La fuga dei pensionati italiani all’estero (che ora sono piú dei lavoratori)

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16pensionatiIn Portogallo flat tax al 10%, mentre in Grecia la proposta è di tassare al 7% i pensionati stranieri. Com’è la situazione in Italia? Lo spiega Massimiliano Jattoni Dall’Asén nelle schede – paese preparate per il “Corriere della sera” online, che qui riportiamo.
“L’allarme l’aveva lanciato nei giorni scorsi la Cgia di Mestre. Il numero delle pensioni erogate in Italia ha superato quello degli occupati. A maggio coloro che avevano un impiego lavorativo sono scesi cioè a 22,77 milioni di unità, mentre dal 1° gennaio 2019 le pensioni erogate ammontano a 22,78 milioni.
Insomma, tenendo conto del normale flusso in uscita dal mercato del lavoro da parte di chi ha raggiunto il limite di età e l’impulso dato dall’introduzione di “quota 100”, dopo il 1° gennaio 2019 il numero delle pensioni è salito in Italia di almeno 220 mila unità. Di questi, quasi 400 mila hanno però scelto di vivere all’estero. Alcuni Paesi del sud dell’Europa si stanno muovendo per intercettare questi pensionati, dando loro in cambio forti agevolazioni fiscali.
Vediamo quali sono questi Paesi e come si comporta l’Italia.
IL PORTOGALLO: AI PENSIONATI STRANIERI IMPOSTA SECCA DEL 10%
Secondo l’Inps, di questa massa di pensionati italiani quasi 3 mila hanno scelto di trasferirsi in Portogallo. Perché? Semplicemente perché il Paese iberico aveva un programma che garantiva zero tasse per 10 anni sui redditi percepiti all’estero da parte dei residenti non regolari (che vivono in Portogallo 6 mesi e un giorno all’anno). Insomma, se ti trasferivi lì, non pagavi le tasse. È stato così fino all’ottobre scorso, quando dalle urne è uscito vincitore il partito socialista guidato da Antonio Costa che ha deciso di chiedere il conto a questi pensionati, introducendo un’imposta secca del 10% per i redditi dei “residenti non abituali” stranieri.
LA GRECIA: AI PENSIONATI STRANIERI IMPOSTA SECCA AL 7% (PROPOSTA)
Anche la Grecia ora guarda ai pensionati stranieri. Una norma inserita nella proposta di legge di bilancio presentata la settimana scorsa dal parlamento ellenico, prevede la tassazione secca al 7% dei redditi dei pensionati che trasferiranno nel paese per 10 anni la loro residenza fiscale. Il prelievo avverrà in un’unica soluzione e la scadenza per la richiesta di “trasloco fiscale” per quest’anno è prevista per il 30 settembre 2020.
D’altro canto, la Grecia aveva salassato i suoi stessi pensionati durante il salvataggio internazionale da parte dell’Ue e del Fondo monetario internazionale. Ma ora, il Consiglio di Stato ha accolto le richieste dei pensionati che avevano intentato un’azione legale per chiedere il rimborso dei tagli effettuati alle loro pensioni. Il tribunale amministrativo ha infatti stabilito che i tagli imposti durante il biennio 2015-2016 sono avvenuti senza seguire la procedura legislativa adeguata e che i soldi dovrebbero essere restituiti. Parte di quei soldi potrebbero arrivare dai nuovi pensionati stranieri.
CIPRO: NO TAX AREA
Cipro è una delle altre mete ambite dagli italiani. Il costo della vita è basso e ha il vantaggio di avere 45 trattati sulle doppie imposizioni con molti Paesi europei (Italia inclusa). La tassa sul reddito delle persone fisiche (la nostra Irpef) gode di una no tax area fino a 19.500 euro. Per un pensionato italiano che sta a Cipro, la pensione è insomma lorda sotto a questa soglia. La tesse si pagano in progressione per arrivare al 35% se si guadagnano più di 60 mila euro. In soldoni, 0% di aliquota per chi ha una pensione inferiore ai 1.500 euro; 2,5% per chi oscilla tra i 1.500 e i 2.500 euro; 3% per le pensioni tra i 2.500 e i 3.500; 3,5% per chi supera i 3.500 euro di pensione lorda mensile. L’Inps paga attualmente meno di 200 pensioni a Cipro.
MALTA: 15% DI ALIQUOTA FISSA
Malta è una destinazione ideale per le imprese online, ma anche un paio di centinaia di pensionati italiani l’hanno scelta (stando ai dati Inps) perché il sistema fiscale è molto vantaggioso. Il “Malta retirement programme” ha proprio l’obiettivo di attrarre tutti i pensionati dell’Unione europea. L’aliquota fissa è al 15% (con un minimo di 7.500 euro all’anno).
TUNISIA: TASSATO SOLO IL 20% DELLA PENSIONE
Anche la Tunisia negli anni ha tentato di attrarre i pensionati stranieri. Il sistema fiscale prevede per loro una quota di reddito non imponibile pari all’80%, dunque la tassazione si limita al restante 20%. Il capo famiglia, inoltre, può usufruire di una ulteriore detrazione. Per quanto riguarda l’imposta sul reddito delle persone fisiche, in Tunisia l’aliquota applicata va dallo 0 (fino a 1.500 euro) al 35% (sopra i 50 mila euro).
L’ITALIA: AI PENSIONATI STRANIERI IMPOSTA ZECCA AL 7% (CON PALETTI)
A rincorrere l’esperienza del Portogallo però ci ha provato anche l’Italia. Il regime fiscale italiano introdotto dalla Legge di Bilancio 2019 prevede infatti per 10 anni una flat tax al 7% su tutti i redditi esteri recepiti da titolari di pensioni private che si trasferiscono da un Paese straniero. Ma a differenza della proposta greca, noi abbiamo qualche condizione in più: la flat tax vale per le persone fisiche che sono state residenti fuori dall’Italia per almeno cinque anni prima del trasferimento e che provengano da Paesi che abbiano trattati di scambio di informazioni con l’Italia; il beneficiario dell’agevolazione deve essere titolare di un reddito da pensione privata e trasferirsi sì in Italia, ma in una regione del Sud (Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia) e in un centro abitato con meno di 20 mila abitanti.
L’ITALIA: IL REGIME DEI 100 MILA EURO
In Italia c’è un altro regime legato ai redditi esteri. È in vigore dal 2017 e consente di pagare 100 mila euro su tutti i redditi provenienti dall’estero. A una condizione: il richiedente deve essere stato residente fuori dall’Italia per almeno nove degli ultimi dieci anni prima del trasferimento in Italia. Vale per i residenti stranieri provenienti da qualsiasi Stato (mentre quello sulle pensioni si applica a Stati che abbiano trattati di scambio di informazioni con l’Italia) e assorbe sia le imposte sui redditi e patrimoniali, oltre a imposte su donazioni e su successioni. Se il beneficiario muore in Italia, i beni esteri non sono tassati dal regime italiano, e lo stesso vale per le donazioni.
LA SITUAZIONE DEI PENSIONATI ITALIANI ALL’ESTERO
Ma mentre si cerca di attirare i pensionati stranieri, la fuga dei pensionati italiani prosegue.
Nel 2019 le pensioni pagate all’estero dall’Inps sono state 388 mila. In testa ai Paesi che attirano maggiormente i nostri pensionati c’è il Canada con 51.927 persone, la Germania, con un totale di 51.085 cittadini. Seguono la Svizzera, con 46.171 mila preferenze, la Francia (41.778), l’Australia con 43.955 cittadini e gli Stati Uniti (35.015). Gli importi medi sono però molto bassi: per l’Australia per esempio si parla di 139,93 euro, per il Canada 105. O ancora in Svizzera l’importo medio si aggira intorno ai 201 euro, in Germania 139 euro e in Francia 206.
In totale, la media di una pensione pagata all’estero è di 259 euro nel 2019. Chi si trasferisce in questi Paesi spesso lo fa per ragioni famigliari. Ci sono però alcuni Paesi in cui la media delle pensioni ricevute dagli italiani che hanno deciso di andarvi ad abitare è molto più alta: per esempio in Irlanda si attesta a 948,21 euro per i 105 cittadini che vivono là.
Ma ci sono casi in cui le cifre aumentano sensibilmente: a Malta si toccano i 1.860,58 euro in media, mentre in Portogallo un assegno pensionistico arriva mediamente a 2.719,99 per i 2897 italiani che ci vivono. Anche in Turchia i numeri sono alti: si parla di 2.392,3 euro per persona.
Non mancano, ovviamente, le pensioni da Paperoni: basti pensare che negli Emirati Arabi Uniti si arriva a una media di 3.783,81 euro a testa, e a Cipro di 5.467,74 euro”.

Da “Il Corriere della Sera”




Messico. L’Italia presente nella formazione duale

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15puntomx “Si è tenuta nei giorni scorsi la cerimonia di fine corso della prima generazione di formazione duale della società Eurotranciatura México, una delle principali aziende italiane attive nel settore della laminazione per macchine elettriche”. Ne dà notizia il giornale on line bilingue Punto d’Incontro, diretto a Città del Messico da Massimo Barzizza.
“Il modello è stato implementato dal direttore generale, Leonardo Franchini, che è anche il corrispondente consolare italiano per gli Stati di Querétaro, San Luis Potosí, Hidalgo e Guanajuato.
Il programma è realizzato in collaborazione con il Centro de Bachillerato Tecnológico, Industrial y de Servicios No.118 “Josefa Ortiz de Domínguez” (Cbtis) di Corregidora, nello Stato di Querétaro, e la partecipazione del Dott. Fernando González, docente dell’Università Autonoma di Querétaro (UAQ).
Il percorso duale consente ai dipendenti di ottenere un diploma di licenza liceale in tre anni, combinando attività produttive, formative e innovative durante il loro orario di lavoro.
All’evento hanno partecipato via Zoom l’ambasciatore italiano in Messico, Luigi De Chiara, il dottor Fernando GonzálezAnna Franchini, collaboratrice dell’Università Iuav di Venezia, Renato Rizzi, docente all’Università Iuav di Venezia, Stefania Biondi, docente alla UAQ, Riccardo Cannelli, collaboratore dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, Marco Arduini, CEO di EuroGroup, Lorenzo Vianello, presidente della Camera di commercio italiana in Messico, Marco del Prete, segretario allo Sviluppo sostenibile di Querétaro, e Massimo Barzizza, direttore del quotidiano Punto d’incontro.
Hanno assistito di persona Leonardo Franchini, Eduardo Presa, coordinatore per le relazioni internazionali e l’innovazione del governo dello Stato di Querétaro, Eduardo Arana, vicedirettore di Eurotranciatura Messico, Renzo D’Alessandro, direttore regionale del Conacyt, Alfredo Botello, segretario all’istruzione dello Stato di Querétaro, Edita Solís Hernández, docente presso la UAQ, ed Eduardo Ortega, direttore del Cbtis”.

da “Punto di Incontro”




Usa. Annullata l’ordinanza di Trump sui visti agli studenti stranieri

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15voceloiero“La Casa Bianca fa un passo indietro: verrà annullata l’iniziativa di sospendere i visti degli studenti stranieri che frequentano i corsi online”. Ad annunciarlo Alessandra Loiero dalle pagine de La Voce di New York, giornale on line bilingue diretto da Stefano Vaccara.
“L’unione ha fatto la forza e martedì è arrivata l’inversione di marcia: l’amministrazione Trump ha abbandonato l’iniziativa di bloccare i visti degli studenti internazionali perché le loro università avrebbero svolto i corsi on line. La decisione è stata annunciata all’inizio di un’udienza in una causa federale a Boston.
“La competitività futura dell’America dipende dall’attrazione e dal mantenimento di talenti studenti internazionali”, avevano affermato le compagnie nei documenti del tribunale che denunciavano la discussa iniziativa dell’amministrazione Trump di bloccare i visti degli studenti stranieri iscritti ai corsi online.
Dopo decine di università, anche le organizzazioni che rappresentano gli studenti internazionali e una dozzina di aziende tecnologiche, tra cui GoogleFacebook Twitter, avevano sostenuto la causa di Harvard MIT, dichiarando che questa decisione avrebbe danneggiato le loro attività.
Il 6 luglio l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti aveva riportato la decisione dell’amministrazione Trump secondo cui gli studenti iscritti ai corsi online del semestre autunnale 2020, avrebbero dovuto lasciare il Paese o adottare altre misure, come il trasferimento in una scuola con istruzione di persona per rimanere.
L’ordinanza che minacciava l’espulsione del Paese era stata molto criticata.
La prestigiosa università di Harvard e l’università MIT si erano subito mosse contro la decisione dell’amministrazione Trump e dopo poco meno di una settimana anche la Northeastern University di Boston e altre 40 università, tra cui le private Yale, DePaul, l’Università di Chicago, Tufts, Rutgers e le statali dell’Illinois, Maryland, Massachusetts, Minnesota e Wisconsin, si sono unite per fermare l’ordinanza.
Anche gli avvocati generali di almeno 18 Stati, tra cui Massachusetts e California, avevano fatto causa, accusando che la politica fosse crudele e insensata.
Gli studenti internazionali iscritti a college e università nel 2019 avevano contribuito all’economia del Paese con ben 14 miliardi di dollari, in almeno 17 Stati, secondo quanto riportato nelle denunce dei giorni scorsi.
Mentre secondo l’Istituto di istruzione internazionale (IIE), in tutto il territorio degli Stati Uniti, sono entrati più di un milione di studenti internazionali che hanno frequentato vari programmi di laurea nell’anno scolastico 2018-19. I dati del governo USA mostrano che l’anno scorso sono stati concessi oltre 373.000 di questi visti.
Tale mandato ha rappresentato un grave ostacolo ai piani di insegnamento e apprendimento online che le università stanno sviluppando in risposta alla pandemia di Covid-19.Il giudice distrettuale americano Allison Burroughs ha dichiarato che le autorità federali per l’immigrazione hanno accettato di ritirare la direttiva del 6 luglio e di “tornare allo status quo”.
Le migliaia di studenti a rischio espulsione possono tirare un bel sospiro di sollievo”.

da “La Voce di New York”




Miracolo a Palermo: la bomba d’acqua non ha fatto vittime

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113846089 d0032a65 223f 4893 bc33 519b1d40c0cbSanta Rosalia è rimasta in chiesa, nel giorno del suo Festino, e forse anche questa volta ha salvato i palermitani. Sarebbero stati migliaia, altrimenti, a invadere la città in un pomeriggio in cui questa è stata investita da una bomba d’acqua che ha riportato la memoria al febbraio del 1931, quando un’alluvione fece dieci morti. Per il sindaco, Leoluca Orlando, è addirittura la pioggia più violenta dal 1790: “Pari a quella che cade in un anno”.

Le vittime, questa volta, sarebbero due, secondo quanto hanno riferito i vigili dei fuoco, ma i sommozzatori non hanno ancora trovato i corpi e il Comune in serata dirama una nota: “Nessuna vittima confermata”. “Siamo ancora cercando”, affermano i sub. Per il momento vi sono dei “dispersi”. Due bimbi sono in ipotermia: erano rimasti intrappolati in auto con i genitori in viale della Regione Siciliana, la circonvallazione. La tragedia è rimbalzata dagli smartphone dei cittadini ai social, che hanno rilanciato le immagini di fiumi d’acqua, auto ribaltate, persone che attraversano a nuoto le strade. Viene fuori, a un certo punto, che possa essere esondato il Canale di Passo di Rigano, un canale torrentizio, ma questa non trova conferme.

La Protezione civile regionale non aveva diramato alcun allerta, indicando solo, per la giornata di oggi, un livello di colore verde e una “generica vigilanza”. “Se l’allerta fosse stata diramata, sarebbero state attivate le procedure ordinarie che, pur nella straordinarietà degli eventi di oggi, avrebbero potuto mitigare i rischi”, ha spiegato il sindaco, Leoluca Orlando.

La diramazione di un livello di allerta, a partire dal giallo, avrebbe mobilitato la Rap, azienda che si occupa di rifiuti, e l’Amap, municipalizzata che si prende cura, tra l’altro, dei tombini. La Rap avrebbe attivato le spazzatrici nei punti sensibili, come la circonvallazione. Amap, dal canto suo, avrebbe fatto una verifica eccezionale sui tombini, secondo quanto prevede uina procedura in seguito di un’allerta.

A sparare a zero sul sindaco è giunto Matteo Salvini: “A furia di pensare solo agli immigrati, il sindaco Orlando dimentica i cittadini di Palermo: basta un temporale e la città finisce sott’acqua, per non parlare delle bare accatastate al cimitero dei Rotoli. I palermitani meritano molto di più”, ha affermato il capo della Lega, mentre il presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, ha sottolineato la “responsabilità del ruolo di chi amministra”.

“Se fossi sciacallo – ha reagito Orlando su Twitter – direi che Protezione civile guidata da un governo regionale leghista non ha dato l’allarme. Ma so che la Protezione civile regionale è una struttura seria e quanto avvenuto non era prevedibile da nessuno. Ora, lavorando, attendiamo che i vigili del fuoco diano notizie sui dispersi”. (AGI)




Eccellenza italiana negli USA: Ada Torniello

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14tornello“We the Italians detesta il razzismo e condanna con tutta la severità possibile l’omicidio di George Floyd da parte di quattro poliziotti che hanno abusato della loro autorità e disonorato la divisa che indossano. Detto questo, e ribadito con tutta la forza e la convinzione possibile, noi stiamo con coloro che indossano una divisa, che nella grandissima maggioranza difendono i più deboli e proteggono gli innocenti, rischiando la loro vita. È per questo che siamo felici di poter offrire la storia di un’altra eccellenza che l’Italia ha regalato agli Stati Uniti, e stavolta la protagonista della nostra intervista è proprio una persona che indossa una divisa e protegge le persone. Ma Anna Tornello è molto di più, come potrete capire leggendo quest’intervista. Devo ammettere che i tanti incredibili talenti di Anna e il suo immenso amore per il nostro Paese e orgoglio di essere italiana mi hanno commosso non poco. A me sembra che Anna rappresenti perfettamente il concetto per cui l’incontro tra Italia e America dà vita alla tempesta perfetta e a meravigliosi risultati: e la ringrazio davvero tanto per aver illuminato le mie giornate e sono certo che sarà lo stesso anche per voi”. Questa la premessa dell’Intervista che Umberto Mucci, fondatore e direttore del portale “We the Italians”, ha realizzato alla Presidente del sindacato di polizia di Wilton, Connecticut.
D. Anna, tu nasci a Roma, poi ti sposti a Genova, e ora sei in Connecticut: ci dici brevemente cosa ti ha portato a fare questo percorso?
R. Mi sono spostata da Roma a Genova quando ero piccola con i miei genitori, non volontariamente; successivamente mi sono trasferita dapprima in Sicilia, poi di nuovo a Roma per lavoro e infine a la Spezia, dove ero vigile urbano. Infine, sono andata a vivere in America e sono finita in Connecticut, un posto bellissimo dai meravigliosi colori autunnali”.




Cristoforo Colombo: un tagliatore di lingue

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sole 24Giulio Busi ha scritto una nuova biografia di Cristoforo Colombo e”, come riporta Marco Carminati, “ne riassume i principali contenuti nella copertina della Domenica del Sole 24 Ore”. Eccone di seguito il testo, che getta sulla figura del navigatore una luce decisamente diversa da quella dell’eroe romantico che scoprì le Americhe.
“Questo profilo biografico indaga tutta la vita dell’ammiraglio. Le conquiste e la gloria, ma anche gli aspetti più oscuri e contradditori del personaggio.
Colombo aveva, innanzitutto, un pessimo carattere: era solitario, scontroso e testardo. Eppure è passato alla storia come un eroe romantico, capace di superare senza aiuti ogni avversità. Un bell’uomo, volitivo, dotato di grande fascino personale, amato dalle donne e ammirato dai maschi per la sua coraggiosa virilità. Un genio intrattabile, un grande parlatore e un cavaliere senza paura e, spesso, senza pietà. Cristoforo Colombo fu probabilmente anche tutto questo.
Ma verità su di lui appare più complessa della trama di un romanzo. E meno rassicurante. Dietro l’eroe solitario, si stende la rete fitta delle amicizie, dei protettori e, perché no, degli investitori che puntano su di lui. Alla passione e al coraggio, s’uniscono violenza, sopraffazione, tradimento. Una biografia di Colombo, oggi, non può che essere un libro corale, con tanti personaggi, che manovrano la storia come i marinai portano una nave.
Il “vero” Colombo è sempre qualcun altro, venuto da un mondo impossibile e stralunato. Dalla Galizia alla Catalogna, dal Portogallo alla Polonia, gli sono state attribuite infinite patrie, una più improbabile dell’altra. Lo si è immaginato ebreo, fedele alla propria tradizione o convertito al cristianesimo, a forza o per convenienza. Un dissimulatore nascosto sotto una seconda, terza identità – sfuggente, tormentato e tormentatore, dedito agli intrighi. Proprio perché lui, l’uomo in carne e ossa, di cui ci parlano i documenti, ha avuto una vita così strana, contraddittoria, segretamente fuori luogo.
Ma l’avventura di Cristoforo è tutta qui: una dura risalita sociale, il riscatto dell’ennesimo parvenu che si trasforma – per genio, per fortuna, per avventura – in un capitolo, nuovo e travagliato, della storia mondiale.
Una volta divenuto celebre e potente, Cristoforo cerca di annacquare le sue origini modeste. Un compito, questo della nobilitazione a posteriori, in cui s’impegneranno con ancora maggior determinazione i suoi discendenti, ormai entrati a far parte dell’altezzosa aristocrazia spagnola.
Decisiva, per sciogliere il mistero di Colombo, è una lingua tagliata. È la lingua di una povera donna. Ines de Malaver è il suo nome. Il suo torto? Quello di aver detto la verità. Ha sparlato, come tanti altri, alle spalle di Cristoforo e dei suoi fratelli. Altro che ammiraglio, spiffera Ines, lui e i suoi fratelli sono stati garzoni e il padre loro è un povero tessitore. Nobili? Avete mai visto un grande di Spagna con la spola in mano?
Non fosse stato per l’inchiesta istituita contro Cristoforo nel 1500, a causa dei suoi abusi, probabilmente non avremmo mai saputo di questa brutta vicenda dell’amputazione della lingua. Detto fatto, Bartolomeo Colombo, il fratello incaricato di amministrare la giustizia nei nuovi possedimenti, fa punire la pettegola in modo orribile. “Delitto” e pena sono a verbale, riferiti da testimoni oculari durante il procedimento a carico di Cristoforo. Il fascicolo degli interrogatori, che per secoli si era creduto perso, è stato ritrovato in Spagna una quindicina d’anni fa. Ed ecco che, grazie a Ines de Malaver e alla sua tragica mutilazione, le teorie fantastiche sulle origini principesche dei Colombo vengono a cadere di colpo. Nessun documento d’archivio, per quanto autentico, può valere quanto una punizione così crudele. L’origine genovese e la nascita di Cristoforo da un padre lanaiolo non è stata inventata a tavolino da storici manipolatori”. (aise)

da Il Sole 24 Ore – Marco Carminati




Bloccato da mesi ai Caraibi per l’emergenza Covid, l’odissea di un calabrese

2020 santo domingo pixabay

2020 santo domingo pixabayPrigioniero in un paradiso terrestre. Non male, si direbbe. Specie se il paradiso in questione è un’autentica meta da sogno per le vacanze (come Santo Domingo) e se la costrizione non fosse obbligata, come invece in questa circostanza. Si perché, per un 66enne di Pizzo rimasto bloccato nella capitale della Repubblica Dominicana a causa dell’emergenza sanitaria, la permanenza forzata nell’isola caraibica (dove si trova ormai da otto mesi) si sta rivelando un autentico incubo. Ad agitarlo, più che le bianche spiagge della ricercata località, è l’impossibilità di far rientro nel suo Paese e il fatto che, nell’attesa, le sue finanze si siano quasi completamente prosciugate.

Piero Renato Verrillo, questo il suo nome, lavoratore stagionale in un ristorante napitino, era atterrato in Repubblica Dominicana il 2 novembre scorso, come ogni anno faceva fin dal 2014, chiusa la stagione estiva, per recarsi dalla sua compagna. Aveva in animo di trattenersi fino al primo aprile, data prevista per il volo di ritorno programmato con Alitalia tramite un’agenzia vibonese. Non aveva fatto i conti però con l’emergenza Covid e con il blocco pressoché totale dei voli in tutto il mondo.

Parte quindi, già da metà marzo, una lunga trafila per trovare una soluzione per poter rientrare in Italia: fatta di innumerevoli chiamate all’Ambasciata, alla compagnia di bandiera, all’agenzia di viaggi nella quale aveva acquistato i biglietti. Esclusa ogni possibilità di spostamento del volo e di rimborso del biglietto, l’unica opzione percorribile che rimane a Verrillo è quella di imbarcarsi su un volo predisposto dall’Ambasciata italiana per il rientro dei connazionali. Tutto risolto, quindi? Neanche per idea. Il problema da logistico diventa economico: «Dopo un paio di settimane – spiega – l’ambasciata italiana mi manda una mail dicendo che stavano organizzando un volo di rientro Santo Domingo/Roma al costo di 1000 euro, con Blu Panorama, ma avendo terminato tutti i soldi non mi è stato possibile accedere a questo furto. Possibile che con un biglietto di ritorno già pagato non posso rientrare in Italia?».

Possibile, perché a sentire la testimonianza di Verrillo, la risposta che in precedenza gli aveva dato la compagnia nazionale era stata per nulla accomodante. «Fin dalla metà di marzo – racconta a Il Vibonese – cerco di contattare l’Alitalia con un numero a pagamento dall’estero. Era come cercare di parlare con il Papa. Ore ed ore per sentire il solito disco: “tutti i nostri operatori sono occupati”. Sembrava che tutta la popolazione italiana fosse all’estero. Dopo quasi un mese – prosegue il suo racconto – riesco a parlare con un operatore che mi chiede il codice del volo ma non lo trova. Di conseguenza provo a parlare con l’agenzia di viaggi che ha emesso il biglietto, ma non si arriva a nessuna soluzione».

Quindi l’ultima possibilità offerta (si fa per dire) dall’Ambasciata ma a caro prezzo. «Non so più come fare – conclude amareggiato Verrillo -. Se non ci sarà un intervento deciso delle autorità italiane per me sarà veramente complicato fare rientro in Patria».

da https://www.lacnews24.it/

 




In Canada le CHSLD sono state l’epicentro del Covid19. L’eccezione del centro Dante con zero contagi

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cittadino canadese“L’81% dei decessi legati al covid-19, in Canada, si sono verificati nei Centri di cura pubblici di lunga durata (CHSLD). Un’ecatombe che venerdì scorso, 3 luglio, è stata certificata anche dalla ‘Société royale du Canada’, la più antica organizzazione bilingue nazionale, che riunisce i più eminenti accademici, umanisti, scienziati e artisti canadesi, allo scopo di promuovere la conoscenza e la ricerca nelle arti, nelle lettere e nelle scienze”. Ne scrive Vittorio Giordano sul “Cittadino canadese”, settimanale di Montreal di cui è caporedattore.
““Abbiamo agito male in Canada, in particolare in Quebec. Quello che è successo è spaventoso e non possiamo fare finta di niente”: sono le parole di Francine Ducharme, preside della facoltà di infermieristica dell’Università di Montreal e coautrice del rapporto, che ha stigmatizzato quanto accaduto come “tragico e prevedibile disastro”. Secondo gli ultimi dati disponibili, la pandemia ha fatto oltre 3.800 vittime nelle CHSLD in Québec, il peggiore bilancio di tutto il Canada. Secondo il presidente del Consiglio di protezione dei pazienti, Paul Brunet, “è stato un massacro”.
“In effetti [il governo] ha trattato il popolo del Quebec come se esistessero due tipi di cittadini: – ha poi rincarato la dose in un’intervista a TVA Nouvelles: – le persone sane, di cui si è preso cura immediatamente, e poi i CHSLD, gli anziani, di cui si è accorto solo a fine aprile-inizio maggio”.
Un’accusa gravissima. Tanto che la Procura generale del Québec ha annunciato, nei giorni scorsi, un’inchiesta pubblica per fare luce su quella che si sta rivelando una vera e propria mattanza degli anziani nelle Case di cura.
Ecco la lista, pubblicata dal Journal de Montréal, dei CHSLD con più di 70 decessi: 1. Centre Sainte-Dorothée, Laval: 100 morti, nessun caso attivo. 2. Centre Notre-Dame-de-laMerci, Montréal: 94 morti, 3 casi attivi. 3. Centre Laurendeau, Montréal: 92 morti, 1 caso attivo. 4. Centre Champlain-Marie-Victorin, Montréal: 84 morti, nessun caso attivo. 5. Centre Vigi de Mont-Royal: 81 morti, 1 caso attivo 6. Centre Yvon-Brunet, Montréal: 72 morti, nessun caso attivo. 7. Centre Saint-Jude, Laval: 71 morti, 9 casi attivi.
Tra le altre Case di cura, ce n’è una in particolare, la ‘Residenza Angelica’, gestita dalla Congregazione delle Suore di Carità di Santa Maria, nel territorio di competenza del CIUSSS du Nord-de-l’Île-deMontréal, che, in base agli ultimi documenti in nostro possesso, ha registrato ben 69 decessi, e 162 residenti che invece sono riusciti a guarire.
Facendo due calcoli, sui 345 residenti (di cui il 45% circa di origine italiana), 231 (69 + 162) hanno contratto il virus, ossia il 66%, i 2/3 dei residenti. Una proporzione enorme. Le famiglie degli anziani passati a miglior vita, però, non hanno mai nascosto la loro rabbia e frustrazione. E nelle scorse settimane, come ha riportato CTV News il 26 maggio scorso, hanno manifestato davanti alla Casa di riposo per chiedere chiarezza e trasparenza.
L’accusa più grave è quella di negligenza, visto che il personale – dicono i familiari – era ridotto all’osso per le tante defezioni (in tanti hanno dovuto rinunciare, perché infetti loro stessi; altri si sono allontanati per paura), oltre ad essere esausto, visti i turni di lavoro massacranti a cui erano costretti. Senza contare, sempre secondo le famiglie, l’equipaggiamento inadeguato (maschere e visiere protettive) e la mancata separazione nelle stanze tra contagiati e non. Disorganizzazione, improvvisazione e scarsa trasparenza: questi i principali capi di accusa da parte dei diretti interessati.
Dal canto suo, la Residenza ha sempre respinto tutte le accuse: “L’assistenza e i servizi garantiti ai residenti hanno goduto dello stesso standard di qualità da 50 anni a questa parte”, ha dichiarato la portavoce Mélanie Aussant, aggiungendo che la struttura ha ricevuto la menzione d’onore dagli esperti in sanità di ‘Accreditation Canada’. Ciononostante, le famiglie sono sul piede di guerra e sono pronte ad adire le vie legali denunciando la residenza con una class-action.
E giovedì 23 luglio, alle 15, hanno in programma una veglia davanti allo stabilimento, in memoria degli anziani deceduti.
Se i Centri sanitari pubblici di lunga degenza hanno rappresentato l’epicentro dei decessi in Canada, ci sono delle eccezioni che meritano di essere celebrate.
Tra le 60 CHSLD pubbliche di Montréal, sotto la giurisdizione dei Centres intégrés universitaires de santé et de services sociaux (CIUSSS), solo tre non hanno registrato nessun contagio e, di conseguenza, nessun decesso dovuto al covid-19 : il Padiglione Camille-Lefebvre, a Lachine, che dipende però dal Centre universitaire de santé McGill (CUSM); il CHSLD Father-Dowd (CIUSSS du Centre-Ouest-de-l’Ile-de-Montréal) ed il CHSLD Dante (CIUSSS de l’Est-de-Montréal), che tuttora è chiuso ai visitatori come misura precauzionale.
Il ‘Centro Dante’, ricordiamolo, ha compiuto 39 anni lo scorso giugno. L’apertura del Centro nel 1981 ha realizzato il sogno di un’intera Comunità, desiderosa di offrire ai suoi anziani, immigrati di prima e seconda generazione, una “casa” dignitosa dove trascorrere gli ultimi giorni in un ambiente familiare.
Fin dalla sua istituzione, il Centro Dante accoglie gli anziani con scarsa autonomia, offrendo loro un ambiente imperniato sul “comfort culturale”, avendo cura di perpetuare i valori culturali, gli usi, i costumi e le abitudini alimentari del loro Paese di provenienza. Il Centro d’accoglienza Dante, che fa parte dei 15 CHSLD integrati dell’est di Montréal, offre 100 posti letto di lunga durata, 3 letti per soggiorni temporanei ed un centro diurno che può accogliere fino a 100 persone.
Abbiamo chiesto a Nadine Zeidan, coordinatrice del Centro Dante, il segreto di questo successo: “Il merito va al grande impegno, sia dei dipendenti che dei dirigenti, che hanno saputo mantenere chiusa ermeticamente la struttura verso l’esterno, implementando tutte le misure di protezione dall’inizio della pandemia, fin dai primi indizi della sua diffusione, fin dai primissimi casi in Québec e a Montréal. Misure come il divieto per il personale di spostarsi in altre residenze, la prevenzione ed il controllo di malattie ed infezioni (con la verifica di tutti i sintomi da covid, come tosse e febbre, tra i dipendenti all’inizio del turno di lavoro), e la rigida formazione del personale, con il lavaggio frequente delle mani e l’obbligo di indossare maschere e visiere. A partire dal 13 marzo, le famiglie non hanno più potuto rendere visita ai propri cari, se non per motivi strettamente umanitari e di fine vita. Visite che sono riprese solo il 18 giugno scorso, sempre nel rispetto di misure igienico-sanitarie molto stringenti. Senza dimenticare – ha concluso scherzando – il buon vino, la pasta e la salsiccia e tutte le ricette della cucina italiana….”

Vittorio Giordano




Famiglia bloccata dal Covid a Santo Domingo: «Voli cancellati e i contagi crescono ogni giorno»

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5332045 0754 sdORVIETO Un impegno di lavoro in marzo dall’altra parte del mondo, voli cancellati, il Covid, voli speciali annullati, una ambasciata definita «poco collaborativa», alcuni customer-care decisamente sordi, e 5 mesi di vita sottratta alla quotidianeità del proprio paese. Andrea Scopetti e Donatella Belcapo, una coppia orvietana, entrambi imprenditori, si trovano nella Repubblica Dominicana dal 1° marzo con la figlia di sei anni, e si sono dovuti praticamente reinventare una vita in attesa di poter salire su un benedetto volo che finalmente li riporti in Italia, o il più vicino possibile. Tutto è cominciato quando i due arrivano a Santo Domingo, più precisamente a La Romana, città che si trova a due ore dalla capitale della Repubblica Dominicana dove un parente di Donatella ha avviato una attività di lavorazione del legno. Intanto l’8 marzo l’Italia si blinda per Covid, e a Santo Domingo il lockdown viene decretato il 17 marzo. Il 30 marzo la famiglia Scopetti sarebbe dovuta salire su un volo Delta con scalo a New York, ma il volo viene cancellato.
Nel mondo tutto si ferma e loro non possono far altro che restare dove sono. Devono quindi prendere una casa in affitto, noleggiare un’auto, pagare luce, gas, spesa («qua la vita è carissima dice Andrea quando esco per fare spesa ci vogliono 150 euro»), insomma devono vivere, perché il primo volo disponibile per riuscire a tornare a casa è un volo Neos programmato per il 22 maggio. Nel frattempo Andrea contatta l’ambasciata italiana a Santo Domingo che però «è inamovibile, niente voli di rimpatrio», l’unico aiuto dalla Farnesina – secondo quanto raccontano i coniugi -pare essere un servizio di informazione via chat ai quasi 500 italiani bloccati in terra dominicana con la segnalazione di voli speciali «che arrivano a costare anche 3300 a persona dice Andrea».
Scopetti però ha un volo programmato, e non avrebbe avuto senso acquistare altri biglietti, ma anche il volo del 22 maggio salta, senza nessuna spiegazione da parte di Neos, che offre solo la riprotezione del volo riprogrammato al 3 luglio. Neos intanto vende biglietti per luglio e poi annulla i voli e fa lo stesso su agosto. Il 3 luglio Scopetti non va neppure in aeroporto, il volo non c’è, lo vede dal sito di Neos che nel frattempo non risponde a nessuna richiesta di assistenza. Scopetti ha scritto a tutti, mandato centinaia di email, ma non ottiene risposte, meno che mai rimborsi, né voucher, buio e silenzio assoluti, mentre ha già speso 5 mila euro in biglietti per voli mai decollati, migliaia di euro per vivere in attesa di tornare in Italia e subito danni nella propria attività che a Orvieto porta avanti fortunatamente il cognato. «Non ci rimane che acquistare un volo speciale a costi esorbitanti probabilmente via Madrid, sempre che ci sia. Anche perché qua solo ieri sono stati annunciati 1200 nuovi contagi Covid. Devo tornare. Poi farò il conto di tutto e qualcuno dovrà darmi delle risposte».

da “Il Messaggero”




La cittá di Hartford, Connecticut, rimuove la statua di Colombo senza far rumore

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vocegiusta“Dopo una settimana dalla rimozione della statua di Colombo a New Haven, all’alba di Lunedi 29 giugno anche la città di Hartford ha rimosso la statua di Cristoforo Colombo dalla Columbus Green davanti alla Superior Court dello stato, poco lontana dal Campidoglio, dove era stata eretta dagli immigrati italiani, come tante altre statue nello stato del Connecticut, circa cento anni fa. La statua è stata rimossa senza nessun avviso per evitare dimostrazioni e scontri; infatti, la notizia della rimozione della statua è stata appresa in tv e dai giornali, a cui il sindaco di Hartford, il democratico Luke Bronin, ha dichiarato quanto segue: “Ci sono eroi più degni per onorare con orgoglio l’eredità della nostra comunità italo Americana””. Ne dà notizia Alfonso Panico, giornalista freelance, per tanti anni il Console onorario d’Italia in Connecticut, che firma questo articolo per “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.
“John Tornatore, Chairman dell’Italian American Committee to honor Christopher Columbus in Hartford ed ex Presidente della Ella T Grasso Lodge, Sons of Italy in America, di Hartford, Connecticut ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Abbiamo saputo che i membri del Consiglio Comunale di Hartford e il sindaco, Luke Bronin, avrebbero contattato e parlato con i membri della comunità italo americana della zona Greater Hartford riguardo al monumento e alla sua rimozione, ma tutto ciò non è vero. Ho parlato con molti presidenti di organizzazioni italiane americane nella zona di Hartford, e mi hanno riferito di non essere stati contattati da nessuno. Sono molto sorpreso di non aver sentito nessuna reazione alla rimozione della statua dai nostri funzionari eletti, da un rappresentante della città, dello Stato e nemmeno da un nostro legislatore federale… Niente!”.
Il monumento di Cristoforo Colombo fu donato alla città di Hartford dalla comunità italoamericana circa 80 anni fa e lo stesso palazzo comunale fu costruito da immigrati italo americani. Gaetano Indomenico, un industriale, personaggio di spicco nella comunità italiana del Connecticut, è rimasto anch’egli sorpreso dalla rimozione della statua e ci ha dichiarato: “Abbattono e rimuovono i monumenti, ma la nostra storia non sarà cancellata”.
Altre statue di Colombo sono state rimosse recentemente anche nelle città di Middletown e New London. A New Haven il giorno dopo la rimozione della statua i manifestanti contro Colombo raggruppatisi intorno al piedistallo della statua festeggiavano la vittoria. Intanto, secondo quanto riportato dal New Haven Register, il gruppo di italo americani che aveva presentato un’ingiunzione in tribunale per fermare la rimozione della statua, ne ha presentato un’altra per sapere dov’è la statua di Colombo e chiedono che la statua e la base siano conservate bene.
I leader dell’organizzazione REVA.A.R.T.Lution chiedono invece che il parco storico Wooster Square parte della Piccola Italia, venga rinominato in onore dell’ingegnere afro americano William Lanson. Il sindaco di New Haven Justin Eliker ha annunciato che sarà un comitato composto da italo americani e altri gruppi a decidere cosa sostituirà la statua (Qui sotto un servizio giornalistico di una tv locale sulla rimozione della statua di Colombo a New Haven).
Laura Macaluso, specializzata in arte pubblica e autrice di molti libri di storia, ha voluto ricordarci Paul Russo, il capo della parata in onore di Colombo del 1892, quando fu dedicato il monumento a Colombo rimosso dal Wooster Park di New Haven: “Quello che so di lui è a pagina 24 del mio libro New Haven’s Columbus Day Parade. Russo è menzionato in ogni articolo sul monumento nel 1892, perché era il leader delle Società Unite che lavoravano per raccogliere i fondi per il monumento. Russo è stato Chairman della parata per la dedica del monumento e il 21 ottobre 1892, alla presenza del sindaco di New Haven Joseph Sargent, il suo discorso pubblico fu stampato intero dal giornale Evening Leader. Io credo che Paul Russo meriti davvero una mostra, come esempio di un immigrato che ha contribuito a plasmare New Haven alla fine del secolo scorso” ha concluso la scrittrice Macaluso.
Alcuni tratti del discorso pronunciato da Paul Russo nel 1892 sono stati pubblicati nel quotidiano locale nei giorni scorsi: “Gli italiani di questa bellissima città sono orgogliosi della loro casa adottiva e interessati in non poco grado nel suo progresso e prosperità… Nonostante la mancanza di istruzione e formazione precoce in molti di loro, le loro prove e le gravi difficoltà, e l’ambiente attuale, si sono sforzati di diventare cittadini rispettosi della legge e degni. Che non abbiate mai motivo di rimpiangere il nostro ingresso in mezzo a voi. Possa questa duratura struttura di bronzo e pietra indicare e incitare un desiderio di arte e scienza nei cuori e nelle menti di coloro che ci seguono. Possa essa consolidare i legami di amicizia così a lungo esistenti tra i nostri paesi nativi e quelli adottati. Che serva ad eliminare la distinzione tra italiani e americani, fondendo le nostre differenze razziali nel cittadino americano, lavorando e lottando per un bene comune e uno scopo comune””vocegiusta