Peste suina africana, allarme nella Repubblica Dominicana: è in pericolo anche chi ci vive?

Uno specialista propone di eliminare i maiali rimasti e attendere due anni prima di ricostruire gli allevamenti. La produzione nazionale è crollata e il Paese dipende sempre più dalle importazioni. Ma attenzione: il virus non si trasmette all’uomo. I rischi per i cittadini sono soprattutto economici e alimentari.

La Repubblica Dominicana deve fare i conti con un’emergenza che, dopo cinque anni, continua a mettere sotto pressione un settore importante dell’agricoltura nazionale. La peste suina africana, individuata nel Paese nel 2021, ha provocato una drastica riduzione degli allevamenti e costretto il mercato a fare sempre maggiore affidamento sulla carne importata.
Ora una nuova presa di posizione riapre il dibattito sulla strategia adottata dalle autorità. Carlos Trincado Martínez, specialista in malattie infettive dei suini e biosicurezza, propone una soluzione drastica: vendere gli animali sani che possono essere commercializzati, eliminare quelli rimanenti e attendere due anni prima di avviare una nuova ripopolazione.
È una proposta che, se applicata, avrebbe conseguenze profonde per gli allevatori, per l’approvvigionamento alimentare e per l’intera filiera della carne suina. Ma pone anche una domanda che interessa direttamente chi vive nella Repubblica Dominicana: quali conseguenze può avere questa crisi sulla vita quotidiana?
Il virus non colpisce l’uomo, ma può colpire il portafoglio
Partiamo dalla precisazione più importante. La peste suina africana non è una malattia trasmissibile alle persone. Lo confermano la FAO e l’Organizzazione mondiale per la salute animale. Il virus colpisce i suini domestici e selvatici e può provocare una mortalità molto elevata, arrivando in determinate circostanze fino al 100% degli animali colpiti.
Non bisogna quindi creare allarmismo sanitario tra i cittadini: mangiare carne suina correttamente controllata e preparata non espone una persona alla peste suina africana.
Il problema è un altro. Il virus può sopravvivere a lungo nell’ambiente e propagarsi attraverso animali infetti, attrezzature, indumenti, veicoli e prodotti suini contaminati. Per questo la biosicurezza negli allevamenti, nei trasporti e nella movimentazione dei prodotti è fondamentale.
Per i cittadini dominicani, e per gli stranieri che vivono nel Paese, il rischio più concreto è economico: una produzione nazionale insufficiente può aumentare la dipendenza dalle importazioni e rendere il mercato più esposto alle oscillazioni dei prezzi internazionali, ai costi di trasporto e alle difficoltà commerciali.
Non significa che il prezzo della carne debba necessariamente aumentare nell’immediato. Significa, però, che un Paese che produce meno e importa di più diventa più vulnerabile agli eventi che si verificano fuori dai propri confini.
Da 110.000 a 40.000 tonnellate: il crollo della produzione
Secondo le stime riportate da Acento, Trincado ritiene che la produzione nazionale di carne suina sia passata dalle circa 110.000 tonnellate precedenti all’arrivo della malattia a una previsione di appena 40.000 tonnellate per il 2026.
Lo specialista sostiene inoltre che la popolazione suina sia scesa da oltre 1,2 milioni di animali a meno di 400.000 e che circa il 90% della carne consumata nel Paese provenga oggi dall’estero.
Questi numeri devono essere letti con attenzione: sono stime attribuite all’esperto e non coincidono con quelle delle autorità dominicane. Il direttore generale della Ganadería, Abel Madera, ha infatti indicato una copertura del consumo nazionale da parte della produzione interna intorno al 35%, con il restante 65% soddisfatto dalle importazioni.
La differenza tra le valutazioni è significativa. Per comprendere davvero le dimensioni dell’emergenza, servono statistiche aggiornate, verificabili e confrontabili sulla produzione, sul numero degli animali, sui focolai e sulle importazioni.
Senza dati condivisi e attendibili, diventa difficile valutare con precisione l’efficacia delle misure adottate e stabilire quale strategia sia economicamente e sanitariamente più sostenibile.
La proposta più radicale: eliminare i suini rimasti
Trincado ritiene che gli interventi effettuati dal 2021 non siano riusciti a eradicare il virus e propone un cambio di strategia: commercializzare la maggior parte dei suini sani rimasti, eliminare gli altri animali e mantenere il Paese per due anni in una condizione di vuoto sanitario, prima di avviare una nuova ripopolazione controllata.
Secondo il suo ragionamento, continuare a intervenire soltanto sui focolai non sarebbe sufficiente a interrompere la circolazione del virus. La proposta prevede anche l’introduzione di animali sentinella per verificare le condizioni sanitarie prima di ricostruire gli allevamenti.
Ma una misura del genere avrebbe un costo sociale enorme. Migliaia di famiglie dipendono direttamente o indirettamente dall’allevamento suino. Per molti piccoli produttori, i maiali rappresentano una fonte di reddito difficile da sostituire. Eliminare gli animali senza un adeguato sistema di indennizzi, sostegno economico e riconversione produttiva potrebbe aggravare la povertà nelle comunità rurali.
Inoltre, un piano di eradicazione di questa portata richiederebbe una valutazione epidemiologica indipendente, procedure rigorose per la gestione delle carcasse, risorse finanziarie adeguate e criteri scientifici precisi per stabilire quando sia possibile ripopolare gli allevamenti.
La proposta di Trincado non è una decisione del governo, ma un’ipotesi che merita di essere valutata pubblicamente sulla base di prove scientifiche, costi e benefici.
Il governo sostiene che la situazione stia migliorando
Le autorità dominicane presentano un quadro meno negativo rispetto a quello delineato dallo specialista.
Secondo i dati della Dirección General de Ganadería riportati da Acento, tra gennaio e settembre 2026 sono stati registrati 130 focolai, contro i 436 dello stesso periodo del 2025: una diminuzione del 70,2%.
Il governo sta inoltre preparando protocolli per individuare e dichiarare aree libere dalla malattia. In alcune province meridionali e a Samaná, secondo le dichiarazioni del direttore della Ganadería pubblicate da El Día, non erano stati registrati casi da diversi mesi, sulla base dei controlli effettuati.
È un segnale potenzialmente positivo, ma la diminuzione dei focolai non equivale automaticamente all’eradicazione del virus. Occorre capire quanto siano completi i controlli, se anche gli allevamenti informali vengano monitorati e se la riduzione dei casi sia stabile nel tempo.
Il governo ha dunque il dovere di spiegare con chiarezza quali risultati siano stati raggiunti, quali problemi rimangano e quali obiettivi concreti siano previsti per i prossimi mesi.
Che cosa rischia chi vive nella Repubblica Dominicana?
Per chi abita nel Paese, il primo effetto da tenere sotto osservazione è il prezzo della carne suina. Se la produzione interna non riuscisse a recuperare, le importazioni continuerebbero a svolgere un ruolo decisivo nell’approvvigionamento. Un aumento dei prezzi internazionali, dei costi di trasporto o delle difficoltà commerciali potrebbe riflettersi sul mercato locale.
Il secondo problema riguarda il lavoro. La crisi non colpisce soltanto gli allevatori: coinvolge anche macelli, produttori di mangimi, trasportatori, fornitori di medicinali veterinari, commercianti e lavoratori della distribuzione.
Il terzo riguarda la sicurezza dell’approvvigionamento. Dipendere maggiormente dall’estero non significa necessariamente restare senza carne, ma riduce il peso della produzione nazionale e aumenta l’esposizione a eventuali interruzioni delle forniture.
Per questo non basta chiedersi quanti focolai siano stati registrati. Bisogna anche sapere quanto produce il Paese, quanto importa, quanto costa la carne ai consumatori e quali strumenti siano disponibili per sostenere gli allevatori.
Per gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana, il messaggio è semplice: non c’è motivo di temere un contagio umano da peste suina africana, ma è ragionevole seguire l’evoluzione dei prezzi alimentari e affidarsi a prodotti provenienti da filiere regolarmente controllate.
Il problema della frontiera e dei controlli
La peste suina africana non si diffonde soltanto attraverso il contatto diretto tra animali. Può essere trasportata anche da materiali contaminati e da prodotti suini infetti. Di conseguenza, la prevenzione richiede controlli rigorosi sugli spostamenti degli animali, sulla movimentazione delle merci e sulle condizioni igieniche degli allevamenti.
La stessa Dirección General de Ganadería ricorda che il virus può essere trasmesso attraverso indumenti, calzature, veicoli, attrezzature e residui alimentari contaminati.
Per un Paese che condivide un’isola con Haiti e mantiene intensi flussi commerciali e di persone, la sorveglianza veterinaria è un elemento importante della sicurezza agricola. Questo non significa che la malattia stia arrivando da oltre frontiera o che vi sia una nuova emergenza transfrontaliera: per affermarlo servirebbero prove specifiche.
Significa che la biosicurezza deve essere applicata con continuità, anche nei piccoli allevamenti e nei circuiti informali, perché un singolo punto debole può mettere a rischio il lavoro di molti produttori.
La domanda che le autorità non possono evitare
Dopo cinque anni di crisi, il Paese ha bisogno di una valutazione pubblica dei risultati. La riduzione dei focolai è incoraggiante, ma non basta da sola a dimostrare che il problema sia risolto. Le stime sulla produzione, le importazioni e il patrimonio suinicolo mostrano quanto sia importante disporre di dati chiari.
Non si può nemmeno accettare senza discussione una proposta che comporterebbe l’eliminazione di quasi tutti gli animali rimasti e due anni di attesa. Una decisione così pesante dovrebbe essere accompagnata da studi indipendenti, stime economiche, consultazioni con gli allevatori e garanzie per le famiglie coinvolte.
La Repubblica Dominicana deve scegliere una strategia che protegga la salute animale e, allo stesso tempo, la sicurezza alimentare e il lavoro. L’obiettivo non può essere soltanto ridurre i focolai: deve essere ricostruire una filiera nazionale capace di produrre in condizioni sanitarie sicure.
La peste suina africana non è un pericolo diretto per la salute delle persone, ma può diventare un problema per il loro reddito, per il costo della spesa e per l’economia del Paese. La vera emergenza, oggi, è capire se la Repubblica Dominicana stia costruendo una via d’uscita duratura o se rischi di continuare a pagare il prezzo di una crisi senza una soluzione definitiva.