Messico. Si è spento Gianni Barzizza. Aveva 92 anni

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papafotopuntovertSi è spento a Città del Messico, all’età di 92 anni, Gianni Barzizza, illustre membro della comunità italiana nel Paese ed esperto di temi relativi alla produzione di energia in ambito commerciale ed accademico.

Nato ad Alessandria, in Piemonte, il 25 febbraio 1932, dopo aver vissuto fino all’età di 13 anni le vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale, decise, una volta terminati gli studi liceali, di intraprendere il corso di laurea in ingegneria navale presso l’Accademia della Marina Militare a Livorno ed ottenne il titolo all’Università di Genova negli anni ’50, prima di iniziare una carriera che lo portò a ricoprire responsabilità su diverse imbarcazioni, tra cui quella di direttore di macchina della nave scuola Amerigo Vespucci, che ha recentemente visitato Puerto Vallarta, in Messico, in una delle tappe del viaggio intorno al mondo iniziato nel luglio 2023.

Nel corso della sua vita, il periodo professionale in Marina fu sempre presente nelle conversazioni e nei ricordi, e non smise mai di definirsi un «uomo di mare».

Nel 1966 lasciò la Marina Militare e si trasferì con la moglie Livia e i figli Massimo e Alessandro a Torino, per entrare nella Fiat Termomeccanica e Turbogas (TTG), azienda in cui tra il 1967 e il 1977 fu direttore commerciale per i mercati latinoamericani ed europei.

Dal 1977 –anno in cui si trasferì con la famiglia a Città del Messico– fino al 1981 fu responsabile dell’ufficio di rappresentanza Fiat, svolgendo mansioni di supervisione dei prodotti e servizi degli stabilimenti italiani, europei ed argentini verso i mercati messicano e cubano.

Nel 1986 e 1987 fu vicepresidente esecutivo a Buenos Aires, Argentina, della C.A.T., azienda dedicata all’assistenza, alla manutenzione e al funzionamento di impianti di generazione di energia elettrica e di cogenerazione con turbine a gas e motori diesel.

Tra il 2009 e il 2013 fu consulente in Messico per Ambar Electroingenieria, S.A. di C.V. ed Electriz, S.A. de C.V. nel campo delle energie rinnovabili e della cogenerazione.

In ambito accademico fu professore ospite nel 2008 dell’Istituto politecnico nazionale, presso la Scuola nazionale di scienze biologiche – Ingegneria dei sistemi ambientali, per il corso di Gestione dell’energia nell’industria e nella cogenerazione.

Presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (Unam) fu professore ordinario nel 2013 del corso Analisi dell’efficienza energetica e dell’impatto ambientale nell’industria.

Gianni Barzizza fu anche membro attivo della comunità italiana in Messico, socio della Camera di Commercio e vicepresidente della Società Dante Alighieri nella capitale del Paese. Nonno di tre nipoti — Luca, Julia e Alessandra in ordine di età —, è stato molte volte definito da loro come «il miglior nonno del mondo».

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Doug McMillon, il CEO della più grande azienda del mondo per fatturato

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imagesIl cinquantottenne di Memphis, Tennessee, è presidente e chief executive officer di Walmart Inc., multinazionale statunitense di mass retailing, da 11 anni saldamente al primo posto della Fortune Global 500, la graduatoria (redatta dalla rivista di economia statunitense ‘Fortune’) delle più grandi aziende del mondo per fatturato

Entrato in azienda come stagista, al primo giorno di lavoro, alle prese con lo scarico di un camion, Carl Douglas McMillon tamponò il proprio capo. Quarant’anni dopo quel tragicomico incidente senza conseguenze, l’impacciato tirocinante è cresciuto, anagraficamente e professionalmente.

Dopo essersi laureato presso l’Università pubblica dell’Arkansas, McMillon è entrato a far parte dell’azienda a tempo pieno e ha rapidamente scalato i ranghi. Ha lavorato in vari ruoli, tra cui buyer e merchandiser, acquisendo esperienza in diversi reparti e aree di business. La dedizione e la tenacia hanno fatto il resto, portandolo ad assumere posizioni di leadership all’interno del Board of Directors.

Nel 2014 è stato promosso chief executive officer, diventando il più giovane CEO a guidare l’azienda dai tempi del fondatore Sam Walton.

Da un decennio guida con successo un impero con 2,3 milioni di dipendenti e un fatturato per il 2024 stimato in 648,12 miliardi di dollari (+6% rispetto all’anno precedente).

McMillon, che sui social si presenta come marito, padre, ‘Razorback’ (che significa cinghiale, simbolo dell’Università dell’Arkansas), appassionato di gadget e professionista del commercio al dettaglio, è un esempio per i tanti giovani che pretendono “tutto e subito”, dimostrando che si può diventare il CEO della più grande azienda del mondo per fatturato anche iniziando con un impiego da magazziniere.




Carlos Tavares, Mr. 100 milioni di euro (di buonuscita)

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Nonostante le smentite di Stellantis, supportate anche dal Financial Times (secondo il quale il “TFR” del manager portoghese sarebbe di “soli” 36,5 milioni di euro), la liquidazione a 9 cifre potrebbe non essere una bufala. Ma chi è questo dirigente d’azienda famoso per i dividendi d’oro (in quattro anni 23 miliardi agli azionisti) ma anche per i tagli e una gestione che, secondo Paolo Bricco del Sole 24 Ore, in Italia, nei fatti, avrebbe “desertificato tutto”?

Da una settimana, tutti parlano di Carlos Tavares, CEO dimissionario di Stellantis. Nato a Lisbona nel 1958, il top manager più pagato al mondo (nel 2023 ha guadagnato 23,47 milioni di euro al lordo delle tasse) ha iniziato la carriera in Renault nel 1981, diventando successivamente Chief Operating Officer. Nel 2014 è diventato CEO del Gruppo PSA e, dopo la fusione con FCA, ha guidato Stellantis dal 2020 fino al recente divorzio del 1º dicembre 2024.

La sua scalata nell’automotive, lunga quattro decenni, si è svolta all’insegna del motto “O meglio, o niente” ed è stata costellata di scontri con la politica e i sindacati per il suo stile manageriale considerato ruvido o, come ama definirsi, da “psicopatico delle performance”. L’inedito modus operandi con cui ha guidato Stellantis parla chiaro: fabbriche al minimo produttivo e rincari dei prezzi a ogni picco di domanda. Tuttavia, talune strategie, come la concezione dell’amore secondo Henri de Régnier, sono eterne finché durano; quando il mercato dell’auto in Europa è crollato e negli Stati Uniti i prezzi eccessivi hanno allontanato la clientela, qualcosa si è rotto.

Dopo i bilanci del terzo trimestre dell’anno, in cui i ricavi di Stellantis sono diminuiti del 27% e le consegne mondiali sono calate del 20% rispetto all’anno precedente — con una flessione del 17% in Europa e del 36% in Nord America — il rapporto con Elkann e la famiglia Agnelli si è deteriorato. Il CDA ha così avviato la ricerca di un successore a partire dal 2026, ma l’insistenza del manager sull’elettrico, nonostante le vendite stagnanti, e il conflitto sempre più aspro con il governo italiano hanno accelerato gli eventi, fino alle dimissioni di domenica. Così, dopo il turbolento divorzio con Renault, si è chiuso in malo modo anche il rapporto con il gruppo che lui stesso ha contribuito a creare.

E il futuro? Su Forbes, leggiamo che Luca Maestri, l’ex CFO di Apple, potrebbe presto diventare il nuovo CEO di Stellantis, ma questa è già un’altra storia.




Francesco Canzonieri, l’uomo che sta cambiando il panorama finanziario italiano

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imagesIl Top Manager di origini calabresi, laureato in Economia Aziendale presso l’Università Bocconi di Milano, dopo un ventennio passato ai piani alti di alcune delle più importanti banche d’investimento (Goldman Sachs, Barclays e Mediobanca), ha fondato Nextalia, una piattaforma di investimento, unica nel suo genere, dedicata al private market italiano. Tra gli oltre 200 investitori che già hanno dato fiducia all’ambizioso progetto figurano banche, fondazioni, casse di previdenza, assicurazioni, family office e molti imprenditori.

A 46 anni, Francesco Canzonieri può già vantare un incarico – conferitogli quando aveva solo 39 anni – come Global Co-Head of Corporate & Investment Banking di Mediobanca, numerosi riconoscimenti e l’ultima Cover di Forbes Italia. Tuttavia, per questo illustre yuppie 2.0 il meglio sta avvenendo in questo momento grazie a Nextalia, la società di gestione del risparmio costituita il 12 febbraio 2021 con l’obiettivo di investire nelle eccellenze italiane per accelerarne il percorso di crescita. Come riporta l’ultimo numero di Forbes Italia, in soli tre anni la piattaforma è diventata uno dei principali operatori nel mercato del private capital in Italia, arrivando a gestire oltre un miliardo e mezzo di masse. I segreti di questo successo sono sostanzialmente tre: lungimiranza, competenza e un team di professionisti altamente qualificati.

Ma cosa significa investire nei private markets? In termini semplici significa investire nel “non quotato”, inteso come azioni (equity) e debito (bond e crediti diretti) di imprese private, nonché in infrastrutture e real estate (l’insieme dei beni immobiliari, inclusi terreni, edifici e altre strutture permanenti, che possono essere posseduti, acquistati, venduti o affittati).

In parole ancora più povere, il private market è l’alternativa ai mercati regolamentati (come ad esempio quelli gestiti dalla Borsa italiana).




Architettura, arte e ricerca si incontrano in Brasile – Intervista all’architetto Gennaro Lopez

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Benvenuti al terzo episodio del progetto PARLIAMO DI NOI, un progetto coinvolgente capace di connettere italiani in ogni angolo del mondo, realizzato in collaborazione con la scuola di lingue CASTILLA (nella foto sotto con la nostra Sandra Bandeira).

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Siamo in aula e conducono questa intervista gli studenti stessi.

1735be39 11cc 4078 bdfa 88f46374d938A guidarci tra l’architettura, arte e ricerca sarà oggi l’architetto pugliese Gennaro Lopez (nella foto a destra). Il nostro ospite è dottore in composizione architettonica, ricercatore e docente. I suoi studi si focalizzano sulla relazione che intercorre tra architettura e luogo, sia in riferimento agli autorevoli esempi del passato che all’esperienza dei grandi maestri del XX secolo, unendo sia la riflessione teorico-filosofica che la progettazione architettonica.

Nella sua carriera l’architetto Lopez ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi e annovera esperienze di collaborazione con i professori Renato Nicolini, Carlos Martí Aris e Luciano Semerani  dell’Università IUAV di Venezia.

Quando ha ricevuto il nostro invito, Lopez ha evidenziato un profondo affetto e interesse per la cultura brasiliana che frequenta da oltre vent’anni. Leggiamo cosa ci ha dichiarato in questa intervista.

1) Ci racconti qualcosa della sua storia, della sua città. Come nasce la sua passione per l’architettura?

Questa mia passione, che è poi diventa la mia professione, risale all’ infanzia. Sin da bambino, due architetture romaniche della mia terra di origine, la Puglia, destarono il mio interesse : 1) la Cattedrale sul mare, della città di Trani; 2) il Castel del Monte, sull’altopiano della Murgia, nell’agro tra le città di  Andria e Corato.

45bf7da3 d668 4381 92f9 2283b49d0bf6La prima (XII-XIV sec.) sembra raccordare il cielo al mare e modellare la diafana luce meriggia, con le sue absidi, con la scalinata adducente all’interno, con le  arcate laterali e  il campanile  magistralmente voltato su un arco gotico. [foto a destra]

La seconda, Castel del Monte (XIII sec.), icona dell’architettura pugliese e già patrimonio dell’Unesco, non ha funzione difensiva e ancor oggi è misteriosa la sua ragion d’essere: alcuni studiosi sostengono che sia stato un soggiorno di caccia, altri un edificio termale, altri ancora, un calendario astronomico.

Raffigurato sulla monetina da 1 centesimo, il castello è geometricamente definito da un’ottagono circondato da otto torri  ottagonali (una su ogni spigolo) e fu fatto erigere da uno dei più grandi imperatori di tutti i tempi, Federico II di Svevia.

Al di là di tutto, occorre dire che la Puglia, fatta eccezione per il promontorio del Gargano, non è montuosa come il resto della penisola italiana e dunque, il luogo dove è ubicato Castel del Monte (570 m sul livello del mare) ha un carattere único, dato che ingemma il profilo collinare della Murgia con una visibilità di oltre cinquanta chilometri, dall’entroterra fino al mare e viceversa. Dunque due monumenti per raccontare quanto ogni grande opera architettonica instauri un saldo rapporto con il luogo su cui è costruita.

2) Come è nato il suo vincolo con il Brasile e come si è evoluto?

Quello per il Brasile è un amore che viene da molto lontano. Un giorno alla radio ascoltai un episodio che catturò fortemente la mia attenzione di adolescente. Pare che i primi abitanti europei che s’insediarono in Brasile, fossero quattro marinai portoghesi che subito dopo la scoperta casuale di quella terra da parte di Cabral e la ripartenza della flotta verso l’India, si lanciarono in mare e raggiunsero a nuoto la riva per integrarsi con la popolazione indigena appena conosciuta. Non so quanto sia storicamente fondata questa narrazione, sta di fatto che l’ho sempre messa in relazione con il tuffo che Oreste Sabatini (il personaggio interpretato magistralmente dal grande Nino Manfredi) compie in quel straordinario film di uno dei più grandi registi italiani, Ettore Scola, intitolato “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”.

Successivamente, già studente universitario, fu il destino a condurmi alla lettura del libro di Darcy Riberio “Utopia Selvaggia”. In seguito, lo scrittore Jorge Amado e il filosofo pedagogista Paulo Freire hanno definitivamente catturato il mio interesse e affetto per questo angolo di terra meraviglioso che sprigiona grande energia attrattiva. E che dire sulle origini della musica brasiliana, dove le sonorità popolari e la tradizione erudita s’intrecciano l’una con l’altra come in Chiquinha Gonzaga, Ernesto Nazareth, Heitor Villa Lobos? E  poi, quando  ascolti le canzoni di autori come Vinicius de Moraes, Chico Buarque de Hollanda, Paulinho da Viola, Milton Nascimento, come puoi non innamorartene? Infine, non posso sottacere le arti figurative come, ad esempio, le raffigurazioni pittoriche di Candido Portinari, di Carybè o le testimonianze fotografiche di Sebastiano Salgado.

3) Nel corso della sua carriera, ha fatto esperienza anche in città come Stoccolma, Mosca e Belo Horizonte. Che differenze ha notato rispetto all’operato italiano?

Ogni città ha un suo carattere, ciò che in altre parole potremmo definire l’anima della città. Io vivo a Venezia e a tutti coloro che, con tono distaccato, mi dicono che Venezia è bellissima, ma che mai ci vivrebbero perchè è fuori dal mondo, io solitamente rispondo, con un po’ d’ironia, che il mondo è fuori da Venezia. In realtà, la questione è più problematica di ciò che possa sembrare. La modernità ha ideologicamente imposto un’idea di città legata al concetto di efficienza e di consumo  omettendo completamente ciò che la città storica ha sempre significato: il concetto di appartenenza. Appartenenza ad un luogo. Non mi riferisco all’appartenenza identitaria che è altra cosa.

Mosca, ad esempio, è una metropoli sconfinata, ma nonostante ciò è ancora percepibile nel suo cuore una forte spiritualità. A quelle latitudini, prima che la luce del tramonto si spenga nel crepuscolo, gli ultimi raggi solari, molto radenti sulla linea dell’orizzonte, accendono sulle cupole dorate e bulbiformi  un’intenso scintillio al tempo stesso emanazione di un ordine cosmico e trascendente.

Stoccolma è il rispecchiare delle proporzioni armoniose delle sue architetture, del rapporto  equilibrato tra conservazione e innovazione, tra spazio pubblico e privato. Un’ edificio in particolar modo, la Biblioteca Comunale, progettata dall’architetto Gunnar Asplund, ben sintetizza il carattere di questa città  e l’eleganza del design svedese. L’edificio può essere descritto come un cilindro cavo che, al suo interno, accoglie l’atrio e reca più ordini di ballatoi in cui sono ordinatamente esposti migliaia di libri a consultazione libera. Un basamento quadrangolare accoglie le sale di lettura e completa l’insieme architettonico. Questa chiarezza compositiva trova corrispondenza  nell’uso partecipato degli utenti della biblioteca e nel rapporto agevole che i cittadini svedesi hanno con le istituzioni.

Belo Horizonte fu pensata sin dalle sue origini, poco più di un secolo fa, come la nuova, moderna capitale dello stato di Minas Gerais, subentrante alla ormai inadeguata Ouro Preto. Il suo impianto urbanistico rimanda alle teorie funzionaliste di fine XIXesimo secolo ed  è  pensato in relazione ai tracciati  viari rettilinei ad alta scorribilità e alle logiche insediative di mercato. Ma l’anima brasiliana di Belo Horizonte non è percepibile dal quantum di torri residenziali che la caratterizzano, bensì dalla vivacità delle numerose comunità che hanno contribuito al suo veloce sviluppo. In particolare, nel giro di pochi decenni a partire dalla sua fondazione, la nuova capitale accolse migliaia di emigranti italiani, artigiani, operai, imprenditori, professionisti tra cui  l’architetto Raffaello Berti, che, con i suoi studi e le sue realizzazioni, lascerà una forte traccia sia in ambito architettonico che  accademico (la Biblioteca della Facoltà di architettura dell’UFMG è a lui dedicata). La comunità italiana, ha portato con sè uso e tradizioni proprie ancor oggi benevolmente integrate nella vita cittadina.

4) Quanto e come i suoi studi e le sue ricerche interagiscono con l’arte?

L’architettura della città, citando uno dei più autorevoli maestri del XX secolo, è un’opera complessa e non può essere banalizzata in una formula ingenua. E’ una disciplina collettiva e il ruolo dell’architetto è paragonabile a quello di un direttore di orchestra. Ovviamente la direzione è sempre preceduta dall’ideazione/interpretazione, ciò che potremmo definire l’alchimia del progetto di architettura e questa alchimia non può prescidere dalla filosofia, dalla letteratura, dalla musica, dalle arti figurative.

5) Dell’architettura brasiliana cosa la colpisce e quale altro architetto brasiliano ammira?

Oscar Niemeyer è sicuramente un gigante del Novecento. Al di là della sua opera, ciò che ha destato da sempre la mia ammirazione è il ruolo sociale che attribuisce alla professione di architetto tanto che, per fare un esempio, per la progettazione di Brasilia rifiutò l’onorario chiedendo per sé il corrispettivo dello stipendio di un funzionario statale e vivendo fra gli operai nei cantieri di costruzione. L’architetto carioca spesso citava per intero il suo cognome Ribeiro (portoghese) De Almeida (arabo) Niemayer (tedesco), sottolineando la multiculturalità che scorre come una linfa vitale in ogni brasiliano. Per lui l’arte ha poco valore se intesa solo come cosmesi, intrattenimento, bensì ne riconosce un significato più nobile.

Ma prima di Oscar Niemeyer, un grande architetto brasiliano è stato Antônio Francisco Lisboa, detto, Aleijadinho che ha tradotto il linguaggio barocco di ascendeza portoghese in un sicretismo mineiro facendo di Ouro Preto una città preziosa inserita nel Patrimonio Universale dell’Unesco.

6) Può parlarci della sua esperienza come direttore artistico? Quali i suoi progetti futuri?

L’Italia e il Brasile hanno un legame antichissimo e dunque l’obiettivo che mi pongo in futuro è quello di attivare un interscambio artistico-culturale  che vada oltre  i luoghi comuni e i gusti indotti dall’industria turistica.  Recentemente ho avuto modo di organizzare, in Puglia, un primo concerto-spettacolo intitolato Salsello Swing Festa incentrato sul concetto di nostalgia e il pensiero di Kostantinos Kavafis in cui la Banda di Ruvo ha interpretato le sonorità di maestri del Novecento da Gerschwin a Piazzolla. Un secondo concertó, intitolato Meu Brasil, ha visto come protagonista il cantautore Dario Skèpisi che da lungo tempo, in modo inedito e con sapiente maestria, accorda il dialetto barese alle sonorità brasiliane spaziando tra samba, jazz e bossanova.

7) Può raccontare un’esperienza divertente vissuta in Brasile?

Ce ne sono tante. Come, ad esempio, ad Olinda, quando mi ritrovai in una festa patronale a danzare per le vie della città con la banda a ritmi di  batukada. Oppure, quando in uno sperduto resort tra i cocheri sull’oceano a nord di Itacarè, alloggiati in un bungalow senza vetri alle finestre, ci ritrovammo al risveglio mattutino, la mia fidanzata ed io, circondati da macachi che ci osservavano incuriositi.

8) Cosa consiglierebbe a chi vuole visitare il Brasile per la prima volta?

Il Brasile è immenso e dunque cosiglierei come prima cosa di pianificare il viaggio. C’è l’Amazzonia, il Nord- Est, l’Orla Atlantica, le piccole città d’arte come Olinda, Ouro Preto, Diamantina. In ogni caso, come inizio, suggerirei di visitare le prime due capitali, Salvador de Bahia e Rio de Janeiro, che Carlos Drumond così riassume poeticamente: nel mare era scritta la città.

 

 




Cent’anni fa nasceva Alberto Manzi, Poste Italiane gli dedica un francobollo: chi era “il Maestro”

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manzi alberto 1024x576L’educatore, maestro di scuola, scrittore, pedagogista, autore televisivo e anche politico Alberto Manzi nacque a Roma il 3 novembre 1924. Difficile condensare la sua vita in poche righe. Tra i ‘miracoli’ per cui è ricordato, c’è la trasmissione ‘Non è mai troppo tardi’, che venne trasmessa in tv dal 1960 al 1968 e che ha insegnato a scrivere e a leggere ad almeno un milione di italiani. Ha curato sussidiari, libri di letture, diari scolastici. Ha scritto tantissimo, tra racconti, romanzi, fiabe e testi di divulgazione scientifica tradotti. Ha curato anche progetti di alfabetizzazione in Argentina. Eletto sindaco di Pitgliano con il partito democratico nel 1994, è morto proprio nel paese toscano in cui viveva tre anni dopo, a 73 anni. Proprio per il ruolo di divulgatore e insegnante, in Italia da molti anni è universalmente considerato da tutti “iI Maestro“.

In occasione del centenario della nascita di Manzi, il ministero delle Imprese e del Made in Italy e Poste italiane hanno emesso un francobollo commemorativo, relativo al valore della tariffa B pari a 1,25 euro. Tiratura: 250.020 esemplari. Foglio: 45 esemplari. “Il francobollo- spiega Poste in una nota- è stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato Spa in rotocalcografia, su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente”.

Il bozzetto, spiega una nota, è a cura del Centro Alberto Manzi, Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna e ottimizzato dal Centro Filatelico dell’Officina Carte Valori e Produzioni Tradizionali dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato Spa. La vignetta “riproduce un ritratto di Alberto Manzi inserito tra un traliccio ricetrasmittente e un televisore in stile anni Sessanta, rappresentativi dell’importante ruolo di insegnante ed educatore che Alberto Manzi svolse con la trasmissione Rai ‘Non è mai troppo tardi’: primo esempio di didattica a distanza per adulti che contribuì notevolmente all’alfabetizzazione della popolazione italiana”. Completano il francobollo le legende ‘Il Maestro’, ‘Alberto Manzi’, le date ‘1924-1997’, la scritta ‘Italia’ e l’indicazione tariffaria ‘B’.

L’annullo primo giorno di emissione sarà disponibile presso lo sportello filatelico dell’ufficio postale di Bologna 34. Il francobollo e i prodotti filatelici correlati, cartoline, tessere e bollettini illustrativi saranno disponibili presso gli uffici postali con sportello filatelico, gli ‘Spazio Filatelia’ di Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Roma 1, Torino, Trieste, Venezia, Verona e sul sito web (filatelia.poste.it).
Per l’occasione è stata realizzata anche una cartella filatelica in formato A4 a tre ante contenente una quartina di francobolli, un francobollo singolo, una cartolina annullata e affrancata, una busta primo giorno di emissione e il bollettino illustrativo, al prezzo di 20 euro.

FONTANA: “CENTO ANNI FA NASCEVA ALBERTO MANZI, CONTRIBUTO STRAORDINARIO A PAESE”

“Cento anni fa nasceva il Maestro Alberto Manzi. Diede un contributo straordinario all’alfabetizzazione usando la televisione come mezzo di insegnamento. Lo ricordiamo per la sua capacità spontanea di comunicazione e per il contributo che ha dato alla formazione culturale del Paese. Grazie Maestro!”. Lo scrive sui social il presidente della Camera, Lorenzo Fontana.

(La foto di Alberto Manzi in bianco e nero è tratta da Wikipedia)

 Agenzia DIRE – www.dire.it




Luigi del Bianco, l’artista della “montagna”

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luigi del bianco on mount rushmoreIniziò a far conoscere il suo nome nella città di Barre, nel Vermont. E non era un caso. A Barre infatti passarono, nell’Ottocento, la maggior parte degli artigiani della pietra: scalpellini, modellisti e scultori, consegnando una pagina epica dell’emigrazione al piccolo centro che oggi sopravvive grazie al triste artigianato di pietre tombali. Anche Luigi Del Bianco arrivò a Barre per lavorare come scalpellino, dopo essersi fermato per qualche tempo a Port Chester. E nella cittadina del Vermont, considerata la Carrara degli Stati Uniti,  conobbe tanti altri italiani.

Luigi era nato nel porto Le Havre il 9 maggio del  1892, figlio di Vincenzo e Osvalda che tornavano nella loro Friuli dopo un viaggio negli Stati Uniti.

Luigi visse l’infanzia nel piccolo paese di Meduno (Pordenone) e fin da ragazzo dimostrò un grande talento con lo scalpello per la pietra. All’età di undici anni divenne apprendista presso intagliatori austriaci e dopo due anni si trasferì a Venezia per approfondire le conoscenze tecniche della scultura in pietra. Fu un cugino, residente a Barre, a suggerirgli di trasferirsi in terra americana. Luigi, a 17 anni si imbarcò a Napoli sulla motonave La Touraine. Era il 1908.

Il giovane friulano riattraversò l’Oceano dopo cinque anni, per arruolarsi e combattere nella prima guerra mondiale. Uscito indenne dal tragico conflitto si reimbarcò ancora una volta per gli Stati Uniti e dare inizio alla sua definitiva avventura professionale. Stabilitosi a Port Chester, Del Bianco  conobbe Nicoletta Cardarelli che divenne sua moglie e gli regalò la paternità di 5 figli: Teresa, Silvio, Vincenzo, Cesare e Gloria.

Il matrimonio con Nicoletta incise nella vita dello scultore friulano non solo affettivamente.

imagesFu infatti il cognato, Alfonso Scafa a segnalare il suo nome allo scultore  di origini danesi Gutzon Borglum, che lo chiamò nel suo studio a Stamford, in Conncecticut per delle collaborazioni saltuarie. E sarà proprio Borglum l’uomo cui verrà affidata nel 1924  la progettazione del più grande monumento scultoreo della storia degli Stati Uniti: Il Mount Rushmore.

Borglum si affezionò al suo giovane assistente. Alla sua morte, avvenuta nel 1941, il friulano e altri due amici avrebbero rilevato lo studio di Stamford ereditandone l’onere e gli onori.  Gli anni venti videro Borglum e Del Bianco fianco a fianco nella realizzazione del Governatore Hancock Memorial in Sud Carolina, nella Stone Mountain in Georgia al Memorial delle guerre americane di Newark (New Jersey). A causa delle sue fattezze dal tratto tipicamente mediterraneo, il  friulano divenne anche il modello per almeno 20 delle sculture del Memorial di Newark. Chiamato nel 1932 a realizzare il monumento di Mount Rushmore, Borglum  affidò inizialmente la guida degli scultori a Hugo Villa che però abbandonò dopo poco l’incarico. Il danese non ebbe dubbi su chi scegliere come nuovo capo scultore e chiamò il collega originario di Meduno: “il suo valore, per questo particolare lavoro, equivale a quello di tre uomini”, spiegò l’artista nella sua corrispondenza.

luigi del bianco 960x640Del Bianco iniziò con il dar vita al volto del presidente Thomas Jefferson, oltre a eliminare il granito tra il volto dello stesso e quello di Gorge Washington. Due anni dopo però lo scultore friulano abbandonò a sua volta temporaneamente il lavoro, a causa del salario troppo basso. L’assenza di Del Bianco provocò un duro colpo nella  prosecuzione dell’opera. Lo stesso Borglun ammise che la perdita dell’italiano aveva interrotto tutto il lavoro di rifinitura delle facce di Washington e Jefferson. I commissionari furono infine costretti a rivedere l’impegno economico aumentando considerevolmente (da 0,90 a 1,50 dollari l’ora) la paga di Del Bianco. Una retribuzione ottima in un periodo segnato dalla Grande Depressione.

Trasferitosi nel 1935 con moglie e i primi tre figli in Keystone, Luigi Del Bianco visse a stretto contatto con i Nativi americani. I suoi figli frequentarono le scuole insieme ai bambini della tribù Lakota (Sioux) e divennero fratelli di sangue dei pellerossa. Era facile vederli cavalcare i pony e nuotare nudi nelle acque dei ruscelli. Il ritorno di Del Bianco portò nuova euforia nel cantiere del Mount Rushmore.

“Egli è – spiegò in una lettera Borglum –  il solo tagliapietre intelligente ed efficiente che capisce il linguaggio dello scultore.”

L’ideatore  predispose una nuova organizzazione del cantiere e diede disposizioni al sopraintendente William Tallman di far lavorare tutti i trapanatori e gli scalpellini  sotto la supervisione del capo-scultore friulano. A Del Bianco fu affidata la responsabilità  dei modi e dei metodi della ripulitura e della finitura della scultura e nel   1936 egli  riprese a lavorare per dare maggiore espressività al volto del presidente Washington. In quello stesso anno venne completato il volto di Jefferson mentre l’anno seguente toccò a Lincoln e due anni dopo a Roosevelt. Una geniale tecnica venne usata per rendere “umani” gli occhi dei quattro volti di granito. Del Bianco e il suo staff intagliarono delle pietre di granita a forma di cuneo e le inserirono nelle cavità degli occhi, ottenendo che il riflesso della luce li facesse brillare come fossero viventi.

La grandiosa opera fu ultimata nel 1941, e il Mount Rushmore National Memorial venne inaugurato poche settimane prima del tragico attacco giapponese a Pearl Harbour.

L’entrata in guerra degli Stati Uniti fece passare in secondo ordine gli artigiani e il loro straordinario lavoro eseguito sul Mount Rushmore. Luigi Del Bianco tornò a Port Chester per dedicarsi a un lavoro ben più triste. Durante gli anni di guerra realizzò infatti più di 500 pietre tombali per le famiglie dei caduti nel conflitto.  Lo scultore friulano non rivendicò mai i propri straordinari meriti nella realizzazione di quella che oggi è considerata una delle meraviglie del Mondo. Tornò in visita a Meduno per visitare parenti e amici e visse della propria arte conservando per se i ricordi. L’artista della pietra morì il 20 gennaio del 1969, senza voler mai vantare il proprio contributo alla grandiosa opera.

plaque at rushmore 1E’ toccato al figlio Cesare rispolverare questa straordinaria pagina del lavoro italiano nel Mondo. Il figlio dell’artista ha scoperto appunti, fotografie e documenti e ha regalato numerosi cimeli al museo della cittadina friulana per mantenerne vivo il ricordo. I cittadini di Post Chester gli resero onore dedicandogli una sezione italiana nel Washington Park. Il nipote Lou Del Bianco, noto attore,  ha voluto ricordare la figura del nonno realizzando insieme alla moglie Camille il libro “In the Shadow of the Mountain” e affidando anche al Boss delle Torte, Buddy Valastro una riproposizione pasticcera del grande monumento. In ricordo di un uomo che seppe trasformare la montagna in opera d’arte.

 




Washington, l’oncologa Monica Bertagnolli nominata Cavaliere della Repubblica

washington loncologa monica bertagnoli nominata cavaliere della repubblica

washington loncologa monica bertagnoli nominata cavaliere della repubblicaL’Ambasciatrice d’Italia negli Stati Uniti, Mariangela Zappia, ha conferito  a Washington l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana alla Dottoressa Monica Bertagnolli, Direttrice degli Istituti Nazionali di Salute (National Institutes of Health, NIH), la più grande agenzia di ricerca scientifica biomedicale del mondo.

“È davvero un grande piacere poter dare un riconoscimento così prestigioso a Monica Bertagnolli proprio nel mese in cui celebriamo negli Stati Uniti l’eredità italo-americana: in quanto nipote di immigrati italiani, la sua storia è emblematica dello straordinario contributo dato a questo Paese da chi è arrivato e arriva ancora oggi dall’Italia”, ha commentato l’Ambasciatrice. “Il partenariato strategico tra Italia e National Institutes of Health, sotto la guida della Direttrice Bertagnolli, ha dato importanti frutti nel campo della ricerca, aprendo la porta a nuove collaborazioni tra ricercatori italiani e americani in settori come le scienze biomediche e la salute pubblica”.

Alla cerimonia a Villa Firenze hanno partecipato il Capo della Food and Drug Administration americana, Robert Califf, e alti funzionari degli Istituti Nazionali di Salute.

Oncologa e ricercatrice con un’incomparabile esperienza nella ricerca sul cancro, Bertagnolli è stata nominata Direttrice di NIH dal Presidente Biden dopo aver guidato con successo il National Cancer Institute e aver svolto un ruolo fondamentale nel rilancio della Cancer Moonshot Initiative, ambiziosa iniziativa della Casa Bianca per la lotta contro il cancro, e nel lancio del National Cancer Plan 2023. Come rappresentante della comunità italo-americana negli Stati Uniti, Bertagnolli ha dato visibilità e riconoscimento all’Italia. Ha sempre mantenuto un forte legame professionale con l’Italia, anche facendo da mentore a giovani ricercatori italiani e collaborando con l’Ambasciata d’Italia a Washington alla realizzazione di attività e progetti del settore scientifico.




Il violinista del Guaranì

libro di antonio di donato

libro di antonio di donatoRiscoperta la vita di padre Simone Mascetta, missionario e difensore dei Guaranì, il cui personaggio ha ispirato il film “The Mission”.

Venti anni fa nessuno conosceva   Simone Mascetta. Le nebbie del tempo avevano inghiottito la sua storia e con essa una importante fetta della storia evangelizzatrice del Nuovo Mondo. Mascetta era sconosciuto perfino a Castilenti,  paese da cui oltre quattrocento anni prima  era partito come studente per poi vivere gran parte della propria esistenza nelle foreste pluviali del Paraguay.

L’unico segno tangibile dell’esistenza di Mascetta era rappresentato da un affresco presente nel chiostro del convento del borgo abruzzese della Valfino, nel quale è ritratto un gesuita che potrebbe rappresentare il missionario.  Nulla più. Venti anni dopo le nebbie finalmente si sono diradate e il merito è degli appassionati ricercatori storici e di un sindaco (purtroppo scomparso prematuramente) che  ha voluto dare seguito alla flebile traccia che negli archivi della Compagnia di Gesù indicavano la vita di un missionario di nome Simon Maceda.

Il 7 settembre 2024 Castilenti ha celebrato la “riscoperta” del suo figlio missionario, presentandolo in un convegno dal titolo “Padre Simone Mascetta, da Castilenti al Paraguay”, promosso dalla Pro Loco, dal Comune e dalla Deputazione di Storia Patria anche in ricordo del compianto sindaco  Alberto Giuliani. Il convegno, aperto dal sindaco vicario Dott.ssa Sabina Mazzocca e moderato dal giornalista Umberto Braccili, ha visto presenti il prof. Ezio Sciarra (preside della Facoltà di Scienze sociali dell’Università G.  D’Annunzio), la prof.ssa Giselda Antonelli (università G. D’Annunzio), il prof. Roberto Ricci (vicepresidente della Deputazione Abruzzese di Storia Patria), padre Franco Gatti S.J. (ministro dell’istituto orientale della Gregoriana),  il dott. Graziano Paolone (autore di saggi storici sulla storia locale) e Antonio Di Donato autore della coinvolgente monografia  “Padre Simone – L’Abruzzese che difese i Guaranì” edito da Hatria.

targa dedicata a mascettaIl nome del missionario, fondatore della prima Riduzione in Paraguay (insieme al confratello Giuseppe Cataldino) ha inoltre trovato finalmente spazio nella toponomastica cittadina grazie all’intitolazione di  “Largo Simone Mascetta” e a un murales che permettono di ricordare un personaggio a cui si sono ispirati gli sceneggiatori del film “The Mission”.

Figlio di mercanti, padre Mascetta nacque nel piccolo borgo della Valfino nel 1582 e fu battezzato con il nome di Ettore Ercole, cambiandolo in seguito in Simone quando entrò nella Compagnia in un convento di Napoli.

Appassionato musicista di violino,  lasciò  l’Europa per raggiungere  il Río de la Plata con padre Andrés Jordán e altri religiosi.

Arrivato  a Buenos Aires (5 marzo 1608) si spostò subito  a Córdoba del Tucumán e da lì in Paraguay, dopo aver emesso la prima professione di voti. Giunti in terra Guayrà (​​a Ciudad Real)  padre Simone e i suoi compagni  penetrarono nell’anima degli Indios con la forza delle note musicali. I missionari conquistarono con la musica il cuore degli uomini vestiti di pelle di cervo e fondarono la prima struttura delle loro “reducciones”. I Nativi erano incantati dalla musica e soprattutto volevano imparare. E ben presto riuscirono a intonare canti a più voci, lasciando estasiati anche i loro maestri. I primi a fondare una missione in terra paraguayana furono proprio Simone Mascetta  e Giuseppe Cataldino, dandole il  nome di Loreto e spendendo tutta la loro vita nella costruzione di un progetto sociale destinato ad entrare nell’epica missionaria.

Dopo una grave malattia, padre Mascetta continuò il suo viaggio  navigando attraverso il Paraná e sulla sua riva destra fondò  tre riduzioni, quelle di San Ignacio-Guazú, Santiago de Caaguazú e Nuestra Señora de Fé (oggi Santa María).

Gettate le fondamenta per queste missioni  il missionario di Castilenti si spostò nelle regioni circostanti, come quelle di Tucatí, Iñeay e Teyayaobá. In compagnia di padre Antonio Ruiz de Montoya, realizzò  la riduzione di San Pablo nell’Iñeay. Entrambi fondarono in seguito la riduzione di Jesús María nella giurisdizione del capo Cuaracy-Vea.

Quindici anni dopo il suo arrivo, i gesuiti avevano dato vita a  quattordici ricche e grandi comunità indigene (i cui resti sono oggi patrimonio UNESCO) nelle quali i Guaranì impararono a esprimere il loro talento per la musica e l’artigianato. Ogni villaggio aveva i suoi strumentisti, e il repertorio si allargò anche alla musica laica. Occasionali visitatori ebbero modo addirittura di ascoltare opere liriche italiane e anche la danza entrò nell’uso dei villaggi guaranì. Loreto divenne il centro dell’intaglio e nelle statue, San Giovanni Battista costruiva strumenti musicali. I missionari e gli indigeni si specializzarono nella produzione del “tè del Paraguay” (oggi conosciuto come matè)  articolo che trovò grandissimo successo nelle città coloniali del Sudamerica entrando di fatto nelle usanze del Sudamerica .

Le riduzioni divennero purtroppo terra di scambio per le liti europee. Lo stato del Paraguay passò così in parte nel territorio portoghese innescando una vera e propria guerra.  Accerchiati su tre lati, impossibilitati a difendere tutto il territorio, gli uomini in nero resistettero per lungo tempo, ma nulla poterono contro l’attacco politico condotto nei loro confronti nelle corti europee. Accusati di disobbedienza e di resistenza armata, e soprattutto di nascondere enormi ricchezze d’oro, i missionari ricevettero il loro colpo mortale.

Quelle missioni che Voltaire definì “il trionfo dell’umanità”, entrarono così nella leggenda. Odiate dai mercanti coloniali, tollerate dagli stati ufficiali, incomprese dalle stesse alte gerarchie ecclesiastiche, le riduzioni divennero un mito. Uno stato fondato sulla mitezza del governo (così scriveva D’Alambert), non poteva vivere in pace, nell’epoca buia del colonialismo europeo.

Salvatosi dagli eccidi, padre Simone trascorse il resto della sua vita nel tentativo di perorare la causa dei Nativi. Era al lavoro nella missione di San Ignacio Guasú quando un ictus lo lasciò a letto fino alla fine dei suoi giorni, il 10 ottobre del 1658.




Anna Maria Pauletti Rech. Pioniera dell’Ospitalità Caxiense e candidata a “Patrona della Hotelaria Italiana in Brasile”

anna maria pauletti rech. pioniera dellospitalita caxiense e candidata a patrona della hotelaria italiana in brasileimmagine4

anna maria pauletti rech. pioniera dellospitalita caxiense e candidata a patrona della hotelaria italiana in brasileimmagine4Anna Maria Pauletti Rech, emigrante bellunese e una delle prime abitanti di Caxias do Sul, sarà dichiarata Patrona della Hotelaria Caxiense. Figura storica di rilievo, – informa la nota dell’Associazione Bellunesi nel Mondo – Anna Maria sarà omaggiata per il suo contributo all’ospitalità della città brasiliana. Martedì 10 settembre, il Consiglio Comunale ha approvato il progetto di legge (135/2024) che riconosce ufficialmente questa onorificenza, in attesa di firma del decreto da parte del sindaco Adiló Didomenico. Anna Maria, già celebrata con una statua e dando il nome alla regione amministrativa di Ana Rech, dove ha vissuto gran parte della sua vita, morì il 16 maggio 1916 all’età di 85 anni. La distinzione proposta dall’Esecutivo e approvata dal Legislativo si fonda sull’attività svolta da Anna Maria nella gestione di una locanda che accoglieva i troperi di passaggio nel Lotto 104 del Travessão Leopoldina, dove si era stabilita. La locanda divenne un punto di riferimento essenziale per i viaggiatori lungo il percorso tra la Colonia Caxias e i Campos de Cima da Serra. Anna Maria era anche proprietaria di una casa di commercio, dimostrando un grande spirito imprenditoriale. Nata il 25 marzo 1831 a Feltre, provincia di Belluno, Anna Maria si sposò con Osvaldo Rech, con il quale ebbe nove figli. Nel 1876, rimasta vedova, decise di emigrare in Brasile con i suoi figli, affrontando un lungo viaggio di quattro mesi per raggiungere Caxias do Sul, nella Serra del Rio Grande do Sul. Oltre a gestire la locanda, Anna Maria si dedicò a lavori agricoli e svolse il ruolo di levatrice e guaritrice nella regione dell’8ª Legua della Colonia Caxias, oggi nota come Ana Rech. Donò terreni per importanti strutture comunitarie, tra cui la chiesa, il cimitero, il convento e il collegio, secondo quanto riportato dalle fonti storiche locali.

Possibile patrona della Hotelaria Brasiliana

Oltre al riconoscimento locale, il nome di Anna Maria Pauletti Rech è anche candidato a diventare Patrona della Hotelaria Brasiliana. La proposta, sostenuta dal progetto di legge 6306/2019 presentato dal deputato Pompeo de Mattos (PDT-Rio Grande do Sul), è in attesa dal 29 maggio 2023 della designazione di un relatore presso la Commissione di Costituzione e Giustizia e di Cittadinanza (CCJC) della Camera dei Deputati. Il progetto ha già ottenuto un parere favorevole dalla Commissione di Cultura (CCULT), ma non è ancora stata fissata una data per la discussione e votazione in plenaria. La storia di Anna Maria Pauletti Rech è un esempio di dedizione, accoglienza e imprenditorialità, rendendola una figura emblematica nella storia dell’ospitalità brasiliana.

Il Commento di Oscar De Bona, presidente Abm e Unaie

Oscar De Bona, presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo (Abm) e di UNAIE (Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati), ha accolto con entusiasmo questa importante decisione: “La proclamazione di Anna Maria Pauletti Rech a Patrona della Hotelaria Caxiense rappresenta un riconoscimento doveroso per il contributo straordinario che questa donna ha dato non solo alla sua comunità, ma all’intero spirito di accoglienza italiano in Brasile. Mi auguro vivamente che Anna Maria possa diventare presto anche Patrona della Hotelaria Brasiliana, un titolo che renderebbe giustizia al suo instancabile lavoro e alla sua generosità”.

De Bona ha poi evidenziato l’importanza di Anna Maria nella diaspora italiana, ricordando che le è dedicata una sezione all’interno del MiM Belluno – Museo interattivo delle Migrazioni e che l’Abm ha realizzato un audiogiro virtuale su IziTravel in italiano, inglese, spagnolo e russo. “Non da ultimo, voglio ricordare la pubblicazione a lei dedicata, scritta da Salvatore Liotta, disponibile in italiano e portoghese. Anna Maria Rech è un simbolo di coraggio e determinazione, valori che ci accomunano e che continuano a ispirare le nuove generazioni di italiani nel mondo”. (Inform)