Lamborghini, una vita al volante: in Canada il mito italiano raccontato da Valentino Balboni

C’è un modo particolare di raccontare l’eccellenza italiana nel mondo: farla raccontare da chi l’ha vissuta direttamente.
E sarà proprio questo il senso dell’incontro in programma venerdì 21 agosto a Mississauga, in Ontario, dove la Camera di Commercio Italiana dell’Ontario organizza una tavola rotonda dedicata all’automotive con due ospiti di particolare interesse: Valentino Balboni, storico collaudatore Lamborghini, e Flavio Volpe, presidente dell’APMA, l’associazione canadese dei produttori di componenti automobilistici.
L’appuntamento si svolgerà alle 18 nell’ambito del Mississauga Italfest.

L’uomo che provava le Lamborghini
Per gli appassionati di automobili il nome di Valentino Balboni non ha bisogno di molte presentazioni.
Per quasi quarant’anni ha lavorato per Lamborghini, contribuendo allo sviluppo e al collaudo di alcune delle automobili che hanno trasformato il marchio di Sant’Agata Bolognese in uno dei simboli più riconoscibili dell’automobilismo mondiale.
Tra le vetture sulle quali ha lavorato figurano autentiche icone come Miura, Countach, Diablo, Murciélago e Gallardo.
Ma Balboni non rappresenta soltanto una lunga carriera nel settore automobilistico.
Rappresenta una parte della storia della Lamborghini raccontata dal posto di guida.
Dietro una supercar c’è molto più di un motore
È proprio questo l’aspetto che rende particolarmente interessante l’incontro canadese.
Quando si guarda una Lamborghini, soprattutto una delle sue vetture più celebri, si vedono immediatamente il design, la potenza e le prestazioni.
Ma dietro un’automobile capace di diventare un mito ci sono migliaia di ore di progettazione, prove, modifiche e collaudi.
E soprattutto ci sono persone capaci di capire attraverso la guida come una vettura reagisce, come migliorarla e come trasformare la tecnologia in qualcosa che sappia anche emozionare.
Balboni parlerà proprio di questo mondo, attraverso aneddoti personali e ricordi dei suoi decenni trascorsi in Lamborghini.
Dall’Italia al Canada
L’incontro di Mississauga racconta anche qualcosa di più ampio.
Il Canada rappresenta infatti uno dei Paesi nei quali il Made in Italy gode di una presenza importante, e la comunità italiana ha contribuito per decenni alla costruzione dei rapporti economici e culturali tra i due Paesi.
Portare in Canada una figura come Balboni significa quindi portare anche una parte della storia industriale italiana.
Non quella raccontata attraverso brochure e pubblicità, ma quella vissuta direttamente da uno dei suoi protagonisti.
Non soltanto nostalgia
Accanto a Balboni ci sarà Flavio Volpe, che offrirà invece uno sguardo sull’industria automobilistica canadese, sul futuro della mobilità e sul ruolo che il settore dell’automotive continua ad avere nei rapporti economici e manifatturieri del Nord America.
Ed è proprio questo confronto a rendere l’appuntamento particolarmente interessante.
Da una parte c’è la storia di una delle più grandi icone dell’automobile italiana.
Dall’altra c’è un settore industriale che sta affrontando una trasformazione radicale, tra elettrificazione, nuove tecnologie, intelligenza artificiale e cambiamenti nelle modalità di produzione e di mobilità.
Il futuro non cancella la storia
Parlare di Lamborghini in Canada non significa quindi soltanto celebrare automobili del passato.
Significa anche chiedersi come cambierà l’automobile nei prossimi anni.
La tecnologia sta modificando profondamente il modo nel quale le vetture vengono progettate e costruite.
Ma una domanda rimane aperta: quanto conterà ancora l’emozione?
Perché una Lamborghini non è mai stata soltanto un mezzo per andare da un punto all’altro.
È sempre stata anche un oggetto capace di suscitare emozioni.
Ed è probabilmente questa combinazione di tecnologia, design, prestazioni e passione che ha permesso a un marchio italiano di diventare famoso in tutto il mondo.
Una storia italiana che continua a viaggiare
La tavola rotonda di Mississauga sarà moderata da Frank Smolinger e sarà aperta agli appassionati di automobili, ai collezionisti e a tutti coloro che vogliono conoscere più da vicino il mondo dell’automotive.
Per il pubblico canadese sarà quindi un’occasione particolare.
Per gli italiani residenti in Ontario sarà anche un piccolo pezzo d’Italia portato oltreoceano.
Perché il Made in Italy non è soltanto quello che si trova nei negozi.
È anche la storia delle persone che hanno trasformato un’idea in un prodotto capace di conquistare il mondo.
E quando a raccontarla è l’uomo che per quasi quarant’anni ha provato quelle automobili direttamente sull’asfalto, la storia diventa ancora più affascinante.
Da Sant’Agata Bolognese a Mississauga, il mito Lamborghini continua a correre.



















A soli 19 anni, Andrea Kimi Antonelli è già il nome più caldo della Formula 1 mondiale. Il giovane pilota italiano della Mercedes sta vivendo una stagione straordinaria e, dopo il Gran Premio del Canada, guida il campionato del mondo davanti ai grandi campioni della categoria.
Secondo diversi osservatori della Formula 1, il giovane italiano sta mostrando una maturità sorprendente. L’ex pilota David Coulthard ha dichiarato che Antonelli “si è guadagnato il diritto di guidare il mondiale”, sottolineando la freddezza e la velocità dimostrate in pista.
Il 24 luglio 1985 . Fazenda Catuva, località Aripuanã, Mato Grosso, Brasile
La sua salma non potrà essere recuperare dai propri confratelli comboniani prima di 24 ore e nel frattempo un gruppo di Indios della nazione Surui veglierà su di essa. Un gesto di grande rispetto e affetto da parte di chi ha conosciuto la straordinaria bontà di padre Ezechiele.
Conosciuto familiarmente come “Lele” in Italia ed “Ezequiel” in Brasile, padre Ramin è stato definito “martire della carità” da Papa Giovanni Paolo II e da martire ha terminato il suo breve apostolato nello stato della Rondônia, dopo essersi messo in prima linea nella lotta per la giustizia dei lavoratori e degli Indios, tentando di persuaderli ad intraprendere la strada della protesta pacifica piuttosto che quella della lotta armata. Non ha avuto il tempo di incidere sui cambiamenti locali, ma ha lasciato un segno immenso di lotta civile.
Nato a Padova il 9 febbraio 1953, Ezechiele era figlio di Mario Ramin (artigiano) e Ammirabile Rubin (casalinga) e condivise l’infanzia con altri 5 fratelli, tutti maschi. Allievo del Collegio Barbarigo di Padova nel 1971, si impegnò nel gruppo di Mani Tese e la sua attività in favore dei poveri del Sud del mondo diede spinta alla sua vocazione missionaria, concretizzata poi dall’incontro con gli studenti del vicino seminario dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù e del loro superiore padre Pietro Settin.
Per sei mesi sostò a Brasilia per lo studio del portoghese, ma ne approfittò per comprendere più da vicino le ingiustizie che subivano i contadini brasiliani. L’uno per cento dei proprietari terrieri, i latifondisti, controllava il quarantacinque per cento dell’intera area rurale del Brasile. Trecentoquaranta proprietari di terre possedevano cinquanta milioni di ettari, mentre due milioni e mezzo di contadini ne possedevano solo cinque. I latifondisti ottenevano gli atti di proprietà rilasciati dal Governo e si presentavano ai contadini per l’espropriazione, ma loro non avevano i documenti e i mezzi per dimostrare che quel pezzo di terra era di loro proprietà da generazioni.
Il missionario considerato uomo pericoloso dai latifondisti venne trucidato in un’imboscata da 7 “jagunços” le guardie armate di tutto punto assoldate della fazenda: una pioggia di colpi di armi da fuoco si abbatté su di loro. Adilio riuscì a buttarsi fuori dall’auto finendo nell’alta erba e si salvò. Padre Ezechiele uscì dall’auto e fece per avvicinarsi agli uomini armati gridando: «Sono un sacerdote, parliamo!». Cadde crivellato di colpi.
Sono tanti quelli che ricordano Silvio Pellico e il suo libro “Le mie Prigioni”. La figura romantica dell’eroe nazionale rinchiuso nelle carceri dello Spielberg e le sue pagine scritte nelle tetre celle austriache hanno nutrito intere generazioni di giovani italiani che attraverso i gesti dei patrioti si sono identificati nella sanguinosa emancipazione dal giogo straniero.
Furono infatti arrestati entrambi e condannati a morte, pena commutata in venti anni di carcere duro alla fortezza dello Spielberg.
Ma se il gesto ancora oggi commuove per il suo eroismo, non lo aiutò a vivere meglio i suoi giorni futuri.
“Le mie Prigioni”, all’arrivo di Maroncelli, era appena entrato nel circuito librario statunitense. Tradotto da Roscoe, il libro attrasse l’attenzione del pubblico americano e venne inserito in diversi articoli dei giornali dell’epoca. La Endiburgh Review di Boston aveva pubblicato nel luglio del 1833 una recensione entusiasta dell’edizione italiana e francese; nello stesso mese il Museum of Foreign Literature Science and Art di Filadelfia pubblicò un lungo articolo intorno alla prima edizione del libro, articolo ripubblicato anche sul Norton’s Select Journal di Boston. Ma nonostante la calda accoglienza del libro, il testo presentava numerose lacune nella traduzione tanto da illudere il Maroncelli che una buona ristampa, perfettamente tradotta e integrata dalle sue “Addizioni” e dalla sua biografia sull’amico Pellico, rappresentasse la chiave di volta per un successo economico.
Di Julio Francisco Lainfiesta Rímola
Quella che era iniziata come la traversata di un “umile operaio” e falegname, si trasformò presto nella storia di un visionario che ridisegnò il paesaggio architettonico del Guatemala. Ma chi era veramente Carmine? Le fonti ci offrono oggi una visione completa:
Luigi Saraceni e Il Moto (1911): Nel settembre del 1911, questo influente giornale di Castrovillari, diretto dall’avvocato e politico Luigi Saraceni, dedicò uno spazio per esaltare l’opera di Carmine. In un’epoca di comunicazioni lente, Il Moto fungeva da ponte d’orgoglio, informando l’Italia che Carmine era un esempio della “laboriosità italiana”. Questa pubblicazione fu la prima convalida internazionale del suo successo e della sua impeccabile etica del lavoro.