Cardinal Di Nardo: dall’Abruzzo un cardinale italo-americano al secondo conclave

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dinardo75 anni e ancora attivissimo al  servizio del Texas. E’ un conclave colorato anche di “emigrazione” quello che porta per la seconda volta il nome di Daniel N. Di Nardo tra i massimi “principi” della chiesa, pronto a dare il suo contributo di riflessione e meditazione insieme agli altri 132 cardinali rinchiusi nella Cappella Sistina.

A Galveston e Houston, nomi affascinanti della frontiera americana, Daniele Di Nardo è  arrivato nel 2004, ultima tappa di un percorso ecclesiastico iniziato a Pittsburgh in  Pennsylvania e passato attraverso vari incarichi oscillanti tra gli Stati Uniti e l’Italia.

Daniel Di Nardo è nato in una città che vanta altri famosi Natali. Steubenville, Ohio, infatti  ha visto nascere anche Dean Martini ed entrambi vantano un’ascendenza abruzzese. Papà Nicholas era partito da Castelfrentano (Lanciano) e sposatosi con Jane Green (di origini danesi) divenne padre di Mary Anne, Margaret,  Thomas,   Daniel e   Margaret (gemella di Daniel). Daniel  nacque il 23 maggio del 1949 e  subito dopo seguì la famiglia nel trasferimento a Pittsburgh.

Il futuro cardinale Daniel, diplomatosi nella scuola  Sant’Anna di Castle Shannon nel 1963, scelse di seguire la propria vocazione nella  “Bishop Latin School”, una scuola gestita da gesuiti nella città di Pittsburgh.

Entrato nel  seminario di St. Paul della Duquesne University nel 1969 vinse una borsa di studio per i  corsi di Filosofia presso l’Università cattolica americana, laureandosi in seguito proprio in  questa materia. Proseguì i suoi studi teologici nel collegio Nordamericano di Roma e si  laureò successivamente nell’Università Gregoriana.

1699710789607“Non mi meraviglierei se un giorno diventasse il primo papa americano” – commentò all’epoca della sua nomina a cardinale   il presidente del Comites di Houston, prof. Nicola Perone, attivissimo organizzatore della  vita sociale italiana e conterraneo del  cardinale, sottolineando la grande energia spirituale del prelato.

“Dialogando con lui, la prima impressione che si riceve è quella di un religioso umile,  incurante del prestigio che gli deriva dalla sua carica, dinamico ed entusiasta della sua  terra d’origine.”

Daniel Di Nardo è stato ordinato sacerdote il 16 luglio del 1977 e la sua prima diocesi  risponde al nome di chiesa di S.Pio a Pittsburgh, chiesa nella quale assunse il ruolo di  parroco vicario. Nel 1981 è stato nominato assistente cancelliere della Diocesi di  Pittsburgh oltre che professore part-time del Seminario di St. Paul. Conobbe ufficialmente  Roma e il Vaticano nel 1984. Per sei anni ha infatti operato nella Congregazione per i  vescovi, prima di tornare negli Stati Uniti. Durante questi anni, Di Nardo ha avuto anche  l’incarico di direttore di Villa Stritch, la casa dei preti diocesani americani a Roma.  La nomina a vescovo è avvenuta nel 1997 a Sioux City nello Iowa. Nella città della tribù  simbolo dei Nativi americani, il prelato di origini italiane ha operato con grande energia fino  al 2004, anno in cui gli è stato chiesto di operare come coadiutore nella diocesi di  Galveston-Houston, un’area che conta 1 milione e mezzo di cattolici, grazie alla massiccia  immigrazione degli ultimi dieci anni.

La nomina di Segretario assistente per l’Educazione nella diocesi di Pittsburgh è  arrivata nel 1991, consentendo all’italo-americano di svolgere anche il ruolo di Co-amministratore della chiesa della Madonna del Castello a Swissvale.  Divenuto nel 1994, pastore della chiesa di San Paolo e San Giovanni di Franklin  Park e Marhalla Township (Pennsylvania). Nominato il 16 gennaio 2004   vescovo coadiutore di Galveston-Houston, il  29 dicembre dello stesso anno con l’elevazione della diocesi a sede metropolitana, è stato promosso arcivescovo coadiutore. Il 28 febbraio 2006, quando Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi presentata dall’arcivescovo Joseph A. Fiorenza, è succeduto per coadiuzione alla guida pastorale della comunità cattolica – composta da 1.300.000 fedeli – che vive sul territorio dell’arcidiocesi di Galveston-Houston.

Daniel Nicholas Di Nardo dal 2013 è Vice Presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti d’America e nell’ottobre 2015 Ha partecipato alla XIV Assemblea Generale Ordinaria sul tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo . Dal 15 novembre 2016 fino al 12 novembre 2019 è stato Presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America. Daniel Di Nardo per  anni  ha operato  incessantemente  in una diocesi che comprende dieci contee del Texas, con 5milioni e mezzo di abitanti di cui poco più di un milione battezzati. Dal giorno del suo insediamento la diocesi di Galveston-Houston ha visto aumentare il numero di cattolici praticanti, grazie all’azione di un religioso umile, incurante del prestigio che gli derivava dalla sua carica, dinamico e dotato di un’incredibile energia spirituale.

A gennaio del 2025 Papa Francesco I ha però accettato le dimissioni del prelato, sostituendolo con il cardinale Joe S. Vasquez di Austin.

Ora però la sua esperienza e la sua dedizione alla chiesa torneranno ancora una volta utili nei delicati giorni del suo secondo conclave.

 

 

 




La Triscele di Paraná

whatsapp image 2025 04 30 at 12.02.19

whatsapp image 2025 04 30 at 12.02.19Il nuovo presidente è Francisco Pedro Salamone, il vicepresidente è Marcela Raquel Gambaro
I segretari sono Melisa Solange Wilson e  Alejandra Petterin, i tesorieri sono   María Cristina Remedi Tommasino e Olga Gómez de Chicco. Gli altri membri del Comitato direttivo rispondono ai nomi di  José Osvaldo Prestifilippo, María del Pilar Ribulotta, Ramón Enrique Calí, Tamara Romano, Araceli Sciascia, Carmen Salamone, Sergio Ruíz, Gustavo Barbera, Renzo Salamone, Natalia Salamone, María de las Mercedes Raspini, María Eugenia Prestofelippo. I revisori dei conti sono Laura Gema Zaccagnini de Gambino, Luz Graciela Clementina Buscema e Leonardo Mulé.

Tutti eletti nel nuovo Direttivo tenutosi il 29 aprile 2025 e tutti uniti dallo stesso entusiasmo contagioso: quello che da tanti anni lega i soci della Familias Sicilianas de Paranà alla loro Sicilia.

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Nata nel 15 marzo del 1988,  l’ Asociación Cultural y Recreativa “Familias Sicilianas” de Paranà  ha creato negli anni il suo sito www.siciliaparana.blogspot.com e   un social network anche grazie all’entusiasmo di José Prestifilippo che ancora oggi gestisce la rete social.

“Paranà è situata nella parte nord-orientale del paese – spiega José Prestifilippo – e quasi il 90% degli emigrati siciliani (che rappresentano la maggioranza in questa città di più di un milione di abitanti) proviene da Leonforte (Enna). Delle 400 o 500 famiglie che arrivarono a Paranà tra Ottocento e Novecento  diversi arrivarono anche da Troina, Palermo, Siracusa, Messina, Catania, Rosolini, Assoro. Oggi i loro discendenti si contano tra i 50 e i 100 mila, in una nazione come l’Argentina che conta 28 milioni di abitanti di origine italiana e una percentuale del 25% proveniente dalla Trinacria”.

Insignito nel 2019 dalla della Universum Academy Swizerland  con il  Premio internazionale “Alexander 2019”, José Prestifilippo nato a Paranà è originario di Leoforte (Enna ) e fondatore del sito Eco Italiano, (www.ecoitaliano.com.ar). Da sempre attivissimo socio, collabora da anni insieme agli altri iscritti  al Progetto Sicilia nel Mondo e alla Settimana Siciliana.

“Il sodalizio  pubblica “Eco Siciliano”, una rivista periodica che esce  sia in versione online che in quella cartacea cartacea  e realizza un programma radiofonico con lo stesso nome (va in onda tutte le domenica dalle da 17 alle 18 ore italiane). Periodicamente facciamo corsi d’italiano, organizziamo eventi culturali come la nostra Settimana Siciliana a Paraná (questo solitamente si tiene nella primavera austral, tra settembre, ottobre e novembre) e siamo  in sintonia con altre associazioni italiane che operano in zona”.

 

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La Famiglia Siciliana di Paranà rappresenta un’altra delle innumerevoli realtà comunitarie vestite di tricolore. E poco importa se  nello stemma del sodalizio campeggiano i colori e  la Triscele  siciliani. Loro, gli attivissimi soci di Paranà si sentono innanzi tutto figli dell’Italia e nel nome dell’Italia  organizzano eventi e manifestazioni in questo angolo di Argentina eletto  capoluogo della Provincia di Entre Rios. Importante porto fluviale per il trasporto di cereali, bestiame, pesce e legname dalla regione circostante, Paranà, dopo essere stata per decenni la “otra banda del Paranà”, ovvero l’agglomerato sulla riva opposta di Santa Fè, nel 1730 ottenne la sua prima chiesa parrocchiale dalle autorità ecclesiastiche di Buenos Aires e con esso l’atto ufficiale di nascita della città.

“Oggi l’Associazione – spiega ancora Prestifilippo – conta poco meno di 200 membri  e capita a tante asociazioni italiane, anche la nostra ha dovuto affrontare il problema del ricambio generazionale. I giovani si sentono meno attaccati al loro paese d’origine ma per fortuna hanno voglia di collaborare e di riscoprire le loro radici. Oggi il loro numero si aggira sul  10 del totale degli iscritti”.




Paolo De Francesco, l’uomo dei legami italo-messicani

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1516621586978Da 30 anni infaticabile promotore della cultura, della lingua e della sapienza professionale italiana in Messico.

«La sua storia, le sue tradizioni familiari e il suo sforzo di valorizzare la cultura italiana e di emancipare i giovani e le comunità locali, sono uno straordinario esempio di dedizione e di servizio».

Era il 2008 quando l’allora vice presidente della Regione Abruzzo, Enrico Paolini, inviava un suo messaggio per complimentarsi con quanto fatto negli anni e incoraggiarlo per il futuro.

Paolo De Francesco, nato ad Atessa (Abruzzo), ha mantenuto fede a quell’invito e nel corso degli anni ha continuato nella sua missione: far conoscere l’Italia, la sua lingua e la sua cultura, alla comunità di Monterrey, città capitale (con i suoi oltre un milione e centomila abitanti) dello Stato del Nuovo Lèon, e soprattutto perno industriale di un Messico in grande ascesa economica.

« Arrivai in Messico – racconta il presidente della Dante Alighieri di Monterrey – all’età di 25 anni, dove ho lavorato in varie imprese messicane nel settore import-export per le imprese italiane. Ci tengo a precisare che sono un autodidatta nato. A me è sempre piaciuto imparare cose nuove e ascoltare le avventure di grandi personaggi. Ho curato il mio amore per la terra, specialmente quando ho avuto tra le mie mani un libro interessante intitolato ‘Atessa 1943’ dello scrittore Giovanni Finzi Contini».

hjQuell’avventura, iniziata nel 1985, dopo 40 anni si è trasformata in un vero e proprio successo, ottenuto con   tenacia e  professionalità e riconosciuta da tutta la comunità locale.  E nel 2025 coincide anche con i 30 anni di impegno con una realtà aziendale di primissima qualità: la SACMI, figlia di quella straordinaria fucina imprenditoriale emiliana-romagnola. La  Società Anonima Cooperativa Meccanici Imolesi, nata  il 2 dicembre 1919 (appena terminata la Prima Guerra Mondiale) grazie a  nove operai metalmeccanici imolesi rimasti disoccupati a seguito della chiusura di una piccola officina meccanica che produceva materiale bellico, oggi è un’azienda leader a livello internazionale nella produzione di macchine e impianti l’industria ceramica e nei settori ceramica, plastica, Food & Beverage, metalli, packaging e materiali avanzati, nota in tutto il mondo per la capacità di innovazione tecnologica e per la sua affidabilità. Dopo oltre 100 anni di attività oggi SACMI conta 70 società di produzione , distribuzione e servizio in 26 Paesi, con il  logo e il marchio SACMI  riconosciuto e tutelato  in più di 100 Paesi. A Monterrey  SACMI arrivò nel 1990 e 5 anni dopo nacque il programma di lingua e cultura italiana per i dipendenti della ditta messicana, programma nel quale fin dall’inizio ha creduto fortemente Paolo De Francesco.

«Ho sempre notato l’interesse da parte della azienda nel promuovere la cultura italiana. Trenta anni di insegnamento alla Sacmi per me sono stati  un’esperienza indimenticabile. Posso affermare senza ombra di dubbio che ho avuto il privilegio di formare i ragazzi e prepararli per affrontare l’esame di certificazione della Lingua Italiana PLIDA (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri),certificazione rilasciata dalla Società Dante Alighieri di Roma, riconosciuta dall’Università “La Sapienza” di Roma, dal Ministero degli Affari Esteri e dal Ministero della Ricerca e dell’Università».

Durante il “Fórum Internacional de Cultura” nella città di Monterrey  tenutosi nel 2007,  l’infaticabile frentano promosse una serie di conferenze sul tema “Come realizzare affari con l’Italia”, alle quali parteciparono direttori di aziende italiane. L’iniziativa ebbe come volano un   vivo interesse da parte degli studenti, i quali da allora incrementarono   lo studio della lingua italiana e la conoscenza del tessuto industriale italiano, produttore di tecnologia che in molti casi si rivelava superiore a quella americana, tedesca e giapponese. Nello stesso anno partì pertanto il progetto coordinato con  l’università del Tecnologico di Monterrey, per l’erogazione di borse di studio per la Formazione Professionale fra Università e Impresa.  I primi due studenti (uno di ingegneria meccatronica e l’altro di ingegneria chimica) fruitori di queste borse di studio poterono fare esperienza proprio nella  Sacmi a Imola.

«Sono orgoglioso di aver aperto una strada nelle relazioni tra università e imprese, con il primo   progetto di formazione professionale direttamente  in lingua italiana e in collaborazione con una ditta italiana. Questo progetto inoltre ha fatto da apripista nella storia degli scambi professionali fra l’università privata più grande del Messico e l’industria ceramica italiana. Gli studenti infatti , per poter accedere alla borsa di studio per andare in Italia, hanno dovuto frequentare il “corso di cultura aziendale” ideato, organizzato e promosso da parte mia nel Tecnologico di Monterrey. Durante questo corso, gli alunni hanno avuto modo di conoscere a fondo la realtà delle aziende italiane in Messico e gli accordi commerciali fra le ditte italiane e messicane. Si tratta pertanto di    un’esperienza unica per gli studenti poiché offre la possibilità di arricchire il proprio bagaglio culturale, imparando con lo stage tante cose sul metodo di lavoro, sulle relazioni sociali, sulla risoluzione dei problemi e sulle capacità decisionali decisioni. Tutto ciò si trasforma in abilità ben apprezzate dalle imprese con visione globale e aggiunge valore e competitività dentro la formazione accademica».

Vero e proprio baluardo della nostra italianità  un una metropoli  che non vantava certo una massiccia emigrazione tricolore ma che nel corso degli anni ha assunto una sua specifica connotazione nell’alveo delle comunità italiane all’estero, Paolo De Francesco nella sua esperienza trentennale Paolo De Francesco ha affrontato sfide continue,  dalle crisi economiche a quelle sociali, dal mondo della comunicazione via fax a quello via zoom, dagli uragani alle siccità, dall’influenza alla pandemia, mettendo sempre al centro  il lavoro, la passione e la perseveranza e legandosi in simbiosi all’attività parallela nella Dante Alighieri. Presidente della sede di Monterrey dal 2007, il tenace abruzzese guida ancora oggi la scuola italiana più importante del Nord del Messico promuovendo con orgoglio e   responsabilità   la lingua e la cultura italiana in terra azteca.

«Nella mia vita mancava qualcosa. Ero contento del mio lavoro, ma avevo in mente di fare qualcosa per l’Italia. Terminato il lavoro ho iniziato a frequentare i corsi per l’insegnamento della lingua italiana e, nel 1991, ho ricevuto un incarico di responsabile culturale dal Consolato d’Italia a Monterrey.  Da allora iniziò   un viaggio meraviglios , un lungo percorso di anni e di esperienze, durante il quale  ho appreso molto dagli studenti   e da un paese come il Messico cui sono sinceramente grato».

Tra le attività realizzate Dante Alighieri grazie all’instancabile attività di De Francesco, vanno ricordate   il Carnevale di Venezia, la Fondazione dell’AIPI (Asociación Internacional de Profesores de Italiano de Monterrey), la collaborazione con il Museo Metropolitano di Monterrey, La Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, l’esposizione pittorica delle maschere di Venezia, la conferenza “Abruzzo: terra di straordinaria bellezza” alla Fiera del Libro di Monterrey e tanti altri eventi.

«Ogni mese – spiega Paolo – leggo almeno due o tre articoli italiani ai miei alunni dell’Università tecnologica, soffermandomi ovviamente sugli aspetti e le tradizioni abruzzesi. Da molti anni porto avanti una ricerca sugli italiani e sui loro discendenti che sono arrivati all’inizio del 1900, e poi hanno trovato lavoro in varie regioni del Messico. tra i miei progetti futuri vi  è quello di costituire un’associazione per tutelare i loro diritti e per mantenere e rafforzare l’identità culturale d’origine».

Sposato con Myriam Claudette Martinez, il presidente della Dante Alighieri  vuole continuare a costruire quel ponte che ha già espresso molti successi professionali italiani in Messico ma  non ha mai dimenticato la propria regione, l’Abruzzo, caratterizzata da ben tre parchi naturalistici nazionali, un parco regionale e numerose aree verdi tutelate.

«Quando arrivai in Messico, l’emigrante non era ben visto.  Ho superato tutto questo grazie ai valori umani insegnatimi dai miei genitori. Ed è proprio questo che mi manca: il dolce profumo dei frutti della campagna, il panorama delle colline piene di vigneti, la vista della Maiella e dell’azzurro Adriatico. Gli splendidi sapori della cucina abruzzese. Ecco perché continuo a promuovere in Messico le tradizioni del mio Abruzzo ».

 

 




I fratelli Franco e Antonio Suraci: il successo in un sigaro

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unnamed“Ottima merce, ottimo servizio, profitto limitato”. Una risposta lapidaria accompagnava chiunque chiedesse informazioni ai fratelli Frank e Anthony circa il loro successo imprenditoriale. E nelle tre frasi in effetti, vi era tutta la saggezza e la perspicacia di chi vedeva nella propria attività il senso di un progetto di vita.

Le domande, sul loro successo imprenditoriale, arrivavano del resto frequenti. In un periodo nel quale tutti gli Stati Uniti erano stretti nella morsa della Grande Depressione, i sigari della ditta F.lli Suraci sembravano godere di una salute discreta, permettendo la sopravvivenza dei due titolari e delle famiglie dei loro operai. E quando la concorrenza, negli anni, si fece serrata e massiccia, la ditta resse tranquilla il timone dei suoi profitti, che durante la lunga vita, non schizzarono mai alle stelle, mantenendo sempre un profilo basso.

Frank e Anthony non si lamentarono mai per non essere nel Guinness dei primati dell’imprenditoria americana. Si mantennero sempre fedeli alla loro linea guida ed entrarono nella storia dell’industria.

imagesErano arrivati nel porto di New York nel 1913, Francesco e Antonio Suraci. Dall’Italia portarono con se qualche risparmio e la conoscenza di come si producesse il sigaro. E proprio su questo prodotto puntarono per il loro cammino imprenditoriale. Avevano lavorato fianco a fianco per otto anni nel settore della produzione di sigari e sempre fianco a fianco deciso di trapiantare la loro “arte” sul mercato americano, certamente più incline a consumare questo particolare prodotto, anche in virtù di una popolazione di ceto medio ben più numerosa rispetto al paese natale. iniziarono con soli 250 dollari, i due fratelli italiani e con la forza di volontà diedero avvio a una piccola impresa artigianale di manifattura tabaccaria, vestendo contemporaneamente i panni di imprenditori e di operai. Ma non erano tipi da scoraggiarsi, i fratelli Suraci. Credevano fermamente nel loro prodotto e con le proprie gambe iniziarono a penetrare il mercato americano partendo dalla piccola azienda di New York. Per cinque anni fecero gavetta in tutti i sensi, trasformando la piccola manifattura in una azienda fiorente e capace di produrre 25000 sigari al giorno.

cigars parodi cigars 5c82ed64341468.23685007L’esperienza delle armi mutò temporaneamente la direzione delle loro speranze. Richiamati a prestare servizio militari, onorarono il paese che li aveva accolti con grande serietà ottenendo una menzione d’onore nel loro congedo dall’Esercito degli Stati Uniti. Tornati nella loro fabbrica iniziarono di nuovo da capo, per recuperare il forzato “fermo per guerra”. Per tutti ormai erano Frank e Anthony e per tutti rappresentavano un’unica entità, capace di produrre sigari di ottima qualità per il mercato americano. Ma non sarebbero usciti dall’alveo della piccola industria manifatturiera di nicchia, senza il contemporaneo declino di un marchio d’elite dei sigari italiani in America. Fu infatti Erminio Parodi a cambiare il loro destino di imprenditori di successo. Quest’ultimo aveva fondato nel 1915, approfittando anche della momentanea assenza di altri imprenditori richiamati alle Armi, la Parodi Erminio Impasting Company. Il suo capitale iniziale era di 500 dollari e il marchio dei sigari Parodi si era guadagnato subito il favore del mercato. Il successo della Parodi durò fino al 1921 per poi iniziare un lento ma inesorabile declino culminato nel 1928 con la liquidazione a poche centinaia di dollari della ditta. Furono proprio Frank e Anthony ad acquistare ciò che restava della fugace “star” delle manifatture americane. Ben poco in realtà: il marchio “Parodi” e un piccolo stock di merce, tenuto in magazzino senza troppi accorgimenti. Ma rilevando la Parodi, i fratelli Suraci acquisirono soprattutto un “nome” e un’abitudine: quella di molti clienti che apprezzavano il prodotto dell’azienda fallita. Era un “capitale umano” da gestire con la massima sagacia e in tale direzione mossero i fratelli, decidendo di mantenere inalterata la denominazione Parodi e di tenere sul mercato il residuo prodotto fabbricato dal fondatore dell’azienda. Giocarono sapientemente le loro carte, sostituendo gradatamente il prodotto d’origine con i sigari di loro produzione, dando così tempo alla clientela di abituarsi ai nuovi gusti. Fu la mossa giusta, che valse loro il grande balzo nell’imprenditoria.

images(1)Nonostante il terribile periodo conseguente il crollo finanziario a Wall Street, la “Parodi cigar’s” mantenne la propria produzione, pur riducendo a zero i propri profitti. In quegli anni i produrre sigari italiani non era certamente la miglior scelta per un mercato che era stato letteralmente spazzato via dagli effetti disastrosi della Grande Depressione. Ma i fratelli Suraci continuarono nel loro cammino di piccoli passi. Non si persero d’animo e alla loro fabbrica di Scranton aggiunsero quella di Jersey City, adoperandosi per trovare nuove soluzioni che potessero invogliare all’acquisto dei loro prodotti. La chiave di volta arrivò proprio dall’idea di mettere in commercio una confezione di due sigari, avvolti in carta da cellophane, al prezzo di 5 centesimi di dollaro il pezzo. Fu una mossa azzeccata. Il rivoluzionario metodo di confezionamento fece risparmiare materiale di imballaggio e introdusse sul mercato una nuova “idea” del sigaro, scompaginando l’agguerrita concorrenza di altre manifatture. La Parodi divenendo l’emblema della perfezione e i sigari con questo marchio rappresentavano una vera e propria garanzia per la clientela e per le banche chiamate a finanziare nuovi investimenti.

Poco dopo questa scelta produttiva, i fratelli Suraci giocarono anche un’altra carta per conquistare il mercato. Misero infatti in commercio un particolare tipo di sigaro italiano, conosciuto come “Tripoli” e il successo del nuovo prodotto fu esaltante, tanto da meritare la medaglia d’oro alla Paris Exposition. I fratelli Suraci avevano vinto la loro scommessa dimostrando che fabbricare sigari era una vera e propria arte, che loro conoscevano alla perfezione.

84230242598d7b33ff6bf899566a5d6eIl successo della Parodi non cambiò la vita a Frank e ad Anthony. I due vissero tranquillissime vite familiari, lontano dai clamori delle feste mondane.  La loro passione per il lavoro e la loro linea di condotta imprenditoriale valsero all’azienda una lunga sopravvivenza, laddove tante altre manifatture di qualità dovettero chiudere i battenti. Una di queste aziende rinomate era la “De Nobili Cigar Company” fondata a Long Island nel 1906 dal marchese Prospero De Nobili, e vera e propria “leader” dell’industria del tabacco. Il declino della ditta arrivò anche per i rivoluzionari cambiamenti introdotti nella produzione dai fratelli Suraci che negli anni Cinquanta vennero scelti per salvarla dalla liquidazione.

Con l’acquisizione del marchio “De Nobili” i tenaci fratelli completarono il loro successo, consegnando alla storia un modello di lungimiranza e di inventiva che ancora oggi suscita rispetto. I Suraci diedero vita alla più vasta manifattura degli Stati Uniti e diedero lavoro a quasi mille operai, tra donne e uomini. Trasformando il loro unico vizio (per il fumo del sigaro)  in un successo professionale.




Canada. Luigi Di Tullio, Executive Ambassador Castello di Gabbiano (winery) & Assaggiatore ONAV

di tullio

di tullioLe persone molte volte dicono : “Come è piccolo il mondo”, io mi sono ritrovato a dire la stessa cosa qualche giorno fa, conosco Luigi da molti anni perché è nel settore vinicolo, così ho pensato di presentare ONAV di cui sono Delegato per il Canada, e a mia grande sorpresa mi sono sentito rispondere che anche Lui era membro ONAV. Il Canada è una nazione grandissima ed è molto dispersiva, quindi difficile individuare membri ONAV, solo la casualità ci permette di incontrare colleghi di ONAV. Il nostro obiettivo è quello di divulgare l’assaggio tecnico del vino e del bere moderato, e naturalmente cercare membri ONAV su questo immenso territorio.

-Luigi, da quanto tempo sei in Canada e da quanto tempo ti occupi di vino

Sono  nello specifico  a Vancouver dal 2016, quindi quasi 9 anni ormai; ma la mia esperienza con il Canada inizia già nel 2001 quando mi sono trasferito a Montreal per la prima volta. Nel 2009 sono rientrato in patria per poi nel 2016 decidiamo di trasferirci nella splendida provincia del British Columbia.

La mia esperienza nel vino inizia con il mio privo lavoro da cameriere in un rinomato ristorante sul mare della mia città in Puglia. Lì muovo i primi passi verso una dimensione vinicola italiana meno regionale; più ampia. Dopodiché, trasferitomi a Montreal; trovo lavoro in un iconico ristorante Italiano chiamato Boccalini dove incontro un’agente di vini italiani in Quebec: Italvine che mi offre un lavoro come rappresentante.

Qui comincia la mia avventura come venditore. Dopo essere ritornato in Italia e lavorato in diversi settori dell’import-export, nel 2014 ho avuto l’opportunità di collaborare con un’azienda storica pugliese chiamata Rivera dove mi occupavo di Marketing e Export.

Dal 2016, arrivato a Vancover, ho lavorato come Account Manager per Stile Brands; agenzia con un ottima presenza di alcune delle piu prestigiose cantine italiane ma anche una buona rappresentazione internazionale sia per quanto riguarda vini che liquori e birre.

Da Marzo 2025 la mia ultima avventura come Brand Executive Ambassador per Castello di Gabbiano; storica cantina centenaria in Chianti Classico.

-Luigi perché hai scelto un corso ONAV

Mi sembrava più adatto alle mie necessità. Lavorando in cantina ritenevo importante imparare a degustare un vino in modo tecnico, quasi scientifico oltre che comprendere tutte le fasi di produzione, invecchiamento e conservazione dello stesso.

-Luigi la figura dell’assaggiatore e del sommelier sembrano conflittuali ma in realta sono complementari, che messaggio potresti dare alle persone(aziende vinicole incluse) circa l’importanza di questa figura che è assolutamente sconosciuta.

Mentre il sommelier è improntato verso un approccio comunicativo e commerciale, l’assaggiatore ONAV concentra la propria attenzione sull'analisi oggettiva del vino, collaborando spesso con aziende vinicole o laboratori di analisi. Valuta il vino da un punto di vista organolettico: profumo, sapore, consistenza e retrogusto. La singergia tra i due può portare dei grandi vantaggi.

-Luigi cosa ti ha spinto a scegliere Castel di Gabbiano, quali sono i tuoi obiettivi e naturalmente perché scegliere questi vini.

Castello di Gabbiano ha una storia centennale, è un onore per me poter essere ambasciatore di una cantina così importante che produce uno dei vini più iconici e importanti del panorama enologico Italiano. Chianti vuol dire tante cose ma negli ultimi anni è stata fatto grande lavoro per educare il consumatore circa le varie sfaccettature, eccelenze e territori della vasta area di produzione. Il mio obiettivo e’ promuovere la regione del Chianti Classico, rivalutare questa piccola regione tra Firenze e Siena che offre un’ampia scelta di vini perfetti per ogni occasione a dei prezzi veramente competitivi. Chianti Classico: fresco, profumato, sempre pronto ad accompagnare qualsiasi tipo di pietanza.

Chianti Classico Riserva: una versione leggermente invecchiata in botti grandi; piu’ calda, matura, ottima per chi ha voglia di un prodotto piu’ complesso.

Chianti Classico Gran Selezione: la massima espressione del Sangiovese coltivato in collina. Eleganza, struttura, complessità. Un vino da bere subito se accompagnato da pasti importanti oppure da lasciar riposare per qualche anno affinché’ i sentori terziari possano dare al vino un carattere più nobile.

Infine non disdegnerei anche un tipico Rosso Toscana “SuperTuscan” a base Sangiovese per chi ricerca una dimensione più internazionale.

-Luigi pensi che in Canada una collaborazione Tra ONAV ed una azienda vinicola possa dare benefici per entrambi

Indubbiamente le collaborazioni a scopo educativo e di supporto sono indispensabili per qualsiasi tipo di azienda. ONAV può sicuramente essere un riferimento per chiunque lavori nel mondo del vino sia come risorsa interna che operatore del settore.

Persone come Luigi sono il cardine per un settore divulgativo e spero possa mettere a dispozione di ONAV Canada la sua esperienza.




È morta Suor Paola, volto della tv e grande tifosa della Lazio

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suor paolaÈ morta a Roma, all’età di 77 anni, Suor Paola personaggio molto conosciuto in ambito televisivo e grande tifosa della Lazio. Malata da tempo, si è spenta nel convento appartenente alla congregazione delle Suore Scolastiche francescane di Cristo Re.

All’anagrafe Rita D’Auria, la religiosa si è fatta conoscere negli anni anche grazie alle sue partecipazioni televisive in trasmissioni come ‘Quelli che il calcio’. Nel corso della sua vita, ha sostenuto attività benefiche e religiose rivolte soprattutto ai giovani in difficoltà e ai detenuti, attraverso l’associazione So.Spe.

IL COMUNICATO DELLA S.S LAZIO

A Suor Paola è dedicato anche un messaggio di cordoglio della S.S Lazio pubblicato sul sito della squadra: “La S.S. Lazio e il Presidente Claudio Lotito desiderano esprimere il proprio cordoglio e la propria commozione per la scomparsa di Suor Paola, figura amatissima da tutti i tifosi biancocelesti e dall’intera comunità romana. Suor Paola è stata un faro di speranza e generosità, un esempio straordinario di umanità e dedizione nei confronti di chiunque avesse bisogno di aiuto o conforto. Con il suo sorriso e la sua disponibilità costanti, ha incarnato i valori della solidarietà e dell’accoglienza, rendendosi punto di riferimento per migliaia di persone. Il Presidente e tutta la Società si uniscono al dolore della comunità religiosa e di quanti hanno voluto bene a Suor Paola, ricordandone con sincera gratitudine la sua missione di amore verso il prossimo. Il vuoto che lascia nei nostri cuori è immenso, ma la sua eredità di fede e benevolenza continuerà a ispirarci e a guidarci”.

“In questo momento di grande tristezza – dichiara il Presidente Claudio Lotito – sento il dovere di esprimere la mia più profonda riconoscenza verso Suor Paola per l’esempio di amore, sacrificio e passione che ha incarnato quotidianamente. Conserverò sempre il ricordo delle sue parole e del suo sorriso, capaci di scaldare il cuore di tutti e di infondere speranza anche nelle sfide più difficili. Suor Paola ci lascia un’eredità preziosa: la certezza che l’altruismo e la solidarietà siano la forza più grande che possiamo donare al prossimo.”

In questo momento di profondo cordoglio, a nome di tutti i dirigenti, i calciatori, i collaboratori e i tifosi laziali, porgiamo le nostre più sentite condoglianze. Il calore e l’esempio di Suor Paola resteranno per sempre parte della grande famiglia biancoceleste.

BOSCHI (IV): ERA INNO ALLA VITA, PORTARE AVANTI SUOI PROGETTI

“Qualche ora fa mi hanno chiamato per dirmi che Suor Paola era tornata alla Casa del Padre. Da qualche mese non stava bene, ma con la sua famiglia della So.Spe continuavamo a sperare che presto sarebbe tornata a casa dai suoi ragazzi. Con Suor Paola abbiamo lavorato a tanti progetti in questi anni per le donne in carcere, le famiglie più povere, le mamme sole e in difficoltà e tanti bambini e ragazzi che sono passati dalla sua scuola o dalla casa della So.Spe”. Lo scrive in un post su Facebook la presidente dei deputati di Italia Viva Maria Elena Boschi “Suor Paola aveva una energia travolgente e non aveva peli sulla lingua – sottolinea – come ha mostrato anche dal palco della Leopolda. Era una donna intelligente e pratica, piena di idee, ma prima di tutto una donna di fede. Ha trascorso la sua vita prendendosi cura degli altri con grande goia e allegria. Lei sorrideva tutta: era un inno alla vita. È stata il riferimento, la roccia e la mamma per decine di ragazzi”. “Per me, è stata soprattutto un’amica a cui ho voluto bene. Si preoccupava se mi chiamava e non rispondevo subito, se non mangiavo, se le sembravo troppo stanca. Quasi come una nonna. A lei nessuno sapeva dire di no, era la sua forza. Mi mancherà e mancherà a chiunque l’abbia conosciuta. Cercheremo di fare tesoro di quello che ci ha insegnato e il modo migliore per far vivere la sua memoria sarà portare avanti i suoi progetti, soprattutto per i suoi ragazzi”, conclude.

FABIO FAZIO: GRAZIE PER L’AFFETTO CHE MI HAI SEMPRE DATO

Agenzia DIRE – www.dire.it




Lutto a Napoli per la scomparsa di Nennella, della storica trattoria

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d5d5db10 0554 4c8e 9fc6 a74356160a20Ci ha lasciato Nennella, 86 anni, una vita trascorsa, con passione e sacrificio, in cucina, guardando ogni giorno i clienti avvicendarsi per un piatto di pasta o un secondo, nella sua trattoria tra i vicoli storici di Napoli. I fornelli erano la sua casa sin dall’infanzia, così come i Quartieri Spagnoli che l’avevano vista crescere e consegnata alla celebrità.

La storia di Concetta Cocozza assomiglia a quella della “donna Cuncetta” cantata da Pino Daniele ed il suo locale nei Quartieri Spagnoli, con il suo soprannome nell’insegna, è stata per decenni una tra le più conosciute a Napoli, meta di migliaia di habitué, turisti, studenti ma non solo, che si recavano lì per gustare un’imperdibile pasta patate e provola ma anche per assistere al caratteristico e folkloristico teatrino quotidianamente messo in scena dai camerieri.

Concetta Cocozza, da tutti conosciuta come “Nennella”, è stata la vera e propria signora della cucina napoletana. Partendo dalla piccola storica pizzeria dei Quartieri dove lavorava sin dalla fanciullezza (di qui il soprannome, dovuto alla sua giovane età) ha fatto da mentore e guida a figli e nipoti che oggi, seguendo la tradizione della famiglia, gestiscono numerosi locali, non solo a Napoli, nella nuova sede di piazza Carità, ma anche a Malta e Milano.

d86afa61 c34f 488e bde1 cb40517967b8“Oggi – è il messaggio che i suoi eredi hanno affidato ai social – viene a mancare la storia di Napoli e noi lo urliamo con orgoglio perché tu mamma hai fatto tanto per questa città e noi non possiamo fare altro che portare avanti i tuoi insegnamenti e la tradizione di famiglia”.

I funerali di “Nennella” si sono celebrati oggi nella chiesa di Santa Maria della Mercede in piazza Montecalvario a Napoli. In segno di lutto per la scomparsa di Concetta ci sarà silenzio ai Quartieri: niente musica né la solita “ammuina” del weekend, solo silenzio e tristezza per un altro pezzo di Napoli che se ne va.

 

 

 




Omar Sivori, el pibe del tunnel

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sito hero sivori10 milioni di pesos. 190 milioni di lire. Tanto costò alla Juventus il cartellino di Omar Sivori, acquistato dal River Plate per strapparlo alla concorrenza dell’Inter. 10 milioi di pesos. Tanti soldi per una società, il River Plate, nata nel quartiere italiano della Boca di Buenos Aires, e diventata peri suoi tifosi la squadra dei “Milionarios”. Con i soldi ottenuti dalla cessione di Sivori, il club ampliò il suo stadio Monumental e si dedicò a coltivare nuovi talenti, dopo aver venduto all’Inter anche Antonio Valentin Angelillo e al Bologna Humberto Dionisio Maschio.

Si potrebbe riassumere in questo fatto di cronaca sportiva tutta l’importanza di un giocatore “italico” che ha lasciato anzitempo la vita terrena, dopo una breve quanto devastante malattia. Omar Sivori appartiene in effetti a una pagina dello sport che sembra molto lontana dai canoni delle nostre domeniche sportive. Lo chiamavano “Angelo dalla faccia sporca”, appellativo dato a tutto il trio d’attacco della nazionale Argentina (con Angelillo e Maschio) ma incollato a Sivori come un’etichetta doc. Perché lui era il vero genio e sregolatezza di un universo calcistico che amava fuggire dai ritiri per passare le notti nei bar, ma che sapeva farsi perdonare gli eccessi con giocate di rara bellezza. Con Omar Sivori si chiude un capitolo della storia del calcio nel quale la televisione contava poco e le cronache fotografiche ed evocative accendevano la fantasia dei tifosi.

8e5c08df1293f996a1a981322f166e3fDefinito da molti critici argentini più grande di Maradona, Omar Sivori venne paragonato al “gatto” per distinguerlo dalla “volpe” brasiliana José Altafini in un campionato italiano segnato da nomi illustri che avrebbero vestito anche l’azzurro della nazionale italiana. Pronipote di un italiano emigrante partito da Cava de Tirreni, Omar Sivori nacque nella città di San Nicolas nel 1935, a soli 17 anni, esordì nel massimo campionato argentino con la maglia bianco rossa del River Plate. Era il 1954 e in tre anni vinse tre campionati divenendo il leader della squadra. Irriverente, provocatore, imprevedibile, Sivori nel River non ebbe un ruolo preciso ma con Angelillo e Maschio venne trapiantato in nazionale e contribuì a vincere la Coppa America del 1957: i tre segnarono 20 delle 25 reti complessive dell’Argentina.

Acquistato nello stesso anno dalla Juve – che lo strappò all’Inter – Sivori entrò a far parte di un altro attacco da leggenda: in bianconero si affiancò a Giampiero Boniperti e a Hohn Charles, un trio indissolubile, in campo e fuori. In otto anni trascorsi a Torino, Sivori conquistò tre campionati e due Coppe Italia.

101531725 4a30c89d ee55 4515 9515 de5ffe43598fConsacrato Pallone d’Oro nel 1961 (secondo giocatore argentino a vincere il prestigioso riconoscimento dopo Alfredo Di Stefano, leggenda del Real Madrid) divenne il “re del tunnel” ma non trovò altrettanta fortuna nelle competizioni europee. Leggendaria però è rimasta la sua prestazione nella triplice sfida con il grande Real, nei quarti di finale della Coppa Campioni del 1961-62. Sua fu la rete dello storico successo juventino a Madrid il 21 febbraio del 1962, sua anche la rete nella “bella” disputata a Parigi, nonostante l’eliminazione dalla competizione; suoi soprattutto i funambolici numeri contro avversari in costante affanno e costretti al fallo. Ma non era tipo da farsi soggiogare, Omar, dai calci e dalle botte. Anzi. Il clima di battaglia lo esaltava e il suo carattere era tutto in quei “calzettoni sempre abbassati” a dimostrare di non temere scontri. In 11 anni di carriera italiana collezionò (oltre alle 146 reti in 278 presenze) 33 giornate di squalifica per il suo carattere “caliente”. Ma conquistò anche il cuore di tutti gli italiani.

Nel 1966, dopo una lunga squalifica, si trasferì al Napoli, nel quale fece coppia con l’oriundo brasiliano Josè Altafini. “Siamo stati acquistati tutti e due dal Napoli – ricorderà Altafini, oggi commentatore sportivo -, che era stato appena promosso in Serie A. Entrambi eravamo reduci da una stagione difficile, io al Milan e lui alla Juventus. Decidemmo allora di fare un patto d’onore per riscattarci e per evitare che la squadra retrocedesse, obiettivo che a fine stagione riuscimmo a centrare”.

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Il caloroso pubblico partenopeo tributò a Sivori un vero e proprio trionfo, eleggendolo a proprio idolo e aiutandolo a chiudere in bellezza una carriera straordinaria, che si tinse anche dei colori della Nazionale. Entrato nel team azzurro grazie a un complicato puzzle genealogico che gli valse la doppia cittadinanza , il talento argentino segnò nove reti ma non poté bissare i successi conquistati con l’Argentina e non riuscì a elevare le quotazioni di una nazionale in debito di credibilità.

“Nel 1958 – ricorderà a tal proposito Angelillo – io, Sivori e Maschio non potemmo partecipare ai Campionati Mondiali perchè chi giocava all’estero non veniva più convocato dalla Nazionale del nostro Paese. In quel contesto l’Italia ci ha voluti nella Nazionale maggiore fino alla partecipazione ai Mondiali del 1962. Indossare la maglia italiana è stato per noi un onore”.

Tornato in Argentina, Sivori iniziò la carriera di allenatore dal River Plate. Rosario Central, Estudiantes, Racing Club Avellaneda e e Velez Sarsfield, furono le tappe della sua carriera da allenatore fino a diventare commissario tecnico della Nazionale argentina ai Mondiali tedeschi del 1974.

Un amore profondo legò Sivori a San Nicolas e al calcio, fino all’ultimo. Nelle sue ultime disposizioni, Omar ha infatti chiesto ai club di non osservare un minuto di silenzio.

“Il calcio è una festa e deve rimanere tale ! ” .

Era la sua convinzione, fino all’ultimo respiro.

 




L’uomo del western: la fantastica vita di Charles Siringo

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imagesMatagorda County è poco conosciuta nello stesso stato del Texas ed è facile intuire che pochi dei suoi abitanti ricordano di essere concittadini di un vero fenomeno di marketing dell’Ottocento. Situata in una umida risacca tra laguna e il mare del Golfo del Messico, la cittadina vive ancora oggi la sua vita sonnecchiosa da provincia americana, tra tradizioni anglosassoni (football e baseball) e usanze ispano-americane felicemente dimentica di aver dato i natali a Charlie Angelo Siringo. Eppure è proprio in questo remoto e noioso angolo degli Stati Uniti che venne al mondo una delle personalità più interessanti del variegato universo italoamericano, destinato a riempire le cronache letterarie e quelle mondane, oltre ad apparire spesso nelle cronache nere e giudiziarie. Angelo Siringo nacque il 7 febbraio del 1855, figlio di Antonio, un siciliano approdato come tanti altri sulle coste della futura Confederazione degli Stati Uniti, e di Bridget White, un’irlandese spinta dalla sete di un futuro vivibile.

71 05ez1hxl. sl1360 Gli anni della guerra civile dovevano ancora arrivare ma l’infanzia di Carlo Angelo fu comunque tempestata dagli influssi  politici che agitavano la vita degli stati recalcitranti ai dettami dell’Unione. Il padre morì pochi anni dopo la sua nascita costringendolo a crescere in una condizione di selvaggia indipendenza. Fu una scuola  durissima, quella vissuta dal piccolo Charlie Angel. Adottato temporaneamente dalla famiglia Myers di St.Louis per l’avviamento agli studi, il ragazzo dimostrò la sua indole ribelle preferendo le risse alla grammatica e la confusione alla tranquillità letteraria. Il piccolo Siringo imparò l’arte della spacconeria e in tempi di guerra divenne una vera e propria mascotte del credo sudista. Intriso della spavalda ironia texana, il giovane capì ben presto di non essere tagliato per i lavori di concetto. Preferì quindi cercare lavoro in un campo che gli permetteva di continuare a vivere in modo semiselvatico e si fece assumere prima per Joseph Yeamans, W. B. Grimes e poi nel Rancho Grande di Jonathan E. and Abel H. (Shanghai) Pierce. Imparò in fretta tutte le astuzie del cowboy e nel 1876 percorse per la prima volta il famoso “Chrisholm Trail”  insieme alle mandrie di celebri “longhorns” texane, per condurrle da Austin a Kansas City. Passò i suoi anni giovanili a cavallo di focosi mustangs e si mosse alternativamente tra il Kansas e il Texas Panhandle, al sevizio di George W.Littlefield e David T. Beals. Chiamato a collaborare alla costruzione del ranch “LX”, Siringo visse in prima persona l’epoca d’oro della frontiera americana e dovette ingaggiare anche degli scontri a fuoco con Billy the Kid e la sua banda di razziatori e rapinatori. Grazie alla conoscenza dello stesso egli partecipò direttamente alla caccia del famoso bandito e cavalcò con i pistoleri ingaggiati per catturarlo fino al Nuovo Messico per poi assistere alla inevitabile fine della caccia all’uomo. La somma di queste esperienze trasformò Charlie Angelo in un vero “duro” ma la sua scorza venne scalfita nel  1884 da Marnie Lloyd. La ragazza cambiò in parte la vita dell’italoamericano. Siringo si trasferì infatti con a Caldwell in Kansas per trasformarsi in commerciante e sposare la propria amata. Divenuto padre di una bambina e rimasto vedovo dopo soli sei anni di matrimonio, Charles Siringo decise nel frattempo di sfruttare a sua favore l’esperienza in prima persona del West e diede alle stampe “A Texas Cowboy, or Fiftheen Years on the Hurricane Deck of a Spanish Pony. Il volumetto, sul cui frontespizio venne platealmente precisata la venialità dell’impresa letteraria, venne distribuito dallo stesso autore ai viaggiatori che sedevano nelle carrozze in partenza verso l’Ovest e divenne una vera e propria pietra miliare dei romanzi d’intrattenimento. Senza volerlo, e per pura necessità economica, il cowboy ottenne successo proprio grazie a quelle parole che non volle imparare a domare durante gli anni di scuola, divenendo il capostipite del genere “western” che tanto successo avrebbe avuto tra generazioni di lettori e spettatori di cinema e televisione.

bll0587432136 00831L’ideale avventuroso non permise comunque all’ormai affermato scrittore di genere di proseguire una vita più tranquilla. Mosso da irrefrenabile voglia di avventura, Siringo accettò di lavorare per la Pinkerton’s National Detective Agency. Divenne in sostanza un cacciatore di taglie e vestì effettivamente gli stessi panni di Wyatt Earp, John Wesley Hardin, Wild Bill Hickok e Pat Garrett, eroi glorificati dall’epopea western. Per la celebre agenzia di investigazioni, Charles Siringo cavalcò instancabilmente per ventidue anni, muovendo la propria cavalcatura nelle erbose praterie del Kansas o nelle aride vallate del Nuovo Messico, spostandosi dal selvaggio Alaska alle aree urbanizzate della costa californiana. Ma nonostante fosse il segugio al servizio della legge, il cowboy non rinunciò mai totalmente al proprio spirito indipendente e sostanzialmente anarchico. Si batté apertamente per la causa anarchica nell’Haymarket trial e partecipò in prima persona agli scioperi dei minatori dell’ Coeur d’Alene. Ma la vicinanza alla causa dei minatori non lo fermò dall’inseguire e catturare Big Bill Haywood, segretario della Federazione occidentale dei minatori, macchiatosi dell’omicidio (si trattò di un vero e proprio attentato alla dinamite) del governatore dell’Idaho Frank Steunenburg. Apprezzato per il suo equilibrio (raramente usò le armi per catturare i ricercati) Siringo trovò nel 1893 una nuova occasione sentimentale per lui e la sua piccola figlia di cinque anni e si unì in matrimonio con Lillie Thomas, una donna di Denver. Fu soltanto un’illusione. Dopo tre soli anni la coppia divorziò e l’italoamericano tentò altri due matrimoni senza poter trovare la propria tranquillità.

Nel 1907, dopo una vita  professionale carica di onori, Siringo accettò di ritirarsi a vita privata e pensò di dare finalmente seguito al suo primo romanzo lavorando sulla stesura di un libro dedicato alla sua vita nell’ agenzia investigativa. Nel 1912 diede alle stampe “ A Cowboy Detective”, un libro intriso di resoconti imbarazzanti per l’agenzia investigativa (dalle partecipazioni a oscure congiure ai lavori sporchi compiuti nel nome di una supposta legge). Avversato aspramente dai suoi datori di lavoro, il libro venne fatto sparire dalla circolazione editoriale, sottraendo un sicuro successo all’avventuroso cowboy siciliano. Siringo non si arrese allo strapotere della lobby e nel 1915 pubblicò in forma anonima ”Two Evil Isms, Pinkertonism and Anarchism” , inserendovi tutte le parti soppresse dal secondo volume perché giudicate lesive della reputazione della Pinkerton. Ricercato per reati di diffamazione, Siringo si trovò a vivere in prima persona la vita di braccato.

a1rbohwwzrl. uf1000,1000 ql80 Stabilitosi a Santa Fe dovette infatti fare appello all’amico e governatore del Nuovo Messico William C. Mc Donald per evitare l’estradizione e il carcere a Chicago. Stancatosi della apparente vita sedentaria, Siringo accettò negli stessi anni di riprendere la vita avventurosa e venne assunto nei New Mexico Ranger. Parallelamente pubblicò anche “A Lone Star Cowboy” (1919) e una piccola raccolta di ballate dal titolo “The Song Companion of a Lone Star Cowboy”. Grande successo riscosse il suo libro “History of Billy the Kid”, pubblicato nel 1920, e altrettanto fece la raccolta dei suoi migliori racconti riunita nel titolo “Riata and Spurs”, che chiamò di nuovo in causa la censura della Pinkerton.

Divenuta vera e propria stella del campo editoriale, Charles Angelo Siringo stava per pubblicare un ulteriore volume dal titolo “Bad Men of the West”, quando la morte fermò la sua instancabile energia. Era il 1928. Dopo aver vissuto anche a Rosswell, Charles Siringo si era trasferito a Hollywood, per terminare la sua vita in una città che da lì a qualche anno ne avrebbe glorificato la figura romantica.

Aveva toccato tutte le tappe di un’epopea fantastica e regalato alla letteratura popolare il grande sogno della Frontiera.




Frank Rainieri: l’italiano che ha trasformato il turismo nella Repubblica Dominicana

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imagesLa Repubblica Dominicana deve gran parte del suo sviluppo turistico a Frank Rainieri, imprenditore di origini italiane. Nato a Puerto Plata nel 1944 da una famiglia di immigrati italiani, Rainieri ha rivoluzionato l’industria turistica del paese, trasformando una zona isolata in una delle mete più ambite dei Caraibi.

Nel 1969 Rainieri acquisì una vasta area di terreno nella regione orientale della Repubblica Dominicana. Nonostante le sfide iniziali, nel 1971 inaugurò il Punta Cana Club, un piccolo hotel con 40 camere. Questo fu solo l’inizio di una serie di progetti ambiziosi che avrebbero portato alla creazione del Puntacana Resort & Club e, successivamente, all’apertura dell’Aeroporto Internazionale di Punta Cana nel 1984, il primo aeroporto internazionale privato al mondo.

Oggi, Punta Cana è sinonimo di paradiso tropicale, attirando milioni di turisti ogni anno. Il successo di Rainieri non si limita all’ospitalità: ha promosso iniziative ecologiche e sostenibili, integrando lo sviluppo turistico con la conservazione dell’ambiente locale. Nel 2024, l’Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Dominicana, Stefano Queirolo Palmas, gli ha conferito l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella della Repubblica Italiana, riconoscendo il suo contributo straordinario nel rafforzare i legami tra Italia e Repubblica Dominicana.

La storia di Frank Rainieri è un esempio lampante di come gli italiani all’estero possano lasciare un’impronta indelebile, unendo visione imprenditoriale e rispetto per le proprie radici.