Dal 2024 più soldi ai Comites

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silli cgieNuove risorse in arrivo ai Comites di tutto il mondo. Grazie a precedenti accantonamenti, infatti, in questa parte finale dell’anno – fa sapere la Farnesina – sarà possibile erogare uno stanziamento integrativo a tutti i Comites con i bilanci in ordine.

E’ senza dubbio una buona notizia per tutti coloro che fanno parte dei Comitati e che con grande spirito di volontariato, rubando del tempo alla propria attività professionale e alla propria famiglia, operano ogni giorno per facilitare i rapporti tra le comunità italiane e le istituzioni diplomatiche.

Le risorse aggiuntive giungono inaspettate; non importa, dunque, se l’ammontare del contributo sarà contenuto: sarà in ogni caso utile quale disponibilità anticipata per il 2024.

Grazie al lavoro del governo e dunque, in questo caso, del Sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo, Giorgio Silli, dell’Amministrazione, in particolare del direttore generale per gli italiani all’estero alla Farnesina Luigi Vignali, e del CGIE, a partire dal prossimo anno i Comites potranno contare su una maggior stabilità finanziaria fin da subito.

Ricordiamo che i Comites sono istituzioni elette democraticamente dai cittadini italiani in ogni circoscrizione consolare. Svolgono un lavoro assai importante, rappresentando la collettività italiana e segnalando ad ogni Sede Consolare, al CGIE e al ministero degli Esteri i problemi e le necessità dei connazionali.

italiachiamaitalia.it




Il presidente del Comites Buenos Aires, Dario Signorini (MAIE), negli USA con la NIAF e Biden

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Grande successo per la visita negli USA di Dario Signorini, presidente del Comites di Buenos Aires e di FEDIBA (la Federazione delle associazioni italiane in Argentina), che sabato 14 ottobre ha partecipato all’incontro annuale della NIAF (la più importante associazione italo-americana presente negli USA), tenutosi a Washington.

Signorini, coordinatore MAIE a Buenos Aires, è probabilmente l’uomo più vicino a Ricardo Merlo – presidente MAIE – nella capitale della Repubblica Argentina.
Non è la prima volta che le strade del MAIE e della NIAF si incontrano, segno evidente di reciproco apprezzamento, di stima e rispetto.

Una presenza, quella di Signorini in USA, dietro cui ci sarebbe anche la mano di Vincenzo Odoguardi, Vicepresidente del MAIE mondiale e coordinatore per tutto il Nord America.

Da sinistra, nella foto: Dario Signorini, presidente Comites Buenos Aires e FEDIBA; Ricardo Merlo, presidiente MAIE; Vincenzo Odoguardi, vicepresidente MAE; Jorge Sereni del MAIE Buenos Aires
Da sinistra, nella foto: Dario Signorini, presidente Comites Buenos Aires e FEDIBA; Ricardo Merlo, presidente MAIE; Vincenzo Odoguardi, vicepresidente MAE; Jorge Sereni del MAIE Buenos Aires

Robert Allegrini, presidente NIAF, è una persona straordinaria; lo stesso vale per il vicerettore dell’Università Luiss di Roma, il prof. Raffaele Marchetta”, dichiara Signorini a Italiachiamaitalia.it “Quella di rappresentare, come presidente Comites e FEDIBA e come coordinatore MAIE a Buenos Aires, la diaspora italiana in Argentina, è stata una opportunità straordinaria”, aggiunge.

Durante la cena di gala, Signorini ha avuto l’opportunità di incontrare il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, con il quale si è potuto intrattenere qualche minuto: emigrazione e presenza italiana in America sono stati i temi principali della breve conversazione.

Signorini ha anche approfittato per parlare di MAIE al presidente Biden, il quale ha mostrato grande interesse per un movimento che rappresenta nel Parlamento italiano la voce degli italiani di tutto il mondo.

Venerdì 13 ottobre, inoltre, Signorini è stato ricevuto all’Ambasciata italiana da Mariangela Zappia, Ambasciatrice d’Italia negli Stati Uniti, alla quale ha potuto consegnare il fumetto sull’emigrazione italiana ideato dal Comites di Buenos Aires.

da italiachiamaitalia.it




Tajani: «L’Italia è contro Hamas, non contro la Palestina. Ma Israele deve difendersi»

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1696837538496 ftxogwmaaqvvzDall’Egitto a Israele, da Israele alla Giordania, dalla Giordania al rientro a Roma, passando però per Monza e Trento, tappe della campagna elettorale che incombe nel fine settimana. Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri, leader di Forza Italia è sul treno che lo sta riportando nella Capitale.

Nel cuore, e purtroppo anche negli occhi, le immagini viste in Israele dei massacri di Hamas: «Cose non raccontabili… Filmati con bambini, profanazione di cadaveri… Quello che facevano i nazisti, o anche peggio…». Oggi è l’ottantesimo anniversario del rastrellamento del Ghetto di Roma, al Portico d’Ottavia. E Tajani, insieme alle cariche italiane (a cominciare dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella), ci sarà per ribadire «la condanna all’antisemitismo, che è sempre latente e che va sconfitto anche e soprattutto dal punto di vista culturale». Prima, in mattinata, dopo il Cdm, l’incontro con il Re di Giordania e il ministro degli Esteri giordano, insieme alla premier Giorgia Meloni.

Cosa vi aspettate dal Re?

«È una visita molto importante per noi, perché la Giordania è un paese fondamentale come portatore di pace, visto anche che il Re è il custode dei luoghi santi in Terrasanta a cui ovviamente come cristiani siamo molto legati, anche per il loro valore simbolico».

Ma l’Italia, in questo contesto internazionale, che ruolo può giocare?

«Stiamo lavorando incessantemente per la liberazione degli ostaggi, per il sostegno alla popolazione civile palestinese e per favorire la de-escalation del conflitto. Dopo Israele e Giordania, infatti, andrò anche in Tunisia».

Ci sono italiani e italo-palestinesi nella striscia di Gaza, quando pensa che potranno uscire?

«Appena si apre il varco, spero già nelle prossime ore».

E dei tre ostaggi cosa si sa?

«Poco o nulla. La situazione non è facile perché potrebbero essere nelle mani di Hamas oppure di organizzazioni fiancheggiatrici di Hamas. Abbiamo chiesto l’intervento dell’Egitto, dei Paesi arabi».

E quale è stata la risposta?

«Il presidente egiziano Al Sisi mi ha detto che avrebbe fatto tutto il possibile per liberarli».

Ieri c’è stata la presa di posizione di tutti e 27 i Paesi membri della Ue, domani il Consiglio europeo straordinario. Cosa può fare l’Europa?

«Essere attrice di pace. È fondamentale che il conflitto non si allarghi a Iran e Libano, ma che rimanga circoscritto alla guerra contro Hamas».

Alcuni segnali in questo senso, anche dalla Russia di Putin, sembrano arrivare. È fiducioso?

«I rischi che una situazione incandescente possa prendere fuoco ci sono sempre».

Due popoli, due Stati. È sempre stata la posizione dell’Italia. Ma è ancora percorribile?

«Certo, lo deve essere. Stare con Israele, come è l’Italia, non significa essere contro la Palestina o contro il popolo palestinese. Anzi, loro sono delle vittime di Hamas, che li usa come scudi umani: Israele ha detto loro di uscire, i terroristi impongono di restare. Noi diciamo no al terrorismo, alla malvagità, alle immagini raccapriccianti che abbiamo visto. Ma ovviamente siamo al lavoro per arrivare ad una stabilizzazione definitiva dell’area del Medio Oriente».

Perché finora, in una vicenda complessa e lunga oltre 70 anni, la soluzione di “due popoli, due Stati” non si è realizzata?

«Perché c’è chi, e parlo dei terroristi e dei fondamentalisti, non vuole la pace in quella regione, ma il conflitto con Israele e con il mondo Occidentale. Tanto è vero che Hamas ha deciso di attaccare adesso per impedire il processo di pace, con gli accordi di Abramo tra Israele e Arabia Saudita, e quindi l’islam moderato».

E lei ha avrebbe un’idea di quali dovrebbero i confini dei “due Stati”, con Gerusalemme come capitale condivisa sotto l’egida della comunità internazionale?

«È un processo lungo, complesso. Gli eventuali confini li dovranno stabilire le parti con la supervisione dell’Onu e il sostegno della comunità internazionale. Un progetto lontano, ma che va perseguito con forza. Nessuno ovviamente si sogni di poter cancellare che Israele ha subito un attacco indegno, anche vile, andando a prendere i bambini e civili nelle case. Un’azione voluta, premeditata, messa in atto peraltro nel giorno di shabbat».

È preoccupato dal clima che si sta diffondendo in Europa, soprattutto in Francia con gli allarmi bomba e le evacuazioni del Louvre e di Versailles?

«Bisogna avere la massima attenzione e infatti anche in Italia abbiamo alzato il livello di guardia per proteggere i cittadini di religione ebraica, i luoghi di culto, quelli sensibili. La nostra intelligence è al lavoro a 360 gradi: nelle carceri, negli hotspot per evitare che con i migranti arrivino dei combattenti. Lavoriamo con determinazione, senza sottovalutare nulla ma anche senza allarmismo: al momento non ci sono segnali di pericoli imminenti».

Le manifestazioni pro-Palestina, quindi, non vanno vietate come invece è accaduto in Francia?

«L’Italia è un paese democratico, le manifestazioni pacifiche, per la pace in Medio Oriente o a favore della Palestina, non vanno vietate. Altra cosa, naturalmente, sarebbero manifestazioni violente o addirittura a favore dei terroristi. Ripeto: noi siamo contro Hamas, non contro la Palestina e i palestinesi».

Il ministro Crosetto in un primo momento aveva pensato di cancellare la festa della Forze Armate del 4 novembre, poi ha corretto il tiro. La festa va cancellata, secondo lei?

«Saranno il ministro della Difesa e quello dell’Interno a decidere, in base al livello di allarme che ci sarà in quel momento. E seguiamo con grande attenzione l’evoluzione della situazione al confine fra Libano e Israele, dove sono schierati più di mille soldati italiani nella missione Unifil. A loro va il mio pensiero e il totale sostegno alla loro delicatissima missione».

C’è speranza che per il 4 novembre la guerra sia finita?

«Impossibile fare delle previsioni. Ovviamente siamo tutti al lavoro perché la guerra finisca il prima possibile, e perché sia così è fondamentale che non ci sia l’allargamento con il coinvolgimento di Iran e Libano, che creerebbe solo danni enormi, con un Medio Oriente in fiamme».

Fatti i debiti scongiuri, a parte il drammatico attentato al Ghetto nel 1982, dove morì il bambino Stefano Gaj Taché, in Italia non ci sono stati assalti terroristici legati alla jihad. Come mai secondo lei?

«Perché l’Italia ha sempre avuto buoni rapporti con il mondo arabo, anche e non solo per la posizione che occupa nel Mediterraneo. Pur essendo amici di Israele abbiamo sempre svolto un ruolo di portatori di pace, senza porci mai in modo aggressivo, nemmeno nei toni o nelle parole».

da Il Messaggero




Washington. Il Gala dell’ICS all’insegna della moda e del “made in Italy”

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L’Ambasciatrice Mariangela Zappia cita le parole del Capo dello Stato, Sergio Mattarella e la cerimonia è quella che celebra la lingua e la cultura italiana in un suo prestigiosissimo tempio sul suolo americano. La sede diplomatica a Washington DC offre il contesto perfetto per un evento di fundraising inteso a finanziare le  varie attività  dell’ICS (Italian Cultural Society). e per parlare ad alto livello della Fashion Industry.

L’Ambasciatrice d’Italia a Washington ha aperto il Gala dell’ICS  2022

Tra le tradizioni che il Covid aveva interrotto e che ora gioiosamente riprendono, il  Gala dell’Italian Cultural Society è uno degli appuntamenti da non perdere.

Soprattutto se si parla della Moda e del Made in Italy.

Se si parla di cultura italiana e di italian lifestyle, pochi altri campi vedono l’Italia giocare un ruolo da superpotenza culturale, come l’ambasciatrice Zappia ci ricorda. E se si parla di Moda, poche aziende hanno avuto un ruolo come Gucci, un brand che non ha mai avuto bisogno di presentazioni, e che ha ricevuto un booster shot di notorietà l’anno scorso grazie a un film interessante e controverso.

La serata è ricchissima di personaggi e momenti divertenti. La musica Jazz e gli stuzzichini allietano l’aperitivo e le chiacchiere tra gente che non si vedeva da tempo. La Maestra di Cerimonie è Amy Riolo  personalità televisiva, nonché scrittrice di best-sellers. Una vera e propria ambasciatrice della cucina mediterranea in USA. È lei a introdurre gli ospiti e lo spirito del suo messaggio può essere riassunto in questa sua citazione di Giuseppe Verdi:

Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me

Domenico De Sole ospite d’onore  intervistato da Sara Gay Forden .

Ma Il piatto forte del gala è l’intervista tra l’ospite d’onore Domenico De Sole, l’uomo che trasformò l’impero Gucci, e Sara Gay Forden l’autrice del libro che ha ispirato il film. Domenico De Sole è un avvocato italiano e la famiglia è originaria di Cirò, in Calabria. Racconta degli studi a Roma e poi in USA. Ha studiato legge ad Harvard e ha lavorato in America per molti anni prima di tornare in Italia come COO di Gucci nel 1994. Negli anni ‘90 l’azienda attraversava un momento molto difficile anche a cause dei conflitti tra Maurizio Gucci e il partner finanziario InvestiCorp. De Sole riuscì a riportare in auge la società ed il brand internazionale. Il suo ruolo è stato così importante da meritare un posto speciale nel film, House of Gucci, il successo cinematografico dell’anno passato al quale hanno contribuito attori del calibro di Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino e  Jack Huston che interpreta De Sole sul grande schermo.

Sara Gay Forden è la tenace autrice di House of Gucci: A True Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed, il libro scritto come un thriller da cui è stato estratto il film. Sara, una “nativa” di DC, è stata business journalist nella Mecca mondiale della moda: nella Milano degli anni ‘90 dove la moda era soprattutto business, e Sara finì per occuparsi quasi esclusivamente della fashion industry. Quello fu il contesto che la portò a seguire l’omicidio di Maurizio Gucci molto da vicino, e infine a scrivere il  libro diventato film (a fine articolo riportiamo una bella conversazione che abbiamo avuto con lei).

Un momento della serata (al podio Amy Riolo, Maestra di Cerimonie dell’evento).

Nella chiacchierata tra De Sole e la Forden  emergono subito i momenti salienti della carriera del brillante avvocato italiano arrivato ai vertici dell’azienda. Come quella volta che, da giovane legale, trovandosi a gestire un tumultuoso meeting tra componenti della famiglia Gucci e altri businessmen statunitensi, ebbe il coraggio di zittire il temutissimo Aldo Gucci. Questo gli valse il rispetto di Rodolfo Gucci che lo nominò suo avvocato (eppure l’unico motivo per cui De Sole aveva detto ad Aldo di rimanere in silenzio e far parlare gli altri, era che lui stesso ignorasse con chi avesse a che fare!) E quello è stato solo l’inizio. Il rapporto di cooperazione tra De Sole e lo stilista americano Tom Ford (per anni direttore creativo di Gucci), la guerra con l’azienda rivale francese di LVMH, e altri racconti avvincenti

La giovane band  che allietava l’evento con musica Jazz.

Oltre alle borse di studio assegnate a studenti americani della lingua di Dante,  due giovani pianisti  Dylan Shenker e Xiabo Liu hanno interpretato Chopin e Liszt per ricordare che una delle borse di studio dell’ICS è rivolta a studenti che si distinguono per il talento musicale. Ma sono stati premiati  anche studenti dei Classici (Molly Williams, University of Maryland) e distintisi nell’Arte o nello studio della Storia dell’Arte (Brianna Cooney – American University). Il premio Young Scientist Award è andato alla dottoressa Marta Zampino, dell’NIH di Bethesda.

da La Voce di New York




La Amerigo Vespucci è in Brasile

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6d2f1fe2f6f916108ad4c4c03671ccd2La voce del nostromo dà il via agli ordini del Comandante e i fischi dei nocchieri sono un preludio alle manovre marinaresche.

E’ l’ultimo posto di manovra alle vele per gli allievi dell’Accademia Navale che domani con l’arrivo a Fortaleza terminano la Campagna d’Istruzione 2023.

Una giornata speciale, Nave Vespucci a vele spiegate saluta il pattugliatore brasiliano Macau e le coste dello Stato del Cearà. L’equipaggio è pronto nei prossimi giorni a importanti eventi in porto e, domenica, dirigere con rotta Sud verso Rio de Janiero.

ansa.it




Prada vestirà gli astronauti che andranno sulla Luna nel 2025

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capturaPrada vestirà gli astronauti diretti sulla Luna nella missione prevista per il 2025. È stata siglata una partnership tra la casa di moda italiana di lusso e l’azienda spaziale, Axiom Space, leader del settore e architetto della prima stazione spaziale commerciale al mondo, per realizzare le tute per la missione Artemis III della Nasa. Si tratta del primo allunaggio con equipaggio dopo l’Apollo 17 del dicembre 1972. La missione Artemis, prevista per il 2025, sarà anche la prima a portare una donna sulla Luna.

“Siamo entusiasti di collaborare con Prada sulla tuta spaziale Axiom Extravehicular Mobility Unit (AxEMU)”, ha affermato Michael Suffredini, Ceo di Axiom Space. “L’esperienza tecnica di Prada con le materie prime, le tecniche di produzione e i concetti di design innovativi – ha proseguito – offriranno tecnologie avanzate utili a garantire non solo il comfort degli astronauti sulla superficie lunare, ma anche le tanto necessarie considerazioni sui fattori umani assenti nelle tute spaziali legacy”.

Gli ingegneri di Prada lavoreranno a fianco del team dei sistemi Axiom Space durante tutto il processo di progettazione, sviluppando soluzioni per materiali e caratteristiche di design per proteggere dalla sfida unica dello spazio e dell’ambiente lunare.

“L’etica costantemente lungimirante di Prada per l’umanità si è ampliata al suo desiderio di avventura e di sfidare nuovi orizzonti: lo spazio”, ha aggiunto Lorenzo Bertelli, direttore marketing del Gruppo Prada. “Siamo onorati – ha proseguito – di far parte di questa missione storica con Axiom Space. I nostri decenni di sperimentazione, tecnologia all’avanguardia e know-how nel design – iniziati negli anni ’90 con la sfida di Luna Rossa per l’Americàs Cup – saranno ora applicati alla progettazione di una tuta spaziale per l’era Artemis. È una vera celebrazione del potere della creatività umana e dell’innovazione per far avanzare la civiltà”.

La tuta spaziale AxEMU fornirà agli astronauti capacità avanzate per l’esplorazione spaziale, offrendo allo stesso tempo alla Nasa i sistemi umani sviluppati commercialmente necessari per accedere, vivere e lavorare sulla Luna e attorno a essa.

agi.it




Haiti, dove 5 milioni di persone soffrono la fame

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haiti fame stupri coleraLa violenza incontrollata nella capitale di Haiti si sta intensificando nell’Artibonite, il principale dipartimento di coltivazione del riso della nazione, terrorizzando bambini e famiglie e distruggendo i mezzi di sostentamento in un contesto di fame e malnutrizione senza precedenti e di una nuova epidemia di colera.
Gli ultimi dati UNICEF disponibili mostrano che tra maggio e giugno 2023, almeno 60 persone sono state uccise o ferite negli scontri per il territorio e le risorse tra gruppi armati, rispetto alle quattro dello stesso periodo dell’anno scorso. Quasi la metà dei 298 rapimenti avvenuti in tutto il Paese in questo periodo è avvenuta nella Bas Artibonite, o la parte bassa dell’Artibonite, per lo più coinvolgendo civili che viaggiavano sui mezzi pubblici. In un caso, secondo quanto riferito, 15 donne che si stavano recando al mercato sono state rapite e violentate.
Oltre 100 scuole sono state chiuse a causa dell’insicurezza e solo una struttura sanitaria su quattro in tutto il dipartimento rimane accessibile a causa di problemi legati alla sicurezza. Circa un terzo della popolazione, di cui quasi la metà bambini, ha bisogno di assistenza umanitaria.
La violenza brutale, che rispecchia quella vista a Port-au-Prince, ha costretto le famiglie a sfollare con la forza e ha interrotto la produzione di riso e di prodotti agricoli, un’ancora di salvezza per l’economia. A giugno gli sfollati erano oltre 22.000, ad aprile erano meno di 10.000. La maggior parte ha cercato rifugio presso le comunità ospitanti, mentre centinaia di persone si sono rifugiate in luoghi di fortuna precari con scarso accesso ai servizi di base o alla protezione dai gruppi armati.
“Nessun essere umano, e certamente nessun bambino, dovrebbe mai affrontare una così scioccante brutalità, privazioni e illegalità. La situazione attuale è semplicemente insostenibile”, ha dichiarato il direttore generale dell’UNICEF Catherine Russell. “Il sistema umanitario, compreso l’UNICEF, sta intervenendo e potenziando la risposta, ma abbiamo bisogno del sostegno della comunità internazionale per raggiungere i bambini e le famiglie haitiane che hanno un disperato bisogno di aiuto in questo momento”, ha aggiunto Russell, che è anche il Principal Advocate designato per Haiti dal Comitato permanente inter-agenzie, un gruppo di umanitari.
Questa settimana il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione per la creazione di una missione multinazionale di supporto per la sicurezza, della durata di un anno, per contribuire ad affrontare l’insicurezza tra i civili ad Haiti. Questa missione deve essere affiancata da misure volte a salvaguardare lo spazio umanitario e a proteggere le persone a rischio.
Haiti è stata tra i primi cinque Paesi al mondo in termini di casi di colera registrati tra il 20 luglio e il 31 agosto, e l’Artibonite è stata la più colpita in assoluto. Gli operatori umanitari affermano che l’insicurezza ha reso estremamente difficile, e in alcuni casi impossibile, accedere a 6 dei 17 comuni del dipartimento, tra cui Saint Marc, Verrettes e Petite Rivière – zone calde del colera dove alcune famiglie sono praticamente assediate dalla violenza. Due dei tre principali impianti di trattamento dell’acqua nell’Artibonite sono stati chiusi a causa dell’insicurezza e il terzo deve affrontare problemi di distribuzione.
L’aumento dell’insicurezza, la limitazione dell’accesso ai servizi sanitari, idrici e igienici essenziali e il colera rappresentano una minaccia particolarmente letale per i bambini malnutriti. Si prevede che quest’anno almeno 115.000 bambini ad Haiti soffriranno di malnutrizione potenzialmente letale, con un aumento del 30% rispetto al 2022. Nell’Artibonite, si stima che il numero di bambini che necessitano di cure salvavita sia più che raddoppiato dal 2020.
La diffusione della violenza da Port-au-Prince all’Artibonite sta aggravando un’emergenza umanitaria già critica. Oltre 5 milioni di persone, tra cui un numero record di 3 milioni di bambini, hanno bisogno di sostegno umanitario nel 2023. Quasi 5 milioni di persone soffrono la fame. Haiti era già il Paese più povero e meno sviluppato dell’emisfero occidentale ben prima della crisi attuale.
Insieme ai partner, l’UNICEF ha raggiunto oltre 150.000 persone nell’Artibonite, anche attraverso una campagna di vaccinazione contro il colera, e 350.000 persone con acqua potabile sicura, compresse di cloro e kit per l’igiene e ha risanato le fonti idriche danneggiate. Quest’anno oltre 32.100 bambini sono stati sottoposti a screening per la malnutrizione, e più di 3.400 di loro hanno ricevuto cibo terapeutico pronto all’uso, che l’UNICEF procura per tutto il Paese. Decine di operatori sanitari sono stati dispiegati per sostenere il sistema sanitario in difficoltà; 100 strutture sanitarie sono state dotate di attrezzature per la catena del freddo e 40 unità per la maternità di kit ad energia solare. Le scuole e gli studenti delle aree colpite dalla violenza hanno ricevuto oltre 13.600 kit e centinaia di famiglie più vulnerabili stanno ricevendo assistenza in denaro per contribuire alla scolarizzazione.
I finanziamenti rimangono un punto critico. Il Piano di risposta umanitaria delle Nazioni Unite per il 2023, che ammonta a 720 milioni di dollari, è finanziato per poco più di un quarto e l’UNICEF ha ricevuto solo il 20% del suo appello di finanziamento per il 2023, pari a 246 milioni di dollari. (aise)




Tajani sugli sbarchi: «Un problema mondiale. Serve un piano Marshall che coinvolga l’Onu»

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tajani sugli sbarchiMinistro Antonio Tajani, ci sono tensioni con i magistrati, con le ong, con Berlino: il tema migranti è sempre più centrale e divisivo. Vi sentite assediati?

«Non è questione di sentirsi assediati, ma di trovare soluzioni a un problema che è europeo se non mondiale, quello delle migrazioni, sul quale bisogna dare risposte concrete. Il fenomeno è talmente ampio che è necessario coinvolgere l’Europa, ma anche le Nazioni Unite, e tutte le agenzie internazionali dell’Onu. È anche una questione strategica: se si tarda, se l’Europa sta ferma e non ha la capacità di essere attore positivo e propositivo in Africa, altri come la Russia e la Cina lo faranno. Anzi, lo stanno già facendo. E noi perderemmo qualsiasi ruolo in Africa».

Servirebbe un piano Mattei…

«E infatti lo faremo, ma non basta il piano Mattei. Il piano Mattei sarà per la parte italiana, qui serve un vero piano Marshall europeo, con risorse rilevanti e un coinvolgimento che sia ampio e nel quale l’Onu deve giocare un ruolo importante. Le migrazioni hanno una serie di concause, dall’instabilità politica ai cambiamenti climatici al mancato sviluppo economico che tarda a creare opportunità per i giovani africani. O si agisce tutti assieme, o il problema non si risolve e le migrazioni continueranno».

E quindi, quale è la strategia?

«Abbiamo già una strategia europea che prevede intanto una azione forte contro i trafficanti di esseri umani. E poi bisogna lavorare su accessi ordinati e sicuri: l’Italia in quattro anni darà accesso legale a quasi mezzo milione di migranti regolari, quelli che servono alla nostra economia, mentre i migrati irregolari sono un problema. Stiamo lavorando con alcuni paesi africani, come la Costa d’Avorio e la Guinea, per ottenere che possano riprendere i loro compatrioti giunti irregolarmente. Stiamo lavorando con la Tunisia con un accordo ampio, pensiamo ad accordi in base ai quali i Paesi africani possano lavorare in loco le materie prime di cui sono ricchi, creando lavoro. Serve una strategia comprensiva, non una tattica, e l’Europa deve convincersi di questo».

Al vertice di Granada si potrà trovare una posizione comune europea sulle migrazioni?

«lo mi auguro che questo possa accadere e che non prevalgano gli interessi elettorali nazionali, che poi si ritorcerebbero contro i Paesi che non hanno voluto trovare una sintesi».

A Granada si palerà molto di allargamento dell’Unione, Ucraina compresa: con quali tempi?

«Innanzitutto dobbiamo pensare ai paesi dei Balcani, che sono candidati da più tempo e il cui ingresso nell’Unione potrebbe contribuire a superare tensioni ancora non sopite: il presidente del Consiglio Ue Charles Michel ha detto che si potrebbe pensare al 2030, io credo che si possa anche anticipare. E poi ci sono la Moldavia e l’Ucraina, mentre la Georgia ancora non è candidata. Già il riconoscimento dello status di candidato è un riconoscimento importante. Bisognerà rispettare il percorso che tutti paesi hanno dovuto fare per entrare nell’Unione. Ma io ho detto a Zelensky che siamo disponibili ad aiutare l’Ucraina a darle una mano ovunque ne ravvisino la necessità. Ad esempio, sulla corruzione ho suggerito di far formare le loro forze di polizia dalla nostra Guardia di Finanza. Ovviamente, non è pensabile far entrare un Paese in guerra, ma i tempi per l’ingresso sono misurabili nell’ordine del decennio e la guerra allora sarà finita».

A proposito di Ucraina: c’è il rischio di uno sganciamento progressivo? Oggi la Slovacchia, domani qualche altro Paese con gli Stati Uniti impegnati nella campagna elettorale e soggetti a ritardi negli aiuti, come quello che vediamo in questi giorni?

«Non vedo questo pericolo. Lunedì i ministri degli Esteri dei Paesi europei erano a Kiev proprio per mostrare la loro solidarietà all’Ucraina. E lo stesso Biden ha rassicurato gli alleati. Certo, bisogna lavorare per la pace, ma facendo il modo che sia garantita l’indipendenza dell’Ucraina, e gli aiuti militari servono a questo. Dobbiamo avere un doppio binario, essere vicini a Kiev dandole quello che le serve per difendersi dall’aggressione e al tempo stesso incoraggiare ogni processo di dialogo, da quello sul grano promosso dalla Turchia a quello del Papa. Dobbiamo premere sulla Cina per convincerla a fare di più per portare i russi alla pace. Siamo disponibili a ogni sforzo negoziale per la pace, ma a una condizione: che sia una pace giusta».

Torniamo in Italia per parlare di una manovra che si annuncia difficile vista la scarsità di risorse. Quali sono le sue priorità?

«Dobbiamo dare più soldi in tasca alla gente. Questa manovra è oggettivamente difficile. Le mie priorità sono la prosecuzione del taglio del cuneo fiscale, interventi sul salario come la detassazione delle ore di straordinario, magari delle tredicesime. E poi i sono i contatti pubblici, dando priorità a sanità, forze dell’ordine e forze armate. Quindi dobbiamo intervenire sulle pensioni, vedremo come. E poi anche per trovare risorse dobbiamo andare avanti con le privatizzazioni. Quel che è possibile fare quest’anno, lo faremo, poi avremo altri quattro anni per procedere sulla strada avviata».




Pensionati italiani in Portogallo: addio al trattamento d’oro

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downloadAddio al trattamento d’oro per i pensionati italiani in Portogallo.

Finirà infatti l’anno prossimo il regime di tassazione speciale per residenti stranieri “non abituali”, vale a dire tutte quelle agevolazioni fiscali che Lisbona garantiva finora agli stranieri, pensionati o professionisti in ambiti ritenuti di particolare importanza, che sceglievano il Paese come residenza.

Ad annunciarlo è stato lo stesso primo ministro, il socialista António Costa, in un’intervista rilasciata a Cnn Portugal.

La legge attualmente prevede un’imposta fissa del 20% per professionisti qualificati e nomadi digitali, e del 10% per i pensionati. Questi ultimi fino al 2020 godevano di un’esenzione totale dal pagamento di imposte, un regime fiscale di cui avevano beneficiato molti cittadini stranieri, non solo europei, e gli stessi emigranti portoghesi che ricevevano una pensione dall’estero. Da queste agevolazioni sono stati sempre esclusi gli ex dipendenti delle pubbliche amministrazioni e chi aveva avuto la residenza in Portogallo nei 5 anni precedenti alla domanda. Nonostante la scure del governo tuttavia, chi già gode di queste agevolazioni potrà continuare a farlo per tutta la durata prevista per legge, ovvero 10 anni.
Gli italiani, tra i più entusiasti delle facilitazioni fiscali (oltre che dell’alta qualità di vita del Paese), hanno invaso negli anni soprattutto Lisbona, Porto, Chaves e la regione meridionale dell’Algarve. Secondo le ultime stime dell’Inps disponibili (2021), sono oltre 3.500 i connazionali che hanno scelto il Portogallo: erano meno di mille nel 2017.
Complessivamente ne hanno beneficiato circa 10.000 persone, per lo più pensionati francesi e britannici, oltre che italiani.
Questa capacità di attrazione di stranieri benestanti fin dal 2009, anno in cui la prima versione della misura entrò in vigore, veniva considerata una delle cause dell’aumento dei prezzi degli immobili nelle grandi città, che oggi provoca sempre più malcontento. Secondo uno studio della fondazione Francisco Manuel dos Santos, tra il 2012 e il 2021 il costo degli alloggi è aumentato del 78% in Portogallo, contro il 35% dell’intera Ue. Solo nell’ultimo anno il balzo è stato dell’11%.
“Il mantenimento di tale misura equivarrebbe a prolungare un’ingiustizia fiscale e sarebbe un modo indiretto per continuare a far aumentare i prezzi del mercato immobiliare”, ha dichiarato Costa, annunciando contestualmente anche un nuovo blocco dell’aumento degli affitti. Per l’anno in corso il limite era stato fissato al 2%. L’anno prossimo, ha aggiunto il premier, non dovrebbe essere necessario ripetere lo stesso provvedimento, ma in ogni caso il governo ne sta discutendo con le associazioni di inquilini e proprietari.

ansa.it




Ad Haiti una missione di polizia internazionale comandata dal Kenya. L’ONU approva

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capturaIl Kenya ha chiesto alla comunità internazionale il suo sostegno per lanciare “in breve tempo” la forza multinazionale in aiuto della polizia haitiana, approvata lunedì dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sarà guidata dal Paese africano. Il ministro degli Esteri keniano, Alfred Mutua, si è espresso sul social network X : “Invito tutti i partner internazionali di buona volontà a formare un’efficace missione di sostegno multinazionale che, in breve tempo, cambierà la vita ad Haiti”.

Il leader ha ringraziato l’Onu per aver adottato la risoluzione che concede il mandato di intervenire ad Haiti per aiutare i “fratelli e sorelle che soffrono”. “Questo mandato non riguarda solo la pace e la sicurezza, ma anche la ricostruzione di Haiti: le sue politiche, il suo sviluppo economico e la stabilità sociale”, ha aggiunto Mutua.

Il Consiglio di Sicurezza ha approvato questo lunedì lo spiegamento per un anno (prorogabile) della forza multinazionale, una risoluzione che arriva un anno dopo essere stata richiesta dallo stesso governo haitiano e subito appoggiata dal Segretario Generale dell’ONU, António Guterres.

Il provvedimento è stato approvato con 13 voti favorevoli e due astenuti (Russia e Cina), senza alcun voto contrario tra i 15 membri del Consiglio, cosa rara in questi ultimi tempi di grande divisione geopolitica. Tuttavia, fonti dell’organizzazione hanno detto che non ci si può aspettare un dispiegamento immediato, ma che questo processo richiederà “diversi mesi”.

È noto che la missione di circa mille agenti sarà guidata dal Kenya, che fornirà la maggior parte del contingente, e anche diversi Paesi caraibici – tra cui Giamaica, Barbados e Bahamas – si sono mostrati disponibili a fornire un numero imprecisato di agenti , mentre i paesi dell’America Latina per il momento non si sono offerti di inviare truppe.

Haiti è immersa in una profonda crisi segnata da estrema violenza, con gruppi armati che controllano la capitale Port-au-Prince e altre parti del suo territorio e sono responsabili di centinaia di omicidi, stupri, rapimenti e altri crimini. Lo scorso agosto, il governo del Kenya ha inviato una delegazione nel Paese caraibico per valutare la situazione sul campo. L’ONU ha ribadito che l’eventuale missione non assomiglierebbe a una forza di mantenimento della pace o di interposizione, come di solito accade, ma piuttosto sarebbe una semplice forza di supporto agli ordini della polizia haitiana.

L’ONU ha ricordato che quest’anno ad Haiti sono state uccise più di 3.000 persone e che si contano più di 1.500 casi di rapimenti a scopo di riscatto. Circa 200.000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie case e le aggressioni sessuali contro donne e ragazze per mano di gruppi armati continuano ad aumentare. Decine di migliaia di minori non possono andare a scuola, riferisce Europa Press.

tradotto da EFE