Dall’Italia alla Svizzera e ritorno, ogni giorno

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21italianita“Lo scorso ottobre Ueli Maurer, consigliere federale, ha confermato che entro l’anno ci dovrebbe essere la firma italo-svizzera all’accordo sull’imposizione dei frontalieri tra i Paesi. L’accordo, parafato da Italia e Svizzera già nel 2015, non è infatti mai stato firmato. La procedura parlamentare per la sua entrata in vigore richiederà tuttavia circa due anni in Svizzera, che mira, da un lato, a ottenere una maggiore quota sulla tassazione dei lavoratori frontalieri e, dall’altro, a combattere il dumping salariale, che sta portando a un forte calo dei salari nel cantone a sud delle Alpi”. Inizia così l’articolo che Valeria Camia firma per il “Corriere dell’italianità”, giornale online del “Corriere degli Italiani” di Zurigo, a commento del libro di Paolo Barcella “I frontalieri in Europa. Un quadro storico”.
“Ad oggi, i frontalieri italiani sono stati tassati solo in Svizzera, sulla base di un accordo del 1974: Berna trasferisce il 38,8% di questa imposta alla fonte all’Italia. Il denaro viene inviato a Roma e poi trasmesso ai Comuni di residenza dei frontalieri.
In base all’accordo siglato nel dicembre 2015, in futuro i frontalieri saranno tassati in entrambi i Paesi. In cifre, l’accordo riguarderà i circa 70mila lavoratori, che a oggi entrano in Ticino giornalmente, costituendo il 30 per cento della forza lavoro attiva nel cantone (dove i lavoratori attivi totali sono 230mila).
La pandemia causata dal Coronavirus ha accresciuto, negli ultimi mesi enormemente, il lavoro a distanza. Già a fronte della prima ondata, lo scorso 20 giugno, i governi nazionali di Italia e Svizzera avevano sottoscritto un Accordo amichevole per regolamentare il telelavoro svolto dai frontalieri.
Dall’inizio di novembre – da quando gli abitanti della Lombardia sono di nuovo in lockdown – la misura voluta dal governo Conte riporta la situazione tra Ticino e Lombardia nella condizione dei primi di marzo: i lavoratori frontalieri potranno continuare a passare la frontiera tra i Paesi ma il telelavoro torna a essere una soluzione proposta e discussa. La situazione attuale, oltre a riguardare la gestione (istituzionale e pratica) delle frontiere tra Paesi confinanti – mettendo così in luce l’importanza di modelli di cooperazione integrati e transregionali (si pensi alla Regione Insubrica) – impone una riflessione sul significato del frontalierato oggi e storicamente.
Come si è sviluppato il frontalierato e qual è il significato del fenomeno oggi?
Un’analisi completa e complessa su questo fenomeno in Svizzera, ma anche in altre zone di confine in Europa, è articolata da Paolo Barcella nel libro “I frontalieri in Europa. Un quadro storico”, strumento utile per un’analisi politica sulle problematiche che pone il fenomeno del frontalierato. Questo infatti non può essere compreso, nella sua portata e, in alcuni casi, problematicità, se avulso dal contesto storico, geografico ed economico in cui si sviluppa. Se lungo alcune frontiere, i frontalieri hanno rappresentato una quota di lavoratori bene integrata nel mercato del lavoro, in altri casi il frontalierato ha rappresentato (e ancora rappresenta) un fattore di grande innalzamento della tensione sociale. È questo il caso del Canton Ticino, dove i lavoratori italiani, che giornalmente valicano il confine, sono considerati come pericolosi (o comunque problematici) per l’economica e la società ticinese.
“I FRONTALIERI IN EUROPA”

Come ricostruisce Barcella nel suo libro, già in età moderna si svilupparono le prime forme di pendolarismo internazionale, che poi nella seconda metà del ’900, grazie alla diffusione dell’automobile, si intensificarono, con evidenti conseguenze e ricadute. Fu ad esempio rivista la fascia massima di frontiera, che determinava la distanza massima entro la quale un lavoratore avrebbe potuto abitare per lavorare al di là della frontiera, la quale era stata calcolata in 20 chilometri (ridotti a 10 per alcuni cantoni), tenendo conto del tempo di percorrenza sostenibile quotidianamente per un lavoratore che si immaginava potesse spostarsi a piedi o in bicicletta. Da un punto di vista gestionale, l’accrescere del frontalierato ha posto problematiche legate alla gestione del traffico e alle infrastrutture stradali. Dal punto di vista sociale e culturale, quel flusso di persone che si muovono in un altro Paese per lavorare, senza porsi questioni di integrazione – se non nel ristretto ambito delle problematiche di pertinenza lavorativa – costituiscono un possibile fattore di tensione distinto e specifico alla natura socio-economica dei Paesi confinanti.
La frontiera acquisisce un ruolo diverso anche nel determinare la funzione economica che il lavoratore andrà a svolgere. Ma è anche un moltiplicatore di valore.
Storicamente la frontiera ha creato le condizioni per cui i lavoratori dall’esterno entrassero nel mercato di lavoro locale in una posizione che favoriva e generava una maggiore produzione di valore per gli imprenditori e i soggetti economici che davano lavoro. L’economia del Ticino, ad esempio, si è sviluppata proprio in ragione delle possibilità che offriva il lavoro frontaliero.“Storicamente ? spiega Barcella ? molte aziende della Svizzera Interna hanno istallato, e ancora aprono, sedi in Svizzera per importante poi manodopera dall’Italia, reclutando tra i residenti nella Confederazione prevalentemente figure professionali più qualificate, con evidenti differenze salariali.”
Ciò detto, ci troviamo oggi di fronte a un cambiamento epocale conseguente alla rivoluzione informatica e l’accresciuta mobilità. Si sta aprendo, come precisa Barcella nell’ultimo capitolo del suo libro, una nuova stagione del frontalierato che riguarda la figura del lavoratore ‘notificato’, secondo gli accordi per la libera circolazione delle persone tra Unione Europea e Confederazione Elvetica del 1999. Questi lavoratori europei vengono autorizzati a lavorare in Svizzera senza permesso di soggiorno per un massimo di 90 giorni non consecutivi e si richiede loro solamente una notifica di presenza presso gli uffici competenti.
“I frontalieri in Europa. Un quadro storico” pone infine una questione di fondo per l’integrazione europea: il fatto che il lavoro frontaliero necessiti sempre di accordi bilaterali tra stati confinanti per definire gli aspetti fiscali!”.

da “Il Corriere dell’Italianità”




Australia: considerare i nonni come parte della famiglia immediata

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vistononnioz“Vi è una spinta crescente per includere i genitori di cittadini australiani residenti permanenti come “familiari diretti” per i viaggi durante la pandemia di COVID-19”. È quanto riportano Carlo Oreglia Marco Lucchi in un articolo-intervista video pubblicato sul portale di SBS Italian, lo Special Broadcasting Service che diffonde notizie in lingua italiana in tutta l’Australia.
“Emma e Julio Vega sono diventati nonni quest’anno. A marzo si stavano preparando a trasferirsi in Australia dal Perù per aiutare la figlia Valeria con il nuovo arrivato, ma la chiusura dei confini ha messo fine ai piani. “È stata la peggiore notizia della mia vita”.
In base al divieto di viaggio a causa del COVID-19, solo ai parenti stretti di un cittadino australiano o residente permanente è consentito di entrare nel Paese. Ma i genitori non sono considerati parenti stretti.
Ciò ha provocato angoscia in decine di migliaia di famiglie in tutta l’Australia e nel mondo, compresa quella di Valeria Greenfield, che vive a Brisbane.
“È davvero dura non avere il loro supporto affettivo, la loro presenza, non poter vedere il mio bambino nelle braccia dei miei genitori”.
Affermano che si occuperanno di tutti i costi relativi al viaggio e al soggiorno dei genitori, compresi i costosi visti, la quarantena e le esigenze sanitarie. Ciò permetterebbe anche a Valeria di tornare prima al lavoro a tempo pieno. “Porterebbero il denaro con loro e spenderebbero i loro soldi qui, non sarebbero quindi un peso, bensì un bene per l’economia locale”.
Anche Simone Holmes è giunta al punto di rottura. Ha cercato di portare la madre vedova dalla Svizzera in Australia per tutto l’anno. “Devi pensare che la tensione mentale ed emotiva a cui questa situazione ci costringe è terribile. Stiamo perdendo le speranze”.
Sono tra le oltre 11.000 persone che hanno firmato una petizione che è stata presentata al parlamento federale questa settimana da un membro del governo, la deputata liberale Celia Hammond. “I genitori sono una parte fondamentale del sistema del supporto psicologico per molti immigrati e per le loro famiglie… A nome di tutti i firmatari presento questa petizione”.
Su questo tema, l’Australia è un’anomalia; altri Paesi, come il Canada, stanno permettendo ai genitori dei cittadini di entrare nel Paese durante la pandemia.
Ora, con un membro dello stesso partito che chiede il cambiamento, la pressione sul governo per agire sta crescendo.
Il ministro dell’immigrazione ad interim Alan Tudge e il ministro degli Affari interni Peter Dutton non hanno risposto alla nostra richiesta di commento.
Dutton ha fino a 90 giorni per rispondere alla petizione”.

da SBS




Come le comunità delle Little Italy aiutarono i primi immigrati ad adattarsi alla loro nuova vita

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17cipalla“La grande ondata di immigrazione italiana, iniziata negli anni Ottanta del XIX secolo e durata fino al 1920, ha portato in America più di quattro milioni di italiani. Circa il 75 per cento di loro si stabilì in città della East Coast, tra cui Lower Manhattan, Boston, Philadelphia e Baltimora. Dopo essersi trasferiti con la famiglia o gli amici, un piccolo contingente si è fatto strada verso Ovest, tentato da immagini di terre vaste, alla ricerca di una vita migliore. Questi primi italiani arrivarono nel Nord-Ovest fisicamente esausti e culturalmente sopraffatti. Molti erano poco qualificati, analfabeti o incapaci di parlare inglese. Fecero qualunque lavoro: dallo scavare fossi a versare cemento, dall’estrarre carbone a posare binari ferroviari”. Così scrive Rita Cipalla sull’ItaloAmericano, magazine diretto a San Francisco da Simone Schiavinato.
“Per facilitare l’inserimento, spesso si sono stabiliti in comunità con altri italiani, dove potevano parlare la lingua madre, trovare cibi noti, frequentare chiese che fossero confortanti e familiari, e accedere a una rete di amici per trovare un alloggio o un lavoro.
Nel 1910, Washington ospitava meno dell’uno per cento degli italiani che vivevano in America. Seattle aveva la popolazione più numerosa dello Stato: quasi 3.500 italiani vivevano al Garlic Gulch di Seattle. I quartieri Hilltop di Tacoma e Minnehahaha di Spokane ne attirarono un numero minore, e alcuni erano sparsi lungo il Priest River. Continuate a leggere per saperne di più su queste altre tre comunità delle Little Italy.
Tacoma
Hilltop è nata come enclave di tedeschi e scandinavi arrivati negli anni Ottanta del XIX secolo. La zona prese il nome dalla posizione sopraelevata, su una scogliera che domina la Baia di Commencement e il Porto di Tacoma. Quando gli italiani arrivarono all’inizio del 1900, furono accolti calorosamente da questi nordeuropei.
Nel 1910, circa 1.100 italiani, molti calabresi, vivevano a Tacoma. Facevano lavori poco remunerativi lungo le ferrovie, nelle miniere o sui moli. Chiamati lavoratori “pala e piccone”, facevano tutti i lavori manuali che c’erano da fare alla giornata.
In cima alla collina si trovava il solito assortimento di piccole imprese etniche: negozi di alimentari italiani, calzolai, barbieri e mercati della carne. Nel 1923, il quartiere accolse Sons of Italy Lodge No. 1175, un’organizzazione per aiutare gli immigrati ad adattarsi alla nuova vita in America. I membri lavoravano per mantenere vivi la lingua e il patrimonio e partecipavano ad eventi celebrativi come la Festa del Narciso, iniziata negli anni ’30, che permise loro di diventare parte integrante della comunità.
Nel 1922, un gesuita di nome Achille Bruno si recò da Spokane a Tacoma per fondare una parrocchia per gli italiani. Acquistò una casa all’angolo tra South 14th e Ainsworth e iniziò a celebrarvi le Messe domenicali. Nel 1924 la casa fu abbattuta e sostituita da una chiesa intitolata a Santa Rita di Cascia, una suora italiana nata a Spoleto nel 1386 e canonizzata nel 1900.
I membri della comunità lavorarono duramente per costruire la chiesa. Quelli abili con martelli e seghe costruirono il pulpito e la ringhiera della comunione; furono creati dei piedistalli per sostenere le statue ordinate dall’Italia. Le messe venivano celebrate in latino, ma gli annunci settimanali erano dati in inglese e in italiano. Anche i pastori che hanno seguito le orme di p. Bruno erano di origine italiana, portando i nomi di Biagini, Baffaro e Sacco e hanno servito come parroci a S. Rita fino al 2011.
Spokane
I primi immigrati italiani arrivarono a Spokane tra il 1900 e il 1920 per lavorare sulle ferrovie o nelle falegnamerie. Per la maggior parte si stabilirono in uno dei due quartieri: Minnehaha o Hillyard, vicino alle linee ferroviarie.
Come a Tacoma, gli italiani avevano i loro negozi di alimentari, i negozi di quartiere e i club. Uno dei locali più conosciuti era Mauro’s Grocery all’angolo tra Thor e Euclid. Mauro’s era uno dei locali preferiti del quartiere, e nelle fredde mattine d’inverno gli anziani si riunivano intorno alla stufa.
Il proprietario Charles Mauro vendeva molti prodotti alimentari difficili da trovare nel Nord-ovest, come l’olio d’oliva e le olive nere. Procurava anche l’uva in modo che le famiglie potessero produrre il proprio vino; il negozio era famoso per le salsicce fatte in casa. Dopo 75 anni, nel 1994 la famiglia Mauro vendette il negozio, ma i nuovi proprietari, consapevoli del ruolo che aveva nella comunità, ne mantennero il nome.
Negli anni ’30 e ’40, la generazione successiva di italo-americani si era trasferita nel quartiere di Spokane e il vecchio quartiere era scomparso. Nel censimento del 1990, quasi 6.000 persone, pari all’1,6% della contea di Spokane, hanno rivendicato un patrimonio italiano.
Priest River
A circa 50 miglia a nord di Spokane, appena oltre il confine con l’Idaho, si trova Priest River. Intorno al 1892, un gruppo di uomini, la maggior parte dei quali provenienti dal villaggio di Grimaldi in Calabria, arrivarono per lavorare come “gandy dancers”, costruendo collegamenti ferroviari dalle abbondanti scorte di legname della zona e posando binari per le ferrovie. Altri sono stati attirati dai lavori nei depositi di legname e nei campi.
La valle intorno al Priest River ricordava loro l’Italia. Amavano la terra aperta, perfetta per le piccole fattorie e per l’allevamento del bestiame. Dopo qualche anno, gli uomini sposati mandavano a prendere le mogli e i celibi a prendere le spose. Ben presto le fattorie a est di Priest River divennero note come “The Italian Settlement” (l’insediamento italiano), in seguito abbreviato in “The Settlement” (l’insediamento).
Nel 1900 la comunità contava più di 50 famiglie che mantenevano vive le antiche tradizioni e la lingua. Le donne usavano un forno comunitario per cuocere il pane, e insieme le famiglie costruirono la chiesa della Missione di Sant’Antonio e la Scuola dell’Insediamento. Priest River era conosciuto come un distretto italiano fino agli anni ’50.
Ma poi, come un po’ in tutte le piccole comunità rurali, l’insediamento italiano cominciò a scomparire. L’agricoltura e l’allevamento divennero meno redditizi; i bambini crebbero e si trasferirono. Solo il Cimitero Evergreen racconta la storia dei primi italiani che vivevano a The Settlement, immigrati che avevano rinunciato a tutto per iniziare una nuova vita nel nuovo mondo”.

da “L’Italo Americano”




“Il suo ultimo ponte”. Antonio Barbaro, eroe canadese di origine italiana

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15barbaro“Caterina volge lo sguardo al suo paese, S. Angelo Limosano, arroccato su un cucuzzolo innevato, in un intimo, ultimo saluto. È una gelida mattina di gennaio, e qui, nel centro del Molise, a oltre 800 m. di altitudine, le tante le curve per scendere a valle sono coperte di nevischio. S. Angelo si allontana sempre di più, diventa sempre più piccolo agli occhi di questa ragazza di 21 anni. È diretta a Napoli dove si imbarcherà per l’America. Le è stato combinato il matrimonio e deve raggiungere l’uomo che diventerà suo marito: Pasquale Barbaro. Al porto, la folla di chi è in fila per salire sulla nave, e di chi, disperato, grida il nome del proprio caro in partenza”. Parte da qui la storia che Raffaella Cortese de Bosis racconta sulle pagine del “Corriere canadese”, quotidiano diretto a Toronto da Francesco Veronesi.
“Ancorata, ad attendere i passeggeri, è una immensa nave: la Lahn. Fa parte della “Rivers Class”, flotta della Norddeutscher Lloyd. La “Rivers Class”, quella che ha preso i nomi di fiumi della Germania, il Lahn, appunto, ma anche l’Elba, il Fulda. Proprio i fiumi… Presagio?
15 gennaio 1903. Caterina Vorraso si imbarca. Prima di scendere negli inferi della terza classe fa un respiro profondo e si rassegna a lasciare l’Italia. Per lei è tutto tremendamente nuovo: le tante persone ammassate, il mare. La navigazione è lunga, estenuante. Dopo due settimane arriva a New York. È il 31 gennaio. La terraferma, finalmente! Incontra Pasquale, Pasquale Barbaro, che era emigrato tempo prima da Platì e si era stabilito in Canada, a Revelstoke. Dopo una manciata di giorni si sposano: 1 marzo 1903. Presto la famiglia cresce, nascono 7 figli. Si trasferiscono al n. 84 di Norman Street a Ottawa. E’ il cuore della Little Italy canadese. Le case di questa via sembrano fatte con lo stampino: tutte lunghe e strette, qualche gradino per entrare. La chiesa di S. Antonio da Padova è a due passi ed è un punto di riferimento per la comunità intera.
I ragazzi si organizzano in gruppi sportivi e musicali, fanno ripetizioni, viene data assistenza. Il parroco è un italiano, Fra Aurelio Prosperi OSM: un cardine per gli italiani di qui per oltre 15 anni, per poi tornare in Italia nel 1930. Usa il latino per i documenti parrocchiali.
Sam, uno dei fratelli maggiori di Antonio, nato nel 1914, sarà battezzato da lui che annoterà proprio in latino l’avvenuto sacramento. Negli anni della guerra è a Figline Valdarno, convento di Ponterosso. Si troverà a raccogliere le ultime parole di 18 partigiani che i nazisti di lì a poco avrebbero trucidato. 20 giugno 1944, è sera quando Fra Prosperi esorta questi uomini a o¥rire a Dio il loro sacrificio, a chiedere perdono delle proprie colpe, a sperare nella Sua infinita misericordia e dà a tutti la Sacramentale assoluzione.
Ma torniamo alla Little Italy di Ottawa: è tutto un vociare, dialetti che si mescolano, usanze, tradizioni, canzoni; panni stesi, bambini che giocano. Il cuore di casa Barbaro è la cucina, il regno di Caterina: ha portato con sé, dall’Italia, ricette e maestria, segreti e specialità, ma anche tradizioni e personalità. All’ora di pranzo, con suo grembiule bianco, mette su la grande pentola per la pasta, tuffa la mano in una latta tagliata, inchiodata al muro, per prendere sale in abbondanza. In attesa che l’acqua bolla, gira il ragù che è quasi pronto. Ma al civico 84 si nasconde ancora tanta Italia: il piccolo pezzo di terra nel retro della casa è stato letteralmente trasformato in vigna! Pasquale, come altri buongustai del quartiere, produceva il suo vino!
Dalla sua Calabria, ha portato con sé i “saperi” contadini che si traducono in sapori irresistibili! Finito il lavoro come operaio del Comune, si dedica con passione ai mestieri legati alla terra.
In questo scenario cresce Antonio, uno dei figli di Caterina e Pasquale. Ha un gran talento artistico, fa parte della banda suonando la tromba, disegna e lavora il legno. Ha la passione per le moto, per il nuoto; ha un fisico atletico che non passa certo inosservato alle ragazze.
Erano in diverse ad avergli messo gli occhi addosso … Compresa, forse, una certa Pat. Antonio si impegna anche per portare a casa qualche soldo; lavorerà per un periodo, ad esempio, alla lavanderia dell’Ottawa Civic Hospital.
Madre Natura gli ha regalato un gran fisico, nel quale batte un grandissimo cuore. Il 19 luglio 1942 compie 19 anni. Pochi giorni dopo si arruola a Ottawa. È il 3 agosto. Il 17 luglio dell’anno seguente si imbarca per l’Europa, destinazione Gran Bretagna.
Si trova catapultato in pieno South Yorkshire, dove durante la guerra è stato requisito il sontuoso complesso del Wentworth Woodhouse con i suoi gioielli architettonici e maestosi giardini. Avrà pensato di aver sbagliato posto dove presentarsi a rapporto! Certo, durante la guerra, l’aver destinato questo luogo ad uso militare ne ha provocato danni notevoli. Il parco, ad esempio, è trasformato in pista di prove e allenamento per i motociclisti. Ne sarà stato entusiasta Antonio, con la sua passione per questo mezzo, ma addio prati all’inglese!
Il fratello Sam, che sarà in Gran Bretagna per tutta la durata della guerra, lo raggiunge per un breve incontro. In una lettera a casa dice che la prossima volta si faranno una foto insieme. Antonio ha il grado di Lance Corporal. Fa parte dei Royal Canadian Engineers, First Canadian Army, 23rd Field Company e con gli Engineers è un “sapper” (saper in francese significa scavare le trincee).
Arriva in Francia un mese dopo il D-Day, la devastazione è totale, il pericolo ovunque. Ma l’orgoglio di portare quella divisa e l’istinto di portare a casa la pelle vengono prima della paura.
Tra i compiti degli Engineers c’è quello di sminare i terreni, di piazzare le cariche di esplosivo, di rimuovere tonnellate di macerie per rendere percorribili le strade, quello di effettuare ogni tipo di manutenzione e molto, molto altro. È un soldato in gamba, energico. Si confida con il “Padre”, il Cappellano della Compagnia. E’ un giovanissimo tenente, Father Jean Mongeon, e divide con tutti loro l’incubo del fronte cercando di portare conforto. La Domenica dice Messa e Antonio è sempre presente tra i fedeli in divisa.
I Barbaro hanno due figli al fronte e la preoccupazione è immensa. Il quartiere segue i propri ritmi di sempre, ma nel profondo ognuno teme per i propri giovani lontani. L’arrivo di una lettera è un momento atteso sia con gioia che con paura: la gioia di ricevere notizie dal proprio figlio; la paura che sia quella del War Office o, peggio ancora, il telegramma del Canadian Pacific Telegraphs. L’ansia è tanta: ogni giorno che passa senza aver ricevuto la posta è un regalo.
In Europa, intanto, la guerra si combatte con furia indicibile. Dalla Francia, Antonio ha raggiunto il Belgio e poi l’Olanda. Lo spietato accanimento nazista emerge a ogni angolo. La fame tormenta tutti. Perfino i bulbi dei tulipani si trasformano in cibo.
Ma i Royal Canadian Engineers non mollano.
Dopo il fallimento dell’Operazione Market Garden il 25 Settembre 1944, gli Engineers canadesi e britannici ricevono l’ordine di evacuare i militari alleati intrappolati da Oosterbeek alla riva meridionale del Neder-Rhine. Con le loro barche a motore i Canadesi riescono a mettere in salvo 2400 uomini, riuscendo nell’impresa di traversare il fiume decine di volte, tutta la notte, sotto una pioggia di colpi nemici e condizioni meteo a dir poco proibitive. Ben sette valorosi Engineers canadesi sono stati uccisi in queste drammatiche ore.
Il quotidiano Montreal Gazette pubblica una intervista al Maggiore Tucker, che aveva condotto l’operazione. Dirà: decisivi nel portare a termine l’operazione con successo sono stati due uomini. Antonio Barbaro e Raymond Lebouthillier. Antonio verrà presto insignito della Canadian Volunteer Service Medal with Clasp, della Pioneer C First Good Conduct Badge.
Nel febbraio 1945 alcuni di loro sono impegnati nella riparazione di un ponte sul fiume Mosa, nei pressi della cittadina di Mook. Con Spr. A. E. Sager e Spr. H. Malone salgono su una piccola barca per lavorare alle parti del ponte più vicine all’acqua. Parlare di freddo, qui, è veramente riduttivo; il vento sferza l’imbarcazione e questi tre ragazzi sono in balia degli elementi. D’un tratto uno spuntone squarcia la barca. Stanno affondando. Antonio è l’unico che sa nuotare e, senza pensarci un solo attimo, lancia il suo salvagente a Sager e Malone. Li salva. Ma la divisa di Antonio si è imbevuta d’acqua ed è diventata pesantissima. All’improvviso la corrente aumenta.
Il fiume Mosa, questo implacabile serpente liquido, lo fa sparire tra le sue spire per poi inghiottirlo.
Sulla riva, la disperazione degli altri militari. Le ricerche risulteranno vane.
A Ottawa, passano ancora dei giorni senza che arrivi il telegramma. Giorni regalati. Ma alla metà di febbraio quei giorni finiscono bruscamente: una pioggia di notizie getta nella disperazione la famiglia Barbaro.
La comunità di Little Italy le si stringe intorno; il vociare, i giochi, gli stornelli si arrestano di colpo. Al n. 84 di Norman street sono decine gli amici e i vicini che portano il segno del loro affetto. Ci sono i Macrì, che abitano nella casa accanto, i Pantalone, i Guzzo…
Il primo messaggio, datato 19, lascia qualche spiraglio di speranza alla famiglia: “disperso, forse annegato …”; il secondo, del 20: “disperso, si crede sia annegato …”; e la speranza rimane tanta. Disperso: forse lo trovano! … e ancora… forse POW.
Pochi giorni dopo la speranza lascia purtroppo il posto al dolore più forte, quello insopportabile. Il fratello Sam apprende della morte di Antonio in Inghilterra. Sente mancare la terra sotto i piedi. Il loro era un legame strettissimo. Per lui è sempre stato il “baby brother”.
Il Cappellano, Capitano Jean Mongeon si affretta a scrivere alla famiglia. È il 22 febbraio.
Dear Madam… è sempre molto difficile per una madre apprendere che la guerra si è portata via uno dei suoi figli, ma sarà più facile per lei accettare questo altissimo sacrificio, venendo a conoscenza delle circostanze della morte di suo figlio … e dopo una breve descrizione delle circostanza dice: “ha davvero motivo di essere orgogliosa di suo figlio: ha dato la sua vita perché i suoi compagni ne avessero una migliore. Mi lasci aggiungere che suo figlio era molto amato dai compagni. È come se la guerra si prenda sempre i migliori! Come suo “Padre” cattolico, oso dirle che era tra i migliori del mio gregge. La domenica prima che morisse è venuto da me a confessarsi e ha fatto la Comunione.
Il corpo di Antonio è stato ritrovato due mesi dopo. Il primo maggio viene recapitato il telegramma che dichiara ufficialmente la sua morte. Per lungo tempo nulla riesce ad alleviare la disperazione della famiglia fino al momento in cui quella maledetta guerra termina. Sam Barbaro, in Gran Bretagna per quattro interminabili anni, torna a casa: è un nuovo inizio per tutti.
Nella Chiesa di St. Anthony troviamo il nome di Antonio su una grande vetrata decorate. Nel giardino accanto alla Chiesa, una targa ne ricorda il sacrificio.
Nel 2002, la signora Alice van Bekkum, olandese, inizia cercare notizie dei sei sette soldati uccisi a seguito dell’Operazione Market Garden, nel corso dell’evacuazione. La sua ricerca la porta ad apprendere che un altro Engineer canadese, sepolto nel Cimitero di guerra canadese di Groesbeek, era morto a due passi da casa sua: si trattava di Antonio Barbaro. Cerca subito la famiglia in Canada, con dedizione ed energia promuove la costruzione di un monumento a Mook.
Viene fissata la data per l’inaugurazione del monumento: il 18 settembre 2014. Diversi membri della famiglia Barbaro arrivano dal Canada e, alla presenza del Sindaco Willem Gradisen, dell’Addetto per la Difesa canadese Colonel Hogan, i Veterani Donald Sommerville e John Meeusen e dell’intera comunità, viene inaugurato il monumento. Win Barbaro McKenzie dirà tra l’altro: “Non ci sono parole sufficienti per esprimere la nostra gratitudine a lei, Signor Sindaco, ai membri del Comitato e alla Comunità di Mook (e Middelar) per l’impegno ed il lavoro che avete svolto nel realizzare il monumento per nostro zio Tony.
Siamo commossi che nostro zio sia così ricordato…“… ma voglio che si sappia che la forza trainante che ci ha portato qui oggi è quella di Alice van Bekkum – la sua curiosità, energia e il suo “voler conoscere” hanno fatto sì che si dedicasse alla storia di nostro zio Tony”. Ha poi fondato l’associazione Faces to Graves (facestograves.nl) e sul sito sono pubblicate le storie dei Soldati canadesi uccisi durante la liberazione dell’Olanda.
Nella Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “maiorem hac dilectionem” sull’offerta della vita, del 2017, Papa Francesco scrive: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15, 13).
Sono degni di speciale considerazione ed onore quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito.
È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo e, pertanto, è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.
Confidare che la Chiesa potrà fare passi in questa direzione per Antonio riempie tutti di rinnovato spirito.
Dio ti benedica, Antonio”.

da “Il Corriere Canadese”




Perú: gol e sciamani. Tutti pazzi per Lapadula

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16periodistalapadula “Benché sul campo la storia d’amore tra Gianluca Lapadula e il Perù non sia ancora cominciata, non si può negare che abbia assunto contorni più travagliati e “vissuti” di tanti matrimoni. Già, perché a poche ore dal suo debutto con La Blanquirroja nella terza giornata del girone di qualificazione ai Mondiali di Qatar 2022 (il giocatore ha poi debuttato lo scorso 13 novembre entrando dalla panchina e sfiorando anche il gol nella sconfitta contro il Cile, ndr), il bomber del Benevento è reduce da giorni di spasmodica attesa, da far tremare calcisticamente i polsi”. A parlarne è stato Stefano Chiarelli su “Il Periodista”, rivista italiana che si occupa di America-Latina diretta da Ruggero Tantulli.
“Encomi pubblici dal proprio c.t. Ricardo Gareca, elogi ripetuti da stampa e tifosi sui social e, per non farsi mancare nulla, la benedizione del celebre sciamano Don Abel, che l’ha consacrato alle divinità delle montagne delle Ande e alla Madre Terra affinché possa trovare il gol sia sabato in Cile che mercoledì a Lima contro l’Argentina: difficile dire che Lapadula in questi giorni non abbia gli occhi del mondo sudamericano (e non solo) puntati addosso.
Ma Gianluca, quando alcune settimane fa ha avviato l’iter per ottenere la cittadinanza del paese della madre, era assolutamente consapevole che scegliere finalmente di inseguire col Perù il (difficile) sogno mondiale avrebbe fatto letteralmente esplodere la passione di quello che ormai è il “suo” popolo, in questi giorni caldi sceso in piazza per protestare dopo la destituzione del presidente Martín Vizcarra e l’insediamento ad interim del successore Manuel Merino.
Del resto non è certo da ieri che si parla della convocazione di Lapadula con La Blanquirroja. Bensì dal lontano 2015, quando il trentenne ex attaccante del Milan, allora stella di un Pescara che grazie ai suoi 30 gol otterrà l’anno seguente la promozione in A, venne per la prima volta “corteggiato” da Gareca, che non esitò a offrire ad un ragazzo torinese proveniente dai polverosi campi della provincia italiana l’opportunità di diventare l’erede dei monumenti Claudio Pizarro e Paolo Guerrero.
Cinque anni di ammiccamenti, tentennamenti, sguardi d’intesa mai sfociati in qualcosa di più serio e la sensazione che vestire la maglia del Perù avrebbe rappresentato una seconda scelta, un onore sacrificabile all’altare (e non che fosse poco) della possibilità di giocare con l’Italia. Proprio quella maglia azzurra con cui Lapadula detiene una sorta di record (3 gol nell’unica presenza, un’amichevole del 2017 vinta 8-0 contro San Marino), per la quale il Perù è stato a lungo tenuto a bagnomaria e che, tuttavia, nel corso di queste stagioni costellate da infortuni e cambi di casacche, mai è riuscito a conquistare.
Ma avercene di seconde possibilità simili nella vita, vale a dire indossare la camiseta dei vicecampioni della Copa America 2019. Così, dal sogno ormai infranto di giocare con la nazionale del paese dove è nato e cresciuto, ecco che le classiche sliding doors tipiche del calcio hanno consegnato a Lapadula una chance ancor più romantica: far sognare il popolo peruviano e provare a trascinare la sua nazionale al secondo Mondiale consecutivo.
E a giudicare dal temperamento combattivo e mai domo dell’attaccante, tagliato su misura per le epiche battaglie nei campi delle nazionali sudamericane e ora “forgiato” da un maestro come il tecnico del Benevento Pippo Inzaghi, la scelta presa dalla Federcalcio peruviana, da Gareca e dal gruppo di senatori della nazionale di “perdonare” i rifiuti passati non potrà che regalare scintille. E, sperano dalle parti di Lima, tanti gol “mondiali””.

da “Il Periodista”




La Coppa del Mondo di sci parla italiano

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16cina“Non tutti sanno che al vertice della Coppa del Mondo di sci alpino vi sono due italiani: Markus Waldner e Peter Gerdol. Il primo, altoatesino di Bressanone, è a capo del settore maschile del circo bianco dal 2014, quando ha preso il posto del tedesco Günther Hujara. Il secondo, triestino di Rozzol e madrelingua sloveno, è succeduto lo scorso anno al norvegese Atle Skårdal alla guida del circuito rosa. Negli ultimi mesi la pandemia ha messo a dura prova entrambi i direttori di gara nella preparazione della nuova stagione, ma il successo dell’opening di Sölden ha testimoniato la bontà del duro lavoro a cui sono stati chiamati per riadattare i calendari al rinnovato stato d’emergenza e trovare il giusto equilibrio tra le linee guida approvate dalla FIS (la Federsci mondiale, nda) e i protocolli emanati dalle autorità locali”. Ad intervistare entrambi è stato Lorenzo D’Ilario per “La voce del popolo”, quotidiano diretto a Fiume da Roberto Palisca.
Markus Waldner (Chief Race Director della Coppa del Mondo maschile)
D
. In che cosa consiste esattamente il tuo incarico?
R. Durante le gare maschili sono il capo della giuria in qualità di giudice arbitro, ma i miei compiti iniziano ben prima. Tra la primavera e l’estate, infatti, sono già al lavoro per pianificare il prossimo calendario. Naturalmente il periodo più stressante è quello che va dall’apertura alla chiusura della stagione perché sono sempre in viaggio e spesso devo prendere decisioni scomode.
D. Che cosa ti mette di più alla prova?
R. Il nemico più grande del nostro mestiere è il meteo, che è sempre più instabile a causa del cambiamento del clima. Non è affatto facile la gestione di una gara in condizioni climatiche complicate. Spesso ci muoviamo sull’orlo per decidere se far partire, sospendere o addirittura annullare la gara quando ci rendiamo conto che il vento o la nebbia metterebbero a repentaglio la sicurezza degli atleti.
D. Il nemico numero uno nella preparazione delle gare è il meteo
R. Utilizzate qualche parametro in particolare?
R. Le condizioni atmosferiche vanno valutate caso per caso. Ovviamente bisogna mantenere un metro coerente nel corso della stagione per non perdere di credibilità. Quando le condizioni sono troppo proibitive gli atleti sono i primi a chiederci di fermarci. In caso di annullamento di una gara, non sono certo loro a criticarci….
D. E chi allora?
R. Nel nostro ruolo siamo un filtro tra gli atleti, l’organizzatore della gara e le singole Federazioni. Non è facile rispettare gli interessi economici degli organizzatori, che per recuperare le spese sostenute vorrebbero che si gareggiasse sempre e comunque. Lo stesso discorso, in misura minore, vale per le Federazioni che hanno acquistato i diritti televisivi.
D. Com’è invece il vostro rapporto con gli atleti?
R. Ottimo. Vi è un dialogo continuo e proficuo. Bisogna ammettere che oggi è più semplice rispetto all’epoca di Bode Miller e Didier Cuche, grandi campioni ma con un carattere ‘speciale’. Ad aiutarci tanto a intavolare un confronto positivo è stato Marcel Hirscher.
D. Come mai?
R. La sua grande professionalità lo rendeva molto pignolo e scrupoloso. Mi cercava spesso per suggerirmi cosa migliorare sui materiali e sul regolamento. Mi ha dato tanti spunti interessanti, bisogna soltanto dirgli grazie.
D. E da quando il fuoriclasse austriaco si è ritirato?
R. Il rapporto è sempre aperto con tutti gli atleti. Il loro rappresentante ufficiale al momento è l’elvetico Daniel Yule, con cui mi confronto abitualmente. Inoltre prima di ogni gara, a estrazione, viene scelto un atleta del primo gruppo per espormi le sue considerazioni sulla pista dopo la ricognizione. Quando i rilievi hanno un fondamento siamo lieti di andare incontro alle richieste degli atleti.
D. Solitamente quand’è che nascono le incomprensioni?
R. Tanti atleti faticano a capire che nello sci ogni tanto bisogna sapersi adattare e convivere con la natura, anche perché il clima è cambiato. Gli atleti si aspettano sempre condizioni perfette, ma quando fa molto caldo o piove è difficile preparare un manto nevoso compatto. La preparazione delle piste è sicuramente un’altra sfida impegnativa. Adesso ci si è messa anche la pandemia….
D. A proposito, sei soddisfatto del weekend di apertura a Sölden?
R. Il bilancio è pienamente positivo: è andato tutto secondo le attese. In sostanza abbiamo chiuso il ghiacciaio, anticipando il gigante di una settimana per evitare l’inizio del turismo invernale. Eravamo completamente isolati e la chiave del successo è stata la creazione di quattro bolle.
D. Cioè?
R. La bolla rossa racchiudeva atleti e tecnici, che senza un test negativo di tre giorni prima non potevano arrivare a Sölden. La bolla gialla era riservata ai media, accreditati in numero ridotto, mentre la bolla blu ai lavoratori della pista, tutti testati e messi in quarantena già dieci giorni prima. Infine, la bolla verde riguardava gli ospiti, anch’essi ovviamente ridotti al minimo.
D. Sarà lo stesso anche nelle prossime tappe?
R. Chiudere le montagne come a Sölden sarà impossibile perché si dovrà convivere con il turismo invernale. L’importante sarà mantenere le distanze negli impianti con entrate separate, cabinovie riservate, e così via. In ogni caso la priorità è la salute e ci adatteremo alle decisioni delle autorità locali. Spero solo che ci consentano di viaggiare perché altrimenti sarebbe impossibile andare avanti.
D. Immagino che non sia stato facile stilare il calendario in queste condizioni.
R. Nel calendario maschile quest’anno non è previsto nessun appuntamento fuori dall’Europa. È stato difficile rinunciare alla trasferta nordamericana, che ormai fa parte della nostra famiglia, ma si è reso necessario per ridurre gli spostamenti, il rischio di contagio e i costi per squadre e organizzatori.
Peter Gerdol (Chief Race Director della Coppa del Mondo femminile)
D
. Nel calendario femminile è stata confermata ugualmente la tappa cinese. Era proprio inevitabile?
R. Abbiamo deciso di provare a disputare la discesa libera e il super-G di Yanqing perché si tratterà dell’unico test prima delle Olimpiadi del 2022 che si terranno su questa pista. Gli organizzatori cinesi ci hanno proposto un protocollo ancora più rigido. La loro intenzione è quella di predisporre voli chiusi e riservati soltanto alla bolla degli atleti, che non saranno messi in quarantena né all’andata né al ritorno. In ogni caso la conferma definitiva è prevista per il 30 novembre.
D. Al di là del test cinese, quali accorgimenti avete adottato per fronteggiare l’emergenza sanitaria e consentire il regolare svolgimento della stagione?
R. Per diminuire le conseguenze di un eventuale contagio, nella formulazione del calendario abbiamo privilegiato i blocchi di gare, dividendo il più possibile quelle tecniche da quelle veloci. Così diverse località ospiteranno due gare della stessa disciplina e gli atleti delle discipline veloci non verranno a contatto con quelli delle discipline tecniche.
D. Quindi è questo il motivo per cui non è prevista neanche una combinata?
R. Esatto. Sarebbe stato troppo rischioso riunire un gran numero di atleti nello stesso posto. Inoltre la combinata, oltre a essere una tipologia di gara che farebbe saltare il distanziamento tra gli atleti delle discipline veloci e di quelle tecniche, costringerebbe gli organizzatori a preparare lo slalom su una pista differente rispetto a quella della discesa. In questa situazione abbiamo pensato di semplificare il lavoro e di concentrarci soltanto sulle quattro discipline classiche.
D. Però avete fatto un’eccezione per lo slalom parallelo di Lech/Zürs. Come mai?
R. Nelle ultime stagioni stiamo lavorando tanto per migliorare questa disciplina che piace tanto al pubblico e alle atlete e volevamo testare il nuovo regolamento. Quest’anno, infatti, abbiamo deciso che nella fase a eliminazione diretta, a cui si qualificheranno in 16 e non più in 32, le atlete si sfideranno su due run e si scambieranno le corsie tra una manche e l’altra. In questa maniera contiamo di ridurre al minimo le differenze causate dalla fisiologica usura della neve e di non avvantaggiare nessuna a discapito dell’altra.
D. Nel calendario femminile, come in quello maschile, a livello numerico sono previste più gare tecniche che veloci. Non credi che gli atleti delle discipline tecniche siano avvantaggiati rispetto ai discesisti?
R. Al giorno d’oggi per vincere la Coppa del Mondo bisogna andar forte in almeno tre discipline, quindi tutti hanno le loro possibilità. Inserire nel calendario più discese libere sarebbe sicuramente una buona idea, ma non è facile trovare posti che vengano incontro ai nostri standard di sicurezza, che sono molto elevati. Pochissime località sarebbero disposte a ospitare prove cronometrate e gare chiudendo ai turisti gran parte del comprensorio sciistico nel pieno della stagione invernale. In ogni caso, pareggiare il numero di gare tra le varie discipline nell’arco della stagione sarà sicuramente un obiettivo futuro.
D. A Sölden non è andata in scena l’estrazione pubblica dei pettorali prima della gara. Come funziona la procedura attuale?
R. Per ridurre il rischio di contagio, quest’anno l’estrazione sarà elettronica e sarà possibile seguirla in diretta sull’app ufficiale della FIS. Le immagini della presentazione dei pettorali di gara, invece, saranno registrate al termine della ricognizione di ciascuna atleta per poi essere trasmesse pochi minuti prima del via.
D. Proprio come Waldner sei stato a lungo responsabile della Coppa Europa prima di approdare in Coppa del Mondo. Quali sono le principali differenze tra le due competizioni?
R. In Coppa del Mondo la pressione è decisamente maggiore. Dal punto di vista tecnico non vi è molta differenza nell’organizzazione della gara, ma lo straordinario seguito di media, sponsor e industria amplifica la portata e gli effetti delle nostre decisioni. In Coppa Europa, invece, gli unici interessati erano sostanzialmente atleti e allenatori.
D. Lo slalom di Zagabria è ormai diventato un appuntamento fisso della stagione. Che cosa ne pensi di questa gara?
R. A partire dai tempi di Janica Kostelic questo slalom è un appuntamento molto importante per la città di Zagabria, per la Croazia e per la Coppa del Mondo. Non a caso è una delle gare più seguite di tutto il circuito femminile. Da qualche anno si parte più in alto e il tracciato è ancora più lungo e impegnativo. Non a caso a vincerlo sono sempre le più forti, sullo Sljeme non si può improvvisare”.

da “La Voce del Popolo”




Jill Biden sarà la prima “first lady” italoamericana nella storia degli Stati Uniti

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jill biden“La National Italian American Foundation (NIAF) è molto lieta di annunciare che la dottoressa Jill Biden diventerà la prima First Lady italoamericana nella storia degli Stati Uniti”. E lo fa con un intervento pubblicato da La Voce di New York, giornale on line bilingue diretto da Stefano Vaccara, con la traduzione di Alessandra Loiero.
“La presidente della NIAF, l’onorevole Patricia de Stacy Harrison, ha dichiarato: “Il forte legame di Biden con la sua eredità italoamericana e la dedizione all’istruzione è in linea con la missione della NIAF. L’istruzione è al centro della Fondazione, poiché forniamo borse di studio e sovvenzioni per consentire agli studenti di alto livello di promuovere la loro istruzione in tutti i campi. Inviamo le nostre congratulazioni alla First Lady”.
Nata ad Hammonton, N.J., la dottoressa Biden è la nipote dell’immigrato italiano Gaetano Giacoppa (proveniente da Gesso, Messina), il cui cognome è stato anglicizzato in “Jacobs” al suo arrivo a Ellis Island. Ha sostenuto la sua famiglia come fattorino nel New Jersey. Suo figlio, il padre della dottoressa Biden, Donald, ha iniziato la sua carriera come cassiere di banca prima di diventare il capo di un istituto di risparmio e prestito nel quartiere di Chestnut Hill a Filadelfia. Donald si trasferì con la sua famiglia a Willow Grove, in Pennsylvania, dove la dottoressa Biden e le sue quattro sorelle minori trascorsero la maggior parte della loro infanzia.
In un’intervista con The US World Herald, la dottoressa Biden ha condiviso che la sua famiglia ha trascorso ogni fine settimana della sua infanzia tornando ad Hammonton per trascorrere del tempo con i suoi nonni e che lei e le sue sorelle adoravano “Annual Our Lady of Mt. Carmel Italian Festival”, il più antico festival italoamericano del paese. La dottoressa Biden ha anche ricordato con affetto le tradizionali cene domenicali italiane che sua nonna preparava, come la pasta al sugo con le polpette. A casa dei nonni ha imparato per la prima volta a preparare il sugo fatto in casa.
“Come tanti immigrati, gli italoamericani hanno contribuito tanto a questa nazione”, ha detto Jill Biden in un discorso nella contea di Westmoreland, in Pennsylvania, lo scorso ottobre. “La nostra cultura, i nostri valori e le nostre vite hanno reso questa nazione più ricca e più forte e un paese più bello”.
La dottoressa Biden è stata la “second lady” degli Stati Uniti quando suo marito, il presidente eletto Joseph R. Biden Jr., è stato vicepresidente dal 2009 al 2017. Ha conseguito una laurea e un dottorato presso l’Università del Delaware, nonché un master presso la West Chester University e la Villanova University.
Ha insegnato inglese e lettura nelle scuole superiori per 13 anni e ha insegnato ad adolescenti con disabilità emotive in un ospedale psichiatrico. Dal 1993 al 2008, la signora Biden è stata insegnante di inglese presso il Delaware Technical & Community College. Dal 2009 è professoressa di inglese al Northern Virginia Community College e ha intenzione di continuare ad insegnare dopo l’inaugurazione presidenziale a gennaio. Questo la renderebbe la prima First Lady che continuerà a lavorare”.

da “La Voce di New York”




In Australia è scoppiata la mania del panettone

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10pandoro“L’eccezionale invasione australiana dei panettoni è partita allo scoppio della pandemia, quando la serrata di molte fabbriche in Italia ha fatto temere che quest’anno la produzione dei dolci natalizi sarebbe stata ridotta. Con la chiusura delle frontiere e l’introduzione dei protocolli sanitari, poi, si sono aggiunti dei problemi logistici che hanno costretto centinaia di navi portacontainer a restare bloccate davanti ai porti di mezzo mondo”. Così scrive Dario Castaldo che ha analizzato il boom dei dolci natalizi italiani in Australia nel servizio pubblicato da Sbs Italian.
“Questa situazione e il conseguente rischio di restare senza le scorte necessarie per Natale, ha spinto le aziende australiane a giocare d’anticipo, accelerando e aumentando la produzione locale dei panettoni.
L’incremento dei volumi ha portato i supermercati down under a riempire gli scaffali già a fine settembre, sia per smaltire le scorte in eccesso, sia per anticipare i dolci che sarebbero arrivati (in ritardo) dall’Italia.
Oltre a quella di tipo industriale, poi, la produzione in Australia è stata prevalentemente di tipo artigianale.
Tra le decine di pasticcieri italiani down under, molti hanno infatti deciso di avviare o di incrementare quest’anno la produzione di panettoni, spinti soprattutto dall’aumento esponenziale della domanda.
“Mia moglie ed io abbiamo deciso per la prima volta di produrne e venderne nella Gold Coast”, racconta uno di loro, Dario Romano, rivelando a SBS Italian che la risposta della clientela del Queensland è stata entusiastica.
“Negli anni scorsi ne producevo una ventina all’anno, ma in questo 2020 le richieste sono state a dieci volte tanto” aggiunge Marco Giora, chef veneto di Melbourne con la passione per i lieviti.
Quest’anno, poi, migliaia di italiani e di italo-australiani che solitamente si recavano nel Bel Paese per Natale dovranno celebrare le feste in Australia.
Quindi, per riprodurre l’atmosfera natalizia agli antipodi, molte più persone rispetto al passato hanno finito o finiranno per acquistare down under i panettoni che di solito consumavano in Italia.
Il successo del dolce milanese a forma di cupola è stato talmente vasto in questo 2020 australiano che c’è chi ha deciso di cambiare rotta.
Domenico De Marco, che nel suo ristorante di Melbourne aveva sempre proposto il panettone a suoi clienti, quest’anno è stato sommerso dalle richieste e ha dovuto optare per i pandori”.

da SBS




Scienziato italiano capta segnali radio dalla nostra galassia

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6michilli danieleUn articolo pubblicato ieri sulla versione on line del Corriere della Sera racconta dell’astronomo romano Daniele Michilli, 34 anni, e del “lampo” ascoltato, per la prima volta, nella Via Lattea. Un “segnale che arriva da una stella distante trentamila anni luce: un’emozione”, racconta Michilli a Giovanni Caprara che lo ha raggiunto al McGill Space Institute di Montreal e che firma l’articolo. Eccone di seguito il testo.
“È il segnale radio più forte mai registrato proveniente dalle stelle. Quando è stato ascoltato dai radiotelescopi in Canada e negli Stati Uniti inevitabilmente ha acceso subito la fantasia. Il sogno di qualche messaggio intelligente proveniente dalle profondità cosmiche è sempre vivo e ricercato. Ma il mistero è stato subito circoscritto dagli astronomi, pur mantenendo aspetti non decifrati legati comunque alla natura fisica dell’oggetto che lo ha lanciato negli spazi siderali. “Ascoltandolo ho provato una grande meraviglia”, dice Daniele Michilli, che abbiamo raggiunto al McGill Space Institute di Montreal, in Canada, e protagonista della scoperta assieme ai ricercatori canadesi e americani. “Poter cogliere da vicino un lampo radio veloce e avere la possibilità di analizzare il corpo celeste che lo ha emesso è stato eccezionale”.
La stella a neutroni “magnetar”
Chiamato Frb 200428, è nato da una stella a neutroni (Sgr 1935+2154) battezzata magnetar perché sprigiona fortissimi campi magnetici, spiegano gli autori sulla rivista Nature. Queste stelle sono degli astri morti la cui materia collassa quando si esaurisce il “combustibile” che le alimenta. A seconda della loro massa possono trasformarsi in una stella a neutroni e, se sono ancora più gigantesche, diventare pure un buco nero.
Un segnale da una distanza siderale
Il 28 aprile l’osservatorio canadese Chime e quello statunitense Stare2 alle spalle di Los Angeles, hanno registrato un segnale di un millisecondo che arrivava da una distanza di “appena” trentamila anni luce. Era la prima volta che si coglieva un’emissione tanto forte, migliaia di volte più intensa di tutte quelle finora rilevate. E gli astronomi sono riusciti a localizzarla grazie alle osservazioni effettuate nei raggi X anche con telescopi spaziali come Integral dell’Esa europea e Agile dell’Asi italiana.
La caccia ai “Fast radio burst”
I lampi radio veloci che gli astrofisici chiamano in codice Frb (da Fast Radio Burst) rappresentano un campo di studio recente e intrigante. Il primo Frb fu catturato da un radiotelescopio australiano nel 2007. Da allora si è aperta la caccia con osservatori terrestri e in orbita sempre più sensibili. La maggior parte di questi lampi si avvista a distanze remote, in altre galassie, tutti più deboli. “E succede che dopo un segnale passino anche giorni per ascoltarne un altro”, precisa Michilli, romano, 34 anni, laureato alla Sapienza e arrivato all’Istituto di Montreal due anni fa, dopo quattro anni trascorsi all’università di Amsterdam.
La passione per i lampi radio veloci
“Inizialmente avevo studiato le pulsar, un altro tipo di stelle emittenti onde radio”, ricorda lo scienziato. “Ma poi sono stato attratto dai lampi radio veloci perché rappresentano un nuovissimo campo di cui non si sa quasi nulla e che offre affascinanti prospettive di conoscenza. Ho scelto quindi l’istituto canadese, il più avanzato su questa frontiera, dove era pronto un potente radiotelescopio proprio per l’indagine dei lampi”.
Le scoperte sulla Via Lattea
Ma che cosa scateni i violenti bagliori elettromagnetici resta un mistero. Una teoria li vorrebbe emergere dall’interno dell’astro a causa dei campi magnetici molto elevati. Un’altra, invece, immagina che delle particelle in uscita dalla stella incontrino una nube cosmica di plasma la quale accende il fortissimo lampo. Sono solo ipotesi. Tuttavia il fatto raro di aver colto il segnale all’interno della nostra galassia Via Lattea consente di studiare meglio il fenomeno. “Non solo”, conclude Michilli. “L’onda radio, attraversando il cosmo, ci rivela la natura di tutto ciò che incontra. Ed è una ricerca che alimenta sempre più la mia passione per l’astronomia nata quando da bambino passeggiavo in campagna con mio papà guardando il cielo””.

da “Il Corriere della Sera”




Nasce l’associazione economica Messico – Italia

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29mex“L’Ambasciata del Messico in Italia ha informato che oggi (ieri – ndr) è stata costituita formalmente l’Associazione Economica del Messico in Italia e si è svolta la sua prima assemblea e riunione del Consiglio direttivo. Le imprese che hanno partecipato in qualità di soci fondatori sono state Leonardo SpA, Zoomarine, Gruppo Magaldi, Intergrain Srl, Biolevante Srl e il ristorante La Cucaracha (Meita srl)”. A rilanciare la notizia è Massimo Barzizza su “Punto d’incontro”, portale online che dirige a Città del Messico.
“L’ambasciatore del Messico in Italia, Carlos García de Alba, ha sottolineato l’importanza della creazione di questa associazione, che permetterà di approfondire i legami commerciali, culturali, turistici e accademici tra i due Paesi. Ha inoltre segnalato come questo sia un primo passo verso la costituzione della Camera di commercio messicana in Italia, uno strumento fondamentale per fronteggiare al meglio le sfide imposte dalle nuove condizioni determinate dalla pandemia, il cambiamento di paradigmi e l’irruzione di nuove e complesse realtà.
Ha ricordato, inoltre, che gli imprenditori in Italia potranno contare su questa organizzazione che, attraverso una solida struttura di servizi e consulenze, andrà incontro alle necessità specifiche delle aziende che desiderano internazionalizzarsi per accedere al mercato messicano e a quello italiano.
Tra i principali obiettivi dell’Associazione si trovano favorire gli scambi commerciali, scientifici, artistici, turistici e culturali tra l’Italia e il Messico; fornire ai governi italiano e messicano notizie ed informazioni utili allo sviluppo ed allo scambio domanda-offerta tra i due Paesi e, soprattutto, offrire soluzioni e schemi di lavoro ai propri associati per cogliere l’enorme potenziale della relazione economica tra i due Paesi.
Durante la prima assemblea sono stati eletti i membri del Consiglio Direttivo, che, a loro volta, hanno nominato il presidente interino, il presidente onorario ed il segretario pro tempore.
L’ambasciatore García de Alba ha accettato l’incarico di presidente onorario dell’Associazione ringraziando i presenti per la partecipazione e la fiducia dimostrata nelle economie del Messico e dell’Italia”.

da “Punto di incontro”