Riapre il museo della cittá di New York con gli artisti che raccontano il coronavirus

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4phvaleriecaro“Il 2020 ha già segnato l’intera umanità. E New York risponde attraverso gli sguardi degli artisti ispirati dal lockdown. In questo momento di crisi e cambiamento, The Museum Of The City Of New York (MCNY) il Museo della città di New York vuole condividere le storie di come i cittadini hanno affrontato la pandemia e le proteste contro la polizia. La nuova iniziativa fa parte di un progetto molto articolato battezzato appunto, “New York Responds”, che include vere e proprie testimonianze. Dal primo agosto, il Museo ha svelato la prima fase di una installazione composta da immagini di tanti artisti che hanno immortalato questo difficile momento, anche per ottenere una proiezione di ciò che sarà il futuro. Tra loro anche Francesca Magnani, collaboratrice de “La Voce di New York”, a NYC da 20 anni, che immortala nelle sue foto attimi di vita metropolitana durante il periodo più minaccioso degli ultimi anni”. Inizia così l’intervista di Manuela Caracciolo alla fotografa Padovana Francesca Magnani per “La Voce di New York”, quotidiano italiano online attivo nella città degli Stati Uniti.
“L’esposizione è allestita sulla terrazza dove saranno raccolte fotografie e elementi grafici, inviati al Museo con l’hashtag #CovidStoriesNYC e #ActivistNY e vuole essere un input per i new yorchesi affinchè continuino a condividere testimonianze ed esperienze in questi tempi di inevitabile cambiamento.
D. Come è nato il progetto?
R.
 Il progetto è nato su Instagram quando i curatori del Museum of the City of New York hanno ideato un hashtag #covidstories con cui i fotografi che uscivano a scattare durante la pandemia potevano contrassegnare immagini del momento. Hanno ricevuto migliaia di immagini e la mostra sarà sempre aggiornata, per cui ci sarà un continuo ricambio di immagini. I primi tredici, comunque siamo noi!
D. Cosa significa per te come artista?
R.
 Per me ha un grande significato sia perché questo museo è una vera e propria istituzione cittadina, sia perché è la prima mostra di questo tipo che viene inaugurata, e sia personalmente per il formato scelto. Il fatto che le foto siano attaccate ai muri, ma all’esterno anziché all’interno crea quell’interazione tra immagine e strada che io prediligo e che già in una certa misura avevo sperimentato in altre mostre, sia a New York con la mostra Gente del ferry che ebbe luogo in dei container all’aperto, parte di Photoville che a Padova, in cui esposi le immagini di Qui. Street stories tra Padova e New York in una galleria col muro di vetro, la Galleria Samonà che guarda su una delle vie pedonali più battute del centro, via Roma. Il fatto che l’energia multiforme della strada possa dialogare con l’opera e che questa non sia chiusa in una galleria per me è senza prezzo.
D. Quanti siete e chi a partecipare?
R. 
Insieme a me, in questa prima ondata gli artisti scelti sono tredici, di varia provenienza: Clayton Benskin, Ximena Echague, Milo Hess, Juliana E Muchinyi, Accra Shepp, Francisco Vasquez, Kenneth Nelson, Valerie Caro, Gene Gutenberg, Enrique Garcia, Darnell Thompson, Nina Drapacz.
D. Cosa hai intenzione di trasmettere con la tua opera?
R. Io ho sempre voluto mostrare quali, tra le cose che avvengono realmente in strada, in questo caso le soluzioni creative e credo tipicamente newyorkesi che i cittadini hanno trovato per affrontare le pandemia, possano avere un’eco più grande e forse bellezza e potenzialità di dare ispirazione: in questo caso l’immagine ritrae un parrucchiere, Antony Payne, che rimasto senza hair salon si è inventato di mettersi a tagliare i capelli nei pressi del ponte di Williamsburg, uno dei posti per me più significativi e belli della città su cui ho anche fatto una mostra in passato.
D. Cosa sta cambiando nel mondo dell’arte durante la pandemia e cosa sarà diverso?
R. 
Beh, per ora i musei e le gallerie qui restano chiusi ed è difficile prevedere come si evolverà la situazione. Di sicuro molto si sposterà su piattaforme online virtuali. Forse, la “soluzione esterna” di cui parlavo prima e che questo museo ha inaugurato sarà adottata anche da altri, e vedremo su molti più muri esterni opere d’arte per cui in passato si sarebbe pagato il biglietto. Questo approccio così democratico credo avvicini il pubblico all’opera e credo che una foto si arricchisca enormemente con il passaggio e la sovrapposizione di storie che solo la strada può dare”.

da “La Voce di New York”




“Tac! C’é la piccola Callas”. La magía newyorkese del Café-Opera compie 25 anni

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2taci“Leopoldo Mucci è il fondatore “missionario” di Taci, il caffè newyorchese che questo 25 luglio ha compiuto 25 anni di attività. Un luogo magico, dove generazioni di giovani cantanti d’opera si sono esibiti per la prima volta davanti ad un pubblico per riceverne l’applauso. Pubblico variegato, dai newyorker a quello arrivato apposta da qualche angolo del mondo per ascoltare l’incanto che avveniva tutti i venerdì e sabato sera al Taci”. Ad intervistare Mucci è stato Stefano Vaccara direttore de “La voce di New York”.
“Leopoldo è un nostro caro amico, chi scrive queste righe fu l’autore del primo articolo uscito in italiano sul Taci (era il 1997 e che vi ripresentiamo più sotto). Già allora chiamammo il ristoratore di origini modenesi “Leopoldo il Magnifico”.
Il primo caffé Taci opera nights avvenne venticinque anni fa nel locale su Broadway e 110 street, nella Upper West Side, a due passi dalla Columbia University. Negli anni poi cambiò il luogo (prima Downtown, nel West Village a due passi da Washington Square e la NYU, per poi risalire su Midtown, al 22 East 54 e anche di nuovo uptown, da Serafina sulla 105 St and Broadway). Abbiamo fatto delle domande a Leopoldo Mucci alla vigilia del grande anniversario del Taci che si può seguire da domani on line nella pagina FB del caffè.

D. Come ti venne l’idea?
R. Comincio nel 1995, quando un mio amico mi chiese se volevo diventare partner in un nuovo ristorante a Manhattan. Accettai ad una condizione: io sono appassionato di opera lirica e avevo in mente un’idea. Accettò. Comprai subito un pianoforte, trovai i cantanti (la prima Noelle Barbera che chiamai subito Piccola Callas) la pianista russa Iya Fetova e così con bella sorpresa dei clienti cantammo tutta la notte con soprano tenore e baritono! Quella fu la prima Taci Opera night, era il 25 luglio 1995!
D. Quali sono le tre serate al Taci che ricordi in questi 25 anni di più e perchè? E la persona che in tutti questi anni ti ricorda più lo spirito del Taci?
R. Durante questi anni ci sono alcune notti da ricordare. Nel ‘97 la visita improvvisa della leggenda dell’opera, il maestro Franco Corelli. Una trentina di cantanti dei tre conservatori di New York City arrivarono per salutare il grande tenore. Un’altra volta fu la visita di Andrea Bocelli, con il suo seguito e la TV italiana. Bocelli cantò tutta la sera e tre giorni dopo invitò uno dei miei cantanti a cantare in TV in Italia, M. Kavaluna andò per una settimana. Altra notte speciale quando venne a celebrare il suo compleanno la Signora Matilda Cuomo con il gruppo del Lions Club: la first lady volle cantare con noi la famosa canzone ‘Vivere’ (1938 ) fu una bellissima festa! Dopo quella sera Matilda Cuomo venne altre volte.
D. La pandemia da Covid-19: cosa comporta per Taci?
R. Naturalmente la pandemia ci ha forzato a chiudere. Come sappiamo una tragedia mondiale per tutti e il mondo della musica.
D. New York: si sarebbe potuto fare Taci in un’altra città?
R. Certo, New York è l’ideale per un posto come Taci così pieno di amanti dell’Opera e di turisti europei molti dei quali sono fanatici dell’Opera!
D. Se trovassi dietro al pianoforte di Taci la lampada di Aladino e ne uscisse il genio con un desiderio da esprimere… quale sarebbe?
R. Il mio desiderio che Taci potesse continuare anche dopo di me, senza essere dipendente dal “Missionario dell’Opera” come qualcuno mi ha chiamato. Per il bene dei giovani cantanti appena fuori dal conservatorio alle prime armi e per la gioia degli spettatori! Happy Anniversary a tutti!”.

da “La voce di New York”




Il vino italiano negli States: il mercato dopo la pandemia

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bottiglievinoscaffale“A distanza di mesi ormai dall’emergenza Coronavirus, in Italia ma anche negli Stati Uniti, ci siamo chiesti cosa ne sarà nei prossimi tempi delle vendite di vino italiano in America, realtà che rappresenta il primo mercato estero per la vendita dei prodotti dell’enogastronomia nostrana. I dubbi sono ancora molti. Il peggio è già arrivato oppure deve ancora venire? Quali sono le grandi novità che sono state introdotte e come sta reagendo l’Italia? Queste e molte altre sono le domande che ci siamo posti nei mesi scorsi e che in questo clima di incertezza continuiamo ancora a porci. Sappiamo cosa è accaduto ma non sappiamo cosa accadrà nel futuro immediato che si sta rivelando molto difficile da prevedere”. Così scrive Gaia Mariani su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.
““Per fortuna, il consumo di vino anche durante la fase più intesa della pandemia e nei mesi successivi è rimasto buono ma il modo di consumo è certamente cambiato, soprattutto nel comparto legato alla ristorazione che è uno dei settori per cui la ripresa si prospetta più lenta e complessa”, ha dichiarato Matteo Ascheri, presidente del Consorzio di Tutela Barolo e Barbaresco.
Tara Empson, amministratore delegato di Empson&Co., ha detto: “è stato un anno difficile, il Paese era in subbuglio e c’è stato tanto da imparare e da adeguare diversamente dal passato. Nella ristorazione alcuni non riescono ancora a riaprire nell’immediato, forse a settembre. È difficile da prevedere ma la ripresa si prospetta ancora lenta”.
Il futuro ancora spaventa. È indubbio però lo slancio in avanti che sta caratterizzando questo momento.
Infatti, sono nati nuovi canali online e nuove strategie di vendita che altrimenti avrebbero previsto tempi più lunghi per vedersi realizzare.
Ma le importazioni in America sono ancora ferme? E come è cambiato il modo di vendita negli States?
Nunzio Castaldo, presidente della Panebianco Wines Import, ha detto: “stiamo affrontando una sfida importante come importatori e distributori, senza un aiuto diventa difficile la diffusione delle piccole eccellenze della nuova enologia italiana. C’è necessità di compattezza anche con i Consorzi che sono fondamentali. Stiamo lavorando ancora con leggi americane antichissime che almeno, grazie a questa situazione, stanno cambiando e per questo sono ottimista”.
Aggiunge Fabrizio Bindocci del Consorzio del vino Brunello di Montalcino: “il 2020 è stato un anno che era nato all’insegna di un grande ottimismo, in Toscana c’erano già nuovi ordini e poi siamo stati travolti da questa disgrazia. La questione dei dazi, inaspettatamente, è stata una fortuna perché si sono incrementate le vendite a fine anno per paura di vedere i prezzi alzarsi nei mesi successivi. Adesso più che mai bisogna fare squadra”.
A New York molte attività sono ancora chiuse mentre a Los Angeles stanno chiudendo di nuovo e c’è preoccupazione, ma grazie all’E-commerce il mercato americano rimane ancora il nostro mercato di riferimento. Per fortuna, la west a la east coast americana stanno reagendo bene.
Gino Colangelo, presidente di Colangelo&Partners: “le due coste non stanno reagendo in maniera molto differente. Credo che l’importante per gli italiani sia continuare ad educare il consumatore anche in questo momento perchè in America continuano a comprare vino italiano ma comprano ciò che conoscono già, in questo periodo non c’è possibilità di sperimentare nuovi vini”.
Per questo motivo ora le piccole denominazioni per sopravvivere devono abbracciare le denominazioni più grandi e tentare di penetrare negli States insieme a loro altrimenti potrebbero rischiare di rimanere fuori da un mercato così importante.
È questo il momento di tenere duro e di sfruttare i fondi che sono stati messi a disposizione dall’OCM a sostegno del settore vitivinicolo. Un appello però si rivolge alla burocrazia.
“Bisogna sfoltire le pratiche e consentire un facile accesso ai fondi in velocità e senza impedimenti” le parole di Silvana Ballotta che si occupa di business strategies.
Tra le nuove realtà del brand Italia che si sono affacciate al mercato americano e si sono scontrate con queste circostanze ci sono i vini della DOC Etna che si stanno affermando negli Stati Uniti e portano alto l’onore dei vini del sud Italia.
Antonio Benanti, presidente del Consorzio di Tutela dei vini Etna Doc, ha detto che anche in Sicilia per il momento le vendite si confermano in positivo e le loro cantine continuano a sostenere la domanda.
Un ottimo risultato per la Regione che entra in questa fetta di mercato ma che più di prima dovrà continuare ad investire sul territorio e sulla promozione dei vini siciliani.
Anche le vendite online stanno cambiando tantissimo, ormai la strada del web è diventata un passaggio obbligato.
C’è stato un boom di aziende che sono piombate con i loro negozi su internet, alcune di queste colte impreparate, ed è nato un nuovo pubblico di millennials che comprano e si informano molto di più online rispetto che all’interno di enoteche fisiche.
Ed è proprio grazie a questi giovani appassionati che è stata messa in risalto anche la grande competizione che c’è nel settore vitivinicolo mondiale.
Anche se i vini californiani, ma anche australiani, neozelandesi o cileni si stanno affermando nel mercato statunitense, l’Italia, che a differenza di queste nuove realtà ha una storia centenaria nella produzione di vino, resta ancora regina assoluta del trend messa alla prova solo dai cugini francesi.
La nostra Italia è affascinante e ce ne rendiamo conto ancor di più quando usciamo fuori dai nostri confini, dove questo territorio viene considerato come un posto unico al mondo. Terra del buon cibo, vino e di bellezze senza tempo con panorami mozzafiato, capace di entrare nel cuore del turista che rimarrà sempre legato alla gentilezza della nostra terra.
Per questo motivo anche il turismo gioca la sua parte nella vendita dei vini italiani all’estero, soprattutto in America, dal momento che circa 5 milioni di visitatori che arrivano ogni anno in Italia provengono dagli Stati Uniti.
La chiave quindi è imparare a trasformare le difficoltà in opportunità e quello che è certo è che bisogna continuare a fare squadra. C’è bisogno di maggiore stabilità, in Italia ma anche negli Stati Uniti e quello che ci auguriamo, oltre ad una veloce ripresa, è che il prossimo governo americano voglia impegnarsi a sostenere il legame dei nostri mercati, come e più di prima”.

da “La Voce di New York”




Tra Canada e Italia in cerca del miglior atterraggio!

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28oneill“Contrariamente a quanto possa far pensare il nome, la Mecaer Aviation Group (Mecaer deriva dalla contrazione delle parole “Meccanica” ed “aeronautica”) è un’azienda italianissima che ha varie ramificazioni nel mondo tra cui quella canadese di Laval. A capo dell’azienda, anche in qualità di direttore operativo della filiale canadese, la Mecaer America, c’è Christopher O’Neill, montrelaese di nascita, irlandese d’origine e italiano d’adozione”. Ad intervistarlo è stato Fabrizio Intravaia per il “Corriere italiano” che dirige a Montreal.
“Cresciuto tra gli italiani di LaSalle e Ville-Émard, l’Italia è sempre stata nel suo destino: ha sposato una donna d’origine italiana (di Galluccio, in provincia di Caserta), parla molto bene la nostra lingua, lui e la sua famiglia hanno la cittadinanza italiana e dirige una grande azienda dividendosi tra i due paesi: due settimane a Laval e due settimane a Borgomaneo, in provincia di Novara, dove si trova la casa madre.
“Abbiamo 4 aziende principali. Le prime due – spiega il direttore – sono quelle di Laval, e di Borgomanero, ovvero la divisione chiamata “Aircraft Systems”. Quella di Laval è specializzata, in particolare, nella progettazione, produzione e qualificazione di sistemi integrati per carrelli di atterraggio, mentre quella di Borgomanero è più orientata verso la produzione di sistemi per il controllo di volo degli elicotteri, come leve di comando, pedali, cremagliere e altro. Ma le due aziende sono molto integrate tra loro e spesso si scambiano le parti e le produzioni”.
Un impiegato al lavoro sulla catena di montaggio
Le altre due filiali, una nelle Marche, a Monteprandone, vicino Ascoli Piceno, e l’altra a Filadelfia, negli Stati Uniti, costituiscono la cosiddetta divisione “Aircraft Services” che si occupa piuttosto della manutenzione degli elicotteri ma anche dell’allestimento di alcune loro parti con interni di carattere “Super-VIP”: sedili, tavoli, perfino una doccia, cosa che sicuramente nessuno fa al mondo. In questo – precisa O’Neill – gli italiani, avendo una cultura della concezione e un senso estetico molto più avanzato di altri paesi, sono dei maestri. Collegato a questi due stabilimenti c’è anche un piccolo studio di progettazione a Roma.
Abbiamo, in totale, circa 500 impiegati: 150 a Laval, 250 a Borgomanero e un centinaio nelle altre due sedi. Qui a Laval – aggiunge – abbiamo un centinaio di ingegneri, si tratta di una manodopera altamente specializzata.
I nostri clienti? In Italia – risponde il direttore – soprattutto la “Leonardo”, società italiana attiva nei settori della difesa, aerospazio e sicurezza. Qui in Canada soprattutto la “Collins Aerospace”, la ex Goodrich, su licenza della quale facciamo i carrelli di atterraggio per gli aerei privati Gulfstream, i più belli e costosi del mondo”.
La pandemia
O’Neill, dunque, si divide tra Laval e Borgomanero e tra Varese e Beaconsfield, dove risiede. “È una vita un po’ schizofrenica – confessa sorridendo – ma ci sono abituato, anche se la pandemia ha un po’ scombussolato il “modus operandi” di questi ultimi tempi”.
“Ero in Italia – spiega – quando tutto è cominciato e quando, ad inizio febbraio, sono state prese le prime misure di confinamento per la zona di Lodi. Non abbiamo perso tempo. Sapendo che ben presto sarebbe arrivato anche il “resto”, abbiamo pianificato immediatamente tutte le misure necessarie all’interno delle nostre aziende, sia quelle italiane che quelle fuori dell’Italia, installando anche dei lettori ad infrarossi per la temperatura e preparando i protocolli necessari per questa o quella situazione.
La Mecaer è specializzata nella progettazione e fabbricazione di carrelli di atterraggio per aerei ed elicotteri
Non solo, abbiamo comprato in un sol colpo ben 55 computer portatili perché pensavamo che anche con il lockdown i nostri dipendenti avrebbero potuto continuare a lavorare. Abbiamo comprato e distribuito, non solo ai nostri dipendenti ma anche a chi ne avesse una stretta necessità, le mascherine. Per questo siamo diventati un modello per gli altri ed onestamente sono super orgoglioso del risultato ottenuto nei due Paesi. Nessun contagio e mantenimento di tutte le nostre attività anche perché considerati come industria “essenziale”. Basti pensare all’importanza degli elicotteri e degli aerei nel trasporto dei malati e del materiale sanitario. In questa lotta contro la pandemia, e nel nostro caso specifico, l’Italia ha aiutato il Canada e viceversa”.
“Pazzo” ma lungimirante
“Quando sono tornato qua – prosegue – alcuni mi hanno preso per pazzo per tutte queste misure. I canadesi pensavano che gli italiani esagerassero o che fossero i soliti “casinari” poco preparati. Io ho apprezzato molto l’approccio degli italiani. L’Italia ha fatto il sacrificio per tutto il resto del mondo. È stato il primo paese occidentale a prendere la strada delle chiusure, ha messo in atto regole e discipline che gli altri non hanno avuto il coraggio di porre in essere e questo alla fine ha pagato ed ha costituito un esempio per tutti. Grazie a tali misure severe non abbiamo perso una giornata di lavoro e i nostri impiegati, pur se all’inizio un po’ spaventati, non sono stati contagiati”.
“La Mecaer – aggiunge orgoglioso il suo direttore – è un’azienda in cui Italia e Canada sono perfettamente integrate. Non è un caso che spesso, e lo facciamo molto volentieri, siamo sponsor dei principali avvenimenti che si svolgono nella comunità italiana come, ad esempio, le varie edizioni della Festa della Repubblica. Continueremo ad essere presenti e a lavorare insieme”. Parola di Mecaer!”

da “Il Corriere Italiano”




“Gli Cumbare”, la serie tv on line che parla italiano a Montreal

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27glicumbare“Portare avanti la tradizione italiana in tutte le sue sfaccettature e sempre con il sorriso sulle labbra: perché essere italiani, soprattutto all’estero, significa anche saper sorridere e far sorridere. È questa, in estrema sintesi, la filosofia che anima il gruppo “Gli Cumbare”, nato da un’idea dell’attrice, sceneggiatrice e regista Lisa Maria Occhionero, italo-canadese che vive a Montreal, in Quebec”. Ce ne parla Marzio Pelu in un articolo pubblicato sulla versione on line del Corriere Canadese, diretto da Francesco Veronesi a Toronto.
“Madre calabrese (di Cosenza), padre molisano (di Portocannone, Campobasso): le radici di Lisa Maria affondano nel Belpaese ed emergono nella fiction che da più di un anno “Gli Cumbare” producono e mandano in onda sul loro canale Youtube e sui principali social network. Una vera e propria serie-tv, on line, interamente prodotta da italiani e/o italo-canadesi che vivono a Montreal e dintorni.
Negli episodi, che sono già alla seconda stagione e hanno centinaia di visualizzazioni, gli interpreti raccontano di un’Italia che “resiste” in terra straniera con la scanzonata simpatia che solo il Dna tricolore può vantare. Tutto, in ogni puntata, richiama al Belpaese, dalle situazioni familiari tipicamente italiane ai luoghi scelti per girare: spesso il set è un locale italiano a Montreal come il ristorante “Panzzerotti” o la pasticceria “La Conca d’Oro”. E la lingua usata nei dialoghi è quello speciale mix fra inglese e dialetto del paese d’origine che gli italo-canadesi utilizzano fra loro qui in Canada.
La serie “Gli Cumbare” è dunque un perfetto specchio dell’italianità canadese. Estremamente interessante. E per saperne di più, abbiamo contattato Lisa Maria Occhionero.
D. Lisa, com’è nata l’idea della serie-tv?
R. Lo spettacolo ha iniziato a prendere forma nella primavera del 2019, quando ho avuto l’intuizione di far interagire fra loro, davanti ad una telecamera, familiari e amici italiani in situazioni comiche.
D. E cosa l’ha spinta a girare i primi episodi?
R. Il desiderio di riportare alla luce la nostra eredità italiana, nella speranza di far rivivere quelle tradizioni e trasmetterle alle nuove generazioni italo-canadesi.
D. Quanti ne avete girati finora?
R. Abbiamo già realizzato nove episodi. La prima stagione si è conclusa, adesso stiamo lavorando alla seconda e siamo nella fase di produzione dell’episodio 6.
D. In che modo li realizzate?
R. Siamo una squadra. È molto importante che venga sottolineato perché “Gli Cumbare” è innanzitutto un gruppo fantastico. Siamo tutti amici e leali gli uni agli altri, il che rende questo spettacolo qualcosa di meraviglioso.
D. Qual è il format seguito?
R. La protagonista è Marilisa, il personaggio interpretato da me. Le storie in genere ruotano intorno a lei, ma da quando abbiamo avviato una collaborazione con il regista, attore e produttore musicale Stefano Vani, la nostra serie ha iniziato a focalizzarsi su ogni personaggio, che viene maggiormente sviluppato. Stiamo crescendo molto, episodio dopo episodio. E questo ci riempie di soddisfazione.
Ma vediamo il cast, oltre a Lisa Maria Occhionero. Stefano Vani, attore e musicista, co-sceneggiatore e regista, vive a Laval (Quebec): padre romano, madre salernitana (di Battipaglia). Lia Gentile, attrice, originaria di Cattolica Eraclea (Agrigento, Sicilia), vive a Montreal. Sara Sabatini, attrice/animatrice, vive a Montreal: la madre è calabrese, il padre molisano (di Larino, Campobasso). Francesca Occhionero, attrice, è la figlia di Lisa Maria e vive a Montreal. Luigi Portaro, attore e social media manager, vive a Montreal: entrambi i genitori sono calabresi (di Catanzaro). Tony Riccio, attore, vive a Montreal: la madre e di Termini Imerese (Palermo), il padre di Torino.
Gli episodi possono essere visti liberamente sui canali YouTube “Gli Cumbare” e “2 Vue Production” ma sono disponibili su tutte le piattaforme social come Instagram, Twitter e Facebook: per trovarli sui vari social network, è sufficiente cercare “Gli Cumbare”. E buona visione!”

da “Il Corriere Canadese”




La qualitá per rilanciare la moda italo-canadese

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22cittadinosss“Un documentario di un’ora che racconta la parabola dell’industria tessile a Montréal, una tradizione tutta Italo-Canadese in declino dopo l’avvento della globalizzazione e della delocalizzazione dei processi di produzione: è “Tendenza – La modernizzazione dell’industria tessile Italo-Canadese”, una produzione originale di TLN Media Group e della Rebellion Films di Anthony Sarracco, in uscita in Québec venerdì 24 luglio in tutti i cinema Guzzo”. Ne scrive Vittorio Giordano che ha intervistato il direttore di produzione TLN Antonio Giorgi e il regista Anthony Sarracco per il “Cittadino canadese”, settimanale di Montreal di cui è caporedattore.
“Dopo la cancellazione del Festival di Cannes 2020, dove era prevista la sua proiezione, il documentario sarà trasmesso in autunno anche su TLN e Mediaset Italia (ecco il trailer ufficiale: https:// vimeo.com/393754900).
C’è stato un tempo in cui l’etichetta con su scritto “Made in Italy” era garanzia di qualità, mani esperte e materiali pregiati. Oggi, con la modernizzazione del mercato globale e le imitazioni cinesi, questo ‘timbro’ ha perso un po’ del suo valore. Nella storia, qualcosa di simile era già successo, quando nel XVII secolo la ‘haute couture’ francese surclassò completamente l’industria italiana della moda, che non si riprese fino alla metà del Novecento. Il pericolo, oggi, è che la storia possa ripetersi e che molti designer incontrino difficoltà ad adattarsi. “Tendenza” esplora questo cambiamento, partendo dal punto di vista di alcuni tra i più noti designer Italo-Canadesi: il gigante dei jeans Salvatore Parasuco, il re dell’abbigliamento napoletano Carmine Lauro e il realizzatore di abiti su misura Denis Limonsani di ‘Bosco Uomo’.
Oggi ogni designer deve reinventare il proprio mestiere per preservare la propria specificità. “Tendenza” ci rivela come questi creativi si stanno adattando a nuove condizioni di produzione e ad un mercato sempre più globalizzato e, per questo, in continua evoluzione.
Ne abbiamo parlato per telefono con il direttore di produzione TLN Antonio Giorgi e con il regista Anthony Sarracco.
“Innanzitutto – ci ha detto Giorgi – per noi è stato un motivo di grande orgoglio produrre questo documentario: soltanto un gruppo come il nostro, che opera in Canada dal 1984 come tv multiculturale, poteva scovare una storia così speciale legata alle Comunità. E questa è una storia che merita di essere raccontata, perché Italo-Canadese e legata alla città di Montréal. Basti pensare che Montréal, fino agli anni ‘70, contava almeno 150 mila addetti nel settore, tanto da essere considerata la capitale della moda in Canada. Oggi, invece, non arriviamo nemmeno a 15 mila impiegati. Una involuzione legata all’avvento della Cina sui mercati internazionali. Mentre fino agli anni ’90, per esempio, Parasuco ha esercitato una leadership a livello mondiale: i Backstreet Boys indossavano i suoi jeans e agli eventi “Pitti Uomo”, a Firenze, sfilava insieme a stilisti come Cavalli. Poi sono cambiate le cose: è arrivata la Cina e si è cominciato a produrre lontano dal Canada, ma anche dall’Italia. Siamo andati a Napoli e a Firenze per capire come è cambiato il Made in Italy. Il documentario vuole capire se lo stile italiano, o ispirato alla cultura italiana, è ancora vivo, o se la quantità è destinata a prevalere sulla qualità. È questa la domanda decisiva. E proprio puntare sulla qualità potrebbe essere la ricetta per sopravvivere in un mercato sempre più dominato da una produzione di massa a basso costo. La sfida, quindi, è rilanciare il settore puntando sulla qualità e sulla creatività. Come ha fatto Parasuco, che da diversi anni opera soltanto sul web: dopo aver inventato il jeans elasticizzato nel 1975 e il jeans con l’effetto lavato nel 1976, ora ha inventato il marketing virtuale, anticipando ancora una volta i tempi. Possiamo tornare ai fasti di un tempo, quindi, con un diverso marketing ed un approccio personalizzato alla clientela, con la qualità dei materiali e la creatività come valori aggiunti. Come ancora avviene nei laboratori artigianali di Napoli e Firenze – ha concluso Giorgi – la piccola realtà di qualità può fare ancora la differenza. E sono sicuro che anche a Montréal esistono piccole realtà di questo tipo”.
Il regista ciociaro-quebecchese Anthony Sarracco (padre di Benevento, mamma di Cassino), da 11 anni guida ‘Rebellions Films’ e da 7 collabora con TLN.
“Ho condiviso fin da subito l’ennesima iniziativa di TLN di preservare il patrimonio Italo-Canadese. Insieme abbiamo già realizzato documentari sull’immigrazione del dopoguerra: “Montecassino: The Indestructible Abbey”, “Ortona: The Canadian Stalingrad” e “San Pietro Infine”. Oltre a “Malocchio Moderno”, attualmente in produzione. Conosco tante persone che lavoravano nel settore tessile, la mia stessa famiglia lavorava sulla rue Chabanel, a Montréal. Ed oggi è quasi tutto scomparso a causa della globalizzazione e della digitalizzazione. Abbiamo intervistato alcuni protagonisti come Salvatore Parasuco e Carmine Lauro: il primo ha deciso di trasferirsi completamente sul web, puntando sugli influencers su Instagram; il secondo offre prodotti esclusivi Made in Italy nella Piccola Italia. Siamo partiti dalle loro storie per raccontare quella di tutto il comparto tessile a Montréal. Insieme al mio partner Michael Franceschini, nel maggio dell’anno scorso siamo andati a Napoli con Lauro, che ci ha portati al centro e nei laboratori tessili da cui lui riceve i capi che poi rivende a Montréal.
Con Parasuco, invece, siamo stati a Firenze e ad Empoli, per incontrare i designers che lo riforniscono. Se nei decenni scorsi erano gli italiani a produrre qui in Canada, adesso bisogna andare letteralmente in Italia per trovare il Made in Italy autentico e originale. Ma anche qui abbiamo perso quelle ‘mani magiche’ che sapevano usare le macchine da cucire e maneggiare sapientemente i tessuti. A Napoli, come a Montréal, i nostri figli e nipoti hanno scelto altre professioni. Il mestiere di sarto è rimasto quasi un lavoro di una generazione povera. A prendere il nostro posto sono stati i cinesi e gli indiani. E lo vediamo a Napoli, dove intere aziende hanno dipendenti cinesi. L’unico modo per competere con la Cina è produrre in Albania, Bangladesh e nella stessa Cina, dove il costo della manodopera è irrisorio. A meno che non intervenga la Comunità internazionale, imponendo delle regole per ridare impulso alla produzione locale, preservando così la specificità della nostra cultura e della nostra tradizione. In Italia, in Canada, come nel resto del mondo””.




Il venezuelano necessita 11,5 salari minimi per comprare 8 alimenti

22voceditalia

22voceditalia“I venezuelani hanno bisogno tra i 3,2 e i 4,6 milioni di bolívares (da 8 a 11,5 salari minimi) per comprare un cestino di alimenti basici che includa un chilo di carne, pollo, farina di mais, riso, pasta, formaggio bianco, olio e uova, per il consumo per una persona per una settimana. Hanno affermato così i deputati dell’Assemblea Nazionale del partito politico “Primero Justicia”, che hanno realizzato un sondaggio di prezzi negli Stati Bolívar, Trujillo, Distretto Capital, Carabobo, Monagas, Táchira, Nueva Esparta y Barinas. Dalla lista, la carne di manzo, il pollo e il formaggio risultano essere i prodotti più cari. L’aggiornamento del 20 luglio 2020 indica che il prezzo totale del cesto equivale tra i 14 e i 18 dollari, mentre il salario minimo è intorno ai 2 dollari al mese”. Così scrive La Voce d’Italia, quotidiano online operante in Venezuela diretto da Mauro Bafile.
“Nello Stato di Nueva Esparta si registrato prezzi più alti del sondaggio: si ha bisogno di 4,6 milioni di bolívares ($19,29) per acquisire la cesta alimentare che arriva giusto a sei chili di cibarie, un litro di olio e un cartone di uova.
Specificamente, il prezzo della carne di manzo ha oltrepassato il milione di bolívares a Carabobo, mentre nel resto degli Stati non scende dai 700.000 bolívares: Trujillo (Bs. 740.000), Bolívar (Bs. 990.000), Monagas (Bs. 800.000), Barinas (Bs. 780.0000) y Caracas (Bs. 860.000).
I prezzi raccolti nei mercati pubblici e privati sono referenziali, pero dimostrano che il potere d’acquisto del salario minimo in Venezuela resta insignificante rispetto alle priorità della popolazione: con i suoi 400.000 bolívares al mese si riesce a comperare solo il 9% del cesto alimentare a Caracas, la capitale del paese.
Al sud del paese, d’altro canto, a Bolívar, (la frontiera con il Brasile), il cesto di 8 alimenti costa 3.790.000 e a Táchira, frontiera con la Colombia, costa 3.467.000 bolívares ($14,48).
Questi sono segnali che la situazione economica in Venezuela è critica e che la popolazione si trova sempre più indifesa: tra il 2013 e il 2020 si è registrata una caduta dell’86% delle attività economiche, secondo quanto riportato dal deputato dell’Assemblea Nazionale ed economista Ángel Alvarado.
Solo nel 2020, l’inflazione accumulata ha chiuso con il 208,57% alla fine del semestre, secondo dati del Parlamento.
Il 90% delle famiglie non mangiano tre volte al giorno
Humberto Prado, commissario per i Diritti Umani designato dall’Assemblea Nazionale, ha assicurato che il 90% delle famiglie venezuelane non mangiano tre volte al giorno per mancanza di potere d’acquisto.
“Il 90% dei nuclei famigliari in Venezuela non ha il potere d’acquisto per alimentarsi adeguatamente tre volte al giorno. Esiste una raccolta organizzata da diverse organizzazioni nazionali e internazionali di DDHH, così come del CIDH, e il sistema universale dei DDHH. L’informativa che abbiamo presentato vanta un’introduzione generale, quattro capitali, che d’accordo alle aree deve comprendere l’intero sistema interamericano e universale, i diritti civili e politici, diritti economici, sociali, culturali, ambientali e in più di qualche gruppo vulnerabile”, ha affermato il Commissario”.

da “La Voce d’Italia”




Dagli States all’Italia. Storia di un viaggio “sulla fiducia” al tempo del Coronavirus

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20vocepi“Il primo uomo capace di attraversare l’Atlantico, in quel famoso autunno del 1492, è passato alla storia. Di questi tempi, le sue statue vivono un momento burrascoso, ma la grandiosità di quell’impresa rimane comunque una pietra inscalfibile nella memoria collettiva. Oggi, la traversata oceanica è senza dubbio più agevole. Basta salire su un aereo, sedersi al proprio posto e guardare un paio di film. Nulla di più semplice. Ma cosa succede, invece, nelle tappe di questo percorso, quando a sconvolgere la quiete internazionale arriva un’inaspettata pandemia?”. A scriverne è Nicola Corradi che su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara, racconta il viaggio di uno studente italiano negli Usa che ha deciso di tornare in Italia.
“Roberto è un giovane studente italiano che, da due anni, frequenta un’importante accademia di sceneggiatura situata nel cuore pulsante di Chicago. Nato e cresciuto in una piccola città dell’Emilia, nel 2018 si trasferisce negli States per inseguire il suo sogno: farsi strada nell’intricato mondo del cinema americano. L’aria fredda dell’Illinois lo fa sentire a casa e, fino al Natale del 2019, ogni cinque mesi torna con una valigia colma di storie da raccontare.
Lo scorso febbraio, però, accade qualcosa di insolito. Dai genitori e dagli amici rimasti in Italia, Roberto inizia a sentir parlare di coronavirus. Nulla di preoccupante. In quei giorni è ancora un’influenza asiatica che, a detta di esperti e virologi, non attaccherà in modo aggressivo lo stivale.
Invece passano le settimane, e quella che in principio sembrava soltanto una minaccia lontana, si abbatte con forza prima sull’Europa e poi sugli USA.
A Roberto vengono concessi un paio di giorni per fare i bagagli e lasciare l’America, ma lui sceglie di restare. Vive così l’intero lockdown lontano dalla famiglia, contando sulla compagnia di un coinquilino e su una buona connessione Internet con la quale riesce a seguire le lezioni online e a parlare con l’Italia.
Poi, quando finalmente arriva il caldo di luglio, per Roberto è il momento di tornare.
Arrivato all’aeroporto di Chicago, la situazione sembra serena. I viaggiatori ci sono, ma l’affluenza è minore rispetto al solito. I controlli procedono tranquilli, le persone cooperano e le file scorrono veloci. “Gli addetti alla sicurezza – racconta Roberto – provano a far mantenere le distanze, ma non è sempre facile rispettare tutte le norme previste dal governo”.
Arrivato al controllo passaporti, la prima novità. A Roberto non viene più chiesto, come in passato, di esibire la carta d’imbarco e il documento. Questa volta, gli viene soltanto scattata una foto e il riconoscimento avviene attraverso un sistema presente nel computer degli addetti ai lavori.
Terminati i passaggi preliminari, Roberto sale sull’aereo. “I posti erano distanziati – prosegue –, soltanto i nuclei familiari sedevano vicini. In totale, sarà stato vuoto circa un terzo del velivolo”.
Dopo sette ore e mezza di viaggio, Roberto atterra a Londra Heathrow. Due ore di scalo per mangiare e bere qualcosa, poi ancora metal detector, così come negli Stati Uniti.
Giunto al gate, però, viene fermato.
“Mi hanno dato un foglio da compilare. Ho dovuto inserire i miei dati e comunicare dove avrei fatto la quarantena. Poi, l’ho immediatamente consegnato alle hostess della British Airways”.
Dall’Inghilterra è diretto a Pisa e stavolta il volo è più popolato rispetto a quello preso a Chicago. Due ore e dieci di tratta, fino a quando il pilota non annuncio l’arrivo in Italia.
Atterrato a Pisa, viene subito mandato al controllo passaporti. Passato quello, una rapida deviazione verso il rullo sul quale scorre la sua valigia. Poi, imbocca l’uscita.
Esce dall’aeroporto e si sente libero. Rivede dopo mesi i genitori, che lo sono venuti a prendere in macchina. Mentre si dirige verso casa, però, nota un dettaglio.
“Nessuno, né a Londra né tantomeno in Italia, mi ha mai chiesto da dove venissi. Sarei potuto essere un cittadino proveniente da Pechino, Rio de Janeiro o New York e non avrebbe fatto alcuna differenza”.
Ora Roberto si trova, da quasi una settimana, nella propria casa, dove trascorre la quarantena fiduciaria che, sottolinea, “è praticamente volontaria”. Non è infatti soggetto ad alcun controllo, non ha ricevuto nessuna telefonata e non è nemmeno stato contattato via mail, dopo aver lasciato tutti i recapiti nel foglio che ha dovuto compilare a Londra.
“Credo non ci sia nessuno incaricato di assicurarsi il rispetto delle regole per chi torna dall’estero. Secondo me – dice sorridendo – quel foglio lo hanno perso”.
È questa l’esperienza diretta di chi, oggi, torna in Italia dagli Stati Uniti. Negli aeroporti i controlli sono tanti e, almeno a detto di Roberto, quasi sempre rispettati.
Per quanto riguarda la quarantena, invece, vogliamo sperare che l’impressione del nostro intervistato sia soltanto, appunto, un’impressione. Se così non fosse, sarebbe grave, perché le persone potrebbero circolare liberamente nel nostro Paese senza aver prima concluso il necessario periodo di isolamento, però lasciamo il beneficio del dubbio.
Anche se, come diceva Andreotti, “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina””

da “La Voce di New York”




Canada. Ventinove morti a Toronto, commissariata Villa Colombo

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20villacolombo“Ventinove morti, 18 anziani positivi al Covid-19 3 dei quali ricoverati in ospedale, 6 membri del personale contagiati. Non è delle migliori la situazione di Villa Colombo, che venerdì è stata commissariata dalla provincia che ha affidato temporaneamente la sua gestione all’Humber River Hospital”. Ne scrive Mariella Policheni sul “Corriere canadese”, quotidiano diretto a Toronto da Francesco Veronesi.
“Si allunga ancora l’elenco delle case di cura a lunga degenza per le quali si sta rendendo necessario l’intervento di strutture ospedaliere al fine di riuscire a debellare i focolai di coronavirus che hanno fatto finora strage di anziani.
Il premier Doug Ford ha dichiarato che farà tutto il necessario per proteggere i più vulnerabili. “Quello che stiamo cercando di fare è abbinare gli ospedali con case di cura a lunga degenza e lo stiamo facendo proprio in tutta la provincia – ha detto Ford durante – non appena vediamo che le cose non migliorano in determinate aree, non appena entrano in codice rosso interveniamo. Ma prima di farlo cerchiamo di aiutarle a passare dal codice rosso al giallo, fino al verde”.
Le case di cura a lungo termine sono state duramente colpite dalla pandemia, con i residenti nelle case dell’Ontario che rappresentano oltre il 62% dei decessi Covid-19.
Oltre a portare in molte di queste strutture personale ospedaliero il governo ha stanziato le forze armate canadesi per aiutare a fronteggiare l’emergenza dettata dal virus.
All’inizio di maggio, il governo ha emesso un ordine di emergenza che gli consente di nominare gestori temporanei in case di cura a lungo termine che non sono in grado di contenere focolai.
“Ovviamente le cose non stanno andando nel modo in cui ci aspettavamo che andassero in alcune case di cura, quindi stiamo assegnando il controllo di queste strutture ad ospedali – ha detto Ford – non esiterò a darle in mano agli ospedali allo scopo di proteggere le persone più vulnerabili che risiedono in queste case”.
“Sono fiduciosa che il talentuoso staff dell’Humber River Hospital e di Villa Colombo lavoreranno insieme per combattere il Covid-19”, ha aggiunto il ministro del Long term care dell’Ontario Merrilee Fullerton.
Mentre molte case di cura sono uscite dall’emergenza dopo mesi difficili, la situazione a Villa Colombo che si trova al 40 Playfair Avenue di North York, è ancora in fase di stallo.
Intanto nelle case di cura a lunga degenza libere dal Covid sono riprese da qualche tempo le visite dei familiari all’esterno delle strutture e da dopodomani saranno consentite anche all’interno delle case di cura: la notizia, data dal governo nei giorni scorsi è stata accolta con gioia dai familiari che dopo quattro mesi possono finalmente incontrare i propri cari.
L’importante è però farlo con grande cautela per non far scoppiare nuovi focolai di coronavirus. Proprio a tal proposito il premier Ford ha affermato che “le case di cura a lungo termine che non forniscono dispositivi di protezione individuale al proprio personale mentre si preparano a consentire ai visitatori all’interno di tali strutture dovranno affrontare le conseguenze”. I dispositivi di protezione individuale, ha detto Ford, non sono più un problema, “le carenze osservate nelle prime settimane della pandemia non esistono più e non è necessario accumulare dispositivi di protezione individuale””

da “Il Corriere Canadese”




M.I.R.E.: l’Europa alla Mastrogiacomo

foto anna mastrogiacomo

foto anna mastrogiacomoIl Movimento Italiani Residenti all’Estero (M.I.R.E.) nomina Anna Mastrogiacomo Coordinatrice per l’Europa.

C’è una realtà che spesso sfugge ai più sebbene il proprio peso, come immagine, capacità e conservazione delle tradizioni, sia molto più che consistente. Parliamo degli italiani all’estero, quei nostri connazionali che, per scelta o perché in qualche modo obbligati dalla mancanza di lavoro in Italia, vivono fuori dai confini italici in modo stabile. Spesso sono proprio loro i depositari delle più originali tradizioni popolari essendo questo uno dei pochi mezzi per sentirsi ancora parte integrante del tessuto sociale nostrano.

Sì, perché uno dei maggiori problemi è il rischio, avvertito e molte volte realistico, d’essere considerati un complemento, neanche troppo importante, da una nazione distratta da mille altre cose. Eppure gli italiani all’estero sono oltre 5.450.000, un bel numero quindi che anche politicamente ha un certo peso in quanto, al momento, consente di eleggere 18 parlamentari (12 alla Camera e 6 al Senato).

In un tale panorama vi sono diverse iniziative che puntano a coordinare e portare avanti le istanze dei nostri connazionali strutturandosi, generalmente, sotto forma di movimento con il chiaro intento di farsi portavoce delle loro esigenze e problematiche, acquisendo quindi un certo peso politico.

In questo mesi, il movimento che più appare attivo a livello planetario è il M.I.R.E. (Movimento Italiani Residenti all’Estero) il cui leader, Presidente e fondatore è Vincenzo Odoguardi, un architetto italiano, imprenditore residente in nordamerica, che ha già all’attivo esperienze diplomatiche come Console Onorario. La sua idea dichiarata è quella di fare del M.I.R.E. non solo un soggetto politico ma soprattutto “una casa aperta a tutti gli italiani all’estero”.

Un Movimento, senza scopo di lucro, che punta a rivitalizzare quanto fatto finora per i connazionali fuori dai confini, in modo da “costruire un futuro per gli italiani all’estero”. Un programma ambizioso che si sviluppa attraverso l’idea di “potenziare, aiutare e sostenere l’imprenditoria e la progettualità italiana.”

Per far questo il M.I.R.E. si sta dotando di una serie di strutture e di coordinamenti strumenti necessari per un’azione diretta e articolata. L’Europa – il continente più importante come numero di connazionali fuori Patria, parliamo di circa 3 milioni di persone – è stato affidato ad una ben nota conoscenza in fatto di istanze e problematiche degli italiani all’estero: Anna Mastrogiacomo. Un’adesione, quest’ultima, che arricchisce il M.I.R.E. anche alla luce della sua precedente, affermata, esperienza di Coordinatrice europea svolta nell’ambito di un altro Movimento analogo.

Al Cavaliere al merito della Repubblica, Anna Mastrogiacomo, che risiede in Germania da oltre 30 anni, toccherà quindi il delicato compito di strutturare un meccanismo diverso e funzionale per i nostri connazionali in Europa e, in sinergia con i vari responsabili nazionali, rendere concretamente operativa l’attività politica e rappresentativa in favore del nostro Paese e del made in Italy.

Un mandato non semplice che dovrà misurarsi giorno dopo giorno con una situazione complessa sia per quanto riguarda un’Europa che appare sempre più divisa che in relazione alla crisi pandemica.

In ogni caso l’esperienza e la caparbietà non mancano certo alla Mastrogiacomo che, dopo anni di battaglie per il tricolore nel mondo, ha accettato una nuova e più complessa sfida. Di certo una sfida da seguire con interesse per i nostri connazionali e per il nostro Paese.

da “Orizzonte39”