Le aziende italiane in North Carolina

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logoPer chi non conosce la capacità dei nostri connazionali di esportare il made in Italy, può risultare sorprendente scoprire come in uno Stato poco conosciuto nel belpaese (al più si sa che la capitale è Raleigh e che i fratelli Wright hanno spiccato il primo volo sulla spiaggia di Wilmington) ci sono tante realtà imprenditoriali di origine italiana e notevoli scambi commerciali.

Ristorazione. Chiaramente i ristoranti e le nostre specialità culinarie la fanno da padrone e queste sono proprio le categorie di business che offrono le maggiori possibilità di mettere piede nel grande mercato degli Stati Uniti. Nella capitale Raleigh, Vic’s Italian Restaurant è il ritrovo in centro per poter gustare i nostri piatti tipici, con l’aggiunta di degustazioni di vini italiani una volta alla settimana.

A Cary, una cittadina a poche miglia dalla capitale si può trovare Enrigo, un must per tutti gli italiani della zona, specialmente in occasioni speciali che richiedono un catering di qualità, come battesimi e comunioni.

Infine per chi ha nostalgia di prodotti da “grocery” italiana difficili da trovare sugli scaffali della grande distribuzione americana (dai biscotti del Mulino Bianco ad alcuni formaggi regionali), si può puntare a Capri Flavours, importatore di gastronomia tipica nostrana.

Spostandosi nella città più popolosa, Charlotte, si possono provare le lasagne di Mama’s Ricotta, la pasta allo scoglio di Luce Restaurant o gli spaghetti (quelli veri, senza meatballs!) di Portofino’s Italian Restaurant.

Manufacturing. Magneti Marelli è un nome noto a chiunque lavori nel settore dell’automotive e la cittadina di Sanford, 30 miglia a sud della capitale, ospita una sede, nata 40 anni fa, con centinaia di dipendenti, alcuni dei quali sono dirigenti italiani che gestiscono il sito produttivo locale.

Altro nome noto al mondo dell’automotive  è Brembo, grazie ai suoi freni a disco di qualità. Sono situati nella cittadina di Mooresville, strategicamente posizionati vicino al quartier generale di molti team di auto da corsa; infatti Brembo rifornisce squadre di Formula 1, Indycar, Nascar e Sports Cars Racing Series.

Nello stesso settore, spostandosi a Charlotte, si può trovare Comer Industries, leader in soluzioni meccatroniche e di trasmissione di potenza meccanica in molti settori, quali l’agricolo, le costruzioni e l’automotive.

Ceramiche, tessile, macchinari. Quando la capacità imprenditoriale si unisce alla tipica qualità italiana nel design, escono prodotti apprezzati in tutto il territorio americano. E’ il caso delle ceramiche, che hanno creato alcuni poli industriali sul territorio USA, il più noto ad Atlanta. Ma anche a Charlotte in North Carolina esiste una notevole concentrazione di aziende che forniscono piastrelle e marmi nel territorio Nord americano.

Anche le aziende tessili e di arredo sono ben rappresentate, grazie a Natuzzi, Calligaris, ValeDrawers, Selva, RadiciSpandex.

Infine ci sono macchinari per la lavorazione del legno di Biesse Group, oppure Cefla, un’azienda di Imola leader nella produzione di soluzioni robotiche per la rifinitura e pittura di materiale, che ha una sede  di ben 150000 sqft alla perifieria della città di Charlotte.

Università. Le Università del North Carolina attirano sia studenti internazionali, che PhD nostrani che vanno a proseguire la propria carriera accademica oltre oceano.

La Duke University è uno dei più prestigiosi centri di formazione medica di tutti gli USA. Da qui sono usciti 2 premi Nobel per la Medicina negli ultimi 8 anni e diversi ricercatori italiani contribuiscono ogni giorno al progresso della scienza.

La NCSU, ossia North Carolina State University, è famosa per le proprie facoltà di Agraria, visto che per molto tempo l’economia di questo Stato girava attorno alla agricoltura ed in particolare alle piantagioni di tabacco.

Nel corso dei decenni si è però sviluppata parallelamente la facoltà di Ingegneria, in particolare per l’industria Nucleare, che ospita diversi nostri ricercatori che non potendo lavorare in Italia in quel determinato settore, trovano sbocchi lavorativi qui in USA.

Una menzione per la UNC (University of North Carolina) che ha addirittura un corso di Laurea in Lingua e Studi Italiani, con corsi che spaziano dallo studio di Dante e Petrarca, al Rinascimento, alla cinematografia del Belpaese.

Articolo redatto da Export America Group, società di consulenza con sede in North Carolina, specializzata nell’aiutare le aziende italiane ad esportare e vendere in USA o ad aprirvi ed avviare nuove società/ filiali sul suolo statunitense.

 

Flavio sapo – da We The Italians




Nel romanzo dell’America gli italoamericani con Colombo si ritrovano truffati e mazziati

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vocegiusta 1“Tra schiavitù e sterminio dei nativi americani, gli Stati Uniti hanno costruito una storia nazionale piena di miti inventati o ipocriti, fregando pure gli innocenti paisà”. La denuncia, alla luce degli ultimi eventi che hanno visto tristemente protagonista Cristoforo Colombo, arriva da Massimo Jaus che firma un interessante editoriale per La Voce di New York, giornale on line bilingue diretto da Stefano Vaccara.
“Sembra un po’ una commedia di Pirandello: amori e odi, ammirazione e disdegno per una stessa situazione vista con occhi (e teste) differenti tanto per ricordarci che la verità assoluta non esiste. E quest’America ammalata, arrabbiata e istigata se la prende con i simboli, con i ricordi, con il passato, ma non tutto. Diventa giustizialista e giacobina, iconoclasta e irriverente. Fa un’analisi storica superficiale, giudica eroi, imprese, condottieri, leader politici, facendo una scelta selettiva e con molta ipocrisia, conveniente. Così si ricorda improvvisamente che questo Paese è nato sulla schiavitù tralasciando però che questa, nella scala dell’infamia, è “meno peggio” del genocidio di indigeni che è stato perpetrato dai fondatori della Nazione. Un Paese che si inventa con il presidente Lincoln il “Thanksgiving” mettendo sulla stessa tavolata Native American e Pilgrims che secondo la favola il giorno del Ringraziamento festeggiavano insieme. Ben sappiamo come la realtà sia stata ben diversa.
Povero Cristoforo Colombo, navigatore rinascimentale che nessuno prendeva sul serio ad eccezione del paese dell’Inquisizione di Torquemada. Pensava di navigare ed esplorare, di arrivare in India. Sbagliò e regalò la sua impresa ad un paese che, tra espoliazioni e stragi, “civilizzò” gli indigeni.
Si distruggono le statue di Cristoforo Colombo, ma si difendono quelle di George Washington e Thomas Jefferson, latifondisti e proprietari di schiavi. Si abbattono quelle dei generali confederati ma si onorano quelle dei presidenti dell’American Indian War, guerra che ha causato stragi incalcolabili.
In Indiana, nel paesino di Vincennes, circa a 130 miglia a sud di Indianapolis, c’è la casa-museo di William Henry Harrison, nono presidente degli Stati Uniti. La sua fu una presidenza brevissima: morì di tifo un mese dopo l’inaugurazione. In una stanza della sua casa-museo, sono evidenziate le sue gesta militari di quando era governatore dell’Indiana Territory e in particolare la battaglia di Tippecanoe con il massacro dei Shawnee. E poi le statue di Andrew Jackson, un po’ sparse per gli Stati Uniti. Forse la più famosa è quella di Lafayette Square a Washington DC. Ma quanti americani si ricordano che fu il presidente del “Trail of Tears”, la Marcia delle Lacrime, in cui vennero deportati 60 mila indiani, nelle riserve. E quattro mila morirono durante il tragitto.
L’America dei pionieri aveva capito che per crescere, per attirare le masse di coloni dall’Europa, aveva bisogno di cambiare immagine, di nascondere il sangue degli espropri e mettersi l’abito di gala delle corti europee. Si vendeva la terra degli indiani a chiunque volesse coltivarla ma per fare questo aveva bisogno del vestito buono e dei salotti che contavano.
John Adams, futuro presidente degli Stati Uniti, fu il primo ambasciatore delle ex colonia alla corte di Saint James, Benjamin Franklin fu il primo ambasciatore americano a Parigi e John Jay a Madrid. Gli USA erano rimasti legati sia nelle tradizioni che nella lingua con Londra, mentre Francia e Spagna erano i due confinanti a nord e sud del Paese. Uno dei più autorevoli ambasciatori mandati in Spagna fu Washington Irving, diplomatico a tutto servizio e ottimo scrittore di fantascienza. Fu lui l’inventore di Babbo Natale nel suo “Knickerboker Santa Claus”. Suoi i racconti di fantascienza e orrore “The Legend of Sleeping Hollow”, “Rip Van Winkle”, ma anche “The History of Life and Voyages of Christopher Columbus” pubblicato nel 1828. Un saggio ideato per legare ulteriormente i rapporti tra la nuova repubblica e la Spagna. E qui il viaggio e l’impresa di Cristoforo Colombo vennero romanzati, ingigantiti, abbelliti creando un’aureola di romanticismo e di coraggio, di ottimismo e di benevolenza. Un racconto di fantastoria che ebbe enorme successo ma che era in totale contrasto con la realtà dei fatti. Il risultato però lo ottenne facendo enorme presa sulle masse, che tra carestie e persecuzioni religiose lasciavano i propri paesi di origine.
Con Colombo si celebrava la vittoria dei cattolici sui protestanti e, soprattutto per i poveri immigrati italiani, l’incarnazione dell’eroe e il riscatto agli insulti e alle privazioni del tempo. Un modo per dire agli americani che se esistevano era grazie ad un italiano che aveva scoperto il loro continente. E a Denver, in Colorado, Angelo Noce con Sirio Mangini fondarono un bar nel 1873, il “Christopher Columbus Hall”, dove ogni 12 di ottobre c’era una gran festa. E il mito di Colombo attecchì e si propagò, grazie ai Sons of Italy, ai Knights of Columbus, alle battaglie di Generoso Pope. Finalmente nel 1968, il congressman Frank Annunzio, dopo una battaglia non facile riuscì a far proclamare Columbus Day festa federale.
Siamo stati scippati di un sogno, di un’immagine, di un successo. Abbiamo creduto alla verità romanzata di Washington Irving. E ora la verità storica prepotentemente si fa presente. Chissà se sarà così per altri grandi protagonisti del romanzo America…”

Massimo Jaus ‘ La Voce di New York




Il Quebec in campo contro il razzismo

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cittadino canadese 1“Tolleranza zero per il razzismo in Québec: lunedì 15 giugno, il Primo Ministro del Québec, François Legault, ha annunciato la creazione di un gruppo d’azione per combattere il razzismo. Il gruppo sarà presieduto da Nadine Girault e Lionel Carmant, rispettivamente Ministro delle relazioni internazionali e La Francofonia, e Ministro delegato per i servizi sanitari e sociali. Ci saranno anche la Ministra degli Affari aborigeni Sylvie d’Amours ed i deputati Ian Lafrenière e Christopher Skeete. Secondo Denis Lamothe, ‘aggiunta parlamentare’ della Ministra degli Affari Autoctoni, “in Quebec il razzismo c’è e non dovrebbe più essere tollerato”. Legault, dal canto suo, si è rifiutato di riconoscere l’esistenza di razzismo sistematico in Quebec, ma ha promesso “risultati concreti” contro un fenomeno che va oltre la sicurezza pubblica e che pervade settori come la giustizia, l’istruzione, gli alloggi e la disoccupazione”. A scriverne è Vittorio Giordano sul “Cittadino canadese”, settimanale di Montreal di cui è caporedattore, che in questo articolo fa il punto anche sulle norme proposte dal Governo per gestire l’emergenza coronavirus.
“Il gruppo di azione dovrà rendere pubblico il suo rapporto entro il prossimo autunno.
A Montréal arriva il Commissario alla lotta contro il razzismo.
La Sindaca di Montréal Valérie Plante ha incaricato ufficialmente il Direttore Generale del Comune di nominare entro l’autunno un Commissario per la lotta contro il razzismo e la discriminazione, in risposta alla relazione dell’Ufficio di Consultazione pubblica di Montreal (OCPM) reso pubblico lunedì, secondo cui Montréal ha trascurato la lotta contro il razzismo e la discriminazione e non riconosce la natura sistemica di questi fenomeni.
“Possiamo fare di più, dobbiamo fare meglio”, ha dichiarato la Plante. La Prima Cittadina ha riconosciuto che il Comune ha ancora molta strada da fare, anche se c’è stato un aumento significativo di assunzioni tra i cittadini delle ‘minoranze visibili’: oggi sono il 21,7% contro il 12,8% di dieci anni fa.
Dal governo provinciale 750 milioni per il turismo.
Il governo della CAQ vuole sostenere l’industria del turismo, gravemente penalizzata dalla pandemia. Il Primo Ministro François Legault ha deciso di stanziare 750 milioni $ per far ripartire il settore. In particolare, i quebecchesi potranno beneficiare di uno sconto del 25% su oltre trenta pacchetti-vacanza di almeno due notti, per visitare le regioni del Québec. I pacchetti saranno disponibili attraverso la rete delle Agences réceptives et forfaitistes du Qué-bec (ARF).
Verrà creato anche un passaporto delle attrazioni (Passeport Attraits): i visitatori avranno diritto ad uno sconto del 20% per due attrazioni, del 30% per tre attrazioni e del 40% per quattro attrazioni. Coinvolta anche la SEPAQ (Société des éta-blissements de plein air du Québec): dal 27 giugno, gli interessati potranno acquistare un abbonamento annuale on line, che dà accesso a tutti i suoi parchi a metà prezzo, con un pernottamento gratuito in uno dei suoi campeggi.
Centri commerciali di Montréal aperti dal 19 giugno.
I centri commerciali della Comunità metropolitana di Montréal (CMM) e di Joliette (MRC) potranno riaprire, a partire da venerdì 19 giugno. Lo ha annunciato venerdì scorso il Ministro dell’Economia e dell’Innovazione, Pierre Fitzgibbon. Le misure sanitarie raccomandate dalla Sanità pubblica dovranno essere osservate dai commercianti, come l’installazione di divisori alla cassa ed una limitazione del numero di clienti all’interno dei negozi. Anche i ristoranti situati nei centri commerciali potranno riaprire, ma solo dal 22 giugno nella CMM, nella MRC de Joliette e nella città di L’Épiphanie. Autorizzati gli assembramenti interni fino a 50 persone.
Dal 22 giugno, saranno permessi assembramenti in luoghi pubblici al coperto, eccetto i bar, fino a 50 persone: lo ha annunciato lunedì il direttore nazionale della sanità pubblica del Quebec, Horacio Arruda, che raccomanda “fortemente” di indossare la mascherina in queste occasioni. Inoltre, la distanza da rispettare nei luoghi in cui le persone siedono insieme ma non parlano – come nelle aule di scuola, nelle sale per spettacoli e nei cinema – è ridotta a 1,5 metri.
Trudeau pronto a prolungare la PCU, ma i furbi vanno puniti.
Ottawa non abbandonerà i canadesi che non sono ancora in grado di tornare al lavoro per la pandemia, ma che sono sul punto di non ricevere più la Prestazione Canadese d’Urgenza (CPU): lo ha annunciato il Primo Ministro del Canada, Justin Trudeau. In settimana dovrebbe esserci un annuncio ufficiale con maggiori dettagli sul prolungamento del reddito di emergenza. Nel frattempo, il governo ha presentato un progetto di legge che prevede sanzioni pecuniarie e penali pesantissime per chi ha ricevuto la CPU senza averne diritto. Tutti i partiti d’opposizione hanno criticato il provvedimento e hanno deciso di non concedere la corsia preferenziale, che avrebbe permesso una rapida approvazione in Aula. Il provvedimento sarà riesaminato alla prossima seduta alla Camera, in programma mercoledì 17 giugno”.




Abbattere le statue per imitare i talebani con i Budda di Bamyan o persino i nazisti?

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statua abbattuta talebani 620x430 1Un salto nel tempo di quasi vent’anni: è il marzo del 2001. Due statue vengono distrutte, sculture considerate idolatre. Cosa sia l’idolatria è qualcosa di vago, attiene alle opinioni, ma tant’è: così viene deciso. Un dispaccio dell’agenzia “France Press” rende noto: «In base al verdetto del clero e alla decisione della Corte Suprema dell’Emirato Islamico, tutte le statue in Afghanistan devono essere distrutte. Tutte le statue del paese devono essere distrutte perché queste statue sono state in passato usate come idoli dagli infedeli. Sono ora onorate e possono tornare a essere idoli in futuro. Solo Allah l’Onnipotente merita di essere adorato, e niente o nessun altro».

Due anni prima, nel luglio del 1999, in linea con una consolidata tradizione islamica che non distrugge le testimonianze archeologiche del passato fossero anche “idolatriche” come i monumenti della Mesopotamia, della Siria o dell’Egitto antichi, il mullah Mohammed Omar aveva emanato un decreto in favore della conservazione dei due Buddha di Bamiyan. Trova un escamotage, il mullah: la popolazione di fede buddista in Afghanistan non esiste più da tempo; impossibile dunque che le statue possano essere oggetto di culto infedele. Il mullah dichiara: “Il governo considera le statue di Bamiyan un esempio di una potenziale grande risorsa turistica per l’Afghanistan, quindi dichiara che il sito di Bamiyan non dovrà essere distrutto ma protetto”.

Non basta per mettere al riparo i due Buddha dalla furia iconoclasta dei Talebani. E’ noto che contro fanatismo e ignoranza non c’è forza di ragione che possa prevalere.

Curioso, tuttavia, che nel deprecare la furia con cui negli Stati Uniti e in altre parti del mondo ci si è scagliati contro certe statue “simbolo”, nessuno si sia ricordato dell’abominio consumato con i Buddha di Bamyan.

Vero è che si possono evocare altri non meno abominevoli scempi. Senza spingersi alle distruzioni della famosa biblioteca di Alessandria (più d’uno storico contesta l’autenticità delle versioni tramandateci), si può però fare riferimento alle cosiddette Bucherverbrennugen: i roghi organizzati nel 1933 dalla Deutsche Studentenshaft (gli studenti nazisti), durante i quali si danno alle fiamme tutti i libri “colpevoli” di “corruzione giudaica della letteratura tedesca”. Un ottimo modo “per eliminare con le fiamme lo spirito maligno del passato”: parola di Joseph Goebbels.

Come si vede, sempre le stesse parole d’ordine che ritornano, le stesse “imprese” delinquenziali; gli stessi fanatismi, le stesse ignoranze…

Passi, appena finita la Seconda guerra mondiale, l’abbattimento delle statue e dei monumenti dedicati a Mussolini, Hitler, ai gerarchi fascisti e nazisti. Si può anche capire la gioia dei russi che, caduto il regime comunista, abbattono le statue come quella davanti alla famigerata Lubianka, di Felks Dzierzynski, fondatore e primo direttore della CEKA, la polizia segreta sovietica da cui poi deriva il KGB. Nell’immediato, si può comprendere. Si può capire che siano abbattute le statue di Saddam, una volta caduto il dittatore iracheno…

Ma secoli dopo? Anni fa l’attuale sindaco di New York Bill Di Blasio, vai a sapere se per convinzione o se per ingraziarsi l’elettorato ispanico, ha definito Cristoforo Colombo “una figura controversa”; c’è chi ha chiesto di non celebrare il Columbus Day; il povero Colombo descritto come “usurpatore di una terra straniera, l’Hitler del XV secolo”

D’accordo: occorre però andare a dare una buona ripulita alla grande parete rocciosa del Mount Rushmore National Memorial: George Washington e Thomas Jefferson vanno “raschiati” al pari dei Buddha di Bamyan: erano proprietari di schiavi.

Avvertire anche il ministero del tesoro: Washington compare nelle banconote da un dollaro; Jefferson nelle monete da cinque centesimi. Naturalmente va spogliata della “sacralità” che le viene riconosciuta, la tenuta di Jefferson a Monticello, in Virginia.

Ragazzi, c’è un lungo e paziente lavoro di revisione da compiere. In Francia, per dire: all’hotel de La Ville a Parigi va rimossa la statua di Voltaire, che non ha mai nascosto il suo antisemitismo (già che ci siamo, si dovrebbe anche dare una “ripulita” al Pantheon). In Italia urge fare i conti con Nino Bixio, braccio destro di Garibaldi, finito in Indonesia, schiavista; i Savoia vanno rubricati come “colonialisti”, erroneamente sono considerati, almeno da Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, tra i padri dell’unità d’Italia.

Si tratta di evidenti esempi di architettura razionalista fascista; e dunque “bonificare” il quartiere romano dell’EUR, la città di Mussolini, Predappio; Latina. Abbattere buona parte dei tribunali italiani: anche loro costruiti con lo stile “imperiale” mussoliniano… Non parliamo della romana (e fascistissima) via della Conciliazione.

Grande idea, quella di ostracizzare “Gone with the Wind”, di Victor Fleming, per via della Mamie, come fa “HBO”; e pazienza se tra i tanti Oscar che vinti, uno viene dato proprio a Hattie McDaniel (“Mamie”, appunto), prima donna nera a vincerlo.

Un contributo alla causa della bonifica cinematografica:  emendare “She Wore a Yellow Ribbon”: il secondo film della trilogia che John Ford dedica alla cavalleria statunitense; nel finale, il pensionando capitano Nathan Brittles (interpretato da John Wayne), viene richiamato in servizio come scout; e si inneggia, esplicitamente, al generale Lee, accostandolo a Grant e Sherman…

Di tutto ciò, si può sorridere. Il fatto è che ovunque nel mondo, una quantità di persone queste cose le fanno sul serio.

Keir Starmer, successore alla guida dei laburisti britannici Jeremy Corbin dice che ridurre la cosa delle statue a un tweet sul Colosseo o la capanna dello zio Tom, e via a ridere o a indignarsi, fa di noi sicuramente uomini bianchi anziani; poi non ci si deve lamentare se non si capisce quello che succede: le statue degli schiavisti andavano spostate da tempo dalle piazze nei musei (lui però non si dia tante arie: è bianco, e ha 57 anni, non esattamente un millenian).

Per coerenza con l’appena assunto, pena non capire, Starmer si affretti a riporre in museo le statue della regina Vittoria, “Imperatrice delle Indie”; via anche Cecil Rhodes, che campeggia a Oxford. Una “bonifica” riguarda Horatio Nelson: sostenitore della tratta degli schiavi e del colonialismo imperiale; grazie alla sua influenza nella camera dei Lord mette i bastoni tra le ruote agli abolizionisti, ritardando almeno di un decennio la messa al bando della schiavitù. Per questo motivo un anno fa un gruppo di pan-africanisti chiede di rimuovere la statua di Nelson alle Barbados.

Chi scrive, è bianco di pelle, non ha merito o colpa: così l’hanno fatto nascere; anche gli anni: sono più quelli vissuti di quelli ancora da vivere. Sarà per questo che un po’ rido di queste cronache, e un po’ me ne indigno? A dirla tutta, il “comprensivismo” di Starmer mi appare una faccia della stessa medaglia dei fanatici ignoranti che abbattono le statue.

Valter Vecellio

tratto da La Voce di New York




Viaggi all’estero in tempo di coronavirus: la mappa interattiva dei Paesi dove si puó volare

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corriere sera“Dire che il settore dei viaggi all’estero è nel caos in questo momento è un eufemismo. Quali voli nel mondo possiamo fare? Dove possiamo andare in aereo? Dove non è consentito? A causa della pandemia da Covid-19, le regole e le normative cambiano di giorno in giorno. Ogni Paese, infatti, adotta i propri provvedimenti ed è davvero difficile avere una panoramica su dove si può e dove non si può andare, quali confini sono stati nel frattempo aperti e in quali stati non è ancora possibile entrare. Un aiuto autorevole e prezioso per i viaggiatori arriva dalla mappa creata dalla IATA, l’associazione internazionale che raggruppa tutte le principali compagnie aeree del mondo, in collaborazione con Timatic”. A scriverne è Elmar Burchia su “Dove”, il magazine online del Corriere della Sera dedicato ai viaggi.
“Questa guida interattiva riepiloga tutti i regolamenti di viaggio internazionali, relativi alla crisi da Coronavirus (SARS-CoV-2) ed alle relative restrizioni. Basta cliccare sul Paese di proprio interesse per visualizzare tutte le informazioni dettagliate e ufficiali, che vengono costantemente aggiornate.
Voli all’estero: un esempio di come funziona la mappa
Prendiamo il Regno Unito, ad esempio. Cliccando, si apre una scheda dove si legge questo messaggio: “I passeggeri sono soggetti ad autoisolamento per 14 giorni. Al momento dell’arrivo è necessario presentare all’immigrazione un ‘Modulo di individuazione passeggeri per fini di sanità pubblica’ debitamente compilato”.
Ogni Paese è contrassegnato da un colore, a seconda della severità dei suoi regolamenti. Le suddivisioni relative all’accesso alle nazioni sono quattro: “totalmente ristretto”; “parzialmente ristretto”; “nessuna normativa relativa al Coronavirus (Covid-19)” e “ultimi aggiornamenti sono attualmente in fase di revisione”. L’Italia è elencata come Paese dove l’accesso è al momento “parzialmente ristretto”.
Qui il link alla mappa interattiva”.

Elmer Burchia




Giugno, il mese del “Patrimonio italiano in Canada”

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cittadino canadese“Il 17 maggio del 2017, la Camera dei Comuni del Canada ha approvato all’unanimità la mozione M-64 che proclamava ufficialmente giugno come “Mese del Patrimonio Italiano” (Italian Heritage Month). Una giornata storica per tutti gli Italo-Canadesi, che hanno contribuito, di generazione in generazione, alla crescita ed allo sviluppo di uno dei Paesi più importanti al mondo. Quest’anno, a causa del divieto di assembramenti per la pandemia che ancora condiziona la nostra quotidianità, non sono previste celebrazioni a livello istituzionale e comunitario. Il Primo Ministro Justin Trudeau ha voluto comunque rendere omaggio ai suoi connazionali Italo-Canadesi”. A pubblicare il messaggio di Trudeau è il “Cittadino canadese”, settimanale diretto a Montreal da Basilio Giordano.
“E così, martedì 2 giugno, nello stesso giorno in cui l’Italia celebrava il 74º anniversario della Repubblica, il capo del governo canadese ha concluso la consueta conferenza stampa delle 11 con questo significativo messaggio: “Oggi è la festa della Repubblica – ha esordito – che costituisce il momento perfetto per augurare a tutti Felice Mese del Patrimonio Italiano. Per generazioni, gli Italo-Canadesi hanno reso il nostro Paese un posto migliore e più forte.
Quindi non è una sorpresa che, durante questa pandemia, come sempre, questa Comunità si stia mettendo in evidenza per le iniziative di sostegno. Forse – ha poi sottolineato il Premier rivolgendosi direttamente ai concittadini all’ascolto– voi siete tra coloro che portate la spesa a casa dei vicini anziani, o forse siete tra i tanti che avete contribuito a raccogliere un milione di dollari a favore della Croce Rossa Italiana. In qualsiasi modo vi stiate rendendo utili per il bene comune, GRAZIE. Tutto questo dimostra, ancora una volta – ha concluso – che insieme siamo più forti””




L’America brucia? Viva l’America, i cicli della sua storia restano in moto

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LA VOCE DI NEW YORK – Iniziamo subito con un’opinione che per chi la scrive resta fondamentale: dopo il video che ha mostrato George Floyd morire in quel modo, letteralmente schiacciato dal razzismo di alcuni poliziotti di Minneapolis, come era già accaduto ad altri afroamericani a New York, in Florida, in California, in Missouri… cioè ovunque e da sempre negli USA, saremmo molto più preoccupati oggi per il futuro dell’America se dopo questo ennesimo assassinio filmato in diretta non stesse accadendo nulla. Saremmo molto più preoccupati per l’America se invece di assistere alle proteste e agli scontri in tutte le sue città, proprio mentre siamo invasi dalla pandemia Covid-19, ecco magari con la scusa appunto del coronavirus, i giovani di tutti i colori, le religioni e le culture di questo immenso paese, non avessero voglia di partecipare e, rimanendosene alla dovuta “distanza”, stessero invece sorseggiando mohjto in qualche spiaggia appena riaperta…  I giovani invece sono combattenti in strada come on-line (su istagram è bello vedere i messaggi di solidarietà e lotta contro il razzismo), e ci stanno educando tutti a ribellarci contro l’intolleranza.

L’America per fortuna, sta bruciando di dolore e rabbia per quel cancro del razzismo che scorre da sempre nelle sue vene ma che gli anticorpi della sua grande democrazia in questo momento stanno combattendo senza soccombere a questo male di nascita, che sia chiaro a chi avesse ancora dubbi, rappresenta un pericolo molto più grave per il sogno americano: se prevalesse senza più reazioni, ammazzerebbe definitivamente gli Stati Uniti molto più efficacemente che il coronavirus.

Una macchina della polizia di New York distrutta durante gli scontri con i manifestanti (Foto Chiara Trincia)

In queste pur drammatiche ore –  rispondiamo agli amici che in Italia ci scrivono preoccupati chiedendoci ma che ci stiamo ancora a fare qui? – siamo sollevati nel constatare come gli anticorpi dell’America invece reagiscono: il suo esperimento, nato dall’idea che tutti gli uomini sono creati liberi e uguali, un valore forte, mai pienamente realizzato ancora ma che progredisce da tre secoli. Come si realizza? Con la continua lotta tra chi spinge il perseguimento di questo sogno contro quelle cellule cancerogene annidate nel suo stesso corpo democratico e che da sempre vorrebbero sopprimerlo facendolo diventare incubo con una teoria tanto stravagante quanto pericolosa: che il sogno americano appartenga solo a “chi c’è già” (nativismo o suprematismo bianco) e non più ai migranti e mai agli afroamericani.

La prima marcia di protesta a Minneapolis, il 26 maggio per la morte di George Floyd causata dalla polizia (Foto Wikimedia/Fibonacci Blue)

Quindi l’America brucia ma è viva, cari amici che nel mondo la guardate, e dovreste essere semmai più preoccupati se dopo quel terribile video del supplizio del povero George Floyd, l’America stesse ancora a dibattere dei tweet di Donald Trump che si atteggia a “ducetto” sfrontato, che oltre a negare ogni responsabilità sugli ormai oltre centomila morti della pandemia, ora mostra pure il ghigno suprematista del “siamo pronti a sparare”, un messaggio da cane che chiama a raccolta il branco.

Saremmo più in ansia per l’America se in ogni sua città non si vedessero i suoi giovani bruciare di sana rabbia per questo ennesimo atto di razzismo arrivato da uomini in divisa. Proprio  coloro che dovrebbero aiutarsi di più a vicenda ed essere aiutati, invece di rimanere impietriti senza reagire al razzismo di un collega, e ricordare che sono pagati da noi tutti per proteggere tutti noi dal crimine del razzismo che ancora scorre e avvelena il sangue di questa grande democrazia,

Ma come evviva l’America? E le auto della polizia bruciate a Brooklyn? E i negozi eleganti di Manhattan saccheggiati? E persino la vetrina fatta a pezzi della Pizzeria Ribalta del West Village, adorata da noi italiani di New York? Non dovrebbero farci maledire questa rivolta fuori controllo, potrebbe chiedersi qualche lettore e questa volta non solo preoccupato dall’Italia, ma indignato qui negli Stati Uniti mentre legge la nostra Voce…

Certo che ci intristiscono questi atti di violenza, ma sicuramente preferiamo preservare la maggior parte della nostra rabbia e della nostra indignazione per le ultime frasi “non posso respirare, mamma aiuto”, di George Floyd: sono il rimbombo delle sue ultime parole che dovrebbero far tremare i polsi, non il rumore delle vetrine in frantumi. I fuochi appiccati, certo che dispiacciono e indignano ma, con tutta franchezza, non con la stessa intensità e sicuramente non possono recare lo stesso dolore dentro che il rimbombo dell’ultimo rantolo di Floyd trasmette alle persone civili.

Nell’esprimere quindi solidarietà a chi in queste ore ha visto attaccati da alcuni violenti (una minoranza rispetto alla stragrande maggioranza dei manifestanti) le proprie attività, inviamo anche questo messaggio: il loro sogno americano già realizzato, potrà continuare a vivere proprio grazie a quei ragazzi che con i cartelli con scritto “Fuck Racism”, fanno finalmente respirare l’America che sarebbe apparsa  altrimenti in coma. Dovremmo essere tutti orgogliosi per come stanno sfidando i randelli, il gas, e le pallottole finora di gomma (con Trump che sembra non vedere l’ora che diventino di piombo…), di quei poliziotti che non sempre, noi lo notiamo, sembrano avere la preparazione adatta e i nervi d’acciaio per svolgere il loro difficilissimo e delicatissimo compito. Restiamo fiduciosi che la NYPD saprà distinguere tra i veri manifestanti, quelli che stanno salvando la dignità e la libertà di tutti, e quei pochi che si meritano di essere sbattuti in galera.

Il monumento a Giuseppe Garibaldi imbrattato dai manifestanti a Washington Square Park (Foto Chiara Trincia)

Questo editoriale lo concludiamo per ribadire a tutti gli amici preoccupati di non preoccuparsi per l’America, il suo sogno è vivo e forte. Per esserne più convinti, basta ricordare l’interpretazione storica di questo unico esperimento americano ancora giovane di soli tre secoli. Certamente noi restiamo in allerta ma non saremo mai in ansia esistenziale per l’America, perché come hanno rivelato i grandi suoi storici, dalla prima teoria del “pendolo” di Henry Adams, ai più sofisticati “cicli” degli Schlesinger padre e figlio, il progresso della democrazia americana si esprime attraverso l’alternarsi al potere delle sue forze diverse e contrastanti. Che l’esperimento abbia funzionato finora, è stato grazie al ciclo di quelle idee messe in pratica che molti etichettano come “di destra” e “di sinistra”, ma che qui negli Stati Uniti sicuramente non saranno mai di rigida appartenenza partitica (pensate che forse Lincoln abbia ancora qualcosa a che fare con l’attuale Partito Repubblicano?). Ma sono forze queste che entrambe sono parte integrante della natura della politica americana, che nella loro costante corsa per tenere le redini direzionali di questo grande paese, hanno saputo aspettare il loro turno ma senza rimanere o farsi imporre il silenzio. Pronte quindi a spingere quando qualcuno frena, per aprire ai diritti contro chi li richiude. Per far comunque prevalere l’idea-azione che l’America resterà sempre in movimento verso il progresso contro chi, di questo progresso, ne ha avuto sempre paura. Ognuno di questi cicli, ci dicono gli Arthur sr. e jr, é durato mediamente 12 anni.

Donald Trump (by Antonio Giambanco/VNY).

L’America ha passato periodi durissimi nell’alternarsi di questi clicli, come la guerra civile o la grande depressione economica degli anni trenta. Eppure alla fine li ha sempre superati, migliorandosi. Siamo sicuri che anche questa volta, nonostante i danni profondi provocati dalla pandemia, nonostante questo virus del razzismo che ancora scorre forte ma che trova altrettanti forti anticorpi, noi tutti americani ce la faremo, “we shall overcom, we shall overcome”, come cantava Martin Luther King. Evviva l’America quindi nonostante Donald Trump e le forze che rappresenta. Lui speriamo non abbia il tempo di appartenere ad alcuno di questi cicli. Già, speriamo proprio che risulti alla fine solo un presidente piccolo piccolo, solo un incidente, seppur grave, di percorso della  grande democrazia americana, senza avere più il tempo di provocare altri danni e rallentare il progresso del prossimo ciclo.

da http://lavocedinewyork.com




Proteste, de Blasio revoca il coprifuoco. NYC riapre da lunedì dopo la pandemia

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black lives matter foley square new york 620x430 1Dopo giorni e notti di proteste pacifiche, la città di New York si risveglia con una vittoria: il sindaco de Blasio revoca il coprifuoco, le manifestazioni continuano. Da lunedì via libera anche alla prima fase della riapertura dopo la pandemia: tornano al lavoro agricoltura, manifattura, pesca, edilizia e i negozi con consegne all’esterno, almeno per quelli che riusciranno a togliere in tempo le barricate dalle vetrine.

Dopo notti di proteste pacifiche, i manifestanti si risvegliano al suono della vittoria. Sull’onda delle critiche per la gestione della piazza e per le reazioni eccessive del suo Dipartimento di Polizia, il sindaco di New York Bill de Blasio ha annunciato domenica mattina la revoca immediata del coprifuoco.

 

L’ordine di restare a casa era stato diramato lo scorso lunedì nel tentativo di concentrare gli sforzi e l’attenzione degli agenti sulle segnalazioni di incidenti e di atti vandalici.

 

Allo scattare del coprifuoco, però, i video e le immagini circolate in rete avevano dato testimonianza di un quadro differente, con la polizia impegnata a condurre arresti e a caricare la folla pur in assenza di provocazioni.

 

La revoca del coprifuoco di New York segue la decisione simile da parte del sindaco di Washington DC Muriel Bowser, che sin da giovedì aveva rimosso i divieti, definendo un’”invasione” l’arrivo dei militari e della Guardia Nazionale.

 

Restrizioni o meno, anche nella giornata di sabato milioni di americani sono scesi in strada in almeno 140 località degli Stati Uniti, uniti dalla frase “Black Lives Matter” e da richieste comuni: riforma del sistema di polizia; più trasparenza, più responsabilità e conseguenze per gli agenti coinvolti in episodi di brutalità e di omicidio.

 

Il messaggio è sbarcato dall’altra parte dell’oceano: in tutto il mondo si sono tenuti eventi di solidarietà e persino in Italia i cittadini hanno espresso il loro sostegno da decine di città.

 

La scelta di de Blasio è ancor più significativa alla luce dell’avvio della prima fase della riapertura dopo la “pausa” imposta dalla pandemia. Da lunedì, New York potrà infatti ripartire con edilizia, manifattura, agricoltura, pesca e consegne all’esterno per i negozi, almeno per quelli che avranno smantellato le barricate di legno alle vetrine.

 

Ilaria Maroni – La Voce di New York




Venezuela. Governo ed opposizione insieme nella lotta al Covid19

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la voce“Fino a qualche giorno fa pareva impossibile, ed invece… Juan Guaidó, presidente “ad-interim” designato dal Parlamento per traghettare il Paese verso un governo di coalizione, e Nicolas Maduro, presidente in carica, hanno raggiunto un accordo. Hanno deciso di sotterrare l’ascia di guerra e di cooperare nella raccolta di fondi per la lotta contro il covid-19. Riceveranno la cooperazione dell’Organizzazione panamericana della Salute (Ops)”. È quanto si legge su “La voce d’Italia”, quotidiano online di Caracas diretto da Mauro Bafile.
“L’agenzia statale AVN ha spiegato che “al fine di rafforzare la risposta a Covid-19, entrambe le parti propongono di lavorare in coordinamento, con il sostegno dell’Organizzazione panamericana della Salute. Lo faranno nella ricerca di risorse finanziarie che contribuiscano a rafforzare le capacità e le risposte del paese per affrontare l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia”.
Il documento è stato sottoscritto dal ministro della Salute Carlos Alvarado, dal consigliere del Parlamento controllato dall’opposizione, Julio Castro, e dal rappresentante dell’Ops Gerardo de Cossio in qualità di testimone.
Quello raggiunto dal governo del presidente Maduro e dall’opposizione guidata da Juan Guaidó è la prima vera intesa ufficiale delle due parti. Governo e Opposizione, per raggiungere l’accordo, sono stati obbligati ad abbandonare l’intransigenza e ad aprire al dialogo.
Jorge Arreaza, ministro degli Esteri, ha lodato a nome del governo l’accordo raggiunto con il settore più importante dell’opposizione: quello denominato G-4, formato dai partiti Voluntad Popular, Primero Justicia, Acción Democrática e Un Nuevo Tiempo e guidato da Guaidó. Il compromesso, anche se dettato dall’emergenza sanitaria, potrebbe essere un primo passo verso un dialogo politico per risolvere la crisi istituzionale.
Via Twitter Arreaza ha annunciato: “Buone notizie per tutti. Il governo bolivariano del Venezuela e un settore dei G-4 di opposizione hanno firmato un accordo per coordinare azioni congiunte e raccogliere finanziamenti per contrastare la pandemia da Covid-19””.




Black Lives Matter, a New York in mezzo a chi protesta con rabbia ma senza violenza

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vocegiusta“Scriviamo mentre New York si prepara alla seconda notte di coprifuoco dopo una giornata di manifestazioni pacifiche nei cinque boroughs. Fino a domenica, ogni sera dalle 20 alle 5 i residenti dovranno restare nelle proprie abitazioni. Sospeso il servizio Uber e Citi Bike (le biciclette a noleggio), mentre i taxi potranno accettare corse solo per i lavoratori essenziali, che non sono interessati dai divieti. Ancor prima che scattassero le restrizioni stabilite alle 23, lunedì il sindaco Bill de Blasio aveva annunciato in diretta sul canale televisivo NY1 l’orario del nuovo coprifuoco per i giorni a seguire. A poco è servito però l’ordine di rimanere a casa e il dispiegamento di ottomila poliziotti: la città si è svegliata martedì con la notizia di saccheggi e arresti”. Ne scrive Ilaria Maroni su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.
““La NYPD e il sindaco non hanno fatto il loro lavoro ieri sera [lunedì]. Ne sono convinto”, ha dichiarato il governatore Andrew Cuomo in conferenza stampa da Albany, spiegando che de Blasio ha deciso di non accettare l’aiuto della Guardia nazionale.
“Ci sono 38mila agenti della NYPD, è il più grande dipartimento di polizia in tutti gli Stati Uniti. Usate 38mila persone e proteggete le proprietà. Usate la polizia, proteggete la proprietà e i cittadini. Guardate i video: è stata una vergogna”, ha aggiunto Cuomo nell’ennesimo attacco alla sua nemesi politica.
Come in decine di città, anche a New York gli episodi di violenza non hanno fermato la stragrande maggioranza di dimostranti pacifici, che sono tornati a sfilare nelle strade semi-deserte tra i negozi chiusi barricati da tavole di legno.
A Manhattan, appuntamento all’una a Foley Square nel Financial District. Da mezzogiorno abbiamo assistito all’arrivo di manifestanti di tutte le età e etnie vestiti di nero e abbiamo attraversato con loro Chinatown, Broadway, Washington Square Park e Union Square fino all’Upper East Side per onorare la memoria di George Floyd, il quarantaseienne afroamericano morto durante l’arresto a Minneapolis, e delle vittime del razzismo e della brutalità della polizia.
Durante la giornata, la partecipazione non ha accennato a diminuire e il corteo ha inglobato gruppi radunati in diverse parti con cori rivolti alla NYPD – I smell racist (“Sento puzza di razzista”) – e con momenti di silenzio. Più volte la folla si è inginocchiata per ricordare Floyd; ha alzato le mani gridando Hands up, don’t shoot (“Mani in alto, non sparate!”) per Michael Brown, ucciso nel 2014 a Ferguson, Missouri; ha intonato I can’t breathe (“Non riesco a respirare”) per Eric Garner, soffocato nello stesso anno a Staten Island.
In tanti hanno continuato a marciare anche dopo le 20 e dopo il coprifuoco, persino quando gli agenti hanno bloccato l’accesso a Manhattan. Per quasi due ore, in migliaia si sono trovati intrappolati sul Manhattan Bridge senza possibilità di passare oltre il cordone della polizia in tenuta antisommossa e sono stati finalmente costretti a tornare indietro a Brooklyn.
Solo in mattinata si saprà se scontri e saccheggi avranno preso di nuovo il sopravvento sul messaggio della protesta”.

Ilaria Maroni