I ricercatori stoppano il Maeci: “No all’uso della scienza in guerra”

panoramiche aeree di roma

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MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI FARNESINA

Sono passati quasi 80 anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, che mostrarono al mondo l’inquietante sviluppo della fisica nucleare. Ma da allora, i dubbi che accompagnano gli scienziati sono sempre gli stessi: la ricerca è neutrale? Qual è lo scopo della scienza? Se ieri era Robert Oppenheimer a interrogarsi, oggi sono i ricercatori che, insieme agli studenti, stanno chiedendo al ministero dell’Università e della ricerca di ritirare il bando Maeci Italia-Israele. Quella dei giovani che si stanno mobilitando da Roma a Torino, quindi, è una richiesta ben precisa: lo stop al bando pubblicato nel 2024. Ma di cosa si tratta?

IL CONTESTATO BANDO DEL MAECI

L’accordo di cooperazione tra il ministero degli Affari Esteri italiano e il ministero dell’Innovazione, Scienza e Tecnologia (Most) per la parte israeliana, è solo uno dei tanti bandi di cooperazione stipulati tra l’Italia e altri Paesi partner. Il bando è stato pubblicato anche negli anni precedenti, ma il contesto della guerra in Medio Oriente ha cambiato il quadro. Il nodo principale riguarda in particolare l’utilizzo della ricerca a fini bellici. “Non è escluso che le tecnologie sviluppate possano essere utilizzate anche in ambito militare” spiega all’agenzia Dire Luca Galantucci, fisico e ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche che ha firmato, insieme ad altri duemila tra accademici e scienziati, una lettera aperta al ministero dell’Università e della Ricerca per chiedere il ritiro dell’accordo.

Domani, inoltre, il ricercatore, insieme ad altri 30 colleghi del Cnr, porterà la questione anche al Consiglio di amministrazione del Cnr, per chiedere che l’istituto ritiri la partecipazione al bando.

Tutto ruota attorno alla cosiddetta tecnologia ‘dual use’, che implica un impiego sia civile che militare dei dispositivi. Può riguardare droni, device di sorveglianza di ultima generazione, sensori, e soprattutto lo sviluppo di tecnologie legate all’Intelligenza artificiale, e che secondo i ricercatori potrebbero poi essere utilizzate anche a fini bellici. E questo, per i duemila scienziati, pone un tema etico e un tema geopolitico alla luce della guerra che si sta consumando in Palestina.

LA QUESTIONE ETICA

“Da un punto di vista etico, non vogliamo sviluppare tecnologie che, anche se sviluppate per altri scopi, rischiano poi di essere utilizzate in guerra” spiega Galantucci. “Come è già accaduto con i droni sviluppati e perfezionati grazie al bando dello scorso anno e poi c’è un tema di diritto: con la partecipazione al bando l’Italia rischia di essere citata in giudizio con l’accusa di non aver adempiuto al dovere di prevenzione di genocidi, un obbligo per gli stati membri delle Nazioni Unite secondo la Convenzione per la Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio”. La posizione del ministero dell’Università e della Ricerca, invece, è che le conoscenze non devono essere limitate da questioni geopolitiche. Ciò che ha sostenuto anche la matematica Susanna Terracini, unica accademica ad aver votato contro la decisione dell’Università di Torino di non partecipare al bando. “La ricerca deve essere uno strumento di pace”, aveva detto in quella occasione. “Ma quando si fa ricerca non si possono ignorare le sue ricadute” ribatte Galantucci. “Intendere la ricerca come libera e astratta, senza considerare le sue conseguenze, mi sembra un modo pericoloso e immorale di intendere il nostro lavoro. Abbiamo una responsabilità sociale e quello che scopriamo non può essere utilizzato per violare i diritti umani”.

IL PRECEDENTE DELLA RUSSIA

Per il ricercatore, inoltre, la scelta del Mur è in contraddizione con la postura adottata nel marzo del 2022, quando il ministero guidato da Maria Cristina Messa inviò una nota a rettori e presidenti invitandoli “a sospendere ogni attività volta alla attivazione di nuovi programmi di doppio titolo o titolo congiunto” e ricordò che “dovranno essere sospesi quei progetti di ricerca in corso con istituzioni della Federazione Russa e della Bielorussia che comportino trasferimenti di beni o tecnologie dual use, ovvero siano altrimenti colpiti dalle sanzioni adottate dall’Unione Europea”. Ancora Galantucci: “Per noi deve essere chiaro che non c’è nessuna forma di boicottaggio degli studiosi israeliani: nessuno ha chiuso i ponti con gli scienziati con cui eravamo in contatto: le persone non sono responsabili di quello che succede nei governi anche perché gli stessi studiosi israeliani, se contrari alla politica del governo vengono allontanati e criminalizzati”. Quindi, secondo lo scienziato, “gli studenti fanno bene: bisogna mettere i rettori davanti alle loro responsabilità. Su questi temi bisogna avere il coraggio di prendere una posizione netta”.

ag Dire – www.dire.it




L’Ungheria avvisa l’Italia: ‘Inutili le richieste per la Salis’

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d9b316d05334b74f3c8f953b6f416109“E’ tutto politicizzato”: Roberto Salis non si stupisce più di tanto per le dichiarazioni di Zoltan Kovacs, portavoce del governo ungherese.

Non è la prima volta che figure istituzionali di Budapest intervengono sul processo che vede imputata sua figlia Ilaria con l’accusa di aver aggredito dei militanti di estrema destra e quindi il post pubblicato nel pomeriggio da Kovacs suona solo come la conferma di una sensazione che è diventata certezza nel corso del processo. “Stiamo parlando di un regime in cui i diritti civili e la separazione dei poteri e lo stato di diritto vengono completamente superati da una spiccata tendenza alla tirannide”, spiega il padre dell’attivista italiana dopo aver letto l’avvertimento diretto a lui, al governo e ai media italiani scritto dal portavoce del governo ungherese.

“Da metà febbraio, il padre di Ilaria Salis, Roberto Salis, ha fatto il giro dei media europei dicendo di essere ‘preoccupato’ per la sicurezza della figlia finché sarà in Ungheria”, ha scritto Kovacs nel post su X chiarendo poi che “nessuno, nessun gruppo di estrema sinistra, dovrebbe vedere l’Ungheria come una sorta di ring di pugilato dove arrivare e pianificare di picchiare qualcuno a morte. E no, nessuna richiesta diretta da parte del governo italiano (o di qualsiasi altro importante mezzo di informazione) al governo ungherese renderà più semplice difendere la causa di Salis, perché il governo, come in qualsiasi altra democrazia moderna, non ha alcun controllo sui tribunali”.

Già a fine gennaio, dopo la prima udienza del processo, Kovacs aveva definito “altamente discutibile” la credibilità di Ilaria Salis e “apertamente di sinistra” il suo legale ungherese, Gyorgy Magyar, ma era stato poi il ministro degli Esteri Péter Szijjartó ha chiarire il punto di vista del governo di Budapest: “Spero sinceramente che questa signora riceva la meritata punizione in Ungheria”, aveva detto a Roma dopo un colloquio con il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani avvenuto a fine febbraio. E ora questa nuova precisazione dopo le notizie, apparsa anche sui giornali ungheresi, della telefonata di solidarietà del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Roberto Salis.

“Il processo è già stato fatto, il verdetto è già stato emesso, non si capisce perché proseguano con le udienze…Quando c’è un politico che se la prende con un privato cittadino di un altro Stato è chiaro che c’è qualcosa di incredibile”, la riflessione di Roberto Salis che ha già capito da tempo l’aria che tira in Ungheria e che da tempo chiede che il governo italiano si faccia sentire.

Roberto Salis: ‘In Ungheria il verdetto è già stato emesso’

“Il processo è già stato fatto, il verdetto è già stato emesso, non si capisce perché proseguano con le udienze…”: così Roberto Salis all’ANSA ha commentato le parole del portavoce del governo ungherese Zoltan Kovacs sul caso di sua figlia Ilaria. “Quando c’è un politico che se la prende con un privato cittadino di un altro Stato è chiaro che c’è qualcosa di incredibile”, ha aggiunto parlando di “spiccata tendenza alla tirannide” da parte dell’Ungheria.

ansa.it




Sacerdote colombiano suscita scandalo in Italia risultando positivo al consumo di cocaina

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sacerdote colombiano suspendido cocaina 650x400Il prete cattolico colombiano Daniel Arturo Cárdenas è finito alla ribalta della cronaca e il fatto non ha nulla a che vedere con la sua pratica religiosa, ma piuttosto per lo scandalo che ha suscitato per essere risultato positivo al consumo di cocaina, in un test effettuato dopo essere stato coinvolto in un incidente stradale.

Come primo passo, il vescovo della diocesi italiana di Sulmona-Valva, in cui presta servizio il sacerdote colombiano, ha deciso di sospenderlo temporaneamente “per verificare la fondatezza delle informazioni pubblicate sulla stampa e per il bene della comunità parrocchiale di Rivisondoli e della Chiesa diocesana”.

Il quotidiano romano Il Messaggero ha riferito domenica che il sacerdote Cárdenas ha dovuto lasciare la sua parrocchia di Rivisondoli perché la diocesi aveva emesso un divieto di soggiorno di sei mesi.

L’avvocato del prelato ha detto al giornale che il suo cliente ha assunto il farmaco accidentalmente o senza saperlo.

I media locali riferiscono che il sacerdote, originario della Colombia, ha avuto un incidente con la sua auto alcuni giorni fa mentre rientrava a casa dopo cena e mentre era in cura all’ospedale di Sulmona per le ferite riportate il laboratorio ha rilevato significative quantità di cocaina nel suo sangue.

I giornali hanno inoltre fatto sapere che il parroco di Rivisondoli aveva già subito un altro incidente nell’ottobre del 2022, e che in quell’occasione lasciò abbandonata l’auto distrutta e si allontanò velocemente. Aveva giustificato il suo comportamento davanti alla polizia sostenendo che doveva celebrare una messa e che non poteva restare per partecipare alle indagini.

tradotto da 7dias.com.do




Passaporti e portale italiani nel mondo alla Camera/ Il premierato in Senato

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montecitorio23Riprendono in lavori in Parlamento, dove mercoledì avranno luogo – prima alla Camera e poi in Senato – le Comunicazioni della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo.
Montecitorio, in Commissione Affari Costituzionali prosegue il ciclo di audizioni sull’attuazione dell’autonomia differenziata. Insieme ai colleghi degli Affari Sociali, i deputati proseguiranno l’esame della proposta di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta sulle tendenze demografiche nazionali e sui loro effetti economici e sociali. Con la Commissione Giustizia, invece, proseguirà l’esame del ddl in materia di rafforzamento della cybersicurezza nazionale e di reati informatici.
Audizioni anche in Commissione Affari Esteri che, con i colleghi della Difesa, avvierà l’esame della Relazione analitica sulle missioni internazionali. Sulla relazione, davanti alle Commissioni riunite Affari esteri e Difesa di Camera e Senato interverranno i Ministri degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto. La III Commissione, inoltre, in sede referente proseguirà l’esame delle proposte di legge sulla destinazione agli uffici diplomatici e consolari di quota dei proventi derivanti dal rilascio dei passaporti all’estero e sull’istituzione del Portale unico telematico per gli italiani all’estero. In agenda anche lo svolgimento dell’interrogazione sul nuovo accordo tra Italia e Brasile sul riconoscimento reciproco in materia di conversione delle patenti di guida.
La Commissione Finanze, insieme ai colleghi della Giustizia, avvierà l’esame dello Schema di decreto legislativo sulla revisione del sistema sanzionatorio tributario, mentre la Commissione Ambiente sentirà il Commissario per gli interventi sulle acque reflue urbane.
In Senato, la Commissione Affari Costituzionali proseguirà l’esame del ddl sul cosiddetto “Premierato”, cioè l’elezione diretta del Presidente del Consiglio.
La Commissione Affari Esteri – Difesa, come detto, insieme agli omologhi della Camera sentirà i Ministri Tajani e Crosetto sulle missioni internazionali, mentre la Commissione Istruzione discuterà sui ddl che prevedono l’introduzione dell’educazione sentimentale e affettiva nelle scuole.
Audizioni anche in Commissione Industria e Agricoltura per due indagini conoscitive: una sullo stato dell’automotive in Italia, l’altra sugli effetti del cambiamento climatico in agricoltura. (aise) 




Tajani: «Truppe a Kiev, no dell’Italia» (Corriere della Sera)

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trupe a kiev no dell itala intervista«Nessuno nella Nato parla di intervento diretto. Si rischierebbe il conflitto nucleare»  

La nostra posizione, quella del governo italiano, è «chiarissima», e per Antonio Tajani non può assolutamente essere messa in discussione: «Siamo dalla parte dell’Ucraina fin dal primo momento. Lo siamo dal punto di vista finanziario, economico in vista della ricostruzione, progettuale come testimonia l’accordo per Odessa, materiale e anche militare. Ma non siamo in guerra con la Russia. Non lo siamo mai stati». E questo significa, secondo il ministro degli Esteri e segretario di FI, che non è previsto «alcun intervento diretto dei nostri militari in quel conflitto, con carrarmati, aerei o uomini. Non se ne è mai parlato in ambito Nato e non capiamo perché oggi si debba evocare uno scenario del genere, che avrebbe conseguenze pericolosissime, anche una terza guerra mondiale».   

Cosa vuol dire che non siamo in guerra? Il conflitto esiste, e noi siamo schierati.  

«Certo, siamo schierati in aiuto di un Paese aggredito, in violazione di ogni regola internazionale, ed è un Paese alle porte dell’Europa. Ma il nostro obiettivo è ottenere la pace, non allargare la guerra. Per questo aiutiamo l’Ucraina a resistere, per questo non resteranno soli, per arrivare ad una fine delle ostilità senza che uno Stato abbia occupato l’altro. Ma non ha a che fare, lo scandisco, con un nostro intervento diretto».   

È una posizione dell’Italia o è condivisa dagli alleati?  

«È assolutamente condivisa da tutti direi, nessuno in ambito Nato ha mai parlato di intervento diretto, sappiamo bene quali conseguenze potrebbe avere un conflitto che rischierebbe di sfociare in nucleare. Dico di più: anche nella stessa Nato è stato deciso che l’Ucraina potrà entrare a farne parte solo dopo la fine del conflitto, perché se l’ingresso fosse immediato saremmo costretti ad intervenire a difesa di un Paese dell’alleanza attaccato».   

Però Macron evoca la possibilità di un intervento diretto. Perché lo fa?  

«Non capisco, non so se a incidere sia la campagna elettorale, che influenza l’atteggiamento di tanti leader alla prova del voto. Magari vuole evidenziare le differenze con partiti filorussi come quello della Le Pen. Ma noi siamo su tutt’altra posizione».   

Se però l’Ucraina cedesse, se fosse invasa, è vero che la Russia sarebbe alle porte dell’Europa.  

«Ma per questo noi siamo pronti ad ogni aiuto e non tentenniamo. Ne parleremo già ad aprile al G7 dei ministri degli Esteri e poi a quello dei leader a giugno dopo le Europee. E un tema cruciale. Anche per arrivare ad una pace, e speriamo che Paesi come Iran e Cina non rafforzino la Russia con armamenti ed aiuti, perché è un pericolo enorme per tutto il mondo che la guerra abbia esiti infausti».   

Quindi l’Italia è pronta a dare più aiuti militari ma non uomini o mezzi per interventi diretti?  

«Anche di questo si parlerà in ambito G7, Nato ed europeo. E una cosa è certa: diventa sempre più urgente coordinare, rafforzare, unire l’Europa in una difesa comune. Perché quando Trump dice che l’America non penserà più a difendere tutti, tocca un tema delicato. Noi come Ue dobbiamo avere una forza autonoma, non perché siamo militaristi, ma perché “si vis pacem, para bellum”. La storia ce lo insegna. Avere forze armate forti è un deterrente alla guerra».  

Ma l’Italia non dà nemmeno il 2% del Pil che dovrebbe come contributo alla Nato… Pensate per caso a una nuova leva obbligatoria?  

«Assolutamente no. E vero che il nostro esercito ha un’età media piuttosto alta, ma certo non si risolve il problema con una leva a cui nessuno ha mai pensato. Sul 2%, va anche considerato quanto un Paese spende per le tante missioni in cui è impegnato: noi lo siamo in Libano, in Mar Rosso con la missione Aspides difensiva ma strutturata, nei Balcani, in Africa, siamo su tanti fronti, questi sono costi che vanno considerati».  




All’ospedale italiano al Cairo cure e speranze per le vittime di Gaza

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“Mamma, dov’è la mia gamba?”. Questa la prima domanda che ha fatto Ahmad, tre anni, quando si è svegliato dopo l’intervento chirurgico. “I medici hanno provato a lungo a salvargliela ma le placche in metallo messe per tenere i legamenti non impedivano il sanguinamento e inoltre aveva due fratture e aveva perso le ossa del ginocchio” racconta la mamma, Jidana, originaria di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza. La incontriamo in Egitto, all’ospedale italiano del Cairo, dove Ahmad riceverà la protesi provvisoria messa a disposizione dal ministero della Sanità locale, prima di essere trasferito in Italia tramite i corridoi umanitari promossi dall’Associazione delle organizzazioni di solidarietà e cooperazione internazionale (Aoi) e da vari altri organismi della società civile e istituzioni. Ahmad è uno dei mille bambini che secondo Unicef ha subito l’amputazione di un arto in conseguenza dell’offensiva militare che Israele ha sferrato contro la Striscia di Gaza, dopo gli assalti dei commando di Hamas del 7 ottobre.

“Non ci aspettavamo che avrebbero bombardato le case” dice la madre: “E’ stato di notte, dormivamo”. Dei quattro figli, anche la maggiore di 11 anni ha subito una ferita alla gamba e Jidana stessa si è rotta la caviglia. “Da allora, mia figlia è ricoverata all’ospedale egiziano di Port Said. Non la vedo da più di tre mesi. Sono felice di andare in Italia ma tre settimane fa ho dovuto lasciare gli altri miei due figli di sette e nove anni con mia madre. Vivono in tenda ed è molto difficile sentirli”.
Laggiù “non hanno da mangiare” denuncia ancora Jidana. “Gli aiuti non arrivano, trovano solo cibo in scatola, mancano latte, farina, zucchero. Mia cugina ha partorito due gemelli e non trova i pannolini, un pacco arriva a costare 50 dollari“.

Anche Samar ha quattro figli e in braccio tiene la più piccola di due: lei si chiama Bisan e ha un problema al tratto digerente. Gli altri bambini sono a Dair Al-Balah. “Ha una malattia rara e a causa della guerra abbiamo dovuto interrompere le cure” dice Samar della sua piccolina. “Resterò con lei in Italia per il tempo necessario, ma voglio tornare a Gaza il prima possibile: tutti vogliono tornare a Gaza”. Lo conferma Yasmine, la zia che ha accompagnato Ibrahim, sette anni, anche lui affetto da una malattia rara. Gioca con le bolle di sapone mentre la zia spiega: “Speriamo di curarlo perché anche sua sorella Lara ne era affetta ed è morta, aveva sette anni come Ibrahim oggi. Non aveva più potuto ricevere le medicine a Gerusalemme, e a Gaza sono introvabili”.

Già prima del 7 ottobre gli abitanti di Gaza facevano i conti, da un lato, con un sistema sanitario che non riesce a rispondere a tante necessità e, dall’altro, con il divieto imposto da Israele di lasciare la Striscia. Per spostarsi va chiesta l’autorizzazione al Coordinatore delle attività governative nei Territori (Cogat), un’unità del ministero della Difesa israeliano. Anche in questo caso la domanda è stata inoltrata al Cogat. “Sono gli ospedali che valutano i casi e stabiliscono l’ordine di priorità” riferiscono Samar e Yasmine.
C’è poi l’Egitto. “Cerchiamo di dare tutto l’aiuto possibile” spiega suor Pina De Angelis, missionaria comboniana che al Cairo lavora all’ospedale italiano da 38 anni e si sta occupando di assistere le famiglie. “Una mamma nel viaggio col bambino piccolo ha perso la valigia, non aveva nulla con sé” dice la religiosa. “Le abbiamo subito trovato i pannolini. Una bambina invece quando è arrivata è stata un giorno senza parlare. È bastato dormire di nuovo in un letto vero e fare una doccia che le è tornato il sorriso”.

Nei prossimi giorni l’ospedale italiano – fondato nel 1903, l’unico in Africa ad avere al suo interno sia una chiesa che una moschea – accoglierà altri bambini feriti.
“Israele sta conducendo una guerra contro il settore sanitario” denuncia Marwan Jilani, vicepresidente della Mezzaluna Rossa palestinese (Prcs). “Sanno che la gente resterà finché avrà a disposizione medicine e cure. Vorrei riuscire a descrivere l’immensa pressione e i sacrifici che stanno affrontando i lavoratori nel settore sanitario: si è andati oltre la violazione del diritto umanitario”.

ag Dire – www.dire.it




Ontario. Il Governo canadese annulla per motivi di sicurezza l’incontro della premier Meloni con la nostra comunità

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6cittadinomar“Una figuraccia mondiale! Il governo del Canada, paese del G7, non è riuscito a garantire l’ordine pubblico e, a causa di una pianificazione poco efficiente, ha fatto saltare l’atteso incontro tra il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e la Comunità Italo-Canadese. Il ricevimento, organizzato dal Primo Ministro canadese, Justin Trudeau, in programma sabato 2 marzo all’Art Gallery of Ontario, è stato annullato per l’incapacità di gestire una manifestazione Pro-Palestina. Una protesta “ordinaria”, niente di trascendentale, che ha visto la partecipazione di non più di 400 persone: sicuramente rumorosa, ma assolutamente pacifica, con qualche sporadico momento di tensione”. A scriverne è Vittorio Giordano sul “Cittadino canadese”, settimanale che dirige a Montreal.
“Alcuni tra gli invitati – Ministri provinciali e federali, insieme a numerosi esponenti della Comunità provenienti dai quattro angoli del Canada – sono riusciti ad entrare nell’edificio prima che scattasse il lockdown (ad un certo punto l’edificio è stato sigillato: nessuno poteva entrare, o uscire, per motivi di ordine pubblico), mentre molti altri sono rimasti fuori.
Il Ministro dello Sviluppo internazionale, Ahmed Hussen, non è riuscito a entrare dall’ingresso principale. Dopo circa due ore di attesa, per precauzione, i due Primi Ministri hanno preferito rinunciare a partecipare all’evento. È stato lo stesso Primo Ministro Trudeau a chiamare l’omologa italiana per comunicarle personalmente di aver annullato l’incontro. Una decisione presa direttamente dal Premier canadese, visto che la Polizia di Toronto ha chiaramente fatto sapere di non aver mai caldeggiato questa opzione. Evidentemente, il leader liberale non se l’è sentita di autorizzare, di fatto, l’uso degli idranti o dello spray al peperoncino per disperdere i manifestanti.
Appresa la notizia, nella sala (dove Il Cittadino era presente con il sottoscritto, Vittorio Giordano, l’editore Basilio Giordano, la corrispondente da Ottawa, Carla Bonora, e la giornalista Giulia Verticchio) serpeggiava un disappunto misto ad imbarazzo ed incredulità. Sulla vicenda la Polizia di Toronto ha aperto un’indagine.
Doveva essere l’ultima tappa di una visita lampo, un bagno di folla per celebrare lo storico e incessante contributo degli Italo-Canadesi allo sviluppo di uno dei Paesi più ricchi e progrediti al mondo. Niente da fare: le urla e gli slogan dei manifestanti hanno avuto la meglio sulla celebrazione dell’Heritage Italo-Canadese.
Tra le personalità presenti in sala, ricordiamo: Marco Mendicino, Ministro dell’Immigrazione; la Presidente del Consiglio del Tesoro, Aniat Anand; il Senatore Tony Loffreda; i Deputati Patricia Lattanzio, Angelo Iacono e Francesco Sorbara; il direttore della Sicurezza e dell’Intelligence di “Via Rail Canada”, Luciano Bentenuto; il Presidente del Congresso Nazionale degli Italo-Canadesi, Regione Québec, Antonio Sciascia; Gian Carlo Biferali, presidente di Biferali Fine Art, Egidio Vincelli, presidente dell’Associazione Italo-Canadese del West-Island, le Italo-Quebecchesi Filomena Alati Sclapari e Josée Sardo.
È importante ribadire un concetto: la libertà di manifestazione del pensiero, a prescindere dalla causa perorata, è sacrosanta e irriducibile, ma non può essere esercitata a detrimento di tutte le altre libertà, altrettanto sacrosante e irriducibili. Altrimenti diventa libertinaggio. “La mia libertà finisce dove comincia quella degli altri”, ha detto Martin Luther King, riprendendo un concetto già presente nella filosofia di Kant. Si tratta di una frase potentissima, più attuale che mai, che esprime un principio fondamentale e di buon senso: la libertà ha dei vincoli e dei limiti intrinsechi, è sempre relativa, mai assoluta. Questo perché non viviamo in una giungla, ma in una società civile.
Non c’è libertà senza responsabilità. Quella che è mancata ai manifestanti. Ma anche agli organizzatori, i quali avrebbero potuto e dovuto fare altre scelte. Sarebbe bastato organizzare l’evento in un posto meno centrale, certamente non nel cuore di Toronto, ma in una location più ‘periferica’, più facile da gestire.
Magari a Ottawa, che poi è la capitale, presso l’Ambasciata d’Italia. Oppure, se proprio non c’era alternativa all’Art Gallery of Ontario, sarebbe bastato isolare il luogo transennando gli accessi, nel raggio di 3 km, a partire dal mattino presto. Niente di tutto ciò. E alla fine è successa la frittata, frutto dell’improvvisazione e della disorganizzazione. Sarebbe bastato un pizzico di buon senso e si sarebbe evitata una brutta figura planetaria”. (aise)

Vittorio Giordano, da Il Cittadino Canadese 




Ancelotti avrebbe frodato il fisco spagnolo. La Procura chiede 4 anni e 9 mesi di carcere

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3c7afcd9f3e1ae6858d9559173df8174La Procura spagnola chiede quattro anni e nove mesi di reclusione a Carlo Ancelotti per frode fiscale.

Lo si legge in un comunicato stampa dove la procura della regione di Madrid precisa che l’allenatore del Real è accusato di aver frodato le casse pubbliche spagnole per oltre un milione di euro nel corso degli anni 2014 e 2015. omettendo di dichiarare il suo reddito derivante dai diritti di immagine.

ansa.it




In Toscana un percorso condiviso tra architettura italiana e arte messicana

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pecciolivertI lavori sono iniziati nell’agosto del 2023 e l’inaugurazione è prevista nel giugno del 2025, quando la struttura di collegamento pedonale tra il centro storico e le aree dei servizi pubblici lungo viale Gramsci nel Comune di Peccioli, voluta da Belvedere SpA e realizzata dal Comune di Peccioli, si rivelerà compiutamente, valorizzando la porzione di territorio toscano in cui si incastona.

Sappiamo già che la promenade architecturale ideata dal gruppo di progettisti, con capofila Nico Panizzi di Heliopolis 21 Architetti Associati, avrà un andamento ipogeo, semi-ipogeo e aereo e una connotazione fortemente scultorea nel dialogo con il paesaggio sia sul versante collinare che sul tratto pianeggiante.

E, altresì, che sarà dotata di un sistema di accessi e percorsi fruibili, egualmente qualificanti per tutti.

Ci intriga sapere che avrà il plus-valore di un’architettura pittorica, completamente avvolta nello straniamento esperienziale proposto dall’Universo Espanso 9 di Raymundo Sesma, e che entrerà a far parte del MACCA, il Museo d’Arte Contemporanea a Cielo Aperto curato dalla Fondazione Peccioli per l’Arte.

Il noto artista messicano è stato infatti chiamato a realizzare un cogente intervento site-specific sulla costruzione. E utilizzando la geometria, il disegno e il colore, come sono propri della sua ricerca, la porterà alla massima espressività, operando una «cesellatura tramite frastagliate e lacerate sezioni», racconta Rossana Ciocca dello studio Sesma.

L’opera si svilupperà per strati «Come nella pittura antica, si genera da un primo pattern di linee in bianco e nero che ridisegnano l’immagine vettoriale dell’architettura, evidenziandone i rimandi alla figura di un ponte torre», continua. «La scelta cromatica del bianco e del nero è un omaggio alle chiese romaniche toscane. Questi colori ispirazionali, in dialogo con la matericità della costruzione e del paesaggio, definiranno infatti le campiture dei grigi, creando pieni e vuoti veri o simulati. In questo modo lo sguardo del visitatore non sarà mai uguale a se stesso, perché cambia e si modifica ad ogni suo passo nell’attraversamento. Sarà il contrasto tra interno ed esterno il centro della poetica espressa dal progetto, per superare l’ovvietà di ciò che appare e di ciò che è già conosciuto e per portare in evidenza ciò che viene nascosto dalle ombre e dalle forme scultoree del nuovo collegamento: uno spazio partecipativo e interdisciplinare di emancipazione» (Antonella Boisi – Interni).

Un render della promenade architecturale-pittorica incastonata nel paesaggio di Peccioli in fase di realizzazione.
Immagini: Karla Mendoza – Studio Sesma

da puntodincontro.mx




Brasile. Oggi è il giorno degli italiani

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nova venezaIl 21 febbraio di ogni anno è in Brasile il giorno nazionale dell’immigrazione italiana. La data è stata istituita nel 2008 con una legge federale, nel corso di una cerimonia ufficiale cui hanno partecipato anche l’ambasciatore italiano e tutti i consoli, e vuole essere un omaggio al contributo che l’emigrazione italiana ha fornito alla cultura, all’economia e al carattere nazionale del Brasile.

Si è scelto questo giorno perché il 21 febbraio 1874 è la data a cui è fatto risalire il primo sbarco in Brasile degli emigranti veneti, a Vitória, nello stato brasiliano dell’Espírito Santo. Come scrive Sandro Addario, a quel tempo, il Brasile stava importando manodopera e dal 1870 al 1920 arrivarono oltre 1,4 milioni di immigrati italiani. Molti andarono a lavorare nelle piantagioni di caffè; altri vivevano in insediamenti, principalmente nella regione meridionale. Altri ancora andarono nelle città di São Paulo e Rio de Janeiro, dove furono impiegati nella nascente industria e commercio.

Da poco, l’Italia aveva vissuto le guerre di indipendenza. Alla fine di queste guerre, l’economia italiana era rimasta debilitata, con alti tassi di crescita demografica e di disoccupazione. Gli Stati Uniti d’America, che attraevano il maggior numero di immigranti, iniziarono a porre barriere all’ingresso degli stranieri. Tali fattori portarono, a partire dagli anni 1870, all’inizio di una massiccia emigrazione di italiani verso il Brasile. Sono anni in cui nel paese si dibatte sempre più sull’abolizione della schiavitù (che sarà abolita ufficialmente nel 1888) e che portano a un diffuso timore di carenza di manodopera: da qui la scelta del governo di finanziare il viaggio dei braccianti italiani, bianchi e cattolici e dunque – negli anni in cui è in voga il darwinismo sociale e l’eugenetica – preferiti rispetto alle etnie locali non bianche, considerate inferiori. Gli italiani immigrati in questo momento storico letteralmente sostituirono gli schiavi nei campi.

Festeggiamenti per il Dia nacional do imigrante italiano in epoca pre-Covid

Nello stato di Santa Caterina la maggior parte degli immigrati arrivò dal Veneto, dalla Lombardia, dal Friuli Venezia Giulia e dal Trentino Alto Adige (non a caso qui nacquero città come Nova Treviso, Nova Veneza e Nova Belluno), mentre in Minas Gerais prevalevano abitanti della Sardegna e dell’Emilia Romagna e a Rio de Janeiro (a quei tempi capitale dello stato) vi era un gran numero di persone originarie di Cosenza, Salerno e Potenza, ma anche di Napoli e Reggio Calabria.

Le condizioni di lavoro erano pessime e nel 1902 il governo italiano emise il decreto Prinetti, che proibiva l’immigrazione sussidiata dei cittadini italiani in Brasile. Il flusso degli immigranti diminuì bruscamente, poiché a partire da allora ogni cittadino italiano che voleva emigrare in Brasile doveva avere il denaro necessario per pagarsi il passaggio.

Nonostante le difficili condizioni di vita, alcuni discendenti dei primi immigrati italiani sono diventati persone di spicco del panorama socio-politico-culturale del Brasile. Solo per fare alcuni esempi: Candido Portinari, nato in una fazenda di caffè nel 1903, e considerato uno dei maggiori pittori brasiliani non solo del secolo scorso ma di tutti i tempi; i membri della storica famiglia Matarazzo, che arrivarono a possedere centinaia di imprese in diversi rami, dal tessile al chimico, dal commerciale e bancario a quello alimentare; Vicente Celestino, nato nel 1894 da una famiglia calabrese, divenne un cantante, attore e compositore celebre; Adoniran Barbosa, nato in una umile famiglia veneta, arrivò a essere considerato il padre della samba paulista.

Il Brasile fu il terzo paese per numero di italiani immigrati fra gli anni 1880 e la Prima guerra mondiale, subito dopo gli Stati Uniti (cinque milioni di italiani fra il 1875 e il 1913) e l’Argentina (2,4 milioni). Secondo il Fanfulla, lo storico giornale degli italiani in Brasile dal 1893, “oggi si calcola che siano circa cinque milioni gli italiani e loro discendenti che vivono nella Grande San Paolo”. Quasi un quarto della popolazione (21 milioni di abitanti) che vive nell’area metropolitana. In tutto lo stato di San Paolo gli italo-brasiliani sono 13 milioni su 45 milioni di abitanti, mentre in tutto il Brasile il numero sale a 22 milioni su una popolazione complessiva di 210 milioni.

La grande maggioranza degli italo-brasiliani è nel Sud e nel Sud-Est del Brasile, ma ci sono italo-brasiliani anche in altre zone del paese; alcuni italo-brasiliani parlano ancora italiano e altri dialetti regionali tra cui il veneto che ha dato origine al talian, una lingua mista col portoghese. Molti giovani oggi parlano solo il portoghese, sebbene siano sempre più numerosi i corsi di lingua italiana a cui partecipano queste nuove generazioni.

Il 21 febbraio (“Dia nacional do imigrante italiano”), sull’impronta della medesima iniziativa presa dall’Argentina nel 1995 (che ricorda l’immigrazione italiana il 3 giugno), celebra le influenze profonde che la massiccia immigrazione italiana ha lasciato nella cultura, nei costumi, nelle tradizioni, nella cucina brasiliana e da cui, a sua volta, è stata toccata e cambiata.

A San Paolo in particolare le attrazioni della festa del 21 febbraio si tengono nei quartieri Bela Vista, Brás e Mooca, dove vivono la maggior parte di italiani e oriundi. Nelle scuole di lingua italiana si svolgono conferenze sulla storia dell’immigrazione e, ci ricorda ancora Sandro Addario, non mancano eventi gastronomici. Molti gli spettacoli, le danze tipiche (in tempi pre-Covid), le funzioni religiose in italiano nella chiesa di Nossa Senhora Achiropita, dal nome della cattedrale di Nostra Signora di Achiropita a Rossano Calabro, uno dei principali luoghi di provenienza dei primi immigrati italiani in Brasile.

È un giorno di festa, di memoria senz’altro, e che sarebbe probabilmente opportuno ricordare anche in Italia. Perché da questo periodo storico sono nate influenze e contaminazioni ancora oggi evidenti e che potrebbero rappresentare un arricchimento dell’orizzonte culturale nazionale e perché – se spesso viene ripetuto che anche gli italiani un tempo sono stati stranieri in terra straniera – questo potrebbe essere un punto di partenza, per fissarlo davvero. Immigrare non è mai stato facile, per nessuno. L’Italia, oggi, dovrebbe iniziare a ricordare.

da ytali.com