USA. Amore e orgoglio nelle parole di 4 donne italo-americane

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. 20giadade“Oltre 26 milioni di americani di origine italiana risiedono attualmente negli Stati Uniti, facendo degli italoamericani il settimo gruppo etnico più numeroso. Ogni ottobre, l’Italian-American Heritage Month mira a riconoscere i contributi e le conquiste di questo popolo e dei loro antenati celebrando gli illustri contributi culturali degli americani di stirpe italiana, onorando e riconoscendo i secoli di conquiste, successi e preziosi contributi degli immigrati italiani e degli italo-americani. Quest’anno abbiamo chiesto a quattro donne, la chef televisiva e food writer Giada De LaurentiisMarianna Gatto, direttrice esecutiva e co-fondatrice del Museo Italo-Americano di Los Angeles (IAMLA), all’attrice Sofia Milos (CSI Miami, The Sopranos) e all’attrice Dina Morrone (Armageddon, Alita, Fantastic 4, The Italian in Me), di raccontarci cosa significa per loro questa celebrazione e cosa fanno personalmente per mantenere viva la cultura, la lingua e l’eredità italiana. Ecco cosa ci hanno detto”. Ad introdurre le quattro prestigiose ospiti dell’ItaloAmericano è Silvia Giudici, che le ha interpellate per il giornale diretto a San Francisco da Simone Schiavinato.

Giada De Laurentiis
Penso sia veramente importante che la nuova generazione sappia parlare la lingua, così sto insegnando l’Italiano a mia figlia Jade. Quando siamo con mia madre, la nonna di Jade, cerchiamo di parlare esclusivamente in Italiano. Penso che conoscere e condividere la stessa lingua sia uno strumento inestimabile per mantenere un legame. In più, cerco anche di mantenere le tradizioni di famiglia vive.
La mia famiglia adora grandi pranzi domenicali (che in questo periodo stiamo facendo via Zoom), così Jade ed io stiamo preparando un sacco di pasta e pizza fatte in casa ultimamente. Penso che piccole attività divertenti come queste abbiano un impatto duraturo su Jade, e che la incoraggino a continuare ad onorare le tradizioni italiane. Infine, condivido ricette, cultura e cibo italiani nei miei show, sui social e nei miei libri, e spero che questo possa ispirare persone di tutte le culture!

Marianna Gatto
“La mia famiglia è italiana”, ha commentato una delle nostre visitatrici mentre davo il benvenuto al suo professore universitario e ai suoi compagni di corso durante la loro visita al Museo Italo-Americano di Los Angeles lo scorso giugno. Mentre i suoi coetanei attraversavano il museo, la studentessa, la ventunenne Olivia, è rimasta di fronte agli schermi della mostra permanente a guardare le proiezioni delle immagini di fine secolo dei contadini del Mezzogiorno e degli immigrati italiani che arrivavano a Ellis Island. Sembrava davvero commossa.
“Da quale parte d’Italia proveniva la tua famiglia?” Le chiesi, percependo il suo interesse superiore alla media. “Una parte veniva da qualche luogo della Sicilia, ma non sono sicura dell’altra parte… forse dalla Calabria”, rispose.
Olivia ha parlato un po’ di più della sua famiglia: furono i suoi bisnonni ad emigrare negli Stati Uniti all’inizio del 1900, ma sono morti prima che lei nascesse. Sebbene i suoi nonni parlassero italiano da bambini, nessuno dei suoi genitori imparò l’italiano, e la maggior parte dell’identità italo-americana della sua famiglia era legata al cibo. Olivia ha raccontato che la sua famiglia aveva visitato l’Italia due anni prima e che aveva visitato Roma, Firenze e Venezia. Non si erano però avventurati più a sud, nelle città da cui la sua famiglia era emigrata un secolo prima.
Olivia rappresenta molti italoamericani che incontro, non solo della generazione del Millennial, ma anche dei Boomers e della Generazione X. Eppure, per qualche motivo, l’immagine di lei, la cui silouette si stagliava davanti agli schermi di proiezione, mi è rimasta in testa per giorni dopo la sua visita e mi sono ritrovata ad analizzare il perché. Lavorando nel campo della storia pubblica, e in particolare come direttore di un museo culturale, ho il compito non solo di comunicare e conservare la storia, ma anche di renderla interessante per un pubblico vario. Mi è venuto in mente che per Olivia – nata alla fine degli anni Novanta – le fotografie degli immigrati e dei contadini italiani potevano appartenere all’epoca della Guerra Civile tanto quanto ai primi del Novecento. Erano, in parole povere, vecchie foto di un’epoca molto più antica per lei che non per molti di noi. La maggior parte degli italoamericani, me compresa, ha, o ha avuto in un periodo della sua vita, un legame diretto con un parente immigrato. Olivia no.
Con il passare del tempo, e con il diminuire del numero dei nostri antenati immigrati ancora in vita, gli italoamericani si allontanano progressivamente dai viaggi di immigrazione delle loro famiglie, non diversamente da altri gruppi di americani con il trattino. Mi sono resa conto che il mio incontro con Olivia mi fatto impressione perché lei rappresenta il futuro dell’America italiana. Mi sono ritrovata a chiedermi: “Cosa significherà l’eredità italo-americana, e l’Italian American Heritage Month tra una generazione da oggi in poi, o tra due generazioni a partire da oggi?”
È qui che la conversazione ritorna al punto, all’educazione, alla scoperta e alla trasmissione della cultura. Telefonate! Tra le cose che sento dire di più quando si parla di storie familiari, c’è questa: “Tutti i miei parenti più anziani sono scomparsi, e crescendo non ho mai pensato di fare queste domande”. Avendo perso i miei nonni in tenera età, lo posso capire. Ci sono molte domande che avrei voluto avere l’opportunità di porre. “I miei nonni/genitori non parlavano di queste cose”, è un’altra osservazione spesso ripetuta. Incoraggiare alcune generazioni a parlare di eventi ed esperienze può essere difficile. (E’ così per le persone indipendenti di una generazione!) Ma a volte ottenere che un parente si confidi dipende semplicemente dalla capacità di manifestare interesse.
Prima di perdere l’occasione, organizzate un momento per sedervi con la prozia, i genitori o i nonni. Hanno storie da raccontare e registrarle è più facile che mai. Se siete la matriarca o il patriarca, questo è il momento di condividere o comunque di commemorare l’eredità della vostra famiglia.

Dina Morrone
Anche se sono italo-canadese, ora sono anche americana, visto che di recente sono diventata cittadina degli Stati Uniti. Quindi, posso dire ufficialmente di essere un’orgogliosa italo/canadese/americana. Faccio la mia parte ogni giorno per preservare il mio patrimonio italiano attraverso il mio lavoro, che è la mia arte. Scrivo opere teatrali, storie e monologhi, sulla mia esperienza di crescita italiana, sulla mia famiglia italiana, sulla mia vita in Italia e sull’esperienza dell’immigrato italiano.
Considero i miei genitori e i miei nonni dei campioni e degli eroi per aver fatto qualcosa di così coraggioso. Come molti italiani hanno fatto nel corso degli anni, anche loro hanno fatto le valigie, si sono imbarcati su una nave e si sono lasciati alle spalle la loro amata patria. Ci vuole molto coraggio per trasferirsi in un posto dove non si parla la lingua e la cultura è straniera. I loro sacrifici hanno contribuito a plasmare ciò che sono oggi, e di questo sarò eternamente grata.
Nel mio lungometraggio, “Moose On The Loose”, commedia su una famiglia italiana e un alce canadese, la madre, Maria, dice ai suoi quattro figli adulti, tutti nati in Nord America: “Sappiamo che pensiamo in modo diverso dai nostri figli. E questo non vale solo per me, ma per molte persone di tutto il mondo”. Non importa da dove si viene. Quando emigri, vai a fare una vita migliore per te e per la tua famiglia, e porti tutto quello che sai, chi sei, le tue tradizioni, perché vuoi insegnare questo alle generazioni future. Ma quando arrivi qui, tutto è diverso, e tutto cambia, e ogni giorno ti senti sempre più scivolare via.
Nel momento conclusivo della commedia, prima che l’alce appaia sul palco, il padre, Giuseppe, circondato dalla famiglia e dai figli, seduto al tavolo della cucina con la pasta e il pane in tavola, prende il suo bicchiere di vino fatto in casa e dice: “Brindiamo. Vi prego, una cosa vi chiedo, quando non saremo più qui, io, la vostra mamma, il vostro Nonni, ricordatevi, che anche se veniamo da molto, molto lontano, da dove abbiamo iniziato la nostra vita in Calabria, ricordatevi di parlare ai vostri figli di noi, della nostra cultura, della nostra tradizione. Anche se non siete d’accordo con tutto quello che diciamo e facciamo, provateci. Per noi. D’accordo? Salute!”.
Ed è per questo che faccio sempre la mia parte per far sì che la mia cultura italiana, il mio patrimonio italiano, chi sono veramente, un’italiana/canadese/americana, non “scivoli via”. Lo faccio per loro. E così, racconto le mie storie e le trasmetto alle generazioni future in modo che non dimentichiamo mai chi siamo veramente e da dove veniamo. Viva l’Italia! Viva l’America!

Sofia Milos
Vivo a Los Angeles da molti anni ormai. Sono venuta a Hollywood, la terra delle opportunità, come molti altri immigrati, con il cuore pieno di sogni e la speranza che si avverassero.
Ma nel mio cuore non ho mai lasciato la mia patria, l’Italia.
Sono orgogliosa delle mie radici e della mia cultura italiana. Si potrebbe dire che non ho mai perso quelli che sono considerati i valori mediterranei di una volta. Il mio gusto e la passione per la nostra cucina intoccabile, che amo condividere con gli amici. Forse è il mio modo di mantenere vivi i nostri valori qui negli Stati Uniti, portando il nostro stile, il nostro senso del bello, la classe e la moda nella nostra vita quotidiana e nella nostra professione, che ci contraddistingue con orgoglio.
I miei fan italiani, che mi raggiungono ogni giorno attraverso la magia dei social media di oggi, mi considerano la loro ambasciatrice italiana preferita come attrice all’estero e ne sono profondamente onorata. Mi riscalda il cuore, lega e dà al mio cammino uno scopo e una responsabilità più grande, lontano dalla terra a cui appartengo. A causa di queste folli circostanze, di questo 2020 e di tutte le precauzioni necessarie per proteggere chi mi è caro, non ho potuto visitare e trascorrere l’estate in Italia, con la famiglia e gli amici. Il mio pensiero affettuoso va a tutti coloro che ne sono stati colpiti in un modo o nell’altro. Sono tempi difficili e dobbiamo condividere più che mai la nostra passione innata e l’amore generoso.
E speriamo che noi artisti possiamo riprendere presto la nostra Passione del Creare nel mondo immaginario del cinema e del teatro.
Dopotutto, Hollywood è il mio parco giochi, ma l’Italia è la mia casa”.

da “L’Italo-Americano”




Il linciaggio antistorico di Colombo

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colombodecapitato“È sperabile, ma poco probabile, che la furia iconoclasta di una parte della società americana si plachi nell’approssimarsi della Festa degli Italiani, così indicata nel Calendar Date: “Columbus Day is on the second Monday of October. It marks the anniversary of Christopher Columbus’ arrival to America on October 12, 1492. He was an Italian explorer who took three ships the Santa Maria, Nina, and La Pinta and sailed across the Atlantic Ocean looking for a faster way to get to the Far East and by accident landed in the New World. The day celebrates the landing of Christopher Columbus’s ships in the New World””. Così scrive Carmelo Fucarino nel lungo articolo pubblicato oggi, Columbus Day, su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.
“Ed è anche sperabile che in questo clima di revisionismo esasperatamente di destra non si tocchi l’altra Festa nazionale, con l’accusa di socialism (in USA non si ha l’impudenza di parlare ancora di “comunismo”, giudicato dalla storia e sepolto, come avviene in Italia, ove si attribuisce addirittura a Papa Francesco): “Later in history another national holiday with old historic roots in America, Thanksgiving Day, was first celebrated in 1621 in Plymouth, Massachusetts by the early settlers who celebrated the work and sacrifice to have a good harvest”.
Non è che la Celebrazione colombiana sia effettivamente nazionale. In atto non la celebrano Florida, Alaska, Hawaii, Vermont, New Mexico, South Dakota e Maine.
Iowa e Nevada non hanno il Columbus Day come festa ufficiale, ma danno mandato al governatore di proclamarla annualmente. California e Texas riconoscono ancora il giorno, ma non come festa ufficiale e riposo retribuito. Diverse città in tutta la Federazione non celebrano Colombo, ma i popoli indigeni, la più madornale delle finzioni dei wasp, essendo stati proprio loro a decimarli e incarcerare i superstiti nelle riserve, come mandrie di bisonti.
Cerchiamo allora di individuare le ragioni di questa faida antistorica che si accanisce contro un personaggio che ebbe solo la colpa di avere scoperto il Continente attraverso una geniale intuizione e di averlo consegnato all’ingordigia e alla cupidigia degli Europei e in primo luogo ai governanti della Spagna appena riunita.
Tutto era cominciato con il matrimonio nel 1469 della diciottenne Isabella, erede di Castiglia, con il diciannovenne Ferdinando, erede del trono di Aragona. Dopo una guerra civile (1475-1479) per la successione Isabella, riconosciuta regina di Castiglia, in seguito al matrimonio con Ferdinando divenne regina di Spagna. Proprio in quel fatidico 1492 dopo una lunga guerra iniziata nel 1480 si era conclusa la Reconquista con l’espulsione dei musulmani e l’annessione dei regni moreschi di al-Andalus. Perciò Papa Innocenzo VIII aveva conferito loro il titolo onorifico di Los Reyes Católicos (“I Re Cattolici”) che confermò loro Alessandro VI, il poco papale Cesare Borgia, padre del duca Valentino, il Principe di Machiavelli. Per ribadire questa loro identità cattolica i due esimi sovrani, nel loro impegno di evangelizzazione dei loro territori, da Granada alle Americhe, avviarono sempre nel fatidico 1492 la cacciata degli ebrei, i marranos, e di seguito nel 1502 dei musulmani, i moriscos non convertiti. Già a partire dal 1391 il punto di rottura era esploso con episodi di violenza contro ebrei e falsi convertiti, che le autorità avevano arginato con difficoltà. Alla loro ascesa al trono la convivenza fra ebrei e cristiani si deteriorò molto e il problema dei falsi convertiti divenne tanto grave, secondo Ludwig von Pastor (1854-1928), da mettere in gioco l’esistenza della Spagna cristiana. In questa situazione si moltiplicarono le richieste, provenienti anche da autorevoli conversos, a favore dell’istituzione dell’Inquisizione. Nel fallimento di una pacificazione con i giudaizzanti i sovrani avevano persuaso il 1° novembre 1478 Papa Sisto IV (1471-1484) ad istituire l’Inquisizione in Castiglia e ad autorizzare i Re Cattolici a nominare nei loro Stati alcuni inquisitori di fiducia con giurisdizione esclusivamente sui battezzati cristiani. Nessun ebreo o musulmano è stato mai condannato in quanto tale, ma in quanto si fingeva cattolico per ricavarne vantaggi. In questa concessione il Tribunale dell’Inquisizione spagnola, detta Santa, era diventato troppo potente tanto da influire sulle prerogative dei regnanti e soprattutto sull’invasata Isabella. Le caravelle famose erano dette di Isabella.
Ecco Cristoforo Colombo, per i fans portatore di Cristo come il santo e simbolo di pace come l’uccello, operò in questo particolare contesto di sospetti e di linciaggi, di caccia alle streghe. Gli americani recenti dovrebbero saperne qualcosa con gli anni terribili del proibizionismo. Allora pesarono anche le lotte intestine per il potere all’interno della Chiesa cattolica. Nella farneticante missione di evangelizzazione di Isabella si giocò la sfrenata cupidigia e la sete di potere dei grandi inquisitori e dei diversi ordini religiosi. Colombo per necessità dovette stare al gioco e fu coinvolto in questa opera, per potere mantenere il governo delle terre scoperte. Probabilmente fece male i conti contro un’organizzazione che aveva in effetti il vero potere in Spagna. Ne sappiamo qualcosa noi siciliani con il sanguinario e potente domenicano Tomás de Torquemada, direttore assoluto del Consejo Supremo de la Santa Inquisición (detto la Suprema). Le celle delle carceri dell’Inquisizione palermitana, oggi sede del Rettorato universitario allo Steri, documentano nei graffiti delle pareti le torture fisiche e morali di poveri innocenti carcerati. Si attribuiscono a questa opera di cristianizzazione centomila processi e duemila condanne a morte.
Lo scopritore e procacciatore ai Sovrani di un impero, nominato Viceré e Governatore delle Indie, precipitò in queste faide interne in cui era irretita la bigotta Isabella.
Al suo terzo viaggio con le accuse di tirannia e incompetenza fu rimosso e sostituito dal potente Francisco de Bobadilla del supremo Ordine militare di Calatrava. Diviso in due classi, una di religiosi e l’altra di militari e diretto da un gran maestro, nel 1482 l’ordine fu annesso alla corona e ne divenne gran maestro Ferdinando, carica che gli rese ereditaria sempre papa Alessandro VI Borgia.
Per pura notizia l’ordine fu soppresso nel 1931 dal governo repubblicano, ma subito ricostituito con Franco. Colombo non ne riconobbe l’autorità e fu da lui arrestato assieme ai suoi fratelli, Bartolomeo e Diego. È vero che in patria seguì la loro liberazione e reintegrazione, eccetto il potere di Governatore delle Indie concesso a Nicolàs de Ovando y Càceres. Vogliamo precisare che il nuovo governatore giunto nel 1502 accusò di gravi abusi l’inquisitore accusatore che al ritorno si inabissò nell’Oceano assieme alla mitica pepita d’oro di 35 libbre.
In età contemporanea il linciaggio di Colombo iniziò nel 2006 in seguito al rinvenimento nell’Archivio di Stato del registro di 48 pagine di Bobadilla con le testimonianze di 23 persone, qualche amico e altri oppositori, sul suo governo tirannico nei riguardi dei coloni, giungendo addirittura alle accuse di tortura e mutilazioni.
Naturalmente si è accettato il rapporto come oro colato: non si è tenuto conto della carica del redattore e dalla sua potente lobby interessata al predominio in prestigio e quantità di rendite e potere in antitesi con gli altrettanto potenti domenicani dell’Inquisizione, il governo di terre che promettevano immense ricchezze; non si è valutato il limite di veridicità per essere l’unico documento redatto senza dubbio alcuno a fine di eliminazione dell’odiato italiano in una sfera di cupidigia per i vantati fiumi di oro e ricchezze e per la vastità dei territori ancora inesplorati. Eppure le discordie erano palesi già nel 1495 tra alcuni compagni di Colombo ed erano noti anche gli intrighi di corte ispirati del vescovo di Burgos Juan Rodríguez de Fonseca, di famiglia altolocata e consigliere regio. Si giunse ad accusare Colombo di condurre trattative segrete con i Genovesi.
Citiamo solo una puntualizzazione di David E. Stannard, nel suo saggio Olocausto Americano (Bollati Boringhieri, 2001, p. 324):
“Sotto molti punti di vista, Colombo non fu altro che un’incarnazione attiva e teatrale della mente e dell’anima europea, e in particolare mediterranea, del suo tempo: un fanatico religioso ossessionato dalla conversione, dalla conquista o dallo sterminio di tutti gli infedeli; un crociato degli ultimi giorni in cerca di fama personale e ricchezza, che si aspettava che il mondo immenso e misterioso che aveva scoperto fosse pieno di razze mostruose che abitavano le foreste selvagge e di gente felice che viveva nell’Eden… Fu la personificazione secolare di ciò che più di mille anni di cultura cristiana avevano creato”.
Eppure altra era stata l’immagine di Colombo prima di questo moderno je accuse.
Al di là delle dispute sulla sua vera tomba e le analisi del DNA, questo postumo linciaggio della memoria desta ancor più stupore se si considera la vita dedicata dal conte Antoine-François-Félix Roselly de Lorgues (1805-1898) a promuovere la canonizzazione di Cristoforo Colombo. Nel 1856, incoraggiato da Pio IX, pubblicò a Parigi un’opera in due volumi, con il titolo Cristoforo Colombo. Storia della sua vita e dei suoi viaggi, che ebbe un successo mondiale. In essa avanzò per la prima volta la tesi di canonizzare l’“Ammiraglio dell’Oceano”. Nella più specifica opera Della vita di Cristoforo Colombo e delle ragioni per chiederne la beatificazione, scrisse che fu “l’ambasciatore di Dio ad ignote nazioni che l’antico mondo non conosceva” e “il legato naturale della Santa Sede in quelle novelle regioni”. A questi studi seguirono le suppliche a Pio IX per l’apertura della causa di canonizzazione di Colombo, il 2 luglio 1866 dal cardinale Ferdinand Donnet, arcivescovo di Bordeaux, l’8 maggio 1867 dall’arcivescovo di Genova Andrea Charvaz, il 1870 da un gruppo di Padri del Concilio Vaticano I. Ancora nel 1878 l’arcivescovo Rocco Cocchia, vicario e delegato Apostolico a Santo Domingo, Haiti e Venezuela, in seguito al rinvenimento dei resti di Colombo nella cattedrale di Santo Domingo nel definire l’Ammiraglio l’uomo chiamato dalla Provvidenza, ne ricordò la proposta di una crociata per la liberazione del Santo Sepolcro e ne riferì la fama di «un uomo di profonda pietà e religione», per la quale affrontò molte sofferenze e persecuzioni.
Una nuova richiesta di causa di canonizzazione, il 31 gennaio 1893, ebbe l’adesione di 904 Prelati, 264 vescovi italiani, 96 francesi, 64 spagnoli, 27 degli Stati Uniti d’America, 19 del Messico, 7 del Portogallo, oltre a moltissimi altri vescovi e arcivescovi di tutto il mondo, tra cui 42 cardinali (Alfonso Marini Dettina, Suppliche per la canonizzazione di Cristoforo Colombo).
A un testo di Francesco Maria Paolini, postulatore generale dell’Ordine Francescano, sulla sua vita morale, e sulla legittimità delle seconde nozze di Colombo con Beatrice Enriquez di Cordova, Eugenio Pacelli, allora segretario di Stato (9 settembre 1938), comunicava il rallegramento di Pio XI per «un’opera, che getta splendidi fasci di luce sulla figura dello Scopritore del nuovo mondo, la quale emerge magnifica e potente non meno nella Storia ecclesiastica che in quella civile». Ultima richiesta di beatificazione nel 1941 a Pio XII da alcuni vescovi americani. Né Pio XII, né l’Ordine francescano le diedero seguito, anzi dopo il Concilio Vaticano II, iniziò, anche all’interno del mondo cattolico, una campagna di denigrazione che ebbe il suo punto apicale nel 1992, in occasione del V centenario della scoperta dell’America, quando Colombo fu presentato come un conquistatore avido, sanguinario e colonialista. Si è giunti addirittura all’assurda, insensata e irrazionale accusa di genocidio nei riguardi degli autoctoni: esso fu in effetti realizzato durante la osannata epopea del West dagli eroici visi pallidi, proprio da coloro che oggi abbattono le statue di Colombo. La liquidazione di una razza fu tentata da Hitler, dai Turchi con gli Armeni e i Curdi, come di recente affermato da Papa Francesco. E questa è storia. L’altra è possibile diffamazione di un antagonista offeso.
Post scriptum. Lodevole e da sottoscrivere pienamente l’iniziativa di diretto coinvolgimento dello Stato italiano in difesa di un patrimonio della sua Storia e della sua identità ed eredità culturale da parte dell’on. Fucsia Nissoli Fitzgerald in questo perdurante clima di linciaggio politico del genio Cristoforo Colombo che oltre alla comune opinione sposò e dimostrò la tesi della sfericità della terra e rivoluzionò il corso della storia, con la scoperta del Nuovo Mondo e con l’attuale supremazia sull’ecumene di una Potenza allora inesistente e inimmaginabile”.

da “La Voce di New York”




Il dibattito presidenziale è stato un disastro? Meglio far politica ancora con Machiavelli

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democrazia lorenzetti ambrogio. effeti del buon governo in citta 620x430 1Manca poco più di un mese alle elezioni presidenziali americane e gli occhi del mondo sono puntati su quel momento fatidico che ha il potenziale di cambiare i destini di milioni di persone ben al di là dei confini degli Stati Uniti. La reazione pressoché unanime dopo il primo dibattito di martedì scorso è stata di grande delusione se non di disgusto per l’immondo spettacolo offerto dai due sfidanti per la carica elettiva forse più potente al mondo.

Diciamo chiaramente che le responsabilità per il disastroso esito del dibattito non vanno equamente divise fra i due candidati. L’assoluto disprezzo per le regole più elementari dell’educazione e la prepotenza da bullo di periferia di Trump avrebbero trascinato in una cloaca di insulti, bugie, calunnie e frasi sconnesse anche Cicerone, Savonarola, e il Mahatma Ghandi.

Molti miei amici americani si sono domandati se questa forma di confronto politico abbia ancora senso e se non sarebbe stato meglio che Biden se ne fosse andato. Altri sostengono che sarebbe meglio cancellare del tutto i prossimi dibattiti. In verità è da anni che si discute sull’effettiva utilità di questi appuntamenti politici molto americani che avevano più  senso in tempi meno polarizzati e quando le fonti di informazione erano poche e più attendibili.  Nell’era di Twitter, quando i candidati sembrano comunicare direttamente con il loro elettorato senza mediazioni e senza filtri, i duelli elettorali in punta di fioretto verbale di cui si ricordano ancora le frasi più celebri sembrano inesorabilmente obsoleti.

Sto insegnando un corso su Machiavelli nel contesto storico e politico del Rinascimento italiano a una quarantina di studenti della New York University, e ho ritenuto opportuno sospendere il mio ciclo di lezioni e coinvolgere invece gli studenti in un esercizio di dialettica democratica, secondo le modalità del dibattito.  Premetto che nelle scuole e nelle università americane esiste una gloriosa tradizione di educazione dialettica che prevede squadre, tornei e allenatori di dibattito, come se fosse una disciplina sportiva vera e propria. Si tratta di una palestra della parola che insegna agli studenti a parlare in pubblico, ad esprimere chiaramente le proprie idee, ad ascoltare le ragioni degli altri, a controbattere in maniera ferma ma educata. Tutti valori messi in seria crisi dall’ultimo dibattito presidenziale.

Ed è così che ho chiesto ai miei studenti di schierarsi e di scegliere uno dei tre partiti che dominavano la scena fiorentina di fine ‘400: i Palleschi che auspicavano un governo formalmente repubblicano ma sotto il controllo discreto ma ferreo della famiglia de Medici, i Piagnoni che sostenevano il regime di democrazia quasi diretta e teocratica di fra Girolamo Savonarola e gli Arrabbiati che reclamavano il ritorno delle antiche magistrature repubblicane sotto il controllo dell’oligarchia economica.

Li ho invitati a riunirsi per la convention del loro partito e a stendere un breve documento programmatico di politica interna, estera ed economica. Alla fine delle convention abbiamo proceduto al dibattito durante il quale i rappresentanti dei tre partiti hanno risposto alle domande precise rivolte da me e dalla mia collega in qualità di moderatori. Gli studenti che erano dapprima sorpresi dal formato inconsueto della lezione, si sono lasciati trascinare e appassionare dalla sfida e mi hanno travolto con la loro competenza e abilità.

Non si sono insultati, non si sono interrotti, non sono andati fuori tema e quattro di loro hanno persino cambiato idea (e partito) nel corso del dibattito. Per quasi due ore non abbiamo mai nominato Biden o Trump, solo Soderini, Machiavelli Leone X e Savonarola, ma è stato un grande esercizio di civiltà. Educare alla democrazia non è indottrinamento, è un’impresa fattibile e appassionante ed è il nostro dovere principale come educatori.

da “La Voce di New York”




L’OMS loda l’Italia per la sua esemplare risposta all’emergenza COVID-19

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who opening oms 1 e1601041307312“Se c’è una cosa che non avremmo fatto, quella era mollare,” così si apre il video postato dall’OMS che fa i complimenti all’Italia per la gestione della pandemia. Il governo e la comunità, lavorando insieme, hanno reagito con grinta e preso misure di prevenzione rapidamente, diventando un esempio da seguire per il resto del mondo.

“L’Italia è stato il primo Paese occidentale a essere stato pesantemente colpito dal Covid-19. Il governo e la comunità, a tutti i livelli, hanno reagito con forza e hanno ribaltato la traiettoria dell’epidemia con una serie di misure basate sulla scienza”.  Conte ha retwittato il video, scrivendo “L’Organizzazione mondiale della Sanità rende omaggio all’Italia.”

A rispondere al post è stato anche il ministro della salute Roberto Speranza, che però ricorda di non “vanificare gli sforzi fatti ad ora”, ricordando che la strada è ancora lunga. Infatti, dato il recente aumento di contagi di COVID-19 in Europa, l’Italia deve stare attenta ai “suoi vicini”, come Spagna e Francia, per evitare l’avvento di una seconda ondata.

Nonostante le paure di adesso, l’Italia resta un esempio per il mondo per la sua gestione della pandemia. Già ad Agosto, infatti, il Direttore dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus aveva fatto i complimenti all’Italia, definendola “una fonte di ispirazione per gli altri paesi.” Ora si tratta di continuare a fare bene, ricordandoci sempre della paura che abbiamo avuto nei mesi passati.

da “La Voce di New York”




Canada: la musica che unisce

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20cittadino“Domenica 18 ottobre, la Fondazione Sincop8ed Noize (organismo non-profit che supporta i musicisti emergenti attraverso diversi eventi e progetti), con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal, presenterà, sulle proprie piattaforme ufficiali, la prima serie del progetto “Note D’Identità – La musica come vettore di identità culturale”: un progetto culturale che si pone come obiettivo quello di creare un ponte attraverso la musica in grado di unire e “connettere” artisti (musicisti) italiani con quelli italo-canadesi residenti nella città di Montréal”. Ne dà notizia “Il Cittadino canadese”, settimanale diretto a Montreal da Basilio Giordano.
“Il progetto, che consta di 7 parti, prevede 6 ‘episodi/puntate’ virtuali (di circa 40 minuti ciascuno) che verranno trasmesse live (una a settimana) ed un’ultima registrata. In ciascuna delle 6 puntate dal vivo, 4 musicisti (2 italiani e 2 italo-canadesi per puntata) verranno intervistati da Andrea Gozzi (musicista e musicologo ed autore delle collane Appunti di Rock ed Insta Rock) e Francesca Sacerdoti (coordinatrice del progetto, scrittrice freelance, music PR, e musicista) che li interrogheranno sulle loro storie personali, le loro radici e sul rapporto con il patrimonio italiano.
L’ultimo episodio sarà dedicato alla trasmissione di un brano italiano, eseguito dagli artisti partecipanti.
La stessa rappresenterà il gran finale del progetto, ed il brano sarà prodotto da Dave Traina, produttore musicale del noto studio di registrazione Freq Shop a Montreal. Le iscrizioni per partecipare a questo progetto sono aperte da lunedì 14 settembre sulla pagina web ufficiale del progetto. La selezione dei 24 finalisti sarà affidata ad una giuria composta da professionisti dell’industria musicale”

da Cittadino Canadese




USA: il Made in Italy va protetto

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18italiantable“Lo scorso 15 settembre Gianfranco Sorrentino, presidente del Gruppo Italiano, ha organizzato un webinar con la presenza di Pier Attilio Forlano, console d’Italia a Philadelphia, e Antonino Laspina dell’Italian Trade Agency di New York, che insieme ad alcuni partner del GI hanno discusso sulle metodologie future pensate per la promozione dei prodotti italiani in America”. Lo ha seguito per La Voce di New York anche Gaia Mariani, autrice di un articolo pubblicato in primo piano sul portale bilingue diretto proprio a New York da Stefano Vaccara.
Di seguito il testo integrale dell’articolo.
“Negli ultimi mesi, in Italia e negli Stati Uniti si studiano nuove misure di supporto ai mercati coinvolti nelle relazioni commerciali tra i due paesi come conseguenza degli avvenimenti accaduti nel corso del 2020 per proteggere e rilanciare entrambe le economie.
“L’export di prodotti italiani negli USA continua ad essere buono”, racconta Antonino Laspina, direttore dell’Italian Trade Agency a New York, l’agenzia governativa che si occupa di supportare lo sviluppo di business italiani nel territorio americano e di promuovere il brand Italia negli States.
Per quest’anno non ci sono aspettative di un aumento del capitale venduto in America, come invece è accaduto lo scorso anno quando c’è stato un incremento delle vendite nel settore Food&Wine del +4% rispetto al 2018 e un fatturato di oltre 5.3 milioni di euro. Nonostante questo, la situazione poteva essere peggiore.
“Il settore della vendita di prodotti enogastronomici in America è quello che ha resistito maggiormente al Covid e che più velocemente sta ripartendo. L’Italia è il Paese che, più di tutti, continua ad inviare i suoi prodotti migliori negli States” aggiunge ancora Laspina.
È vero quindi che per quest’anno non ci sarà una crescita del fatturato ma i risultati economici dell’Italia in termini di export negli Stati Uniti non deludono neanche stavolta.
Questa sfida però ha confermato la necessità di sviluppare e consolidare una rete di relazioni tra associazioni e organizzazioni che si occupano di supportare e promuovere l’Italia e i prodotti italiani in America attraverso intense attività di comunicazione, eventi, workshop, classes, degustazioni e ancora veri e propri viaggi studio in Italia per educare i traders e i loro clienti alla cultura e alle tradizioni del nostro Paese.
Tra queste realtà che si sono sviluppate in America, il Gruppo Italiano (GI) è un’organizzazione no-profit dedita a promuovere i prodotti genuini italiani e la cultura culinaria attraverso l’educazione del venditore e del consumatore.
Il progetto nasce nel 2017 dall’evoluzione del più antico Gruppo Ristoratori Italiani fondato nel ’97, il cui scopo è quello di aumentare la consapevolezza dell’autentica cucina italiana e promuoverne l’immagine anche attraverso la rete di ristoranti membri dell’organizzazione, sfruttando borse di studio messe a disposizione e attraverso eventi culinari organizzati dallo stesso gruppo.
Lo scorso 15 settembre Gianfranco Sorrentino, presidente del Gruppo Italiano, ha organizzato un webinar con la presenza di Pier Attilio Forlano, Console d’Italia a Philadelphia e appunto Antonino Laspina dell’Italian Trade Agency di New York, che insieme ad alcuni partner del GI hanno discusso sulle nuove metodologie pensate per la promozione dei prodotti italiani in America che si fondano sul consolidamento di questo network di relazioni.
Negli USA, gli stati di New York, New Jersey e Connecticut, insieme alle città di Los Angeles e San Francisco in California e Chicago nell’Illinois, ad oggi sono tra i maggiori centri metropolitani dove la cultura culinaria italiana e l’educazione all’enogastronomia mediterranea sono più consolidate.
In Pennsylvania e nella città di Philadelphia, sta crescendo velocemente l’attenzione per la cucina italiana grazie anche alla connessione della città con le maggiori aree metropolitane e alla presenza di una vibrante comunità di italiani che a partire dalla loro stessa quotidianità si impegnano in un grande lavoro di promozione del bel paese.
“Philadelphia è tra quelle città che più di altre sono interessate ed entusiaste per la collaborazione tra America e Italia. La città, che è estremamente ben connessa nei trasporti e nei canali commerciali, è un famoso sito storico negli USA, ricco di giovani che hanno completato i loro studi e luogo dove si è sviluppata una viva comunità di italiani che sicuramente rende questa città un posto interessante dove consolidare il legame tra i due Paesi”, ha detto Pier Attilio Forlano, console d’Italia a Philadelphia.
Affinché la cultura enogastronomica e i prodotti italiani riescano a penetrare anche negli altri Stati d’America è necessario intensificare il lavoro di comunicazione ed educazione al consumo e aprirsi su nuove aree geografiche.
“Bisogna sostenere i business italiani per arrivare a nuove persone e farli aprire su nuove aree geografiche. Qui in America il settore del Food&Wine ha un enorme potenziale che deve essere sviluppato. C’è bisogno di una maggiore collaborazione con i ristoranti italiani che stanno diventando un importante canale di consumo e di connessione. L’Italia continua ad essere uno dei paesi che invia i prodotti migliori negli States e il Covid ha alimentato l’attenzione al consumo che sempre di più si dirige verso la scelta di prodotti più green e selezionati”, ha detto Laspina durante il webinar di martedì, per poi continure aggiungendo: “il lavoro fatto su New York, New Jersey e Connecticut deve andare fuori da questi centri tradizionali. Attraverso l’educazione dei venditori e dei consumatori dobbiamo essere capaci di promuovere il lifestyle italiano; cibo, vino, abitudini italiane, dobbiamo educare le persone a partire dalle aree metropolitane dove sappiamo esserci un enorme potenziale per i nostri beni e prodotti. In questo i ristoranti diventano una piattaforma fisica perfetta per educare le persone, oltre al lavoro che viene fatto online”.
L’educazione al consumo, quindi, sembra essere la chiave di accesso alle porte dei mercati nel resto degli Stati Uniti. Bisogna educare le persone a riconoscere cosa è italiano e cosa non lo è e mostrare perché il prodotto italiano ha valore.
Questo processo di educazione al prodotto Made in Italy potrebbe anche partire direttamente dall’Italia ed aprirsi sugli altri Stati d’America in che modo?
Le persone che viaggiano in Italia vengono educate già nei loro viaggi all’esperienza dello stile di vita italiano e sono capaci di riportare indietro ciò che hanno imparato durante il loro soggiorno. Di nuovo, education is the key.
Ma per educare il cliente bisogna prima educare chi lavora nel settore e prima ancora chi lo comunica. È un processo continuo che non deve essere finalizzato ad un evento singolo ma deve continuare nel tempo.
Una delle difficoltà che il mercato dei prodotti italiani si trova ad affrontare da sempre e che ogni anno impatta sull’immagine dell’Italia nel mondo è la grande produzione di “fake products” che c’è sul mercato.
Il “fake food” crea un impatto sul mercato ed è per questo che il messaggio che arriva al consumatore in America deve essere diretto: il Parmesan Cheese non è un Parmigiano Reggiano, il Romano Cheese non è un Pecorino Romano.
Il mercato del Food&Wine italiano ha un enorme potenziale ma i “fake italian products” infastidiscono i prodotti autentici e distorcono il messaggio che da anni l’Italia veicola all’estero. Ecco perché educare alla qualità è un concetto che si trova alla base del consumo di qualità.
Per Laspina “i consumatori sono attratti anche dal prezzo e dalla presentazione del prodotto, quindi il Fake Product entra inevitabilmente nel mercato. Ma continuando con seminari, workshop, degustazioni e masterclass possiamo comunicare ogni giorno, anche online, ogni singolo prodotto italiano che ha bisogno di essere comunicato. Il sistema italiano non è autentico solo perché c’è scritto Made in Italy sull’etichetta ma perché è il prodotto originale lavorato con combinazioni tradizionali e uno stretto controllo qualità. Dobbiamo mostrare al consumatore che c’è tanta differenza, sono prodotti completamente differenti anche se chiamati in modo simile”.
Allora cos’è irriproducibile? Dov’è insita davvero l’unicità dei nostri prodotti?
È logico pensare che è proprio l’esperienza italiana a fare la differenza. È il motivo per cui lo stesso vino bevuto sulla costa ad Amalfi oppure in altre parti del mondo non avrà mai lo stesso sapore. È l’elemento che crea un legame tra il prodotto e il consumatore che è difficile da ignorare e sarà impossibile dimenticare.
A questo proposito riportiamo l’esperienza di Riccardo Longo di “Caffè L’Aquila” a Philadelphia, uno dei partner del Gruppo Italiano che è intervenuto nel webinar di martedì.
Riccardo, che è nato in Italia ma ha vissuto sin da bambino in America, ha coltivato entrambe le culture e le ha fatte confluire all’interno del progetto che ha sviluppato a Philadelphia, “Caffè L’Aquila”.
Nato come Cafè nella principale città della Pennsylvania, sarebbe diventato presto un luogo dove vivere un’esperienza tutta italiana. Dall’architettura ai profumi ai sapori fino ad arrivare alle abitudini italiane che avrebbero stravolto il concetto più semplice di Cafè e lo avrebbero trasformato in un piccolo pezzo di Abruzzo che avrebbe fatto vivere l’esperienza della città di L’Aquila direttamente a Philadelphia.
“Ci siamo chiesti, perché non portiamo qualcosa di autentico italiano a Philadelphia?”, ha detto Riccardo Longo, è solo così che un nuovo modo di presentare l’autenticità della cucina italiana può emergere e diventare capace di mostrare l’unicità della nostra terra.
Per fortuna, le relazioni commerciali tra Italia e Stati Uniti rimangono solide nonostante le dure prove lanciate dal corso degli eventi nell’ultimo anno che hanno stravolto i mercati di tutto il mondo.
Quello che è certo però è che bisogna continuare a promuovere iniziative che tengano insieme questi mercati partendo proprio dal legame tra le organizzazioni e gli organi governativi che insieme ai ristoranti e ai business coinvolti nel settore fanno sì che il brand Italia continui ad essere un punto di riferimento negli States per l’alta qualità che caratterizza la sua offerta”.

da “La Voce di New York”




Un pezzo di Italia a Cuba

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18cubaitalia“Riunire gli italiani a Cuba, mantenendo vive le tradizioni del Belpaese anche nell’isola caraibica. Nasce con questo obiettivo il Circ (Comitato degli italiani residenti a Cuba), un’associazione che si prefigge di creare una vera comunità italiana nella “perla dei Caraibi”. Partendo dalle attività basilari, come dare consigli pratici a chi si trasferisce a Cuba, fino a promuovere attività culturali legate al proprio Paese d’origine, anche in collaborazione con l’Ambasciata italiana. Il tutto senza alcuna finalità di lucro e senza alcuna etichetta politica”. A parlarne è Ruggero Tantulli, direttore de “Il Periodista”, periodico online che dall’Italia si occupa di America Latina.
“L’idea è venuta a un gruppo di italiani da anni residenti a Cuba per colmare un vuoto: “Pur essendoci migliaia di italiani a Cuba, non esiste una vera comunità italiana”, spiega Marco Gargiullo, milanese a L’Avana e membro del direttivo. Esclusa qualche piccola associazione imprenditoriale, infatti, gli unici collegamenti tra connazionali sono alcuni gruppi Facebook e WhatsApp, dove potersi scambiare informazioni utili per affrontare la nuova vita cubana. Ma anche solo per fare due chiacchiere nella lingua madre.
Italiani a Cuba
Cuba non concede la cittadinanza agli stranieri, salvo casi estremamente eccezionali. Quindi per viverci da italiani bisogna essere residenti: o permanenti (ovvero sposati con un/a cubano/a) o temporali (chi lavora presso un’impresa straniera riconosciuta a Cuba, con un permesso da rinnovare annualmente).
Sono circa tremila gli italiani iscritti all’Aire (l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero) che vivono a Cuba. Molti hanno attività nella ristorazione o di import-export. Molti altri sono pensionati. Tra loro, però, ci sono anche discendenti di italiani nati a Cuba, con la doppia nazionalità. “Noi ci rivolgiamo soprattutto agli italiani che si sono trasferiti a Cuba, anche a chi con un visto familiare resta 6/7/8 mesi all’anno qui”, continua Gargiullo, titolare di un’agenzia turistica e motore del Circ.
Insieme a lui, nel comitato direttivo, ci sono Alessandro Zarlatti, scrittore romano titolare di una scuola d’italiano a L’Avana, Massimo Barba, traduttore, e Barbara Iadevaia, ex amministratrice d’azienda. Tutti e quattro hanno figli italo-cubani, a cui vogliono trasmettere l’italianità anche sulle coste del Mar Caribe.
L’associazione, la cui iscrizione è gratuita, conta già un centinaio di iscritti sparsi per l’isola ma concentrati prevalentemente nella capitale. La pandemia di coronavirus sta rallentando le tappe ma appena possibile verrà organizzata una festa di inaugurazione, con la consegna delle tessere a soci e affiliati.
Ma gli obiettivi sono ad ampio raggio: “La nostra impronta è socio-culturale, quindi ci proponiamo di organizzare mostre, concerti e altri eventi invitando magari artisti italiani, anche facendo da megafono alle iniziative che l’ambasciata italiana già organizza annualmente a Cuba”, spiega Gargiullo, interista doc. “Siamo un gruppo che non vuole essere pomposo, manteniamo un carattere gioviale e gioioso”, tiene a precisare.
E lo spirito si vede anche dalle interviste doppie realizzate sulla pagina Facebook del Circ, già molto seguita (“A breve sarà attivo anche il sito”).
Misure anti-Covid inasprite. Tra code, disagi e solidarietà
In questo periodo, però, non è facile stare allegri. Le misure anti Covid-19, nonostante numeri molto contenuti (meno di 5mila contagiati e 108 morti totali dall’inizio della pandemia in tutta l’isola), sono state inasprite dal governo cubano all’inizio di settembre. Soprattutto a L’Avana: obbligo totale di mascherina ovunque tranne in casa (dove è vietato invitare estranei al nucleo familiare), trasporti bloccati, scuole sospese (le lezioni si tengono in tele-classi).
Spiagge e piscine sono state vietate per tutta l’estate, bar e ristoranti sono stati a lungo chiusi e ora i negozi chiudono prima, con code a volte interminabili per fare la spesa.
Una situazione pesante, aggravata dall’embargo.
Eppure, nonostante tutto, Cuba ha avuto modo di farsi apprezzare dagli italiani grazie alla brigata Henry Reeve, composta da medici e infermieri che hanno prestato soccorso prima a Crema e poi a Torino nel pieno dell’emergenza sanitaria.
Una dimostrazione di solidarietà che per molti meriterebbe il premio Nobel per la pace”.

da “Il Periodista”




New York e le sue api operaie invisibili

17airos

17airos“Hanno scritto e detto tante cose sulla New York di questo periodo, senza riflettere molto a mio avviso sui problemi strutturali, già presenti molto prima dell’arrivo del Covid-19”. Letizia Airos Soria, che proprio a New York ha fondato e dirige I-Italy, affida le sue riflessioni a un editoriale pubblicato sul portale della rivista bilingue. Eccone di seguito il testo.
“New York non è morta, come alcuni hanno detto, e non è neanche in agonia, ma certo non sta bene. Era già malata e per anni ha preso le medicine sbagliate. Si era illusa di essere l’ombelico del mondo, in un mondo che non ha più bisogno di ombelichi.
New York l’audace, la città delle novità, in realtà non lo era da molto, viveva di rendita, di immagine. Non era più la città di punta del momento. C’era qualcosa che le impediva di rinnovarsi, così come ha sempre saputo fare.
Era imbalsamata nei salotti, nelle sue gallerie d’arte, nella marea di turisti che la voleva toccare, quasi saccheggiare, nei suoi locali dove tutto era esagerato, nelle sue spa extra-lusso, nei suoi terrazzi dalla vista mozzafiato accessibili a pochi, nei suoi negozi flagship aperti ma sempre vuoti, nei suoi grandi magazzini pieni di sconti esagerati, ma soprattutto nel poco coraggio di rischiare per cambiare e scardinare certe contraddizioni.
Il Covid ha dato la scossa. È stato una sorta di elettrochoc. Molti se sono andati via, soprattutto i ricchi, tutti nelle loro seconde case al mare, in campagna, molti meno ricchi hanno perso il lavoro e quindi la possibilità di pagare un affitto, anche solo di una stanza, magari con più del 50 per cento dello stipendio, un’assurdità di cui però non ci si scandalizzava tanto prima.
Da poco ho finito la mia quarantena e in questi primi giorni ho deciso di andare a trovare la New York meno conosciuta. Quella dove non si va quasi mai. I suoi quartieri più popolari, abitati da ispanici o neri, orientali, quella dei migranti.
Quei posti dove fino a sei mesi fa potevi trovare un dignitoso, colorato e spesso chiassoso modo di vivere, dove abita una comunità invisibile che fino a marzo si arrangiava, magari senza neanche una posizione regolare. Lì la parola clandestini non è così rara. Ci sono persone senza un visto regolare, ma con i figli a scuola e una famiglia da mantenere.
Se devo descrivere quello che ho visto fino ad ora in poche parole, posso azzardare un paragone che nasce da una sorta di déjà vu che ho provato. Mi sembrava di essere tornata in Unione Sovietica, dove ho vissuto, alla periferia di Mosca.
Ho visto file per ottenere pacchi alimentari, gente vendere per strada tutto e di tutto, dalle scarpe al ninnolo di plastica del bambino, senzacasa in giro senza neanche poter chiedere l’elemosina. Non sono riuscita a fare delle foto, mi sembrava di essere invadente, di mancare di rispetto.
Perché dietro le loro mascherine i loro occhi erano molto eloquenti, grintosi, veri testimoni dell’anima di New York, quella più semplice. La città viveva di queste persone apparentemente invisibili, presenti nelle case dell’Upper West Side o East Side come domestici, presenti nelle cucine dei ristoranti, presenti in tutti i locali dove si doveva fare pulizia, nei palazzi in costruzione, pronti a fare i lavori più umili. Affollavano la metropolitana di Manhattan andando a lavorare, magari alle 5 di mattina, mentre altri, tra turisti e newyorkesi, andavano a dormire.
New York è anche questo, anzi soprattutto questo. New York non è morta, sta provando a curarsi l’anima, quella che nascondeva tanti errori, differenze, contraddizioni, e lo sta facendo finalmente combattendo un quotidiano difficile, guardando in faccia la realtà.
C’è dunque una New York di cui si parla poco, che non fa scintille, che non è glamour, ma che contribuisce alla vita della città con le sue tante incredibili api operaie. È una New York disperata, al limite della povertà, ma profondamente viva.
È a questa che si deve guardare per ripartire, per una crescita sostenibile per tutti. Per un nuovo modo di vivere la città insieme. Lo spero”.

 

da “i-Italy”




Angeloro espone dalla Casa d’Italia di Montreal

10giovanni

10giovanni“È in corso in questi giorni, presso la Casa d’Italia, la mostra “Segreti delle foreste e dei boschi italiani”, una serie di 12 dipinti, che l’artista italo-montrealese Giovanni Angeloro ha voluto dedicare alla flora italiana, e alla sua salvaguardia, ispirandosi alle tante bellezze paesaggistiche presenti lungo la nostra penisola”. Ne dà notizia il “Corriere italiano” diretto a Montreal da Fabrizio Intravaia.
“Quella dei “Segreti delle foreste e dei boschi italiani” è una collezione – spiega l’artista – nata lo scorso anno in occasione delle manifestazioni relative ai 500 anni della morte di Leonardo da Vinci. Il Festival “Orford Musique”, voleva organizzare una serie di attività dal sapore italiano legate a tale importante appuntamento e mi ha contattato chiedendomi se avessi qualcosa di adatto al tema. Io ho risposto che non avevo niente di pronto strettamente legato a Leonardo da Vinci ma che avrei potuto comunque proporre qualcosa più legata, invece, a degli aspetti meno conosciuti del territorio italiano. Quindi non il “solito” Colosseo o la “solita” Torre di Pisa o Venezia con le gondole ma le foreste, i boschi italiani che sono altrettanti affascinanti di un’opera d’arte”.
“Quando si pensa all’Italia – continua Angeloro – si pensa subito alle cose più note ma non si pensa che esiste anche una vita vegetale, che l’Italia ha una flora e una fauna che non sono meno interessanti di tante altre cose. Così mi sono messo all’opera, ho fatto una ricerca e, ispirandomi ad alcuni dei più bei boschi italiani, ho preparato le mie tele astratte, tutte fatte con la tecnica della spatola e della sovrapposizione di colori, per creare una trama fitta, una tessitura, chiamandole, appunto i “Segreti” delle foreste italiane. Il mio intento era quello di dare un altro un altro punto di vista dell’Italia. Le tele rappresentano – aggiunge – la mia personale e particolare visione di quel territorio. In una di queste opere si intravede un profilo di Leonardo da Vinci, il mio personale “clin d’oeil” al grande artista toscano del Rinascimento. Giovanna Giordano, responsabile delle relazioni pubbliche alla Casa d’Italia, mi ha chiesto, infine, se volevo esporre i “Segreti” anche nei loro spazi e così ho fatto. L’idea alla base è anche quella di proseguire, con questa e con le mostre successive, un certo discorso artistico invitando le scolaresche a visitare le esposizioni e ad appropriarsi di alcune nozioni legate al mondo dell’arte”.
Quindi, chiunque voglia farsi una passeggiata attraverso i colori delle più belle foreste italiane interpretate secondo l’estro artistico di Giovanni Angeloro può contattare la Casa d’Italia al 514-271-2524 o per email all’indirizzo: info@casaditalia.org per concordare un orario di visita della mostra.
Ogni tela fa riferimento ad una foresta o bosco italiano, alcuni dei quali sono stati inseriti nell’elenco del patrimonio mondiale dell’Unesco”.

dal “Corriere Italiano”




Il progetto Trentini Americani

9mancuso

9mancuso“Quando pensiamo all’emigrazione italiana negli Stati Uniti, la nostra mente va subito alle coste e alle colline assolate del Sud Italia e non ci sbagliamo, in realtà: dei 9 milioni di persone arrivate in America dal Belpaese tra il 1880 e il 1915, circa il 70% proveniva dal Sud. Ma”, come scrive però Francesca Bezzone sul giornale bilingue L’Italo-Americano di Los Angeles, “sarebbe sbagliato credere che i settentrionali non furono interessati a realizzare il loro sogno americano.
Verso la fine dell’Ottocento, sempre più famiglie venete, piemontesi e friulane cercarono di farsi strada sull’altra sponda dell’oceano e iniziarono una nuova vita. Quello che molti forse non sanno è che, in quegli anni, un’altra regione del Nord, nota per le sue belle montagne, contribuì notevolmente alla crescita della fiorente comunità italo-americana: il Trentino.
Realtà poco conosciuta ma molto influente e di immenso valore per il patrimonio degli italiani negli Stati Uniti: ecco perché è un piacere per L’Italo-Americano dare spazio e voce a Vincenzo Mancuso, documentarista e animatore del progetto Trentini Americani, interamente dedicato alla comunità trentina negli Stati Uniti, California compresa.
Nel corso della nostra intervista, Vincenzo ci racconta di più sullo “stereotipo migratorio italiano” cui abbiamo accennato brevemente: “Quando si parla di emigrazione italiana all’estero si pensa sempre al Sud Italia, ma la prima emigrazione italiana all’estero ancora nell’800 è partita dai paesi del Nord Italia. Il Trentino, insieme al Veneto, è una delle regioni del Nord che ha vissuto grandi fenomeni di emigrazione” spiega.
“Oggi il Trentino è una delle regioni più ricche d’Italia ma tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 quasi la metà della sua popolazione dovette emigrare per le condizioni di povertà in cui buona parte della popolazione viveva” continua Vincenzo, spiegando che la necessità di mantenere vivo il ricordo di queste persone e del loro viaggio è al centro del progetto. “Mi interessava recuperare questa memoria. Se il Trentino oggi è una regione così ricca in parte lo deve anche a chi è partito, lasciando maggiori opportunità a chi invece è rimasto”.
Lo sviluppo di questo progetto era quasi “scritto nelle stelle” per Mancuso, a cui interessa raccontare i dettagli della storia delle comunità di migranti italiani, come ci racconta: “Come ricercatore e documentarista avevo svolto diversi lavori sull’emigrazione marocchina e albanese in Italia, e mi interessava iniziare una ricerca sull’emigrazione italiana all’estero, per raccontare l’esperienza migratoria da una prospettiva diversa e andare alla ricerca di una memoria che lentamente stava scomparendo. Ero da subito interessato a raccontare l’emigrazione italiana negli Stati Uniti, uno dei Paesi protagonisti della grande emigrazione italiana. L’idea iniziale era realizzare un documentario che raccontasse l’emigrazione di una comunità italiana, quella trentina, nella città di New York. Il progetto è iniziato con una prima ricerca e campagna di raccolta di testimonianze a New York nel 2009. Questa prima esperienza è stata fondamentale perchè mi ha dato modo di vedere quanto era ancora estesa la rete dei circoli trentini negli Stati Uniti”.
Da lì all’estensione della ricerca e delle interviste a tutte le altre comunità trentine negli Stati Uniti, il passo è stato breve. La ricerca è andata avanti per buona parte di 9 anni e si è conclusa nel 2018, con oltre 160 interviste e testimonianze raccolte. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il sostegno e la collaborazione della Fondazione del Museo Storico del Trentino, con la quale Mancuso aveva già collaborato in precedenza e che si è subito interessata alla sua idea.
Continuando la nostra chiacchierata, abbiamo chiesto a Vincenzo cosa ha scoperto sulla comunità trentina negli Stati Uniti mentre lavorava al progetto: “Come tutte le comunità italiane all’estero c’è un grande legame con la propria regione, la propria valle e il proprio Paese di origine. Anche a distanza di generazioni, il legame incredibilmente forte che c’è con il luogo di origine della propria famiglia è davvero notevole”.
Ci spiega meglio la natura e la storia dell’emigrazione dal Trentino dicendoci che “ci sono due tipi di emigrazione trentina: quelli che sono arrivati prima della prima guerra mondiale e quelli che sono arrivati dopo, spesso grazie al fatto che un genitore era nato negli Stati Uniti. Questa è una differenza importante perchè il Trentino fino alla prima guerra mondiale era parte del regno Austro-Ungarico e di conseguenza i trentini, pur essendo una minoranza di lingua italiana, emigravano con passaporto austriaco. Questo elemento è particolarmente rilevante nell’identità delle comunità trentine più storiche, che si definiscono naturalmente anche tirolesi. A Solvay, nello stato di NY, ad esempio, il circolo storico trentino si chiama Tyrol Club”.
È interessante come questo aspetto culturale e linguistico sia emerso anche nella ricerca di Vincenzo, soprattutto in relazione al dialetto: “Ho avuto modo di incontrare persone nate e cresciute in America ma che parlavano benissimo il dialetto trentino (ma non parlavano italiano), perchè era la lingua che usavano con i propri genitori o addirittura con i propri nonni. E questo dialetto era comunque un po’ arcaico, con termini ormai non più utilizzati in Trentino”. Una considerazione analoga potrebbe essere fatta anche per l’inglese americano, il cui vocabolario presenta a volte parole arcaiche non più in uso in Inghilterra: un esempio su tutti, la parola “Fall”, molto più antica dell’inglese “Autumn”, di chiara origine francese.
Oggi il lavoro sul progetto prosegue, con l’obiettivo di mantenere vivo e di trasmettere alla generazione successiva un patrimonio di ricordi, storie e tradizioni. Questo è particolarmente importante perché, se non viene conservato in qualche modo, tutto potrebbe essere dimenticato: “Attraverso il progetto sulla comunità dei trentini mi sono reso conto che spesso la memoria familiare, se non salvaguardata, rischia di essere dimenticata. Se non c’è un membro della famiglia che conserva e preserva il patrimonio familiare fotografico, ad esempio, questo potrebbe andare disperso molto facilmente” precisa Vincenzo ed è per questo che “è nato un nuovo progetto, un portale per la memoria delle comunità italoamericane. Il progetto si chiama italoamericani.org e nel 2021 avvierà una prima raccolta di materiali privati fotografici e filmici, come i vecchi super8, con l’obiettivo di diventare un archivio online in cui poter preservare e condividere la memoria familiare degli italoamericani”.
Il progetto di Vincenzo Mancuso è in pieno svolgimento e, se la ricerca è stata completata, c’è ancora molto da fare per portarlo a compimento nella forma del film che il suo creatore ha immaginato, Trentini Americani: ricordi di un viaggio. “È un viaggio attraverso la memoria dell’emigrazione trentina, e italiana, negli Stati Uniti”.
Se volete, potete contribuire con una donazione visitando il sito del progetto, trentiniamericani.org. “È possibile contribuire alla campagna di raccolta fondi, che grazie alla generosità della comunità trentina ha raggiunto il 50% del budget previsto per finalizzare il montaggio del film” spiega Mancuso. “Se riusciamo a chiudere il budget entro il prossimo mese potremmo avviare la finalizzazione del film quest’autunno e contiamo di poter presentare il film la prossima primavera””.

da “L’Italo-Americano”