Santo Domingo. Il primo anno di Francesco Alfieri alla guida della Camera di Commercio Dominico-Italiana

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1alfrieriDa luglio 2019 a maggio 2020, in qualità di Segretario Generale della Camera di Commercio Dominico – ItalianaFrancesco Alfieri ha organizzato una decina di eventi che hanno visto la partecipazione di circa 200 soci, i principali rappresentanti della imprenditoria dominicana e la presenza costante dell’Ambasciatore italiano a Santo Domingo, Andrea Canepari.
Tante le iniziative proposte, tra cui una serie di “Colazioni Imprenditoriali” ed incontri B2B. La manifestazione che ha riscosso grande interesse è stata la degustazione dei vini della regione Piemonte, che ha visto la partecipazione dei rappresentanti del consorzio Export Quality Wines. L’organizzazione dell’evento rientra in una più ampia strategia di promozione dei prodotti italiani di qualità sul territorio dominicano, strategia che la Camera di Commercio persegue come suo primario obiettivo, sottolinea Alfieri.
Romano, classe 1986, dopo una laurea magistrale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con una tesi su “Haiti: situazione demografica e migrazioni”, Alfieri ha vinto il bando di concorso “Torno Subito” indetto dalla Regione Lazio, in seguito al quale fa una esperienza di lavoro di sei mesi presso la ONG Tamat di Perugia e ulteriori sei mesi a Roma presso l’Osservatorio Interregionale per lo sviluppo e la cooperazione.
Nel 2016 vince il bando di concorso INPS per un Master in Sviluppo Economico per la Cooperazione presso l’Università della Murcia, in Spagna.
Trascorre sette mesi a Washington D. C. come Junior Visiting Scholar alla Georgetown University dove svolge una ricerca basata su 175 interviste a immigrati latinoamericani che vivono e lavorano nell’area metropolitana.
Si trasferisce quindi a Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana, dove svolge per tre mesi la funzione di tirocinante presso l’Agenzia UNFPA; rimane diciotto mesi in qualità di consulente presso l’Area Popolazione e Sviluppo.
Dal primo luglio 2019 assume l’incarico di Segretario Generale presso la Camera di Commercio Dominico Italiana; la Camera, rimarca Alfieri, “grazie alla costante dedizione dell’Ambasciatore Canepari e del Presidente Celso Marranzini sta vivendo un periodo di trasformazione sia nella composizione della Giunta Direttiva sia nelle strategie da adottare”. Della Giunta, oggi, fanno parte i principali imprenditori del Paese che rappresentano i settori piú importanti nella economia dominicana, dal commercio al turismo, dal minerario all’immobiliare, che assorbono oltre il 70% dell’investimento straniero.
La Camera di Commercio, conclude Alfieri, “intende svolgere un ruolo di impulso allo sviluppo in un Paese che gode di stabilità macroeconomica, con un aumento del PIL percentuale medio 2013-2018 del 6,3%, e di stabilità monetaria e dove la comunità di dominicani di ascendenza italiana conta 300.000 persone oltre a 50.000 italiani residenti” (Asie)




Allarme immigrazione: la pandemia mette a rischio i piani di Ottawa

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corriere canadese“La pandemia di Covid-19 sta mettendo a rischio i piani federali nel settore dell’immigrazione. La conferma è arrivata nel fine settimana attraverso un nuovo rapporto presentato dalla RBC Economics nel quale vengono messe in luce le conseguenze della chiusura delle frontiere decisa dal governo federale nel tentativo di arginare il contagio su uno dei principali motori economici del Paese, quello dell’immigrazione”. Così scrive Francesco Veronesi che a Toronto dirige il quotidiano “Corriere canadese”.
“L’esecutivo liberale, prima che il coronavirus provocasse un’emergenza sanitaria ed economica senza precedenti, dopo aver concesso nel 2019 ben 341mila nuove residenze permanenti, aveva pianificato l’arrivo di altri 370mila immigrati per il 2020. Una cifra questa che molto difficilmente verrà raggiunta, proprio a causa delle restrizioni poste in atto per frenare la pandemia. Secondo quanto riferito nel rapporto, questo calo significativo porterà con sé pesanti conseguenze economiche, sia nel breve che nel lungo termine.
“Per via delle restrizioni ai confini – si legge nel documento presentato dalla RBC Economics – della paura di viaggiare a causa del Covid-19 e del rallentamento dell’economia globale, ci aspettiamo che i livelli di immigrazione in Canada subiranno un calo nel 2020”.
Ma il rapporto si spinge addirittura più in là, quantificando in circa 170mila gli immigrati che sarebbero dovuti arrivare e che invece non arriveranno.
“Questo cambiamento – continua il documento – si ripercuoterà sull’economia, tenendo conto del fatto che il Canada fa affidamento sull’immigrazione per la crescita della forza lavoro e per rallentare il progressivo invecchiamento della popolazione canadese. Tra le vittime potenziali ci sono i comparti industriali che hanno carenza di manodopera, il settore degli affitti e più in generale quello immobiliare e i budget delle università”.
Nel rapporto si analizzano i dati di marzo, significativi perché caratterizzati da due settimane di apertura delle frontiere e altri due nel quale i confini sono stati sigillati. Ebbene, nell’arco di 30 giorni il numero di residenze permanenti concesse dal governo ha subito un calo del 30 per cento, i lavoratori stranieri temporanei destinati al settore agricolo hanno subito un tracollo del 45 per cento, mentre nello stesso periodo anche gli stranieri che sono entrati nel Paese con un visto per studio sono calati del 45 per cento.
A soffrire le conseguenze più negative saranno quelle città canadesi che nei decenni sono diventate tradizionali mete dell’immigrazione, a partire da Toronto, Montreal e Vancouver.
L’autore del rapporto, l’economista della RBC Andrew Agopsowicz, si dice maggiormente preoccupato delle conseguenze a lungo termine rispetto all’impatto immediato delle restrizioni dettate dall’emergenza Covid-19.
“Le restrizioni sono necessarie – ha sottolineato l’analista – ma dovranno essere per forza di cose temporanee. Non dovremmo fare un passo indietro verso un mondo dove non viene incoraggiata l’immigrazione come invece abbiamo fatto negli ultimi anni. Se abbandoniamo questo approccio, le nostre prospettive a lungo termine diventano davvero preoccupanti”.
Insomma, nel processo di graduale riapertura dell’economia canadese, il governo federale dovrebbe iniziare a studiare un piano per recuperare il terreno perduto anche sul fronte dell’immigrazione. Se non lo facesse, le conseguenze potrebbero essere molto pesanti, specie in una fase nella quale il Canada dovrà ritornare a sostenere la crescita e lo sviluppo”.

Francesco Veronesi




L’America brucia? Viva l’America, i cicli della sua storia restano in moto

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vocegiusta“Iniziamo subito con un’opinione che per chi la scrive resta fondamentale: dopo il video che ha mostrato George Floyd morire in quel modo, letteralmente schiacciato dal razzismo di alcuni poliziotti di Minneapolis, come era già accaduto ad altri afroamericani a New York, in Florida, in California, in Missouri… cioè ovunque e da sempre negli USA, saremmo molto più preoccupati oggi per il futuro dell’America se dopo questo ennesimo assassinio filmato in diretta non stesse accadendo nulla. Saremmo molto più preoccupati per l’America se invece di assistere alle proteste e agli scontri in tutte le sue città, proprio mentre siamo invasi dalla pandemia Covid-19, ecco magari con la scusa appunto del coronavirus, i giovani di tutti i colori, le religioni e le culture di questo immenso paese, non avessero voglia di partecipare e, rimanendosene alla dovuta “distanza”, stessero invece sorseggiando mohjto in qualche spiaggia appena riaperta… I giovani invece sono combattenti, in strada come on-line (su instagram è bello vedere i messaggi di solidarietà e lotta contro il razzismo), e ci stanno educando tutti a ribellarci contro l’intolleranza”. Così scrive Stefano Vaccara nell’editoriale che firma oggi per “La voce di New York”, quotidiano online che dirige dalla Grande Mela.
“L’America, invece e per fortuna, sta bruciando di dolore e rabbia per quel cancro del razzismo che scorre da sempre nelle sue vene ma che gli anticorpi della sua grande democrazia in questo momento stanno combattendo senza soccombere a questo male di nascita, che sia chiaro a chi avesse ancora dubbi, rappresenta un pericolo molto più grave per il sogno americano: se prevalesse senza più reazioni, ammazzerebbe definitivamente gli Stati Uniti molto più efficacemente che il coronavirus.
In queste pur drammatiche ore – rispondiamo agli amici che in Italia ci scrivono preoccupati chiedendoci ma che ci stiamo ancora a fare qui – siamo sollevati nel constatare come gli anticorpi dell’America invece reagiscono: il suo esperimento, nato dall’idea che tutti gli uomini sono creati liberi e uguali, un valore forte, mai pienamente realizzato ancora ma che progredisce da tre secoli. Come si realizza? Con la continua lotta tra chi spinge il perseguimento di questo sogno contro quelle cellule cancerogene annidate nel suo stesso corpo democratico e che da sempre vorrebbero sopprimerlo facendolo diventare incubo con una teoria tanto stravagante quanto pericolosa: che il sogno americano appartenga solo a “chi c’è già” (nativismo o suprematismo bianco) e non più ai migranti.
Quindi l’America brucia ma è viva, cari amici che nel mondo la guardate, e dovreste essere semmai più preoccupati se dopo quel terribile video del supplizio del povero George Floyd, l’America stesse ancora a dibattere dei tweet di Donald Trump che si atteggia a “ducetto” sfrontato, che oltre a negare ogni responsabilità sugli ormai oltre centomila morti della pandemia, ora mostra pure il ghigno suprematista del “siamo pronti a sparare”, un messaggio da cane che chiama a raccolta il branco.
Saremmo più in ansia per l’America se in ogni sua città non si vedessero i suoi giovani bruciare di sana rabbia per questo ennesimo atto di razzismo arrivato da uomini in divisa. Proprio coloro che dovrebbero aiutarsi di più a vicenda ed essere aiutati, invece di rimanere impietriti senza reagire al razzismo di un collega, e ricordare che sono pagati da noi tutti per proteggere tutti noi dal crimine del razzismo che ancora scorre e avvelena il sangue di questa grande democrazia.
Ma come evviva l’America? E le auto della polizia bruciate a Brooklyn? E i negozi eleganti di Manhattan saccheggiati? E persino la vetrina fatta a pezzi della Pizzeria Ribalta del West Village, adorata da noi italiani di New York? Non dovrebbero farci maledire questa rivolta fuori controllo, potrebbe chiedersi qualche lettore e questa volta non solo preoccupato dall’Italia, ma indignato qui negli Stati Uniti mentre legge la nostra Voce…
Certo che ci intristiscono questi atti di violenza, ma sicuramente preferiamo preservare la maggior parte della nostra rabbia e della nostra indignazione per le ultime frasi “non posso respirare, mamma aiuto”, di George Floyd: sono il rimbombo delle sue ultime parole che dovrebbero far tremare i polsi, non il rumore delle vetrine in frantumi. I fuochi appiccati, certo che dispiacciono e indignano ma, con tutta franchezza, non con la stessa intensità e sicuramente non possono recare lo stesso dolore dentro che il rimbombo dell’ultimo rantolo di Floyd trasmette alle persone civili.
Nell’esprimere quindi solidarietà a chi in queste ore ha visto attaccati da alcuni violenti (una minoranza rispetto alla stragrande maggioranza dei manifestanti) le proprie attività, inviamo anche questo messaggio: il loro sogno americano già realizzato, potrà continuare a vivere proprio grazie a quei ragazzi che con i cartelli con scritto “Fuck Racism”, fanno finalmente respirare l’America che sarebbe apparsa altrimenti in coma. Dovremmo essere tutti orgogliosi per come stanno sfidando i randelli, il gas, e le pallottole finora di gomma (con Trump che sembra non vedere l’ora che diventino di piombo…), di quei poliziotti che non sempre, noi lo notiamo, sembrano avere la preparazione adatta e i nervi d’acciaio per svolgere il loro difficilissimo e delicatissimo compito. Restiamo fiduciosi che la NYPD saprà distinguere tra i veri manifestanti, quelli che stanno salvando la dignità e la libertà di tutti, e quei pochi che si meritano di essere sbattuti in galera.
Questo editoriale lo concludiamo per ribadire a tutti gli amici preoccupati di non preoccuparsi per l’America, il suo sogno è vivo e forte.
Per esserne più convinti, basta ricordare l’interpretazione storica di questo unico esperimento americano ancora giovane di soli tre secoli. Certamente noi restiamo in allerta ma non saremo mai in ansia esistenziale per l’America, perché come hanno rivelato i grandi suoi storici, dalla prima teoria del “pendolo” di Henry Adams, ai più sofisticati “cicli” degli Schlesinger padre e figlio, il progresso della democrazia americana si esprime attraverso l’alternarsi al potere delle sue forze diverse e contrastanti.
Che l’esperimento abbia funzionato finora è stato grazie al ciclo di quelle idee messe in pratica che molti etichettano come “di destra” e “di sinistra”, ma che qui negli Stati Uniti sicuramente non saranno mai di rigida appartenenza partitica (pensate che forse Lincoln abbia ancora qualcosa a che fare con l’attuale Partito Repubblicano?). Ma sono forze queste che entrambe sono parte integrante della natura della politica americana, che nella loro costante corsa per tenere le redini direzionali di questo grande paese, hanno saputo aspettare il loro turno ma senza rimanere o farsi imporre il silenzio. Pronte quindi a spingere quando qualcuno frena, per aprire ai diritti contro chi li richiude. Per far comunque prevalere l’idea-azione che l’America resterà sempre in movimento verso il progresso contro chi, di questo progresso, ne ha avuto sempre paura. Ognuno di questi cicli, ci dicono gli Arthur sr. e jr, é durato mediamente 12 anni.
L’America ha passato periodi durissimi nell’alternarsi di questi cicli, come la guerra civile o la grande depressione economica degli anni trenta. Eppure alla fine li ha sempre superati, migliorandosi. Siamo sicuri che anche questa volta, nonostante i danni profondi provocati dalla pandemia, nonostante questo virus del razzismo che ancora scorre forte ma che trova altrettanti forti anticorpi, noi tutti americani ce la faremo, “we shall overcom, we shall overcome”, come cantava Martin Luther King. Evviva l’America quindi nonostante Donald Trump e le forze che rappresenta. Lui speriamo non abbia il tempo di appartenere ad alcuno di questi cicli. Già, speriamo proprio che risulti alla fine solo un presidente piccolo piccolo, solo un incidente, seppur grave, di percorso della grande democrazia americana, senza avere più il tempo di provocare altri danni e rallentare il progresso del prossimo ciclo”.

Stefano Vaccara




Maratona di New York vs Coronavirus. Si correrá a novembre per celebrare i 50 anni?

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vocegiustaNew York City è lo spettacolo annuale sportivo di massa par excellence. Parliamo della maratona di New York. Con i suoi 55mila partecipanti e 2 milioni di spettatori lungo i cinque boroughs del percorso (da Staten Island, a Brooklyn al Queens, al Bronx per concludersi a Manhattan in Central Park). È la maratona più affollata del mondo. La più ambita a parteciparvi da parte di ogni podista. Senza contare gli enormi introiti commerciali che il weekend della maratona porta nelle case della città, invasa da podisti, accompagnatori e giornalisti da ogni parte del mondo”. Ed oggi è in bilico per via dell’emergena Covid-19, come racconta Vincenzo Pascale dalle pagine del quotidiano on line che proprio nella City dirige Stefano Vaccara, La Voce di New York.
“Iniziata nel 1970, quasi per gioco a Central Park, quando in una calda domenica di settembre 127 podisti di ritrovarono per correre una gara che sarebbe entrata nella storia. In 55 conclusero la gara, un dollaro la quota di iscrizione. Dal 1976 per celebrare il bicentenario degli Stati Uniti d’America si decide di farla uscire da Central Park facendole attraversare la città. Doveva essere un esperimento di un solo anno ma da allora continua senza interruzione la formula dell’attraversamento dei Five Boroughs.
Quest’ anno cade il 50esimo anniversario della maratona. Grandi preparativi sono in cantiere con un grande punto interrogativo. Si correrà la 50esima edizione della TCS NYC Marathon in programma domenica primo novembre? Al NYRR (New York Road Runners – la not for profit che organizza la maratona e decine di altre gare) ci dicono che tutto procede secondo i piani, ma è presto per fare previsioni sullo svolgimento.
Intanto cosa è accaduto con le altre maratone mondiali? Tokyo (che si corre in febbraio) è stata corsa solo dagli atleti d’elite, Londra – in programma lo scorso 26 aprile – è stata spostata a domenica 4 ottobre, Boston – giunta alla 125ma edizione – è stata spostata a lunedì 14 settembre: si doveva correre lunedì 19 aprile. Berlino in programma il 26 settembre è ancora in bilico, anche se gli organizzatori hanno da tempo annunciato che la maratona subirà notevoli cambiamenti. La maratona di Chicago, per ora, rimane fissata per l’11 di ottobre.
Intanto il NYRR ha sospeso ogni gara podistica fino al 15 di Agosto (cancellata anche la Italy Run giunta alla terza edizione che si sarebbe dovuta correre in Central Park il 31 maggio). Se ne riparlerà l’anno prossimo. Ce lo auguriamo.
Intanto attendendo qualche dichiarazione ufficiale del NYRR bisogna aspettare l’esito dei contagi a NYC nelle prossime settimane. Il sindaco De Blasio si è espresso in merito qualche giorno fa.
Rimangono alcune domande legittime sull’organizzazione di questo grande evento. Le migliaia di podisti che arriveranno a NYC da ogni angolo del mondo avranno accesso liberamente alla maratona? Ci saranno restrizioni sui partecipanti? Correranno – come a Tokyo – solo gli atleti d’elite? È presto per fare una previsione. Intanto le agenzie turistico sportive italiane che portano i podisti italiani alla maratona di New York da mesi avevano registrato il tutto esaurito per i pettorali di New York, stanno registrando cancellazioni. Alcuni maratoneti italiani ed americani hanno dichiarato che per il 2020 bisogna mettersi l’animo in pace. Grossi assemblamenti di atleti impediscono lo svolgimento delle gare.
L’attesa continua. La città vuole ripartire. La celebrazione della 50ma edizione della maratona più popolare ed affollata del mondo sarebbe un grande giubileo per la città. Ma la ferocia di un virus come il Covid-19 tiene ancora tutti in sospeso e forse per ancora lungo tempo”.

Vincenzo Pascale




La ricercatrice italiana Corina Giacomello nel progetto di formazione dei giovani detenuti nel Chiapas

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punto incontroCITTÀ DEL MESSICO\ aise\ – “L’Università Autonoma del Chiapas (Unach), attraverso il suo Istituto di Studi Giuridici con sede a Ocozocoautla (IIJ) ha messo in atto il Piano Emergente per gli adolescenti privati della libertà nel Centro di Internamento Specializzato “Villa Crisol”, situato nel municipio di Berriozábal. Ogni venerdì le cattedratiche Corina Giacomello dell’Unach e Alicia Azzolini dell’Università Autonoma Metropolitana (UAM) —nell’ambito di un programma di accompagnamento multidisciplinare rivolto agli adolescenti in centri di detenzione durante la pandemia Covid-19— si connettono in videochiamata con i giovani che lo desiderano per assisterli nella loro istruzione, attualmente a livello scuole medie e medie superiori”. A darne notizia è Massimo Barzizza su “Punto d’incontro”, portale che dirige a Città del Messico.
“La ricercatrice italiana Corina Giacomello è docente presso l’IIJ-Unach e collabora con Equis Justicia para las Mujeres, A.C. È inoltre consulente di istituzioni, enti multilaterali e organizzazioni della società civile. È autrice di numerose pubblicazioni in Messico e all’estero tra cui diversi articoli pubblicati anche da Puntodincontro.
Alicia Azzolini, di nazionalità argentina, ha ottenuto un dottorato in giurisprudenza dall’UNAM ed è ricercatrice presso il Dipartimento di Diritto dell’Università Autonoma Metropolitana ad Azcapotzalco, dove coordina le attività didattiche nell’ambito del diritto penale.
Il rettore dell’Unach, Carlos Natarén Nandayapa, ha recentemente partecipato a uno degli incontri con i giovani di Villa Crisol.
Durante il suo intervento per mezzo di una piattaforma virtuale —come dettato dalle misure di isolamento sociale in vigore in Messico— Natarén Nandayapa ha ascoltato in prima persona la descrizione dei programmi accademici e i desideri di formazione futura dei 16 giovani beneficiari dell’iniziativa.
Dopo aver attentamente ascoltato le preoccupazioni di ciascuno dei giovani, il rettore ha ribadito l’impegno dell’istituzione per il loro sviluppo e ha dichiarato che —una volta completati gli studi liceali, avranno le porte dell’Università aperte per continuare la loro formazione professionale— in modo che abbiano gli elementi per forgiare un futuro migliore.
Giacomello e Azzolini hanno ricordato che la Legge Nazionale del Sistema Integrale di Giustizia Penale per Adolescenti è il quadro di riferimento per questo programma —sviluppato dalle università pubbliche e approvato lo scorso aprile— che mira a sostenere i giovani tra i 12 e i 17 anni accusati di aver commesso un reato.
Le ricercatrici hanno sottolineato, inoltre, che in questo modo si cerca di fornire supporto sociale e istituzionale ai ragazzi per superare le difficoltà che hanno segnato una fase della loro vita e permettergli così di trovare nuovi percorsi che li porti al miglioramento personale.
“Attraverso la formazione e la solidarietà senza pregiudizi — hanno detto — possiamo offrire nuove opportunità, per cui invitiamo la società ad accompagnarci”.
Tra le attività degli incontri previsti nel programma sono incluse conversazioni sui diritti dei bambini e degli adolescenti, riflessioni sulle loro vite e i sogni per il futuro, al fine di rompere lo stigma sugli adolescenti in conflitto con la legge e allo stesso tempo contribuire allo sviluppo di elementi multidisciplinari durante l’internamento e la fase di reinserimento sociale”.