Moreno Bill

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220px celso cesare morenoAlla sua morte, il Washington Post titolò che era scomparso un «Citizen of The World», un cittadino del mondo. Ma non bastò a far tornare la memoria agli italiani che in Patria ancora oggi ignorano assolutamente chi fosse Celso Cesare Moreno. Forse anche per via di quel suo cognome un po’ esotico che lo accosta più alla Spagna e al Portogallo.

Eppure Moreno rappresenta una delle punte di diamante dell’avventura italiana nel Mondo. Capace di lasciare il segno in tutti i paesi in cui ha operato. Capace di attrarre la fantasia di uno scrittore come Emilio Salgari che probabilmente proprio da Moreno trasse ispirazione per il suo personaggio di Yanez nella saga di Sandokan.

Figlio di una famiglia contadina , Celso Cesare Moreno nacque a Dogliani (Cuneo) nel 1831 e fece i suoi studi a Genova e si diplomò all’Accademia militare nel 1855, uscendone con il grado di capitano. Dopo aver partecipato alla guerra di Crimea con le truppe del Regno di Sardegna, navigò verso le rotte dell’Asia, lungo le quali incontrò Giuseppe Garibaldi.

Dotato di una straordinaria disposizione nell’ apprendere le lingue (durante la sua vita ne imparò ben quattordici, tra cui il cinese) la sua vita fu una straordinaria avventura politica. In India ebbe subito modo di esaltare il temperamento avventuroso ritrovandosi coinvolto nella rivolta dei Sepoys (conobbe il leader dei ribelli, Nana Sahib) contro la Compagnia delle Indie.

image mini 2 0 0 0Nipote del vescovo di Ivrea, Moreno a Calcutta entrò subito in contrasto con il Console onorario del Regno di Sardegna e si spostò verso la Cina, mettendosi al servizio di Hong Xiuouan, leader della rivolta dei Taiping, e fondatore di un Impero rivoluzionario nella Cina meridionale. Dopo la caduta dell’effimero impero dei Taiping, Moreno si spostò ancora, per fermarsi nell’arcipelago indonesiano, dove conobbe e sposò la bella principessa di Aceh, figlia del sultano di Sumatra.

Tornò a Firenze temporaneamente per illustrare al Re Vittorio Emanuele II, il progetto di inviare due navi militari a Sumatra per occupare l’ isola, sottraendola pertanto alle mire degli olandesi e aprendo al giovane stato unitario italiano le ricchezze e i commerci delle Indie e dell’ Estremo Oriente. L’Italia, in quel periodo, aveva valutato il vicino Borneo come possibile sede di una colonia penale e la proposta di Moreno venne ritenuta interessante dal governo. I primi timidi passi diplomatici in quella direzione furono però subito bloccati dall’azione politica dell’Olanda, potenza egemone nell’area di Sumatra. Fallito il tentativo italiano, Moreno, si rivolse agli Stati Uniti, che però non dimostrarono interesse alla vicenda. Il Sultanato di Aceh mantenne la propria indipendenza ancora per pochi anni , ma gli olandesi lo conquistarono dopo una dura lotta, durata alcuni anni. Moreno combatté coraggiosamente per il piccolo regno e si ritrovò tra i nemici anche l’eroe risorgimentale Nino Bixio, che morì a causa del colera nel 1873.

Terminata l’avventura a Sumatra, Moreno raggiunse il Tonchino, dove per conto della Francia si occupò di affari misteriosi o almeno non meglio precisati. Ebbe il tempo di organizzare, «la prima compagnia di navigazione a vapore battente la bandiera cinese». E in Cina il suo lavoro fu molto apprezzato, al punto che il primo ministro Li Fango Pao, lo pregò «di farsi interprete presso il Governo italiano per un incremento degli scambi commerciali tra i due paesi e lo informò che in Cina i vini italiani sono preferiti alla birra inglese e ai liquori francesi».

Dalla Cina, Moreno si trasferì in California per dare vita a una nuova pagina della sua vita. Si fece apprezzare per il suo impegno di scrittore e di rivoluzionario, battendosi contro lo sfruttamento degli italiani emigrati nel Nuovo Mondo.

Contemporaneamente portò avanti le sue iniziative commerciali, fra Stati Uniti e Cina, ma anche in Corea. Ideatore  del cavo telegrafico transpacifico, in uno dei suoi tanti viaggi, il cuneese si fermò alle isole Hawaii, che in quegli anni erano  un regno polinesiano indipendente. Nel futuro stato americano l’italiano avviò piantagioni di canna da zucchero e divenne un fidato consigliere della famiglia reale hawaiana e del re Kalakaua. La sua amicizia con la famiglia reale gli permise anche di portare i principi hawaiani in un viaggio di istruzione in Italia. Nominato nel 1885 Primo Ministro del regno insulare, restò però in carica pochi giorni, a causa dell’ostilità degli altri coloni bianchi. Il repentino declino dell’incarico politico non fece però scemare l’amicizia con la famiglia reale hawaiana, e Moreno continuò a tutelare i loro interessi  anche dopo l’annessione delle isole agli Stati Uniti. L’avventuroso italiano tornò stabilmente negli Stati Uniti per riprendere subito la sua battaglia in difesa degli immigrati italiani, scagliandosi spesso contro Consoli e Ambasciatori del Regno d’Italia, tacciati di scarsa attenzione nei confronti dei concittadini costretti a lavorare spesso in condizioni difficilissime.

cesare celso moreno e1616775280704 798x570Eletto deputato al Congresso americano, Moreno si trasferì a Washington e affascinò con la sua cultura poliedrica tutti i salotti della capitale americana. Grazie al suo impegno ottenne l’approvazione, da parte del Congresso, di una misura contro lo sfruttamento degli immigrati e la riduzione in schiavitù dei minori, legge che venne registrata come “Moreno Bill”.

Fu l’ultimo gesto di una vita intrisa di avventura. Celso Cesare Moreno morì nel 1901 a Washington, e la sua vita venne ricordata dai giornali della capitale, per le sue ferventi battaglie sociali.




Costa Rica. A colloquio con Alfio Piva, ex vice presidente della Repubblica

alfio piva

alfio pivaOggi abbiamo il privilegio di conversare con una figura emblematica del panorama accademico e politico costaricano: il Dott. Alfio Piva, ex Vicepresidente della Repubblica del Costa Rica. Nato da una famiglia di origini italiane, il Dott. Piva ha attraversato l’oceano della vita, dalla piccola fattoria di legumi a San José fino alle aule dell’Università di Parma, tessendo un percorso professionale e personale ricco e variegato.

La sua storia è un intreccio di radici italiane e costaricane, un ponte tra due culture che hanno plasmato la sua identità e la sua visione del mondo. Cresciuto in una famiglia dove la lingua e le tradizioni italiane erano parte integrante della quotidianità, il Dott. Piva ha mantenuto un legame forte con il suo paese d’origine, un legame che ha influenzato profondamente sia la sua formazione accademica che la sua carriera.

alfio piva con nonna,papá alfio e sua sorellaDopo aver completato gli studi in medicina veterinaria in Italia, il Dott. Piva è tornato in Costa Rica, dove ha contribuito in modo significativo allo sviluppo scientifico e accademico del paese. La sua passione per la scienza e l’ambiente lo ha portato a ricoprire ruoli chiave in istituzioni educative e di ricerca, tra cui l’Università di Costa Rica e l’Università Nazionale, di cui è stato cofondatore e secondo rettore.

Il suo impegno per la promozione dello sviluppo sostenibile e la conservazione ambientale ha lasciato un’impronta indelebile nel paese, evidenziata dal riconoscimento internazionale con il Premio Principe delle Asturie. Oggi, il Dott. Piva continua a essere una voce influente nel dibattito sul futuro sostenibile della Costa Rica e del mondo intero.

Unisciti a noi mentre esploriamo la vita, le realizzazioni e le aspirazioni di un uomo che ha dedicato la sua esistenza all’avanzamento della scienza e al benessere del suo paese e del pianeta.

  1. Lei ha una storia familiare interessante, essendo figlio di un emigrato italiano. Ci racconti un po’ di più sulla sua connessione con l’Italia e come questa influenza la sua vita e il suo lavoro in Costa Rica?

Mio padre, Alfio Piva, emigrò in Costa Rica con suo padre Gaetano, sua madre Zelinda e un fratello maggiore, Egidio, di 15 anni; all’epoca, mio padre aveva solo cinque anni. Erano originari di Ostiglia, in provincia di Mantova. Qui, hanno sempre vissuto a San José, dove hanno acquistato una piccola fattoria e si sono dedicati all’agricoltura di legumi, che vendevano al mercato centrale di San José.

alfio piva con papá alfio e sua sorellaMio padre ha sposato una ragazza costaricana e così sono nati cinque figli, di cui solo io sono maschio e le altre quattro sono femmine. L’influenza italiana è sempre stata presente nella mia casa, poiché mia nonna ha mantenuto viva la cultura italiana, sia attraverso il cibo che attraverso altre tradizioni italiane, così come attraverso la comunicazione con i parenti che vivevano in Italia, precisamente a Ostiglia, Mantova. Il mio sogno era sempre stato quello di studiare in Italia, per questo motivo ho mantenuto abbastanza bene il mio italiano, parlando sempre in casa insieme al dialetto mantovano. Dopo il liceo, abbiamo deciso in famiglia che avrei studiato medicina veterinaria e, con l’aiuto del professor Antonio Balli, che era docente all’UCR e aveva insegnato a Parma, mi ha aiutato ad iscrivermi alla scuola di medicina veterinaria di quella università. Mi sono trovato molto bene in tutto, i professori sono stati magnifici e amichevoli, e mi hanno sempre aiutato. Conservo il miglior ricordo di quegli anni. Successivamente, già sposato e lavorando presso la facoltà di agronomia dell’Università di Costa Rica, mi è stata offerta una borsa di studio per specializzarmi in fisiologia animale. Naturalmente siamo tornati di nuovo in Italia, questa volta a Milano, perché là insegnava fisiologia l’autore del nostro libro di testo di fisiologia animale, il professor Emilio Martini. A Milano è nato il mio primo figlio, poiché abbiamo vissuto lì diversi anni. Abbiamo anche avuto un’esperienza indimenticabile. La mia formazione accademica è stata interamente svolta in Italia e i miei contatti accademici con Parma, Bologna e Milano sono stati sempre molto importanti per la mia carriera accademica che ho svolto in Costa Rica, sia presso l’Università di Costa Rica che presso l’Università Nazionale, di cui sono cofondatore e secondo rettore. Questi contatti sono stati molto importanti anche per la creazione della scuola di medicina veterinaria presso l’Università Nazionale, alcuni anni dopo

  1. Ha avuto una carriera impressionante, sia come accademico che come leader politico. Come ha fatto a gestire questa dualità tra scienza e politica nel corso della sua vita?

La mia carriera è stata principalmente accademica, ma per ragioni contingenti sono stato nominato in entrambe le università in diversi momenti a incarichi amministrativi elettivi come decano, direttore di scuole o facoltà, in commissioni e istituzioni come il Consiglio superiore per la scienza e la tecnologia, o nel Consiglio nazionale dei rettori e simili, il che avvicina una persona ai giornalisti e fa sì che molte persone la conoscano, anche se non ci si autopromuove, anzi rende la vita più complicata e difficile. Ma succede così e non resta che affrontare le sfide e cercare di realizzarle bene, leggendo molto e preparandosi bene.

  1. Il suo lavoro presso l’Università Nazionale e l’INBio è stato cruciale per lo sviluppo scientifico e ambientale della Costa Rica. Quali sono stati i suoi progetti più significativi in queste istituzioni e qual è il suo lascito in termini di conservazione ambientale nel paese?

La mia carriera accademica sia all’Università di Costa Rica che all’Università Nazionale, così come, successivamente alla fine della mia carriera, all’INBio, è sempre stata dedicata a promuovere lo sviluppo scientifico; per questo motivo sono stato nominato per diversi anni nel Consiglio nazionale per le ricerche scientifiche e tecnologiche. Credo che i maggiori successi in cui il mio contributo è stato importante siano stati: la partecipazione alla creazione della Scuola di zootecnia di Atenas, oggi facoltà dell’Università Tecnica Nazionale, la partecipazione alla creazione del corso di zootecnia della Facoltà di Agronomia dell’Università di Costa Rica, la creazione della Scuola di medicina veterinaria dell’Università Nazionale. All’INBio credo che la cosa più rilevante sia stata aver sviluppato l’idea e successivamente costruire l’INBioparque, che ha funzionato per diversi anni, così come la collaborazione diretta con i parchi nazionali nei processi di ricerca e sviluppo e la promozione dell’idea che i parchi nazionali fossero importanti per lo sviluppo di ciò che oggi chiamiamo ecoturismo, che oggi è una realtà e di grande importanza per il paese.

  1. Essendo stato eletto Vicepresidente della Repubblica, come ha affrontato le sfide politiche nel promuovere politiche ambientali e scientifiche nel governo?

Non è stato un problema perché il paese ha ben definito il percorso ambientalista come il miglior cammino verso la prosperità.

alfio piva tribunal supremo de eleccionesIl lavoro consiste nel sviluppare attività a favore dello sviluppo ambientale insieme allo sviluppo tradizionale, cosa non facile né per noi né per nessun altro paese. Siamo molti in un territorio piccolo e abituati a non preoccuparci dell’ambiente, ma poco a poco si sta creando consapevolezza su questo tema; l’importante è continuare a insistere su uno sviluppo attento dell’ambiente in generale e sulla frugalità come stile di vita. La parte scientifica è più difficile perché tradizionalmente è mancato un buon finanziamento per preparare giovani con vocazioni scientifiche nelle nostre università e nella società nel suo complesso. Dobbiamo insistere molto di più fino a raggiungerlo, anche se costa.

  1. Il premio Principe di Asturias che lei e il suo team hanno vinto nel 1995 è un riconoscimento prestigioso per il vostro lavoro sull’ambiente. Ci può raccontare un po’ di più su quel momento e sull’importanza di quel premio per lei e per la Costa Rica?

Penso che essendo il Premio Principe delle Asturie così prestigioso a livello internazionale sia stato molto significativo e importante che ci abbiano distinto con esso. Ciò ha fatto sì che le questioni ambientali acquisissero una maggiore importanza in Costa Rica e ha facilitato il compito di far passare alcune leggi importanti come la conservazione e la cura delle spiagge, molto trascurate. Finora non è sufficiente quello che è stato fatto, ma ora il cammino è più facile e si sta riuscendo a far sì che i giovani abbiano oggi un maggiore interesse per queste cose, sia scientifiche che ambientali. Non dobbiamo abbassare la guardia, perché si può regredire.

  1. Qual è il suo pensiero sul ruolo della scienza e della tecnologia nel plasmare il futuro della Costa Rica e del mondo? E come pensa che la Costa Rica possa continuare a essere un leader nella conservazione ambientale e nella sostenibilità?

Credo che lo sviluppo futuro di Costa Rica e del mondo sia scientifico; non possiamo abbattere più foreste per avere più terre coltivabili, in nessuna parte del mondo. Dobbiamo ottenere nuove varietà di colture più produttive, migliori metodi di coltivazione del suolo così come produrre uova, latte e carne migliori e altre cose che dipendono dalle specie coltivabili. Questo è uno sforzo scientifico per eccellenza ed è necessario finanziarlo bene e a lungo termine. Per continuare a essere leader nell’ambiente e nella sostenibilità dobbiamo rafforzare questi principi attraverso l’educazione dei giovani e l’esempio degli adulti di oggi. Ci manca ancora molto, ma possiamo andare avanti facendo passi fermi verso una sostenibilità che conviene a tutti e genera guadagni per tutti; questa è un’altra ragione per sostenere queste attività.

  1. Guardando al futuro, quali sono le sfide più urgenti che la Costa Rica deve affrontare in termini di ambiente e sviluppo sostenibile, e come pensa che possano essere affrontate con successo?

Penso che la cosa più urgente sia migliorare tutto il trasporto di merci e persone, pubblico e privato. Uno sforzo nazionale per elettrificare con energia solare il più possibile di quel trasporto è uno sforzo possibile anche a medio termine. Il secondo, credo, dovrebbe essere aumentare la generazione di energia elettrica con energia solare e eolica, perché quello che abbiamo installato di queste tecnologie è poco e si può fare molto di più. La contaminazione delle acque profonde e superficiali richiede uno sforzo maggiore rispetto a quanto fatto finora. Migliorare gli sforzi nella conservazione del suolo, soprattutto quelli coltivabili. Migliorare la conservazione delle foreste lungo i fiumi. Continuare gli sforzi nella conservazione delle foreste in generale e migliorare l’educazione ambientale nelle scuole.




Canada, Ambasciata d’Italia: al prof. Andrea Damascelli il Premio Ingegno Italiano 2024

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bis canada ambasciata ditalia al prof. andrea damascelli il premio ingegno italiano 2024 immagine5 391x223Canada: al Prof. Andrea Damascelli il Premio Ingegno Italiano 2024 promosso dall’Ambasciata d’Italia a Ottawa . Andrea Damascelli è risultato vincitore della prima edizione del Premio “per i suoi eccezionali contributi scientifici e per la sua leadership nello studio dei materiali quantistici mediante innovative tecnologie che ne hanno migliorato significativamente la nostra comprensione e le loro applicazioni nella tecnologia quantistica”. Il Prof. Andrea Damascelli è il fondatore e Direttore Scientifico del Stewart Blusson Quantum Matter Institute (QMI) presso la University of British Columbia (UBC), Professore al Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’UBC, Tier I Canada Research Chair in the Electronic Structure of Quantum Materials, e co-Direttore del  Max Planck-UBC-UTokyo Centre for Quantum Materials. Il suo lavoro sui materiali quantistici ha guadagnato il riconoscimento internazionale ed ha contribuito a posizionare il Canada come Paese leader nel campo della spettroscopia fotoelettronica. Damascelli è membro di diverse importanti Società Scientifiche ed il suo lavoro è stato riconosciuto con prestigiose borse e premi. La procedura di valutazione del Premio è stata coordinata dall’Ufficio Scientifico dell’Ambasciata d’Italia con il sostegno del Consiglio Scientifico di Ambasciata, composto da tre scienziati riconosciuti a livello internazionale: il  Prof. Rolando del Maestro (McGill University, Montreal, Emerito), il Prof. Gabriel Niccoli (Università di Waterloo, Emerito), ed il Dott. Ing. Franco Mammarella (Direzione – Servizi Tecnici, TRIUMF Emerito). Il prossimo 10 maggio il Prof. Andrea Damascelli terrà una lezione dal titolo “Quantum Materials by Design” nel contesto della discussione scientifica sul contributo italiano alla scienza in Canada, “Italian Talent in Canada: Excellence and Collaborations” alle 15:30, presso la  Carleton University, Richcraft Hall, 1125 Colonel By Dr, Ottawa. L’occasione sarà utile per celebrare la Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo.(Inform)




Costa Rica. Marino Marozzi, tra le radici italiane e l’impegno per la sostenibilità

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marino marozzi a 800x437Questa intervista offre uno sguardo approfondito sulla vita e la carriera di Marino Marozzi, un professionista che ha fatto della sua eredità italiana un elemento centrale nel suo impegno verso la sostenibilità ambientale e la pianificazione territoriale in Costa Rica.

Marino Marozzi mostra con orgoglio la foto dell’onorificenza di cavaliere conferita a suo nonno, Amedeo Marozzi, il 12 novembre 1970. Amedeo era originario di Felonica, nella provincia di Mantova, mentre la nonna proveniva da Castelnuovo Bariano, Rovigo, una piccola località veneta, dove tutta la famiglia è iscritta nel registro AIRE. Questo luogo è rimasto un punto di riferimento per la conservazione del dialetto antico nella loro casa. Cavalier Amedeo Marino ha svolto un ruolo significativo nella vita di Marino, trasmettendo non solo tradizioni familiari, ma anche un impegno per l’eccellenza e la dedizione al servizio.

Attraverso il suo lavoro e la sua identità italo-costaricense, Marino ha saputo amalgamare la ricchezza culturale delle sue radici con la sua passione per la sostenibilità e la cooperazione internazionale. La sua storia personale riflette la connessione profonda tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, che guida il suo impegno nel creare un futuro migliore per entrambe le sue patrie, Italia e Costa Rica. CURRICULUM VITAE

INTERVISTA

Dr. Marozzi, come la sua eredità italiana ha influenzato la sua vita e la sua carriera professionale in Costa Rica?

L’eredità italiana ha giocato un ruolo cruciale nella mia vita e nella mia carriera professionale, non solo per i valori culturali e familiari che ho ereditato, ma anche per la prospettiva unica che apporta nel campo dell’economia ambientale e politica. L’Italia, con la sua ricca storia nella gestione delle risorse e nella conservazione, ha ispirato il mio approccio verso la sostenibilità e la pianificazione territoriale. Inoltre, essere italo-costaricano mi ha permesso di fungere da ponte tra due culture, promuovendo lo scambio di conoscenze e pratiche sostenibili tra Europa e America Latina.

Con una vasta esperienza in economia ambientale e pianificazione territoriale, cosa l’ha motivata a specializzarsi in questi campi?

La mia motivazione a specializzarmi in economia ambientale e pianificazione territoriale è nata dalla comprensione che lo sviluppo economico e la sostenibilità ambientale non sono obiettivi mutuamente esclusivi, ma complementari. L’urgenza di affrontare il cambiamento climatico e proteggere la biodiversità, unita alla necessità di promuovere uno sviluppo equo, mi ha spinto a concentrarmi su come possiamo modellare le nostre economie e città in modo tale da rispettare i limiti del pianeta e promuovere il benessere umano.

Lei è stato riconosciuto per il suo lavoro sul cambiamento climatico e la biodiversità. Quali progetti considera più significativi nella sua carriera?

Tra i progetti più significativi della mia carriera, evidenzierei quelli incentrati sulla mitigazione del cambiamento climatico e sulla conservazione della biodiversità attraverso politiche pubbliche innovative e la collaborazione internazionale. Un progetto emblematico è stato lo sviluppo di modelli economici che integrano la valutazione dei servizi ecosistemici, il quale ha influenzato politiche nazionali e internazionali verso una gestione più sostenibile delle risorse naturali.

Come Presidente Corporativo e Consulente Internazionale, qual è stata la sfida più grande che ha affrontato lavorando con culture e ambienti diversi?

La sfida più grande è stata affrontare la diversità di prospettive culturali riguardanti l’economia e l’ambiente. Adattare le strategie di sostenibilità a contesti politici, economici e culturali differenti ha richiesto una comprensione profonda e il rispetto di ogni cultura. La chiave è stata individuare punti in comune e favorire un dialogo inclusivo finalizzato alla costruzione di soluzioni sostenibili e rispettose delle tradizioni locali.

Nel suo ruolo di professore e ricercatore, quale messaggio vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni di economisti e ambientalisti?

Alle nuove generazioni trasmetterei l’importanza di adottare un approccio olistico in economia ed ecologia. È fondamentale comprendere che ogni decisione economica ha un impatto ambientale e sociale, e viceversa. Incoraggio i futuri economisti e ambientalisti ad essere audaci, innovativi e a lavorare insieme per trovare soluzioni che promuovano uno sviluppo sostenibile ed equo per tutti.

Durante la sua gestione all’Istituto Nazionale di Urbanismo, quali successi ritiene abbiano avuto un impatto maggiore sullo sviluppo urbano del Costa Rica?

Durante la mia gestione, i successi con il maggiore impatto hanno incluso l’implementazione di piani di sviluppo urbano che integrano considerazioni ambientali, sociali ed economiche, promuovendo così città più verdi, inclusive e resilienti. Inoltre, la promozione di politiche di mobilità sostenibile e la pianificazione di spazi pubblici che favoriscono la coesione sociale e la connettività ecologica sono stati fondamentali per migliorare la qualità della vita nelle aree urbane del Costa Rica.

Collaborazione con il COMITES: Come cittadino italo-costaricano, ha avuto qualche collaborazione o esperienza precedente con il nostro COMITES?

La mia collaborazione con il COMITES è stata una fase arricchente della mia carriera, permettendomi di contribuire alla promozione della cultura e dei valori italiani all’interno del Costa Rica. Attraverso progetti congiunti, abbiamo lavorato alla diffusione di iniziative culturali ed educative che rafforzano i legami tra le comunità italo-costaricensi, promuovendo allo stesso tempo lo scambio di conoscenze ed esperienze nel campo della sostenibilità e dell’economia.

Cosa pensa del ruolo del COMITES nella comunità italo-costaricense e nella promozione della cultura italiana in Costa Rica?

Il COMITES svolge un ruolo fondamentale nella comunità italo-costaricense, non solo promuovendo la ricca cultura italiana e conservando le nostre tradizioni, ma anche fungendo da ponte per favorire lo scambio culturale ed economico tra Italia e Costa Rica. Il suo contributo all’arricchimento culturale e al rafforzamento delle relazioni bilaterali è inestimabile, e considero il suo lavoro essenziale per promuovere una comprensione e un’apprezzamento reciproci tra entrambe le nazioni.




Il dottor Bruno Lomonte, le sue origini italiane e il percorso scientifico in Costa Rica

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bruno lomonte Intervista a Bruno Lomonte: Esplorando le Frontiere della Ricerca Scientifica sull’Immunologia e la Biochimica. In questa esclusiva conversazione, scopriamo il percorso straordinario e le passioni accese del dottor Bruno Lomonte, rinomato ricercatore presso l’Istituto Clodomiro Picado dell’Università di Costa Rica. Attraverso le sue parole, ci immergiamo nell’affascinante mondo della scienza, esplorando le sfide e i successi nella lotta contro gli avvelenamenti da serpente e molto altro.

Domanda: come hanno influenzato le sue origini italiane, il suo sviluppo scientifico e la sua carriera di ricercatore in Costa Rica, considerando che è nato in Italia, poi è arrivato in Nicaragua in tenera età e successivamente in Costa Rica con la sua famiglia?

Risposta: effettivamente, la mia famiglia è arrivata in Nicaragua quando avevo 8 anni, e l’anno successivo ci siamo stabiliti definitivamente in Costa Rica, dove ho frequentato la quarta elementare al Colegio Calasanz grazie a una borsa di studio. In realtà non ho riflettuto molto su come le mie origini italiane possano aver influenzato la mia carriera, anche se ricordo che durante i miei anni di scuola primaria, media e universitaria, mi colpiva il sapere che molti personaggi che hanno lasciato un’impronta profonda nella storia universale fossero italiani: ad esempio, apprendere di Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Alessandro Volta, Enrico Fermi, Giuseppe Verdi e molti altri, mi riempiva sempre di orgoglio sapere che il mio paese nativo ha prodotto grandi artisti, pensatori e scienziati.

Domanda: come descriverebbe il suo percorso dalla sua infanzia in Italia fino a diventare un ricercatore di spicco e professore presso l’Istituto Clodomiro Picado dell’Università di Costa Rica, e come hanno influito le esperienze vissute in Italia e in America Centrale sul suo percorso professionale?

Risposta: di quello che ricordo della mia infanzia in Italia è che ero molto curioso e mi piaceva vedere come funzionavano le cose “da dentro”, ad esempio un giocattolo, e ricordo anche che amavo i libri. Durante la scuola, ho sentito affinità per le scienze naturali e ho avuto la fortuna di avere un insegnante che stimolava la nostra iniziativa in biologia e chimica, il che mi ha portato a trovare presso l’Università di Costa Rica il corso di laurea ideale che combinava entrambi i campi insieme allo studio dei microorganismi. Mi sono laureato e ho ottenuto il mio master in Microbiologia. La mia passione per insegnare e condividere ciò che ho imparato è stata la motivazione perfetta per rimanere a lavorare come docente e ricercatore presso l’UCR, specificamente presso l’Istituto Clodomiro Picado. Le opportunità di studiare presso l’Università di Wisconsin-Madison e l‘Università di Gotemburgo in Svezia sono state anche tappe molto importanti nella mia carriera. Anche se mi sono ritirato lo scorso anno (2023), sono ancora attivo come professore emerito, partecipando ad alcuni progetti di ricerca interessanti.

Domanda: qual’è il focus principale della sua ricerca presso l’Istituto Clodomiro Picado e quali sono gli obiettivi principali che perseguite nello studio dei veleni dei serpenti e delle loro tossine?

Risposta: fin dai miei inizi nella ricerca scientifica nel 1980, mi sono interessato allo studio delle tossine che causano danni ai tessuti muscolari nei veleni dei serpenti. Per oltre 4 decenni, ho lavorato su questo tema, apportando conoscenze riconosciute dalla comunità scientifica, specialmente in Toxinologia. Ho anche esplorato altri argomenti come la biochimica delle proteine e la proteomica dei veleni dei serpenti.

Domanda: quali metodi o tecniche innovative ha utilizzato nel suo lavoro per caratterizzare le fosfolipasi A2 e cercare inibitori per queste tossine?

Risposta: ho introdotto tecnologie per ottenere anticorpi monoclonali, tecniche per sintetizzare peptidi e tecniche per l’analisi proteomica di varie campioni biologici.

Domanda: quali ritiene siano le principali sfide nel campo dell’immunologia e della biochimica legate allo studio dei veleni dei serpenti, e come le affronta nella sua ricerca?

Risposta: le principali sfide includono una migliore comprensione dei meccanismi attraverso i quali varie tossine causano danni all’organismo e lo sviluppo di antitossine superiori per gli avvelenamenti. Nella mia ricerca, affronto queste sfide attraverso la ricerca di inibitori e lo sviluppo di nuove generazioni di anticorpi ricombinanti di origine umana.

Domanda: qual’è l’impatto che si aspetta e che hanno le sue ricerche sulla salute pubblica e sulla medicina, specialmente nel trattamento degli avvelenamenti da morsi di serpente in Costa Rica e nel mondo?

Risposta: in collaborazione con gruppi di ricercatori dell’Istituto e di università straniere, ho potuto partecipare a studi che mirano a scoprire, caratterizzare ed valutare l’efficienza di nuovi anticorpi umani per il trattamento degli avvelenamenti da morsi di serpente. Questo è un percorso lungo ma necessario. Inoltre, c’è un impatto rilevante anche dal punto di vista dei conoscimenti di base, come la comprensione del meccanismo d’azione di varie tossine, poiché nel lungo termine si pongono le basi per migliorare la ricerca di nuovi inibitori con potenziale terapeutico.

Domanda: come vede il futuro della ricerca presso l’Istituto Clodomiro Picado e quali sono i suoi prossimi progetti o aree di ricerca che le interessano esplorare nel campo dell’immunologia e della biochimica?

Risposta: attualmente il mio ruolo all’interno della ricerca condotta presso l’Istituto è molto ridotto a causa del mio pensionamento, ma vedo un futuro eccellente con il team di lavoro che continua, composto da personale molto qualificato e estremamente competente nelle proprie funzioni. Questo team sarà in grado di mantenere un ricambio generazionale ottimale, garantendo così che l’Istituto rimanga uno dei centri di ricerca più produttivi e di impatto internazionale di questo paese, come dimostrano gli indici bibliometrici internazionali.

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Un anno fa moriva a New York Mario Fratti, inaugurato all’Istituto Italiano di Cultura un Archivio in onore del grande drammaturgo abruzzese

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mario fratti palmermerini immagine4Un anno fa, il 15 aprile, Mario Fratti moriva nella sua bella casa al 146W della 55^ Strada di New York, la città nella quale il grande drammaturgo aquilano viveva dal 1963. Aveva quasi 96 anni, che avrebbe compiuto a luglio: era infatti nato a L’Aquila il 5 luglio 1927. Personalità tra le più insigni e feconde del teatro mondiale, Fratti ha lasciato un grande vuoto nel mondo culturale non solo della Grande Mela, dove bastava dire Mario perché subito si pensasse a lui. Poteva tutt’al più capitare che ci si riferisse a Cuomo, l’ex governatore dello Stato di New York, l’altro Mario che come Fratti godeva di altrettanta stima e fama. Diverse le iniziative che nel corso del 2023, in vari luoghi e circostanze, lo hanno ricordato. A L’Aquila, sua città natale, il 12 luglio si tenne il Memorial Mario Fratti presso il Gran Sasso Science Institute, con una quindicina di testimonianze dall’Italia e dall’estero – con personalità del mondo istituzionale, accademico, teatrale, letterario e della stampa -, attraverso le quali del drammaturgo e intellettuale fu richiamato il valore, il ruolo rilevante nella promozione della cultura italiana e l’indole.

A New York, il 5 aprile scorso, presso l’Istituto Italiano di Cultura si è tenuto il Seminario “Vivere attraverso la nostra Storia – L’Influenza italiana nel mondo attraverso l’emigrazione, la cultura, il turismo, la lingua e l’economia”, organizzato dalla Fondazione Magna Grecia in collaborazione con lo stesso IIC e con il Calandra Institute. Ai lavori del convegno, dopo i saluti di Fabio Finotti, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Nino Foti, Presidente della Fondazione Magna Grecia, Fabrizio Frullani, Vicedirettore TG2-RAI, sono seguiti gli interventi di Lisa Ackerman, Direttore esecutivo della Columbus Citizen Foundation, Angela Mazzarelli, Giudice della Divisione d’Appello di New York, Adriana Trigiani, componente del Consiglio Direttivo Nazionale di NOIAW, Joseph Sciame, Presidente di OSDIA, Arthur Gajarsa, Presidente di IAPC. Ha moderato i lavori Anthony Julian Tamburri, Preside del John D. Calandra Italian American Institute di New York.

A conclusione del Seminario sono stati inaugurati all’interno dell’Istituto Italiano di Cultura, in Park Avenue, gli spazi allestiti con l’Archivio Mario Fratti, solo una piccola parte del consistente patrimonio documentario e teatrale, di opere drammaturgiche e letterarie, corrispondenze e critiche teatrali, dipinti e sculture, poster e cimeli, premi e riconoscimenti, che Fratti custodiva nella sua abitazione e che man mano andrà ad arricchire con successivi lasciti le dotazioni di università, musei e istituzioni culturali di New York. Del materiale esposto nell’Istituto Italiano di Cultura, oltre ad alcune opere del drammaturgo, locandine e poster di spettacoli teatrali in varie parti del mondo, documenti e premi, anche due dipinti tratti dalla Collezione d’arte Fratti, scelte da Roland Sainz, gallerista e amico di Mario. All’operazione hanno collaborato Valentina Fratti – figlia del drammaturgo, anche lei autrice e regista teatrale -, e la Fondazione Magna Grecia, prestigiosa istituzione culturale fondata nel 1984, della quale Mario Fratti era una delle figure preminenti del Comitato scientifico.

Mario Fratti è stato un punto di riferimento nella vita culturale di New York. L’aveva frequentata intensamente fino all’arrivo della pandemia, che è stata esiziale per lui, abituato a frequentare teatri e circoli culturali, invece costretto in casa per quasi tre anni, privandogli l’attività di critico teatrale e di assiduo operatore culturale in tante importanti associazioni di cui era figura di spicco. Mario ricordava sempre con molto piacere la festa a sorpresa che nel 2007 gli organizzò il Comune dell’Aquila insieme al Teatro Stabile Abruzzese per i suoi 80 anni e quella che il Consiglio Regionale gli tributò nel 2017 per i suoi 90 anni. Erano stati due eventi che considerava autentici privilegi e che aveva apprezzato più d’ogni altro riconoscimento, egli che ne ha avuti in gran copia in tutto il mondo.

Drammaturgo, scrittore e critico, Mario Fratti è stato tra gli autori di teatro più famosi al mondo. La sua produzione supera le 100 opere. Negli Stati Uniti, sin dal suo arrivo a New York nel 1963, venne accolto con favore dalla critica. Il suo stile, perfettamente compatibile con l’indole americana, è alieno dalle ridondanze, dalle metafore e dalle sfumature tipiche del teatro europeo. La completa padronanza della lingua inglese (si era laureato in lingua e letteratura inglese alla Ca’ Foscari di Venezia) e la conoscenza profonda della letteratura americana erano stati essenziali per l’ambientamento nel mondo culturale della Grande Mela. A New York fu subito chiamato ad insegnare nella prestigiosa Columbia University, poi all’Hunter College, dove ha tenuto la docenza fino al 1994.

Legata al caso la circostanza che lo portò negli Stati Uniti. Nel 1962 aveva presentato al Festival di Spoleto il suo atto unico “Suicidio”. Piacque a Lee Strasberg, che lo invitò a rappresentarlo all’Actor’s Studio di New York. In quella fucina delle avanguardie teatrali fu un vero successo. Poi di successi ne seguirono tanti altri. Le sue opere, tradotte in 21 lingue, sono state rappresentate in 600 teatri di tutto il mondo. Dall’America all’Europa, dalla Russia al Giappone, dal Brasile alla Cina, dal Canada all’Australia. Esse si connotano per l’immediatezza della scrittura teatrale, asciutta e tagliente come la denuncia politica e sociale senza veli che vi si trasfonde. Fratti ha scritto drammi, commedie, un romanzo e un libro di poesie. Ma anche un musical. Nine, tratto da una sua commedia scritta nel 1981 e liberamente ispirata dal film 8½ di Federico Fellini, è diventata un musical di successo, di pubblico e di critica, con oltre duemila repliche nei teatri di New York. L’ultimo revival, con Antonio Banderas interprete, è rimasto per molti mesi in cartellone al teatro Eugene O’ Neil, a Broadway. Negli Stati Uniti ci sono state 36 produzioni di Nine; una a Londra, una a Parigi ed una a Tokyo. Molti i riconoscimenti all’autore teatrale, fanno un elenco lunghissimo. Si citano tra gli altri il premio Selezione O’ Neil, il Richard Rogers, l’Outer Critics, l’Heritage and Culture, l’Otto Drama Desk Awards e ben 7 Tony Award, che per il teatro sono come gli Oscar per il cinema. (Inform)




Costa Rica. Così Virgilio Vidor ha trasformato la viticoltura tropicale. Parla il pioniere dell’uva tropicalizzata

virgilio vidor

virgilio vidor1) Domanda: Virgilio, ci racconti del tuo arrivo in Costa Rica e come hai iniziato il tuo percorso nel mondo della viticultura tropicale?

Risposta: Da ragazzo abitavo a Fregene (Roma), con mio fratello Giuseppe e i miei genitori Fiorenzo e Rina. Arrivammo ai primi di dicembre del 1972 e ci stabilimmo in una piccola azienda agricola (finca) in Playa Panamá (Guanacaste), che acquistammo dall’Italia, tramite alcuni amici costaricani. Non c’era la strada per arrivarci ed era un posto totalmente isolato, senza luce, telefono, e altri servizi. Una volta arrivati, dovemmo adattarci alla realtà. La casa era una capanna e l’acqua veniva da un pozzo scavato a mano. Il nostro progetto era di produrre uva e vino, parte della cultura dei Vidor, considerando che tutti i miei parenti familiari paterni sono originari di Col San Martino in provincia di Treviso, nella zona del prosecco. Le prime piantine le portammo dall’Italia (10 varietà), che furono irrigate con il pozzo rudimentale esistente. In poco tempo i giornali s’interessarono sul nostro lavoro e la prima uva fu presentata da noi insieme all’incaricato d’affari dell’Ambasciata Italiana, al Ministro dell’Agricoltura e al Presidente della Repubblica. Poi, si presentò il primo vino commerciale locale. Il successo fu enorme e tutti i media iniziarono a parlarne, continuando per tutti gli anni ’70 e ’80, con un successo dopo l’altro, grazie anche al progetto di ricerca promosso dal Presidente e il Ministro, e finanziato dagli USA (USAid) e dal Costa Rica (varie istituzioni), sia nella nostra finca, che a mezzo di piccoli e medi agricoltori, in collaborazione con Centri Universitari e Istituzioni per lo sviluppo rurale.

2) Domanda: Quali sono state le maggiori sfide che hai affrontato nel creare varietà di uva adatte al clima tropicale e come le hai superate?

Risposta: I primi anni dedicati alla ricerca con gli USA e il COSTA RICA, furono dedicati alla sperimentazione di 350 varietà e ibridi (molti dall’Università di Davis California ed altri, da viti locali di nostra collezione, più quelle che portammo dall’Italia). Potemmo definire 3 o 4 varietà con buone possibilità nel paese, anche se la qualità e funzionalità delle uve di altri climi ai tropici, non è la stessa. Purtroppo, insieme ad altri studiosi, scoprimmo la presenza (endemica in Costa Rica) della Xylella fastidiosa, un batterio che attacca la vite europea ed altre specie. Il progetto ovviamente terminò, anche se le nostre viti non erano ancora malate. Mi sorse allora una brillante idea, però difficile da realizzare. Considerando che la vite selvatica locale (unica specie nel tropico americano) non è suscettibile alla nativa Xylella, pensai di ibridarla con le nostre viti. Ovviamente era un’opera titanica per poter avere viti autóctone resistenti e di qualità, per cui iniziai a fondare e sviluppare per più di 50 anni, una viticoltura tropicale totalmente nuova, cercando un equilibrio tra qualità, resistenza e funzionalità, prima nella mia finca con la mia famiglia, poi in Centroamerica, durante i circa 40 anni di lavoro come Capo missione permanente di progetti di sviluppo rurale e agicolo della UE. Infine, da circa 30 anni, la ricerca la sto facendo nel mio giardino-laboratorio a Curridabat.

3) Domanda: Come si riflette la tua eredità italiana nel tuo lavoro e nella cultura del vino che hai sviluppato in Costa Rica?

Risposta: Per creare una viticultura reale e funzionale bisognava riuscire a ottenere delle viti completamente nuove e autoctone, unendo la biologia alla cultura. Come si sa, in Italia l’uva e il vino sono parte della nostra storia, cultura e ambiente. Quindi, il mio obiettivo, per essere vero e sostenibile, era di creare “un’uva geneticamente tropicale”, non semplicemente “uva europea adattata”. Tutto ciò, per essere sostenibile, deve integrarsi in maniera perfetta nel suo territorio, ambiente e cultura locale. L’eredità che voglio lasciare, è che in Costa Rica la viticoltura e la vinificazione, siano una pratica agricolo, economica e culturale funzionale e abituale, come lo è diventato il caffè negli ultimi 200 anni (al quale i nostri connazionali che fondarono San Vito al sud del paese, dettero un gran contributo). Ovviamente, è necessario ancora del tempo. Purtroppo, non tutti arrivano a capire bene l’importanza della viti-vinicoltura nel mondo, nell’economia, nella società, nella sua storia e cultura. A loro prometto ulteriori successi. Con il mio appoggio negli ultimi 52 anni, stanno nascendo piccoli investimenti viticoli e si va diffondendo una nuova e sostenibile viticultura tropicale. Insegno anche a coltivare l’uva e la trasformazione dei suoi prodotti. Spero che questa eredità italiana si rifletta sempre più nello sviluppo produttivo, economico e sociale di un’ attività che, originatasi in una cultura tipicamente mediterranea, sta felicemente sposandosi in un matrimonio d’amore con una cultura viti-vinicola tropicale. Teoricamente, le mie nuove varietà di viti resistenti o immuni alla Xylella Fastidiosa (purtroppo già è arrivata in Europa minacciandone i vigneti), potrebbero adattarsi anche al cambiamento climatico in quanto alla tropicalizzazione del mediterraneo. La qualità è ottima, perché la vite tropicale Vitis Tiliifolia, incrociata con la vite nostrana, essendo neutra, non trasmette sapori strani. Una nuova via è stata aperta, verso il futuro di una nuova Viticoltura Tropicale, passando, con le mie nuove varietà, da “adattativa, a autoctona”.

4) Domanda: Quali riconoscimenti hai ricevuto per il tuo lavoro e cosa rappresentano per te, in particolare la medaglia di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica?

Risposta: Il mio lavoro dal 1972 ad oggi, si è svolto simultaneamente su due grandi attività: a) La ricerca scientifica sulla viticoltura tropicale, con la costituzione di nuove uve di qualità, specialmente da vino, geneticamente e funzionalmente tropicali. Questo fatto rappresenta una grande novità a livello mondiale, aprendo una nuova via di studio e di sviluppo viticolo. In questi 52 anni con le mie ricerche ho ottenuto circa 20 ibridi tropicali di valore su alcuni milioni di piantine ibride (un lavoro lungo e complicato). Sta per iniziare il processo per il registro ufficiale della prima uva tropicale di qualità da vino, alla quale seguiranno le altre. Un fatto storico. In questo processo, collaborano con me, la “OFINASE (Oficina Nacional de Semillas del MAG)”, “ITCR (Instituto Tecnológico de Costa Rica)”, “Municipalidad de Curridabat”, la UNED (Universidad Estatal a Distancia)” e altre istituzioni nazionali e internazionali. b) Durante circa 40 anni, ho lavorato parallelamente come Consulente Internazionale per la Cooperazione allo Sviluppo, con vari organismi internazionali, principalmente con la UE (EuropeAid), ma anche con USAid e l’IDB (BID). Il mio lavoro sempre è stato in qualità di Capo Missione permanente di Assistenza Tecnica e Codirettore per la UE di progetti e programmi di Sviluppo Rurale e Locale Integrato e Sostenibile, a favore delle popolazioni povere in Centroamerica. Coordinai anche il processo di cooperazione tra progetti UE di sviluppo rurale in Centroamerica. In tutta la mia carriera professionale, ho contribuito alla riduzione della povertà di circa due milioni di centroamericani. c) Tutto ciò, ha fatto sì che abbia potuto ricevere molti riconoscimenti, sia dalle Organizzazioni e Istituzioni locali e Nazionali, che dagli Organismi Internazionali. Il riconoscimento più importante, lo ricevetti dalla Delegazione della UE per l’America Centrale e Panamá (allora a Managua), premiandomi per l’eccellenza e importanza del mio apporto alla Cooperazione allo Sviluppo in America Centrale a favore delle popolazioni povere ed emarginate. d) Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mi conferì nel dicembre 2019 sulla base dei risultati della mia storia di vita curriculare e di tutto il lavoro da me svolto (sia per la ricerca scientifica viticola, che per la cooperazione allo sviluppo con la UE), il titolo di “Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica” (per la crisi del COVID, lo ricevetti più tardi). Questo alto riconoscimento datomi dal mio paese, rappresenta per me il massimo della mia aspirazione e mi sprona a continuare ancor più la mia ricerca.

5) Domanda: In che modo il tuo lavoro ha influenzato la comunità italiana e italodiscendente in Costa Rica?

Risposta: Il mio lavoro ovviamente contribuisce a collegare gli italiani e italodiscendenti con la loro cultura di origine, legata anche al mondo del vino e dell’uva. Molti italiani e non, mi contattano per piantare viti e vengono ai miei corsi, lezioni e laboratori pratici. Non saprei dare una proporzione precisa, però moltissimi dei miei followers nelle reti sociali (in Facebook 155.000) sono italiani e italodiscendenti. Ciò contribuisce a una maggiore coesione fra tutti noi e a una diffusione della cultura e scienza italiana in Costa Rica in generale. Tra l’altro contribuisce a collaborare all’aumento delle capacità in questo campo, dei centri di studio e di educazione nel paese, con i quali sto collaborando (anche a livello dell’educazione primaria e media). Sono fiero di contribuire a questa fantastica causa.

6) Domanda: Qual è il tuo vino preferito che hai prodotto e perché ha un significato speciale per te?

Risposta: Non è logico fare ricerca sulle uve tropicali, se in parallelo non si sperimentano i vini che producono. Per ogni nuovo tipo di vite che creo, faccio sperimentazioni su tre, quattro e anche cinque tipi diversi di vino, mediante microvinificazioni artigianali. Quindi, stiamo parlando al momento, di almeno 40-50 tipi di vino, in questi 52 anni. Molti sono buoni, ma ultimamente credo di aver raggiunto un particolare equilibrio su un vino di color granata chiaro, che chiamo Peppevidor, proveniente da un Ibrido che sta in tramite di registro come una nuova invenzione a livello mondiale. È in onore a mio fratello Giuseppe Vidor, scomparso nel 2022 in California, grande viticoltore, come del resto, lo furono mio padre Fiorenzo e mio nonno Giovanni. Ho anche un vino (ottimo) in onore a mio nonno, che si chiama Nonno Giovanni. Quello in onore a mio padre e mia madre, lo sto già selezionando.

7) Domanda: Quali sono i tuoi progetti futuri e come prevedi di continuare a promuovere la viticultura tropicale?

Risposta: I miei progetti si centrano (dovuto alla mia età) nell’accelerare la ricerca vitivinicola, registro di nuove varietà, progetti di diffusione vitivinicola a livello urbano-rurale, collaborazione tecnica con centri di studio, ecc. Tutto ciò, collaborando con OFINASE, ITCR, la UNED, la Municipalità di Curridabat e anche la UCR mediante INIFAR (studi farmaceutici), oltre ai Laboratori bio-tecnologici del ITCR e UCR. Non nomino altri organismi, perché sono molti. A livello internazionale, sono da ricordare gli scambi avuti e in essere con il CNR (Italia), l’INRA (Francia) UC/Davis e UC/Fresno (USA). L’ideale è che il mio operato, possa svolgersi in futuro, con una istituzione in Costa Rica senza fini di lucro, per diffondere la nuova viticoltura tropicale in Centroamerica. Tra l’altro, la mia collezione è di circa 800 biotipi di viti che sono una ricchissima base genetica tra le più grandi ai tropici. Gli interessati al tema, possono trovarmi nei seguenti links:

(Facebook)= https://www.facebook.com/virgiliovidor14 e https://www.facebook.com/virgilio.vidor/

(Youtube)= https://www.youtube.com/@virgiliovidorviticulturatr4777

(Linkedin)= https://www.linkedin.com/in/virgilio-vidor-0676a71b/

(Email)= atevidor@gmail.com




Ago, filo e bici: un sarto con la passione della corsa

mario d'alessandro corsa bici

mario d'alessandro corsa biciArrivò a Ellis Island nel 1930 in piena adolescenza e quando scese dal transatlantico “Conte Grande” aveva già la passione per la bicicletta. Nessuno però, compreso lui, avrebbe immaginato che le corse in biciclette sarebbero diventate una parentesi importante della vita americana di Mario D’Alessandro. Una parentesi che lo avrebbe immortalato in decine di giornali dell’epoca e che lo consegnò alla storia con i suoi record sulla distanza.

history2Mario D’Alessandro era nato a Cepagatti, un piccolo borgo che oggi fa parte della provincia di Pescara. Era il 19 dicembre del 1914 e il mondo era entrato da poco nell’incubo della prima guerra mondiale. In Abruzzo il piccolo Mario apprese l’arte sartoriale andando a imparare nelle botteghe degli artigiani. Sarebbe stato un apprendistato molto utile perché in terra americana poté dare corpo alla propria vena creativa specializzandosi nella realizzazione di divise militari. Stabilitosi a Philadelphia come capitò a tanti corregionali dell’epoca, D’Alessandro  divenne un abile sarto e usò il suo talento nell’esercito per salire al grado di sergente maggiore nella “Quartermaster School” (comando subordinato del Comando di supporto alle armi combinate dell’esercito degli Stati Uniti con sede a Fort Lee in Virginia).

3db94d51bec30bbc8a l to r bapasola, bhumgara and hakim on royal benson cyclesParallelamente coltivò però anche la sua passione per le corse in bicicletta e durante i suoi anni giovanili, i primi in terra statunitense, si tesserò per una squadra ciclistica dimostrando fin dalle prime uscite di avere un particolare talento soprattutto nelle corse in salita. Vero e proprio camoscio d’Abruzzo, Mario D’Alessandro realizzò nel 1935 divenne campione di Philadelphia e poco dopo, partendo dal Capitol di Washington percorse i 150 miglia che lo separavano da Philadelphia in 7 ore, 17 minuti e 31 secondo. Un vero record mondiale. D’Alessandro fu inserito nella squadra pre-olimpica del 1936 e ripeté i suoi record sulla distanza Washington-Philadelphia per altri 4 anni, fino al 1939.

800px thumbnailL’abruzzese e i suoi compagni di squadra del  “Philadelphia Relay” nel 1934 stabilirono un record   percorrendo la strada da Los Angeles a New York City in soli sette giorni (il record precedente era stato di 13 giorni e mezzo). L’impresa valse ai corridori la celebrazione da parte della  “League of American Wheelmen” (oggi “League of American Bicyclists”) che li onorò  con una medaglia per l’ incredibile impresa.

L’apice della carriera sportiva di Mario D’Alessandro arrivò nel 1938 con il piazzamento d’onore nel campionato nazionale di bicicletta. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale anche per Mario D’Alessandro arrivarono i tempi cupi e il lavoro prese il sopravvento sulla passione sportiva. La sua carriera di sarto proseguì nella  “Louis Goldsmith, Inc.” dove divenne uno dei responsabili della produzione. Nel 1942 Mario convolò a nozze con l’italo americana Anna Caruso. Anche la moglie, nata il 29 gennaio 1920, lasciò una promettente carriera di cantante di lirica per dedicarsi alla famiglia. Apprezzata corista Anna regalò a Mario per tre volte la felicità di diventare padre. Dal loro matrimonio nacquero infatti Conrad, Mario, Jr. e Robert. Mario D’Alessandro morì ad Abington in Pennsylvania il 21 gennaio del 2009. La moglie, Anna Caruso, gli sopravvisse fino al 26 aprile 2013.

 

 




Dopo 31 anni il “capitano Ultimo” si scopre il volto

ultimo

ultimo“Dopo 31 anni tolgo il passamontagna e scopro il volto“: lo ha detto ieri ‘il capitano Ultimo’, all’anagrafe Sergio De Caprio, scoprendosi il volto per la prima volta dopo 31 anni. Il generale dei Carabinieri, che nel gennaio del 1993 catturò Totò Riina, da allora non si era mai più mostrato in pubblico.

“Oggi, dopo 31 anni, tolgo la copertura al mio volto – ha detto il militare – la mia ultima difesa dalla mafia, perché a viso aperto voglio continuare a servire il popolo italiano con lo stesso coraggio, con la stessa umiltà che ho avuto da carabiniere della gente”.

ag.Dire – www.dire.it




Costa Rica. Alvaro Bracci: tra tecnica, cultura e riconoscimenti – Un viaggio nell’arte geometrica e resiliente

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  1. alvaro bracci 1Carriera artistica: “Alvaro, potresti raccontarci come hai iniziato il tuo percorso nell’arte visiva e quali esperienze ritieni abbiano maggiormente influenzato la tua carriera?”

Risposta: “La mia passione per l’arte visiva ha radici fin dalla mia infanzia. Fin da bambino disegnavo macchine, chiese, praticamente tutto ciò che mi capitava sotto mano. Questo interesse si è poi concretizzato nel corso degli anni, soprattutto grazie alla mia formazione nel campo dell’ingegneria meccanica presso il Galileo Galilei, che ha fornito una solida base di conoscenze tecniche. Il mio percorso di studio e la mia esperienza professionale nel settore industriale hanno influito notevolmente sulla mia carriera artistica, permettendomi di sviluppare un linguaggio pittorico razionale, lineare e geometrico. La pratica del disegno industriale, in particolare, mi ha aiutato a strutturare il mio stile, trasformando concetti meccanizzati in opere d’arte ancora presenti nel mio lavoro attuale.”

  1. Premio Nacional Francisco Amighetti: “Nel 2021 hai ricevuto il prestigioso Premio Nacional Francisco Amighetti. Cosa rappresenta per te questo riconoscimento e come ha impattato sul tuo lavoro artistico?”

Risposta: “Ricevere il prestigioso Premio Nacional Francisco Amighetti nel 2021 è stata per me una sorpresa incredibile. Nonostante ogni artista possa aspirare a un tale riconoscimento, quando arriva è sempre un momento emozionante. Cinquant’anni di lavoro sincero e intenso, mantenendo sempre una linea, un criterio e un linguaggio artistico distintivo, hanno contribuito a caratterizzare la mia opera in modo unico. Il premio conferma che il mio lavoro è riconosciuto e apprezzato non solo a livello nazionale, ma anche nell’ambito delle comunità artistiche di Costa Rica e America Centrale. Questo riconoscimento è estremamente gratificante e mi dà un ulteriore slancio per continuare nel mio percorso artistico con ancora più impegno e determinazione.”

  1. img 20240324 wa0047Esposizione ‘Eva’: “La tua esposizione ‘Eva’ al Museo Histórico Cultural Juan Santamaría ha ottenuto grande successo. Qual è stata l’ispirazione dietro questa collezione e quale messaggio desideravi trasmettere attraverso le tue opere?”

Risposta: “La mia esposizione ‘Eva’ al Museo Histórico Cultural Juan Santamaría è stata un progetto che ha richiesto molto impegno e dedizione. La mostra è stata allestita in tre sale del museo, ciascuna dedicata a una diversa rappresentazione e interpretazione del tema centrale, Eva. L’ispirazione dietro questa collezione risiede nell’idea di dare vita a una figura complessa, dotata di una propria espressione e personalità uniche. Attraverso le mie opere, ho voluto trasmettere un messaggio di resilienza e determinazione, invitando il pubblico a riflettere sulla capacità umana di superare gli ostacoli e emergere più forti.”

  1. Ordine della Stella d’Italia: “Essere nominato Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia è un onore notevole. Puoi condividere con noi cosa significa per te questo riconoscimento e come si riflette nella tua identità artistica?”

Risposta: “Essere nominato Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia è un onore incredibile. Questo riconoscimento non solo rappresenta un profondo apprezzamento da parte del governo italiano, ma anche un segno tangibile del mio impegno e della mia dedizione nel campo artistico. Vorrei ringraziare sinceramente il signor ambasciatore e tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile questa prestigiosa nomina. Questo riconoscimento ha significato molto per me, non solo come artista, ma anche come individuo. Ha confermato il valore del mio lavoro e mi ha spinto a perseguire ulteriormente i miei obiettivi artistici con ancora più determinazione. Rappresenta un nuovo capitolo nella mia carriera e sono entusiasta di vedere dove mi porterà questa nuova fase.”

  1. Influenze culturali: “Come artista, in che modo le diverse culture, in particolare quella italiana e quella costaricana, si intrecciano e si manifestano nella tua arte?”

Risposta: “Le influenze culturali sono sempre state fondamentali nel mio percorso artistico. Un momento significativo che ha plasmato profondamente la mia visione artistica è stato il viaggio che ho compiuto in Costa Rica e successivamente in Messico. Durante questo viaggio, ho avuto l’opportunità di immergermi nelle diverse realtà culturali, incontrando persone e vivendo esperienze uniche lungo il tragitto. Ricordo chiaramente le immagini delle donne centroamericane che lavavano i panni nei fiumi, con i loro bambini sulle spalle, simbolo di forza e resilienza. Questa figura femminile matriarcale ha lasciato un’impronta profonda nella mia arte, ispirandomi a rappresentare la forza e la determinazione della donna nella società centroamericana. Questa esperienza si è unita alla mia formazione professionale, dando vita a una figura umana geometrica e simbolica nelle mie opere. Ho sempre cercato di trovare un equilibrio geometrico nelle mie composizioni, rappresentando la figura umana in una forma primordiale e meccanizzata. Il viaggio in Messico ha lasciato un’impronta indelebile nella mia opera, arricchendola di nuove prospettive e ispirazioni culturali.”

  1. Processo creativo: “Potresti descrivere il tuo processo creativo? Come nascono le tue idee e come le trasformi in opere d’arte?”

Risposta: “Il mio processo creativo è un’esperienza complessa e multiforme. Inizialmente, ho realizzato le mie opere come un tecnigrafo, utilizzando strumenti tipici del disegno tecnico e della progettazione meccanica. Successivamente, ho sperimentato con la computer grafica e la serigrafia, esplorando costantemente nuove tecniche e strumenti. La mia arte è stata influenzata anche dalla fotografia e dall’utilizzo della tecnologia, che ho sempre cercato di utilizzare come mezzi per realizzare la mia visione artistica. Oltre alla serigrafia e alla tecnologia, ho anche sperimentato con tecniche tradizionali come l’olio, aggiungendo profondità e ricchezza alle mie opere. Il mio processo creativo è un costante viaggio di esplorazione e scoperta, dove ogni nuova tecnica o approccio contribuisce a plasmare la mia visione artistica.”

  1. img 20240324 wa0043Visione futura: “Quali sono i tuoi progetti futuri? Ci sono nuove tematiche o tecniche che vorresti esplorare nel tuo percorso artistico?” Risposta corretta:

Risposta: “Nonostante i miei 76 anni, non ho mai avuto così tanto lavoro come quest’anno, con numerose mostre in programma. Recentemente ho partecipato a un evento di ART LIGHT, ho tenuto una mostra presso la Biblioteca Nazionale, supportata dall’Ambasciata d’Italia, e attualmente ho un’esposizione in corso presso Talentum insieme ai miei figli Marcella e Francesco, entrambi artisti di grande talento. Francesco, architetto, si dedica alla creazione di strutture metalliche, mentre Marcella è un’artista estremamente poetica e sensibile. A seguire, a maggio inaugurerò una mostra presso il Club Union, comprendente 95 opere che spaziano su tutto il mio percorso artistico e l’intero club e sará li per maggio e giugno 2024. Successivamente, ad agosto, presenterò una mostra presso il Country club, uno spazio più ampio e accogliente, che offre maggiori possibilità di esposizione delle opere grazie alle sue grandi pareti. Quest’anno si presenta dunque estremamente attivo, e mi piace poter diffondere le mie opere, talvolta cercando anche di rendere accessibili versioni più economiche delle mie opere multiple, in modo da consentire a una vasta gamma di persone di apprezzare il mio lavoro. Nel tempo, intendo lavorare per rendere il valore delle opere multiple più popolare e accessibile a tutti gli ambiti sociali. Vorrei anche dedicare del tempo a rivedere e ritoccare alcune opere passate che non ho mai completato, portando così il passato al presente e trasmettendo la mia opera a un pubblico sempre più vasto, che possa trovare nell’arte riflessione e pace interiore.”