Jill Biden, la “first lady” dalle radici italiane

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181329039 4714e5d0 93c5 49a9 9a0f b3672e30dbb4Un omaggio alla tradizione italiana, ricordando i pomeriggi da bambina guardando la nonna con le mani piene di farina, sentendo il profumo del pane appena sfornato. È quello contenuto nel messaggio che la first lady degli Stati Uniti, Jill Biden, in questi giorni in Europa, ha rivolto alla Noiaw, National Organization of Italian American Women, la più grande associazione delle donne italoamericane che sabato ha celebrato il 43° anno della fondazione, in un video che Agi ha potuto visionare.

Le radici italiane

Gli antenati di Jill Biden erano italiani, emigrati dal paese di Gesso, in Sicilia. Si chiamavano Giacoppo, o Giacobbo. Il loro cognome, come accadde a milioni di italiani, venne poi americanizzato e divenne Jacobs. Jill Jacobs Biden, però, non ha dimenticato le sue origini. “La casa di mia nonna – ha ricordato la first lady – era antica e ben arredata negli anni, ma io non ho mai dovuto preoccuparmi di non mettere i miei piedi sul divano o di lasciare le impronte sulle vetrine. Dovevo essere solo me stessa quando la mia famiglia passava ogni weekend nel sud del New Jersey e io mi svegliavo al profumo del pane italiano appena sfornato”.

“Amavo – ha aggiunto –  vederla fare la pasta a mano, con il suo grembiule, le mani piene di farina, il profumo di basilico e di pomodoro fresco che dal giardino inondava la casa”. “Nei giorni – ha continuato la first lady – in cui preparava la salsa, io restavo affascinata dal modo musicale in cui sgridava in italiano mio nonno, quando lui lasciava il pesce a essiccarsi sul calorifero nel retro della casa, quando tornava dalla pesca. E quando lei mi abbracciava, e tutto in quell’attimo appariva perfetto. La sua casa era amore, risate e famiglia”.

Jill Biden ha ricordato come la nonna facesse sentire tutti a casa, non importava chi fosse. “Questi – ha ricordato – sono i valori che ho preso dalla mia parte italiana ed è ciò che ho portato con me alla Casa Bianca. Ma la cosa buffa riguardo mia nonna è che lei non era italiana. Quando si innamorò di mio nonno, lei si innamorò del cibo, la musica, la lingua e la cultura italiana proprio come è capitato a me. È diventata parte di lei e ovviamente non era la sola”.

“L’arte, la musica, le storie e la cultura italiana e italoamericana sono così profondamente intrecciate nel tessuto di questo Paese che la linea è sfumata. Noi possiamo trovare un pezzo della nostra terra in ogni angolo di questa nazione”.

Il ruolo delle donne italoamericane

“Ed è per questo – ha proseguito – che le donne italoamericane hanno allevato famiglie e abbattuto muri, costruito le nostre città e raggiunto i più alti livelli di influenza. Donne come quelle che oggi stiamo celebrando. Come le leader di questa organizzazione, dei nostri eletti, donne come tutte voi” e “naturalmente gli uomini che ci amano e ci onorano”.

L’evento celebrava anche tre personaggi della comunità italoamericana: Mary Calvi, giornalista televisiva della Cbs e scrittrice; Cristina Carabetta, avvocata e imprenditrice, e Joseph Sciame, vicepresidente della St. John’s University. La first lady ha concluso il video messaggio, ricordando quanto sia felice di condividere le origini italiane.

“Sono orgogliosa – ha rivelato – di far parte di questa eccezionale comunità, per questo mi complimento per i 43 fantastici anni in cui avete unito le persone, dato il dono dell’istruzione e costruito il nostro futuro sui valori che condividiamo. E grazie per il vostro impegno nel mantenere forte la nostra comunità negli anni che verranno”. Il messaggio è stato chiuso con un “grazie” pronunciato in italiano.

agi.it




Il teatro italiano va in scena a New York

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capturaUn inizio pirotecnico per la rassegna di teatro In Scena! Creata e diretta da Laura Caparrotti. Ieri ha aperto il sipario “Noi Pupazzi storia di una vita sconvolta dal razzismo” di Marco De Simone, seguito da “Manca solo Mozart” di Marco Simeoli. Due storie che hanno a che fare con gli accadimenti dell’Italia nel secolo scorso, le leggi razziali nel primo, il fascismo e la guerra come sfondo alla storia di una famiglia e di un negozio il secondo.

Il pubblico era entusiasta. Molti italiani certo, ma anche molti che all’Italia e all’italiano si vogliono avvicinare. Lo scopo della rassegna è questo: attraverso il teatro creare un ulteriore ponte di conoscenza fra i due paesi. Creada 10 anni fa, grazie al sostegno de la Casa Italiana Zerilli Marimò y con l’aiuto del newyorkese Kairos Italy Theatre e dell’italiano Kit Italia, la rassegna porta il teatro nei 5 quartieri di New York, e in altre città americane. Quest’anno si tratta di Boston, Detroit, Los Ángeles y San Diego. Il festival andrà avanti fino al 16 maggio con una serata conclusiva dedicata al premio intitolato al drammaturgo Mario Fratti recentemente scomparso.

Mario Fratti con i partecipanti di In Scena! nella scorsa edizione

“Manca solo Mozart”, recitato in italiano e napoletano da Marco Simeoli è un ‘one man show’ fatto di vis comica, drammatica, gestualità, mimo, ogni possibile arte del palcoscenico. Simeoli è un attore consumato: racconta di avere iniziato a lavorare a 12 anni in una compagnia amatoriale del Vomero dove abitava e poi di aver debuttato facendo il cameriere in “Filumena Marturano” with Eduardo de Filippo. Ci sono voluti poi molti anni per imparare bene il mestiere, grazie alla scuola di Gigi Proietti, con cui ha in seguito lavorato a lungo. Questo “Manca solo Mozart” è uno spettacolo molto personale nato da una storia di famiglia e di un negozio di musica fondato dal nonno.

“Avevo raccolto nel corso degli anni tanto materiale: gli aneddoti raccontati da mio padre, che erano di mio nonno, li avevo scritti e conservati. Passati 50 anni ho pensato che era arrivato il momento di metterli insieme per raccontare una storia, ho consegnato tutto ad Antonio Grosso che ha scritto il testo e mi ha diretto. Quindi lo spettacolo nasce dalle memorie legate a questo negozio di musica, che è il più importante di Napoli, ci sono passati tutti da Stravinsky in viaggio a Napoli a Riccardo Muti che studiava nel conservatorio lì di fronte, a Matilde Serao, allora direttrice de Il Mattino. E ancora: Beniamino Gigli, Roberto Murolo, Renato Carosone, Katia Ricciarelli, Salvatore Accardo, Pino Daniele, James Senese, Roberto De Simone, Alfred Brendel, Claudio Abbado e molti molti altri. Un grande stimolo per la nostra famiglia. Dopo la morte di mio nonno il negozio è passato a due miei zii, mio ​​padre non ci ha lavorato e adesso c’è mio cugino. Dopo 100 anni il negozio resiste.

Marco Simeoli / foto Caterina De Benedittis

Ci sono molte storie però in questo spettacolo, oltre a quella del negozio e della famiglia….

Ed è tutto vero, tutti i personaggi sono veri, con delle licenze che sono quelle che ti permette il teatro una fra tutte il ballo immaginario con Donna Rachele Mussolini perché lei disse che amava tanto ballare, e mio nonno diceva “quanto m’avesse voluto fare u’ballo con Donna Rachele”, ma non lo aveva fatto.

E donna Rachele ha deciso veramente quel traditore di mio marito?

Era molto arrabbiata quel giorno e disse delle cose … c’era Starace che era di passaggio a Napoli e lei fece questa passeggiata con tutti quanti, era molto amica di Matilde Serao che gli aveva consigliato di andare da mio nonno, così volle conoscerlo, ed entrò nel negozio. Sono tutte storie vere, ripeto, come è vera la storia del pizzo: mio zio non ha mai pagato il pizzo alla Camorra perché Cutolo diede ordine che la strada della musica non bisognava toccarla.

Perché Cutolo amava la musica?

Cutolo si faceva chiamare “u professore” y siccome la musica aveva reso Napoli importante e famosa nel mondo “è na cosa nun s’ha da toccà”.

Questa è anche un pezzo di storia d’Italia…

Si grazie alla scrittura di Antonio Grosso. Io non volevo raccontare una storia privata, non volevo che il pubblico uscisse dicendo “Vabbé c’hai raccontato ‘sto fatto ma a noi che ce n’emporta?” Volevo che fosse una storia universale. E così è stato.

“Manca solo Mozart”, che ha già girato tutta l’Italia, dopo il debutto newyorkese di ieri alla Casa Italiana replica al CIMA, e il 6 maggio a Detroit. Secondo il calendario degli appuntamenti di “In scena!” ver https://www.inscenany.com/  y anche  http://www.casaitaliananyu.org/events

da La Voce di New York



La Gambero Rosso Top Italian Wines Roadshow è arrivata in Messico

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gamberorossovinivertRistoratori, sommelier e rappresentanti dell’enologia italiana si sono dati appuntamento a Città del Messico, accompagnati dall’Ambasciatore d’Italia Luigi De Chiara, per far conoscere vini selezionati e l’arte della loro produzione nelle principali cantine del Bel Paese.

La tappa nella metropoli latinoamericana del Gambero Rosso Top Italian Wines Roadshow si è svolta presso il Museo Casa de la Bola, nell’ambito del tour mondiale che ogni anno promuove l’industria vinicola delo Stivale che fonda la sua qualità e diversità su un patrimonio di oltre mille vitigni autoctoni.

Il tour è iniziato a marzo e toccherà 25 Paesi del mondo, con una selezione di alta qualità. La rassegna di Città del Messico ha visto la degustazione di 250 etichette prodotte da 57 cantine.

gamberorossofotoDurante l’evento si sono svolte tre masterclass guidate dall’esperto Marco Sabellico, curatore della guida Vini d’Italia, e dal sommelier Marzio Tacetti.

Alcuni dei vini presentati sono stati Andreola (Valdobbiadene Prosecco Rive di Refrontolo Superiore Brut DOCG Col del Forno, 2021); Ferrari (Trento Brut Perle 2017); Lunae (Colli di Luni Vermentino Etichetta Nera, 2022); Nals Margreid (Alto Adige Pinot Bianco DOC Sirmian 2021); Italo Cescon (Madre Manzoni Bianco, 2019). Il rosso Argiano (Solengo, 2020) è stato scelto come vino dell’anno dal Gambero Rosso.

In una ormai tradizionale cerimonia, sono stati premiati anche i migliori ristoranti italiani in Messico. I vincitori sono stati:

L’osteria del Becco – Chef Tobias Petzold
Romina – Chef Mario Magaña
Quattro – Chef Andrea Cavalletti
Galea – Chef Rafael Zaga
Sartoria – Chef Marco Carboni
Ardente Pizzeria Napoletana – Chef Alfonso Jarero
Forneria del Becco – Chef Tobias Petzold
Sepia – Chef Julián Martínez
Pizzeria della Madonna – Chef Marco Carboni

da puntodincontro.mx




L’opinione di un ricercatore italiano sulla nuova legge scientifica in Messico

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simonelucatellofotovertIn Messico, sabato 29 aprile, il Senato della Repubblica ha approvato la Ley General en materia de Humanidades, Ciencias, Tecnologías e Innovación, una norma che sostituisce la Legge sulla scienza e la tecnologia e crea il Consiglio nazionale delle scienze umanistiche, le tecnologie e l’innovazione (Conahcti) in sostituzione del Consiglio nazionale della scienza e della tecnologia (Conacyt).

Il coordinamento della comunicazione sociale della Camera Alta del Congresso afferma in un comunicato che le nuove disposizioni riconoscono «il diritto umano alla scienza e la sua rilevanza per poter accedere ad altri diritti fondamentali, stabilendo elementi, principi e linee di azione attorno a questioni strategiche per lo sviluppo del Paese».

«Si stabilisce inoltre» —prosegue il testo— «che lo Stato dovrà favorire la formazione, la ricerca, la diffusione e lo sviluppo di progetti nelle discipline umanistiche, scientifiche, tecnologiche e dell’innovazione da realizzarsi secondo i principi di rigore epistemologico, uguaglianza, non discriminazione, libertà, inclusione, pluralità e interculturalità, nonché dialogo dei saperi, produzione orizzontale e trasversale delle conoscenze, lavoro collaborativo, solidarietà, utilità sociale e precauzione».

Una parte della comunità scientifica e universitaria del Paese si è, però, dichiarata contraria a questo nuovo ordinamento, argomentando perplessità sull’iter legislativo e sulla sua sostanza che «fa perdere al Paese l’opportunità di una legge di Stato per promuovere lo sviluppo della scienza, lasciando senza sostegno le università private e i loro studenti».

A questo proposito, Puntodincontro ha chiesto il parere di Simone Lucatello (nella foto), già presidente dell’Associazione dei Ricercatori Italiani in Messico, docente presso l’Istituto Dr. José María Luis Mora del Conacyt e coordinatore leader del rapporto GEO 7 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) sullo stato attuale del pianeta terra, oltre ad essere stato insignito dell’onorificenza della Stella d’Italia dal Presidente Sergio Mattarella nel 2021.

«Ho partecipato ad alcuni dibattiti parlamentari su questo argomento», ha risposto Lucatello. «Parlando a nome personale, non dell’istituzione per cui lavoro» —ha aggiunto— «c’è un po’ di sensazionalismo nella stampa di opposizione al governo. Quello che posso dire è che, fino a adesso, la nostra attività non ha subito cambiamenti profondi e che i benefici lavorativi sono aumentati nell’ultimo anno».

«La nuova legge implica senza dubbio una redistribuzione delle risorse, rafforzando il settore pubblico a spese di quello privato. Il Conacyt non sparisce, ma cambia nome perché ne verranno ampliate le attività per favorire le scienze umanistiche, cosa che mi sembra positiva, dato che fino a adesso ci si concentrava solo su discipline fisiche-naturali e tecnologia, sebbene siano molti i ricercatori di aree umanistiche e sociali. Ci saranno, quindi, più borse di studio e più fondi per la ricerca su questi temi».

«Quello che cambierà profondamente rispetto alle amministrazioni passate sarà il controllo dell’istituzione. La Junta de Gobierno, cioè le riunioni con i responsabili dei ministeri e delle principali università del Paese, pubbliche e private, verrà abolita. Da ora in avanti, la gestione della politica sarà affidata a una commissione interministeriale che comprende anche la Secretaría de la Defensa Nacional e la Secretaría de Marina, cioè i militari. Questo non significa che il Conahcti sarà militarizzato. Fino a adesso l’esercito, l’aviazione e la marina in Messico, a differenza degli Stati Uniti ed altri Paesi, non facevano ricerca tecnologica, per cui ci sarà una redistribuzione delle risorse in questo senso. Non posso affermare se questo sia un aspetto positivo o negativo, bisognerà capirlo».

«La legge è arrivata tardi e si tratta effettivamente di un cambiamento, ma non di una rivoluzione profonda. Un’altra cosa che potrebbe essere delicata, ma finora non è successa, è il progetto di allineamento dei centri pubblici per trasformali in agenzie di ricerca federale, cosa che si fa già negli Usa. Si passerebbe quindi ad una dipendenza chiara dall’esecutivo federale. Non sarebbe desiderabile, ovviamente, che le linee di ricerca venissero imposte, ma —secondo me— la libertà di cattedra e di ricerca non sono a rischio».

da puntodincontro.mx




Sudan. Un medico italiano di Emergency: “Bombardano le case ma non andremo via”

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download“Lavoro con Emergency in Sudan dal 2011 ed ho attraversato diverse fasi critiche del Paese come il colpo di stato, la deposizione del presidente Al-Bashir, la controrivoluzione. Ma la situazione non è mai stata così critica perché ci sono due eserciti contrapposti. Non avevamo mai visto in questi anni bombardare le case, è un evento nuovo e la popolazione è terrorizzata”. Lo racconta all’AGI Elena Giovanella, anestesista responsabile del reparto di Terapia Intensiva del centro Salam di Cardiochirurgia di Emergency di Khartum che insieme ad altri 14 operatori internazionali di Emergency ha deciso di non abbandonare il Sudan per rimane a prestare servizio in soccorso della popolazione.

L’Ong Italiana è presente in Sudan oltre che con il centro di cardiochirurgia della capitale Khartum anche con i centri pediatrici di Mayo, Nyala nel Sud Darfur, e a Port Sudan. Ha pensato anche lei di lasciare il Sudan quando la Farnesina ha messo a disposizione i voli per il rimpatrio in Italia?

“Sì, ci ho pensato immediatamente. Ma poi quando oltre 20 persone dello staff nazionale, ossia Sudanesi, si sono detti pronti a rimanere per mantenere aperto l’ospedale non ho avuto dubbi nel restare anche per garantire le cure ai pazienti già operati che si appoggiano ancora a noi”.

Vi sentite un po’ degli eroi a rimanere nel pericolo?

“Sono stata impiegata in passato anche con l’emergenza ebola in Sierra Leone. Si tratta solo del nostro dovere di medico. Sapevamo prima di venire qui che non era un Paese tranquillo, quando vieni a lavorare lo metti nel conto e un medico non può abbandonare i suoi pazienti. Se in futuro le condizioni peggioreranno e non ci consentiranno più di rimane, allora prenderemo in considerazione l’idea di abbandonare il Sudan, ma dovranno, prima, essere messi in salvo i pazienti”.

Il Centro Salam di cardiochirurgia di Emergency è l’unico ospedale totalmente gratuito di cardiochirurgia in una zona abitata da 300 milioni di persone, in cui arrivano trasportati gratuitamente da Emergency pazienti da tutto il continente africano E dove sono stati operati pazienti provenienti da una trentina di Paesi differenti.

“Qui siamo tranquilli, siamo fiduciosi che non accada nulla al momento poiché ci troviamo come struttura a 30 km dall’area dove avvengono gli scontri qui non ci sono stati bombardamenti di case ed è una zona vicino al Nilo molto povera”.

Quante persone si rivolgono al vostro centro ospedaliero?

“In Terapia Intensiva abbiamo 15 posti letto disponibili e al momento 4 pazienti ricoverati: uno è grave ed è stato sottoposto a un intervento da appena una settimana, è un paziente dell’Uganda che non è in grado di essere trasferito. Altri 2 pazienti sono due bambini di 7 e 9 anni che hanno bisogno di cure e farmaci per problemi al cuore, e un quarto paziente è un adulto in attesa di un pacemaker e si trova sotto monitoraggio. L’ospedale svolge anche un importante lavoro per le somministrazioni di terapie anticoagulanti post- operatorie. Ci sono più di 60 pazienti al giorno che attualmente stanno ricevendo la terapia farmacologica anticoagulante”.

agi.it




Ucraina. Ferito giornalista italiano. Ucciso il suo interprete

++ tajani, giornalista italiano ferito a kherson ma sta bene ++

++ tajani, giornalista italiano ferito a kherson ma sta bene ++

Il giornalista di Repubblica Corrado Zunino è rimasto ferito durante l’attacco di un drone a Kherson, mentre è rimasto ucciso il suo interprete ucraino Bogdan Bitik.

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha riferito che Zunino “sta bene ed è seguito dalla nostra ambasciata a Kiev”.

“In viaggio da Kherson verso Odessa. Sto bene, ho una ferita alla spalla destra, sfiorata dal proiettile che ha centrato il mio grande amico Bogdan. Credo sia morto, all’inizio del Ponte di Kherson. Un dolore infinito. Avevo il giubbotto con la scritta Press”, scrive Zunino su Twitter.

“Il nostro inviato Corrado Zunino e il suo collaboratore Bogdan Bitik sono stati vittime di un agguato di cecchini russi oggi alle porte di Kherson”, si legge sul sito di Repubblica. “Bitik purtroppo non ce l’ha fatta ed è morto: lascia la moglie e un figlio”, mentre il giornalista italiano, “dopo essere stato ferito, è riuscito a mettersi in salvo trascinandosi lontano dal veicolo: è stato prelevato da un’auto che si trovava in zona e portato all’ospedale di Kherson”, dove è ricoverato. “I due reporter – prosegue Repubblica.it – viaggiavano facendosi chiaramente riconoscere come giornalisti, indossando il giubbotto con la scritta ‘Press’. Entrambi hanno lavorato a lungo sul conflitto in Ucraina”.

“Nel momento in cui ho appreso la notizia di questo evento infausto, ho contattato le nostre forze militari che mi hanno dato i dettagli del caso. Sono entrati in contatto con il giornalista e faranno tutto quello che possono per aiutarlo”. Lo ha detto il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba a Skytg24 sul ferimento in Ucraina del giornalista italiano Corrado Zunino. Il ministro ha confermato che il collaboratore che accompagnava il collaboratore di Repubblica è rimasto ucciso.

Ansa




Di Giuseppe: «Preparo la tessera sanitaria per gli italiani all’estero»

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digiuseppevertLa settimana scorsa, nel corso di una videoconferenza con un gruppo di cittadini italiani residenti in Messico, l’On. Andrea di Giuseppe (FdI), eletto il 25 settembre 2022 alla Camera dei Deputati nella ripartizione America Settentrionale e Centrale, ha risposto a due domande formulate da Massimo Barzizza, direttore di Puntodincontro.

C’è chiarezza sulle funzioni dei Comites, il CGIE e i rappresentanti parlamentari degli italiani all’estero nonché sulle loro modalità di interazione? Sono necessarie tutte queste istituzioni?

La domanda è interessantissima. Dopo 5 mesi e mezzo di governo stiamo ancora prendendo le misure con quella che è una riorganizzazione di carattere generale perché, per quanto riguarda gli italiani nel mondo, io pensavo di trovare una situazione molto negativa, ma la realtà è perfino peggiore.

Descrivendo le funzioni con cui sono state create originalmente queste istituzioni, i Comites possono essere equiparati —in termini generici— ai Comuni in Italia, il CGIE può essere paragonato a una Regione e il Parlamento è l’organo centrale legislativo. Questa è una sintesi molto estremizzata, per fornire un cenno storico di come sono stati pensati questi tre strumenti.

Esiste anche un’unicità, perché quando parlo con colleghi parlamentari di altri Paesi, ambasciatori, ecc. e vengono a sapere che da noi esiste questa struttura di rappresentanza, risveglia curiosità e interesse, perché normalmente questa rete non esiste a livello mondiale. Io spiego sempre che il nostro schema, voluto fortemente da Mirko Tremaglia, è nato perché consideriamo che esiste un’altra Italia fuori dall’Italia e i numeri lo confermano, con 62 milioni di cittadini italiani fuori dal territorio nazionale e 58 residenti nel Paese, se consideriamo non solo i connazionali di prima generazione iscritti all’AIRE ma anche gli oriundi, la famosa diaspora.

Come normalmente succede, gli strumenti possono essere più o meno efficaci dipendendo da come vengono guidati. Io sono stato per due anni presidente del Comites South East di Miami e, prima di essere eletto deputato, ero presidente dell’Intercomites statunitense. Il Comites che ho diretto ha dato risultati tangibili perché abbiamo lavorato veramente bene insieme, prendendo in considerazione che queste attività sono tutte basate sul volontariato e non vengono retribuite.

In termini di principio, mi sembra che la struttura organizzativa che rappresenta i cittadini italiani all’estero possa funzionare (28.30), però è evidente che deve essere riempita di contenuti diversi. Per dirlo in modo figurato, mentre la pentola può essere uno strumento estremamente valido, la pasta che c’è dentro probabilmente è un po’ scotta. I poteri e le leve odierni devono essere rivisti. Faccio un esempio: chi è stato nei Comites sa perfettamente che quando c’è un progetto di spesa da parte di un ente gestore, il Comitato degli Italiani all’Estero deve emettere un parere “non vincolante”. Questo mi sembra assurdo. O il Comites ha un potere di vincolo o non ce l’ha. Ci vuole chiarezza per poter essere compresi dai cittadini.

Ricapitolando, il contenitore ancora oggi è valido, ma il contenuto deve essere aggiornato per dare sia ai Comites, sia al Consiglio Generale degli Italiani all’Eestero degli indirizzi più chiari. Mentre il deputato che sta parlando ha delle linee guida molto precise per svolgere le sue funzioni, non è lo stesso per gli enti locali.

È stato richiesto al Governo italiano di agire per favorire la stipula di un accordo bilaterale di sicurezza sociale tra l’Italia e il Messico, che permetta di riconoscere i contributi pensionistici versati in precedenza anche nell’altro Paese e di garantire l’assistenza sanitaria. Crede che sia possibile che l’esecutivo lo prenda in considerazione, sebbene in Messico esista un numero limitato di connazionali?

Altra domanda molto interessante, soprattutto perché è attuale.

Chiarisco subito una cosa: per me e per Fratelli d’Italia, negli altri Paesi un solo italiano vale quanto un milione di connazionali.

Quello che sto facendo come azione parlamentare —in base al mio ruolo in Commissione Esteri, ma tenendo come obiettivo gli italiani nel mondo— è cercare di riordinare quelli che io chiamo “accordi quadro”, soluzioni generali da cui tutti gli italiani che vivono all’estero possano trarre beneficio. Vi faccio un esempio banale: l’assicurazione sanitaria. Sto presentando un progetto di legge sponsorizzato dal ministero che darebbe ai concittadini all’estero una tessera sanitaria alla pari di un italiano in patria, dietro pagamento di un premio assicurativo minimo, tenendo presente che la maggioranza dei residenti in altri Paesi non pagano l’Irpef in Italia.

Questo non era mai stato fatto e, sebbene vista dall’Italia possa sembrare una cosa semplice e quasi scontata, per chi vive oltre confine —a causa di diverse ragioni— è un bingo.

Credo che lavorare sulle leggi quadro sia più conveniente ed efficiente che investire in sforzi sugli accordi individuali con ogni Paese. Dobbiamo partire da zero e cominciare a costruire. Io capisco i miei connazionali all’estero prima ancora che parlino, perché ho vissuto le loro esperienze in prima persona. Per questo, essendo stato l’unico rappresentante di Fratelli d’Italia eletto all’estero nel mondo, sto cominciando a parlare con l’America del Sud, l’Australia, ecc., gestendo il resto dei territori. È evidente che il mio collegio è l’America Settentrionale e Centrale, per cui questa è la mia priorità. Comunque, dopo le leggi —il cui processo è visibile e viene pubblicato— vengono i regolamenti, che rappresentano un buon 50% del “prodotto finale”, influendo direttamente nella qualità del servizio senza, però, fare notizia.

Tra queste attività c’è il contatto con ogni ambasciata ed ogni consolato, per risolvere problemi relativi al sistema informatico della Farnesina, che a mio parere non riunisce le qualità necessarie, e —tra gli altri temi, il voto elettronico per gli italiani all’estero. Se fosse messo in atto, si risparmierebbero 30 milioni di euro a votazione e con 5 milioni si potrebbe sviluppare una piattaforma di alta qualità per supportarlo. Nel 2022, tra referendum ed elezioni politiche, abbiamo speso più di 50 milioni di euro per documenti cartacei che in molti casi non sono nemmeno arrivati ai nostri connazionali.

Le altre azioni legislative che stiamo portando avanti sono il riacquisto della cittadinanza italiana per chi l’ha persa prima del 1992, l’esonero dal pagamento dell’IMU sulla prima casa per chi vive all’estero, la metodologia di nomina dei consoli onorari e di tutta la rete di servizio e un sistema di valutazione della qualità della presenza diplomatico-consolare italiana nel mondo.

Io in tutto questo lavoro enorme sono l’attaccante che ha bisogno della squadra per poter raggiungere l’obiettivo e la squadra siete voi, gente con cui parlo, che mi spinge, mi sprona e mi dà fiducia per andare avanti. Provo a fare gol. La maggior parte delle volte ce la faccio.

da puntodincontro.mx




Fuga dal Sudan.Tutti gli italiani in salvo a Gibuti

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065929397 1897ed6b 539f 4ce0 8647 1f72ac2d432bStanno tutti bene e rientreranno a Roma con un volo dell’Aeronautica militare intorno alle 18 – 19. Tutti gli italiani che volevano lasciare il Sudan sono ora a Gibuti, al sicuro. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani dal Lussemburgo, impegnato per il Consiglio Affari Esteri europeo, comunica gli ultimi sviluppi dell’operazione di rimpatrio dei nostri connazionali.

“L’Italia ha aiutato anche cittadini di altri Paesi a lasciare il Sudan – aggiunge Tajani -. Io ho continuato a restare in contatto con i due leader delle fazioni che stanno combattendo. Hanno entrambi garantito l’incolumità dei convogli degli italiani e così è stato. Hanno rispettato l’impegno che avevano preso con me. Quindi li ho anche ringraziati perché hanno permesso al nostro convoglio di arrivare con tutti sani e salvi all’aeroporto e questo è un fatto molto positivo”. Il ministro non nasconde le difficoltà e i rischi incontrati per condurre in porto l’operazione di evacuazione e ha ringraziato l’unità di crisi della Farnesina e tutti i militari che hanno partecipato.

Due velivoli con all’interno 96 persone, 83 italiani e 13 stranieri, di rientro dal Sudan, atterreranno tra le 20 – il primo – e le 23.30 – l’altro -, all’aereoporto del 31esimo Stormo dell’Aeronautica Militare a Ciampino, si apprende da fonti miliari. All’interno dei velivoli – un Boing 767 e un C130 – oltre che italiani, anche cittadini del Sudan e greci, ma non britannici.

Il rientro degli Italiani con un volo militare

Diciannove italiani erano già riusciti ad arrivare in Egitto l’altro ieri, con la collaborazione della nostra ambasciata a Khartoum e dell’ambasciata al Cairo. Erano persone che facevano parte di un gruppo di sub che avevano organizzato una crociera per fare attività subacquea. “Siamo riusciti a farli arrivare in Egitto. – spiega Tajani – Tutti coloro che volevano partire sono stati trasferiti a Gibuti. Sono rimasti alcuni volontari di Emergency e credo qualche missionario che non ha voluto lasciare il Paese. È una loro libera scelta”, ha evidenziato il capo della diplomazia italiana.

“Apprezzamento per l’operazione efficiente, brillante e rapida che è stata compiuta in Sudan per i nostri concittadini”, è stato espresso dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso dell’incontro al Quirinale con una rappresentanza delle associazioni combattentistiche e d’arma, nella ricorrenza del 78esimo anniversario della liberazione.

In salvo anche i cinque volontari enovesi di ‘Music For Peace’, associazione di volontariato e solidarietà, bloccati dal 15 aprile a Karthoum, in Sudan, a causa degli scontri scoppiati tra esercito e paramilitari.

Il racconto di cinque volontari

Stefano Rebora e Valentina Gallo, con il figlio, e i due volontari Pietro e Chiara, sono saliti sull’aereo messo a disposizione dall’Aeronautica per Gibuti, da dove prenderanno un altro volo per l’Italia.

I due punti di raccolta organizzati dalla Farnesina erano “la residenza Ambasciata d’Italia (Khartoum 2) entro le 12 oppure presso OVCI (Omdurman) entro le 14. Lo spostamento dalla propria residenza al punto di raccolta e’ sotto responsabilita’ e organizzazione dei singoli”.
Un viaggio durato tantissimo, soprattutto quello dall’ambasciata fino all’aeroporto che li ha portati a Gibuti: un viaggio, raccontano, “in una città fantasma, con macchine crivellate di colpi e abbandonate, negozi saccheggiati, vetrine rotte e cadaveri per strada”.

La Francia chiude l’ambasciata

La Francia chiuderà la sua ambasciata in Sudan “fino a nuovo avviso” per ragioni di sicurezza legate agli scontri nel paese africano. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri di Parigi. La missione francese a Khartoum non servirà più come punto di raccolta per gli stranieri che cercano di lasciare il Sudan, ha aggiunto il ministero degli Esteri francese.

Erdogan si offre come mediatore

Un funzionario diplomatico sudanese ha rivelato al Sudan Tribune che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha suggerito ai leader militari sudanesi di tenere negoziati in Turchia. Il confronto militare in corso tra l’esercito sudanese e le Forze di supporto rapido (RSF) sono in corso da nove giorni, provocando scontri in varie regioni di Khartoum.

Secondo il funzionario diplomatico, Erdogan nelle telefonate degli ultimi due giorni, ha parlato con Al-Burhan e Hemetti, trasmettendo il desiderio della Turchia di mediare la fine della guerra.

Il leader turco si è offerto di ospitare negoziati diretti ad Ankara, con assicurazioni al comandante del supporto rapido, ha aggiunto il funzionario. Non c’è una chiara indicazione della posizione dei due uomini sulla proposta turca. Tuttavia, fonti hanno confermato che Al-Burhan ha rifiutato di negoziare con il comandante delle forze di supporto rapido prima che si ritirassero da Khartoum.

Da parte sua, domenica Hemetti ha detto a Sky News Arabia che si rifiuta di negoziare con al-Burhan, ma accetta di sedere con gli “onorevoli membri” delle forze armate sudanesi. In uno sviluppo separato, tre paesi del Golfo il 22 aprile hanno proposto un’iniziativa per le parti militari in conflitto per risolvere la crisi e fermare i violenti scontri a Khartoum. Inoltre, il segretario di Stato americano Anthony Blinken ha contattato i suoi omologhi nei paesi confinanti con il Sudan per estendere la tregua umanitaria che terminerà il 25 aprile 2023.

A causa della distruzione di diversi mercati centrali causata dalla guerra, a Khartoum è in corso una grave crisi alimentare. I residenti di Khartoum sono fuggiti in altri quartieri e stati per evitare i sanguinosi scontri tra l’esercito e le forze di supporto rapido. Ci sono state anche segnalazioni di attacchi e saccheggi da parte delle Forze di supporto rapido contro famiglie che cercavano di lasciare la capitale.

Cittadini e diplomatici stranieri via dal Sudan

I Paesi stranieri si sono affrettati a evacuare i loro cittadini dal Sudan mentre i combattimenti mortali infuriavano per la seconda settimana tra le forze fedeli a due generali rivali. I voli di evacuazione sono continuati anche nelle prime ore di lunedì, con centinaia di persone che hanno lasciato il paese durante la notte a bordo di aerei militari. Anche gli stranieri sono fuggiti dalla capitale Khartoum in un lungo convoglio delle Nazioni Unite, mentre milioni di residenti spaventati si sono rintanati nelle loro case, molti a corto di acqua e cibo.

In tutta la città, che conta cinque milioni di abitanti, l’esercito e le truppe paramilitari hanno combattuto feroci battaglie di strada dal 15 aprile, lasciandosi dietro carri armati carbonizzati, edifici sventrati e negozi saccheggiati. Secondo i dati delle Nazioni Unite, più di 420 persone sono state uccise e migliaia ferite, tra i timori di un’agitazione più ampia e di un disastro umanitario in una delle nazioni più povere del mondo.

Le forze speciali statunitensi hanno avviato domenica una missione di salvataggio per circa 100 membri del personale dell’ambasciata e i loro parenti, intervenendo con elicotteri Chinook per trasportarli in una base militare a Gibuti.

Le forze statunitensi “rimarranno dispiegate a Gibuti per proteggere il personale degli Stati Uniti e altre persone fino a quando la situazione della sicurezza non richiederà più la loro presenza”, ha dichiarato domenica il presidente Joe Biden in una lettera al presidente della Camera.

Il primo ministro britannico Rishi Sunak ha dichiarato che anche le forze del Regno Unito hanno salvato i diplomatici e le loro famiglie, mentre il primo ministro canadese Justin Trudeau ha detto che il suo Paese ha temporaneamente sospeso l’operazione di evacuazione. “I nostri diplomatici sono al sicuro – sono stati estratti e stanno lavorando dall’esterno del Paese”, ha twittato Trudeau. Germania e Francia hanno dichiarato di aver iniziato l’evacuazione dei propri cittadini e di quelli provenienti da altri Paesi. Due aerei francesi con a bordo circa 200 persone di diverse nazionalità sono atterrati a Gibuti. L’esercito tedesco ha dichiarato di aver evacuato 101 persone con il primo dei tre aerei militari inviati in Sudan. Il primo Airbus A400M “è atterrato in sicurezza in Giordania” intorno alla mezzanotte ora locale (2100 GMT di domenica), ha dichiarato la Bundeswehr su Twitter.

Un altro aereo con 113 persone era in viaggio verso la Giordania. L’Italia ha evacuato circa 300 persone in totale, secondo il ministero degli Esteri. “Ribadiamo l’appello al cessate il fuoco e alla ripresa del dialogo in Sudan”, ha twittato il ministro degli Esteri di Madrid Jose Manuel Albares. L’Irlanda ha dichiarato che sta inviando una squadra di emergenza per assistere l’evacuazione dei suoi cittadini e delle persone a loro carico.

L’Egitto, grande vicino del Sudan a nord, ha dichiarato di aver evacuato 436 cittadini via terra. Lunghi convogli di veicoli e autobus delle Nazioni Unite sono stati visti lasciare Khartoum diretti a est verso Port Sudan sul Mar Rosso, a 850 chilometri di distanza, trasportando “cittadini da tutto il mondo”, secondo un evacuato della Sierra Leone.

Infuriano i combattimenti

Nessun luogo è sicuro: i combattimenti sono scoppiati il 15 aprile tra le forze fedeli al capo dell’esercito Abdel Fattah al-Burhan e il suo vice diventato rivale Mohamed Hamdan Daglo, che comanda le potenti forze paramilitari di supporto rapido (RSF). Le RSF di Daglo sono nate dai combattenti Janjaweed che l’ex leader Omar al-Bashir ha scatenato nella regione del Darfur, dove sono stati accusati di crimini di guerra, tra cui il genocidio. I militari hanno rovesciato Bashir nell’aprile 2019 a seguito delle proteste di massa dei cittadini.

I due generali hanno preso il potere con un colpo di stato nel 2021, ma in seguito si sono scontrati in un’aspra lotta per il potere, recentemente incentrata sulla prevista integrazione dell’RSF nell’esercito regolare.

Negli ultimi giorni sono state concordate diverse tregue, poi ignorate. L’aeroporto di Khartoum, dove gli scafi anneriti degli aerei distrutti giacciono sulle piste, è sotto il controllo dell’RSF. Il conflitto ha lasciato i civili terrorizzati a rifugiarsi nelle loro case, con la corrente elettrica in gran parte spenta in mezzo al caldo soffocante e internet fuori uso per la maggior parte.

I combattimenti sono scoppiati anche altrove in Sudan, la terza nazione più grande dell’Africa. Le battaglie infuriano nel Darfur, dove il gruppo di soccorso Medici Senza Frontiere (MSF) ha dichiarato che i suoi medici sono stati “sopraffatti” dal numero di pazienti con ferite da arma da fuoco, molti dei quali bambini, nella città di El Fasher.

Alcuni ospedali sono stati bombardati e altri saccheggiati, con più di due terzi degli ospedali di Khartoum e degli Stati vicini “fuori servizio”, ha dichiarato il sindacato dei medici. La corsa alla fuga degli stranieri ha aumentato i timori dei sudanesi su ciò che accadrà quando i diplomatici che potrebbero fungere da potenziali mediatori se ne saranno andati. “Spingere per ottenere passaggi sicuri per l’evacuazione degli internazionali senza spingere contemporaneamente per porre fine alla guerra sarà terribile”, ha dichiarato il ricercatore Hamid Khalafallah.
“Gli attori internazionali avranno meno impatto una volta usciti dal Paese”, ha detto, aggiungendo in un messaggio alle nazioni straniere: “Fate tutto il possibile per andarvene in sicurezza, ma non lasciate il popolo sudanese senza protezione”.

L’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale ha dichiarato che sta aumentando l’assistenza alle persone che si trovano tra le fazioni in guerra. L’USAID “ha dispiegato una squadra di assistenza ai disastri nella regione per coordinare la risposta umanitaria a chi ne ha bisogno sia all’interno che all’esterno del Sudan”, ha dichiarato domenica il capo dell’agenzia Samantha Power, ribadendo gli appelli per un cessate il fuoco.

agi.it




Giordania. Turista italiano cade a Petra e muore

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142217117 d75ab3e5 ac18 4cdf b76c 1c1a0a65a79cUn turista italiano di 30 anni è morto durante la visita al sito archeologico di Petra. La Farnesina conferma che l’ambasciata ad Amman è in contatto con la famiglia e che sta fornendo assistenza per le procedure per il rientro in Italia.

L’uomo, un trentenne originario di Torino, era da solo in viaggio e secondo media stava percorrendo un sentiero chiuso al passaggio quando è precipitato, cadendo da un’altezza di 25 metri. I soccorritori lo hanno trasportato al Queen Rania Al-Abdullah Hospital, dove è stato possibile soltanto constatarne il decesso.

Una fonte medica ha detto alla tv giordana Roya che il turista ha riportato diverse fratture ferite in varie parti del corpo, che hanno portato alla sua morte. Il Parco Archeologico di Petra sottolinea costantemente ai visitatori e ai turisti di non intraprendere percorsi che non sono loro destinati.

Sulla dinamica dell’incidente sta lavorando la polizia giordana.

Perché Petra si sta sbriciolando

La morte di un turista italiano a Petra, nel deserto meridionale della Giordania, riaccende i riflettori sulla fragilità dell’antica Città Rosa, fondata 2800 anni fa e Patrimonio dell’Umanità dal 1985. Geologi e archeologici da diversi anni lanciano l’allarme perché le rocce calcaree in cui è scolpita l’antica capitale dei Nabatei si stanno sbriciolando, complici i cambiamenti climatici.

Di incidenti ne erano già capitati: nel 2020 un turista piacentino di 32 anni era morto per la caduta di un masso staccatosi dalla parte rocciosa, in seguito a forti piogge. Nel 2016 un escursionista israeliano di 23 anni era deceduto dopo essere scivolato in un dirupo vicino a Petra e lo stesso era accaduto nel 2008 un turista americano di 75 anni che stava visitando il sito.

Il clima impazzito rende più frequenti le alluvioni in un’area solitamente molto arida. A fine dicembre 700 turisti erano stati tratti in salvo dopo un improvviso nubifragio. Nel novembre del 2018, un’ondata di maltempo eccezionale si abbatté sulle rovine e solo la prontezza delle guide consentì di salvare i 3700 turisti in visita facendoli arrampicare sui percorsi che dominano la tomba del Tesoro.

Del resto l’antica città, punto d’incontro per commercianti e guerrieri, subi’ una lenta decadenza proprio a causa dei terremoti e di altre catastrofi naturali. E ora che il turismo è ripartito a pieno regime dopo il Covid (900mila visitatori nel 2022, sfiorato il record di un milione del 2019), i rischi derivanti dall’erosione della città scavata nella roccia sono ancora più evidenti.
Nel 2011 un team di rocciatori italiani avvio’ interventi per la messa in sicurezza delle aree più a rischio idrogeologico della città scavata nella roccia, in particolare il Siq, il canyon lungo un chilometro attraverso il quale i visitatori possono raggiungere il cuore della città. Sono state bloccate o eliminate le pietre pericolanti che minacciavano i visitatori e le guide. I rocciatori hanno anche offerto un corso di sicurezza ai tanti giordani che, ogni giorno, si arrampicano sulle pareti scoscese del sito archeologico di Petra.

agi.it




Colegio de México. Un colloquio sulle relazioni tra Italia e Messico

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eventionlineitaliamessicovertDopo le vacanze di inizio aprile, riprendono questa settimana le attività nel campo degli scambi tra Italia e Messico con appuntamenti di grande rilievo.

Martedì 18 e mercoledì 19 si svolgerà presso il Colegio de México —università pubblica messicana dedicata alla ricerca, all’istruzione superiore e alla divulgazione nell’area delle scienze sociali e umanistiche— un colloquio sulle relazioni tra i due Paesi, organizzato in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia.

Il programma prevede un ciclo di sei tavole rotonde di un’ora e mezza ciascuna che si svolgeranno presso la Sala Alfonso Reyes e saranno trasmesse dalle 9:30 alle 17:30 del 18 aprile e dalle 10:00 alle 18:00 (ora del Messico centrale) del 19 aprile attraverso il canale YouTube dell’istituzione.

Parteciperanno rappresentanti del potere esecutivo e legislativo di entrambe le nazioni e più di trenta accademici e intellettuali con dissertazioni sulle diverse sfaccettature evolutive dell’Italia e del Messico, nonché le loro relazioni e scambi, che verranno analizzate dall’Ottocento ai giorni nostri coprendo percorsi storici, letterari, giuridici, religiosi, scientifici, architettonici, artistici, culturali, cinematografici, politici, economici e aspetti commerciali.

La capitale messicana, inoltre, vedrà questa settimana la presenza del Dott. Federico Faggin, capo progetto dell’Intel 4004 —ritenuto il primo microprocessore nella storia dell’informatica, commercializzato nel 1971— e sviluppatore della tecnologia MOS con gate di silicio, che permise la fabbricazione dei primi microprocessori, delle memorie dinamiche e dei sensori CCD, gli elementi essenziali per la digitalizzazione dell’informazione.

Il fisico e imprenditore italiano sarà protagonista di due conferenze —cosponsorizzate dall’Ambasciata d’Italia in Messico— che si terranno in inglese sulle sfide dell’intelligenza artificiale per la mente umana: la prima avrà luogo martedì 18 aprile, alle 17:00, presso il Tec de Monterrey, Campus Santa Fe, mentre la seconda —in programma mercoledì 19 alle 18:30 al Club de Industriales del quartiere Polanco— potrà essere essere seguita online, con traduzione simultanea e commenti del fondatore di TechCast Bill Halal, registrandosi a questo link.

Nell’ambito delle opportunità per le aziende interessate ad ampliare i propri orizzonti commerciali in Nord America, la Associazione Economica del Messico in Italia organizza —in collaborazione con la Camera di Commercio americana in Italia, l’istituto di Affari internazionali e l’Ambasciata del Messico a Roma— il seminario Mexico, Nearshoring & the United States’ Inflation Reduction Act (IRA): impact, benefits and business opportunities created in the North american region for Italian, Mexican and US Companies, che avrà luogo martedì 18 aprile dalle ore 17 alle ore 18.30 (ora italiana), presso l’Ambasciata del Messico in Via Lazzaro Spallanzani, 16, Roma. L’evento potrà essere seguito attraverso questo link.

da puntodincontro.mx