La scomparsa di George Pavia, influente avvocato di New York con l’Italia nel cuore

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george pavia new york 1 620x430 1A 92 anni è scomparso George M. Pavia, uno dei più importanti avvocati di New York, fondatore e Senior Partner dello storico studio legale che porta il suo nome. Pavia è venuto a mancare mercoledì scorso nella sua casa di Manhattan.

Con Pavia & Harcourt LLP, per più di 70 anni, George Pavia ha rappresentato aziende ed imprenditori italiani di spicco negli USA, guidando con un team di avvocati le più grandi società italiane – da Fiat e Ferrari, a Ferragamo e Valentino – nel loro primo approdo negli Stati Uniti.  

La sua notevole esperienza si estendeva ad acquisizioni e ristrutturazioni aziendali, finanziamenti, joint-ventures, acquisizioni e sviluppo immobiliare, consulenza e pianificazione aziendale. Molti dei suoi clienti attribuiscono il loro successo negli Stati Uniti alla sua ingegnosità ed abilità nel gestire molteplici relazioni sul territorio statunitense.

Giovanni Spinelli, che lo ha succeduto quale managing partner dello studio dal 2015, ha dichiarato:  “Dobbiamo tutti tantissimo a George personalmente e professionalmente.  Il suo spirito vivace, il suo particolare stile dialettico, la creatività nel risolvere i problemi più complessi, la capacità di gestire le relazioni, sono solo alcune delle caratteristiche che hanno reso George una leggenda nella comunità legale e commerciale italiana ed americana”.

“Se, in linea con lo stile di George, dovessi usare soltanto tre parole – continua Spinelli –  per descrivere il sentimento nostro e dei moltissimi colleghi e clienti che hanno conosciuto George e hanno lavorato con lui, direi:  rispetto, onore, ed immensa gratitudine.  Il nostro pensiero e le più profonde condoglianze – conclude Spinelli – vanno a sua moglie Antonia, ai figli Alison, Andrew, Julian, Philippa, ed a tutta la sua famiglia.  La sua assenza sarà profondamente sentita”.

George Pavia era nato a Genova nel 1928, il padre Enrico era un internazionalista e uno dei più rispettati avvocati della città.  La famiglia, ebraica, era originaria di Casale Monferrato, in Piemonte,  in provincia di Alessandria.  In fuga dalle leggi razziali fasciste culminate nel 1938, George Pavia e la sua famiglia si rifugiarono in Inghilterra prima di stabilirsi negli Stati Uniti, dove George iniziò ad esercitare la professione forense.  Pavia si era laureato al Columbia College (B.A. 1948) e alla Columbia Law School (J.D. 1951).  Aveva anche frequentato l’Università di Genova nel 1954-55, mentre era stato ammesso all’albo degli avvocati di New York nel 1951 prestando servizio come ufficiale nella International Law Division dell’ufficio dell’Avvocatura Generale dell’esercito degli Stati Uniti.

Per il suo notevole contributo a favore delle aziende e cittadini italiani negli Stati Uniti, l’Avv. Pavia ricevette l’onorificenza di Commendatore della Repubblica.  È stato anche membro del Gruppo Esponenti Italiani, del Fondo Italia e del Fondo Solomon Smith Barney Managed High Income. Era inoltre membro del Consiglio di Amministrazione dell’American-Italian Cancer Foundation e membro e legale dell’Italian-American Chamber of Commerce.

da “La Voce di New York”




Montreal. La console risponde sulla cittadinanza

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19costantiniLa cittadinanza. Quali sono i principi giuridici che ne regolano l’acquisto?”. Silvia Costantini, console generale d’Italia a Montreal, risponde alle sollecitazioni di Fabrizio Intravaia, che sempre a Montreal dirige il Corriere Italiano.
“Questa settimana ripartiamo dal principio centrale della normativa italiana in materia di cittadinanza, lo ius sanguinis, per poi delineare il criterio dello ius soli e quello dello ius matrimonii.
Si tratta dei principi giuridici che regolano le vicende della cittadinanza dapprima durante la minore età e poi nell’età adulta. Come ricorderete nella scorsa rubrica abbiamo definito la cittadinanza e analizzato le nozioni di base, facendo un primo accenno alla vigente normativa: la legge 5 febbraio 1992, n 91.
Cosa si intende per ius sanguinis?
Sinora tutte le leggi sulla cittadinanza italiana hanno continuato ad incardinarsi sul principio dello ius sanguinis (diritto di sangue), secondo cui la trasmissibilità della cittadinanza italiana avviene prioritariamente per discendenza ovvero per filiazione da padre o madre italiano/a. In virtù di questo principio è italiana/o sin dalla nascita la/il figlia/o di (almeno) un/a cittadino/a italiano/a.
Cos’è lo ius soli?
È un principio secondo il quale la cittadinanza di uno Stato è attribuita secondo il luogo di nascita di un individuo (diritto “del suolo”), a prescindere dalla cittadinanza di uno o entrambi i genitori. La cittadinanza di un determinato Paese si acquisisce quindi per il fatto stesso di essere nato/a sul territorio di quel Paese. Come avviene qui in Canada: chi nasce in territorio canadese è automaticamente cittadino/a canadese dalla nascita. La legge italiana n.91/1992 prevede solo una possibilità residuale di acquisto di cittadinanza secondo lo ius soli, nel caso cioè in cui si nasca sul territorio italiano da genitori apolidi o ignoti ovvero se non possano trasmettere la propria cittadinanza alla prole secondo la legge dello Stato al quale appartengono.
Lo ius sanguinis e lo ius soli sono compatibili?
Questa è una domanda che ricorre spesso. Per rispondere ci è di ausilio un esempio concreto: quello del/la figlio/a di un/a cittadino/a italiano/a che nasce in Canada. Per il combinato disposto dei due regimi giuridici, quel/la bimbo/a sarà – alla nascita – sia cittadino/a italiano/a in virtù dello ius sanguinuis vigente in Italia, sia canadese sulla base dello ius soli vigente in Canada.
Come si acquista la cittadinanza italiana durante la minore età?
In estrema sintesi la cittadinanza si può acquisire – nell’età compresa tra zero e 18 anni – per ius sanguinis nei seguenti casi:
1) per discendenza ovvero filiazione, sin dalla nascita, da madre o padre italiana/o;
2) a seguito di riconoscimento o dichiarazione giudiziale di filiazione;
3) per adozione;
4) per intervenuta naturalizzazione di un genitore.
Come si acquista la cittadinanza italiana durante l’età adulta?
In età superiore ai 18 anni, la cittadinanza si può acquisire per discendenza (ius sanguinis), per matrimonio o unione civile (ius matrimonii) oppure per naturalizzazione. Nel caso dello ius matrimonii, la cittadinanza può essere concessa – trascorso un certo periodo di tempo – a uno/a straniero/a che sposa o si unisce civilmente a un/a nostro/a concittadino/a. Nel caso della naturalizzazione, la cittadinanza italiana può essere acquisita solo dopo un determinato numero di anni di residenza legale e ininterrotta sul territorio nazionale dello/a straniero/a. La legge contempla anche altri casi di acquisto o concessione della cittadinanza che qui non verranno presi in esame in quanto esulano dall’interesse delle lettrici e dei lettori.
Nelle prossime rubriche, ci soffermeremo sull’acquisizione della cittadinanza per matrimonio o unione civile (ius matrimonii) e sul riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza (ius sanguinis). Non tratteremo invece della naturalizzazione, visto che si tratta di un iter che riguarda prevalentemente stranieri/e attualmente residenti in Italia e come tale ha poca rilevanza ai nostri fini.
Continuate a seguirci e ad inviare quesiti sulle materie consolari di vostro interesse alla redazione del Corriere Italiano (fintravaia@metromedia.ca) che ce le farà pervenire. Saremo felici di occuparcene, una volta terminato questo ciclo sulla cittadinanza.
Con molti cordiali saluti, la vostra Console Generale, Silvia Costantini”

 

da “Corriere Canadese”




Gli italiani residenti a Panama cercano “rifugio” altrove in Europa

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12corrierepanama“L’inverosimile situazione discriminatoria alla quale sono sottoposti gli Italiani residenti a Panama, ma non solo, vittime di una inconcepibile norma legale emessa dal Governo Conte, li ha messi in condizione di doversi “rifugiare” sotto la tutela di altri Paesi Europei, anziché ricevere l’appoggio della propria Nazione di cittadinanza. Oggi facciamo pubblica la storia di una concittadina che, come tanti altri, sta attraversando una situazione di difficoltà, che purtroppo si aggrava per causa dell’inaudito Decreto emesso dal Ministro della Sanità, Roberto Speranza. Lontana da tutelare la salute, questa norma discrimina gli italiani residenti all’estero e costituisce un affronto al sacro diritto costituzionale di recarsi in Patria per trovare il supporto alle proprie necessità”. A scriverne è Alberto Fioretti per il “Corriere di Panamá”, quotidiano online operante nei Caraibi.
“La Signora Eliana e Famiglia, marito e due figli, sono italiani residenti a Panama da circa cinque anni, regolarmente iscritti all´A.I.R.E. Una Famiglia, dove si lavora, i figli frequentano anche l’università, insomma brava gente che si dà da fare.
Con l’agguato del COVID-19 da marzo 2020 per la Famiglia di Eliana cambia tutto. Si blocca il lavoro e gli studi, le necessità economiche si fanno presenti. La Figlia, Elisa, sospende a malincuore la carriera di Ingegneria all’Università Tecnologica. Per la giovane ragazza si apre la possibilità di un lavoro a Torino che sua Zia gli ha trovato presso una ditta stabile e così sognano con il rientro in Patria, magari non tutti alla volta.
Ci dispiace ma non c’è nulla da fare.
All’inizio di Luglio Elisa, prenota un volo umanitario e si rivolge al Consolato Italiano a Panama, per richiedere un aiuto economico per rimpatriare. Lí sbatte il muso contro il divieto che pesa sui cittadini italiani residenti a Panama, di entrare in Italia.
Nonostante la gentile attenzione ricevuta da Elisa, a carico dei funzionari del Consolato Italiano, la nostra concittadina rimane sbalordita dalla conferma che si correva il rischio di essere bloccati all’arrivo a Milano e rimandati a Panama.
Nella sua concezione dei fatti e della situazione, non capisce, come d’altronde non lo comprende nessuno, perché non gli è concesso fare la quarantena preventiva. Chiede spiegazioni in Consolato e qui il funzionario si spreca in una accurata lettura della normativa, concludendo definitivamente che il decreto è ferreo, non lascia spazio ad eccezioni e il rischio di respinta sorge imminente.
Meno male che c’è l’Inghilterra.
Stupefatta la famiglia scegliere fra correre il rischio e imbattersi in una spiacevole e umiliante situazione, o rimandare la partenza attendendo che qualcosa cambi, o trovare rifugio in un luogo alterno. Così viene in ballo la cognata di Eliana da Manchester nel Regno Unito, che si offre d’appoggio per Elisa. La ragazza parte con il volo come previsto da Panama ad Amsterdam e da lì raggiunge Manchester invece che Milano.
La nostra concittadina, dichiarata pericolo pubblico per la sua propria Nazione, non risulta essere un problema per l’Olanda, dove transita e molto meno per l’Inghilterra che, applicando nei suoi riguardi la tutela sanitaria di quarantena, la riceve comunque a braccia aperte.
Meno male che c’è l’Inghilterra. Grazie a Dio che ci sono altri Paesi Europei che non ci calpestano la dignità, che non ci sbattono in faccia un divieto assurdo.
Un richiamo alla riflessione.
Facciamo un richiamo all’opinione pubblica, alla Comunità Italiana a Panama e in altri Paesi, ma soprattutto un appello alle Autorità Italiane affinché questa situazione sia oggetto di una seria riflessione. Non è possibile che gli Italiani residenti all’estero, in caso di necessità, debbano rivolgersi in aiuto ad altri Paesi Europei.
É assai sconvolgente sentire da Eliana la dichiarazione lapidaria: “l’Italia non ci ha aiutato per niente, anzi non ci ha lasciato nemmeno entrare”.
Ora gli sforzi di questa famiglia italiana sono rivolti a chiudere il sipario qui a Panama e tirare avanti finché al piú presto possano raggiungere Elisa, ma purtroppo le speranze sono rivolte verso l’Inghilterra, dato che in direzione all’Italia gli é proibito guardare.
Non vi immaginate quanta impotenza e vergogna altrui provo, come cittadino Italiano orgoglioso della mia Patria, al dover raccontare queste vicende”.




Covid, test rapido per chi rientra dall’estero

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covid test“Test molecolare sulla saliva che fornisce una risposta certa in 15 minuti. È questo il controllo che sarà fatto negli aeroporti per verificare che chi torna dalle vacanze o comunque dai Paesi ritenuti a rischio non abbia contratto il Covid-19”. Inizia così il pezzo pubblicato poco fa da Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”, che annuncia una nuova misura di prevenzione per chi rientra in Italia.
“Il 2 luglio il Comitato tecnico scientifico ha esaminato l’attendibilità del test e ha fornito giudizio positivo equiparandolo al tampone. Per l’ordinanza del ministro della salute Roberto Speranza, che disporrà la verifica per chi torna da Spagna e Grecia, probabilmente anche Malta e Croazia, bisogna però attendere la certificazione che potrebbe arrivare entro qualche giorno.
La procedura al momento dell’arrivo in Italia prevede che il cittadino si sottoponga al prelievo della saliva. L’esito dell’esame arriva in 15 minuti. In caso di positività scatta la quarantena obbligatoria e il tracciamento di tutti i contatti. Il provvedimento riguarda gli aeroporti ma potrebbe essere esteso anche alle stazioni e ai porti dove approdano le navi e i traghetti provenienti dall’estero”.

dal “Corriere della Sera”




Los Angeles: addio ad Lorenzo Soria

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10soria“Se vale la pena fare qualcosa, allora vale la pena farla bene”: questo famoso aforisma del pittore francese Nicolas Poussin calza perfettamente con l’idea del lavoro e della vita che aveva il collega Lorenzo Soria, storico collaboratore dagli Stati Uniti dell’Espresso e La Stampa, la cui improvvisa morte lascia un profondo vuoto non solo nel mondo del giornalismo ma anche in quello della celluloide”. Inizia così il pezzo di Giuseppe Sacchi su “La voce di New York”, quotidiano italiano online operante dalla Grande Mela.
“Soria quando ti incontrava (c’eravamo conosciuti a Milano e poi rivisti a New York) lasciava il segno con la sua sempre vivida attenzione a tutto ciò che lo circondava, il suo coinvolgente ottimismo nell’affrontare ogni impegno, anche imprevisto, e la sua capacità di avere sempre la battuta pronta capace di donarti una risata su ogni possibile argomento.
Come quasi tutti i corrispondenti dall’estero, Soria si è necessariamente occupato di svariati argomenti, dalla politica alla società americana, dall’evoluzione tecnologica al cinema: era però quest’ultimo l’argomento che amava di più, forse perché lo portava di più a contatto con le persone, fossero esse star da intervistare o semplici appassionati durante qualche festival.
Le sue piacevoli e profonde analisi delle mode e dei veloci cambiamenti nel mondo della celluloide lo avevano fatto conoscere ed apprezzare sempre più dai colleghi della Hollywood Foreign Press Association – HFPA, l’associazione dei corrispondenti esteri a Los Angeles che ogni anno assegna i Golden Globes alle eccellenze del grande e piccolo schermo – tanto che per ben cinque volte era stato eletto alla sua presidenza: nel 2003-04, 2004-05, 2015-16, 2016-17 e 2019-20.
Sotto la sua presidenza, con gli anni i Golden Globes (cerimonia che precede di alcune settimane gli Oscar) hanno attirato sempre più l’attenzione degli specialisti di Hollywood e degli appassionati di cinema perché i premi decisi dalla HFPA hanno trovato spesso conferma nella più “paludata” notte degli Oscar.
Sotto la guida di Soria, i Golden Globes hanno registrato anno dopo anno un crescente successo di pubblico, grazie anche alla sua creatività e ad una maniera di porsi in forma più intima e familiare rispetto alla tradizionale e codificata, “fredda” cerimonia degli Oscar: al contrario della serata di consegna delle statuette, dove tremila persone stanno sedute in teatro, Soria si era inventato la trasformazione della serata in un banchetto, con tanto di cibo offerto agli ospiti. Lo scorso gennaio, aveva fatto scalpore la sua decisione – per la prima volta nei 77 anni di storia dei Golden Globes – di offrire un menù interamente vegano, con anche un risotto – giudicato molto buono dai presenti, quali per esempio Joaquin Phoenix e Leonardo Dicaprio, con erbe e funghi ma senza burro e parmigiano: una decisione presa all’insegna della sostenibilità e della lotta al cambiamento climatico, aveva spiegato Soria che aveva anche confessato la tanta esitazione nel prendere quella decisione perché temeva che l’HFPA sarebbe stata accusata di ipocrisia perché sono ben pochi i suoi associati vegani.
Se va dato atto che i Golden Globesg hanno registrato un sempre maggiore successo di pubblico, bisogna anche sottolineare che nell’ultima edizione non sono mancate le polemiche circa la candidatura di soli registi maschi. Polemica così respinta da Soria sulla rivista “Variety”: “Il fatto è che non votiamo sulla base del genere, votiamo per i film e per come sono riusciti”.
Hollywood ha perso davvero uno dei suoi simboli. Su Instagram il regista della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Alberto Barbera, ha definito Soria “una persona bellissima, gentile, disponibile, generosa. Qualità rare, poco frequenti soprattutto nell’ambiente a cui apparteneva. Per questo si era guadagnato il rispetto e l’affetto di tutti”.
Lorenzo Soria era nato nel 1952 a Buenos Aires da una famiglia italiana. Alla morte del padre, la famiglia era tornata a Milano dove ha vissuto fino al 1982, anno in cui poi si è trasferito a Los Angeles dove ha vissuto fino alla sua morte”.

da “La Voce di New York”




L’ONU: con scuole chiuse incombe una catastrofe generazionale

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scuola“Il futuro dell’istruzione è adesso… Dobbiamo compiere passi coraggiosi per creare sistemi educativi inclusivi, resistenti e di qualità adatti al futuro” ha affermato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. L’istruzione “è il fondamento delle società illuminate e tolleranti, nonché uno dei principali motori dello sviluppo sostenibile”

A lanciare l’allarme è il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che in un video-messaggio ha detto: “La pandemia COVID-19 ha portato alla più grande interruzione dell’istruzione di sempre”.

L’ONU ha stimato che a metà luglio, sono state chiuse scuole in oltre 160 paesi, colpendo oltre 1 miliardo di studenti.

Il capo delle Nazioni Unite ha affermato che gli studenti con disabilità, i membri di minoranze o comunità svantaggiate, nonché i rifugiati e gli sfollati, sono tra quelli a più alto rischio di rimanere indietro.

“Siamo di fronte ad una catastrofe generazionale che potrebbe sprecare un indicibile potenziale umano, minare decenni di progressi e aggravare disuguaglianze radicate” ha affermato Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Uno dei progetti di educazione scolastica lanciati da UNICEF, a Kabul in Afghanistan, nel 2002 (Foto ONU: Eskinder Debebe)

La campagna SAVE OUR FUTURE

Per il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres l’educazione “è la chiave per lo sviluppo personale e il futuro delle nostre società”, è il grande equalizzatore per affrontare le disuguaglianze, per questo nel brief politico lanciato oggi, insieme a una nuova campagna globale “Save our Future”, il Segretario Generale Antonio Guterres ha formulato raccomandazioni per riportare i bambini a scuola, che richiedono un’azione in quattro aree chiave.

Innanzitutto bisognerà riaprire le scuole una volta che la trasmissione locale di COVID-19 sarà sotto controllo.

Il capo delle Nazioni Unite ha anche chiesto maggiori investimenti nell’istruzione, poiché già prima della crisi, i paesi a basso e medio reddito hanno dovuto affrontare un deficit di finanziamento dell’istruzione di $ 1,5 trilioni di dollari all’anno. “Questo divario è ora cresciuto” ha informato il Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres. “I budget per l’istruzione devono essere protetti e aumentati”.

Le iniziative educative devono anche cercare di raggiungere coloro che sono maggiormente a rischio di rimanere indietro: persone in situazioni di emergenza e crisi; gruppi minoritari di ogni tipo; sfollati e persone con disabilità, ha continuato Antonio Guterres.

Il futuro dell’educazione è adesso: “abbiamo l’opportunità di reimmaginare l’educazione”.

Possiamo fare un salto verso i sistemi lungimiranti che offrono un’istruzione di qualità per tutti, in linea con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS).

Per raggiungere questi obiettivi, sono necessari investimenti in alfabetizzazione e infrastrutture digitali, un’evoluzione verso l’apprendimento, un ringiovanimento dell’apprendimento permanente e rafforzare i collegamenti tra istruzione formale e non formale ha affermato Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU.

“Dobbiamo attingere a metodi di consegna flessibili, tecnologie digitali e programmi di studio modernizzati, garantendo al contempo un sostegno sostenuto per insegnanti e comunità”.

“Dobbiamo compiere passi coraggiosi per creare sistemi educativi inclusivi, resistenti e di qualità adatti al futuro”.

Da “La Voce di New York”




I verbali segreti di Conte e quella decisione di chiudere tutta l’Italia per coronavirus

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conte governo protezione civile coronavirus 620x430 1Perché costringere tutto il paese a fermare tutto? Perché adottare misure che avrebbero causato un danno incalcolabile all’economia del paese? E, soprattutto, perché non limitare le misure di contenimento solo alle regioni dove esisteva realmente il rischio di contagio? Quella imposta dal governo a tutti gli italiani sembrerebbe più una scelta politica che tecnica…

Ormai tutti gli anni, Agosto è un mese caldo, caldissimo. Non per i turisti, ma per i governi! E il governo di Giuseppe Conte non fa eccezione. Sono stati appena pubblicati i primi verbali del CTS Comitato Tecnico Scientifico, istituito con l’ordinanza del capo dipartimento della Protezione Civile del 3 febbraio, che avrebbe dovuto (il condizionale è d’obbligo) fornire le linee guida per la risposta del governo alla pandemia di COVID-19.

Per comprendere meglio cosa è accaduto è bene fare un piccolo passo indietro nel tempo. Non appena i numeri delle persone affette da corona virus hanno cominciato a salire vertiginosamente, con un’ordinanza del capo dipartimento della protezione civile del 3 febbraio e poi istituito per decreto del commissario per l’emergenza Angelo Borrelli, è stato nominato un  Comitato Tecnico Scientifico con lo scopo di fornire consulenza al capo del dipartimento della protezione civile, Borrelli appunto, in merito all’adozione delle misure di prevenzione necessarie a fronteggiare la diffusione del nuovo coronavirus. A fare parte del Comitato il Segretario Generale del Ministero della Salute, il Direttore generale della prevenzione sanitaria del Ministero della salute, il Direttore dell’Ufficio di coordinamento degli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera del Ministero della salute, il Direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Spallanzani”, il Presidente dell’Istituto superiore di sanità, un rappresentante della Commissione salute designato dal Presidente della Conferenza delle Regioni e Province autonome e dal Coordinatore dell’Ufficio Promozione e integrazione del Servizio nazionale della protezione civile del Dipartimento della protezione civile, con funzioni di coordinatore del Comitato e altri esperti (ai quali, poco dopo, si è unito Walter Ricciardi, membro del board OMS e consulente del ministero per l’emergenza e i rapporti con gli organismi sanitari internazionali).

Un gruppo di personalità di spicco incaricate di fornire consigli e indicazioni sulle misure da adottare con i DPCM, i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri: misure immediate e indiscutibili (o quasi) per far fronte alla crisi sanitaria, ma anche politica, proprio perché fondati sui pareri del CTS. Nessuno ha avuto dubbi su tutto ciò. Almeno fino a quando, finita la prima fase della pandemia, alcuni hanno chiesto di poter consultare i verbali del CTS. Una richiesta alla quale il Consiglio di Stato ha risposto in modo inaspettato segretando i verbali delle riunioni del Comitato. Decisione inspiegabile e sospetta che ha spinto la Fondazione Luigi Einaudi a presentare ricorso presso il TAR del Lazio che ha risposto prontamente imponendo di inviare i documenti alla Fondazione. Questa, non appena li ha ricevuti, non ha perso tempo e li ha resi pubblici:

“La Fondazione Luigi Einaudi pubblica i verbali del Comitato tecnico scientifico posti a base dei Dpcm sul Coronavirus, che il Governo ha deciso di desecretare. Ieri sera, 5 Agosto 2020, alle 21.15 sono stati trasmessi tramite PEC dal Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli agli avvocati Enzo Palumbo, Andrea Pruiti Ciarello e Rocco Mauro Todero le copie dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico n.12 del 28.2.2020; n.14 dell’1.3.2020; n.21 del 7.3.2020; n.39 del 30.3.2020 e n.49 del 9.4.2020”.

In una informativa al Senato, il ministro della Salute, Roberto Speranza ha detto: “La Presidenza del Consiglio ha già provveduto a consegnare i verbali del CTS a chi ne ha fatto richiesta e la regola della trasparenza è quella cui non intendiamo rinunciare”. Ma allora perché segretarli? E perché è stato necessario fare ricorso al TAR?

Sono cinque i verbali non più coperti da segreto di stato: sono datati 28 febbraio, 1 marzo, 7 marzo, 30 marzo e 9 aprile 2020. In uno di questi, quello del 7 marzo 2020, dopo aver acquisito dall’Istituto superiore di sanità i dati epidemiologici aggiornati che mostravano una “lieve flessione nell’incremento dei casi nelle zone rosse e un’aumentata incidenza in aree precedentemente non rientranti nelle ‘zone rosse’ medesime”, il CTS proponeva di “definire due livelli di misure di contenimento da applicarsi: uno nei territori in cui si è osservata ad oggi maggiore diffusione del virus, l’altro, sull’intero territorio nazionale”. In altre parole, per gli esperti del CTS era necessario limitare gli spostamenti e le attività solo in una zona limitata del territorio nazionale rivedendo “la distinzione tra c.d. «zone rosse» (gli undici comuni di cui al Dpcm 1 marzo 2020) e «zone gialle» (Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, nonché le province di Pesaro Urbino e Savona)”.

Per il resto, venivano suggerite una serie di misure alquanto blande: “apertura al pubblico dei musei ed altri istituti e luoghi della cultura a condizione che assicurino modalità di fruizione contingentata tali da evitare assembramenti di persone; svolgimento delle attività di ristorazione e bar con obbligo di far rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro; sospensione delle attività di pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse, sale bingo e discoteche; divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora per i soggetti sottoposti alla misura della quarantena; limitazioni della mobilità ai casi strettamente necessari; sospesi i servizi educati per l’infanzia e attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado; sospensione delle attività svolte dai tribunali; apertura luoghi di culto condizionata all’adozione di misure volte a evitare assembramenti; raccomandato presso tutti gli esercizi commerciali l’accesso con modalità contingentate e misure volte a evitare assembramenti”.

Stranamente, però, due giorni dopo, il 9 marzo, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, firmava un DPCM nel quale, al fine di contenere e contrastare il diffondersi del virus COVID-19, le misure di cui all’art. 1 del DPCM 8 marzo 2020 venivano estese a tutto il territorio nazionale, vietando ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico, ma anche eventi e manifestazioni sportive.

Una decisione che ha dato il via al lockdown in tutto il territorio nazionale. 

Una decisione che, almeno stando ai verbali appena diffusi, non sarebbe giustificata o supportata da motivazioni tecniche. Perché costringere tutto il paese a fermare tutto? Perché adottare misure che avrebbero causato un danno incalcolabile all’economia del paese? E, soprattutto, perché non limitare le misure di contenimento solo alle regioni dove esisteva realmente il rischio di contagio?

Quella imposta dal governo a tutti gli italiani sembrerebbe più una scelta politica che tecnica. Una decisione che ha causato un danno inimmaginabile a tutto il paese (le stime parlano di un calo a due cifre del PIL nazionale e di danni su alcuni settori – come il turismo e le microimprese o il settore artigiano – ancora difficile da calcolare ma sicuramente senza paragoni nemmeno durante le peggiori crisi del secolo scorso – Guerre Mondiali incluse; e poi il danno al turismo, all’istruzione e a tutti i servizi).

Ma non basta. Nel verbale del 29 febbraio, il Comitato Tecnico Scientifico suggeriva di attivare “nel minor tempo possibile, in strutture pubbliche e in strutture private accreditate” “un modello di cooperazione interregionale coordinato a livello nazionale; attivato a livello regionale, nel minor tempo possibile, un incremento delle disponibilità di posti letto” del “50% in terapia intensiva” e del “100 % in reparti di pneumologia e in reparti di malattie infettive, isolati e allestiti con la dotazione necessaria per il supporto ventilatorio (inclusa la respirazione assistita) e con la possibilità di attuare quanto previsto dalle Linee di indirizzo assistenziali del paziente critico affetto da COVID -19”. “L’attivazione dei posti letto – si legge ancora – dovrà garantire il controllo delle infezioni anche attraverso la rimodulazione locale delle attività ospedaliere”. “Il CTS – riporta il verbale – ritiene, inoltre, che sia necessario ridistribuire il personale sanitario destinato all’assistenza, prevedendo un percorso formativo “rapido” qualificante per il supporto respiratorio per infermieri e medici da dedicare alle aree di sub intensiva”. Su come sia andata sulla gestione delle strutture sanitarie e sulla fornitura di materiale di protezione, oggi, è la magistratura ad indagare. E su più fronti.

Di sicuro è innegabile il numero spaventoso di medici e paramedici che hanno perso la vita a causa del coronavirus: secondo Fnomceo, Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, sono 176 i medici morti in Italia per COVID-19 (ultima vittima, in termini di tempo, Nello Di Spigno, medico rianimatore).

Forse, come avevano suggerito gli esperti, sarebbe bastato mantenere le “zone rosse” negli 11 comuni di Lombardia e Veneto dove si stava maggiormente diffondendo la pandemia (Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini in Lombardia e Vo’ in Veneto). Magari aggiungendo come ribadito nel verbale del 7 marzo 2020, una distinzione tra “zone rosse” e “zone gialle”. Adottando al tempo stesso misure di contenimento e di intervento sanitario. Solo successivamente, nella riunione del 30 marzo, i tecnici furono costretti a condividere strategia del ministro della Salute e a consigliare di mantenere l’Italia in lockdown almeno fino a dopo Pasqua.

Non si sa ancora cosa emergerà dagli altri verbali del CTS (se mai saranno resi pubblici).

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante una riunione d’emergenza con la protezione civile per la crisi del coronavirus (Foto Palazzo Chigi)

Già perché anche nella diffusione dei cinque verbali datati 28 febbraio, 1 marzo, 7 marzo, 30 marzo e 9 aprile 2020 non mancano i misteri: pare che questi documenti non siano completi. Mancherebbero i verbali della riunione del 3 marzo, ovvero quella in cui manca la zona rossa ad Alzano e Nembro, in Val Seriana, in provincia di Bergamo, una vicenda che nelle scorse settimane ha innescato un rimpallo di accuse – l’ennesimo -tra Regione Lombardia e Governo Conte. Inoltre, nel verbale del 9 aprile, il CTS afferma di aver “acquisito” le “informazioni sulla rimodulazione delle azioni di contenimento del contagio, da adottare nelle varie aree del paese interessate da incidenze anche considerevolmente  diverse” da una fondazione del Trentino. In altre parole, per decidere sul futuro di milioni di italiani, gli “esperti” si sono basati sulle teorie di altri “esperti” e il governo ha deciso di fare di testa propria.

A questo si aggiunge una nota di cui pochi (per non dire nessuno) hanno parlato. Il 18 Aprile, con l’Ordinanza n.663/2020, è stata ridefinita la composizione del Comitato tecnico scientifico. Perchè questo cambiamento? Specie considerato che  la composizione del Comitato, dalla data di istituzione avvenuta con decreto del 5 febbraio 2020, era già stata più volte integrata con “esperti” in relazione a specifiche esigenze, sulla base delle necessità e della della situazione di crisi “per dare continuità alle attività emergenziali, anche nella prospettiva della fase di ripresa graduale delle attività sociali, economiche e produttive”.

Sembra un racconto di quelli che si leggono solo d’estate, magari sotto l’ombrellone, tra un bagno e l’altro, per rinfrescarsi dal caldo afoso del mese di Agosto. Sono che a fornire la dovuta suspense  questa volta è capire cosa succederà a Settembre, al rientro dalle vacanze (per chi le ha fatte). Quando dovranno riaprire le scuole (ancora oggi sono molti i dubbi: c’è chi parla di fare lezioni all’aperto anche in città del nord come Torino e chi, ad Agosto inoltrato, ha annunciato l’assunzione di migliaia di professori e personale di supporto… un mistero nel mistero). Quando dovrebbero riaprire migliaia e migliaia di imprese (ma molte di queste non ci saranno più: hanno chiuso definitivamente). Quando il governo dovrà spiegare agli italiani dove prenderà i soldi per ripagare il prestito di centinaia di miliardi promessi dall’UE. Intanto, già si parla di una nuova finanziaria estiva. Da discutere sotto il rovente sole d’Agosto…

Da “La Voce di New York”




Sergio Zavoli: c’era una volta quel gran giornalismo tv “matto da slegare”

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Zavoli era il giornalista “capace” di apparenti domande “banali”; e dell’ascolto. Meticoloso nel gioco delle inquadrature; maniacale nella scelta delle immagini; instancabile nella saletta di montaggio; protagonista di pause sapienti nelle “dirette”, capace di silenzi eloquenti, la voglia di scandagliare e capire, perché solo così si arriva “primi”. Perché è importante dire la cosa “giusta” nel momento”giusto, nel luogo “giusto”

Sergio Zavoli: Ravenna, 21 settembre 1923 – Roma, 4 agosto, 2020

L’episodio in sé è poca cosa, ma significativo. Lo racconta un operatore di antico pelo, ha girato il mondo, per lui la telecamera è una specie di protesi, un’amica inseparabile.

Un giorno il giornalista gli chiede di fare un certo tipo di inquadratura, un movimento particolare, per ottenere un effetto visivo che gli preme. “Impossibile”, ribatte sicuro l’operatore fidandosi avventatamente della sua esperienza. “Ti sbagli, si può fare”, replica paziente il giornalista. L’operatore insiste, e insiste anche il giornalista. Non litigano, è solo che ognuno è sicuro del fatto suo. “Va bene”, taglia corto il giornalista. “Dammi la telecamera, che ti faccio vedere”.

Erano gli anni in cui ancora si usava la pellicola, la telecamera una specie di kalashnikov, non una roba leggera come oggi che la può usare anche un bambino. Il giornalista afferra con naturalezza quel quintale di roba ed ecco che la sequenza voluta è fatta. “Roba da non crederci”, dice ammirato l’operatore. “Per la prima volta mi trovo a lavorare con un giornalista che ne sa più dell’operatore in fatto di telecamera e trucchi di immagine”. Quel giornalista carico di “conoscenza”, frutto di esperienza sul “campo” si chiamava Sergio Zavoli.

Di aneddoti simili su Zavoli se ne possono raccontare a decine, una leggenda in RAI; e anche quando capitava di canzonarlo (“Commosso viaggiatore”, “Lotto continuo”, perché investiva i guadagni in terra), o si imitava quella sua voce solenne (che però era sua, non impostata come, per fare un esempio, Vittorio Gasmann), c’era sempre un sottofondo di rispetto, di riconoscimento al merito. Zavoli e la televisione (più propriamente la RAI) erano un tutt’uno: socialista senza un vero partito; cristiano di una sua particolare chiesa; aziendalista fino al midollo.

Giornalista di altra epoca. La televisione a cui approda, per esempio: il potere democristiano la fa da padrone; un Vaticano assai più potente e influente detta legge sul costume e la morale; parole come “membro”, sono vietate. Scoppia un casino, letterale, quando, proprio ai microfoni di Zavoli un campione del ciclismo si lascia scappare: “E’ un casino”. Poi il clima si mitiga con l’arrivo dei socialisti e di qualche laico: si chiamava “lottizzazione”: dieci assunti, quattro democristiani, tre socialisti, un paio di laici, uno bravo. Capitava, comunque, che anche tra i “politici” ci fosse qualcuno che il suo mestiere lo sapeva fare. Una generazione fatta di Piero Angela e Gianni Bisiach, Tito Stagno; e tra quelli che se ne sono andati, Brando Giordani, Carlo Mazzarella, Giuseppe “Joe” Marrazzo, Arrigo Petacco, Emilio Ravel, Sergio Telmon… I loro lavori oggi si studiano nelle università di giornalismo: avevano il gusto della notizia, ma soprattutto del “racconto”: bastava una certa parola detta in un certo contesto, un gesto, anche “piccolo”, catturato senza che il protagonista se ne rendesse conto…

Può aiutare a capire il racconto, da lui stesso fatto, di una delle sue prime inchieste, sul mondo dei malati di mente, i “matti”. Sergio viene a sapere che a Gorizia c’è un ospedale psichiatrico il cui direttore coltiva un’idea diversa del rapporto con queste persone con problemi di sofferenza “dentro”. Fino ad allora venivano isolati, nascosti, le famiglie se ne vergognavano. Quel direttore si chiamava Franco Basaglia. Lui e i suoi collaboratori, anche grazie a un’amministrazione locale illuminata, trattano i malati come persone, come esseri umani che vanno compresi e aiutati. Occorre fare in modo che non arrechino danno a loro stessi e al prossimo, ma vanno anche rispettati, e hanno bisogno di qualcuno che voglia loro bene, li comprenda. I risultati non mancano, senza bisogno, se non in casi estremi, di psicofarmaci e camicia di forza, letto di contenzione. E’ il 1968, e per la prima volta l’Italia conosce “i matti”, il loro dolore, la loro tragedia. Zavoli ne ricava un’inchiesta, “I giardini di Abele” che ancora oggi fa scuola.

Siamo nel 1968, le immagini sono in bianco e nero. Zavoli intervista Basaglia. Non è la classica domanda uno seduto davanti all’altro. Zavoli è solo una voce, ogni tanto. Basaglia in piedi, cammina su e giù, cogitabondo, riflette ad alta voce; pause, si ferma, ripete in concetto, come se lo volesse imprimere bene in mente, fissa la telecamera, insegue un pensiero… A un certo punto una domanda di Zavoli: “E’ più importante la malattia o il malato?”. Sembra inutile, banale. Basaglia risponde secco, quasi senza pensare: “Il malato”. 

Era il 1968: con quella semplice risposta, a quella domanda “banale” Basaglia e Zavoli spazzano via anni di psichiatria intesa come persona persa, irrecuperabile, da tenere lontano, prigioniera in luoghi ignoti e ignorati, dove regna solo dolore, sofferenza, solitudine. Basaglia e Zavoli dicono: è la persona che conta, sempre e comunque. Una piccola grande rivoluzione.

Zavoli era il giornalista “capace” di apparenti domande “banali”; e dell’ascolto. Meticoloso nel gioco delle inquadrature; maniacale nella scelta delle immagini; instancabile nella saletta di montaggio; protagonista di pause sapienti nelle “dirette”, capace di silenzi eloquenti, la voglia di scandagliare e capire, perché solo così si arriva “primi”. Perché è importante dire la cosa “giusta” nel momento”giusto, nel luogo “giusto”. Ma più importante ancora è il testimone che ti racconta cose che neppure per lui sembrano importanti e si rivelano invece essenziali per capire, quel gesto a cui non presti attenzione: il grattarsi, o una carezza, che rivelano invece tensione, paura, tenerezza. Sono doti, capacità che vengono con il tempo, si possono forse trasmettere con l’esempio, non insegnare.

Zavoli queste doti le aveva: un sedimento forse frutto dei lunghi anni in provincia a Rimini, con l’amico di sempre Federico Fellini. Maturate poi con il girare nei quattro angoli del mondo, e scorazzando in un’Italia che gli stessi italiani scoprivano con lui…

Si dice che di personaggi come Zavoli si è persa la matrice. Certo di questi tempi se ne “stampano” pochi. Lui stesso ammetteva  d’essere come una foglia d’autunno che basta un soffio di vento e si stacca dal ramo, destinata a ingiallire e morire. Tuttavia, fino all’ultimo, la voglia di capire e sapere, per poi raccontare. Gli chiedevi: “Come va?”; finivi per raccontagli la tua vita.

Da qualche parte riderà del nostro pasticciare, con gli altri della sua “banda”; e penso che alla fine un po’ scuoterà la testa, malinconico, per i tempi sguaiati e volgari che viviamo e che a lui non sono mai piaciuti.   

da “La Voce di New York”




La ricercatrice italo-canadese Carolina Tropini riceve importante premio internazionale

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“Professoressa associata di Ingegneria biomedica, microbiologia ed immunologia all’Università della British Columbia (UBC), Carolina Tropini, d’origine piemontese, ha vinto recentemente il “Johnson & Johnson Women in STEM2D Scholars Award”, un prestigioso premio dedicato alle donne che con le loro ricerche e il loro lavoro promuovono l’innovazione in vari settori, tra cui quello scientifico. Tropini è la prima canadese a ricevere tale riconoscimento dotato di una borsa di $ 150000 US che le permetterà, insieme al suo staff, di proseguire e approfondire le sue ricerche d’avanguardia. Nata ad Alba, e cresciuta a Bra (provincia di Cuneo), si è trasferita a Vancouver con tutta la famiglia, gatto compreso, all’età di 17 anni”. Ad intervistarla è stato Fabrizio Intravaia per il “Corriere italiano” di Montreal.
““Ho finito la High School a Vancouver e poi – spiega – mi sono laureata in Scienze e biofisica all’UBC. Poi sono andata in California, all’Università di Stanford, per il dottorato e il post-dottorato. Vi sono rimasta 10 anni e un anno fa ho avuto la fortuna e il piacere, era il mio sogno, di rientrare all’UBC come professoressa”.
D. Ingegnere o dottoressa, come è meglio chiamarla?
R. Semplicemente Carolina – afferma ridendo la ricercatrice – anche se sul mio diploma c’è scritto “Ingegnere”.
D. Un premio inaspettato?
R. Assolutamente! Sono rimasta davvero sorpresa. È stato un grande onore riceverlo sia per poter continuare le ricerche sia perché in tal modo potrò fare da mentore ad altre donne.
D. Di che cosa si occupa esattamente?
R. Di studiare i microbi, i batteri e i microrganismi presenti nel corpo umano, il loro modo di agire e interagire, il cosiddetto “microbiota” (l’insieme di microorganismi simbiontici che convivono con l’organismo umano senza danneggiarlo, informalmente detti “flora intestinale”, n.d.r.). Nel corpo umano possono esserci fino a 10 trilioni di batteri, virus esclusi, e se consideriamo che per ogni batterio ci sono almeno 10 virus il calcolo diventa astronomico! Ma per fortuna che ce ne sono tanti perché ne abbiamo veramente bisogno.
D. Perché?
R. Perché fanno parte di noi, della nostra natura e della nostra biologia. Quando nasciamo, la prima cosa a cui siamo esposti, e che incontriamo, sono proprio tali microbi che si inoculano in noi e ci permettono sia di respingere gli agenti patogeni che di digerire normalmente. Abbiamo bisogno del microbiota perché non solo ci aiuta a consumare il cibo che non siamo capaci di digerire ma perché produce anche vitamine che sono essenziali per la nostra vita. Fornisce i segnali giusti al nostro sistema immunitario e al nostro corpo. Ci siamo evoluti con questi batteri, virus e funghi, senza di loro – prosegue – il nostro corpo reagisce male.
Una volta, ad esempio, si parlava di “febbre da fieno”. I bambini che nascevano in citta potevano soffrirne più di altri nati in campagna. Adesso sappiamo che la “febbre da fieno” era causata, almeno in parte, dal fatto che i bambini che vivevano in città vivevano in posti puliti e non erano esposti ai batteri. Il loro microbiota non era pronto a reagire allo stesso modo degli altri.
Il nostro stile di vita è cambiato negli ultimi 100-150 anni e il nostro corpo si è dovuto adattare. Da una parte abbiamo fatto molti passi in avanti, oggi abbiamo molte meno infezioni patogeniche che in passato, ma dall’altra sono nati tanti nuovi problemi infiammatori semplicemente perché il nostro corpo non si è ancora evoluto in questo senso e reagisce in modo negativo a certe nuove sollecitazioni. L’obesità, le allergie, i problemi infiammatori, sono tutte malattie “moderne” dettate anche da una certa trasformazione della nostra dieta, meno fibrosa e più “trasformata” industrialmente che in precedenza. Ciò che stiamo cercando di capire con i nostri studi è come riuscire a prendere le cose buone dalla medicina moderna e, allo stesso tempo, non dimenticare le cose buone di una volta, i famosi rimedi della nonna. La mia, ad esempio, mi ha sempre detto di mangiare la frutta e la verdura. Alla fine sono proprio queste cose che permettono di mantenere una certa “diversità” di batteri nel nostro corpo cosa assolutamente necessaria per mantenere il microbiota in buono stato.
D. State facendo ricerche anche sul coronavirus?
R. Sì, perché è un virus che sembra avere effetti importanti anche sul sistema digestivo. Alcuni pazienti presentano problemi digestivi prima di presentare sintomi polmonari o di respirazione più noti. È una cosa che stiamo cercando di studiare in laboratorio per capire l’effetto del virus sul microbiota e viceversa, ma sono ricerche ancora ad uno stato preliminare. Per come stanno andando le cose è lecito pensare che questo è un virus con cui dovremo coesistere ancora a lungo. Capirne gli effetti a lungo termine sarà molto importante anche per la preparazione di un vaccino che possa renderci effettivamente immuni.
D. Donna e d’origine italiana. Ostacoli o stimoli per la sua carriera?
R. Stimoli incredibili. Fin da piccola ho sempre avuto delle persone, dei mentori, che mi hanno stimolata e aiutata ad andare avanti. Senza di loro non sarei riuscita ad arrivare a questo punto. Una delle cose che spero di poter fare è di restituire, di offrire queste opportunità ad altre persone, ad altre donne. In quanto all’origine italiana, non potrò mai perderla. Mio nonno vive ancora in Italia. Ci vado regolarmente, con i miei figli parlo solo in italiano e mio marito, americano, ha imparato l’italiano. Ho vissuto metà della mia vita in Italia e metà in Canada, questo premio non è solo canadese, è anche italiano!”.

dal Corriere Canadese




Venezuela: le elezioni “su misura” di Maduro

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3vocecarmu“Se ha quattro zampe, muove la coda ed abbaia, è un cane”, si afferma in un noto test umoristico. Allo stesso modo, l’opposizione in Venezuela è convinta che esistono tutte le condizioni per arrivare ad una sola conclusione: le elezioni parlamentari che organizza il governo sono una “farsa” elettorale. Il governo di Nicolas Maduro ha nominato l’arbitro, ha “confiscato” i principali partiti d’opposizione, ha scelto i propri rivali e ha riscritto le regole del gioco. In questo scenario, la vittoria del “chavismo” è scontata. Altrettanto lo è la condanna internazionale. Almeno quella dei paesi democratici occidentali che già criticano la messa in scena”. Questa l’analisi che Roberto Romanelli affida alle pagine online de “La voce d’Italia”, quotidiano online di Caracas diretto da Mauro Bafile.

CNE? Già fatto
L’Alta Corte, convenientemente promossa dal precedente Parlamento dominato dal “chavismo” ma contestato dall’opposizione, ha scelto unilateralmente i cinque nuovi membri del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE). Lo ha fatto in appena 72 ore, e non nei due mesi a sua disposizione, arrogandosi l’autorità del Parlamento, unico organo autorizzato dalla Costituzione ad assumere tale responsabilità. Ha così soddisfatto le esigenze di due “sedicenti” oppositori.
I membri indicati sono due magistrati dell’Alta Corte, la stessa che li ha proposti: Indira Alfonzo e Gladys Gutiérrez. Su questi pesano le sanzioni degli Stati Uniti e del Canada: accusate di “minare” le basi della democrazia con le loro azioni, per entrambe vige il blocco di conti bancari e la proibizione di realizzare transazioni economiche e finanziarie.
Alfonzo, nominata presidente del CNE, ha precedenti che la rendono poco affidabile agli occhi della dissidenza. Da magistrato sospese l’elezione di tre deputati, rappresentanti delle popolazioni indigene, che avrebbero dato all’alleanza antigovernativa MUD (Mesa de la Unidad Democratica) una maggioranza assoluta di 3/5 nelle elezioni parlamentari del 2015. Poi respinse le denunce dell’Opposizione e confermò i risultati dell’elezione di Nicolás Maduro nel 2018, ritenuta illegittima da più di 50 paesi. Il nuovo vicepresidente del CNE, Rafael Simón Jiménez, ha militato nel passato in partiti ostili al governo ma non è riconosciuto dall’opposizione come un suo esponente.
La designazione del CNE è stata oggetto di aspre critiche degli Stati Uniti, del Gruppo di Lima, dell’OSA, e delle Ong locali come l’”Observatorio Electoral Venezolano”, “Sumate”, e “Acceso a la Justicia”.
“Ció dimostra che il TSJ balla al suon degli interessi del governo e cambia le regole elettorali a sua convenienza. Nessuna garanzia giuridica”, ha affermato “Acceso a la justicia”.

CON LE MANI LEGATE
Fin dal primo momento, il governo si è preoccupato di ostacolare l’azione del Parlamento eletto nel 2015. Lo ha fatto trasformandolo in un semplice oggetto decorativo. A dichiararlo in stato di “ribellione”, il “Tribunal Supremo de Justicia” lo esautorava e inficiava ogni sua decisione “passata, presente e futura”.
Tre anni dopo, il CNE, sempre pronto a soddisfare le esigenze dell’Esecutivo, convocava l’elezione di una Assemblea Nazionale Costituente con “pieni poteri”. L’opposizione non partecipò, considerando che le regole del gioco erano discriminatorie.
A gennaio di quest’anno, i deputati “chavisti” con alcuni ex membri della MUD, eleggevano una nuova Giunta Direttiva dell’AN. Fu una mossa immediatamente denunciata dall’opposizione come un “golpe” al Parlamento. L’elezione avvenne senza che fosse presente la maggioranza dei deputati. Infatti, al presidente del Parlamento, Juan Guaidó, e alla maggioranza dei deputati la polizia non permise l’accesso all’emiciclo. Mentre Guaidó cercava di saltare il cancello per accedere al Parlamento, Luis Parra si auto-proclamava presidente dell’AN tra gli applausi dei chavisti.
Il rapporto di una commissione parlamentare sostiene che ai rinnegati dell’opposizione, che complici del “golpe”, furono consegnate auto, somme di denaro ed altri benefici economici.

IN PRIGIONE O IN ESILIO
Allo stesso tempo, provvedimenti giudiziari ed amministrativi a pioggia castigavano 67 deputati, il 60 per cento dell’opposizione, a cui era stata tolta l’immunità parlamentare.
“Quando si parla di un parlamentare perseguitato, si fa riferimento ad un deputato che è stato attaccato da ‘bande armate filogovernative’, ad un deputato a cui hanno ritirato il passaporto e minacciato di morte, ad un deputato che ha subito l’irruzione a casa della polizia politica o è stato aggredito fisicamente, ad un deputato sottoposto ad un processo o condannato all’interdizioni dai pubblici uffici, ad un deputato a cui è stata confiscata l’azienda familiare”, precisa la deputata Delcy Solórzano.
Ancora oggi, più di 30 deputati sono in esilio o rifugiati in ambasciate a Caracas. Molti sono fuggiti in Colombia, dove hanno formato un gruppo parlamentare in esilio. Alcuni, prima di riuscire a lasciare il Paese, furono arrestati e per mesi chiusi in prigione. In carcere vi sono ancora Juan Requesens del partito “Primero Justicia”, da circa due anni e Gilber Caro e Renzo Pietro di “Voluntad Popular” da dicembre scorso.
Pochi giorni fa, la Ue ha imposto sanzioni a 11 funzionari per azioni che “colpiscono la democrazia e la sicurezza giuridica in Venezuela”. In totale sono 36.
Nonostante il trionfo dell’Opposizione con il 65 per cento dei voti, il Parlamento oggi non ha alcun potere.

LA MORSA SUI PARTITI
L’“offensiva” del governo ha colpito anche i partiti dell’Opposizione. Nel gennaio del 2018, il “TSJ” ordinava al CNE di escludere le organizzazioni della MUD dall’iscrizione all’album dei partiti politici. E così fu impedito loro di partecipare alle elezioni presidenziali e di presentare un loro candidato. Leopoldo Lopez, Henrique Capriles, Antonio Ledezma, Freddy Guevara, Ramon Muchacho e David Smolanski non poterono partecipare perché in prigione o in esilio, dopo essere stati accusati ingiustamente di corruzione o di cospirazione
Alle presidenziali solo fu ammessa la candidatura di Henry Falcón, di “Avanzada Popular”, espulso dalla coalizione dell’Opposizione e di quattro sconosciuti. Vinse Nicolás Maduro. Falcón denunciò brogli elettorali e chiese inutilmente la ripetizione delle elezioni. Quattro mesi più tardi, il CNE proibì ai quattro maggiori partiti dell’opposizione ( Volontà Popular, Acción Democrática, Primero Justicia e Un Nuevo Tiempo) di partecipare alle elezioni comunali di settembre. La polemica decisione fu giustificata dal “TSJ” affermando che non avevano partecipato alle presidenziali precedenti.
Ora il Tsj, in una sorta di “espropriazione politica” ha revocato le autorità dei partiti Acciòn Democratica, Primero Justicia e Voluntad Popular, e designato altre, più arrendevoli al governo. A loro ha consegnato i simboli e le tessere per assistere alle elezioni parlamentari di dicembre. Così facendo, il governo si è scelto gli avversari nella gara elettorale.
“Il regime ha deciso si sequestrare i partiti politici grazie al TSJ”, ha denunciato Henry Ramos storico segretario generale di Accion Democratica.

NON SIAMO CRETINI
“Non siamo scemi. Non ci prestiamo alla farsa per permettere a Maduro con un colossale imbroglio, di legittimare il regime cubano che pretende imporre a tutti i venezolani”, ha affermato Macario Gonzales, deputato di Volontà Popular.
Gli undici partiti d’opposizione hanno reso noto, attraverso un comunicato, che escludono la loro partecipazione alle prossime elezioni, considerandole una “farsa elettorale”.
I partiti hanno ribadito una lista di 10 condizioni. Se non saranno soddisfatte, non parteciperanno. Tra le loro esigenze vi sono queste: l’abolizione dell’interdizioni ai candidati e ai partiti, un CNE indipendente, un cronogramma elettorale e la presenza di osservatori internazionali indipendenti e qualificati.
Guaidó assicura che la comunità internazionale “non convaliderà” le elezioni.
“Solo cessando l’usurpazione e con un arbitro trasparente si avranno elezioni libere”, avverte.

VOTERÀ SOLO L’11,4 PER CENTO
Un sondaggio reso noto pochi giorni fa dall’agenzia demoscopica Datanalisis rivela che solo 11,4 per cento degli intervistati è “molto disposto” ad andare a votare nelle parlamentarie. L’84% considera necessario un nuovo Cne, la cui gestione è rifiutata dall’80% dei venezuelani.
Indifferente a tutto, il governo tira dritto per la sua strada ed aumenta i seggi al parlamento da 167 a 277, 110 in più, nonostante la crisi che vive il paese e la fuga all’estero di circa 5 milioni di venezuelani. La cifra stabilita dal Cne, secondo gli esperti, viola la quota percentuale dei parlamentari sulla popolazione, stabilita nella Costituzione. E punterebbe a garantire seggi ai piccoli partiti che facciano da “comparsa” elettorale al governo.
Il CNE ha giá autorizzato la partecipazione ai comizi di 87 organizzazioni politiche: 28 formazioni nazionali, 52 partiti regionali e 6 rappresentazioni indigene,
In questo scenario poco propizio ad una elezione, arriva lo scoraggiante messaggio del ministro della Difesa e garante della trasparenza nelle elezioni, Vladimir Padrino López.
“Non passeranno. Non avranno mai il potere politico mentre esista una Forza Armata Nazionale Bolivariana come quella che abbiamo oggi antiimperialista, rivoluzionaria e bolivariana. Credo sia bene che lo capiscano”, ha detto riferendosi all’opposizione il giorno dell’Indipendenza lo scorso 5 luglio. Parole assai chiare, per chi ancora non avesse capito l’antifona.
“Il nuovo presidente del Cne è il ministro della Difesa. Ed è molto efficiente perché già ha annunciato i risultati di tutte le future elezioni del Venezuela”, ha twittato, con sarcasmo, l’arcivescovo Ovidio Pérez Morales. Parole che ben potrebbero scrivere l’epitaffio dei comizi”.

da “La Voce d’Italia”