DA SANT’ELENA A CUBA: La vita avventurosa del medico Francesco Antonmarchi

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3 francesco carlo antommarchi mateyEra durato settanta giorni il viaggio di avvicinamento all’isola di Sant’Elena. Quando vi arrivò, il 18 ottobre del 1815, Napoleone Bonaparte capì di essere giunto al capolinea della sua straordinaria epopea umana e politica. L’Inghilterra lo avveva illuso, promettendogli un trattamento da ospite del governo britannico, ma la visione di quell’isola, sperduta nell’Oceano Atlantico e in gran parte desolata, tolse ogni residuo dubbio al più grande generale dell’Ottocento, l’ex imperatore dei francesi.  E del resto, dopo la fuga dall’Elba e il seguente risveglio rivoluzionario dei suoi soldati, tutti temevano un altro colpo di mano dell’ormai vinto generale e tutti gli alleati antifrancesi si dimostrarono concordi nel concedere al loro nemico un esilio definitivo.

La vita di Napoleone, in quell’isola vulcanica scoperta nel 1502 dal portoghese Nova Costella, non fu ripagata neanche con il rispetto dovuto a un grande nemico. Controllato strettamente dalla guarnigione inglese di stanza nell’isola, Napoleone dovette ingoiare anche il boccone amaro di un alloggio posto nella parte più desolata dell’isola (a Longwood) e di poter accedere soltanto a certi svaghi, usufruendo praticamente di una pena vicinissima agli arresti domiciliari.

In questo luogo sperduto pochissimi amici lo seguirono: i generali Bertrand, de Montholon, con le rispettive famiglie,  e il conte de Las Cases, nobile dell’Ancien Regime con la passione della storia che si legò all’ex imperatore dopo la sconfitta di Waterloo (molti sostengono che si legò a Napoleone solo per poterne scrivere la biografia – Memoriale di Sant’Elena -, un bestseller dell’Ottocento). A questo sparuto gruppo si aggiunse, qualche anno dopo Francesco Antonmarchi, un medico  anatomista nato a Marsiglia nel 1780 da genitori italiani residenti in Corsica.

antommarchi fLa sua vita, fino all’incontro con Napoleone, è rimasta avvolta in gran parte nel mistero. Notizie frammentarie e lacunese punteggiano la parabola di quest’uomo che verso la fine degli anni venti dell’Ottocento chiese il permesso alla famiglia Bonaparte di prestare le necessarie cure mediche a Napoleone, ormai in condizioni di salute molto precarie.

Superate le numerose difficoltà oppostegli dalle autorità inglesi, Antonmarchi raggiunse l’ex generale nella desolata isola atlantica per trovarvi un uomo molto diffidente. Nonostante la precaria salute, era sempre probabile un tentativo di accelerare l’eliminazione da parte dei nemici; questo era almeno il pensiero di Bonaparte. Francesco Antonmarchi seppe però vincere le sue diffidenze e diventare amico di quello straordinario personaggio.

Grande appassionato della medicina omeopatica, l’italiano riuscì a lenire i suoi ultimi tormentati mesi, migliorando leggermente il suo stato, ma nonostante il suo prodigarsi, Napoleone morì nel 1821. A lui il grande imperatore lasciò l’onere di effettuare l’autopsia e l’onore di realizzare un calco mortuario del suo viso.

Terminato il periodo di volontario esilio, il medico si trasferì presso la corte dell’arciduchessa Maria Luisa d’Austria e poi, per alcuni anni, in Francia. La vita di questo scienziato, negli anni francesi, ripiombò nell’oscurità, grazie a un anonimato  seguito al periodo di assistenza prestato a Napoleone. Il popolo aveva già dimenticato il periodo d’oro regalatogli dal generale corso e seppellito quell’epoca, con tutti i suoi protagonisti – anche subalterni – nella terra dei ricordi fastidiosi.

Il nome di Antonmarchi riapparì dalle nebbie nel momento in cui egli approfittò dell’amicizia coltivata a Sant’Elena per dare alle stampe il libro “Les derniers moments de Napoleon”. Il libro, uscito nel 1823, ebbe notevole successo e assicurò allo scienziato un breve momento di gloria letteraria.

Ma nella vita di Francesco Antonmarchi non c’era il sacro fuoco della letteratura. Per lui la scienza veniva sempre al primo posto e con questo ideale l’italiano si dedicò alla stesura di altri due volumi, questa volta di matrice scientifica.

1 Nel 1826 egli pubblicò “Planches anatomiques du corps humain”,il seguito di un celebre lavoro di P. Mascagni; nel 1829 diede alle stampe “ Memoirs sur la non-existence de communication del Vaisseaux lymphatiques et des veines”, altra importante opera di carattere anatomico. Gli ultimi due libri rinforzarono ancora di più il suo nome ma Francesco Antonmarchi si giocò subitaneamente la fama appena conquistata entrando in una vivace polemica con alcuni anatomisti famosi dell’epoca. F.J.Gall e J.C. Spurzheim, negli anni Venti dell’Ottocento avevano lanciato la loro teoria antifrenologica, un’ipotesi che voleva vedere nelle formazioni ossee del cranio la spiegazione di molti atteggiamenti aggressivi.

Per confutare questa tesi, Antonmarchi ammise per la prima volta in pubblico di avere il calco del cranio di Napoleone e lo mise a disposizione della scienza per chiarire le ipotesi di Gall e Spurzheim. La sua provocazione andò a segno. Esaminato il cranio, non si trovarono le tracce che, secondo l’ipotesi scientifica, dovevano dimostrare le doti di genialità e di spirito guerriero di Napoleone. I due estensori della teoria antifrenologica vennero sconfessati apertamente ma il successo scientifico si rivoltò contro l’italiano, facendo insorgere numerosi scienziati vicini a Gall e Spurzheim. Antonmarchi, nonostante l’esattezza delle sue confutazioni, venne così emarginato in nome della sua amicizia con Napoleone e la stessa veridicità del calco venne messa in discussioni. Non c’era più spazio in Francia per un uomo come Francesco Antonmarchi. I sentimenti antinapoleonici si abbatterono su di lui, spingendolo a imbarcarsi alla volta della Lousiana.

Nell’ex colonia francese, il medico si ambientò con relativa facilità. In una New Orleans pervasa dagli umori internazionali, egli venne in contatto con la medicina omeopatica di Hahnemann e la sua carriera scientifica prese un nuovo percorso di studi. In pochi anni di permanenza statunitense egli divenne una vera e propria autorità nel campo, riconquistandosi sul campo la credibilità professionale compromessa in Francia.

Divenuto un baluardo del protocollo medico alternativo, Francesco Antonmarchi decise ancora una volta di cambiare vita e si trasferì a Cuba. Nell’isola centroamericana, l’ex medico dell’imperatore Napoleone si pose al servizio dei più umili. Curò le persone più povere dell’isola, prestando fede in tutto e per tutto al suo giuramento di Ippocrate, e continuando la sua personale ricerca sull’omeopatia. Ma nell’Isla Grande non c’erano simposi scientifici e non c’erano dispute accademiche. Le sue teorie, i suoi successi medici e le sue conclusioni scientifiche rimasero una voce isolata, un segnale di speranza soltanto per le popolazioni caraibiche.

Francesco Antonmarchi, che di un grandissimo uomo fu l’ultimo amico, morì nel 1833, circondato dall’affetto di tanti amici, in gran parte appartenenti al ceto più povero dell’isola: a S. Antonio di Cuba, per lui soltanto una povera tomba ricorda uno dei più signficativi esponenti  dell’omeopatia… medico italiano al servizio dell’imperatore e dei poveri.




Cinzia Venneri, la Maga del Polistirolo (VIDEO)

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collage export d04cfedd dc45 4610 8a3a 5294bba5bbd2Oggi parleremo essenzialmente di arti visive e creative con due assoluti protagonisti: il primo a cui abbiamo assegnato questo ruolo è il polistirolo, più o meno facile da utilizzare e leggero. E il bello è che costa anche relativamente poco e, grazie alla sua leggerezza, permette di realizzare creazioni di svariate dimensioni, anche grandi, per poi utilizzarle a qualsiasi scopo senza problemi.

Il secondo, ma assolutamente non meno importante, anzi, è l’artista, Cinzia Venneri, una creator pugliese, precisamente di Taranto, conosciuta come “La Maga del Polistirolo”, una persona, una donna, oltremodo capace oltre che solare, socievole ed espansiva, capace di mettere a proprio agio chi la circonda con il suo umorismo ed ottimismo.

typoramaRitornando a monte, probabilmente non tutti sanno che il polistirolo ha un potenziale praticamente infinito, sia per decorazioni che per regali, creazioni di giocattoli e molto altro; l’aspetto migliore, come già accennato, è che è un materiale che costa poco ed è abbastanza facile da lavorare, ovviamente secondo le proprie capacità.

Si possono realizzare elementi di decoro artistici per vetrine, addobbi, laboratori e anche oggetti natalizi. L’idea della nostra artista Cinzia Venneri naturalmente va ben oltre questo, e nasce dall’incontro tra arte e cucina: trasforma il polistirolo in riproduzioni realistiche di piatti della tradizione italiana e non, con particolare attenzione ai dettagli, alle texture e alla tridimensionalità. Ogni creazione è il risultato di uno studio attento del piatto originale. Non si tratta solo di riprodurre una forma, ma di restituire un’emozione visiva e raccontare una storia attraverso materiali inaspettati.

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Le orecchiette dedicate allo Chef Michele Picciallo rappresentano per lei un doveroso omaggio alla sua visione culinaria e alla sua capacità di valorizzare il territorio. Attraverso la sua fantasia cerca di creare un dialogo tra tradizione gastronomica e linguaggio contemporaneo, dimostrando che anche un materiale semplice può diventare mezzo espressivo, emozionale e culturale. Le sue creazioni diventano anche protagoniste di video creativi, spesso arricchiti da piccoli colpi di scena, con l’obiettivo di sorprendere e strappare un sorriso, soprattutto perché crede fermamente che la bellezza possa dialogare anche con leggerezza e ironia.




Canada: Cristiano DiGiacinto, talento dell’hockey “abruzzese” alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026

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canada cristiano digiacinto talento dellhockey abruzzese alle olimpiadi di milano cortina 2026immagine17E’ nato ad Hamilton e ha giocato con successo nella lega canadese e in quella statunitense, emergendo nel ruolo di attaccante. Dalla stagione 2023-2024 Di Giacinto milita nel campionato italiano e avendo scelto la naturalizzazione italiana, può vestire i colori azzurri. Quello che scenderà sul ghiaccio nelle Olimpiadi di Milano – Cortina sarà pertanto un atleta fiero delle sue origini italiane e in particolare delle sue origini abruzzesi. Cristiano DiGiacinto (originariamente Di Giacinto), alto 1,83 m e peso 88 chilogrammi, attaccante dotato di grande fisico e di altrettanta tecnica. Originario di Teramo (da parte paterna) Cristiano è nato a Hamilton, vera e propria capitale della comunità abruzzese in Canada e durante gli anni giovanili si è messo in mostra nell’Ontario Hockey League. e dal 2014 è stato protagonista sia in AHL che in East Coast. Naturalizzato italiano “I miei bisnonni – ha raccontato Cristiano Di Giacinto in un’intervista – sia quelli materni che quelli paterni, sono nati in Italia e sono venuti in Canada a lavorare nelle grandi acciaierie, facendo lavori veramente pesanti e grandi sacrifici. Sono emigrati dall’Italia alla ricerca delle opportunità che c’erano all’epoca in Canada. A Hamilton c’erano molte occasioni di lavoro nelle fabbriche, ed è lì che lavorano moltissime persone arrivate dall’Europa. È emozionante conoscere il Paese da dove venivano i miei bisnonni e ho potuto anche comprendere meglio perché al tempo sono dovuti emigrare in Ontario e in Canada. E’ bello essere tornati qui in Italia”. Dalla stagione 2023-2024 Di Giacinto milita con L’HC Bolzano e grazie alla sua grinta e al suo gioco energico, si è fatto subito amare dai suoi tifosi guadagnandosi la riconferma con i Foxes. DiGiacinto rappresenta un’altra bella storia di successo per gli abruzzesi nel Mondo. La sua storia è stata inclusa nel libro “Abruzzo: I campioni siamo noi”, edito da Masciulli, libro nel quale è possibile scoprire oltre 200 storie di atleti dei cinque continenti aventi origini abruzzesi.(Generoso D’Agnese/Inform)




Nasce “Futuro Nazionale”, il nuovo movimento politico di destra di Roberto Vannacci

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bc347b41 8d2a 4bde b458 32659e5f2bc1In questi giorni la politica italiana ha assistito a una novità destinata a creare scompiglio nei tradizionali equilibri del centrodestra: è ufficialmente nato “Futuro Nazionale”, il nuovo movimento politico guidato dall’europarlamentare e generale Roberto Vannacci.

Chi è il fondatore e perché se ne va dalla Lega

Roberto Vannacci — già eurodeputato e per mesi vicesegretario federale della Lega — ha annunciato il suo abbandono del partito di Matteo Salvini per dare vita a un soggetto politico autonomo. Secondo lo stesso Vannacci, la sua idea è quella di incarnare una destra “non moderata”, orgogliosamente sovranista e identitaria, lontana dalle “compromissioni e dagli inciuci” della politica tradizionale.

La rottura con la Lega è stata definita dallo stesso Salvini “deludente”, mentre nei circuiti leghisti si parla di tensioni prolungate e divergenze programmatiche accumulate negli ultimi mesi.

Che cos’è Futuro Nazionale e quali sono i suoi punti

Il progetto Futuro Nazionale viene presentato come un movimento di destra e sovranista con un manifesto che punta su temi come:

  • Sovranità nazionale e rifiuto di mediazioni “deboli”;

  • Un’identità culturale italiana forte, radicata nella storia e nei valori tradizionali;

  • Controllo dell’immigrazione e politiche di sicurezza rigorose;

  • Una visione economica legata all’autodeterminazione del Paese.

Nonostante il lancio con tanto di simbolo e slogan (“Italia, stiamo arrivando”), ci sono già dispute sul nome e sul marchio: altri gruppi politici e associazioni simili, come Nazione Futura, hanno impugnato legalmente il simbolo di “Futuro Nazionale” sostenendo che sia troppo simile al loro.

Alleati e reazioni: cosa succede nel centrodestra

Il nuovo movimento non ha ancora strutture diffuse sul territorio, ma diverse figure politiche vicine a Vannacci — tra cui alcuni deputati leghisti — potrebbero seguirlo in questa avventura. Ciò accende un dibattito all’interno del centrodestra italiano: c’è chi teme che Futuro Nazionale possa sottrarre consensi alla Lega e persino a Fratelli d’Italia, complicando la navigazione politica dei partiti tradizionali in vista delle elezioni politiche del 2027.

Va inoltre segnalato che altri movimenti di estrema destra, come CasaPound, hanno pubblicamente escluso di entrare a far parte di questo progetto, pur condividendo alcuni temi ideologici con Vannacci.




Un Francescano umbro alla scoperta della Mongolia

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780 anni fa  l’epica impresa di Fra Giovanni da Pian del Carpine

Misteriosa. Tutta la vita di Giovanni da Pian del Carpine, a quasi mille anni dalla sua morte, rimane un mistero. La sua figura umana, avvolta dalle nebbie del tempo ha però lasciato il segno nella storia grazie all’avventuroso viaggio che nel 1245 lo portò fino alla Mongolia, al cospetto del Gran Khan Guyuk, trenta  anni prima del percorso intrapreso dai veneziani  Niccolò, Matteo e Marco Polo.

Secondo varie fonti, Iohannes de Plano Carpini nacque sul finire del XII secolo, per lo scrittore Jules Verne probabilmente nel 1182. Giovanni venne alla luce nel borgo di Pian del Carpine, località a circa venti chilometri da Perugia, ai piedi della collina dove attualmente si trova la cittadina di Magione. In assenza di un nome gentilizio, con molta probabilità abitava nel contado, lontano dalla villa e quasi nulla traspare della sua infanzia. Un bambino nato in una umile famiglia delle colline umbre, le cui giornate trascorrevano portando le greggi al pascolo  e il cui destino sarebbe comunque rimasto legato al ristretto mondo agricolo dell’Italia feudale. Un ragazzo dotato però di una mente non comune e che riuscì bene negli studi. Nel 1214 o 1215 scelse di entrare, nell’Ordine dei Minori conventuali, affascinato dalla figura di San Francesco.

La sua grande capacità di apprendimento lo portò in breve tempo ai vertici del mondo ecclesiastico del XIII Secolo. Secondo quanto riportato nella Chronica di Giordano da Giano, Padre Giovanni era un letterato dotato di notevole eloquenza che sapeva   predicare sia in latino che in lombardico. Tale conoscenza probabilmente nasceva dal contatto con i Cavalieri Gerosolimitani ospitati nell’ospedale San Giovanni  (Castello dei Cavalieri di Malta) di Magione. La preparazione culturale di fra Giovanni da Pian del Carpine venne comunque molto apprezzata da una chiesa che stava assimilando le novità portate dal francescanesimo e valse al giovane religioso numerosi incarichi. Nel 1221 venne scelto dal beato Cesario di Spira per l’evangelizzazione di Trento, Spira, Worms e Colonia. Del gruppo di 25 francescani facevano parte anche Tommaso da Celano, Giordano da Giano e i buoni risultati fruttarono a Fra Giovanni l’elezione a custode di Sassonia (1223) e la nomina a ministro provinciale della Germania (1228). Fu proprio la sua energia organizzativa a permettere la nascita di numerosi conventi francescani in questa zona dell’Europa. Nel 1230 il francescano umbro venne inviato in Spagna per poi essere di nuovo richiamato in Germania fino al 1239 con la carica di ministro provinciale della Sassonia. Nella sua nuova veste, Fra Giovanni riuscì a portare l’ordine francescano anche in Ungheria, Boemia, Dacia e Norvegia. Fondò inoltre il convento di Metz e quello di San Francesco a Praga.

viaggio 2Le nebbie della storia avvolgono la vita del francescano fino al 1245, ma in quegli anni l’Europa vide crescere forte il timore di una invasione mongola. Le orde degli eredi di Gengis Khan erano infatti arrivate nel 1241 in Polonia e avevano espugnato Cracovia e Breslavia. L’anno seguente avevano sconfitto un esercito a Liegnitz e saccheggiato Spalato e Cattaro. Di fronte a tale impeto predatorio, papa Innocenzo IV tentò la carta diplomatica e scelse Fra Giovanni per affidargli un’ambasceria tra i Mongoli. Il francescano partì da Lione nel 1245  e avendo una età superiore ai  sessanta anni affrontò un viaggio durissimo, irto di difficoltà. Partito nell’aprile 1245 alla volta della Boemia e della Polonia, il frate viaggiò con Ceslao Boemo. Dopo essere stato accolto a Breslavia da Boleslao II Rogatka, detto il Calvo, il francescano inglobò nel suo gruppo   Fra Benedetto Polacco, in qualità di interprete e C. de Bridia (ma la sua partecipazione e la sua precisa identità non sono certe). Il sovrano del principato di Galizia-Volinia fornì loro preziosi consigli sulla sicurezza del percorso e sui doni da portare in offerta a tutti i vari comandanti tartari che avrebbero incontrato strada facendo.

Gli inviati del papa, arrivarono a Kiev, dopo essere sopravvissuti a gravi malattie, e acquistarono resistenti cavalli tartari abituati a sopravvivere a temperature molto fredde. Lasciarono Kiev il 3 febbraio 1246 e si diressero verso Canew e nell’accampamento di Corrensa incontrarono il nipote di Batu Khan, prendendo contatto con il  primo comandante mongolo.

manoscritto su viaggioLa spedizione, sotto la scorta di alcuni tartari, attraversò tutto il paese dei Cumani e varcò i fiumi Nipro, Don e Volga. I missionari pensarono che tutti e tre i   i fiumi sfociassero nel Mare di Grecia detto anche Mare Magno ed erroneamente considerarono Mar Nero e Mar Caspio come un unico bacino.

Quattro giorni dopo, l’8 aprile 1246, Batu Khan avviò i missionari lungo la loro stra­da verso il cuore dell’impero, trattenendo come ostaggi alcuni dei viaggiatori, probabilmente Ceslao Boemo e il misterioso C. de Bridia,  fino al ritorno di fra Giovanni e fra Benedetto.

Giovanni e Benedetto intrapresero un tragitto assai faticoso, percorrendo la Comania, le terre deserte dei Cangitti, la Corasmia musulmana e le terre dei Kitai Neri.  Lungo il viaggio i missionari furono accolti come ospiti nel campo di una delle mogli dell’imperatore, per finalmente entrare nel paese montuoso dei Naimani.

In tre mesi e mezzo di rapidissimo viaggio a cavallo attraverso un paese disseminato di ossa, rovine di castelli, percorsa la steppa dei Chirghisi e varcati i fiumi Sir Daria e Ili, e attraversata la Zungraria ancora coperta di nevi, i missionari arrivarono il 22 luglio alla residenza del Gran Khan Guyuk, non lontano dalla città di Caracorum che sorgeva sulle pendici settentrionali dei Monti Changai, a  sudovest deell’attuale città di Urga.

Fra Giovanni giunse  alla corte di Guyuk Khan, proprio nel momento in cui  era in corso l’adunanza di principi e generali tartari per eleggere il nuovo imperatore. I missionari dovettero quindi aspettare di essere ricevuti finché il nipote di Gengis Khan, Guyuk, incoronato il 21 agosto 1246, potesse accoglierli formalmente come il Gran Khan dell’impero dei Mongoli.

I frati si fermarono presso i Mongoli fino al 13 settembre 1246 quando ripresero la via del ritorno portando con loro le missive del Gran Khan Guyuk a Innocenzo IV. L’erede di Gengis Khan  replicò in termini duri e con tono altezzoso all’invito di pace di papa Innocenzo IV, rendendo di fatto inutile il grande sforzo del missionario umbro, che ripartì alla volta di Lione, attraversando nuovamente le terre polacche, boeme e tedesche, Gli ambasciatori si presen­tarono a cospetto del papa  il 18 novembre 1247, dopo oltre due anni e mezzo di un viaggio faticoso e complesso.

La missione  non si rivelò tuttavia  inutile. Giovanni di Pian del Carpine, durante il viaggio redasse infatti la prima delle tre relazioni della spedizione (le altre due furono redatte da Benedetto Polacco e da C. de Bridia), conosciuta da tutti come Historia Mongalorum.  L’opera  può essere considerata la più antica descrizione storico- geografica dell’Asia Centrale, ed è ricca di notizie relative alle tecniche di guerra, ai nomi delle armi, e di indicazioni sulla religione animistica di quei popoli. L’Historia Mongalorum  costituisce   ancora ai nostri giorni  uno dei principali punti di riferimento per la storia del popolo mongolo nel secolo XIII, quando sotto la guida di Gengis Khan e dei suoi successori si ebbe la fondazione di un impero che andava dalle regioni russe più occidentali fino a comprendere la Cina, dalla Persia fino alle regioni più settentrionali dell’Asia.

Nel 1248 Fra Giovanni di Pian del Carpine venne inviato presso il re di Francia, Luigi IX, quale ambasciatore di Innocenzo IV e, nello stesso anno, fu nominato arcivescovo di Antivari, nel Montenegro, con l’incarico di porre fine alle lotte interne che dilaniavano quest’area. Giovanni fu coinvolto in una lunga vertenza con il vescovo di Ragusa (Dubrovnik) che avanzava pretese sulla regione montenegrina, terminata soltanto all’inizio dell’estate del 1252. A distanza di neanche un mese dalla conclusione della controversia, il 1 agosto, Giovanni moriva probabilmente nella stessa Antivari. Entrando nelle pagine della storia come uno dei primissimi occidentali a giungere in Asia.

 

 




Il “Venerabile Giusto”

don gaetano tantalo

don gaetano tantaloIl coraggio di del Venerabile Gaetano Tantalo, angelo custode di una famiglia ebrea in fuga dall’Olocausto

Quando vi nacque, Villavallelonga era un paesino immerso nella sua storia millenaria e ammantato di quella dignitosa povertà che per secoli ha caratterizzato tanti borghi montani dell’Italia. Gaetano Tantalo in questo piccolo borgo, situato oggi entro i confini del Parco Nazionale di Abruzzo, Molise e Lazio, vide la luce nel 1905. Figlio di Maria Coccia e Luciano Tantalo, Gaetano fu battezzato con il nome del nonno paterno e crebbe in una famiglia di pastori e contadini, umile e semplice, povera ma numerosa.

Dotato di grande memoria (tanto da essere cresimato a soli 6 anni) e sopravvissuto a una caduta in una fossa di calce viva, i giovane visse in prima persona il dramma del terremoto marsicano. Il giovane rimase infatti sotto le macerie ma riuscì a salvarsi e forse anche questo miracoloso episodio lo convinse a seguire la propria vocazione sacerdotale. Dopo aver perso precocemente il padre (ritornato dalla Grande Guerra ma morto pochi mesi dopo), il giovane entrò nel Seminario minore diocesano, presso la sede provvisoria di Tagliacozzo e l’11 giugno del 1930 fece la domanda di ammissione agli ordini minori e maggiori, con un passo definitivo di rinuncia al mondo e di accettazione incondizionata del servizio religioso.  Ordinato sacerdote nell’agosto del 1930  lo stesso anno fu chiamato ad assolvere le funzioni di vicerettore e padre spirituale del seminano diocesano fino al giugno del 1933; fu poi nominato coadiutore della parrocchia di San Giovanni ad Avezzano dall’8 luglio 1933 al luglio 1936.

n gaetano tantalo villavalleNegli anni 1935-1936 svolse anche il servizio presso la parrocchia di Antrosano. Nel 1936 fu nominato parroco della parrocchia di San Pietro in Tagliacozzo. Fu proprio nel comune marsicano che Don Gaetano conobbe la famiglia Orvieto-Pacifici, che aveva una casa a Magliano dei Marsi. La famiglia ebrea era proprietaria di un calzaturificio e nel 1943, come capitò a tanti altre sfortunate vittime, entrò nell’occhio del ciclone nazi-fascista. Accusato falsamente di frode Enrico Orvieto si ritrovò  a   fuggire da Roma per nascondersi a Magliano dei Marsi e sfuggire all’ordine di cattura.

Dopo l’armistizio dell’ 8 settembre, con un’Italia in balia della confusione, Enrico e suo padre avevano capito che dietro a tale ordine c’era ben altro e decisero pertanto di non fare rientro a Roma ma di chiamare invece nella Marsica il resto della famiglia.

Enrico Orvieto decisero pertanto di rimanere nella Marsica ma non potevano essere al sicuro nella loro casa a Magliano. Il pensiero corse quindi a Don Gaetano, che avevano conosciuti anni prima e che incontrarono nella frazione di Poggio Filippo solo 12 ore prima che le truppe tedesche entrassero nell’area, stabilendo il loro quartier generale proprio nell’ex casa delle due famiglie ebree a Magliano dei Marsi. Nonostante il pericolo, Don Tantalo si offrì di ospitare nella casa parrocchiale   Mario Pacifici e la moglie Gilda Borghi Pacifici, e Enrico Orvieto e la moglie Giuditta Orvieto con i figli Gualtiero, Giuliano e Natan Orvieto presentandoli ai suoi vicini come parenti. Durante i nove mesi in cui furono ospitati nella canonica, gli ebrei ricevettero anche delle Bibbie e venne loro permesso di celebrare i loro riti. Gli ebrei furono nutriti non solo da  Don Gaetano ma spesso anche dai residenti di Tagliacozzo. Chi  poteva donava derrate alimentari, rigorosamente di nascosto.  

Protetti e accuditi  da un’intera comunità gli Orvieto Pacifici si salvarono e terminato l’incubo della repressione e del rastrellamento, arrivò l’imperitura riconoscenza per il coraggioso parroco, che a   Tagliacozzo e Villavallelonga, a seguito di due differenti rappresaglie naziste, si offrì volontariamente chiedendo di essere fucilato lui al posto dei responsabili delle azioni, purché si fossero stati lasciati liberi gli innocenti ostaggi (in entrambi i casi l’esecuzione non venne compiuta e lui fu liberato insieme agli altri).

don gaetano tantalo villavalleDopo la liberazione, nel luglio del 1944, le famiglie Orvieto-Pacifici lasciarono la chiesa di San Pietro, a Tagliacozzo, e tornarono a Roma.  Purtroppo però, il parroco nato a Villavallelonga non poté  godere del nuovo periodo di pace. Debilitato gravemente nel fisico, Don Gaetano si ammalò di broncopolmonite. La famiglia Orvieto-Pacifici, riconoscente, obbligò il loro angelo custode a stare presso la loro abitazione a Roma e poi in clinica. Purtroppo si trattò solo di una breve tregua. Nell’estate del 1947 don Gaetano trascorse un breve periodo a Villavallelonga, poi tornò a Tagliacozzo, ma le sue condizioni si aggravarono rapidamente e nelle prime ore del 13 novembre di quell’anno il coraggioso religioso morì, lasciando attoniti tutti i suoi parrocchiani.

Il suo corpo fu sepolto nel cimitero comunale di Villavallelonga e sulla sepoltura venne posta una croce di legno con su scritto semplicemente «M. 13-11-47 DON G.T.»; Quella tomba divenne però  mèta di pellegrinaggi spirituali e il 24 agosto 1958 si arrivò alla riesumazione della salma, per collocarla nella cappella Tantalo.

Come è spesso è accaduto nel groviglio degli avvenimenti post-bellici, le gesta dell’eroico parroco furono inghiottiti dalla nebbia del tempo. Nel 1969 Gaetano Meaolo  riportò però alla luce  la storia di Don Gaetano scrivendo una prima biografia: Un Testimone: don Gaetano Tantalo. Sarebbe stata    la prima di  numerose altre pubblicazioni e testimonianze.

Il 31 maggio 1978, l’istituto Yad Vashem   riconobbe don Gaetano Tantalo come “ Giusto tra le Nazioni”   e il suo nome è posto ai piedi di un albero piantato il 7 marzo 1982 nel  giardino dei Giusti    a Gerusalemme.

Dal 1980 al 1984 fu aperto il processo di beatificazione e nel 1995, con il decreto sull’eroicità delle virtù, fu dichiarato Venerabile. Oggi le sue spoglie sono custodite nella chiesa di Santa Maria delle Grazie in Villavallelonga




Le accuse a Julio Iglesias: cosa sappiamo, tra voci, smentite e prudenza mediatica

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1100x1900Negli ultimi giorni il nome di Julio Iglesias è tornato al centro dell’attenzione mediatica. Non per un nuovo disco o per una tournée, ma per una serie di accuse e testimonianze che circolano sui media internazionali e sui social network, alimentando un dibattito acceso e, come spesso accade in questi casi, polarizzato.

Le accuse riguardano presunti comportamenti privati risalenti a molti anni fa. In alcune ricostruzioni si fa riferimento a relazioni squilibrate o a dinamiche di potere legate alla fama dell’artista. Al momento, tuttavia, non risultano procedimenti giudiziari in corso né sentenze che accertino responsabilità penali a carico del cantante.

Dal suo entourage è arrivata una smentita netta, accompagnata dalla richiesta di rispetto della privacy e della presunzione di innocenza. Iglesias, da tempo lontano dalla scena pubblica, non ha rilasciato dichiarazioni dirette, mantenendo una linea di silenzio che i suoi rappresentanti definiscono coerente con la volontà di non alimentare polemiche mediatiche.

Come già visto in altri casi che coinvolgono personaggi famosi, i social network hanno amplificato la vicenda, spesso mescolando fatti, opinioni e supposizioni. Alcuni commentatori invocano la necessità di “credere alle vittime”, altri ricordano che le accuse vanno sempre verificate e che il processo mediatico non può sostituire quello giudiziario.

Al di là del singolo caso, la vicenda riapre una riflessione più generale sul rapporto tra celebrità, potere e responsabilità, soprattutto quando si parla di episodi collocati in un passato lontano e difficilmente ricostruibile con prove oggettive. È un terreno delicato, che richiede equilibrio e cautela.

Per ora, l’unico elemento certo è che non esistono decisioni ufficiali che confermino le accuse. Come redazioni riteniamo doveroso attenersi ai fatti verificabili, evitando sia la condanna preventiva sia la difesa acritica.

Continueremo a seguire l’evoluzione della vicenda, pronti ad aggiornare i nostri lettori qualora emergano elementi nuovi e documentati. In casi come questo, l’informazione responsabile resta l’unico vero punto fermo.




Il musicista del Guaraní

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images(1)Il 2 gennaio del 1726   moriva Domenico Zipoli, missionario e compositore

L’essenza della sua storia terrena è scritta tutta in un titolo: “Regole per suonare, cantare e comporre per principianti”. Conservato nella Biblioteca di Giambattista Martini, a Bologna, l’ opuscolo di teoria musicale consegnato agli annali dall’autore e monaco Felice Lavinio Vannucci, rappresentò infatti il vero punto di svolta per Domenico Zipoli, destinato a portarne le nozioni nel suo difficilissimo apostolato in una delle terre più insidiose per l’evangelizzazione cattolica: le foreste pluviali del Paranà. Attraverso il piccolo libro di nozioni musicali, Zipoli conobbe così all’amore dell’insegnamento e il fascino di poter trasmettere il valore delle sette note a un popolo pronto ad abbracciare la musica come la vera essenza della fede. E scrisse una delle storie umane più intense del continente americano.

Nato nella laboriosa Prato nel 1668, Domenico Zipoli iniziò i suoi studi musicali con i maestri di cappella della Cattedrale cittadina  e nel 1707, grazie al generoso appoggio del Gran Duca Cosimo III proseguì i suoi studi nella vicina Firenze con il maestro Giovanni Maria Casini. Terminò con lode il suo percorso accademico avviando di pari passi una luminosa carriera nella composizione di musica sacra. Nel 1708, Zipoli ebbe l’onore della  sua prima messa in scena: insieme a a ben altri 23 autori  (tra i quali vi era anche il prestigioso nome di Alessandro Scarlatti) egli scrisse il lavoro collettivo dal titolo “Sara in Egitto” trovando le sue prime soddisfazioni professionali. Chiamato dallo stesso Scarlatti nella città di Napoli – vero centro culturale dell’Italia di inizio Settecento –  proseguì sotto l’ombra del Vesuvio il suo percorso formativo ma dopo pochi mesi abbandonò l’irascibile maestro per trasferirsi a Bologna e trovare alloggio dall’amico Vannucci. Con il favore del granduca, egli venne  poi chiamato a Roma dove prese lezioni da Bernardo Pasquini. E nella città eterna infine egli debuttò come autore solista nel 1710, riscuotendo ancora una volta il plauso dei critici. Nel 1712 e negli anni successivi, si confermò compositore di grande talento e con le sue composizioni “Vespri e Messa per la festa di San Carlo”, eseguite nella Chiesa San Carlo ai Catinari (su Incarico della Confraternita di Santa Cecilia) strappò numerose ovazioni anche tra il pubblico. Nel 1713 proseguì il suo percorso musicale presentando “Oratorio Sant’Antonio di Padova”, nella Chiesa Santa Maria in Vallicella mentre  nel 1714, nella Chiesa di San Girolamo della Carità, rappresentò con altrettanto successo il suo Oratorio “Santa Caterina Vergine e Madre”. Divenuto un vero “nome” nell’ambiente musicale capitolino, Zipoli, nel 1715 accettò con entusiasmo il posto di organista nella chiesa dei Gesuiti a Roma, e vide pubblicati nel 1716 (prima a Roma e poi a Londra) le sue   “Sonate d’Intavolatura per Organo e Cembalo”, confermando a livello internazionale un autore ormai conosciuto per il suo stile “galante”, cromatico e ornamentale.

mappa riduzioni 1 300x300Il grande successo raccolto nella sua veste di compositore non riuscì però a soddisfare un animo votato a ben altre imprese. Fin dall’adolescenza Domenico Zipoli coltivò infatti un’intensa vocazione religiosa, destinata a esplodere in tutta la sua forza all’arrivo a Siviglia. Nella città andalusa egli ebbe infatti  la possibilità di stringere grande amicizia con i religiosi  della Compagnia di Gesù, e dopo pochi mesi chiese entusiasticamente di entrarvi a far parte. Trovato tra le mura conventuali il giusto equilibrio tra raziocinio e sete spirituale, Zipoli abbracciò completamente i propositi dei gesuiti e partì alla volta dell’Argentina nel 1717. Destinazione del gruppo era Rio della Plata e assieme all’italiano viaggiarono altri missionari europei destinati a lasciare un segno tangibile nella storia sudamericana, tutti pronti ad attraversare la distanza tra il porto marittimo e le riduzioni gesuitiche del Paraguay. Arrivato al convento dei Gesuiti di Cordova, il musicista si fermò il tempo per approfondire i suoi studi teologici e per comporre musica da inviare ai trenta villaggi che formavano una parte delle Reducciones. La sua musica fece presto sentire il suo valore, negli sperduti villaggi affidati ai missionari e trasformò la popolazione indigena in uno straordinario corpo vocale.

Zipoli diventò molto conosciuto, e il suo nome iniziò a comparire in numerosi documenti storici: “Nessuno fu così illustre, o realizzò cose meravigliose, come Domenico Zipoli, musicista Romano, alla cui armonia perfetta nulla di più dolce si poteva comparare … Componeva diverse musiche sacre che gli venivano chieste dalla città principale dell’America Latina, Lima, inviandole tramite messaggeri particolari nonostante le grandi distanze da percorrere”. Nelle parole dello storico Lozano c’è tutta la grandezza di un uomo che trasformò la foresta amazzonica in un tempio della musica sacra: “Diede grande solennità alle feste religiose con la musica, con grande piacere sia da parte degli spagnoli che della gente locale… Enorme era la moltitudine di gente che veniva alla nostra chiesa, con il desiderio di ascoltarlo suonare in maniera così armoniosa”. Domenico Zipoli lavorò ininterrottamente per otto anni e cinque mesi presso le Reducciones gesuitiche, e alternò l’insegnamento musicale alle attività comunitarie e alle fatiche della difesa militare contro le bande mercenarie finanziate dalla corona spagnole e dai signorotti portoghesi.

frisos 02L’italiano compose una enorme quantità di musica,  ma la maggior parte andò distrutta dopo l’espulsione dei Gesuiti nel 1767 e soltanto da qualche anno il suo nome è stato riscoperto con il giusto valore storico. A Sucre, in Bolivia, soltanto nel 1959 vennero scoperte copie della sua Messa in Fa (copiata a Potosì nel 1784 su richiesta del Viceré di Lima) e  nel 1972 furono ritrovati  da dall’architetto svizzero Hans Roth più di 10.000 manoscritti nella Reduccion di Chiquitos in Bolivia. Il ritrovamento è considerato il più importante della musicologia ispanoamericana degli ultimi anni e tra questi manoscritti si trovano numerose Messe, Mottetti, Inni e brani per organo.

La vita di padre Zipoli non durò tanto da poter vedere la fine degli eccezionali esperimenti comunitari gesuitici. Nell’autunno del 1725 Zipoli si ammalò infatti di tubercolosi, e fu trasportato nella Estancia Santa Catalina, luogo di riposo dei religiosi cattolici, a 50 chilometri da Cordova. Nella piccola comunità il missionario romano cercò di riprendere le forze ma senza fortuna. Morì infatti il 2 di gennaio del 1726 alla età di soli 38 anni. Ricevette gli ordini sacerdotali e fu sepolto nel cimitero di Santa Catalina, portando con sé un ricchissimo bagaglio di misteri. La presenza di Zipoli nelle Reducciones paraguaiane rimase nascosta per interi secoli, soprattutto agli occhi degli europei che videro sparire, in un attimo, un talentuoso musicista di successo dalle scene musicali dell’Europa. La sua sorte rimase oscura per tanto tempo  e alcuni studiosi arrivarono a mettere perfino in dubbio l’autenticità delle sue opere pubblicate nel Vecchio Continente mentre altri misero in dubbio l’esistenza stessa del compositore.

Soltanto nel 1940 si arrivò alla riscoperta dell’artista romano.Il musicologo uruguaiano Lauro Ayestaran, leggendo gli scritti dello storico P. Guillermo Furlong S.J. sui Gesuiti e la Cultura Rioplatense trovò infatti i riferimenti su “un certo fratello Domingo Zipoli, organista della Chiesa dei Gesuiti di Cordova” e iniziò le sue ricerche fino al chiarimento completo della vita misteriosa del missionario. Nonostante questo, ancora per molti anni si  è dubitato che l’hermano Domingo Zipoli fosse lo stesso Domenico Zipoli italiano. Tra i numerosi manoscritti trovati in Bolivia, alla pari delle oltre 23 opere complete già documentate e studiate da musicologi di differenti paesi, si trovano copie delle menzionate sonate scritte e pubblicate in Europa, e le ultime scoperte mettono finalmente la parola fine su un italiano che fu grandissimo musicista e che la sua grandezza la regalò all’animo puro dei Guaranì, in una foresta amazzonica che visse la grande utopia dell’autogestione e forse l’unico esperimento riuscito di comunismo.

 

 

 




Maria Francesca Cabrini, la celeste patrona di tutti gli emigranti

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Il calendario cristiano la ricorda il 22 dicembre, anno della sua beatificazione. Quel giorno è però anche la data di nascita di una donna che negli Stati Uniti sarebbe diventata la più pia delle migranti italiane, costantemente dedita all’apostolato tra i più umili lavoratori sbarcati sul molo di New York.

Maria Francesca Cabrini nacque a Sant’Angelo Lodigiano il 15 luglio del 1850, decima degli undici figli di Agostino Cabrini e Stella Oldini e in una famiglia segnata dalla grande devozione cristiana. Di origini umili (nonostante il cugino del padre fosse Agostino Depretis, futuro presidente del Consiglio), Francesca superò insieme alla famiglia molti lutti e privazioni ed ebbe nella sorella Rosa la prima educatrice e maestra. Per Francesca la sorella rappresentò un vero e proprio modello educativo tanto da incoraggiarla a intraprendere gli stessi studi. La lettura serale degli Annali della Propagazione della Fede l’appassionò alla storia dei missionari e pian piano iniziò a fare breccia nei propri progetti. Iscrittasi alla Scuola Normale Femminile di Arluno, in collegio conobbe da vicino la vita della Beata  Teresa Eustochio Verzeri, fondatrice delle Figlie del Sacro Cuore, e  fu ammessa alla lettura dei suoi scritti e all’esperienza della vita religiosa. Diplomatasi maestra elementare nel 1868 Francesca  lasciò Arluno e tornò a Sant’Angelo  dove compì la sua prima esperienza di insegnamento elementare.

A Vidardo ebbe modo di farsi amare  e  conobbe don Antonio Serrati, il futuro parroco di Codogno, che avrebbe dato una svolta alla sua vita.

35800aTra il 1870 e il 1872 la ragazza conobbe gli anni più difficili della sua gioventù. La morte quasi contemporanea dei genitori e una terribile epidemia di vaiolo segnarono profondamente i progetti di Francesca. Ripresasi senza tangibili segni dal vaiolo, Francesca decise di consacrare la sua vita all’apostolato e trasferitasi a Codogno visse lì i suoi primi anni di avvicinamento alla vita religiosa. Dopo un turbolento periodo legato alla nascita di un’istituzione collegiale, Francesca fondò insieme a sette consorelle l’istituto delle Salesiane Missionarie del Sacro Cuore: la religiosa aveva solo trenta anni ma una volontà di ferro e la vita di San Saverio come proprio riferimento. E in suo onore assunse il nome di Francesca Saverio.

Nominata superiora-generale del Nuovo Ordine, mantenne la carica fino al giorno della sua morte, avvenuta nel 1917, ma non poté trasformare in realtà il sogno di vivere l’apostolato missionario in Cina. Papa Leone XIII decise per lei infatti la sede di New York e nella metropoli americana incontrò l’arcivescovo Michael Corrigan che le permise di aprire un orfanatrofio per bambini emigranti italiani in West Park (quell’orfanatrofio oggi è conosciuto come Casa di Santa Cabrini). Dopo pochi mesi, nel 1890 madre Cabrini fondò a due ore di auto da New York un noviziato trasferendovi  anche l’orfanatrofio.

Nel 1891 madre Francesca Saverio Cabrini arrivò in Nicaragua, invitata da Elena Arellaro, nobile e pia signora, e accettò la donazione di una sua casa per fondarvi un collegio religioso . In quello stesso anno Francesca intraprese un viaggio via terra verso gli Stati Uniti, e incontrò numerosi indigeni. A New Orleans però visse da vicino una della pagine più cupe dell’emigrazione italiana: il linciaggio di 11 connazionali. Il dolore e lo sdegno vennero sostituiti presto dalla forza di volontà e nel giro di pochi mesi la religiosa lodigiana aprì un’altra casa apostolica per accogliervi gli emigranti italiani e i neri che vivevano in condizioni disumane.

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Fondatrice del “Columbus Hospital” (aperto il 17 ottobre 1892 ) di New York, si spostò a Panama e a Buenos Aires per aprire nuovi istituti. Barcellona,  Parigi ,  Londra , Chicago ,  Scranton (Pennsylvania ) Newark ( New Jersey) Madrid, Bilbao, Rosario (Argentina), Liverpool  vedranno negli anni la presenza di madre Francesca Cabrini e la nascita di scuole e istituti mentre nel 1902 fu  invitata dal Vescovo di Denver a fondare in quella città del Colorado una missione fra i nostri emigrati. Fu accolta come una benedizione dal Vescovo, Monsignor Matz, e dalla colonia italiana. La scuola, aperta presso la parrocchia di Palmer Avenue, fu invasa da un numero sempre crescente di bimbi.

L’esperienza in Colorado rappresentò un’altra tappa fondamentale della vita di Santa Francesca Cabrini. Sono questi gli anni in cui la missionaria iniziò l’apostolato tra i minatori, scendendo nei pozzi e portando la sua parola di conforto a  uomini che vivevano nel continuo pericolo di rimanere sepolti nelle viscere della Terra.

Dopo aver aperto altri orfanotrofi e ospedali, a New York e Chicago, la missionaria italiana si spostò a Seattle, sulle rive dell’ Oceano Pacifico per fondare un nuovo  orfanotrofio per poi spostarsi nuovamente, destinazione Rio de Janeiro, nel 1909. Qui combatté  la sua seconda battaglia contro il vaiolo, salvando molte alunne e suore dal terribile contagio.

Minata nella salute, suor Francesca tornò per l’ultima volta in Europa nel 1912 e viaggiò come cittadina americana (ricevette infatti la cittadinanza americana nel 1909).  Ultima tappa del suo pellegrinaggio apostolico fu il Columbus Hospital di Chicago dove morì il 22 dicembre 1917, a 67 anni di età.  Il giorno prima aveva confezionato i dolci per i bambini della scuola: il suo ultimo atto d’amore.

L’apostola della fede lasciò in eredità 67 fondazioni, disseminate tra l’Europa e l’America, e un “esercito” formato da 1300 suore missionarie. Nel 1926 sei suore cabriniane raggiunsero la lontana Cina e nel 1927 vi fondarono la prima missione realizzando  il sogno che fu di Madre Cabrini.

Tumulata in West Park, a  New York, il suo corpo fu riesumato nel 1931 e custodito in una cassa di vetro nell’altare del St. Frances Cabrini Reliquarium, di Fort Washington, a nord del Bronx . La strada che conduce al reliquario fu ribattezzata in suo onore, Cabrini Boulevard, ed è stata testimone di lunghe processioni giornaliere di fedeli che si recavano a pregare la “Santa lombarda”.

Madre Cabrini venne beatificata il 13 novembre 1938 da papa Pio XI e canonizzata da Papa Pio XII il 7 luglio 1946; nel 1950 lo stesso Pontefice la proclamò “Celeste patrona di tutti gli emigranti”

 

 




Addio a Pietrangeli re della Davis, unico italiano nella ‘Hall of Fame’

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imagoeconomica 18554731 fileminimizerAddio a Nicola Pietrangeli. Il tennis azzurro piange la scomparsa, a 92 anni, dell’unico italiano inserito nella Hall of Fame del tennis mondiale.

Nato a Tunisi l’11 settembre del 1933, Pietrangeli è ancora oggi il primatista, a livello internazionale, in Coppa Davis per partite giocate (164), incontri vinti in singolare (78-32) e in doppio (42-12). Ha formato con Orlando Sirola la coppia più vincente di sempre nella manifestazione (34 successi in 42 partite) ma l’ha vinta solo da capitano, nel 1976.

Ha trionfato due volte al Roland Garros, nel 1959 e 1960, due volte agli Internazionali d’Italia e vinto complessivamente 48 titoli, a cui si aggiungono la medaglia d’oro ai IV Giochi del Mediterraneo di Napoli nel 1963 e quella di bronzo nel doppio insieme a Sirola. Ha conquistato anche la medaglia di bronzo nel singolare maschile al torneo di esibizione di tennis ai Giochi Olimpici di Città del Messico nel 1968.

 

Al Foro Italico di Roma, Pietrangeli ha celebrato il suo primo trionfo agli Internazionali d’Italia nel 1957, sul campo che oggi porta il suo nome.

“Ho fatto dei miei anni di tennis, poco più di una ventina, una splendida parentesi della mia vita”, ha scritto Nicola Pietrangeli nel libro ‘Se piove rimandiamo’, spiegando che non ha “mai voluto essere schiavo del tennis”.

Una grande passione sono state le donne: sposò Susanna Artero, madre dei suoi figli Marco, Giorgio (scomparso il 4 luglio 2025) e Filippo; glamour fu la ‘love story’, durata sette anni, con la conduttrice Licia Colò; un grande feeling ebbe con Lea Pericoli, con la quale creò un’amicizia speciale.

agenzia Dire – www.dire.it