4 luglio, festa dell’Indipendenza in America: storia e tradizioni

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usa 1127885 1920Il 4 luglio gli Stati Uniti celebrano la conquista dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. Dopo una lunga e sanguinosa guerra, tredici colonie riuscirono a ottenere la libertà, costituendo il nucleo di partenza di quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti d’America. Ecco perché si celebra la ricorrenza e come viene vissuta dagli americani attraverso storiche tradizioni e tanti barbecue.

4 luglio: storia della giornata

La Festa per l’Indipendenza degli Stati Uniti, nota in inglese come Independence Day, è la festa nazionale che ricorda in particolare l’adozione della dichiarazione d’indipendenza dalla Gran Bretagna. Con questo documento, sottoscritto il 4 luglio 1776, fu sancito il distacco dal patria coloniale, con cui gli Stati americani erano in guerra. Tuttavia la storia ricorda che la separazione legale delle colonie americane avvenne in realtà il 2 luglio 1776, quando il Secondo Congresso continentale votò per approvare la risoluzione di indipendenza proposta da Richard Henry Lee. Due giorni dopo fu invece la volta della Dichiarazione d’Indipendenza vera e propria, il cui autore principale fu Thomas Jefferson. Il primo Independence Day fu celebrato nel 1777, esplodendo 13 colpi di pistola, in onore alle 13 colonie originarie. Oggi nelle basi militari si svolge il “Salute to the Union” (il Saluto all’Unione), in cui vengono sparati tanti colpi di cannone quanti sono gli Stati attuali. Il 4 luglio è diventata una festa nazionale nel 1870, ma all’epoca i dipendenti federali non ricevevano alcuna paga per quel giorno. Dal 1938 è invece una festività pagata.

4 luglio: le tradizioni a stelle e strisce

Gli americani festeggiano solitamente il 4 luglio riunendosi con amici e parenti. Grandi protagonisti della giornata, in onore dei colpi di pistola del 1777, sono i fuochi d’artificio, che richiamano grandi folle. Lo spettacolo più famoso è quello allestito alla Casa Bianca. A fargli concorrenza lo show pirotecnico di Macy’s, a New York. Nel 2019, inoltre, per volere del presidente Donald Trump, si terrà anche una parata in stile militare. E se i politici pronunciano discorsi solenni che esaltano l’eredità dei padri della Nazione, la cittadinanza si dedica a feste, spettacoli e partite di baseball o basket in tutto il Paese, con al centro della scena simboli patriottici come bandiere, costumi a stelle e strisce e perfino make up a tema. Tra le tradizioni simbolo del 4 luglio, una delle più pittoresche riguarda poi il quartiere di Coney Island, a New York. Si tratta del concorso di mangiatori di hot dog, che nel 2019 arriva alla sua 103esima edizione: la Nathan’s Famous Hot Dog Eating Contest prevede due vincitori, un uomo e una donna. Finora il record è detenuto da Joey Chestnut, che è riuscito a mangiare 72 hot dog in 10 minuti. Ma il 4 luglio è anche il giorno delle “Horribles Parades” di Lowell, nel Massachusetts. Qui la compagnia degli “Antichi e Onorabili” si esibisce in una parata satirica il cui scopo è portare in strada i costumi più stravaganti, prendendo in giro le personalità locali e nazionali.

4 luglio: i piatti tipici

Le riunioni familiari del 4 luglio prevedono il barbecue d’ordinanza. Non è infatti Festa dell’Indipendenza senza della brace che cuoce hamburger e hot dog. Si preparano anche bistecche marinate in spezie piccanti e servite con salsa barbecue. Immancabile il Grilled Corn, la pannocchia arrostita da servire con un po’ di burro e del sale. Tra i contorni, dominano invece i fagioli e le patatine fritte. Una valida alternativa ai prodotti alla griglia sono le diffusissime Caesar Salad, Potato Salad (insalata di patate) e Creamy Coleslaw (insalata di cavolo). E dato che il 4 luglio è una festa in cui si ostenta il patriottismo attraverso ogni mezzo, i dessert diventano il piatto ideale per farlo, con crostate di fragole e mirtilli (per unire il rosso e il blu dei frutti con il bianco della pasta frolla) in alternativa alla “apple pie”, la classica torta di mele.  (SkyTg24)




Don Delillo e la New York che fuma sigarette, beve caffé e guarda il mondo

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vocegiusta 4“Anni cinquanta. Il sole estivo batte sul tetto delle auto in fila, da lontano si sente lo schiamazzo dei bambini, l’ottimismo senza complicazioni delle loro voci. Don DeLillo ha vent’anni ed è seduto all’ingresso del parcheggio del luna park del Bronx. Il suo compito è quello di controllare le macchine in fila facendo un fischio in caso di problemi ma invece di lavorare sta leggendo James Joyce, poi William Faulkner, poi Flannery O’Connor e poi Ernest Hemingway. Non aveva mai pensato di farlo prima, la sua adolescenza l’ha trascorsa giocando in strada facendo finta di essere un annunciatore di baseball alla radio. Parlava inglese e italiano contemporaneamente a causa di sua nonna, nata nel Molise, che ha vissuto in America per cinquanta anni e non ha mai imparato la lingua”. Così scrive Michele Crescenzo su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.
“Durante quel lavoro estivo si meravigliò della “radiosità” del linguaggio. Percepiva nelle parole una “qualità scultorea”, e che disporle era un “piacere sensuale”. “Quel lavoro da parcheggiatore estivo si è trasformato in un’età d’oro della mia lettura. Tra i venti e trent’anni ho sempre letto. Credo che questo abbia sicuramente influito sul mio stile”.
Lo stile è senza dubbio la parte predominante della scrittura di DeLillo. Per tantissimi lettori leggerlo significa soprattutto incontrare una serie di frasi straordinarie. Una sofisticazione linguistica. Aforismi. Intuizioni narrative. È molto più semplice seppellire la realtà che eliminare i sogni”. (Americana, 1971) “Se il nome di un uomo suona bene se lo dici in avanti o all’indietro, significa che è andato a Yale” (Amazons, 1980, pubblicato con lo pseudonimo di Cleo Birdwell.) “Gli animali commettono incesto tutto il tempo. Quindi, quanto può essere innaturale?” (White Noise 1985) “Il talento è più erotico quando è sprecato” (Cosmopolis, 2003).
Ogni romanziere di successo degli ultimi dieci anni ha ammesso di aver ricevuto una certa influenza da DeLillo: Jonathan Franzen, Brett Easton Ellis, Jeffrey Eugenides gli hanno espresso parole di profonda gratitudine sui giornali e in occasioni pubbliche. DeLillo, a bassa voce, con un accento nasale del Bronx ha commentato con un tono molto più timido rispetto alla sua prosa: “A volte mi chiedo di chi stiano parlando”.
Il suo stile è stato accusato di essere “troppo maschile” – non nella tradizione da macho come Philip Roth o Hemingway – ma di avere una scrittura distante e lucida, senza cuore. È stato definito inoltre post-moderno, filosofico e chiaroveggente. Per analizzare i suoi romanzi ci sono perfino due specifici saggi di critica letteraria American Simulacra: DeLillo in Light of Postmodernism e How to Read Don DeLillo, come se scrivesse in latino. Lui ci ha sempre riso su. Ha replicato affermando che lavora a “livello di strada e questo vuole dire che ascolto le persone”, ha detto al New Yorker “le guardo camminare, gesticolando. Cerco di capire le loro contraddizioni, i loro gesti anticonformisti”.
Questa è l’ironia su Don DeLillo: quella di essere definito come uno scrittore spaventosamente intellettuale quando ciò di cui scrive meglio è l’atteggiamento lento, la posa precisa del mondo conosciuta per esperienza e descritta in modo chiaro, elegante, controcorrente, provocatoria e senza tracce di accademismo. DeLillo è, infatti, sempre rimasto fuori dal mondo letterario newyorkese, non aveva contatti né ha ricevuto aiuti. Dopo il lavoro estivo al luna park del Bronx, si iscrisse all’università per poi lavorare in una agenzia pubblicitaria che lasciò dopo poco.
“L’ho lasciata perché avevo bisogno di andarmene. Non avevo alcun piano. Sapevo solo che quello che volevo fare era fumare sigarette, bere caffè e guardare il mondo”. E ha fatto esattamente come voleva.
È stato il Bronx con le sue strade affollate, strette e fumose a essere d’ispirazione per le prime opere. Da lì, Manhattan, dove successivamente si stabilirà, dista pochi incroci: ed è questa continua ricerca dell’americanità più pura e contradditoria che contraddistingue la sua intera storia letteraria. Per questo non credo sia un caso che il romanzo d’esordio “Americana” sia la storia on the road di un giovane professionista rampante, che, parte per le zone più rurali del paese alla ricerca di situazioni più genuine ma anche, inevitabilmente, più difficili. Don DeLillo, in un’intervista del 1993 ad Adam Begley, disse che “Americana” era una dichiarazione di indipendenza privata, il sogno dell’immigrato e come figlio di due immigrati era attratto dal senso di possibilità che aveva attirato i suoi nonni. Era il 1971 e DeLillo aveva 35 anni. Il libro ottenne recensioni contrastanti: Joyce Carol Oates, scrivendo sul Detroit Sunday News, lo ha definito “un uomo dalla percezione spaventosa” altri critici, invece, hanno giudicato duramente sia quello che i suoi successivi romanzi.
Le cose cambiarono quando, dopo essere tornato dalla Grecia, DeLillo scrisse White Noise (Rumore Bianco) nel 1985, che vinse il National Book Award. Il libro racconta un anno di vita di Jack Gladney, un professore universitario che ha guadagnato notorietà per i suoi studi su Adolf Hitler. Una fuoriuscita di materiali chimici da un vagone ferroviario causa la formazione di una nuvola tossica nella zona in cui vivono Jack e la sua famiglia, rendendo necessaria un’evacuazione. Il romanzo è una riflessione sulla paura della morte nella società moderna e sulla sua ossessione per le cure mediche, con Jack che cerca di comprare al mercato nero un farmaco chiamato “Dylar”, che si ritiene possa alleviare la paura della morte.
Invece di gustarsi il successo DeLillo si chiude in casa e inizia a studiare gli archivi – resi pubblici proprio in quei mesi – sull’assassinio del Presidente J. F. Kennedy. Da questo studio nasce il romanzo “Libra” concentrato sulla figura dell’assassino Lee Harvey Oswald. DeLillo fornisce una ricostruzione lucida e chiara di quei “sette secondi che spezzarono la schiena al secolo americano”.
Il successo più grande l’ha ottenuto però con “Underword” (1997), un romanzo che scava e racconta l’America attraverso la storia di una palla da baseball, una palla famosa, quella del fuoricampo di Bobby Thompson dei Giants contro i Dodgers. Una maestria letteraria senza tempo che fonda elementi pop e personaggi famosi: c’è la Fiat degli anni Novanta, ci sono le sigarette Chesterfield, e i commentatori radio che ancora invitano ad accenderne una negli anni Cinquanta durante lo stacco pubblicitario. C’è la pop-art, l’America affaticata dalla guerra del Vietnam e un nuovo valore – quasi profetico – da attribuire alla spazzatura (elemento completamente ignorato negli anni novanta e che DeLillo rivaluta tra il filosofico e il provocatorio): l’immondizia è la gemella del diavolo. Perché l’immondizia è la storia segreta, la storia che sta sotto, il modo in cui l’archeologo dissotterra la storia delle culture precedenti.
Nel 2003 pubblica “Cosmopolis”, un racconto lungo su Eric Packer, un multimiliardario ventottenne che attraversa il centro di Manhattan in limousine per farsi tagliare i capelli nel quartiere di Hell’s Kitchen. In questo libro, più di altri, è sviluppata l’idea che il dissenso è uno dei principi fondanti della società americana. Il libro è stato portato al cinema dal regista David Cronenberg con Robert Pattinson come attore protagonista. La pellicola ha ottenuto un notevole successo.
Nel 2007 DeLillo scrive “Falling man” (L’uomo che cade) sugli argomenti dell’11 settembre. In un’intervista dichiarò: “Penso che la cultura assorba quasi tutto ma non può assorbire gli attacchi terroristici. È troppo potente”.
Il suo ultimo romanzo, “Zero K”, è del 2016 e si configura come una grande riflessione sul termine della vita e sulla destinazione della coscienza umana. Ambientato in una clinica per la crioconservazione di ricchi eccentrici che sperano di venir risvegliati in un futuro in cui le peggiori malattie che ci affliggono avranno finalmente una cura. Il romanzo è stato annoverato tra le migliori opere di DeLillo da critici illustri come Michiko Kakutani, temibilissima giornalista culturale del New York Times.
Don DeLillo incarna quell’autorevole figura di scrittore avulso alla tecnologia e alla moderna frenesia dei salotti letterari newyorkesi. In un’intervista nel 1988 ad Ann Arensberg disse che “lo scrittore è la persona che sta fuori dalla società, è l’uomo o la donna che prende automaticamente posizione contro il proprio governo. Ci sono così tante tentazioni per gli scrittori americani di diventare parte del sistema e ora, più che mai, dobbiamo resistere. Gli scrittori americani dovrebbero stare in piedi e vivere ai margini, ed essere più pericolosi. Gli scrittori nelle società repressive sono considerati pericolosi. Ecco perché molti di loro sono in prigione.” Anche per questo motivo preferisce rimanere chiuso nella propria solitudine a Manhattan con la moglie texana Barbara, indossando le sue giacche color cachi e i cappellini da baseball. I suoi capelli grigi hanno spesso bisogno di un taglio e indossa occhiali grandi e leggermente colorati che rendono difficile leggere la sua espressione. Ama rimanere fermo e guardare, con concentrazione bruciante, il mondo che scorre. Cerca una frase brillante, un’idea, una provocazione. DeLillo ha sempre creduto che i libri abbiano il potere di cambiare la coscienza delle persone, “i giovani talentuosi sono attratti dal romanzo più che da altre forme d’arte. Si può adottare un taglio di capelli o uno stile di abbigliamento basato sui film ma non credo che questo cambiamento arrivi più in profondità rispetto a un libro”.
Come dargli torto?”.

Michele Crescenzo




Quando gli emigranti italiani negli USA cambiavano i loro nomi

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26abrumondiEsce in questi giorni il nuovo numero di “Abruzzo nel mondo”, bimestrale diretto da Antonio Bini. In questo numero, Sal Martoche, già giudice della Corte Suprema a New York, racconta la sua personale storia familiare del mutamento del cognome, comune a tanti emigrati in America, che veniva a rappresentare un ulteriore fattore di distacco dalle proprie origini.
L’ex giudice della Corte Suprema a New York, che da brillante avvocato ispirò il romanzo e poi il film “Hide in Plain Sight” di James Caan (1980), ricostruisce attraverso l’affettuoso ricordo del nonno Salvatore Martocchia, nato a Popoli, in provincia di Pescara, la scoperta del cognome originario della sua famiglia e delle singolari circostanze che hanno portato a modificarlo.
Tutto questo non gli ha impedito di spezzare i suoi legami, sostenendo che “il mio cuore è nella terra degli antenati materni, ad Apice, un piccolo paese in Campania, ai piedi del possente Vesuvio, mentre l’Abruzzo è nella mia anima, per sempre ancorata a Popoli. La mia visione dell’Abruzzo, ampia e fotografica, va dalla “montagna madre” la Maiella, al maestoso e spettacolare Gran Sasso d’Italia”.
Origini campano-abruzzesi anche per la giovanissima cantante Roberta Battaglia. Nei giorni scorsi ha trionfato a Los Angeles nel talent America’s Got Talent, trasmesso dalla NBC, cantando “Shallow” di Lady Gaga”. Il video su You Tube in pochi giorni ha superato 22milioni di visualizzazioni. Roberta ha appena dieci anni ed è nata a Toronto, da padre napoletano, Alessandro, e madre abruzzese, Gabriella, emigrata con i genitori dalla provincia di Pescara.
Su Roberta, che canta in inglese e in italiano, si sono accesi i riflettori dei media americani, che prevedono per lei un futuro da star. Prima di diventare orgoglio dei canadesi, Roberta ha iniziato ad esibirsi all’età di quattro anni in occasione di feste promosse dalla Federazione Abruzzese di Toronto ed altre associazioni italiane presenti in Ontario, come ricorda la presidente Ivana Fracasso.
Nel nuovo numero anche un articolo dell’economista Nicola Mattoscio, presidente dell’Associazione Abruzzesi nel Mondo, con riflessioni sul ruolo che dovrebbe assumere l’Unione Europea per fronteggiare la grave crisi, la cosiddetta Pandeconomia, conseguente all’epidemia da coronavirus, che mette anche in discussione la mobilità di turisti e emigranti, come scrive Antonio Bini nel suo editoriale dal titolo “Partire, tornare nella difficile estate 2020”.
Altri articoli riguardano l’uscita del nuovo libro di Goffredo Palmerini “L’Italia ante Covid”, ed. One Group, dedicato al grande drammaturgo aquilano Mario Fratti, che vive e opera da tempo a New York, con la presentazione di Lina Palmerini, giornalista de Il Sole 24 Ore. Quindi la “piccola grande isola abruzzese” nel Rio Grande do Sul in Brasile, a firma di Generoso D’Agnese, che ha anche recensito il nuovo libro dell’ambasciatore Domenico Vecchioni “Le spie del Duce”.
E ancora: fari sui nuovi scenari internazionali del vino abruzzese di Silvino D’Ercole, le terre dello Zafferano esaltate dal New York Times di Roberta di Fabio, l’originale testimonianza di Mario Nardicchia, sugli “emigrati per banda”, che avevano il privilegio di evitare Ellis Island e ancora sulle problematiche delle traduzioni di libri dalla lingua italiana in quella inglese, sollevate dal giornalista Dom Serafini, che scrive da New York.
Non manca un approfondimento di Andrea Di Marino sul ruolo che il Touring Club Italiano ebbe nel sostenere il nascente Parco Nazionale d’Abruzzo, anche attraverso l’escursione nazionale del 1922. Tra le notizie in breve viene segnalata l’elezione in Francia di due sindaci, Renzo Sulli (Echirolles) e Maurizio Petronio (Houdemont), entrambi originari di Castel del Monte in Abruzzo.
Completa il numero la Bacheca per la segnalazione delle tesi di laurea sul fenomeno dell’emigrazione abruzzese nel mondo. L’iniziativa è rivolta a giovani laureati presso università italiane e straniere.
La rivista Abruzzo nel Mondo viene inviata alle Associazioni abruzzesi nel mondo, ai principali Istituti italiani di Cultura e Musei dell’emigrazione, ai sindaci dei comuni abruzzesi e naturalmente agli abbonati. La rivista è anche disponibile on-line sul sito www.abruzzomondo.it.




Canada. Il primo “smart hospital” ha un nome italiano

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lo specchio“Una pietra miliare per il Canada, l’Ontario, la città di Vaughan e la comunità italiana: il primo ospedale “smart” del Paese, struttura all’avanguardia che è anche il nuovo primo polo sanitario realizzato nella Regione di York negli ultimi trent’anni, porta un nome italiano: “Cortellucci Vaughan Hospital”. Sull’insegna – dinanzi al nosocomio che comincerà ad operare agli inizi del 2021 – campeggia il nome della famiglia Cortellucci che lo scorso anno ha contribuito al progetto con una donazione record di 40 milioni di dollari”. Ne dà notizia Giovanna Tozzi su “Lo Specchio”, settimanale che dirige a Woodbridge.
“La cerimonia della scorsa settimana, svoltasi secondo i protocolli dettati dalla pandemia, ha visto la partecipazione del Premier Ford, il Ministro della Sanità Elliot, Michael Tibollo, MPP di Vaughan-Woodbridge, il sindaco di Vaughan Bevilacqua e dazione Mackenzie Health.
“L’annuncio di oggi segna un momento storico nella storia di Mackenzie Health ed un investimento senza precedenti nella nostra comunità”, ha dichiarato il Presidente e CEO di Mackenzie Health, Altaf Stationwala. “Mai prima d’ora c’è stato un momento più importante per garantire che abbiamo la capacità di salvaguardare la salute e il benessere delle nostre comunità e di fornire il massimo dell’assistenza sanitaria ai residenti della regione sud-occidentale di York e oltre. La famiglia Cortellucci ha dimostrato un impegno incredibile nel plasmare l’assistenza sanitaria del futuro e siamo orgogliosi di onorarli in questo modo”.
“In questi tempi senza precedenti, non è mai stato così importante investire nei nostri ospedali e dare al nostro eroico personale in prima linea un posto all’avanguardia per fornire un’assistenza di qualità nella comunità”, ha detto Doug Ford, Premier dell’Ontario. “Siamo incredibilmente orgogliosi di unirci a Mackenzie Health, alla famiglia Cortellucci e ai partner di ogni settore per costruire un ospedale di livello mondiale in Ontario che metterà i pazienti e le loro famiglie al primo posto”.
“La famiglia Cortellucci è stata un pilastro della comunità Vaughan per decenni, dedicando la propria vita a restituire”, ha detto il sindaco di Vaughan Maurizio Bevilacqua. “Questo impegno a dare e la loro dedizione a rendere la nostra comunità un posto migliore dovrebbe incoraggiarci tutti a fare lo stesso. L’ospedale Cortellucci Vaughan sarà un punto di riferimento per la città di Vaughan e un epicentro di eccellenza sanitaria per la provincia”. Per i Cortellucci Vaughan è stata la loro “casa per gli ultimi 25 anni. La nostra famiglia si sente profondamente grata di essere in grado di restituire alla nostra comunità. Siamo onorati di svolgere un piccolo ruolo nel contribuire alla creazione di un primo ospedale intelligente di questo tipo in Canada, che speriamo vada a beneficio dei cittadini di Vaughan per molti anni a venire”, ha detto la famiglia Cortellucci aggiungendo: “speriamo anche che questo dono incarni lo spirito di donazione della nostra comunità ed ispiri altri ad unirsi a noi per trasformare l’assistenza sanitaria in Canada”.
Una volta completato, il Cortellucci Vaughan Hospital aumenterà la capacità di assistenza urgente e di emergenza del Mackenzie Health, fornirà diagnostica per immagini più avanzata e programmi potenziati in ostetricia, pediatria e salute mentale.
La donazione di 40 milioni di dollari della famiglia Cortellucci avvicina il Mackenzie Health al suo obiettivo di raccogliere 250 milioni di dollari per aiutare a costruire e attrezzare il Cortellucci Vaughan Hospital e migliorare le cure al Mackenzie Richmond Hill Hospital. Mentre il governo dell’Ontario ha investito 1,3 miliardi di dollari per la costruzione dell’impianto, la quota locale del progetto, comprese le attrezzature mediche e una parte dei costi di costruzione, richiede il sostegno della comunità; finora sono stati raccolti 177 milioni di dollari”




Davide Spinelli: a Montreal tra cibo e cinema

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corriere italiano“Nato e cresciuto a Milano, Davide Spinelli è approdato nel settembre scorso a Montréal per una borsa di studio dell’Università Concordia, dopo un lungo periplo che lo ha portato in giro per il mondo. Il suo è un percorso forse un po’ atipico alla ricerca della giusta coniugazione tra due grandi passioni: il cibo ed il cinema. Vediamo come e perché”. Ad intervistare Spinelli è stato Fabrizio Intravaia per il “Corriere italiano” che dirige a Montreal.
““Ho preso la mia laurea triennale – racconta Davide – in nuove tecnologie dell’arte all’Accademia di Brera ed ho intrapreso la magistrale all’Università IUAV di Venezia in una nuova disciplina, le Arti performative del cinema e del teatro, ovvero l’utilizzo delle nuove tecnologie per la divulgazione artistica, cinematografica e teatrale. Ed è grazie ad essa che sto facendo la borsa di studio. Mi definisco, però, uno studente atipico perché l’università l’ho iniziata tardi, a 24 anni. Prima ho girato il mondo. Sono stato a New York a fare il cameriere e il cuoco. Ma sono tornato in Italia per prendermi due diplomi di cucina, perché dove, se non in Italia, – si chiede – si può imparare la vera cucina italiana? Quindi, gavetta a Milano come chef, e poi di nuovo in giro per il mondo tra Lisbona, Parigi, Tokyo, le navi da crociera, i grandi alberghi mentre continuavo il mio percorso universitario. Nel frattempo è arrivata questa borsa di studio per la Concordia ed ho preso questa occasione al volo perché mi avevano sempre parlato bene di Montréal e del Québec”.
“Il Canada – prosegue Davide che ha un figlio di 4 anni di nome Leonardo – mi è sembrato una bella opportunità da sfruttare. In più, qui ho incontrato una grandissima comunità italiana. Il primo contatto è stato grazie alla Console Generale che aveva invitato, a fine novembre, tutti gli studenti d’origine italiana della Concordia ad una cena di conoscenza reciproca. Grazie a questo evento ho potuto conoscere anche altri aspetti della comunità italiana tra cui Giovanna Giordano e il Comites e la Casa d’Italia con i quali ho iniziato a collaborare, soprattutto in questo periodo di emergenza Covid-19, per preparare dei pasti per i più bisognosi. Così da settembre ho portato avanti sia il versante degli studi, che mi ha permesso di approfondire sempre di più il rapporto tra cinema e arti visive, che quello della cucina, lavorando come chef in alcuni ristoranti di Montréal”.
Cosa farai da “grande?”
“Ho iniziato questo mio percorso 10 anni fa – risponde Davide – mettendo molta carne al fuoco, sapendo di metterla. Ma volevo arrivare ad un qualcosa di unico dove forse nessuno ancora si è specializzato. Guardavo i film di Sergio Leone e Charlie Chaplin a 7 anni con mio padre e facevo la pasta fatta a mano con mia madre e mia nonna a 5 anni. Cinema e cibo fanno parte del mio Dna, perché, allora, non unirle e far diventare la gastronomia ed il cibo, il soggetto e l’oggetto dei miei film? Sto pensando di fare un dottorato alla Concordia su questo tema. Di conseguenza – prosegue – vorrei creare a Montréal, dove il terreno mi sembra più fertile che in Italia, un piccolo cinema-ristorante dove “sfogare” questa mia passione e dove autoprodurre delle opere cinematografiche. Potremmo metterla così: il cibo finanzia l’arte!”
Ti senti un cervello in fuga?
“Per anni mi sono sentito tale. La verità – afferma – è che in Italia per un ragazzo che vuole fare un percorso diverso da quello classico, che vuole cercare se stesso in maniera personale e creativa, diventa tutto più difficile. Tutti i miei amici che hanno intrapreso le professioni “classiche”, medico ed avvocato, per esempio, sono rimasti, gli altri sono partiti. Io ho fatto un’università super-innovativa ma alla fine ti senti un po’ abbandonato a te stesso”.
Un vecchio proverbio dice che “tutte le strade portano a Roma”. Nel caso di Davide, la strada lo ha portato a Montréal che, comunque, è tinta lo stesso di tricolore. Davide, infatti, ha iniziato anche a fare un tirocinio, per conto del suo corso di laurea, con la Casa d’Italia per la quale produrrà un video promozionale. “Forse – conclude lo chef-cineasta – ho puntato l’asticella troppo in alto ma in fondo, una vita senza sogni e passioni, che vita è?”.
Per informazioni o per visionare i video di Davide Spinelli: https://davidespinelli.myportfolio.com/video; davide.spinelli198@gmail.com”.

Fabrizio Intravaia




Ustica e la ‘quasi collisione’. La verità nelle 5000 pagine di perizie

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132442132 3f29427a 4377 47eb 9001 0662523b2c92Ustica? Ma quale mistero. Il relitto ha parlato e la verità è nelle nostre perizie che, in ogni modo, qualcuno ha cercato di smontare e ostacolare”.

Carlo Casarosa, professore ora in pensione di meccanica del volo nel dipartimento di ingegneria aerospaziale dell’Università di Pisa, è l’uomo che ha fatto parlare il DC9 Itavia finito nel mare di Ustica con 81 persone a bordo la sera del 27 giugno 1980.

E in una lunga intervista ad Agi spiega con particolari nuovi i tasselli dell’intera indagine.

All’alba del 28 giugno, alcune chiazze oleose nel Mediterraneo all’altezza di Ustica con cadaveri e rottami che iniziano ad affiorare segnano il ritrovamento e l’inizio di un mistero lungo quarant’anni. Ma il professor Casarosa, che nel 1990 entra nel collegio dei periti che affiancano il giudice Rosario Priore nelle lunghe indagini dell’inchiesta, è sicuro: “Per me non è un mistero. C’è il rammarico che si potesse arrivare molto prima alla ricostruzione oggettiva delle cause dell’incidente e dello scenario in cui avvenne, ma mancò la collaborazione da parte di chi doveva e poteva”. Oltre cinquemila le pagine di perizie incrociate contenute in cinque volumi.

Nessun missile, nessuna bomba

“Né missile, né bomba a bordo, fu una ‘quasi collisione’”, ribadisce oggi Casarosa che, nel libro “Ustica. Storia di un’indagine”, pubblicato nel 2006 racconta passo dopo passo gli anni febbrili che lo impegnarono nella ricerca della verità sulle cause che portarono alla caduta del DC9.

Fu il recupero del relitto, oltre 4000 pezzi, e la sua paziente ricostruzione in un hangar a Pratica di Mare (ora il relitto è al Museo della Memoria di Bologna), come un infinito puzzle in 3D durato 4 anni, a mettere sotto gli occhi di Casarosa una ipotesi che si discostava da quelle classiche di missile o bomba a bordo osteggiata “da parte di alcuni colleghi, giornalisti e persino di ministri della Repubblica ritenendola un evento miracoloso mai accaduto nella storia dell’aviazione”.

Dieci anni accanto al giudice Priore, e ora in contatto con i giudici Erminio Amelio e Maria Monteleone nell’inchiesta in corso, un altro libro in corso di stampa, l’ingegner Casarosa è convinto della sua verità che emerge dalle oltre cinquemila pagine in cinque volumi di perizie incrociate, radaristiche e chimiche, frutto di studio e analisi di ogni singolo pezzo e da anni di puntigliosa attenzione a dettagli, tranelli e a falliti tentativi di depistaggio : “Missile, bomba, danno strutturale furono le prime ipotesi.

Quando il professor Santini mi chiese di entrare nella squadra di periti del giudice Priore, mi ripromisi di affrontare il mio incarico con la massima oggettività e senza innamorarmi di ipotesi né lasciarmi condizionare”.

Una dichiarazione d’intenti mantenuta per molti anni anche di fronte a controperizie e dati che propendevano per la tesi del missile e della bomba, e finanche dell’abbattimento.

“Ma non c’erano tracce di esplosione né interna né esterna (missile) – ripete Casarosa -. E tutte le presunte prove che venivano addotte a sostegno, alla fine venivano smontate da analisi o da dati oggettivi.

Un esempio: di fronte ai vetri intatti di cinque file di oblò recuperati dal relitto, come può reggere l’idea di una esplosione interna o esterna ipotizzata nelle immediate vicinanze?”.

La scoperta che porta Casarosa a formulare l’ipotesi definitiva sulle cause che fecero precipitare il DC9 arriva dopo molti anni di indagini e dopo il recupero e il montaggio, sul relitto ricostruito, dell’estremità dell’ala sinistra del DC9.

“Nel fare le foto e compilare le schede – racconta – ci rendemmo conto che un frammento di ala presentava i correnti superiori e inferiori vistosamente deflessi verso il basso, segno che esso si era distaccato a causa di una sollecitazione di flessione verso il basso.

Questa deflessione, che all’inizio avevamo attributo all’impatto con la superficie del mare, si era invece verificata in volo, al momento del distacco della parte terminale dell’ala”. Un fenomeno, spiega l’ingegnere, “assolutamente contrario a ogni aspettativa”.

Così, sulla base dei dati aeromeccanici del DC9, inseriti in un simulatore di volo, il professor Casarosa riesce a ricostruire l’incidente di Ustica: “Lo vedemmo generarsi sotto i nostri occhi”. Secondo l’esperto, l’evento primario che causò l’incidente fu la rottura dell’estremità dell’ala sinistra che innescò poi una serie fenomeni che portarono alla rottura di elementi critici del velivolo.

Ma perché avvenne quella rottura? Il professore inizia a cercare un evento esterno: “La risposta poteva venire solo dall’esame dello scenario esterno, cioè dall’esame dei risultati che le perizie radaristiche andavano via via fornendo”.

Un “sorpasso” fatale

Quella sera nei cieli sopra Ustica il DC9 non era solo come dimostrato dalle perizie radaristiche. Secondo il professore, la flessione dell’ala fu determinata dall’incontro del DC9 con una scia vorticosa lasciata da un altro aereo che lo ‘sorpassò’.

“Il fenomeno in linguaggio tecnico si chiama Wake Vortex Turbulence. E’ un fenomeno ben noto in Aeronautica perché all’origine di molte sciagure aeree. Nel periodo 1964-1971 ha causato 120 incidenti, con 333 vittime nel periodo 1968-2017.

Durante il volo, si generano due vortici, in corrispondenza delle ali degli aerei. Queste scie vorticose si mantengono anche quando il velivolo è passato e si attenuano dopo alcuni minuti.

All’interno dei vortici, la velocità iniziale di rotazione dell’aria supera il centinaio di km/h”. I vortici sono pericolosi e presenti nelle aree aeroportuali ed è per questo motivo che le autorità aeronautiche impongono precisi intervalli di tempo prima di autorizzare decolli e atterraggi.

“Essendo a conoscenza di questi fenomeni – prosegue Casarosa – ritenni che la possibile presenza di velivoli nel cielo, le scie vorticose, la possibile interferenza di esse con l’ala del DC9 fossero in relazione”.

Ustica Pisa Casarosa Collisione Perizie
I resti del Dc-9 dell’Itavia

Nei documenti il fenomeno è indicato come quasi collisione volendo evidenziare che i velivoli coinvolti non erano così vicini da rischiare la collisione né così lontani da determinare l’attenuazione del fenomeno.

Ed ecco l’ipotesi. “Il DC9 viene ‘sorpassato’ da un aereo che vira a est rispetto alla traiettoria verso sud. L’ala sinistra del DC9 incrocia la sua scia. E da lì il distacco e la caduta”.

Mettendo insieme i dati ufficiali, il professore ricostruisce così cosa avvenne nei cieli di Ustica la sera del 27 giugno 1980: “Credo che il DC9 sia rimasto casualmente coinvolto in un’azione di riconoscimento e intercettazione.

Il volo Itavia era partito da Bologna e durante il volo viene seguito da un altro aereo, forse il Mig libico. Questo viene intercettato da due aerei presumibilmente americani che si vedono nei radar volare per un certo tempo paralleli al DC9 spostati di 15 miglia alla sua destra.

Il Mig, intercettato, per sfuggire alla manovra, sorpassa il DC9 e vira verso la Calabria, lasciando la scia, particolarmente violenta.

Gli intercettori avrebbero poi raggiunto il bersaglio, danneggiandolo nel tratto di mare prima delle coste calabre e provocandone la successiva caduta sulla Sila”.

Casarosa aggiunge: “Nel manuale di volo del Mig 23 si evidenziava che, nei voli in formazione, si doveva evitare di entrare nella sua scia perché essa è particolarmente intensa”.

Questa la ricostruzione del professore che si autodefinisce: “uno degli ultimi personaggi ancora vivi di questa lunga inchiesta che ancora oggi, dopo 40 anni, per molti rimane un mistero aperto”.  AGI)




USA. Trump sospende il rilascio dei visti di lavoro

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vocegiusta 3“Dopo il bando ai voli dall’Europa e la sospensione del rilascio delle green card (il permesso di soggiorno permanente), Donald Trump continua a sfruttare la pandemia per annunciare nuove restrizioni al sistema di immigrazione. “Proclama a sospensione dell’ingresso di stranieri che presentano un rischio per il mercato del lavoro americano a causa della pandemia di coronavirus” è il titolo sensazionalista dell’ultimo attacco presidenziale, in vigore da lunedì 22 giugno e valido almeno fino al 31 dicembre 2020”. Ne scrive Ilaria Maroni su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.
“È passata meno di una settimana dalla sentenza della Corte Suprema che si è pronunciata contro la cancellazione del DACA, il programma dell’era Obama che ha protetto dalla deportazione oltre 700mila giovani immigrati arrivati nel Paese prima dei sedici anni.
Smaltita la sconfitta, Trump non sembra demordere: ad essere coinvolti dalle politiche xenofobe dell’amministrazione questa volta sono i visti di lavoro H-1B, H-2B, L, alcune categorie di J e rispettivi familiari.
“Gli americani competono con gli stranieri in ogni settore dell’economia”, recita l’ordine del Presidente. “Alla luce delle circostanze economiche create dalla pandemia di COVID-19, certe categorie di visto che offrono il permesso di lavoro pongono una minaccia inusuale all’assunzione di lavoratori americani”.
In base alle regole introdotte, le limitazioni non si applicheranno agli individui già regolarmente presenti nel Paese; ai coniugi e ai figli di cittadini americani; agli stranieri impiegati nelle industrie di approvvigionamento alimentare e alle persone il cui arrivo sia considerato nell’interesse nazionale.
Fino alla fine dell’anno, non saranno invece processate le richieste per altamente qualificati (H-1B), stagionali (H-2B), tirocinanti, insegnanti, ragazze alle pari (J), trasferimenti all’interno di un’azienda (L) e per qualsiasi dipendente al loro seguito.
Con i contagi in crescita in 22 stati e in assenza di chiare indicazioni federali sul contrasto al Coronavirus, la disastrosa gestione dell’emergenza ha provocato più di 45 milioni di disoccupati da metà marzo. Molti esperti hanno sottolineato però che la maggior parte dei posti di lavoro bruciati dalla crisi non sono quelli in cui si concentrano gli stranieri penalizzati dal provvedimento.
Dall’altra parte dell’oceano, secondo le fonti del New York Times, l’Unione Europea si starebbe preparando a escludere i cittadini americani dalla lista dei viaggiatori ammessi dopo il primo luglio. Le proposte in discussione valutano che la minaccia del COVID-19 non è ancora sotto controllo negli Stati Uniti. Una decisione finale è attesa entro la prossima settimana”.




Collaborazione penitenziaria tra Messico, Italia e ONU

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punto incontro“La pandemia non ferma i rapporti di collaborazione e cooperazione internazionale fra Italia, Messico e Nazioni Unite. Si è svolta infatti giovedì scorso, attraverso videoconferenza, una riunione sul programma di lavori di pubblica utilità e sul lavoro penitenziario a Città del Messico per fare il punto sullo stato di avanzamento del progetto, rallentato a causa dell’emergenza sanitaria”. A darne notizia è Massimo Barzizza su “Punto d’incontro”, portale che dirige a Città del Messico.
“Attorno al tavolo virtuale offerto dalla piattaforma Zoom erano seduti responsabili e sostenitori del programma: l’ambasciatore d’Italia in Messico Luigi De Chiara, il nuovo responsabile dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine (UNODC) Kristian Holge (danese, succeduto all’italiano Antonino De Leo), il direttore esecutivo del lavoro penitenziario a Città del Messico Aarón Sánchez Castañeda, il senior advisor di UNODC in Messico Claudio La Camera e il responsabile dell’area Messico di Enel Green Power (partner strategico del progetto) Paolo Romanacci. In collegamento dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria erano presenti il nuovo Capo del DAP Bernardo Petralia e il responsabile dell’Ufficio centrale per il lavoro dei detenuti Vincenzo Lo Cascio.
Il progetto è entrato nella fase esecutiva dopo la firma, ad inizio agosto 2019, di un memorandum di intesa fra le Nazioni Unite, la Segreteria di Governo di Città del Messico e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del ministero della Giustizia che prevede l’implementazione nel sistema carcerario messicano del progetto “Modelo de reinserción laboral de pública utilidad para las personas privadas de la libertad” basato sullo schema italiano. Le linee guida del programma sono state sottoscritte nel dicembre scorso nella sede del governo di Città del Messico.
A seguito della firma di questi accordi sono stati selezionati e formati duecento detenuti per svolgere interventi di manutenzione alle aree verdi all’interno e all’esterno del carcere. Dotato di divise e strumenti per questa attività di giardinaggio, il gruppo è stato messo in condizioni di uscire dall’istituto per svolgere il lavoro in alcune zone della città.
Sopravvenuta la pandemia di Covid-19, le autorità penitenziarie di Città del Messico in collaborazione con l’UNODC hanno attivato, parallelamente alla originaria attività di pulizia del verde, un programma di produzione di dispositivi di protezione individuale per affrontare l’emergenza sanitaria. Circa 15mila mascherine a settimana saranno distribuite ai 25mila detenuti e alle quasi 8mila unità di personale dei tredici istituti penitenziari di Città del Messico. Attualmente si sta pensando di estendere il programma anche in altri Stati del Messico, non appena la situazione sanitaria lo consentirà.
“Nonostante sia alla guida del DAP da poco più di un mese – ha sottolineato Petralia – ho già avuto modo di conoscere questo programma assolutamente lusinghiero e molto interessante che vede Italia, Messico e Nazioni Unite lavorare insieme nell’esportazione di un’attività virtuosa come il lavoro di pubblica utilità”. Il Capo del Dipartimento ha definito l’iniziativa “un fiore all’occhiello del sistema penitenziario italiano, particolarmente importante dal punto di vista trattamentale e del contrasto alla criminalità organizzata, perché in grado di recuperare persone facendole volgere al bene sociale e perché costituisce un ponte di collegamento con quello che avverrà dopo il carcere”. Petralia ha infine assicurato la sua “costante attenzione e condivisione del progetto, che consentirà ad entrambi i Paesi di raggiungere un risultato di grande rilievo internazionale”.
“Anche diverse nazioni europee hanno chiesto di conoscere e approfondire questo modello italiano in vista di una possibile esportazione nel loro sistema penitenziario”, ha detto Lo Cascio, sottolineando l’importanza di “una esperienza che va ora rafforzata lavorando insieme al nuovo direttore dell’UNODC in Messico”.
Dal canto suo, il nuovo responsabile dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine (UNODC) Holge ha espresso l’auspicio che “presto possa essere superata l’emergenza sanitaria per poter riprendere tutti insieme un cammino già avviato con successo””.




Venezuela. Sette giorni di quarantena estrema

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la voce 1“Sette giorni di quarantena e controlli stretti di polizia per isolare 10 stati del paese: Distretto Capitale, Bolívar, Apure, Táchira, Zulia, Giaura, Miranda, Lara, e Trujillo. Non è tutto. Chiusura temporanea della metropolitana e della linea ferroviaria, che collega “Valles del Tuy” alla capitale. L’unica, del mega-progetto pubblicizzato ai quattro venti dall’estinto presidente Chávez, ad essere stato costruito in vent’anni di “chavismo”. Questi i provvedimenti speciali annunciati dalla vicepresidente della Repubblica, Delcy Rodríguez per contenere la diffusione dei contagi. Ma nessun riferimento ai servizi fondamentali per permettere l’igiene personale, indispensabile per contenere la pandemia: acqua ed elettricità”. A rilanciare la notizia è “La voce d’Italia”, quotidiano online di Caracas diretto da Mauro Bafile.
“La quarantena, annunciata dal Governo, inizierà il 22 giugno e concluderà il 28. In questo periodo sarà permesso il transito dei trasporti pubblici “in superficie”. Almeno di quelli che ancora riescono ad operare nonostante la mancanza di ricambi e di carburante.
– I provvedimenti sono orientati ad evitare la comunicazione tra Stati e comuni – ha spiegato Delcy Rodríguez -. Sarà proibito il transito nelle maggiori arterie tra comuni e Stati. È necessario per rompere la catena dei contagi sul nascere. È per la salute di tutti.
Questi i provvedimenti:
– Nella capitale è proibito il transito tra quartieri. Ci saranno posti di controlli nelle super-strade.
– Tutti i settori dell’economia, compresi i 24 che erano esclusi, rispetteranno la quarantena
– Il Comune “Libertador” rispetterà una quarantena “radicale”
– In quarantena anche la maggior parte degli Stati La Guaira, Miranda, Aragua, Zulia, Tachira, Apure, Bolívar, Lara, Trujillo.
Il responsabile dei trasporti pubblici, ministro Hipólito Abreu, ha spiegato che saranno effettuati “controlli rigorosi a chi accederà al servizio dei mezzi pubblici”. E si esigerà l’uso delle mascherine e guanti”.




La mia riflessione da bianca e italiana sulle proteste dei neri negli Stati Uniti

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vocegiusta 2“In questi giorni di tumulto sociale negli Stati Uniti sento la necessità di condividere la mia esperienza, nella speranza che aiuti i miei amici italiani a capire meglio ciò che sta accadendo, o perlomeno mi auguro porti una prospettiva diversa a qualcosa di abbastanza sconosciuto in Italia. Per motivi storici in Italia non abbiamo mai avuto l’occasione di poter sviluppare una coscienza matura sulle lotte razziali come negli Stati Uniti. Non intendo in alcun modo usare la mia voce per sostituire o interpretare quella del movimento Black Lives Matter, ma spero che possa aprire uno scorcio ad una comprensione più profonda ad un problema sensibile come le vite dei neri negli Stati Uniti, ed altrove. Penso sia una conversazione difficile, ma necessaria”. Partono da qui le riflessioni che Ambra Avenia affida a “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.
“Nel mio percorso accademico e professionale ho avuto il privilegio di studiare negli Stati Uniti per ben due volte: da adolescente nel Missouri, in un’area suburbana vicino Saint Louis (O’Fallon), tramite un programma di scambio annuale di Intercultura e dieci anni più tardi a Washington DC, per studiare relazioni internazionali ed economia.
Quando nell’estate del 2014 tornai negli Stati Uniti per iniziare i miei studi a Washington, il dibattito sul razzismo istituzionale nel paese si era riacceso in seguito all’uccisione di Micheal Brown da parte della polizia a Ferguson (Missouri), a pochi passi da dove avevo studiato da adolescente.
Ne seguirono delle violente proteste in strada per chiedere giustizia sul caso Brown, ma anche avanzando richieste di giustizia sociale più ampiamente parlando. Seguii l’evoluzione delle proteste tramite la mia cerchia di amici del liceo americano su Facebook.
Nonostante a 16 anni quella scuola americana mi era sembrata così diversa e multiculturale, guardando in retrospettiva anche lì abitavo in una provincia prevalentemente bianca. Alcuni ex-compagni di quel liceo nel frattempo erano diventati poliziotti, ed erano impegnati su Ferguson durante le proteste, quindi ero particolarmente esposta ai post dei bianchi, per la maggior parte repubblicani, che condannavano le proteste e le violenze e che supportavano la narrativa per cui Brown era un criminale ed un po’ se li era andati a cercare quei dodici colpi di pistola.
Qualche mese più tardi, nell’aprile del 2015, a pochi passi da Washington, a Baltimora, l’uccisione di Freddie Gray accese la miccia per un’altra serie di proteste violente nell’area. Ne seguirono anche delle proteste a Washington, in cui marciarono alcuni miei amici neri con cui studiavo. In particolare, in questa occasione, gli stessi amici iniziarono a diventare molto vocali su Facebook, in supporto delle proteste. Un giorno in particolare una di loro citò Malcom X, di cui sapevo soltanto grazie al corso di “storia americana” studiata al liceo in Missouri dieci anni prima. Ricordavo vagamente che Malcom X era stata la faccia “più violenta” e controversa del movimento dei diritti civili ai tempi di Martin Luther King. Non capivo. Non capivo perché gente colta, istruita nelle migliori università degli Stati Uniti, gente impegnata nei diritti umani, potesse non solo condonare la violenza delle proteste, ma avesse sentito la necessità di esprimere tanta rabbia.
Sono cresciuta credendo fermamente che le battaglie in una democrazia si debbano combattere con gli strumenti democratici, con la politica, con i dibattiti, con le elezioni, con i voti, con le leggi – e rimango di quell’idea. In ogni caso, sentii la necessità di un confronto, per capire. Sono amici che stimo incredibilmente e se avevano sentito questo bisogno, ero sicura che le loro parole e la loro rabbia potessero essere solo ben motivate.
Timidamente, bussai alla porta di una di loro ed azzardai chiedere come mai questo supporto? Lei mi rispose con la pazienza di chi vuole essere capito e con la sofferenza di chi ha lottato in silenzio per tutta una vita ed è stanco di lottare, di spiegarsi, di raccontarsi. Lo si vedeva dallo sguardo basso e dalla postura chiusa (decisamente non un suo atteggiamento usuale), e si sentiva dalla voce che cercava un appiglio per rimanere ferma.
Fece un sospiro profondo, ed espirò: “I’m tired. We have done this for years, and yet we are still here demanding the same things” [Sono stanca. L’abbiamo fatto per anni, e ciononostante siamo sempre qua a chiedere le stesse cose].
Proseguì a raccontarmi le sue esperienze e dei suoi cari con il razzismo negli Stati Uniti, il suo paese. Per la prima volta ho sentito la narrativa della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti dal lato degli oppressi. Mi travolse come un fiume in piena e mi aprì ad una nuova narrativa, oltre ad un profondo senso di disagio per non essermi informata prima di formarmi una mia opinione.
Il punto fondamentale era questo: nessuno vuole ricorrere alla violenza per affermare i propri diritti. Nessuno dovrebbe dover ricorrere alla violenza affinché la propria umanità venga riconosciuta. Ma quando nel corso della propria vita, ogni altro mezzo possibile è stato esplorato, pazientemente e con costanza, se l’unico modo per fare sentire il proprio grido è quello di protestare con forza, che forza sia. Non si vuole condonare la violenza gratuita, ma lì dove la violenza di un sistema è esercitata quotidianamente su un target specifico della popolazione, la violenza sembra l’unico mezzo lasciato a disposizione degli oppressi stessi.
Già nel 1967 (53 anni fa) Martin Luther King, nel ribadire il suo impegno alla lotta non violenta, non mancò di notare:
“A riot is the language of the unheard. And what is it America has failed to hear? It has failed to hear that the plight of the negro poor has worsened over the last few years. It has failed to hear that the promises of freedom and justice have not been met. And it has failed to hear that large segments of white society are more concerned about tranquility and the status quo than about justice equality and humanity.”
[Una rivolta è il linguaggio degli inascoltati. Cos’è che l’America non ha ascoltato? Non ha ascoltato le sofferenze dei neri più poveri, la cui situazione è peggiorata negli ultimi anni. Non ha ascoltato che le promesse di libertà e giustizia non sono state mantenute. E non ha saputo ascoltare che una larga parte dei bianchi tiene più alla tranquillità e allo status quo che alla giustizia, all’uguaglianza, all’umanità.]
Concentrare la conversazione sulla violenza delle proteste, o peggio, etichettare le violenze come atti puramente criminali, opportunistici, senza significato, significa fallire in partenza nel capire ciò che sta accadendo e silenziare chi sta chiedendo di essere ascoltato. Significa non poter discutere con onestà intellettuale delle radici profonde che hanno portato a questa esasperazione. Ed in ultima istanza, significa non rompere mai il ciclo di violenza, se prima non ci si preoccupa di affrontare la violenza sistemica a cui si sta rispondendo con la violenza di strada.
Negli anni, anche grazie all’azione coordinata del movimento “Black lives matter” si sono susseguiti molte campagne di sensibilizzazione e ci sono stati vari episodi di protesta pacifica, in particolare nel mondo dello sport e dello spettacolo. Nel 2014, Kobe Bryant indossò una maglietta con su scritto “I can’t breathe” [non posso respirare] in protesta per la morte di Eric Garner per mano di un altro ufficiale di polizia. Nell’agosto del 2016, alcuni atleti americani iniziarono a protestare contro la brutalità della polizia ed il razzismo inginocchiandosi su una gamba durante l’inno nazionale americano. Emblematico il caso di Colin Kaepernick, quarterback della squadra di football dei San Francisco 49ers, che prima di una partita amichevole in preparazione al campionato, rimase seduto durante l’inno nazionale americano, in forma di protesta. Furono accusati da parte dell’opinione pubblica di anti-patriottismo, di mancare di rispetto alla bandiera americana e che questi atti di protesta fossero fuori luogo.
Il presidente americano Donald Trump affermò che i proprietari della NFL dovrebbero “licenziare” i giocatori che protestano contro l’inno nazionale. Nel 2016, il cast di “Hamilton”, un musical di successo di Broadway sui ribelli coloniali che modellano il futuro di un nuovo paese, a fine spettacolo lanciò pubblicamente un appello al vice-presidente americano Mike Pence che era tra gli spettatori quella sera:
“We, sir — we — are the diverse America who are alarmed and anxious that your new administration will not protect us, our planet, our children, our parents, or defend us and uphold our inalienable rights. We truly hope that this show has inspired you to uphold our American values and to work on behalf of all of us.”
[Noi, signore – noi – siamo la diversa America che è allarmata e ansiosa che la vostra nuova amministrazione non proteggerà noi, il nostro pianeta, i nostri figli, i nostri genitori, né ci difenderà e difenderà i nostri diritti inalienabili. Speriamo davvero che questo spettacolo l’abbia ispirato a sostenere i nostri valori americani e a lavorare per conto di tutti noi”].
Anche in questa occasione il presidente Trump e parte dell’opinione pubblica ritennero questo intervento fuori luogo.
Le proteste di questi giorni non sono scaturite semplicemente dall’ennesima, ingiustificata morte di un cittadino americano, George Floyd – e sono per la straordinaria maggior parte proteste pacifiche. Sono il risultato di anni di oppressione.
Il video che mostra il poliziotto brutalmente inginocchiato sul collo del signor Floyd, mentre lo soffoca, è stata l’ennesima goccia che ha fatto nuovamente traboccare un vaso stracolmo. Il video ha provocato giustamente l’indignazione di chi finora aveva avuto il privilegio di non vedere queste ingiustizie prima. C’è stata una mobilità superiore rispetto al passato, frutto anche del costante lavoro delle organizzazioni e dei movimenti per la giustizia sociale, oltre che all’utilizzo abile dei social media. Ma ha anche provocato la rabbia di chi, da anni, da generazioni, chiede parità di trattamento. Ha provocato la rabbia di chi continua ad essere trattato con condiscendenza quando fa appello di solidarietà: non sembra esserci mai un luogo opportuno, o una modalità corretta affinché le loro istanze possano essere presentate, ascoltate e affrontate. Solo tanta condiscendenza da chi segue da una posizione di forza. Questa volta il loro grido d’aiuto sembra trovare eco anche fuori dagli Stati Uniti, ma rischia di essere male interpretato, nel migliore dei casi, o strumentalizzato al peggio.
In Italia, dove non abbiamo mai fatto i conti con il nostro passato coloniale e dove per molto tempo abbiamo avuto una popolazione relativamente omogenea, solo negli ultimi anni abbiamo iniziato a toccare con mano una multiculturalità e diversità più visibile e che può essere lontanamente paragonabile alle diversità che impernia la società americana. Le proteste di questi giorni possono diventare innanzitutto un momento importante per informarci, leggere ed ascoltare altre storie che deviino dalla narrativa dominante degli Stati Uniti bianchi.
Voglio concludere lasciando quattro lezioni che ho imparato, mio malgrado, sul modo in cui si può essere alleati del movimento dei neri americani:
1. Informarsi e studiare. Non è compito di ogni persona di colore istruirti sulla loro condizione. Capisco che possa sembrare una contraddizione, ma nell’era digitale, le risorse per informarsi non mancano, molto del materiale è in inglese: troverai Ted Talks, documentari su Netflix e tanto altro ancora. Sii curioso e nel farlo sii pronto a sentirti a disagio con te stesso/a nel realizzare anche i vantaggi di cui hai potuto godere in virtù del semplice fatto di far parte della comunità dominante per pura fortuna, grazie al colore della tua pelle. È importante informarsi e capire il nostro ruolo prima di provare ad intavolare qualsiasi discussione che possa essere in alcun modo producente. Come la mia amica di Washington, molti afroamericani sono stanchi di lottare, di spiegarsi, di raccontarsi. Alcuni, saranno disposti ad affrontare la conversazione, alcuni lo faranno con meno pazienza di altri. Ma alcuni, sono esausti dal parlare a nome di una generazione, e dal portare un fardello che nessuno di loro aveva mai chiesto di avere. Sono esausti dal dover spiegare in continuazione le loro storie personali, dei genitori, dei nonni, etc. Sono anche esausti dal dover ripetere a memoria i dati statistici per cui gli afroamericani sono il gruppo più vulnerabile alle ingiustizie del sistema giudiziario americano. Ed in generale non spetta a loro in prima istanza dover compensare per un sistema educativo che fallisce di includere la loro storia nella narrativa principale.
2. Ascoltare la voce degli inascoltati, ovvero il concetto del “whitesplaining”: accade quando una persona bianca dice a una persona nera come rispondere o visualizzare un argomento, di solito quando si parla di relazioni razziali o disuguaglianze. Le persone nere sono in grado di formulare le loro esigenze e le loro aspirazioni consapevolmente ed in base alle loro esperienze. Valide tanto quanto le tue. Non sei tu il protagonista di questa lotta. Sei un alleato. Se sei bianco, in un paese predominantemente bianco, la tua voce è stata non solo sempre ascoltata, ma è stata la voce narrante principale della storia della tua comunità. Dai spazio ad altre voci.
3. Diventa una cassa di risonanza, non un interprete. Se non sei nero, non è compito tuo reinterpretare l’esperienza di chi lo è. Non è compito tuo, parlare nel loro nome. Il rischio di parlare da una posizione di privilegio è quello di “appropriarti” della loro storia, della loro narrativa. Il rischio è che, nonostante le migliori delle intenzioni, risulti nel togliere loro voce, ancora una volta. La tua storia è già quella predominante. Usa le tue piattaforme per far da eco alle loro istanze e per dare loro spazio per un confronto tra le loro esperienze e per poter maturare le loro richieste e le loro strategie. Lascia che siano loro a dirti come puoi aiutare la loro causa.
4. È offensivo dire che “tutti gli uomini sono creati uguali” o “all lives matter” quando si discute di ingiustizia sistemica basata sulla discriminazione del colore della pelle. Non importa quanto ben intenzionato, quando qualcuno (spesso bianco) afferma di “non vedere il colore”, si sta ricorrendo ad una retorica “daltonica” che è dannosa per le comunità nere per almeno tre motivi: (1 ) Negano la propria “bianchezza” (whiteness) e tutti i privilegi sociali e il potere che ne traggono; (2) negano la “oscurità” di altre persone”, o “asiaticità” e tutta la discriminazione sociale che spesso ne deriva; e, soprattutto, (3) stanno costruendo il razzismo come individuale e intenzionale, piuttosto che istituzionale.
Il razzismo negli Stati Uniti è strutturale, è storico ed è duraturo. La risposta non potrà essere individuale, ma forzatamente comunitaria e strutturale. Le modalità delle proteste dipenderanno dai loro oppressori e dalla loro capacità di saperli ascoltare”.

Ambra Avenia – La Voce di New York