottrine filosofiche fourieriste lo impegnarono per il resto della sua vita e lo portarono ad un passo dal ritorno in Europa, invitato dai seguaci a Citeaux, la città sede dell’antica abbazia cistercense.

I coniugi Maroncelli, unitissimi in tutte le loro tribolazioni, rinunciarono al ritorno europeo e continuarono la loro personale lotta contro la perenne sfortuna che li attanagliava, quella stessa sfortuna che non regalò mai, all’ex recluso dello Spielberg, la soddisfazione di una cattedra ufficiale di insegnamento. Indicato nel “New York Directory” come insegnante universitari a ufficiale di insegnamento York Directory” come professore di musica e di lingue, il forlivese sembrò sul punto di succedere al grande Da Ponte nell’Università di New York all’indomani della morte di quest’ultimo, ma anche questa opportunità sfumò, così come l’incarico per la cattedra di lingue moderne alla Virginia University.

La grande cultura del Maroncelli, la sua ottima conoscenza delle lingue moderne gli procurarono sempre dei corsi privati coi quali sopravvivere ma non riuscì a regalargli la serenità di una vita agiata. Nonostante tutto però il fuoriuscito si prodigò sempre per i tanti compagni che approdarono negli Stati Uniti negli anni della restaurazione (Foresti, Albinola, Confalonieri, De Castilia, i fratelli Bandiera) e per la comunità italiana di New York: la sua indole schietta e generosa lo portò a presiedere il comitato del Columbus Day prima che una progressiva cecità lo riducesse peggio di quanto già non fosse.

Maroncelli non assaporò mai il gusto del proprio riscatto personale, nonostante la grande stima di cui godeva come filosofo e come insegnante. Gli ultimi anni della sua vita furono la somma del suo calvario e la cecità lo rese sempre più instabile nella mente fino ad annullarne definitivamente lo spirito indomito.

Piero Maroncelli morì il 1 agosto del 1846 , straziato da una sordida pazzia lasciando in eredità ai suoi tanti compatrioti una biblioteca ricca di libri rari (942 volumi e altri due volumi pubblicati tra un impiego e l’altro. Libri che dovettero essere dispersi dalla moglie per recuperare le spese del funerale.

 

 

 

 

 




Carmine Rimola Rubini: cronaca di un’eredità unificata tra Castrovillari e il Guatemala

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1001117053Di Julio Francisco Lainfiesta Rímola

​Ricostruire la vita di Carmine Rimola Rubini è stato un esercizio de archeologia emotiva e tecnica. Non si tratta solo di riscattare un nome, ma di unire i pezzi di un puzzle che abbraccia più di un secolo e due continenti. Questa cronaca è il risultato dell’incrocio tra la testimonianza storica della stampa del 1911, il rigore accademico della storia contemporanea e la memoria viva della nostra stessa famiglia.

​Un viaggio di speranza e determinazione

​La storia inizia nel 1898, quando Carmine lascia la sua natìa Castrovillari, in Calabria, per cercare un futuro in un paese che finì per adottarlo. Non intraprese il viaggio da solo; lo fece insieme a sua moglie, Maria Teresa Grisolia Catanzaro, e ai loro figli piccoli: mio nonno, Francesco Federico (di appena 4 anni), e suo fratello minore, Antonio Rocco (che all’epoca era solo un neonato).

​1001566491Quella che era iniziata come la traversata di un “umile operaio” e falegname, si trasformò presto nella storia di un visionario che ridisegnò il paesaggio architettonico del Guatemala. Ma chi era veramente Carmine? Le fonti ci offrono oggi una visione completa:

​Le voci che riscattano la storia

​Per capire Carmine, dobbiamo ascoltare coloro che hanno scritto su di lui da diverse epoche:

  1. ​1001363305Luigi Saraceni e Il Moto (1911): Nel settembre del 1911, questo influente giornale di Castrovillari, diretto dall’avvocato e politico Luigi Saraceni, dedicò uno spazio per esaltare l’opera di Carmine. In un’epoca di comunicazioni lente, Il Moto fungeva da ponte d’orgoglio, informando l’Italia che Carmine era un esempio della “laboriosità italiana”. Questa pubblicazione fu la prima convalida internazionale del suo successo e della sua impeccabile etica del lavoro.
  2. ​Vittorio Cappelli (Il rigore accademico): Il rinomato storico contemporaneo ha approfondito la dimensione intellettuale di Carmine. Cappelli lo identifica come uno dei “calabresi sovversivi” in Centroamerica, non per una militanza radicale, ma per i suoi saldi valori massonici e liberali. Come membro della Loggia Fénix No. 2 e primo presidente della Asociazione Italiana di Beneficenza, Carmine fu un libero pensatore che cercava il progresso sociale e il mutuo soccorso tra i connazionali.
  3. ​Karen Rimola (La precisione genealogica e tecnica): Attraverso le sue ricerche, Karen è riuscita a collegare i punti tecnici e familiari. Il suo lavoro è stato vitale per documentare la diffusione del talento dei Rimola nella regione e precisare le pietre miliari architettoniche che oggi sono orgoglio nazionale, unificando la storia dei discendenti in Guatemala e Costa Rica.
  4. ​Francesco Federico “Ciccio” Rimola (La fonte primaria): Mio nonno è stato il custode diretto di questa eredità. È stato lui a conservare le planimetrie, le lettere e a trasmetterci la mistica del lavoro ben fatto. È stato il ponte umano che ha permesso che i dati freddi degli archivi si trasformassero nell’identità viva della nostra famiglia oggi.

​Dalla planimetria alla pietra: un retaggio di identità nazionale

​Il talento di Carmine è rimasto impresso nelle strutture più emblematiche del Guatemala. A Quetzaltenango, la sua firma risiede nell’Instituto Nacional para Varones de Occidente (INVO), nel Pantheon Minerva, nella Camera del Lavoro e nel Banco de Occidente. Una menzione speciale merita il Monumento al Leone, un’opera che continua a custodire la storia della città e che fu frutto della sua maestria tecnica ed estetica.

​Tuttavia, la sua influenza raggiunse anche la capitale della nazione: Carmine fu incaricato di realizzare le planimetrie originali per il Palazzo Nazionale del Guatemala, un’opera monumentale che riflette come la sua visione tecnica fosse all’altezza delle grandi sfide di Stato.

​Conclusione: un’eredità viva

​Unificando queste voci, scopriamo che Carmine Rimola Rubini non ha costruito solo con pietra e malta; ha costruito con i valori. La sua vita unisce la nostalgia della Calabria con il progresso del Guatemala. Oggi, come suo pronipote, presento questo racconto non come un finale, ma come un omaggio a una stirpe che, grazie alla guida di mio nonno e alla curiosità dei suoi discendenti, continua a guardare all’Italia con amore e al futuro con la stessa determinazione che Carmine ebbe più di un secolo fa.

​Riferimenti Bibliografici (Norme APA)

  • ​Cappelli, V. (2006). Entre hombros y manos: Italianos en Centroamérica. Editorial Universitaria.
  • ​Cappelli, V. (s.f.). Tre calabresi “sovversivi” en Guatemala. Archivio Storico di Castrovillari.
  • ​Lainfiesta Rímola, J. F. (2026). Archivio storico della famiglia Rimola-Grisolia: Corrispondenza e registri di migrazione. Guatemala.
  • ​Rimola, K. (2025). Studio genealogico e tecnico della famiglia Rimola in Centroamerica. Archivio privato.
  • ​Saraceni, L. (1911, 15 settembre). Carmine Rimola Rubini: Un esempio di laboriosità italiana all’estero. Il Moto.