Prima o poi Lavoisier si incazza

Lavoisier

LavoisierIn questo periodo di emergenza una delle preoccupazioni principali che affliggono tutti noi comuni mortali è relativa a cosa succederà ORA. Ovvero, come potremo far fronte ai danni economici che uno stop mondiale delle attività (di fatto senza precedenti nella storia umana) ha inflitto alle nostre risorse planetarie; anche se, a dirla tutta, siamo umanamente tutti più concentrati sulle risorse di casa nostra, sebbene dipendano dal precedente e ben più grande aggregato.
E mai come in questo periodo emerge la fortissima carenza cronica di conoscenze degli italiani in materie scientifiche e, nello specifico, economiche. Vedo, infatti, spuntare un florilegio di teorie bizzarre e di novelli Savonarola che propongono ricette per la ripresa economica, efficaci quanto potrebbe esserlo l’utilizzo della panna nella carbonara.

Alla luce del piano di intervento della UE, che si basa su trasferimenti di risorse a fondo perduto e prestiti a tasso di interesse agevolato (piano di cui tutti attendiamo di verificare l’effettiva attuazione), continuano a riproporsi come una peperonata a mezzanotte teorie bizzarre che risolverebbero tutto con lo “stampare moneta” e “sovranità monetaria”.

Ora, però, bisognerebbe sedersi un attimo, staccare da blog complottisti e sovranisti tenuti da sedicenti esperti laureati all’università della vita e cercare di metabolizzare due concetti, che, se ben chiari, renderanno più facile comprendere perché la maggior parte di queste teorie sulla ripresa che raccattiamo in giro siano, nella miglior delle ipotesi, delle sciocchezze sesquipedali:

1) IN NATURA NULLA SI CREA E NULLA SI DISTRUGGE, MA TUTTO SI TRASFORMA.

Massima attribuibile al famoso chimico del diciottesimo secolo Antoine-Laurent de Lavoisier, derivante dalla teoria di conservazione della materia. Ha l’innato merito di cogliere con estrema semplicità una delle leggi immutabili del nostro mondo: nessuno “crea” qualcosa, ma l’uomo (o la natura) si limitano ad assemblare e combinare in maniera differente la materia, cambiando la realtà in un ciclo infinito. Per farla semplice, voi non “create” una torta, ma la “assemblate” partendo da zucchero, burro, uova, etc. e combinando i vari elementi con il vostro apporto di energia. Poi la mangiate, la riconvertite in energia, la digerite e… ehm, vabbè la trasformazione è chiara no? Stessa cosa vale per gli esseri viventi quando muoiono. Non spariscono o si distruggono, ma si decompongono, rientrando a far parte del ciclo della vita.

Compreso questo concetto base, che tutti intuiamo inconsciamente, ora passiamo ad un altro un poco più specialistico nel campo economico, ma altrettanto facile da assimilare:

2) LA RICCHEZZA NON SI STAMPA MA SI PRODUCE

Per comprendere bene questo concetto (mi scuseranno coloro che hanno fatto studi economici ai quali risulterà banale), si deve prima passare per un assunto: il denaro non è ricchezza in sé, ma è in qualche modo la MISURA della ricchezza prodotta da un Paese. Per farla ancora più semplice, il circolante e i depositi in una determinata nazione rappresentano il valore totale della ricchezza prodotta e presente in un Paese ai prezzi correnti (esistono distorsioni portate dal mercato finanziario, ma non ne parliamo ora).

In soldoni, e con tutte le storture che derivano da un’eccessiva semplificazione, aumentare il circolante non rende il Paese più ricco. Semplicemente aumenta l’offerta di danaro che sarà ceduto in cambio di beni per i quali la domanda è invariata. L’equazione “meno beni per singola unità di denaro” significa, in pratica, che i prezzi aumentano. Ciò significa che “stampare denaro” o aumentare il circolante, non aumenta di un centesimo la ricchezza dei cittadini, ma genera semplicemente un aumento dei prezzi che riporta il potere di acquisto di ognuno allo stesso livello di prima.

Del resto, se ci pensate, tutto ciò è abbastanza intuitivo. Se bastasse aumentare il circolante stampando denaro per “creare” ricchezza, avremmo risolto la maggior parte dei problemi del mondo. Per molti Paesi con la popolazione alla fame, senza assistenza sanitaria o accesso all’acqua, basterebbe stampare denaro e miracolosamente tutto si risolverebbe. La realtà, per i motivi di cui sopra, è ben diversa, e se ci pensate, la seconda legge di cui vi ho parlato non è che una conferma della validità della prima.

Quindi aumentare il circolante è sempre inutile? No, ovviamente no. A fronte, ad esempio, di un massiccio piano di investimenti pubblici e privati per dare uno shock positivo all’economia, chiaramente un aumento di circolante abbasserebbe i tassi di interesse sul denaro e faciliterebbe tale piano, accompagnando al contempo una maggiore velocità degli scambi commerciali. Ma sono casi ben specifici e delimitati, che in nessun modo sembrano corrispondere all’attuale realtà economica, soprattutto italiana.

Assodati questi due elementari principii, ora potete già capire come la maggioranza di quelle “eccellenze intellettuali” che professano di stampare moneta da immettere nel sistema come la ricetta per uscire dalla crisi, sono un po’ come un falegname che, una volta visto che il legno che ha non è abbastanza per fare un armadio, proponga di cambiare il sistema metrico decimale aumentandone la grandezza per poi sperare che, una volta tornato in officina, le assi di legno che ha si siano miracolosamente allungate. É normale che, se si continua a professare queste astrusità, il buon Lavoisier prima o poi, oltre a rivoltarsi nella tomba, si incazza.

É quindi chiaro che qualsiasi ricetta per uscire dal pantano si debba basare nel breve periodo non nel potenziamento dei mezzi produttivi che TRASFORMANO ricchezza (che è soluzione indispensabile, ma nel medio periodo), bensì nel TRASFERIMENTO di ricchezza. In poche parole, dei prestiti che permettano alla macchina di ripartire e dare impulso a sua volta ai mezzi produttivi stessi.

Soluzione che è tanto più ardua da percorrere quanto più questa pandemia ha interessato tutte le economie del globo. É facile immaginare che un Paese ricco, che viene fuori da un dramma come questo, sarà molto meno disponibile a trasferire risorse in prestito.

Vorrei però chiarire una cosa: i debiti si pagano. E noi ne abbiamo già tanti. Quindi, sebbene non potremo farne a meno per superare la crisi, prepariamoci ad essere ancora più poveri in futuro, perché quei debiti genereranno interessi (anche se bassi) che si sommeranno ad altri che già paghiamo annualmente e non sarà una passeggiata.

Ovviamente il citare i prestiti ci porta dritti a parlare di MES, di Eurobond e delle iniziali posizioni prese dai Paesi cattivoni del nord Europa  che non concordavano con noi sul modo di erogazione dei prestiti.
Questo argomento lo affronteremo con calma una prossima volta, in quanto richiede una riflessione approfondita, non fosse altro per districarsi tra la miriade di sciocchezze e “fake news” che siamo costretti a leggere da molto tempo.

Mi permetto però di condividere una riflessione: l’Italia non può pensare di restare una nazione progredita, indipendente e industrializzata se non nell’ambito EU e questo discorso vale per tutti gli stati della EU, più o meno ricchi, nessuno escluso. Tanto per farvi un esempio, ancora in piena pandemia, la BCE ci aveva già accordato un’erogazione per il 2020 di 220 miliardi di euro come quantitative easing.

Ad oggi il piano presentato dalla Commissione Europea presenta la creazione di un recovery fund europeo di 173 miliardi solo per l’Italia di cui 82 a fondo perduto. E si badi bene: in nessuno di questi scenari si parla di “stampare euro”, ma di TRASFERIRE ricchezza attraverso, ad esempio, la vendita di Recovery Bond Europei. In pratica saranno i cittadini europei e stranieri che finanzieranno la ripresa, investendo i loro risparmi (se lo riterranno opportuno e conveniente rispetto ad altre forme di investimento) nel piano di rilancio dell’Europa.

Sorge spontanea una riflessione: se noi non fossimo nella EU chi sarebbe stato disposto a impegnare simili risorse nella ripresa economica del nostro Paese? La risposta è ovvia, ma io la riporto lo stesso: nessuno, a meno che con quell’investimento il finanziatore non avesse voluto comprare ad un prezzo basso una nuova colonia.

Ad Maiora