L’italiano che portò la pasta nella Repubblica Dominicana: un ricordo personale

milano espagueti 400gr

milano espagueti 400grOgni volta che guardo un pacchetto di Pasta Milano, mi torna alla mente un incontro di vent’anni fa.

Un incontro che devo alla gentilezza e all’intuizione di Luciana Sartori, ex console italiana a Santo Domingo.
Fu lei a presentarmi un uomo che, senza esagerare, ha lasciato un’impronta invisibile ma profonda nella storia alimentare della Repubblica Dominicana: il fondatore originale della Pasta Milano.

Non ricordo più il suo cognome — e me ne dispiace profondamente — ma ricordo lui.
Ricordo la casa della Sartori: luminosa, elegante, piena di conversazioni che fluivano come un piccolo salotto culturale italiano trapiantato ai Caraibi.
Ricordo il momento esatto in cui lei mi disse:
«Devi conoscerlo. È una storia che merita di essere raccontata.»

E così me lo presentò.

Un signore anziano, ancora elegante nonostante gli anni, con quel portamento tipico degli italiani che hanno costruito molto nella loro vita. Era forse napoletano. E arrivato nella Repubblica Dominicana in tempi in cui tutto era diverso: prima del turismo, prima dell’industria moderna, quando Puerto Plata era un porto vivo e Santiago un centro in piena crescita.

Fu a Puerto Plata che aprì la sua piccola fabbrica.
E la chiamò, da subito: Pasta Milano.

Quando gli chiesi perché, lui sorrise:
«Milano suonava più moderno. Più serio. Era il modo migliore per dire: questa è pasta italiana vera.»
Poi aggiunse, con la tipica ironia napoletana:
«Ma io sono napoletano, eh! Milano era solo per vendere meglio.»

Quell’uomo fu un pioniere.
Quando ancora la pasta non era un alimento quotidiano nelle case dominicane, lui riuscì a farla conoscere e apprezzare.
Sembrava orgoglioso, ma non vanitoso. Mi parlò delle prime difficoltà, della produzione artigianale, della necessità — poi inevitabile — di trasferire lo stabilimento a Santiago, dove il mercato era più grande e i costi più sostenibili.

Anni dopo vendette l’azienda.
Da lì in poi, come accade spesso, il marchio passò di mano diverse volte e il suo nome si perse tra fusioni, acquisizioni e narrazioni aziendali semplificate.

Quel pomeriggio, però, nella casa della Sartori, la sua storia era ancora viva.
E ricordo perfettamente una frase che mi colpì:

«Non importa che il mio nome resti.
Importa che resti l’Italia.»

Aveva ragione.
Oggi Pasta Milano è un marchio nazionale, radicato in milioni di cucine dominicane. Poco importa quante volte sia stato venduto o inglobato: dietro quella confezione c’è stato un italiano arrivato con coraggio, visione e amore per il proprio mestiere.

Un italiano che forse, come me, nessuno ricorderà più per nome,
ma che ha portato un pezzo d’Italia sulle tavole di un intero Paese.

E se oggi scrivo questa storia,
è anche grazie a Luciana,
che vide in quell’uomo — e in quella memoria — qualcosa che non doveva andare perduto.




Nel nome dell’Antimateria: 120 anni fa nasceva Emilio Segrè

segre

segre120 anni fa nasceva Emilio Segrè, scienziato emigrato in California e premio Nobel nel 1959

Colpa degli anni, colpa delle mille polemiche e di una causa decennale che mise a nudo lo spietato (e un po’ ipocrita) mondo della ricerca scientifica: c’è forse un cocktail di tante motivazioni nel silenzio che avvolto l’avventura professionale di Emilio Segrè e il prestigioso premio Nobel conferitogli nel 1959.

Sono infatti passati oltre 65 anni da quella straordinaria data e con essi è scivolato  via un personaggio che aveva occupato involontariamente molto spazio sulle cronache dei giornali degli anni ’70. E che soltanto in questo decennio è stato riabilitato dagli storici della scienza.

emilio segreNato a Tivoli il 30 gennaio 1905, da Giuseppe Abramo e da Amelia Treves, terzogenito di una famiglia di agiate condizioni economiche grazie all’attività del padre nell’industria della carta, Emilio Gino Segrè portò nei suoi geni quel patrimonio che sarebbe costato milioni di vite agli sfortunati possessori.

Egli infatti era ebreo e la sua condizione gli permise di vivere tranquillo in Italia fino al 1938. In quegli anni Segrè era arrivato a dirigere l’Istituto di Fisica dell’Università di Palermo e prima ancora aveva fatto parte del gruppo di collaboratori di Enrico Fermi, del quale egli era stato assistente ( e poi aiuto) nell’Università di Roma, dal 1927 al 1935.

Nel 1938 anche per Segrè si chiusero le porte di una vita normale. Egli si imbarcò sulla nave alla volta degli Stati Uniti, conscio di appartenere a una stirpe indesiderata. Per il fisico italiano però non ci fu l’amara incertezza della banchina di Ellis Island. Per lui si aprirono invece le porte dell’Università di U.C.L.A. a Barkeley, in California e nel nuovo istituto di fisica egli rimase fino al 1943.

rasetti, fermi, segrèSegrè apparteneva a un gruppo di studiosi destinato a rimanere negli annali della storia scientifica mondiale. Con Fermi, Amaldi, Rasetti, Pontecorvo ed altri, egli infatti rappresentava la “scuola di via Panisperna”, un gruppo di scienziati direttamente coinvolti negli studi dell’energia atomica e nelle sue terribili applicazioni belliche. Tra il 1934 e il 1938 essi scoprirono gli effetti dei neutroni lenti, aprendo con questa esperienza la porta ai successivi sviluppi della fissione degli elementi pesanti (uranio e plutonio) e allo sfruttamento pratico dell’energia contenuta nel nucleo atomico.

Segrè si era inoltrato anche su altre strade, e a lui si deve la scoperta, nell’istituto palermitano, del primo elemento artificiale, il Tecnezio.  Il fisico italiano continuò sulla felice strada delle intuizioni scientifiche approdando ad una nuova scoperta nel 1940. A Barkeley infatti egli scoprì l’ottantacinquesimo elemento della tavola periodica dandogli il nome di Astato. Nel 1941 egli arrivò invece, assieme ad altri fisici statunitensi, alla scoperta del Plutonio 239, elemento chiave della fissione nucleare.

Gli effetti pratici degli studi nucleari si fecero presto sentire. Nel 1945 l’apocalisse di Hiroshima dimostrò anche ai fisici gli effetti terribili della loro creatura, inducendo molti a cambiare l’indirizzo di studio. Emilio Segrè fu tra questi, e decise di applicare le sue conoscenze allo studio delle alte energie. Egli si era trasferito, con gli altri, all’Università di Los Alamos, nel 1943 e dopo il conflitto ritornò a Barkeley, iniziando un vero e proprio sodalizio scientifico con  i colleghi Owen Chamberlain, C. Wiegand e T.Ypsilantis.

Il gruppo si inserì nel filone degli studi sull’antimateria e proseguì sulla strada tracciata, fin dal 1932, dallo scienziato Carl David Anderson. Anderson, che per le sue eccezionali intuizioni, fu insignito del premio Nobel nel 1936, aveva infatti scoperto nel 1932 l’esistenza dell’elettrone positivo dando corpo alle straordinarie ipotesi del professor Dirac, un altro “visionario” della scienza di inizio secolo, e ai dubbi dei coniugi Curie. La sua “scoperta” venne confermata da altri scienziati, tra i quali l’italiano Giuseppe Occhialini (impegnato all’epoca nel Cavendish Laboratory, e aprì la strada alle nuove frontiere del microcosmo, quelle dell’antimateria.

Segrè violò per la seconda volta i segreti di questo mondo nel 1955. Insieme a Chamberlain e agli altri colleghi, egli infatti riuscì ad ottenere gli antiprotoni, sparando protoni accelerati contro un bersaglio di rame in uno dei più potenti acceleratori di particelle, il Bevatrone. Gli antiprotoni avevano la stessa massa di protoni ma possedevano una carica negativa anziché positiva e il nuovo ingresso nell’Antimateria, fruttò all’italiano e a Chamberlain il premio Nobel, consegnato loro nel 1959. A Emilio Segrè l’ambitissimo riconoscimento fruttò anche l’ingresso in un mondo meno affascinante, quello delle polemiche e delle controversie giudiziarie, aprendo per lo scienziato un altro capitolo della sua storia terrena.

500px ragazzi di via panispernaLe teorie di Segrè furono  accolte con grande entusiasmo dalla comunità scientifica internazionale. Quasi tutti dimostrarono al fisico laziale il loro apprezzamento per l’essenziale contributo portato nel campo della fisica particellare e quantistica…anche se qualche collega rimproverò i due Nobel di aver taciuto la scoperta, durante l’esperimento insignito della massima onorificenza scientifica, dei “tachioni”, la cui presenza metteva (all’epoca) in grave dubbio la famosa equazione di Einstein E=mc2. Con il passare degli anni questi dubbi sono stati fugati permettendo alla teoria di Einstein di passare indenne attraverso le insidie di nuove entità atomiche. A tutt’oggi, la presenza di particelle chiamate “tachioni” (il loro nome deriva dal greco “tachus” che significa veloce) non è stata ufficialmente segnalata dagli scienziati, salvaguardando nel tempo anche il nome di Segrè; ma le infinite polemiche che hanno accompagnato negli anni il premio Nobel assegnato all’italiano  e a Chamberlain hanno minato nelle fondamenta la memoria di questo scienziato impegnato tutta la vita nella ricerca dell’infinitamente piccolo, e rivalutato soltanto in questi ultimi anni.

L’avventura americana, iniziata sotto l’incubo delle leggi razziali, terminò per lo scienziato nel 1974. In quell’anno infatti l’illustre professore fu chiamato a insegnare nella sua vecchia università di Roma, e nell’istituto capitolino condusse i suoi ultimi anni di scienziato, grazie a una cattedra di fisica nucleare ad personam all’Università di Roma. L’interesse che aveva sempre coltivato per la storia della fisica si materializzò negli anni successivi al pensionamento nella produzione di due volumi che ebbero un largo successo, dedicati all’esposizione dei principali sviluppi della disciplina e dei suoi maggiori protagonisti (Dai raggi X ai quarks. Personaggi e scoperte della fisica contemporanea, Milano 1976; Personaggi e scoperte della fisica classica. Dalla caduta dei gravi alle onde elettromagnetiche, Milano 1983).

Tornato temporaneamente nella casa di Lafayette in California Emilio Segrè  fu colto da un malore improvviso durante una passeggiata con sua moglie Rosa. Morì il 22 aprile del 1989, lasciando sul tavolo la sua autobiografia incompiuta, pubblicata postuma:  A mind always in motion, 1993.

All’amata America, all’Università di Berkeley l’italiano lasciò in eredità le sue particelle di anti-materia, un mondo ai confini della fantascienza, e uno spicchio di tricolore in una terra particolarmente fortunata alle intelligenze nostrane.

 




Dal Bengala all’Italia: la Storia che Ritorna. Perché Mehdi e i nuovi servitori dello Stato ci ricordano un debito antico

583253975 834969429150060 2722652213332088606 n

583253975 834969429150060 2722652213332088606 nLa notizia di Mehdi — all’anagrafe Mehdihasan Noor — che presto indosserà l’uniforme delle forze dell’ordine italiane ha conquistato le prime pagine dei giornali. E, come prevedibile, ha anche scatenato reazioni intrise di diffidenza e razzismo. Eppure, dietro questa storia personale, dietro il volto giovane di Mehdi e dei tanti ragazzi bengalesi che seguiranno la stessa strada, esiste una verità storica profonda, che troppo spesso ignoriamo: l’Italia, già una volta, deve la sua libertà anche ai loro nonni.

Durante la Campagna d’Italia del 1944, mentre il nostro Paese era ridotto in macerie e oppresso dall’occupazione nazista, decine di migliaia di soldati di etnia bengalese, arruolati nell’Esercito Indiano Britannico, combatterono per liberare proprio quella terra che oggi alcuni accusano di “non appartenere” ai loro nipoti. La storia, però, racconta tutt’altro. Tra il 1943 e il 1945 oltre 50.000 soldati indiani — provenienti dalle 4ª, 8ª e 10ª Divisione di Fanteria — combatterono sul suolo italiano. Erano uomini originari di tutte le regioni dell’India Britannica: Punjab, Rajputana, Uttar Pradesh, Tamil Nadu, Assam… e sì, anche il Bengala, la regione da cui oggi provengono molti dei nuovi cittadini italiani.

Il loro apporto non fu secondario. Nei primi mesi del 1944, mentre le forze alleate cercavano di spezzare le formidabili difese tedesche della Linea Gustav, le divisioni indiane combatterono con un coraggio che lasciò senza parole molti comandanti occidentali. Il Monte Cassino, simbolo del martirio italiano, vide anche loro tra i protagonisti delle offensive che avrebbero aperto la strada all’avanzata verso Roma. E, liberata Roma nel giugno del 1944, non ebbero riposo: avanzarono verso nord, combattendo lungo la Linea Trasimeno, nelle colline umbre e toscane, fino all’Appennino tosco-emiliano, dove la Linea Gotica rappresentava l’ultima grande difesa nazista. In quei monti, tra pioggia, neve e un terreno ostile, migliaia di soldati indiani — tra cui numerosi bengalesi — persero la vita.

La presenza bengalese era particolarmente forte in unità specializzate come i “Bengal Sappers and Miners”, genieri addetti alla costruzione di ponti, al disinnesco di mine, all’apertura di passaggi indispensabili per l’avanzata alleata. Molti altri prestarono servizio nel Pioneer Corps, occupandosi di logistica, rifornimenti, trasporto materiali: compiti che non finiscono nelle pagine dei libri di storia, ma che rendono possibile qualunque vittoria sul campo. Il loro valore fu tale che, durante la Campagna d’Italia, ben sei delle venti Victoria Cross — la più alta onorificenza militare britannica — furono assegnate a soldati indiani. Nessun’altra forza ebbe una proporzione simile.

Oggi quel sacrificio è ricordato in 40 cimiteri di guerra del Commonwealth sparsi in Italia, dove riposano oltre 5.700 soldati indiani. Ragazzi di vent’anni che morirono su una terra che non avevano mai visto, per liberare un popolo che non conoscevano. Nel 2023, a Montone, in provincia di Perugia, è stato inaugurato un memoriale dedicato al Naik Yeshwant Ghadge, uno dei decorati con la Victoria Cross. Una piccola cerimonia, ma dal significato enorme: ricordare che la libertà italiana è anche merito di uomini venuti da lontano.

È per questo che la storia di Mehdi non dovrebbe stupire nessuno. Quando un giovane bengalese sceglie di servire come carabiniere o poliziotto la Repubblica Italiana, non sta compiendo un gesto di estraneità, ma di continuità. Sta seguendo un solco tracciato ottant’anni fa da chi, venuto da lontano , decise di combattere per restituirle futuro e dignità all’Italia . È la storia che ritorna: uomini bengalesi che proteggono l’Italia. Prima nelle trincee del ’44, oggi nelle nostre città.




Bruno D’Ambrosio Merighi: da Salerno al mondo latino-americano, una vita tra imprenditoria e cultura

bruno&maria d'ambrosio

bruno&maria d'ambrosioQuando parliamo di italiani all’estero, non sempre ci vengono in mente le storie meno ordinarie. Bruno Luigi D’Ambrosio Merighi è uno di quegli italiani “globali” che ha saputo intrecciare identità, cultura e impresa tra Italia, Venezuela e Stati Uniti.

Bruno nasce a Salerno, il 9 settembre 1948. A soli 5 anni si trasferisce con la famiglia in Caracas, Venezuela, dove cresce immerso nella comunità italo-venezuelana.
Fino all’età di 21 anni vive con doppia cittadinanza italiana e venezuelana, dopodiché decide di formalizzare la sua identità come italiano residente all’estero.

Nella sua formazione percorre due mondi: studia tra Caracas e Modena, e poi si laurea con lode in Geografia economica all’Università di Genova.

Bruno ha scelto una carriera poliedrica:

  • In Venezuela, lavora nel settore contrattuale per l’azienda Saprolate-Tranarg, partecipando a progetti di rilievo, come il rilievo aerofotografico per il sistema ferroviario nazionale (IFE) del Paese.
  • In seguito, fonda la sua impresa finanziaria, Findam (Financiaria D’Ambrosio), con filiali e attività che coprono vari paesi e che fornisce consulenza per investimenti di capitale.
  • Oltre all’attività imprenditoriale, Bruno ha lavorato anche nel mondo culturale: è stato vicedirettore della rivista Incontri (rivolta alla comunità italiana in Venezuela) e ha sempre mantenuto uno spazio per la scrittura, pubblicando saggi in italiano, spagnolo e inglese.

Bruno D’Ambrosio è molto più di un imprenditore: è un simbolo del legame tra l’Italia e le comunità italiane in America Latina. Vive attualmente negli Stati Uniti, ma continua a mantenere una presenza attiva nella cultura italo-latina e nel dialogo tra i mondi.

Nel corso della sua vita, ha promosso spazi di incontro per la comunità italiana in Venezuela, sostenuto attività culturali e mantenuto viva la lingua e l’identità italiana tra i figli della diaspora.

 

 




Elezioni in Calabria- E. Antonello Giudiceandrea, capacità, onestà e impegno per la legalità

img 3900

img 3900C’è una luce che non si spegne mai, nemmeno nei momenti più bui della nostra vita e della storia del nostro paese. È la luce della speranza, la speranza di poter vivere in un mondo dove la giustizia non sia solo uno strumento che le forze dell’ordine e i magistrati usino per controllare e punire i reati, ma il punto di partenza delle relazioni umane e la base dei nostri comportamenti quotidiani: un principio che ogni giorno ci ispiri scelte basate sul rispetto delle persone, dei diritti e delle libertà di tutti. Da pochi giorni Edoardo Antonello Giudiceandrea è ufficialmente candidato nella lista civica “Tridico Presidente” alle prossime elezioni regionali in Calabria il prossimo 5 e 6 Ottobre: vorremmo che al vertice della politica ci fossero persone come queste, con grandi idee e disposte a fare grandi sacrifici, e con un forte senso etico. Vorremmo che i politici fossero come i nostri genitori, i genitori della nostra Calabria, e che noi cittadini fossimo trattati come i figli di quei genitori, i figli della nostra Calabria. img 3901Chi ha la possibilità di votare non perda l’opportunità di poter eleggere una persona capace ed onesta, brillante, ingegnosa, competente e coraggiosa, e di cui tutti noi compagni di scuola siamo e saremo sempre estremamente orgogliosi. La sua storia personale racconta il suo legame profondo con la sua terra e la volontà di cimentarsi e di impegnarsi in qualcosa di costruttivo per la Calabria: un passato da ingegnere chimico in una grande industria italiana che lascia per investire tutte le sue risorse a Calopezzati, un borgo medievale della Calabria, dove la sua azienda, la Madreterra, produce olio extravergine di oliva, miele e agrumi, nel totale rispetto dei cicli naturali e senza utilizzare pesticidi, nemmeno quelli consentiti dai disciplinari che regolano l’agricoltura biologica. Attualmente è anche sindaco di Calopezzati, dove quotidianamente si batte con fermezza per la legalità e per l’ambiente, prendendo recentemente posizione, come molti, sul genocidio a Gaza. Calopezzati, un piccolo ed accogliente paese in provincia di Cosenza, un luogo che ha inciso profondamente sulla sua formazione e sulla sua personalità, insegnandogli l’essenza delle piccole cose e l’importanza del senso di comunità. Non è solo il suo paese, è un insieme di ricordi, di profumi, di volti familiari e di insegnamenti che hanno gettato le basi per chi è oggi Antonello Giudiceandrea. Lui ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia semplice, con un’educazione che era basata su disciplina e rispetto, con l’istruzione considerata una priorità, un’opportunità per avere un ruolo attivo nella società, un approccio che gli ha trasmesso un forte senso del dovere e la consapevolezza che la formazione e il nucleo familiare sono le chiavi per ogni percorso di crescita.




Massimo Moratti ricoverato in terapia intensiva

assolombarda awards 2025

assolombarda awards 2025

L’imprenditore ed ex patron dell’Inter Massimo Moratti è ricoverato per una polmonite in terapia intensiva presso l’Istituto Humanitas di Rozzano (Milano).

Moratti, che ha compiuto 80 anni lo scorso maggio, è da tempo malato e a quanto scrive la Gazzetta “non sarebbe in condizioni critiche ma la situazione rimane seria dopo che i medici che lo assistono hanno dovuto intubarlo perché faticava a respirare autonomamente”.

Agenzia DIRE –  www.dire.it




Canada. Okanagan BC. A collloquio con l’enologo italiano Matthew Fortuna

botti 50 parallelo

matteo fortuna img 4745Nutro un amore sviscerale per l’enogastronomia fino da giovanissimo, la mia curiosità mi porta sempre alla ricerca di qualcosa. Stavo cercando attraverso Linkedin aziende vinicole nell’Okanagan per presentare agli enologi ONAV (organizzazione italiana degli assaggiatori tecnici del vino). Mi sono imbattuto in Matthew Fortuna, dal suo cognome ho pensato fosse Italiano, l’ho contattato chiedendo se lo fosse, la risposta fu naturalmente affermativa.

Approfittai per presentargli ONAV e la figura dell’Assaggiatore tecnico del vino. Rimase molto incuriosito e mi disse che voleva saperne di piu sia su ONAV che sull’Assaggiatore tecnico del vino.

Conversando gli chiesi di parlarmi di se stesso. Queste le sue dichiarazioni:

“Sono nato e cresciuto a Niagara Falls, Ontario, in una famiglia italo-canadese. Ho trascorso molto tempo a casa di mia nonna, che ci ha dimostrato amore prestando sempre grande attenzione a come mangiavamo. Era cibo semplice, con pochi ingredienti, ma preparato con tanto amore e tanto duro lavoro. Quando la famiglia, più numerosa, si riuniva, era sempre un momento speciale in cui venivano preparati anche piatti particolari. Questi sono alcuni dei ricordi più belli della mia giovinezza e hanno plasmato il mio interesse per la condivisione di cibo e vino per il resto della mia vita.

Le Cascate del Niagara sono una meta turistica famosa in tutto il mondo, quindi l’ospitalità è un settore di primo piano. Da ragazzo, mi sono ritrovato a lavorare in un ristorante molto carino, dove ho avuto il mio primo vero contatto con il mondo del vino pregiato. I vini del Niagara erano emergenti all’epoca, ancora in fase di sviluppo, ed è stato con loro che ho imparato le basi di vitigni, sapori e aromi. Ma l’esperienza più illuminante è stata assaggiare la complessità di un Pinot Nero dell’Oregon. Così, ho inseguito l’idea romantica di una vinificazione incentrata sul Pinot Nero sulle montagne del Pacifico nord-occidentale. Questa scelta rispecchiava tutti i requisiti di stile di vita, avventura e acquisizione di lezioni e competenze. La Okanagan Valley è una valle meravigliosa, con un clima eccellente per la vinificazione e un paesaggio stupendo per vivere una vita sana. Penso che sia davvero uno dei posti più belli del mondo e mi sento molto fortunato ad avere una vita e una carriera qui.

Il mio approccio alla vinificazione inizia in vigna. È lì che si svolge davvero il duro lavoro. Mi è piaciuto partecipare attivamente a questo processo e compiere il primo e più importante passo dell’anno di vinificazione, coltivando uve di qualità eccezionale. Mi affido alla tecnica per far maturare e produrre uve di qualità. Lavoro con attenzione la chioma tutto l’anno per massimizzare la luce solare e il flusso d’aria, garantendo condizioni di crescita sane. C’è anche consapevolezza dell’ambiente, facendo attenzione a consentire l’esistenza della biodiversità. Utilizzo la tecnica più degli ingredienti per influenzare lo stile del vino.

Credo che la complessità risieda nelle consistenze che trattengono e rilasciano gli aromi, conferiscono lunghezza e struttura al palato.

Un vino strutturato è vivo e ti fa pensare, sentire e non stancare. Per questo motivo, sono sempre alla ricerca di modi per creare consistenze durante la fermentazione.

Amo la vinificazione per il suo aspetto culinario. Amo il cibo, la buona cucina, i sapori e gli aromi e il modo in cui cibo e vino si esaltano a vicenda. Mi piace anche l’aspetto artigianale della vinificazione, dove essere competenti nella propria tecnica è la strada per una buona vinificazione.

È un viaggio che dura tutta la vita, richiede esperienza per comprendere le sfumature, ma offre solo un’esperienza annuale di vinificazione.

Ogni anno abbiamo un’opportunità per cercare di migliorare e portare avanti gli insegnamenti del passato. C’è qualcosa di onesto, stimolante e tattile nella vinificazione che la rende una parte davvero speciale della vita.

botti 50 paralleloHo completato la formazione in vinificazione e gestione dei vigneti presso l’Okanagan College di Penticton, nella Columbia Britannica. Inoltre, ho lavorato per molti anni con alcuni enologi molto qualificati prima di assumere personalmente questo ruolo.

La formazione non finisce mai, perché sono costantemente alla ricerca e all’esplorazione di nuove tecniche per ottenere risultati migliori in cantina.  Questo continua in vigna, dove stiamo attualmente sperimentando metodi per migliorare la sostanza organica nei terreni e la salute generale del terreno attraverso la coltivazione di colture di copertura. Le pratiche biologiche in vigna sono molto importanti per me, quindi esploro continuamente metodi per diventare efficienti e sostenibili.

Abbiamo anche studiato il metodo di potatura Simonit e Sirch e iniziato a integrarlo nel nostro metodo di potatura e nella gestione generale della chioma.

La parte meravigliosa di questa professione è la ricerca del miglioramento, che richiede non meno di una vita per essere padroneggiata.

I vini su cui ci concentriamo nella nostra zona della Okanagan Valley, vicina al 50° parallelo, da cui il nome, si trovano all’estremità settentrionale della nostra regione. Coltiviamo vitigni adatti alla viticoltura in climi più freschi.

Ci orientiamo verso i vitigni alsaziani e concentriamo la vinificazione in rosso sul Pinot Nero. Abbiamo lunghe giornate estive, con molta luce solare, e la vicinanza a un lago molto grande, che mitiga le temperature sia in estate che in inverno. Abbiamo interessanti terreni sassosi, dominati dal granito, che conferiscono una certa profondità di struttura e mineralità”.

 

 




Girolamo De Dominis, il principe delle Hawaii

0

800px captain john dominisCon le sue 30 spiagge e il suo mare cristallino, Rab oggi si presenta al Mondo come un’“isola felice“, con tante piccole pittoresche baie, apprezzate da oltre 130 anni   dai turisti di tutto il mondo.  In pochi però ricordano il suo nome originario, Arbe, per secoli colonia romana, e poi territorio della Serenissima Repubblica di Venezia.

E sicuramente in pochi ricordano la famiglia Dominis, che proprio da questa bellissima isola posta di fronte alle coste croate, prese il largo per un’avventura che avrebbe portato il nome agli Antipodi.

Girolamo de Dominis, nativo di Arbe, era in effetti figlio di una famiglia nobile di cavalieri di San Marco e conti della Serenissima.  Nato un anno prima della caduta della Repubblica Marinara di Venezia (nel 1787), Girolamo si sentiva innanzi tutto italiano. La sua famiglia era arrivata in Dalmazia con la X legione romana e  discendeva da un ramo dei principi Frangipane, arrivati nella Dalmazia settentrionale da Roma nel tredicesimo secolo. Nel 1437 l’imperatore del Sacro Romano Impero, Sigismondo di Lussemburgo,  aveva concesso ai De Dominis il palatinato ad perpetuum, titolo che  secoli dopo Venezia aveva riconosciuto, iscrivendo la famiglia nel Libro d’Oro dei nobili veneziani.

La restaurazione del 1815 portò la Dalmazia sotto il dominio dell’Austria-Ungheria, determinando la perdita della fortuna dei nobili italiani l’inizio delle prime cospirazioni contro gli austriaci e gli scontri tra italiani e croati, scontri peraltro incoraggiati dall’impero austro-ungarico   per contrastare l’irredentismo della popolazione italiana.

john owen dominis, photograph by menzies dickson(1)Anche i territori della sua famiglia erano stati circoscritti all’isola di Arbe, senza alcun indennizzo, tanto da innescare un forte risentimento soprattutto nel giovane Girolamo, che dopo una (apparente) lite con il padre, scelse di non accettare l’arruolamento nella Marina austriaca e di diventare un disertore. Il giovane raggiunse Trieste, all’epoca il più grande porto mercantile dell’Impero, imbarcandosi poi per l’America.

Arrivato a Boston nel 1819, cambiò le proprie generalità da  Girolamo Battista de Dominis, a John Dominis, e nel 1823 fece richiesta della cittadinanza americana, dichiarando davanti alla Corte distrettuale di Boston di essere nato a Trieste, in Italia. Nel porto mercantile più importante degli Stati Uniti   John ebbe la fortuna di venire assunto da un ricco armatore, la cui flotta era spesso impegnata tra la Cina e le Hawaii. Dominis divenne il valente conte marinaio  e intraprese numerosi commerci con i mercanti cinesi dedicandosi con successo alla compravendita di pelli, salmone sotto sale e olio di balena. Dominis importò per la prima volta le mele in America  e si inventò l’affumicatura del salmone per conservarlo durante il viaggio.

0Nel 1830 sposò una ragazza della buona società di Boston, Mary Lambert Jones, dalla quale ebbe due figlie Mary Elizabeth e Frances Ann (che purtroppo morirono in giovanissima età) e il figlio John Owen (nato a Schenectady, nello stato di New York). La famiglia italo-americana si trasferì alle isole Hawaii nel 1837. A Honolulu, dopo pochi anni il conte marinaio acquistò un terreno con l’intenzione di costruirvi uno splendido palazzo.

Il progetto però non procedette celermente e nel 1846, quando il capitano salpò con il brigantino Neilson per a Cina,  la dimora non era ancora terminata.  Dominis non avrebbe mai più rivisto Honolulu.  La nave andò perduta in mare, insieme al commissario degli Stati Uniti George Brown. A Mary rimasero soltanto i debiti e l’onere di provvedere alla famiglia. Sarà però proprio la casa a mantenere viva la memoria di John Dominis. La moglie infatti decise di aprire la casa, divenuta per tutti Washington Place, agli ospiti paganti per saldare i propri debiti. Il palazzo divenne per anni la più aristocratica dimora delle Hawaii in una città, Honolulu, diventata la capitale politica ed economica del Regno hawaiano. Nel giro di poco tempo la casa divenne  la sede della delegazione  degli Stati Uniti, ospitando anche il primo giardino in stile europeo a Honolulu.

Anche per la famiglia Dominis la sorte tornò benigna. Il figlio del capitano disperso in mare, da piccolo era diventato amico dei principi e delle principesse hawaiane e una volta cresciuto, dopo aver lavorato come impiegato in alcune aziende, entrò a far parte di uno staff di un principe e accompagnatore della famiglia reale nei loro spostamenti. Durante gli anni della scuola aveva conosciuto la principessa Lydia Kamakaʻeha Pākī e tra i due nacque un fortissimo legame che sfociò nel matrimonio. I due fidanzati si posarono il 16 settembre del 1862, in ritardo di due anni per rispettare il lutto della casa reale, per la morte del principe Alberto, il giovane figlio del re Kamehameha IV. John Owen e  Lydia Kamakaʻeha Pākī, ( futura regina Liliʻuokalani)  decise di trasferirsi proprio nella residenza di Washington Place. Dal 1863 il figlio del capitano nobile prestò servizio nel Consiglio privato del re,  dal 1864 al 1886 nella Camera dei Nobili e dal 1868 fino alla sua morte come governatore reale di O’ahu.

0John Owen Dominis servì nel Board of Health, nel Board of Education, nell’Ufficio per l’Immigrazione ed è stato Quartiermastro Generale e Commissario delle Terre della Corona. Dal 1878 al 1886 prestò servizio come governatore reale di Maui. Nel 1886 fu nominato tenente generale e comandante in capo, regnando di fatto da principe consorte fino a quando la regina venne detronizzata dal fratello di Lili’uokalani, re Kalākaua nel 1874. Nominato dal nuovo re governatore di Maui nel 1878 concluse la propria carriera come tenente generale e comandante in capo dell’esercito hawaiano nel 1886. John Owen Dominis è l’unico non-hawaiano sepolto nel Mausoleo Reale situato nella Nu’oanu Valley.

La coppia non potè avere figli ma Lydia adottò nel 1910 John Aimoku Dominis, il figlio illegittimo e nato dalla relazione tra John Owen e l’assistente Mary Purdy  Lamiki ʻAimoku. Quest’ultimo (morto a soli 34 anni, nel 1917)  si sposò con  Sybil Frances Kahulumanu McInerny   il 19 giugno, 1911, a Washington Place. e divenne padre di tre figli: John Owen Dominis (1912-1933),   Sybil Frances Kaolaokalani  Liliuokalani Dominis e Virginia Beatrice Kauhanenuiohonokawailani Dominis Koch. Anche il pronipote del grande capitano istriano non superò gli anni giovanili morendo a soli 21 anni).

img 0481

Washington Place, il sogno del capitano Girolamo de Dominis, invece sopravvisse alle vicissitudini familiari e ancora oggi ospita la massima carica istituzionale hawaiana essendo la residenza ufficiale del Governatore delle Hawaii e di fatto la Casa Bianca delle Hawaii.




Il piccolo grande eroe di Gualdacanal

john basilone, september 1943 (10931006014)

john basilone, september 1943 (10931006014)A Guadalcanal, nelle isole del Pacifico, un giovane soldato italo-americano conquistò – primo tra gli americani – la medaglia d’onore del Congresso

Era un inferno di fuoco, quello che accolse le truppe americane che avevano messo piede sulle spiagge laviche  di una sconosciuta isola (fino ad allora) dell’arcipelago delle Salomone, nell’Oceano Pacifico. Era settembre  del  1942 e l’inferno durò per trentasei giorni culminando in una sanguinosa carneficina che lasci” sul terreno migliaia  di combattenti. La vittoria and” 57 anni fa, nella battaglia più sanguinosa sostenuta dal Corpo nei 168 anni della  sua storia, ai Marines degli Stati Uniti, e il nome di Guadalcanal, entrò a far parte delle pagine della storia  dell’ultimo conflitto come il primo riscatto totale degli americani nei confronti della potenza bellica giapponese.

Nei libri di storia americana entrò anche un ragazzo  di nome John Basilone, americano naturalizzato e figlio di  emigranti italiani residenti a Raritan, cittadina del New Jersey. All’epoca dei fatti aveva 29 anni ed il grado di  sergente. Divenne il primo militare americano decorato con la medaglia d’onore del Congresso Americano: tre  anni più tardi  fu decorato anche con la Navy Cross della Marina, ma quella che venne premiata fu soltanto una  bara; il ragazzo infatti era deceduto nella battaglia di Iwo Jima, il tracollo definitivo dell’esercito nipponico , prima  delle devastanti bombe atomiche.

john basilon medal of honor 1943La storia di John Basilone riassume forse meglio di altre lo spirito con cui tanti figli di emigranti abbracciarono,  durante l’ultimo conflitto, la causa americana. Nati da genitori che con fatica si erano integrati nella società  nordamericana, avevano ereditato da questi l’intimo ringraziamento per l’occasione offerta e la certezza di  combattere per una causa comunque giusta. Anche John era figlio dell’emigrazione massiccia nel Nuovo  Mondo. Il padre, Salvatore, era nato a Benevento, in Campania, e si era portato dietro l’arte della sartoria; la  madre, Dora Bencinvengo proveniva da una famiglia italo-americana originaria di Napoli e diede alla luce 10  figli. Tra questi  John era il più dotato fisicamente. Il ragazzo amava lo sport e si dedicò con successo a varie  specialità. A 17 anni chiese ai genitori di poter svolgere il servizio militare nel corpo dei Marines e partì per un  periodo di 3 anni alla volta delle Filippine. Nelle isole del Pacifico Basilone si distinse soprattutto per l’abilità nella  boxe, diventando campione della categoria ultraleggera della Golden Glove Boxing (il suo soprannome era  Manila John). Tornato a casa si dedicò a vari lavori nella zona di Raritan , paese di residenza, ma questo non gli  impedì di tornare in divisa al momento dello scoppio della guerra con il Giappone. Era il 1940 e gli americani  avevano appena subito lo smacco di Pearl Harbor: nella gente c’era rabbia e voglia di riscatto e l’America  cercava modelli per pubblicizzare lo spirito libertario e nazionale.

basilone007b crop 2000x1125Basilone, suo malgrado, si ritrovò ad essere il simbolo di quella nazione nel settembre del 1942. Nella fitta  boscaglia tropicale di Guadalcanal, durante una tempesta, egli si ritrovò a dover fronteggiare un improvviso

attacco nipponico. Trovatosi solo e circondato da due compagni seriamente feriti, Basilone affrontò con  eccezionale coraggio gli attacchi di nemici in numero preponderante riuscendo a respingerli da solo e portando  in salvo i commilitoni. Il gesto passò rapidamente di bocca in bocca trasformando il giovane italo-americano  nell’incarnazione del mito nazionale. I giorni di John cambiarono radicalmente. Accolto trionfalmente dal sindaco  Fiorello La Guardia (altro figlio dell’emigrazione italiana) al suo arrivo nell’aeroporto di New York, il sergente dei  marines divenne il mezzo principale della campagna di arruolamento volontario. Ammaliati dalle convincenti  parole di Basilone tanti ragazzi corsero a vestire la divisa e a buttarsi nell’infernale calderone della guerra.

basilone002b 760x1046 Il ragazzo italo-americano girò in lungo e in largo gli Stati Uniti, si mostrò sul palco in compagnia delle celebrità cinematografiche dell’epoca, rilasciò fiumi di interviste, raccolse in favore del dipartimento della Difesa 1,5 milioni  di dollari in pochi giorni….. ma non cambiò il suo carattere schivo e riservato. Alla folla che lo acclamava eroe egli  ripeteva che solo una parte della medaglia d’onore gli apparteneva, e che la gran parte apparteneva ai ragazzi  morti a Guadalcanal. In quei mesi di vita di rappresentanza John trovò anche il tempo di sposare Lena Riggi.

Un matrimonio consumato in tutta fretta: dopo poche settimane il sergente era di nuovo in volo per partecipare  alla fase conclusiva dell’avanzata americana nel Pacifico. Inquadrato in una neonata divisione di Marines, scese  dal piedistallo per rivestire i panni del semplice soldato e partecipò alla battaglia di Iwo Jima, la più sanguinosa  di quelle combattute dal corpo dei Marines nei 170 anni della sua storia. La battaglia infuri” per 36 giorni e gli  americani persero 7000 uomini sulle nere spiagge dell’isola, cercando di liberare ogni singolo anfratto dalla  disperata e fanatica difesa  dei nemici. Basilone combatté fino all’ultimo con coraggio e abnegazione trovando la  morte a causa dell’esplosione di una mina. E torn” a casa decorato una volta di più con medaglie alla vittoria, e  all’eroismo. Sepolto con i massimi onori nel cimitero di Arlington, a Washington, Basilone trovò nell’amico Philip  Orlando un tenace conservatore della propria memoria: grazie a Orlando oggi, nella città di Raritan,  possibile  sostare ai piedi di una statua raffigurante Basilone e dedicata al ricordo del figlio più caro di questa città del New  Jersey. Un ricordo nel quale possono essere inseriti anche gli altri 11 italo-americani decorati con la medaglia  d’onore del Congresso americano.




Don Serafino Chiesa sulle Ande boliviane

466345121 10233542688492570 303873408844736849 n

466345121 10233542688492570 303873408844736849 nDa Santo Stefano Roero   parte  tra i tanti, un sentiero chiamato  Sentiero del Gioco:  il sentiero fa parte   dell’Ecomuseo delle Rocche del Roero ed  è lungo 5,2 km , raggiunge il Santuario dei Piloni per poi tornare indietro passando per borgata Monfriggio. Un sentiero  per il 70% naturalistico che permette di conoscere uno spicchio bellissimo del Piemonte, percorso da decenni da chi viveva e vive nel Roero. Anche Don Serafino Chiesa è cresciuto tra quelle colline e con la passione del cammino. Lui però ha preferito allungare il percorso scegliendo di salire e scendere sui declivi delle Ande boliviane.

Sesto di dieci figli (5 maschi e 5 femmine), Serafino è nato il 10 febbraio 1949 nutrendosi fin da bambino di vocazione evangelica. La sorella  maggiore è infatti Figlia di Maria Ausiliatrice da 50 anni è missionaria   in Uruguay  mentre il maggiore dei suoi  fratelli ha oltrepassato i 50 anni di ordinazione sacerdotale , la gran parte vissuti come prete operaio.

466674747 10233619762179364 3959166808001592630 nOrdinato sacerdote il 10 settembre 1977, Don Serafino Chiesa ha scelto la famiglia salesiana per dare corpo alla propria vocazione ma ancora oggi ricorda di essersi sentito impreparato quando gli fu proposto, nel 1985, di lasciare le colline del Roero per le alte vette delle Ande, con destinazione finale Kami.

La missione era situata in uno degli angoli più poveri della Bolivia, di per sé annoverato tra i paesi   poveri del Mondo , nel dipartimento di Cochabamba, a un’altitudine media di 400 metri s.l.m .

La missione Salesiana di Kami copre un’area geografica vastissima  di 910 km², e tra le comunità contadine che la circondano, vivono circa 20 mila persone appartenenti alle etnie Quechua, discendenti degli antichi Incas, e Aymara, di origine pre-incaica. La popolazione si divide in due gruppi ben distinti: i mineros ( trasferiti a Kami dalle campagne per lavorare all’estrazione di tungsteno e stagno) e i campesinos (dislocati  in piccole, poverissime, comunità isolate , coltivatori  con sistemi primitivi di  patate, orzo, avena e legumi, e allevatori di pecore e lama).

36063173 10215936571750655 6347891049930686464 nLa missione nacque nel 1977 quando  piccolo gruppo di missionari salesiani vi arrivò per avviare diversi progetti con l’aiuto delle persone del luogo e di tantissimi volontari.

Don Serafino Chiesa partì alla volta della missione di Kami,   il 2 gennaio 1985,  e appena arrivato si è tuffato anima e corpo nello sviluppo dei bisogni essenziali della popolazione, puntando su sanità ed educazione. Grazie all’aiuto dell’ONG italiana COOPI i salesiani hanno organizzato meglio l’assistenza sanitaria e parallelamente hanno   o rafforzato le scuole della zona combattendo una strenua lotta all’analfabetismo . Arrivato in una terra priva di strade, percorribile in gran parte a dorso di asino, Don Serafino fu tra i promotori di un forte impulso alle innovazioni e in particolare della realizzazione dell’acquedotto.

Don Serafino, dopo alcuni anni di missione,  decise di riattivare  un impianto idroelettrico abbandonato, per dare energia agli abitanti e alle attività di Kami e limitare l’uso degli onerosi generatori alimentati a gasolio. Il missionario  si è impegnato nella ricostruzione della centrale idroelettrica di Chinata, nata all’inizio del Novecento, in attività per oltre 70 anni e poi caduta in disuso e abbandonata per incuria. La centrale ha un salto di 163 metri e una portata di 2.800 litri / secondo, in grado di generare fino a 4 Megawatt.  Dopo  anni di lavoro duro   nel 2007, la centrale ha aperto i battenti e Kami  permettendo alla città di crescere   moltissimo, nonostante le mille difficoltà incontrare lungo il percorso. Il  progetto idroelettrico con la vendita della corrente generata dalle turbine idroelettriche,   finanzia  le molteplici attività di sviluppo della missione. Con l’aiuto di moltissimi volontari italiani, Chiesa e i salesiani di Kami hanno messo in funzione la produzione di 2 megawatt e ora lavorano  a un nuovo salto idroelettrico, per generare altri 4 megawatt. Quest’ultima opera permetterebbe di fare un ulteriore salto di qualità alla vita della comunità boliviana.    Il Progetto Scuola ha permesso invece di abbassare in pochi anni il tasso di analfabetismo infantile mentre il Progetto Internado ha puntato alla realizzazione di un convitto per ospitare studenti di famiglie di campesinos aventi una borsa di studio per merito. Gli attivissimi missionari, guidati da Don Serafino Chiesa, si sono impegnati anche nella costruzione strade sterrate e ponti di legno grazie all’acquisto di ruspe e camion e la creazione di una cooperativa per la manutenzione delle infrastrutture primarie. Infine hanno lavorato alacremente per permettere a  minatori e campesinos l’accesso alle vaccinazioni e alle cure mediche di base.

482246157 960714952836895 4010214633016012586 nDon Serafino non ha tralasciato  l’importanza della comunicazione e ha creato  Radio Don Bosco di Kami, garantendo una copertura giornalistica anche sugli avvenimenti locali. Con i corsi di formazione ha infine aiutato  la popolazione della missione a realizzare piccoli allevamenti di maiali di razza con conseguente produzione di    prosciutto serrano e salame chorizo lavorati in un centro di produzione e la vendita  in due catene di supermercati, a Cochabamba (655 mila abitanti) e La Paz (tre milioni).