Giovanni Francesco Gemelli Carreri, il giudice viaggiatore

giovanni francesco gemelli careri

snapseedEra nato in un piccolo borgo calabrese. Troppo piccolo per i suoi sogni che spaziavano al di là dell’Orizzonte. E che Giovanni Francesco Gemelli Carreri decise di trasformare in realtà. Dei suoi viaggi sono rimaste poche tracce, in parte perse nelle nebbie del tempo e tra il silenzio della storiografia ufficiale ma lui potrebbe essere stato tranquillamente  l’ispiratore per Jules Verne del romanzo “Il Giro del Mondo in 80 giorni”.

Nato tra il 15 e il 17 ott. 1648 a Radicena, un borgo situato nel territorio dell’Aspromonte e attualmente inglobato nel comune di Taurianova, Giovanni Francesco Gemelli Carreri compì i suoi studi nel collegio dei Gesuiti di Napoli e si laureò in Giurisprudenza. Deciso a intraprendere l’attività di avvocato, il giovane rimase a Napoli ed entrò nella Giudicatura del Regno, svolgendo funzioni giudiziarie presso l’amministrazione del Vicereame, dal 1671 al 1685. In quest’ultimo anno, per gravi contrasti, abbandonò l’impiego dando inizio al suo primo viaggio al di fuori dei confini del Regno e visitando in soli sei mesi l’Italia, la Francia, l’Inghilterra, i Paesi Bassi e la Germania.

Nel 1686 partecipò alla guerra contro i Turchi in Ungheria dove, nel corso della battaglia per la presa di Buda (2 sett. 1686), rimase ferito.

36640 2Tornato a  Napoli nel 1687, il giurista decise di lasciare traccia scritta della sua esperienza di guerra e dei suoi viaggi europei, pubblicando in collaborazione con l’archeologo napoletano Matteo Egizio “Relazione delle Campagne d’Ungheria” (1689) e “Viaggi in Europa” (1693).

Dopo una breve parentesi ripartì alla volta dell’Ungheria distinguendosi, sotto il comando del duca Carlo V di Lorena, durante la battaglia di Mohács  del 12 ag. 1687.

7 0Apprezzato per il suo valore militare  dal giovane principe Eugenio di Savoia,  dall’ambasciatore spagnolo Carlo Emanuele d’Este marchese di Borgomanero e  dall’imperatore d’Austria Leopoldo I. , Carreri venne reintegrato   nella magistratura del Regno di Napoli ma solo per un tempo limitato, due bienni come auditore. A conclusione dei quattro anni (tra il 1689 e il 1693) che lo avevano visto operare a Lecce e all’Aquila, lasciando di sé, soprattutto nella città abruzzese, un ottimo ricordo, Gemelli Carreri si ritrovò  senza un lavoro soddisfacente.

Chiuso nella sua scalata alla carriera professionale dall’assenza di origini aristocratiche, Careri non resse alla frustrazione di dover rinunciare al suo futuro nei tribunali e decise di abbandonare l’Italia. Il 13 giugno del 1693 partì da Palmi.

Al  fratello, un ecclesiastico, prima di partire aveva riferito che il suo obiettivo era quello di visitare la Terrasanta e il grande Impero cinese. Preso congedo dai suoi più stretti amici e collaboratori, giunse, dopo aver toccato Malta e Alessandria, al Cairo, dove venne accolto dal console francese in Egitto. Dopo aver ammirato   le piramidi e altri luoghi antichi, si recò a Gerusalemme. Rientrato ad Alessandria, ripartì per Costantinopoli. Nella capitale dell’Impero turco fu però arrestato dalle autorità locali che lo accusarono  di spionaggio, mentre visitava i navigli che venivano equipaggiati in vista della guerra contro Venezia. Ottenuta la scarcerazione grazie all’immediato intervento del console francese  Gemelli Carreri si imbarcò per poi raggiungere Trebisonda, dopo aver attraversato l’Armenia e la Georgia. Il  17 luglio 1694, giunse in Persia a Isfahan, dove poté assistere alla salita al trono del nuovo scià Husain ibn Sulaiman, aggregandosi, per espresso invito dell’ambasciatore polacco, al seguito diplomatico di quella nazione. Durante il suo soggiorno in Persia visitò  quelle che sembravano essere le rovine dell’antica città di Persepoli per poi raggiugere una località che il indicata come Bander-Congo, sul Golfo Persico e da lì salpò alla volta dell’India, approdando a Daman il 10 gennaio del 1695. Arrivato in un territorio infestato da numerosi conflitti   tra i principi del Sud dell’India e il Gran Mogol,  riuscì comunque ad ottenere  da quest’ultimo udienza privata e rifiutata  la proposta dello stesso di restare al suo servizio, ripartì per Goa, dove incontrò il viceré portoghese per circa due ore. Da Goa, via mare, il 4 agosto  1695 raggiunse Macao, dove fu accolto nel convento dei padri agostiniani spagnoli. Quindi, si recò a Canton, il 19 agosto, tra la meraviglia sia dei francescani spagnoli, sia dei gesuiti portoghesi, i quali erano convinti, malgrado le ripetute smentit, che fosse un inviato segreto del papa mandato in Cina a prendere informazioni tanto sugli ordini religiosi quanto sui problemi attinenti la giurisdizione episcopale.

20225I  frati lo aiutarono a trovare una guida e un domestico per raggiungere Pechino, dove fece il suo ingresso il 6 novembre 1695, tra lo   stupore dei padri gesuiti presenti in città. Il viaggiatore calabrese entrò in buoni rapporti con il  superiore dei missionari portoghesi, Filippo Claudio Grimaldi, il quale ricopriva l’ufficio di presidente del Tribunale delle matematiche che lo introdusse alla presenza dell’imperatore in occasione della presentazione del nuovo calendario per l’anno 1696. Dopo aver visitato la Grande Muraglia,   il 24 gennaio 1696 rientrò a Canton e qualche mese più tardi, l’8 aprile, lasciò la Cina per recarsi nelle Filippine. di cui visitò l’interno e nel quale ebbe spesso contatti con il governatore. Imbarcatosi ancora una volta  su un galeone spagnolo, raggiunse il Messico

Nel suo viaggio intorno alla Terra, Carreri riservò una tappa fondamentale all’esplorazione della terra americana. Il solitario viaggiatore calabrese ha infatti lasciato ai posteri la prima descrizione esauriente delle terre della California e dell’estremo lembo nord che in seguito sarebbe divenuto lo stato dell’Oregon. Nei suoi sei volumi pubblicati e dedicati all’impresa, quello dedicato all’esperienza americana riveste ancora oggi un grandissimo significato geografico, etnologico e antropologico, per le accurate descrizioni e le osservazioni attente sulle popolazioni native.

Terminata la sua personale esplorazione, Carreri si imbarcò alla volta de L’Avana, da dove partì infine per fare rientro in Europa. Giunse a Cadice il 9 giugno 1698, e dopo aver attraversato  la Francia e l’Italia , concluse il suo giro a Napoli il 4 dicembre 1698.

Descritto dai suoi concittadini come « nu vagabundu, chi tantu vagabundu chi girau u mundu… » Careri viene spesso considerato l’inventore del turismo, per  la capacità di saper viaggiare senza vincoli culturali e scientifici e spinto soltanto dalla immensa curiosità di conoscere e condividere le esperienze.

Stabilitosi  Casalnuovo, provincia di Napoli,  nel 1699   pubblicò   il resoconto dei suoi viaggi in sei volumi dal titolo Giro del Mondo del dottor D. Gio. Francesco Gemelli Careri.

La pubblicazione in 6 volumi del suo racconto di viaggio avvenne a Napoli fra il 1699 e il 1700. Il libro ebbe un grande successo e alla prima edizione ne seguirono altre cinque in lingua italiana, una prima traduzione inglese nel 1704 e due edizioni in francese nel 1719 e nel 1727, incappando però in diverse critiche che   portarono il pubblico a considerare l’intera opera di Gemelli Careri come un’opera di fantasia o un plagio. Se però numerose descrizioni sono frutto di furti letterari, è indubbio che l’intera opera riposa su una reale esperienza di viaggio dell’autore.

Tra i suoi scritti appaiono infatti numerose tracce riferite ad aspetti poco edificanti della vita ecclesiale nobiliare lontano da Roma e questo probabilmente è tutto quel che resta di una produzione letteraria compromettente e invisa alla società del suo tempo seppur ricca di ben sei volumi incentrati sul suo straordinario viaggio intorno al Mondo.

Nonostante il grande successo del Giro, il G. non ottenne mai la tanto anelata promozione, anche a causa della confusa situazione politica di quegli anni. Nominato giudice della Vicaria, Gemelli Carreri visse a Napoli fino alla sua morte, il 25 luglio 1724.

Giro Intorno al Mondo” (1699)  e “Voyage du Tour du Monde”  rappresentano ancora oggi il suo tributo alla letteratura da viaggio, oltre a essere lo spunto per il popolare romanzo scritto due secoli dopo da Jules Verne.

 

 




Suora Pompiglioni, “giusta fra le nazioni”

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suor b~1Miranda Servi, trenta anni,  e sua  madre Pia Ajò (nata a Siena nel 1886) in quel settembre del 1943 vivevano al centro di Firenze. L’armistizio dell’ 8 settembre aveva portato una ventata di illusione che era durata solo lo spazio di qualche settimana.

Fino al 1938 Miranda Servi aveva insegnato materie letterarie all’Istituto Magistrale Pascoli ma le leggi razziali le valsero l’espulsione e la conseguente ricollocazione in una scuola media ebraica.

In quel settembre del 1943 Miranda sperò nella fine dell’incubo, senza immaginare di essere invece alle porte dell’inferno.

L’insegnante sopravvisse al primo bombardamento di Firenze dopo il primo bombardamento di Firenze, avvenuto il 25 settembre del 1943, e dopo aver dato credito alle continue voci di liste ebraiche in mano ai tedeschi, insieme alla madre e si trasferirono a San Piero a Sieve, alla periferia del capoluogo toscano. Una scelta fortunata che evitò loro la cattura e la deportazione da parte delle autorità. Il fratello di Miranda, scampato alla cattura, riuscì a raggiungere Roma ma per le due donne iniziò un periodo di grandissime sofferenze.

Le due donne infatti capirono che l’unica possibilità di salvezza era dettata dalla fuga e si rivolsero al Monsignor Sommazzi che riuscì a farle accogliere alla Protezione della giovane, presso le Suore della Sacra Famiglia. Fu qui che conobbero Suor Benedetta Pompiglioni, che del convento situato in via dei Serragli era la Superiora. Il 16 novembre Suor Benedetta le accolse ma dopo alcuni giorni dovette aiutarle nuovamente a fuggire, avendo saputo delle perquisizioni nel vicino convento del Carmine.

Dopo alcuni mesi trascorsi nascosti nella casa dell’amica professoressa Nella Bianchi, le due donne rientrarono nel convento della Sacra Famiglia il 17 marzo del 1944 per restarvi fino al 30 luglio dello stesso anno, protette dall’amore delle suore fino all’evacuazione generale decisa dal Comando tedesco.

La loro storia è rimasta sepolta per decenni ed è tornata alla luce grazie alla storica Marta Baiardi che nell’archivio della Comunità ebraica di Firenze, ha ritrovato la testimonianza firmata da Miranda Servi.

Per l’opera svolta durante i terribili anni della persecuzione nazifascista, Suor Benedetta Pompignoli, il 1° luglio 2018 è stata insignita del titolo di “Giusta tra le nazioni” dallo Yad Vashem di Gerusalemme.

Nata a Modigliana (Forlì) l’8 giugno del 1876 con il nome di  Lucrezia e  figlia di Battista, suor Benedetta il 3 aprile del 1895 entrò nel convento delle  Suore della Sacra Famiglia presente nel piccolo comune che allora faceva parte della provincia di Firenze, e il 5 novembre del 1896 prese l’abito  scegliendo il nome di  Suor Maria Benedetta. Il 26 maggio del 1913 emise la professione perpetua  entrando definitivamente nell’ordine per poi trasferirsi nel convento di Firenze, di cui sarebbe diventata la Superiora fino al 5 settembre del 1962, data in cui venne deposta dall’incarico per l’anziana età. Il primo dicembre di quello stesso anno lasciò la sua amata Firenze per trasferirsi  a Brisighella, in provincia di Ravenna, luogo in cui, a quasi 92 anni, il 19 febbraio 1968 lasciò la vita terrena senza raccontare mai a nessuno quello che era successo durante la guerra.

Il suo paese di nascita, Modigliana, le ha intitolato  il giardino di fianco al Duomo, con il monumento che ne ricorda l’operato e per il quale è stata riconosciuta dallo Stato di Israele come “Giusta fra le nazioni”.




René Benko: l’Icaro dell’imprenditoria in manette per il crack della propria holding

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imagesIl magnate austriaco, nato a Innsbruck il 20 maggio del 1977, avrebbe nascosto risorse ai suoi creditori, dirottandoli verso una fondazione gestita dalla madre. Ma su di lui pendono anche altre accuse.

La parabola discendente di René Benko, l’“Ösigarca” che a soli 22 anni fondò la Immofina Holding, poi ribattezzata Signa Holding GmbH nel 2006 (capace di garantirgli un patrimonio stimato nel 2021 in 4,8 miliardi di euro), è iniziata nel settembre 2022. L’aumento dei tassi di interesse imposto dalle banche centrali, insieme al rincaro dei prezzi dell’energia e dei costi di costruzione, ha infatti provocato gravi problemi di liquidità per la sua compagnia. La situazione è poi precipitata alla fine del 2023, con la presentazione di una dichiarazione di fallimento al Tribunale commerciale di Vienna e l’apertura delle procedure di ristrutturazione del debito con autogestione. Tuttavia, il colpo più duro è arrivato pochi giorni fa, con l’arresto di Benko su richiesta della Procura anticorruzione austriaca.

Sull’imprenditore pendono accuse estremamente gravi, tra cui associazione a delinquere, corruzione e bancarotta fraudolenta, oltre ad altri reati non meno gravi. Secondo quanto riferito dalla Procura, Benko avrebbe falsificato una fattura e cercato di occultare beni per evitare che autorità, fiduciari e creditori potessero accedervi. Queste accuse sono emerse grazie a indagini scrupolose condotte dall’unità investigativa speciale “Soko Signa”, che ha rivelato come Benko fosse il reale proprietario della Fondazione privata Laura, formalmente intestata alla madre. Inoltre, emerge anche il presunto utilizzo a scopi personali di oltre un milione di euro di fondi Covid.

Tuttavia, fino alla richiesta della Procura di Vienna, solo l’Italia si era mossa con decisione contro Benko, attraverso l’iniziativa della Procura di Trento, che già a dicembre aveva chiesto il suo arresto. Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Trento, con il supporto dei Carabinieri del ROS e dei Finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria, avevano portato alla luce l’esistenza di un gruppo affaristico capace di influenzare la pubblica amministrazione locale.

La caduta di René Benko e del suo impero potrebbe avere gravi ripercussioni su altri gruppi. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Bild, il crack di Signa potrebbe causare a UniCredit perdite pari a 600 milioni di euro.

Con l’arresto di René Benko si chiude una delle vicende più controverse della finanza europea, lasciando però un’eredità di incertezze e sfide alle quali il sistema economico non potrà non far fronte.

 




Martina, Chiara, Jessica, Sonia e Tiziana: quando saldare è un gioco da ragazze

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screenshot 2025 01 14 alle 15.51.32In provincia di Udine, un’azienda, di fronte alle difficoltà nel reperire personale (un problema che, secondo finanza.com, coinvolge il 69,8% delle imprese), ha deciso di scommettere sulle donne.

Dietro ogni problema c’è un’opportunità. Questo famoso aforisma di Galileo Galilei deve piacere molto al management della Pilosio di Tavagnacco. Fondata nel 1961, l’azienda produttrice di ponteggi, casseforme e blindaggi, negli ultimi anni ha registrato una significativa crescita economica e un’espansione internazionale, culminata nell’apertura della filiale Pilosio Building Materials a Dubai. Di fronte alla necessità di trovare nuovo personale specializzato e non riuscendo a reperire candidati maschi idonei, ha deciso di scommettere sulle donne. Questa scelta ha portato all’assunzione di nuove saldatrici pronte a mettersi in gioco e a sfidare lo stereotipo secondo il quale solo la protagonista di Flashdance può fare quel mestiere.

Con questa decisione, Pilosio ha dimostrato un impegno concreto verso l’inclusione e, tenuto conto dei buoni risultati ottenuti, persino confermato la bontà del proverbio latino Mater artium necessitas (“La necessità è la madre delle abilità”).

Le neo assunte si sono dichiarate entusiaste del nuovo lavoro, che non solo è ben retribuito, ma offre anche la possibilità di essere libere nei fine settimana, una condizione che alcune di loro, come una ex barista, non avevano mai conosciuto nei precedenti impieghi.

Così Antonio Di Minin, direttore operativo dell’azienda, ai microfoni di Radio Capital: “Eravamo alla ricerca di personale e le candidate donne si sono dimostrate le più decise nel voler occupare il ruolo. Siamo molto soddisfatti di loro!”

Se il ‘modello Pilosio’ diventerà un esempio da seguire, solo il tempo lo dirà. Al momento, possiamo senz’altro apprezzare il coraggio dimostrato dai vertici aziendali e dalle giovani lavoratrici che hanno deciso di mettersi in gioco. La loro è una storia di audacia e innovazione che non può che guadagnare la nostra ammirazione e simpatia.

 

 

 

 

 

 

 

 




Jamie Dimon, Chairman and Chief Executive Officer della banca più potente del mondo

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Jamie Dimon, chief executive officer of JPMorgan Chase & Co., during the Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) CEO Summit in Lima, Peru, on Thursday, Nov. 14, 2024. Leaders from the US, China, Brazil and elsewhere in Asia and the Americas gather in Lima for a week of high-level meetings and summitry, with trade and tariffs on the agenda as well as mineral rights, rule of law, and, of course, democracy. Photographer: Manuel Orbegozo/Bloomberg via Getty Images

Il top manager newyorkese è l’uomo chiave di JP Morgan, la banca più potente del mondo secondo le stime di Forbes, con 245 miliardi di euro di ricavi, 49 miliardi di utili, 4 miliardi di Asset e un valore di mercato pari a 575 miliardi.

Nel corso degli anni, il suo nome è diventato sinonimo di influenza e successo. Nel 2006, la rivista Time lo inserisce nella lista delle 100 persone più influenti al mondo, un riconoscimento che si ripete nel 2008, 2009 e 2011. Considerato uno dei migliori amministratori delegati da Institutional Investor, è uno dei rari dirigenti bancari a raggiungere lo status di miliardario, grazie a una partecipazione di 485 milioni di dollari in JPMorgan Chase. Nel 2024, Forbes stima la sua fortuna in 2,4 miliardi di dollari, un segno tangibile del suo straordinario percorso nel panorama finanziario globale.

La sua più grande vittoria professionale arriva il 1° gennaio 2006, quando diventa amministratore delegato di JPMorgan Chase, un’azienda leader nell’investment banking e nei servizi finanziari. JPMorgan Chase offre una vasta gamma di servizi, tra cui soluzioni personalizzate per i consumatori, finanziamenti per piccole imprese, servizi di banking commerciale, elaborazione avanzata delle transazioni finanziarie e gestione patrimoniale. Sotto la sua guida, l’azienda non solo consolida la propria posizione di mercato, ma innova e amplia continuamente le proprie offerte, contribuendo a definire nuovi standard nel panorama finanziario globale.

La sua carriera rappresenta non solo un esempio di abilità e determinazione, ma anche di come una visione strategica e un impegno costante possano trasformare un’azienda e influenzare l’intero settore finanziario. Con una leadership che ha saputo affrontare le sfide del mercato e adattarsi ai cambiamenti, ha lasciato un’impronta indelebile, ispirando le future generazioni di leader nel mondo degli affari.




Michael Kors, non solo uno stilista di fama internazionale

220px michael kors, photographed by ed kavishe for fashion wire press

220px michael kors, photographed by ed kavishe for fashion wire pressFamoso in tutto il mondo per i suoi abiti, indossati da celebrità del calibro di Jennifer Lopez, Heidi Klum, Catherine Zeta-Jones, Joan Allen, Melania Trump, Ivanka Trump, Hillary Clinton, Angelina Jolie e Michelle Obama, lo stilista newyorkese, oggi sessantacinquenne, è anche un importante imprenditore. La sua Capri Holdings Limited, holding multinazionale attiva nel settore della moda, rappresenta un impero capace di fatturare 1,08 miliardi di dollari.

Figlio dell’ex fotomodella Joan Krystosek Kors, lo stilista e filantropo newyorkese (secondo Vogue avrebbe sfamato 30 milioni di bambini nel mondo) ha, da sempre, la moda e l’imprenditoria nel proprio destino. Dopo gli studi presso il Fashion Institute of Technology di New York, i primi bozzetti e la prima linea di abbigliamento femminile, lanciata nell’ormai lontano 1981, Michael Kors è da quasi trent’anni una delle figure più importanti ed influenti del settore. Dai primi successi come direttore artistico di Céline alle acquisizioni della Jimmy Choo Ltd per 1,17 miliardi di euro e della Gianni Versace S.r.l. per 1,83 miliardi di euro, il percorso di Michael Kors è stato un crescendo di riconoscimenti e fatturati a nove zeri. La sua holding, per via dell’indebolimento della domanda globale di beni di lusso, oggi fattura “solo” 1,08 miliardi di dollari, ma nel 2020, malgrado il rallentamento del quarto trimestre dovuto alla pandemia, fatturò 5,55 miliardi di dollari.

Ad oggi è difficile fare previsioni sui prossimi bilanci, poiché tra rumors relativi a una possibile cessione dei brand Versace e Jimmy Choo, l’inflazione che frena il mercato e le griffe contraffatte che erodono i profitti e danneggiano il prestigio del marchio, per il gruppo non è un momento particolarmente positivo. Tuttavia, Michael Kors e le sue “creature” (che siano gli abiti che realizza o le aziende che controlla) rimangono dei punti fermi e di eccellenza, sia nel mondo della moda che in quello dell’imprenditoria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Ria Rosa, la nonna delle femministe

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senza titoloErano gli anni delle lotte sociali e dell’emancipazione del proletariato. Gli anni in cui la repressione era dura e forte, portata avanti dalla Polizia o dalla milizia aziendale assoldata per difendere gli interessi dell’industria. Gli anni in cui gli anarchici venivano bollati come terroristi estremisti e in cui l’Italia vedeva sorgere il sole effimero e abbagliante del fascismo. Questi erano gli anni in cui Maria Rosaria Liberti trovò il coraggio di presentare al pubblico una canzone dal titolo emblematico: “A’ seggia elettrica”, rischiando l’espulsione dagli Stati Uniti. Anni in cui il suo nome trasformato artisticamente in Ria Rosa, divenne il vero contraltare a Gilda Mignonette.

Maria Rosaria Liberti conosceva il sapore della povertà e si schierò sempre dalla parte dell’emancipazione sociale, rischiando il proprio nome e guadagnandosi il titolo di “Nonna delle Femministe” per i suoi temi lanciati tra un verso e l’altro delle canzoni. Ma la vita intensa vissuta con coerenza non bastò a rendere luminosa la sua carriera e il tempo ha cancellato le tracce di questa straordinaria italiana vissuta negli Stati Uniti, riscoperta soltanto agli inizi del Ventunesimo Secolo da Fatima Scialdone, tenace artista italiana innamorata delle sfide difficili e della ricerca storica.

Maria Rosaria Liberti era nata a Napoli centodieci  anni fa, il 2 settembre del 1899. Figlia di Angelo e di Anna Carotenuto, crebbe nel quartiere di Montecalvario e all’età di sedici anni esordì nel campo della musica dopo aver studiato con Rodolfo Falvo. La sua voce calda e colorata, la sua capacità interpretativa la posero subito all’attenzione dei critici dell’epoca e il suo nome iniziò subito a imporsi nei teatri italiani. Nacque come “sciantosa”, alla Sala Umberto di Napoli, un prestigioso Café Chantant dove si esibirono dive famose come Anna Fougez e la Bella Otero, e la sua interpretazione teatrale la trasformò presto in un’artista ricercata da tutti gli impresari italiani.

Quando sbarcò per la prima volta a New York, la città era pervasa dagli  sciami dell’insoddisfazione sociale. Il movimento anarchico aveva trovato fertile terreno tra gli operai della metropoli nordamericana contendendo ai socialisti e ai primi comunisti il primato nella lotta di classe.

0Ria Rosa giunse in città con la compagnia di Nicola Maldacea e nel giro di pochi mesi trasformò le sue esibizioni in un successo clamoroso. Lasciato Maldacea, la cantante fondò una sua compagnia teatrale plasmandola sulla sua personalissima idea teatrale. Divenne l’interprete di sceneggiate dal sapore agrodolce, e in quegli anni raccontò agli spettatori la storia della sorte delle ragazze madri napoletane, intitolando lo spettacolo “ E’ pentite”. Lo scalpore suscitato dalle sue esibizioni non scalfì minimamente la cantante napoletana che sul palcoscenico decise di indossare anche gli abiti maschili per interpertare canzoni come “Guapparia” e che pochi anni dopo sfidò le autorità americane con “Mamma sfortunata”, recitando in scena l’errore giudiziario commesso dallo Stato americano per la condanna a morte di Sacco e Vanzetti. Fatto oggetto di molte minacce, Maria Rosaria Liberti non si piegò mai al facile successo. E se l’antagonista Gilda Mignonette accettò più volte di concedere il suo tempo e la sua sete allo champagne versato da mani simpatizzanti fasciste, lei proseguì nel suo percorso coerente, viaggiando da una sponda e l’altra dell’Oceano per dare vita agli spettacoli a sfondo sociale.

Sulla sua vita privata vennero ricamate molte congetture ma nessuno riuscì mai a penetrare la riservatezza scelta lontano dal palcoscenico. Ria Rosa però non nascose mai le sue passioni pubbliche e nel 1937 intraprese l’ultima traversata da New York a Napoli per rendere omaggio al grande amico Enrico Tagliaferri. Per lui cantò per l’ultima volta in pubblico il brano “Chitarra nera”, scritta dall’amico appositamente per lei e rimasta incompiuta.

ob 5c161f 290px buscia1Ria Rosa si stabilì definitivamente a New York prima dello scoppia della Seconda Guerra Mondiale. Il fanatismo fascista aveva ridotto in cenere le speranze anarchiche e per l’ex sciantosa non c’erano più  motivi per tornare in Italia. Di pari passo la cantante chiuse con la carriera artistica per entrare in un lungo oblio che si sarebbe chiuso definitivamente nel 1988 anno della sua morte. Nessuno però ricordava il nome di questa piccola grande donna che era diventata la “cantante degli emigranti”. Anticipatrice del movimento femminista, Ria Rosa non ebbe nemmeno l’onore di entrare ne “Il dizionario della Canzone italiana” curata da Gino Castaldo e presentato da un grande esperto quale Renzo Arbore.

E’ toccato a Fatima Scialdone, altra artista fuori dalle righe, riscoprire l’intensità del messaggio lasciato dalla cantante attraverso le sue sceneggiate e le sue canzoni di denuncia. La cantante di Gaeta ha infatti rispolverato i brani di Maria Rosaria Liberti portando sulle scene la sua storia e permettendo la riscoperta di un vero mito della storia musicale italiana nel Mondo.

 

 




Elena Carletti: la vicepresidente di UniCredit tra le 70 donne dell’anno scelte dal Corriere della Sera

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carlettiL’economista, prima vicepresidente donna nella storia della seconda banca del Paese (oggi – con l’offerta pubblica di scambio lanciata su Banco Bpm e la partecipazione acquisita in Commerzbank – al centro del risiko bancario) è una vera e propria eccellenza di un settore erroneamente considerato appannaggio degli uomini.

“Il mio faro? Accrescere le conoscenze e condividerle, con professionalità ed entusiasmo, al servizio di un obiettivo comune”. Elena Carletti, una laurea e un master presso la Bocconi di Milano, un dottorato presso l’Università di Bologna, un dottorato di ricerca presso la London School of Economics e l’abilitazione all’insegnamento in Economia presso l’Università di Mannheim, non sfigura affatto tra le 70 donne del 2024 scelte dal Corriere della Sera.

Tra artiste capaci di far impennare il PIL degli Stati Uniti come Taylor Swift e figure di spicco del panorama politico come Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen, la cinquantacinquenne di La Spezia si distingue non solo per la competenza, ma anche per la forza con cui ha abbattuto quelle convinzioni stereotipate secondo le quali il settore economico sia un campo riservato (quasi) esclusivamente agli uomini.

Su questo tema, la Carletti dice: “Non è solo una questione di giustizia sociale. Gli studi dimostrano che avere donne nei board migliora le performance aziendali”. Parole che, se si considera che quando è arrivata in UniCredit nella prima linea dirigenziale non c’era nemmeno una donna, mentre ora le quote rosa sono al 50%, trovano piena conferma nei fatti.

Anche i numeri promuovono il board di cui Carletti è parte integrante dal 2019: nel secondo trimestre del 2024, l’istituto guidato da Andrea Orcel ha registrato un utile netto di 2,7 miliardi di euro (in aumento del 16% rispetto allo stesso periodo del 2023). Questi risultati avvalorano pienamente le parole di Carletti: la presenza femminile nei board migliora significativamente le performance aziendali.




È morto Cesare Ragazzi, addio al ‘mago’ dei trapianti che divenne famoso negli anni 80

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cesare ragazzi 1024x576Addio a Cesare Ragazzi, l’imprenditore e personaggio televisivo diventato famoso per la diffusione in tv del ‘metodo Cesare Ragazzi’, ovvero un tipo di trapianto per combattere la calvizie. “Salve, sono Cesare Ragazzi“: lo spot pubblicitario, che iniziava così, divenne famosissimo negli anni Ottanta e tuttora, per chi è cresciuto in quegli anni, il nome ‘Cesare Ragazzi’ resta indimenticabile. L’imprenditore era originario di Bazzano, un paesino in provincia di Bologna. Aveva 83 anni: è morto per un malore improvviso.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Pier Silvio Berlusconi: la conferma che il frutto non cade mai lontano dall’albero

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imagesIl secondogenito di “Sua Emittenza”, vicepresidente esecutivo e amministratore delegato di MFE – MediaForEurope N.V. (fino al 2021 Mediaset S.p.A.) e presidente di RTI (la società italiana che esercita tutte le attività televisive del gruppo Mediaset), è al quarto posto della Top manager reputation, la graduatoria, consultabile su topmanagers.it, che da oltre dieci anni monitora la reputazione online delle figure apicali delle principali aziende in Italia.

In Italia solo Andrea Orcel (amministratore delegato del gruppo UniCredit), Carlo Messina (CEO di Intesa) e Claudio Descalzi (amministratore delegato di Eni) sono dei Top Manager migliori di Pier Silvio Berlusconi. A dirlo è l’osservatorio Top Manager Reputation, un progetto ideato da Reputation Manager, la società di riferimento in Italia per l’analisi e la gestione della reputazione online di aziende, brand, istituzioni e figure di rilievo pubblico.

L’ascesa al vertice dell’imprenditoria italiana e il quarto posto dell’invidiabile classifica sono i risultati conseguenziali di una gestione del gruppo ereditato dal padre accorta e pragmatica, ma anche aperta alla possibilità di andare incontro a nuove e sempre più ambiziose sfide.

L’ultimo successo delle televisioni del “Biscione” è stato svelato dallo stesso Berlusconi alla festa organizzata con i dipendenti per lo scambio di auguri natalizi: “L’anno scorso abbiamo fatto lo storico sorpasso nelle 24 ore nei confronti della Rai. Anche quest’anno, nonostante il servizio pubblico avesse gli Europei e le Olimpiadi e noi mezza Champions in meno, siamo un soffio sopra alla Rai”. L’erede del ‘Cavaliere’ ha poi aggiunto: “Ci tengo a dire che raggiungere o superare la Rai non è per nulla nei nostri obiettivi. Noi ci misuriamo con noi stessi, facciamo una televisione commerciale e quindi dobbiamo guardare ai contratti pubblicitari. Lì siamo messi ancora meglio e devo anche dire che Publitalia quest’anno ha fatto un miracolo. Siamo riusciti a tenere la stessa quota di mercato dell’anno scorso, una quota record in un anno così complicato”.

Ma non è tutto. Con Berlusconi Jr. al comando, MFE ha visto un robusto aumento dell’utile, con un recente incremento del 38,7%. I ricavi hanno raggiunto la significativa cifra di oltre 2 miliardi, posizionando l’azienda su un percorso di sostanziale crescita. Le proiezioni indicano che i profitti potrebbero superare i 217 milioni entro la fine dell’anno, segnale di una leadership efficace e di strategie aziendali vincenti in atto.

Questi risultati non solo consolidano la posizione dominante di MFE nel mercato, ma aprono anche la strada a nuove, ambiziose sfide. Al centro delle prossime iniziative spicca il progetto di un polo paneuropeo nel settore dell’intrattenimento e dei contenuti in grado di competere con i player globali del settore

Se le sfide future verranno vinte, chissà che PSB non possa scalare ulteriormente la Top manager reputation.