Canada. Di Loro winery, in Ontario

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foto articolo gianlucaImmersi nella suggestiva cornice vitivinicola della Niagara Region, si trovano i vigneti selezionati da Di Loro Wines, dedicati alla creazione di vini di straordinaria qualità e raffinatezza. L’amore per la terra è radicato in famiglia: il padre, stimato agronomo. Gianluca ha scelto di seguire le sue orme, laureandosi in enologia presso l’università e completando due Master in viticoltura ed enologia prima ad Asti ed in seguito a Lisbona. La sua carriera lo ha portato ad esplorare diverse regioni viticole in giro mondo, accumulando esperienze preziose in Italia, Francia, Spagna, Napa Valley, Margaret River, British Columbia e Ontario.

Dal 2023, Gianluca è membro del comitato di degustazione VQA, l’autorità che certifica se un vino rispetta gli standard per ottenere il riconoscimento della denominazione.

Gianluca ama le sfide e, con questo spirito, 2 anni fa ha lanciato la sua azienda di consulenza enologica in Canada ed in Italia e presto rilascerà sul mercato canadese il suo primo brand di vini contemporaneamente (o quasi) in Sicilia e Canada.

Oltre a essere un talentuoso enologo, Gianluca è membro dell’ONAV Delegazione Canada (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Vino).

Nel 2017 ha ricevuto il prestigioso riconoscimento di Miglior Assaggiatore Tecnico di Vino in Italia (ONAV).

Gianluca presenterà presto il suo progetto a manifestazioni enologiche come il Vinitaly e Prowein.

Nonostante la sua giovane età, sono certo che il suo talento e la sua dedizione garantiranno il suo successo e contribuiranno al prestigio di ONAV.

É possible contattare Gianluca a: gianluca@dilorowines.com




Fortaleza (Brasile). Sandra Bandeira Nolli intervista Francesco Laprovitera

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unnamedIl dottor Francesco Laprovitera, architetto, scrittore e artista, è un’importante rappresentante della  Comunità Italiana di Fortaleza, discendente della nobile famíglia Laprovitera che ha dato un bellissimo contributo la vita culturale e turistica di Fortaleza, nota città del nord est del Brasile.

Alzi la mano chi è consapevole del fatto  che esiste un’ Italia in Fortaleza orgogliosa delle sue origini italiane e che porta avanti i valori italiani?

L’immigrazione italiana non si è diretta solo verso il Sud del Brasile, ma  anche al Nord est dove gli immigrati  sono stimabili in  circa 37 milioni, tra italiani e  ítalo -discendenti.

L’obiettivo della nostra intervista è approfondire la conoscenza delle esperienze più significative vissute dagli italiani nello stato del Ceará e per questa ragione abbiamo intervistato il dott. Laprovitera che ci ha presentato il suo percorso professionale e l’importanza delle sue radici culturali.

Laprovitera si è costruito una brillante carriera oltre i confini nazionali. Per lui la cultura è un mezzo di comunicazione universale. Oltre ad essere architetto, è un rinomato artista plastico. Ha collaborato con diversi giornali. Ha dato vita ad  ambiziosi progetti culturali. E’ stimato da tutti gli italiani di Fortaleza. Esperto in valorizzazione culturale, è stato direttore del Iate Club  e attualmente è membro del Comités Nord est.

Vogliamo capire il suo punto di vista, evidenziare le sue scelte, le motivazioni che hanno guidato la sua arte  e presentarvi la comunità italiana di Fortaleza.

Abbiamo chiesto…

 

1) Vuole raccontarci, con i suoi 50 anni di esperienza, del lavoro svolto a favore dell’arte, della cultura e della comunità italiana nel Nord est  brasiliano in Fortaleza nel corso di tutto questo tempo?

Ecco le sue parole…

È sempre una gioia parlare con te, soprattutto quando l’argomento riguarda l’Italia, un Paese che mi fa pulsare nelle vene il mio sangue calabrese, l’arte e la cultura che tanto pratichiamo e valorizziamo.

Quest’anno, nel celebrare i 50 anni di carriera artistica, rifletto sulle mie scelte di vita. Essere un artista significa comprendere il mondo con una visione diversa, che ci permette di praticare valori di gentilezza e solidarietà tra le persone.

La storia dell’arte italiana ci insegna la ricchezza culturale di un popolo che valorizza la vita nella sua pienezza. Allo stesso modo, il mio lavoro come artista cerca di ispirare progetti di portata sociale con romanticismo e pragmatismo.

L’arte italiana è sempre stata per me una fonte inesauribile di ispirazione. Ci mostra che la sua vera essenza è toccare i cuori, risvegliare sentimenti e unire le persone.

Ho imparato che, oltre ad essere espressione di creatività, è un potente strumento di trasformazione sociale. Ed è con questa visione che continuo a camminare, con nuove modalità per contribuire al benessere collettivo e alla valorizzazione della cultura italo-brasiliana.

 

2) Essendo il Programma NE VOGLIAMO PARLARE, un ottimo canale per promuovere la cultura italiana in Brasile… Può descrivere in poche parole la comunità italiana di Fortaleza, l’arrivo della sua famiglia, il contributo non solo economico, che gli emigrati hanno dato alla nostra terra nel corso di ben oltre un secolo e mezzo?

È una grande occasione per presentare il “Programma Ne Vogliamo Parlare” sulla necessità di instaurare dialoghi culturali tra Italia e Brasile. Come disse il nostro defunto poeta popolare Patativa do Assaré, “canta lì e io posso cantare qui”, questo può essere un buon motto per rafforzare i nostri legami artistici.

All’inizio del 20° secolo, a causa della crisi economica italiana, il mio bisnonno materno Giuseppe Guerrera lasciò il comune di Tortora, in Calabria, e venne in Brasile in cerca di nuovi affari. Si stabilì a Fortaleza, portando tessuti pregiati e distinguendosi per il suo trattamento raffinato nei confronti delle persone. Ha rapidamente ampliato la sua attività e ha acquistato un ostello a Praça da Sé, aumentando il suo tempo in Brasile da tre a sei mesi.

Quando Giuseppe decise di prolungare la sua permanenza a nove mesi, la figlia Marianna sposò Michele Laprovitera, un giovane che aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale. Convinti da Marianna, decidono di iniziare una nuova vita in Brasile. Tuttavia, all’arrivo, Giuseppe annunciò la sua decisione di tornare in Italia, trasferendo la sua attività al genero.

 

3) Come è nata la passione per l’arte? Da dove viene tanta creatività e ispirazione? Può parlarci dei suoi progetti?

Lo dico sempre: sono nato artista e mi sono formato come architetto e urbanista. Da quando esisto, ho sempre fatto arte. Mia madre suonava il pianoforte e realizzava arazzi. Mio padre era un dentista, disegnava e scriveva bene. Ho avuto, quindi, la fortuna di appartenere a una famiglia che valorizza le arti e di aver conosciuto personalmente due grandi artisti brasiliani: Heloysa Juaçaba e Aldemir Martins che hanno visto lemie doti artistiche e mi hanno guidato in questo mondo. Per rafforzare la mia tendenza di artista, mi sono formato come architetto e urbanista. Poi ho scoperto che i processi creativi hanno la stessa radice.  Ciò che li differenzia sono i linguaggi di ciascuna espressione.

Ho un centinaio di mostre collettive e individuali tenute in Brasile e all’estero. Purtroppo mi manca l’Italia.

In architettura, ho progettato, tra gli altri, gli aeroporti internazionali di Aracati e Jericoacoara, la sede dell’Ordine degli Avvocati Brasiliani del Ceará e la Corte dei Conti dello Stato del Ceará.

Sono davvero molto grato all’Arte!

 

4) Lei ha costruito una brillante carriera all’interno del nostro paese. Può darci un parere sui rapporti tra l’Italia e la comunità italiana del Nord est brasiliano? Come possiamo rafforzare il nostro legame  con l’Italia e le  famiglie italiane in Fortaleza?

Se dovessimo enumerare le personalità di origine italiana che hanno contribuito e continuano a contribuire all’affermazione del Brasile come una grande nazione, l’elenco sarebbe lunghissimo. Nel Nord-Est è altrettanto significativo. Le autorità italiane in Brasile hanno l’opportunità di realizzare grandi progetti, sia culturali che economici.

Vale la pena ricordare che i cittadini italiani nel Nordest sono tanti ed è fondamentale che le opportunità siano ampie e inclusive. Le famiglie tradizionali italiane del Ceará praticano una convivenza armoniosa e solidale, fungendo da esempio di cooperazione e unità. Questo spirito comunitario può ispirare nuove iniziative per rafforzare ulteriormente i nostri legami e promuovere scambi vantaggiosi per entrambi i Paesi

 

5) Vuole dare un messaggio  ai nostri lettori?

Certo! Essere italiani è soprattutto amare l’Italia e la sua gente, è abbracciare il mondo con fede in Dio e con la certezza che siamo venuti al mondo per essere felici! Viva l’Italia!

 

 

 

 

 

Sandra Bandeira Nolli intervista Dott.Francesco Laprovitera.




Lucani nel Mondo in lutto: è morto a Panama Vincenzo Mangravita

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29sociedad“La sua storia di emigrato lucano ci aveva impressionati per la sofferenza con cui la raccontava ma anche per la sua gioiosità”. Con queste parole Luigi Scaglione, presidente del Centro Studi Internazionali Lucani nel Mondo, e Domenico Melillo, lucano a Panama, hanno ricordato Vincenzo Mangravita, lucano della comunità italiana a Panama recentemente scomparso.
“Nel mostrare i suoi successi e la sua voglia di essere – ha spiegato ancora Scaglione – era sempre vicino alle iniziative dell’associazione dei Lucani a Panama, retta con grande attenzione e lungimiranza dal lucano insigne, Domenico Melillo”.
La storia di Mangravita è quella di un giovane nato a Maratea il 1 luglio del 1942, in una famiglia povera e dignitosa che decise di emigrare verso l’agognata America, dopo aver venduto la piccola casa ed il pezzo di terra che gli dava almeno da mangiare il 9 Giugno del 1959.
“Quando lo incontrammo a Città di Panama nell’incontro ufficiale che aveva organizzato, trovammo una tavolata buona per ospitare a pranzo almeno 50 persone e lui candidamente ammise “sono arrivato povero, ma almeno a casa in Italia, mangiavamo, qui ho sofferto la vera fame facendo i lavori più umili. Oggi posso dire di essere riuscito a costruire una vita degna di una persona umana non potendo più nemmeno comprare il biglietto per rientrare con mia madre a Maratea”, ha ricordato ancora Scaglione.
La storia di Vincenzo Mangravita è quella di un italiano imbarcato su una nave e dopo mesi di viaggio, sbarcato sull’America “sbagliata”, dove le condizioni di vita erano delle peggiori.
La sua forza d’animo l’ha fatto diventare un grande imprenditore nel settore della pesca d’altura, delle produzioni e distribuzione del pescato come contestualmente si industriava in quello della produzione e trasformazione delle carni e contestualmente sosteneva tutte le attività benefiche e di promozione della Società Italiana di Beneficenza e Mutualità e dell’Associazione dei Lucani a Panama.
Il suo sogno era quello di lasciare un segno anche a Maratea, sua città natale, che saprà di sicuro ricordarlo cosi come hanno fatto a Panama i componenti il Direttivo e l’associazione lucana. (aise)




Ricardo Merlo è il nuovo Direttore Generale della Diplomatura en Estudios de Instituciones Italianas en Argentina

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merlo germania e1607088631276 343x223Ricardo Merlo è stato nominato Direttore Generale della Diplomatura en Estudios de Instituciones Italianas en Argentina , programma accademico del Centro Italoargentino de Altos Estudios (CIAAE) dell’Università statale di Buenos Aires. Ricardo Antonio Merlo, italo argentino di origini trevigiane, è nato a Buenos Aires il 25 maggio 1962. Laureatosi in Scienze Politiche all’Università di El Salvador nel 1989, perfeziona i suoi studi in Italia presso l’Università degli Studi di Padova. Giornalista dal 1986. Dal 1998 e al 2003 è membro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero a Buenos Aires e nel 2004 presidente del Comites di Buenos Aires. Nel 2005 è presidente dell’Intercomites Argentina. Presidente della Federazione Veneta Argentina (CAVA) tra gli anni 2002 e 2006, presidente dell’Associazione Trevisani nel Mondo Argentina nel 2007 e rappresentante in America Latina per il Sudamerica dell’Unaie-Unione Nazionale Associazione Immigrati ed Emigrati. Viene eletto in Parlamento (nella circoscrizione Estero-ripartizione America Meridionale) per quattro legislature consecutive, tra il 2006 e il 2017 alla Camera dei deputati e senatore nel 2018. Nel 2007 fonda il Maie-Movimento Associativo Italiani all’Estero, di cui è tuttora presidente. Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale nel primo Governo Conte dal 13 giugno 2018 al 4 settembre 2019 e nel secondo Governo Conte dal 13 settembre 2019 al 12 febbraio 2021. Con delega per gli Italiani all’Estero. (Inform)




Santo Domingo. Jovanotti, un anno dopo l’incidente

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jovanotti allenamento dopo intervento e1721207594165 1024x647Lo scorso 15 luglio l’incidente a Santo Domingo. Ad un anno dalla rottura del femore e della clavicola, Jovanotti è pronto a lasciarsi alla spalle il lunghissimo anno tra operazioni, dolori, fisioterapia, riabilitazione e tanta fatica. Il cantautore è finalmente tornato a camminare bene e addirittura ad allenarsi, come ha mostrato in un video pubblicato sui social.

“Un anno dal botto in cui sono volato dalla bici facendomi malissimo. Poi l’operazione fatta male e dopo sei mesi, grazie al cielo, ho trovato un chirurgo che mi ha rimesso tutto dritto”, dice Jovanotti nel video. L’artista ha promesso ai fan che “tornerà più forte di prima, sono pronto a tuffarmi nei palasport per rivederci. È stato un anno diverso, inaspettato e pieno di cose di cui vi parlerò appena ne avrò modo”. Un lungo anno superato grazie alla sua motivazione: “è importante non mollare e andare sempre avanti”, conclude.

ag. Dire – www.dire.it




La voce dell’amore: 100 anni fa nasceva Leo Buscaglia

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leo buscaglia 1987Nei suoi 11 milioni di copie dei suoi libri insegnò a esprimere le emozioni positive.

Se ne andò l’11 giugno del 1998, con il garbo che tutti gli riconoscevano, senza suscitare  clamore e con la riservatezza di un vero “piemontese”. E dopo poche settimane, anche  l’Italia si dimenticò di questo suo straordinario figlio, che conquistò le cronache con la sua  teoria tutta affetto e amore. Leonardo Buscaglia, nel giro di poco tempo è diventato un altro dei tanti oggetti smarriti della memoria italiana nel Mondo, quella memoria che troppe volte è stata smarrita lungo il percorso storia, ma non è stato dimenticato dalla terra nella quale i suoi genitori scelsero di costruire, agli inizi del XX Secolo,  il loro futuro, e quello dei figli italoamericani.

Nato a Los Angeles il 31 marzo 1924, Leonardo Felice Buscaglia, non dimenticò in effetti mai le sue origini italiane, piantate nel piccolo centro di Caluso, tra le colline del Piemonte, e diede al suo secondo nome una vera e propria valenza pedagogica, scegliendo per se stesso la vocazione di insegnante. E tornò spesso nella terra dei suoi avi per fare visita ai parenti e per testimoniare in prima persona la sua grande voglia di “donare amore”.

“I miei genitori – amava ripetere – partirono a causa della povertà. Mia madre lavorava come domestica, mio padre lavorava in fabbrica, ma il salario era molto basso, e come molte altre persone si illusero che in America le strade fossero lastricate d’oro. Negli Stati Uniti videro l’opportunità  di crescere i loro figli in una terra migliore ed emigrarono. Prima partì mio padre e, dopo che ebbe trovato un lavoro e si fu sistemato, mia madre lo seguì con il suo primo figlio, mio fratello più vecchio. Ma capirono presto che erano molte le persone che stavano cercando la propria fortuna e loro erano solo due fra i  tanti. Mio padre si trasformò in cameriere per poi diventare con gli anni proprietario di una sua attività, mia madre faceva il bucato per gli altri. Fu proprio il duro lavoro quotidiano a cementare tutta la loro vita affettiva.”

Cresciuto in una famiglia dal calore tipicamente italiano, il futuro professore e autore di apprezzati libri utilizzò questa lezione personale per riproporre agli studenti la forza dirompente di un nucleo latino basato sul focolare, ponendolo in antitesi al modello americano di famiglia “aperta”.  E imparò il tutto nelle mille battaglie quotidiane sulle strade americane. Nella sua infanzia le parole che avrebbe sentito di più sarebbero state «wops» (senza documenti), «dagoes»  e mafia, e sulla propria pelle respirò la facile generalizzazione da parte degli americani doc. Leo Buscaglia avrebbe sempre ricordato il suo apprendistato adolescenziale.

“Alcune persone a scuola mi chiamavano «wop» – avrebbe ricordato in più di un’intervista – oppure «dagoe», che erano termini molto offensivi; mio padre mi spiegò che le persone che avevano dei pregiudizi chiamavano gli altri con nomi offensivi a causa della loro ignoranza, e se ci avessero conosciuti ci avrebbero voluto bene. Così mi chiese di essere comprensivo e tollerante; mi invitò a non rispondere con altri pregiudizi nei loro confronti, ma di replicare alla loro rabbia e ai loro pregiudizi con l’accettazione e la comprensione. Era molto difficile per un giovane, ma non era impossibile, e io imparai a gestire la situazione.”

Negli anni Cinquanta Leo Buscaglia, completati con grande successo tutti gli studi universitari, fece il suo ingresso nel mondo accademico, conquistando la cattedra di pedagogia per la Southern California University di Los Angeles. Ma nonostante il lavoro lo bloccasse spesso nella città del cinema, l’italoamericano trovava l’occasione per proseguire una tradizione tutta familiare, quella di andare a North Beach, a San Francisco. Nella zona italiana a quei tempi, si potevano trovare  giornali italiani, un cinema italiano, una chiesa dove si celebravano tutte le messe in italiano. E tutti parlavano italiano ed era come essere in una cittadina italiana nel cuore della California. Sensazioni che lo scrittore non avrebbe mai cancellato, anzi.

senza titolo“I miei genitori amavano quella sensazione. Ci portavano là e noi mangiavamo, incontravamo della gente, facevamo visita agli amici. Era come una piccola fetta d’Italia. Quei momenti li ricordo in modo molto limpido. E ogni volta che vado là vedo che sta cambiando. Gli italiani si sono spostati fuori dalla comunità lasciandola ai cinesi, ma c’è ancora il sentimento, hanno ancora le messe in italiano e vengono ancora pubblicati giornali italiani, ci sono molti ristoranti italiani. Ogni volta che ci vado mi sento come se fossi di nuovo lì con i miei genitori ed è molto malinconico per me.”

In ambito professionale Buscaglia si distinse subito per il suo modo di porre il sapere verso gli studenti: scelse infatti di essere un “educatore” piuttosto che un professore e in realtà interpretò nel modo più appropriato gli insegnamenti ricevuti dal padre.

“Raramente vado a letto la sera senza chiedermi che cosa ho imparato di nuovo quel giorno – amava ancora ricordare l’insegnante -. Mio padre diceva che il più grande peccato del mondo era quello di andare a letto, la sera, «ignoranti» come quando ci si era svegliati al mattino. Quindi si rassicurava che tutti i suoi bambini imparassero qualcosa di nuovo ogni giorno, e anche se eravamo bambini ci piaceva farlo. Ora che sono adulto capisco quanto sia importante continuare a crescere.”

91hm3j8sacl. ac uf1000,1000 ql80 Di pari passo, spinto dal suo genuino slancio verso gli argomenti dell’Amore, Buscaglia iniziò a condurre una sua trasmissione sulle onde radio di una stazione locale, guadagnandosi subito un successo di pubblico. Gli anni tra il Settanta e l’Ottanta rappresentarono la vera svolta nella vita professionale e umana dell’educatore della California del Sud. La sua straordinaria capacità di trasmettere “emozioni positive” si materializzò anche sugli schermi delle televisioni, presentando a un’America ancora troppo ingabbiata dall’educazione anglosassone il calore tipicamente italiano di un uomo dotato di grande spessore pedagogico.

Dotato di grande umiltà, l’insegnante di origine italiana fece della sua felicità il vero fulcro di tutta la vita professionale e negli anni trasformò l’amore nel centro della sua vita, pur non disconoscendo l’esistenza dell’ingiustizia, della violenza, dell’ignoranza e della disperazione. Negli anni che visse fece davvero tutto il possibile per migliorare ogni situazione negativa esistente (attraverso i libri, l’insegnamento, le conferenze, le apparizioni televisive, lo stile di vita), risolutamente determinato ad amare, malgrado tutto.

“Rispondere agli altri con la stessa collera e ostilità che ci possono mostrare – affermò riassumendo la sua filosofia – significa rinforzare i loro comportamenti distruttivi. Invece, ricambiare la loro ostilità con l’amore significa rompere un circolo vizioso.”

a11eum2zjwl. ac uf1000,1000 ql80 Il suo inno all’Amore, inteso come chiave di volta per scardinare il cuore di ogni persona e idealizzato nel volume “Living, Loving and Learning and Born for Love”, divenne così un tutt’uno con le sue lezioni  e la sua fama  attraversò le frontiere a stelle e strisce per trovare nuova linfa in Europa e in altri paesi del continente americano. Il suo modo di intendere la vita, Buscaglia lo depose anche su carta, dando alla stampa decine di libri, venduti in undici milioni di copie e tradotti in venti lingue. Conscio della forza dirompente delle sue parole e dei suoi gesti così lontani dall’introversione americana, il professore di origine torinese, decise di convogliare le energie in una vera e propria fondazione, la “Felice Foundation”, dandole lo scopo di incoraggiare e insegnare lo spirito del “dare”, e divenendo involontariamente il vero rappresentante dei “figli dei fiori”.

Carico di onori e appagato nella sua continua ricerca di emozioni, Leo Felice Buscaglia, passò gli ultimi anni della sua vita ritirandosi tra le montagne del Nevada, in una sorte di cammino a ritroso verso gli ambienti alpini impressi nel suo DNA. Ritiratosi a Zephyr Cove, vicino al Lago Tahoe, ridusse la sua attività editoriale.

“Quella dello scrittore – disse – è una professione molto solitaria. Hai solo te stesso e nessun altro può farlo per te. Quindi, in un certo senso, significa che ci stiamo allontanando dalla vita per andare in un’altra dimensione”.

E sulla morte diede i suoi ultimi grandi consigli.

“Credo fermamente che questa sia l’esperienza più democratica della vita umana. Tutti muoiono: il povero, il felice, l’infelice, la persona famosa, quella non conosciuta. Tutti sanno che la fine sarà la morte, e questo dovrebbe rappresentare una sfida, perché sapere di non essere immortale significa dover vivere ogni momento della vita e  celebrare ogni momento della mia vita, perché la morte arriva inaspettata. Se si vive pienamente la vita, non si ha paura della morte. Le persone che si lamentano di più della morte sono quelle che non hanno mai vissuto la propria vita.”

Il 12 giugno del 1998 l’appuntamento fatidico arrivò anche per lui, spegnendo per sempre una delle voci più “limpide” dell’insegnamento, un Gandhi contemporaneo dal grande cuore italiano.




USA. Felice Peano, quel geniale amico di Jack London

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C’è una casa, vicino a Santa Monica, che sembra arrivare da lontano, da un mondo che echeggia la grande storia della sinfonia italiana. Quella casa fu costruita nel quartiere di Venice ed era la casa di Felice Peano.

Orologiaio, Scultore, artista, architetto: sono davvero tanti i mestieri nei quali quest’italiano, nato a Parma il 9 giugno 1863, riuscì a eccellere ma altrettanti sono i numeri dei suoi fallimenti finanziari e soltanto di recente il suo nome ha fatto un degno ingresso tra i personaggi artistici degli States.

Arrivato a S. Francisco intorno al 1890, poco più che ventenne, Peano iniziò la sua avventura americana riparando orologi di casa in casa, ma fece subito breccia nella comunità californiana con il suo carattere estremamente gioviale e i suoi modi gentili.

photos 107496 large Conosciute alcune signore della città di Oakland riuscì dopo poco tempo a intraprendere il suo vero lavoro di scultore, realizzando opere commissionate dai suoi clienti privati. L’italiano, con i suoi primi consistenti guadagni, decise di realizzare la sua casa sulle rive del lago Merrit, e la sua casa, una volta completata, divenne un vero e proprio punto di riferimento per tanti artisti americani. La battezzò “La Capricciosa” e la decorò sia negli interni che negli esterni con le sue sculture bronzee. La bizzarra dimora divenne abitazione anche di Jack London, non ancora affermato scrittore e grande amico dell’italiano. Sia Peano che London infatti avevano abbracciato la causa socialista e nel nome di quell’utopia politica condivisero le proprie proprietà.

Il cammino professionale di Peano continuò in discesa negli ultimi anni dell’Ottocento. Egli insegnò modellazione, disegno tecnico e decorazione architettonica alla Lick School of Mechanical Arts di San Francisco e divenne un insigne cittadino “americano” di San Francisco/ Oakland. Ma il successo economico non durò a lungo. La clientela privata si rivelò meno affidabile di quanto previsto, e l’eclettico parmense dovette vendere l’amata residenza per trasferirsi a Los Angeles per tentare la strada degli studi cinematografici. Peano provò soprattutto di trasferire alla nascente industria del cinema le sue personali invenzioni, ideando le strisce di cartoni animati una generazione prima del grandissimo Walt Disney e provando a modellare i primi “dinosauri” del cinema per una bozza di film con Buster Keaton. Ottenuti risultati modesti nella nuova arte, l’italiano depositò nel 1902 un brevetto per “foggiare la statuaria e altre strutture ornamentali”, un procedimento basato sulla scoperta dell’uso di vetro vulcanico e sull’applicazione di una lega speciale. Ancora oggi, in case americane di quelli che una volta furono amici di Peano, è possibile ritrovare oggetti trattati con questa particolare tecnica e ancora perfettamente conservati. Anche un’autovettura elettrica (realizzata in una carrozzeria a forma di cigno!) fu brevettata dall’italiano per finire nel dimenticatoio o essere plagiata da tecnici molto più avvezzi alla commercializzazione.

1905photosamoLe nuove residenze di Peano cambiarono con l’evolvere delle sue professioni e tracce del suo passaggio si trovano a Santa Barbara e a Santa Monica. Fu proprio nelle vicinanze di Santa Monica che si concretizzò un’altra delle affascinanti e sfortunate avventure dell’artista. Il quartiere di “Venice” fu concepito dai progettisti per realizzare una fusione tra le nuove tecnologie e le belle vedute della città lagunare. All’italiano fu chiesto di disegnare i ponti sui canali in miniatura e di decorare numerose terrecotte di quella che sarebbe diventata, anche nella sua incompiutezza, un’attrattiva della costa urbanistica californiana. Ispirato dalle prospettive di successo, lo stesso Peano realizzò la sua casa, sul modello di un teatro d’opera, realizzando un edificio dalle straordinarie caratteristiche di Art Nouveau. Il fallimento dell’intero progetto trascinò con sé anche quest’altra avventura architettonica del parmense, costretto a vendere la casa (che non fu mai abitata) al prezzo di una “canzone”. Lungi dal cedere alla disperazione, Felice Peano guardò con ottimismo a un nuovo sito per mettere in pratica i suoi ideali artistici e lo trovò sulle Palisades di Santa Monica.

Citato ormai da vari critici nelle riviste specializzate di architettura (del gennaio 1911 l’articolo a lui dedicato in American Home and Garden), l’italiano divenne latore di uno stile indefinibile o decifrabile soltanto con il suo nome, carico di abbondanza decorativa (putti, fontane, orologi, lampade, terrazze non venivano risparmiate) e privo di confini. In diverse riviste furono immortalate le ville (andate tutte distrutte) realizzate a West Lake Park, San Diego, Santa Monica e Hawthorne. In quest’ultima località l’italiano realizzò la sua villa nel 1929, riempiendola di statue, cherubini, animali e nudi a grandezza naturale attorno alla piscina. Suscitò scandalo la sua visione architettonica nella città californiana dalle vedute troppo limitate e sistematicamente vennero condotte spedizioni vandale alle sue particolari creature edilizie. Nella villa di Hawthorne l’italiano condusse comunque i suoi ultimi venti anni di vita, ottenendo la cittadinanza onoraria per le opere realizzate.

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Nel 1914 aveva posto mano alla realizzazione della “Porta della Vita” commissionata  dalla figlia di  Daniel Freeman (considerato il “padre di Inglewood”) per ornare la Episcopal Holy Church sull’esempio delle porte del Ghiberti a Firenze. Alta  circa tre metri questa magnifica opera fu illustrata con la storia dell’uomo a partire da Adamo ed Eva, raffigurati nella loro nudità. Ancora una volta il puritanesimo americano soffocò il talento dell’artista parmense ritirandogli la commessa. Ma l’opera venne comunque completata in forma privata dall’italiano che la fuse pezzo per pezzo e  nascose sotto terra ogni singolo pezzo per evitarne l’utilizzo come rottame. Affidò infine all’amico Jacob Pfeiffer la sua opera, prima di togliersi la vita nel 1949. Soltanto nel 1954 l’opera fu montata per intero  per essere poi esposta quasi trent’anni dopo, nel luglio del 1982, in occasione del sessantesimo anniversario della città.

La Porta della Pace costituisce oggi l’unica grande testimonianza del grande genio artistico di Felix Peano. Le sue stravaganti ville sono andate perdute e soltanto tra i rigattieri possibile ritrovare qualcuno dei numerosi oggetti e sculture dell’italiano; il suo nome quindi resterà legato a questa ultima grande scultura e alla grande amicizia di Jack London, che nella sua biografia avrebbe inserito brevi cenni del suo caro e geniale compagno d’ideali.

 




Piero Solari: il cuore italiano della musica peruviana

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1Quella che ritrovò al suo rientro dalla prigionia in Russia, era un’Italia distrutta dalla guerra, con poche prospettive per gran parte dei suoi cittadini e praticamente senza speranze per chi faceva dell’arte la sua professione.

Piero  Solari decise di unirsi ai milioni di italiani che nel corso dei secoli abbandonarono la terra natale per cercare nuove opportunità. Per Piero quel sogno si chiamava Perù.

Figlio di Giuseppe Solari e Amelia Sanguineti, Piero era nato a Chiavari il 29 giugno 1924, trascorrendo la sua infanzia  a Palazzo Dallorso, in Corso Genova. Dotato di un innato talento, fin da ragazzino veniva  invitato a cantare in feste di beneficenza e feste mondane nella zona,  destando l’attenzione del sassofonista Mario Podestà, che lo convinse a partecipare a uno spettacolo musicale al Teatro Cinema de Lavagna. L’intuizione si rivelò esatta, con il giovane Piero che iniziò a conquistare riconoscimenti e premi, nonostante l’avversione da parte del padre.

Solari, come tanti altri italiani, fu arruolato durante la seconda guerra mondiale e fu fatto prigioniero. Trascorse la prigionia nei campi di concentramento russi dove rimase fino al 1946 per poi tornare in Italia e scegliere ancora una volta la via della partenza. Questa volta verso il Sudamerica. Piero salpò insieme al fratello Armando e alla madre (il padre era morto nel 1944), attesi a  Lima dalla sorella Laura, sposata con Mario Canepa, titolare di un’importante industria di articoli in metallo, la S.I.A.M.

Sbarcato nel porto di Callao il  16 dicembre 1947,  Piero lavorò per cinque anni con il cognato senza mai dimenticare la propria passione artistica. Con la sua voce baritonale si esibì  in molte stazioni radiofoniche e nei teatri più importanti della città, divenendo un apprezzato interprete della musica italiana e genovese e poi eseguendo anche brani locali.

486x486bbNel 1953 aprì una tipografia in Jirón Chota 1184 denominata RAISOL (anagramma di Solari) ma dopo 25 anni di fiorente attività vendette l’azienda per dedicarsi completamente al canto e allo spettacolo.

Piero Solari partecipò al primo spettacolo andato in onda nella televisione peruviana, esibendosi come cantante e conduttore. Nell’occasione ricevette  il presidente Manuel Prado Ugarteche e i suoi ministri.

Durante la sua carriera televisiva cantò sia  insieme ai  più grandi artisti peruviani sia con i cantanti italiani che si erano spinti fino a Lima:   Domenico Modugno, Nicola Di Bari, Raffaella Carrà, Rita Pavone, senza peraltro disdegnare duetti  con altri artisti di diverse nazionalità come Maurice Chevalier, Charles Aznavour e Julio Iglesias.

Nel 1972 Piero Solari si propose come autore, produttore e direttore d’orchestra del fortunato spettacolo “100 anni di canzoni italiane”, un evento di successo che venne riproposto in altre città peruviane, argentine e venezuelane oltre a essere trasmesso in televisione. Il successo gli valse il conferimento del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana per il suo contributo alla diffusione della cultura del suo Paese d’origine.

2Nel 1983 Piero Solari poté dare corpo a uno dei suoi grandi sogni. L’artista ricostruì a Lima  il teatro Cannout, successivamente acquistò e restaurò un imponente complesso di rilevanza artistica e architettonica, dichiarandolo monumento nazionale trasformandolo nel Centro Culturale Juan Parra del Riego, in onore di uno dei più grandi poeti del paese.

Sposato con Gloria Recavarren Parra del Riego, e padre di  Giampiero, Francesca, Federico, Marco Aurelio e Gloria María, insieme ai propri figli ha continuato l’attività produttiva sia in America che in Italia fino alla morte, arrivata nel novembre del 2001.

Il testimone da anni è passato al figlio Federico, che ha lavorato con Adriano Aragozzini, organizzando due edizioni del Festival di Sanremo. Con le  «Produzioni Artistiche Solari», Federico prosegue il cammino di papà Piero e porta artisti stranieri in Italia e organizza eventi con artisti italiani come Laura Pausini, Morandi, Venditti, Ramazzotti, Biagio Antonacci.

Nel ricordo dei peruviani il grande divulgatore della musica italiana resterà però soltanto lui: Piero Solari.




Battista Antonelli, l’italiano che ha disegnato le mura di Santo Domingo

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6 7 el pais 01 1asasp04 scaledBattista Antonelli nacque a Gatteo (provincia di Forlì-Cesena, Emilia Romagna) Italia, nel 1547 in una prestigiosa famiglia di ingegneri militari al servizio della monarchia degli Asburgo e della Spagna. Nel 1570 entrò al servizio di Filippo II di Spagna come ingegnere, lavorando con suo fratello maggiore Giovanni Battista (Juan Bautista) in progetti a Orano (Algeria) e in Spagna. Nel 1581, il re di Spagna incaricò Battista Antonelli della costruzione di una fortezza lungo lo Stretto di Magellano, per proteggere questo passaggio vitale per il traffico marittimo dai corsari inglesi. Il progetto, sotto il comando di Pedro Sarmiento de Gamboa e Diego Flores Valdez, fu un completo fallimento, risultando in un insediamento di breve durata, più tardi chiamato Puerto Hambre. Antonelli tornò in Spagna malato e deluso. Tuttavia, fu convinto ad accettare un secondo incarico e nel 1586 costruì le fortificazioni della città di Cartagena de Indias in Colombia. Utilizzando la tecnologia militare più moderna dell’epoca, progettò le difese della città, il Castello di San Felipe de Barajas, il Forte di San Sebastián de Pastelillo e il Forte di San Fernando. Battista Antonelli, nella Vecchia Panama, vicino alla costa del Pacifico, sviluppò un Piano Generale per fortificare la città, che non fu mai realizzato. Successivamente si imbarcò per Cuba e all’Avana progettò le fortificazioni che culminano nella Fortezza del Castello del Morro. Dopo vari viaggi nei Caraibi, Battista Antonelli si stabilì in Spagna, lavorando su rocce e fortezze come a Gibilterra e in altri luoghi. Morì a Madrid nel 1616.

Alla famiglia Antonelli dobbiamo molte delle fortezze portuali e mura di difesa costruite dagli spagnoli nel Nuovo Mondo. Molte di queste strutture progettate dagli Antonelli sono oggi “Patrimonio Culturale dell’Umanità dell’UNESCO”. Queste fortificazioni furono costruite dagli spagnoli tra i secoli XVI e XVII per difendere i loro porti dai pirati nel Nuovo Mondo. Sparse lungo le coste dei Caraibi, queste fortezze appaiono oggi perfettamente radicate nel paesaggio urbano di città come L’Avana, San Juan di Porto Rico o Cartagena de Indias.

Autentici geni post-Leonardo, gli Antonelli misero al servizio dei re di Spagna un’arte militare dove gli italiani erano veri maestri in Europa (sistemi difensivi, torri di vigilanza, fortificazioni in generale, per difendere le città da attacchi navali o militari terrestri).

La storia degli “Antonelli” e le loro opere sono custodite negli Archivi della Città di Gatteo e soprattutto nell’Archivio Generale delle Indie di Siviglia.

Giovanni Battista Antonelli era il maggiore dei fratelli. Nacque a Gatteo nel 1527 e fu ingegnere al servizio dei Conti Guidi fino al suo trasferimento a Madrid nel 1559, assunto dai reali di Spagna per lavorare alla costruzione delle fortificazioni del Levante spagnolo. Erano i tempi delle incursioni dei turchi che terrorizzavano le popolazioni del Mediterraneo. Giovanni Antonelli fu responsabile delle fortificazioni della costa spagnola da Alicante a Cadice e della costa nordafricana da Mers-el-Kebir a Orano in Algeria. Fu l’autore di uno dei capolavori dell’ingegneria idraulica, la connessione fluviale tra Lisbona e Madrid. A Giovanni Battista si attribuisce la navigabilità dei principali fiumi spagnoli, dall’Ebro al Guadalquivir.

La presenza di Giovanni Battista in America non è stata confermata, ma suo fratello minore, Battista (20 anni più giovane), ci fu quattro volte tra il 1581 e il 1606. Battista fu chiamato a Madrid a soli 22 anni dal fratello Giovanni, che aveva bisogno della sua collaborazione per rispondere alla grande quantità di progetti commissionati dal re. Quando Giovanni (il maggiore) abbandonò la costruzione militare per occuparsi del recupero dei fiumi, Battista Antonelli divenne l’ingegnere militare più importante di tutta la Spagna.

Battista Antonelli, il minore dei cinque fratelli, fu il più eminente della famiglia, dotato di maggiore talento e con più fiducia nel tecnico e capace di progettare le opere più importanti. Fu inviato da Filippo II a fortificare i Caraibi. Per la corona di Spagna, la difesa delle città coloniali dagli attacchi navali frequenti dei pirati francesi, olandesi e inglesi divenne una necessità assoluta. Gli interventi degli Antonelli modificarono la fisionomia del paesaggio urbano di molte città dei Caraibi. Esempi significativi, il Castello del Morro e quello di San Salvador de la Punta all’Avana, il Castello di San Pedro de la Roca a Santiago di Cuba, i porti e le fortezze di San Felipe e Santa Cruz a Cartagena de Indias in Colombia, la Fortezza di San Giovanni a Porto Rico, la Città Vecchia e la Fortezza di Portobello a Panama, ecc. A Battista Antonelli si attribuisce l’acquedotto più antico di Cuba, i Forti di San Agustín e Santa Helena in Florida, il Porto di Ulua a Veracruz, Messico, il Progetto del Forte di Santiago de Arroyo in Araya, Venezuela, il Progetto delle Mura della Città Coloniale di Santo Domingo.

Nel 1586 la Città di Santo Domingo viene invasa dal pirata inglese Francis Drake, che distrugge in un mese di occupazione circa 300 case e numerose e importanti strutture religiose (monastero e chiesa di San Francesco, Chiesa delle Mercedes, Chiesa di Santa Barbara, Santa Chiara, Regina Angelorum, l’Ospedale di Sant’Andrea, l’Eremo di Sant’Anton, ecc.).

Viene convocato l’ingegnere Battista Antonelli per progettare e costruire una muraglia per proteggere la città. Antonelli arriva a Santo Domingo nel 1589. L’interessante progetto di Antonelli si basa sulle tecniche costruttive più avanzate dell’epoca, incorporando elementi dell’architettura militare abaluartada, che diedero ottimi risultati in esperienze precedenti. Il progetto disegna il percorso delle fortificazioni di difesa del lato Nord del Centro Storico di Santo Domingo, nella planimetria include le piante degli edifici più importanti (conventi, chiese, ecc.). Antonelli propone per la fortificazione della Città di Santo Domingo il moderno concetto nell’evoluzione architettonica delle opere difensive, l’adattamento e l’utilizzo del territorio per l’incorporazione delle fortificazioni abaluartate (il baluardo o bastione è una struttura fortificata che si proietta verso l’esterno, come punto di difesa contro l’assalto di truppe nemiche).

Sebbene il progetto di Battista Antonelli non fu realizzato per ragioni economiche, la sua proposta gettò le basi della costruzione delle mura nei secoli successivi. Nel 1597 si tentò di riprendere il progetto di Antonelli, poiché le mura che si stavano costruendo non garantivano la totale difesa della città.

Nel 1673 arriva a Santo Domingo l’ingegnere militare italiano Giovanni Battista Ruggero con il compito di definire il progetto delle mura della città. Nel 1574, Ruggero trasmette a Sua Maestà una planimetria del tracciato delle mura, insieme ai dettagli di alcune strutture militari progettate e la sezione del Muro. Inizia una nuova fase della costruzione delle opere difensive della Città di Santo Domingo. È importante notare che il suo tracciato risponde perfettamente ai principi che aveva lasciato ben stabiliti Battista Antonelli nel suo piano per le mura: adattamento del terreno, incorporazione di baluardi, pianificazione di opere esterne avanzate, ecc. Un sistema di difesa efficiente e moderno per l’epoca che organizza la difesa della città come un sistema scalare e interrelato tra loro.

Oggi possiamo apprezzare parzialmente (soprattutto dall’interno), nella Zona Nord del Centro Storico di Santo Domingo, l’impianto originariamente concepito nel progetto mai realizzato di Battista Antonelli. Interessante è il sistema di Bastioni che va da San Lázaro, corrispondente alla chiesa-ospedale, al Bastione di San Miguel, al Bastione di San Antón e a quello corrispondente a Santa Bárbara, notevole l’ingegno e la bellezza di queste strutture militari, in parte distrutti, scomparsi all’interno di altre costruzioni che li ospitano al suo interno, ecc. Invisibili dall’esterno quasi lungo Avenida Mella (appaiono esternamente dal bastione o bastione di San Antón e in tutta l’area murata della chiesa di Santa Bárbara).

Battista Antonelli ritornò definitivamente in Spagna nel 1606, dove continuò la sua attività professionale con progetti come la darsena del porto di Gibilterra e le fortificazioni sulla costa marocchina a sud di Tangeri.

Una cosa curiosa di questo grande personaggio è che Battista Antonelli, dopo aver diffuso la sua saggezza, il suo ingegno e l’estetica dell’arte militare negli ambienti caraibici e mediterranei, si ricordò della sua città natale, Gatteo, che in quel periodo viveva un periodo di grande miseria povertà. Prima di morire nella sua casa di Madrid, il 16 febbraio 1616, Antonelli dettò un testamento secondo il quale Battista donò 625 scudi alla comunità di Gatteo allo scopo di istituire il “Monte Frumentario”, una banca del grano con cui soddisfare le necessità alimentari dei i poveri, le vedove e gli orfani della sua città natale. Questa attività caritativa rimase in vigore fino alla metà del XIX secolo.

tradotto da hoy.com.do




Il missionario solitario italiano di Trinidad e Tobago

vincent spaccapietra

vincent spaccapietraQuella di Trinidad e Tobago rappresenta una pagina storia secondaria rispetto ai grandi eventi che segnarono le scoperte e le esplorazioni del Nuovo Mondo.  In un’epoca segnata dalle conquiste spagnole,  portoghesi, francesi e inglesi con la ridefinizione della geografia mondiale, le due isole rimasero sempre in ombra: poco redditizie e poco attraenti agli occhi di chi era mosso soprattutto dal demone del potere e della cupidigia.

Trinidad fu avvistata nel 1498 da Cristoforo Colombo, che la denominò La Isla de la Trinidad in omaggio alla Santissima Trinità. Non furono però altrettanto ligi ai dettami del cattolicesimo i coloni spagnoli che decisero di fermarvisi. L’isola venne di fatto svuotata dei suoi abitanti, quasi tutti ridotti in schiavitù e portati nelle nuove colonie sudamericane. Dopo aver inutilmente tentato di avviare piantagioni di cacao e tabacco, l’isola venne lasciata al suo destino e trovò nuova linfa nel 1797, quando fu occupata dagli inglesi.

raleighstampStesso destino toccò alla gemella Tobago, scoperta da Colombo  e passata attraverso padroni spagnoli, francesi, olandesi, inglesi e sottostando perfino al regno della Curlandia, ancora oggi annoverata tra gli stati con ambizione coloniale. Dichiarata neutrale nel 1704 , quasi 60 anni dopo divenne una colonia inglese dedita alla produzione di tabacco e rhum.

La storia delle due isole, dal Settecento, si è dipanata su piani paralleli, con una indipendenza conquistata nel 1962  e un influsso britannico che ne ha permeato tutti gli aspetti della vita, compresa quella religiosa.

Su queste terre bagnate dal mare dei Caraibi, la presenza di prelati cattolici di matrice anglosassone è infatti davvero irrisoria ma tra essi risalta il nome di Vincenzo Spaccapietra, per quattro anni arcivescovo di Port of Spain ma destinato a lasciare la sua impronta in modo indelebile nella comunità cattolica di Trinidad e Tobago.

Nato a Francavilla al Mare il 12 ottobre del 1801, fu ordinato sacerdote nel 1824 per la Congregazione della missione, trasformando in realtà il proprio desiderio di operosità missionaria. ll giovane però dovette attendere molti anni prima di poter lasciare l’Italia alla volta di una destinazione missionario. Nel 1852 fu nominato vescovo titolare di Arcadiopoli di Asia, con la consacrazione di papa Pio IX. Tre anni dopo fu inviato nei Caraibi per guidarne la Chiesa come arcivescovo di Port of Spain dopo la morte improvvisa del precedente missionario.

newly arrived coolies in trinidadItaliano suddito del Regno delle Due Sicilie, Spaccapietra divenne il primo suddito non britannico a capo della chiesa di Trinidad e le modalità della sua nomina aggravarono i rapporti tra lui e il governatore, Charles Elliot.  L’ufficio coloniale di Londra non era stato infatti informato da Roma della nomina di Spaccapietra e la diatriba si trascinò per tutti gli anni vissuti da Spaccapietra a Port of Spain , con il governatore Elliot fermo nel suo rifiuto di  riconoscere il nuovo arcivescovo.

trinidad vista general sherlok da la loma delL’arcivescovo, negli anni trascorsi sulle isole, si ritagliò un ruolo importante nella comunità. Comportandosi da eroe  nell’epidemia di colera del 1855, cercò di aiutare nel miglior modo possibile i malati e gli indigenti, costruendo anche la casa di convalescenza, L’Hospice, per dare rifugio ai senzatetto. Il missionario abruzzese riuscì ad attivare nelle isole delle Antille una politica di inclusione della chiesa nei confronti dei meno fortunati, fondando la Società Les Amantes de Jesus, la Società di San Vincenzo de Paoli (1857) e l’hospice  nel 1858. Tutte queste organizzazioni hanno superato agli assalti del tempo e oggi testimoniano l’impegno del missionario di Francavilla al Mare, costretto a dimettersi dopo solo quattro anni di incarico per l’ostruzionismo politico del governatore Sir Clive Elliott, per il quale la figura dell’arcivescovo , non essendo cittadino britannico, non doveva essere pagato con i fondi coloniali. Seppur difeso dagli esponenti cattolici, Spaccapietra alla fine dovette cedere alle pressioni politiche. Roma inviò infatti monsignor Talbot  per chiarire la situazione e per assicurare al governatore che non si intendeva offendere il governo coloniale, senza grandi risultati. Elliott fu irremovibile  e si dimise a causa della disputa.

plantationownersAltrettanto fece Spaccapietra che lasciò Trinidad e Tobago per assumere l’incarico di arcivescovo titolare di Ancira. Dopo tre anni, nel 1862 fu trasferito come delegato apostolico all’arcidiocesi di Smirne, dove adoperò le sue energie per   consolidare la comunità cattolica prevalentemente francese e italiana, Vincenzo Spaccapietra si guadagnò la stima del sultano Abdülaziz il quale contributì in gran parte ai costi di costruzione della cattedrale di San Giovanni, la cui posa della prima pietra angolare avvenne  nel 1862 mentre la chiesa fu completata nel 1874 e consacrata.  Spaccapietra visse fino al 25 novembre del 1878 guadagnandosi la stima della comunità e fu sepolto nella cattedrale che aveva contribuito a far nascere Nel giardino della cattedrale fu eretto un monumento, ancora presente nel 1970.