Perché in Canada si parla di aderire all’Ue?

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file fwr6ufrkwzzt8t7q97zrtl2 1536x878Il Canada come ventottesimo Stato membro dell’Unione europea. Una visione quantomeno improbabile, decisamente peculiare e a tratti giocosa, che però sta circolando sempre più insistentemente da quando Donald Trump è stato rieletto alla presidenza degli Stati Uniti. Sulla carta ci sono una serie di ottime ragioni che rendono Ottawa un candidato ideale, dalla maturità e prosperità della democrazia canadese agli stretti legami culturali, passando per la vastità di terre, risorse energetiche e giacimenti minerari, che in Ue scarseggiano. E i canadesi beneficerebbero da un’integrazione più profonda con un blocco di Paesi like-minded, specie mentre lavorano per allontanarsi da Washington, partner più stretto diventato una potenza aggressiva che minaccia dazi pesantissimi e persino l’annessione.

I numeri ci sono

A inizio gennaio è stato l’Economist a suggerire il matrimonio tra Canada e Ue, e da allora si sono moltiplicati gli articoli sui media internazionali che ne studiano la fattibilità. Poi, a fine febbraio, un sondaggio di Abacus Data ha trovato che il 68% dei canadesi hanno un’opinione favorevole dell’Ue, che è vista dai più (52%) come il partner più importante nei prossimi 3-5 anni, sopra tutti gli altri. Soprattutto, il 44% degli intervistati ritiene che il Canada dovrebbe farne parte, mentre solo il 34% si oppone all’idea: “un numero sorprendente per una questione che non era mai stata all’ordine del giorno prima d’ora”, ha riassunto il professor Frédéric Mérand, direttore del dipartimento di scienze politiche dell’Università di Montreal, su Policy Options.

Gli entusiasmi si scontrano con la realtà legale e territoriale. L’adesione all’Ue è riservata agli Stati del continente europeo, come stabilito dall’Articolo 49 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. Lo ha ricordato la portavoce capo della Commissione europea, Paula Pinho, accogliendo con curiosità divertita i risultati del sondaggio ed evidenziando l’attrattività del modello europeo. “Siamo onorati di vedere un apprezzamento così forte per l’Ue e i suoi valori, ma l’adesione non è un’opzione”, ha detto nei giorni in cui i membri europei del G7 discutevano con le controparti canadesi (che li ospitavano a Charlevoix) come coordinare la loro risposta ai dazi Usa.

Si parte dalla difesa…

Non è l’unico esempio di come Ue e Canada stiano approfondendo la loro collaborazione; del resto, l’impossibilità di un ingresso formale non significa che l’avvicinamento strategico debba essere solo un esercizio teorico. A partire dal più urgente dei temi attuali. Secondo il New York Times Ottawa sarebbe in “trattative avanzate” con Bruxelles per diventare un partner idoneo nell’ambito di ReArmEU, il piano presentato dalla Commissione che prevede 150 miliardi in prestiti per l’acquisto congiunto e la produzione di armi ma taglia fuori i Paesi che non hanno accordi specifici con il Vecchio continente. Partner come Albania, Ucraina, Giappone e Corea del Sud sono dentro, ma non lo sono Regno Unito, Turchia e Stati Uniti; stando a Bloomberg, però, un partenariato per la difesa Canada-Ue “potrebbe essere concluso rapidamente“.

La stessa testata rileva che l’ambiasciatrice canadese in Italia, Elissa Golberg, ha scritto ai ministri italiani dell’Economia, degli Esteri, della Difesa e delle Imprese che Ottawa intende “rafforzare con urgenza” la cooperazione con l’Italia e l’Ue in ambito difesa. Nella lettera Golberg delinea piani “per l’acquisto di una serie di capacità chiave attraverso importanti programmi di approvvigionamento a breve termine”, tra cui sottomarini, caccia e carri armati, “che potrebbero essere acquisiti da fornitori europei”. Dopodiché evidenzia l’ampiezza dell’offerta canadese in settori come droni, comunicazioni satellitari, robotica, intelligenza artificiale, cybersicurezza e integrazione delle catene di approvvigionamento, grazie alle vaste riserve di minerali critici per i settori di difesa e cleantech come nichel, cobalto e litio.

Il capitolo F-35

In parallelo, sia i Paesi Ue che il Canada stanno riconsiderando i piani per l’acquisto dei caccia F-35 di fabbricazione statunitense, rileva l’Associated Press. Pesano i dubbi sull’affidabilità degli Usa a fronte della dipendenza strategica in termini di ricambi e aggiornamenti necessari per mantenerli operativi. Da una parte i parametri di ReArmEU incoraggiano la scelta di caccia europei. Dall’altra il neo primo ministro Mark Carney, che ha scelto Londra e Parigi anziché Washington come mete per le sue prime visite all’estero, ha chiesto al ministro della Difesa di riesaminare i piani per l’acquisizione di F-35 Made in Usa (nonostante il Canada abbia cooperato con il vicino per lo sviluppo del caccia). Ottawa stava già guardando ai Gripen della svedese Saab. E nel mentre, spiega Blooomberg, la tedesca ThyssenKrupp ha registrato attività di lobbying nella capitale canadese in relazione ai piani per l’acquisto di sottomarini.

… e ci si espande nel resto dell’economia

È la figura di Trump che si staglia sullo sfondo di questi movimenti. O meglio, la sua frustrazione con il libero commercio e la sua versione di nazionalismo economico, espresso a colpi di dazi (e forse, a breve, via stablecoin), che sembra essere la cifra del “Make America Great Again” sul versante finanziario. Mentre Canada e Ue rimangono unite da un attaccamento alla libertà di scambio e vedono nella diversificazione dei partner economici una maniera di bilanciare l’impatto delle politiche protezioniste americane.

I due condividono già un accordo di libero scambio, il Ceta (non ancora ratificato da dieci Paesi Ue, Italia inclusa), e negli scorsi mesi le figure istituzionali da ambo le parti hanno insistito sulla necessità di approfondire ulteriormente il rapporto commerciale. E a luglio 2024 il Canada è entrata a far parte di Horizon Europe, associazione che consente ai ricercatori e alle organizzazioni canadesi di partecipare ai progetti di ricerca scientifica alle stesse condizioni dei loro omologhi europei, inclusa la possibilità di guidare consorzi e ricevere finanziamenti diretti dal programma. Fattore non secondario considerando che la sfida della competitività si gioca anche sul terreno dell’innovazione (senza contare l’apparente perdita di attrattività degli atenei Usa, sotto attacco dall’amministrazione Trump).

C’è molto altro che unisce i due territori divisi dall’Atlantico. L’Economist ricordava una serie di priorità condivise: una fede nell’economia di mercato bilanciata da uno stato sociale; un modello simile composto da “tasse elevate, un sistema parlamentare complesso e un alto tenore di vita per quasi tutti”; volontà di contrastare il cambiamento climatico, la pena di morte e l’aggressione russa. In un momento di ritirata degli Usa dalla guida del “mondo libero”, la comunanza d’intenti tra le cosiddette like-minded nations è il fondamento su cui si consolida questo fronte.

Oltre l’adesione

Il professor Mérand ricorda che non mancano le opzioni per rafforzare i legami con l’Ue senza aderirvi formalmente, prendendo in considerazione modelli esistenti come quelli di Regno Unito, Norvegia e Svizzera. Lo scenario britannico, il più semplice, offrirebbe continuità senza grandi cambiamenti rispetto all’attuale rapporto commerciale con l’Ue. Quello norvegese garantirebbe accesso al mercato unico, ma imporrebbe costi elevati e l’adozione di molte regole europee senza rappresentanza politica. Mentre quello svizzero consentirebbe negoziati bilaterali più flessibili, ma lunghi e complessi.

Comunque, scrive, “non c’è nulla di male nel presentare domanda di adesione all’Ue”: il gesto avrebbe un “forte valore simbolico” perché “dimostrerebbe a Donald Trump che non siamo soli e che abbiamo alternative nel caso in cui decidesse di strangolare la nostra economia, interferire nella nostra politica o, peggio, andare oltre”. Nel mentre l’Ue ha un pretesto per interrogarsi su cosa sia: solo un’entità territoriale o qualcosa di più alto?

da eurofocus/adnkronos




Le bombe americane hanno rallentato il nucleare iraniano solo un po’, dice il Pentagono

donald trump

donald trump

No, non hanno “annientato” il nucleare iraniano. Secondo una valutazione riservata della Defense Intelligence Agency (DIA) americana, gli attacchi ordinati da Donald Trump contro i siti nucleari iraniani non hanno raggiunto gli obiettivi dichiarati dal Presidente. Due delle strutture colpite non sarebbero state distrutte e l’impatto complessivo sul programma nucleare di Teheran si limiterebbe a un ritardo di pochi mesi. Lo rivelano alla CNN due fonti informate sul contenuto del rapporto.

La DIA, braccio operativo del Pentagono in materia di intelligence, ha riscontrato che gran parte delle centrifughe potrebbe tornare operativa nel giro di settimane. Inoltre, le scorte di uranio altamente arricchito – materiale potenzialmente utilizzabile per fini militari – sarebbero state spostate prima dell’operazione, forse verso siti non dichiarati.

Le conclusioni dell’agenzia smentiscono le parole di Trump, che in un discorso televisivo aveva parlato di “completa e totale distruzione” degli impianti di Natanz, Fordow e Isfahan. “L’Iran deve ora fare la pace”, aveva dichiarato dalla Casa Bianca, prima di imporre con qualche difficoltà il successivo cessate il fuoco tuttora in vigore.

La realtà sul campo appare diversa. Fordow, considerato uno dei siti più protetti della Repubblica Islamica, è scavato sotto le montagne Zagros e difeso da decine di metri di roccia calcarea e dolomitica. La stessa DIA, già durante il briefing di gennaio, aveva avvisato che le bombe anti-bunker GBU-57 da 30.000 libbre non sarebbero riuscite a penetrare a fondo nella struttura. Solo un’arma nucleare tattica, secondo i tecnici, avrebbe potuto annientarla.

La missione, condotta dal Comando Centrale USA, ha visto l’impiego di bombardieri B-2, che hanno sganciato 12 GBU-57 su Fordow e due su Natanz. A Isfahan, invece, sono piovuti circa 30 missili Tomahawk lanciati da un sottomarino della Marina. Mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribadito la narrativa del “successo totale”, il capo di stato maggiore congiunto Dan Caine ha adottato toni più prudenti: “Tutti e tre i siti hanno subito gravi danni, ma la valutazione finale non è ancora completa”.

Il rapporto, trapelato alla CNN, ha fatto infuriare Trump, che su Truth Social ha ribadito in maiuscolo: “I SITI NUCLEARI IN IRAN SONO COMPLETAMENTE DISTRUTTI!”. La Casa Bianca ha denunciato la fuga di notizie come un tentativo deliberato di sminuire il presidente e screditare l’azione dei piloti coinvolti.

Il vicepresidente J.D. Vance ha ammesso che gli Stati Uniti non sanno dove sia stato nascosto l’uranio più pericoloso, promettendo indagini nelle prossime settimane. Nel frattempo, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha dichiarato di non poter più giustificare la presenza in Iran di circa 400 kg di uranio arricchito al 60%.

Agenzia DIRE e l’indirizzo www.dire.it




Gli italiani all’estero al centro del confronto istituzionale: la sintesi della plenaria del CGIE

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17mattarellacgieIl Consiglio Generale degli italiani all’estero, dopo aver portato a termine venerdì scorso l’Assemblea Plenaria a Roma, ha tracciato un bilancio dell’ultimo anno di lavoro definito “intenso”. Ad illustrarlo è stata la Segretaria Generale del CGIE, Maria Chiara Prodi, che durante l’assemblea si è confrontata “apertamente” sulla propria governance e ha rilanciato il rapporto con le istituzioni con cui “ha rivendicato la propria centralità di massimo organismo di rappresentanza delle collettività all’estero”. Una centralità che passa anche dal “richiedere i pareri obbligatori, nel rispetto della legge istitutiva”.
Nel suo bilancio, il CGIE ha anche espresso l’auspicio che “venga riconvocata la Conferenza permanente Stato-Regioni-PA-CGIE”, la cui ultima riunione si è tenuta nel dicembre 2021.
“In un momento storico per le collettività all’estero, abbiamo convocato la politica al confronto con la vita vera delle persone sui temi caldi al centro del dibattito: cittadinanza, messa in sicurezza del voto all’estero, incentivi al rientro” ha spiegato ancora il CGIE. Che al riguardo ha voluto ringraziare il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per “il riconoscimento dell’impegno quotidiano che sostiene ed esprime il legame tra l’Italia e i milioni di connazionali che si trovano al di fuori dei confini nazionali e che sono parte integrante del tessuto del Paese”. Un ringraziamento al Capo dello Stato che si è esteso anche per aver ribadito come “la partecipazione al voto dei connazionali all’estero sia un’espressione di cittadinanza attiva e concorra alla formazione dell’energia che fa vivere la nostra società democratica, e che i Com.It.Es. e il CGIE sono dunque organismi che rafforzano la concezione di una democrazia libera, aperta a tutti i cittadini, ovunque essi abbiano scelto di vivere”.
E non poteva mancare il ringraziamento a Mattarella riguardo l’apertura a una revisione della normativa sulla cittadinanza. Mattarella ha infatti spiegato come sia “utile seguire con attenzione la riflessione aperta nel Consiglio Generale sulla riforma della cittadinanza per favorire una meditata considerazione – ed eventualmente anche qualche riconsiderazione – dei temi che si sono aperti”.
E al riguardo, il CGIE ha espresso anche il suo ringraziamento al Ministro degli Affari esteri, nonché Presidente del CGIE, Antonio Tajani, “per l’ascolto e l’apertura dimostrati nei confronti di interventi migliorativi della riforma che, seppur necessaria come sempre sostenuto dal CGIE, ha generato spaesamento nelle comunità all’estero restringendo drasticamente la trasmissione della cittadinanza e generando disparità di trattamento tra i connazionali, in particolar modo se in possesso di altra cittadinanza”.
Sul tema, l’Assemblea plenaria ha tenuto un ampio dibattito per poi arrivare a una sintesi che ha portato all’approvazione di un ordine del giorno con sei proposte migliorative. Il dibattito, oltre ai consiglieri, ha visto protagonisti anche gli eletti all’estero Fabio Porta, Andrea Di Giuseppe, Christian Di Sanzo, Andrea Crisanti, Francesco Giacobbe e Roberto Menia, oltre ai Presidenti dei Com.It.Es. di Bogotà e Johannesburg, Antonello Caponera e Piergiorgio Devalle. Presenti al dibattito anche il direttore generale della DGIT del MAECI, Luigi Maria Vignali, e il sottosegretario agli Affari Esteri, Giorgio Silli, che il giorno seguente ha poi illustrato la Relazione di Governo dalla quale è emersa apertura: “le proposte – ha assicurato – verranno valutate dopo aver illustrato la Relazione di Governo”.
“L’Assemblea plenaria ha inoltre approvato a maggioranza un ordine del giorno contenente proposte per rendere più sicuro l’attuale sistema di voto all’estero per le elezioni politiche e referendarie, e per riaffermare l’assoluta centralità del diritto di voto per i cittadini italiani residenti all’estero, nonché garantirne i principi costituzionali di personalità, libertà, uguaglianza e segretezza – ha spiegato ancora il CGIE -. Il documento, che si chiede venga sottoposto all’immediata attenzione di Deputati e Senatori, e delle Commissioni parlamentari preposte, è stato presentato dal presidente della III Commissione tematica, Filippo Ciavaglia, e approvato a seguito di un dibattito cui hanno fornito il proprio contributo Saverio D’Auria, docente di fisica sperimentale all’Università di Milano e volontario ai seggi della circoscrizione estero da molti anni, e Stefano Quintarelli, padre dello SPID e autore di uno studio sulla geolocalizzazione degli italiani all’estero e le opportunità di voto, i parlamentari Andrea Di Giuseppe, Fabio Porta, Toni Ricciardi e Francesco Giacobbe”.
“Il passaggio in plenaria – ha spiegato ancora il CGIE – ha significato anche l’attivazione della fase operativa del protocollo d’intesa recentemente firmato tra il CGIE e il Commissario straordinario Guido Castelli, intervenuto ai lavori, per ripopolare, attraverso la flat tax al 7% per i detentori di pensione estera, le aree del centro Italia colpite dal terremoto, rispetto a cui il CGIE farà la sua parte coinvolgendo i Com.It.Es. e le componenti del Sistema Italia nel mondo”.
Durante l’ultima giornata di lavori, il CGIE ha spiegato di aver impostato “una logica di sistema per gli incentivi al rientro”, con la presentazione del documento sugli “Incentivi al rientro: una necessità strategica per l’Italia e per i suoi cittadini all’estero” da parte del presidente della VII Commissione tematica, Matteo Bracciali. Nel documento, si propone di estenderne l’accesso anche ai lavoratori non qualificati, creare un ecosistema integrato per un rientro sostenibile e favorire il ripopolamento delle aree marginali con misure ad hoc.
Hanno fornito inoltre il loro contributo Michele Valentini, del Gruppo Controesodo, che rappresenta i circa 40mila lavoratori rientrati dall’estero nel corso degli ultimi 15 anni, Gabriele Marzano, che ha illustrato l’esperienza della Regione Emilia-Romagna con la sua legge sull’attrazione dei talenti, e Paolo Masini, Presidente della Fondazione Museo nazionale dell’emigrazione italiana.
L’Assemblea plenaria, sempre nell’ultimo giorno, ha approvato anche numerosi ordini del giorno relativi al potenziamento dei servizi consolari, alla trasmissione della lingua e della cultura e agli enti gestori, ai lavoratori frontalieri e per il finanziamento di bandi con borse di studio per docenti. È stato inoltre approvato un ordine del giorno che, avendo ricevuto notizie di alcune irregolarità riscontrate dal Com.It.Es. di Santo Domingo in occasione della recente tornata referendaria, ha ribadito “la necessità di un’azione forte nella direzione della piena trasparenza e partecipazione dei connazionali al voto”.
Infine, il CGIE ha istituito un premio annuale in memoria di Michele Schiavone, compianto Segretario generale del CGIE, con l’intento di “ricordarne l’impegno, la dedizione e il servizio reso alle collettività italiane con l’obiettivo di dare visibilità a quanti, nel mondo, lavorano per gli italiani all’estero”. (aise) 




Messico. Sheinbaum: «Aggiorneremo a inizio 2026 il trattato con l’Ue»

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messicouepuntohorLa presidente messicana Claudia Sheinbaum ha annunciato oggi, durante la sua conferenza stampa mattutina, che il trattato aggiornato tra Messico e Unione Europea sarà firmato all’inizio del 2026.

Il capo dello Stato ha confermato di aver invitato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e che la data della visita, che «probabilmente sarà a ottobre», è in fase di definizione.

«In questo modo» —ha affermato Sheinbaum— «potremo annunciare i dettagli dell’accordo commerciale modernizzato e forse nuovi investimenti».

Durante il vertice del G7 in Canada, «abbiamo anche parlato» —ha proseguito— «con il cancelliere tedesco Friedrich Merz di iniziative nel settore farmaceutico, impianti automobilistici e apparecchiature per il trattamento delle acque. I nostri rispettivi gruppi di lavoro si metteranno in contatto per sviluppare un piano di lavoro concreto».

Foto: safelinkmexico.com

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Messico, Fincantieri visita il porto di Progreso

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fincantieriyucatanpuntovertIn Messico, nell’ambito dell’ampliamento e della modernizzazione del porto di Progreso, già in corso, un gruppo di dirigenti di Fincantieri ha effettuato un sopralluogo per proseguire l’analisi del progetto di costruzione e gestione di un cantiere navale di livello mondiale nello stato dello Yucatan.

La visita si è svolta pochi giorni dopo la conclusione della missione in Messico del vice presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, che ha pubblicamente espresso interesse a promuovere gli investimenti italiani nel Paese latinoamericano.

Guidata dal direttore globale Operazioni navali e Riparazioni dell’azienda, Massimo Costa, la delegazione è stata ricevuta dal governatore Joaquín Díaz Mena e da Gustavo Lorenzo Alonso Trani, direttore generale dell’Amministrazione del sistema portuale nazionale (Asipona) di Progreso.

Durante l’incontro, il governatore Díaz ha sottolineato che l’arrivo della delegazione italiana rafforza l’impegno dello stato nel promuovere lo sviluppo industriale, logistico ed economico del Messico sudorientale.

«Stiamo compiendo» —ha dichiarato— «un passo deciso verso la trasformazione dello Yucatan in un centro strategico per l’industria navale nelle Americhe».

Da parte sua, Massimo Costa ha sottolineato che questa è la prima volta che incontra un’amministrazione in cui il governatore spiega personalmente quali sono i vantaggi di investire nello stato, «un aspetto che offre certezza agli investitori, poiché rende immediatamente evidente che lo Yucatan ha una visione chiara per il futuro».

Costa ha messo in risalto l’importanza del progetto per l’espansione di Fincantieri, che conta già 18 cantieri navali e oltre 20.000 dipendenti in tutto il mondo ed è responsabile della costruzione di una nave su tre a livello globale.

Foto: yucatan.com.mx

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“Brusca? Resta un uomo crudele e ha un tesoro nascosto”: le parole del padre di Giuseppe, ucciso a 15 anni

giuseppe di m atteo

giuseppe di m atteoGiovanni Brusca “resta un uomo crudele: veniva a casa mia, giocava con mio figlio, era ospite della mia famiglia. E non ha avuto alcuno scrupolo quando ha ordinato di rapire Giuseppe perché io avevo iniziato a svelare, per primo, i segreti della strage di Capaci. E non ha avuto alcuno scrupolo a decidere l’uccisione di mio figlio, l’11 gennaio 1996″. Sono le parole di Santino di Matteo, il padre di Giuseppe, vittima innocente di Cosa Nostra che a 13 anni è stato rapito, incatenato per quasi 800 giorni, poi strangolato e sciolto dell’acido su ordine proprio di Brusca. Una fine atroce decisa perché il padre aveva iniziato a collaborare con la giustizia, proprio come poi fece “u verru” (Ndr: il maiale, soprannome di Brusca) che da ieri ha concluso i 25 anni di carcere, 4 di libertà vigilata, ed estinto così il suo debito con la giustizia.

“SPERO DI NON INCONTRARLO MAI”

Santino di Matteo non può perdonare il boia di Capaci che ora può ricostruirsi una vita sotto il programma di protezione, a seguito della sua collaborazione con i magistrati. Di Matteo fu uno dei primi a pentirsi “davvero” e non ha mai rinnegato le accuse, malgrado il rapimento del figlio e poi il suo omicidio. Quando nel 2021 Brusca si avviava alla semilibertà, come ricorda il Corriere della Sera, Di Matteo esplose: “Spero di non incontrarlo mai, sennò l’ammazzo con le mie mani”, disse. Oggi, che l’assassino di suo figlio è libero, ribadisce con forza tutto il suo rancore e, intervistato dal quotidiano Repubblica, rivela la sua sofferenza. “Giovanni Brusca non lo potrò mai perdonare per quello che ha fatto- dice Santino Di Matteo- ha ucciso mio figlio Giuseppe, che lui conosceva benissimo, giocavano insieme”.

“RESTA UN CRIMINALE”

Non solo: “Quel capomafia oggi definitivamente in libertà resta un criminale e ha un tesoro nascosto”, sono le sue accuse. Non lo riconosce come “pentito” vero perché “è noto a tutti come sia iniziata la collaborazione di questo signore, all’inizio dicendo cose false, per depistare. Poi, per proteggere alcune persone a lui vicine. È scritto nelle sentenze”, ricorda. E sulle ricchezze di cui ancora Brusca può disporre non ha dubbi: “Lo sanno tutti a San Giuseppe Jato che dietro le improvvise ricchezze di alcune persone c’è lui”, azzarda. La questione fu anche al centro di un’inchiesta che però non portò a nulla. “Io non smetterò di dire che quell’uomo è un criminale e che va tenuto sotto controllo”, insiste Di Matteo.

“LUI NEL PROGRAMMA DI PROTEZIONE, IO FUORI”

Che denuncia un’altra ingiustizia: “Mi addolora profondamente anche un’altra cosa- spiega- lui resta nel programma di protezione, io invece sono stato espulso e abbandonato dallo Stato solo perché corsi a cercare mio figlio in Sicilia, quando seppi che fu rapito, nel novembre del 1993”.

“NON HA RIVELATO TUTTO QUELLO CHE SA”

Ne ha da dire anche sull’applicazione della legge per i collaboratori di giustizia, di cui lui stesso ha potuto avere benefici, marcando una differenza profonda tra Brusca e ‘tutti gli altri’ pentiti: “Sì, la legge è stata correttamente applicata. Ma lui è un personaggio davvero particolare- spiega- io lo conosco bene, so quali relazioni aveva dentro Cosa nostra e anche fuori. So quali ricchezze ha accumulato prima di essere arrestato. E resta un uomo crudele- insiste- non ha avuto alcuno scrupolo a decidere l’uccisione di mio figlio, l’11 gennaio 1996”. Insomma “non avrà mai il mio perdono”, sentenzia Di Matteo. E come pentito tanti sono i dubbi che restano: “Persino la sorella di Giovanni Falcone ha delle perplessità sul personaggio e oggi ha invitato a vigilare su questo personaggio. Anche io invito le forze dell’ordine e la magistratura a tenere sotto controllo il signor Brusca”, dice Di Matteo. “Non ha rivelato tutto quello che sa”, è convinto l’ex mafioso. “Solo chi ha conosciuto Giovanni Brusca- conclude amaramente- può sapere davvero di cosa è capace”.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Giovanni Brusca è un uomo libero: terminati anche i quattro anni di libertà vigilata

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giovannibrusca 1024x576Giovanni Brusca è ufficialmente un uomo libero. Dopo aver scontato 25 anni di carcere e quattro anni di libertà vigilata, si sono conclusi anche gli ultimi obblighi di legge. Da alcuni giorni, il boss mafioso che azionò il telecomando nella strage di Capaci del 23 maggio 1992 non ha più vincoli orari né l’obbligo di firma: ha finito di scontare la sua pena.

Brusca, noto come il “macellaio” di San Giuseppe Jato, era stato arrestato nel 1996 e si era pentito l’anno seguente. La sua collaborazione con la giustizia, pur contestata da molti, è stata ritenuta determinante per ricostruire decenni di omicidi e dinamiche interne a Cosa nostra, ottenendo così i benefici previsti dalla legge sui collaboratori di giustizia, voluta dallo stesso giudice Giovanni Falcone.

Oltre alla strage di Capaci, Brusca è stato ritenuto mandante dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un collaboratore, rapito a 13 anni, tenuto in ostaggio per mesi e poi ucciso e sciolto nell’acido. Ha ammesso di aver preso parte a oltre 150 omicidi.

Il ritorno alla piena libertà dell’ex boss ha suscitato reazioni indignate da parte dei familiari delle vittime di mafia. Tina Montinaro, vedova del caposcorta Antonio Montinaro, ha dichiarato: “Sappiamo che la legge è stata applicata, ma è come se non fosse mai successo niente”.

L’autista sopravvissuto alla strage, Giuseppe Costanza, ha commentato: “La libertà viene data agli attentatori, mentre le vittime restano sotto terra per sempre”.

Brusca, oggi, vive sotto protezione e lontano dai riflettori. Ha detto di voler proseguire, anche da uomo libero, il suo impegno contro la mafia. Ma per molti, quella libertà pesa ancora come un’ingiustizia.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Un campo neutro per la pace: perché solo il Vaticano può offrire un vero tavolo di dialogo tra Russia e Ucraina

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cq5dam.thumbnail.cropped.750.422In un’intervista rilasciata a Vatican News, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, ha ribadito la disponibilità del Vaticano a ospitare eventuali negoziati di pace tra Russia e Ucraina. L’invito, espresso pubblicamente da Papa Leone XIV, non rappresenta un’offerta di mediazione—che presuppone una richiesta formale da entrambe le parti—ma un gesto concreto: mettere a disposizione un luogo neutrale e protetto per favorire l’inizio del dialogo.

Una tradizione di diplomazia al di sopra delle parti

La Santa Sede ha alle spalle una lunga storia di diplomazia silenziosa e credibile. Già il predecessore di Leone XIV, Papa Francesco, a guerra ormai scoppiata, si recò personalmente dall’ambasciatore russo presso la Santa Sede. Un gesto straordinario che mostrava la determinazione della Chiesa cattolica a non restare spettatrice passiva del conflitto. Anche oggi, con Papa Leone XIV, questa tradizione di diplomazia morale prosegue, rafforzata dall’indipendenza politica e spirituale che da secoli contraddistingue il Vaticano.

Nonostante le origini americane del Pontefice, la Russia non ha motivo di temere un’agenda occidentale mascherata. Il Papa non rappresenta Washington, né Bruxelles, né la NATO. Il Vaticano è uno Stato indipendente che non partecipa a alleanze militari, né ha interessi economici in gioco. È questa neutralità autentica che rende la Santa Sede un potenziale campo da gioco accettabile per entrambi i contendenti.

Un luogo protetto, non solo simbolico

A differenza di altre sedi proposte, come Ginevra, la cui neutralità è stata sempre più compromessa da pressioni internazionali e allineamenti politici, il Vaticano mantiene la sua posizione equidistante. La Svizzera, per decenni simbolo della diplomazia neutrale, ha in parte perso questo ruolo agli occhi di Mosca. Il Vaticano rimane oggi forse l’unico spazio al mondo che possa essere definito davvero super partes.

Oltre alla neutralità, c’è anche la questione della sicurezza. Il Vaticano è uno dei luoghi più protetti al mondo. I sistemi utilizzati durante il Conclave, con schermature elettroniche avanzate che impediscono qualsiasi forma di intercettazione, offrono garanzie uniche. La Gendarmeria Vaticana e la Guardia Svizzera assicurano una sorveglianza costante, mentre l’intero perimetro è controllato in modo rigoroso. In un’epoca di cyber-spionaggio e guerre dell’informazione, un luogo così schermato potrebbe rivelarsi essenziale per garantire trattative riservate.

Un invito, non una pressione

Cardinal Parolin ha chiarito che la proposta del Vaticano non implica alcun tipo di imposizione. “Non si tratta di una mediazione, perché una mediazione deve essere richiesta dalle parti. In questo caso, c’è stata soltanto l’offerta pubblica di disponibilità ad accogliere un eventuale incontro.” Un’offerta dunque incondizionata, libera, che lascia spazio alla volontà autonoma di Russia e Ucraina.

Parolin ha poi ribadito l’urgenza della situazione: “È urgente, innanzitutto, una tregua, per mettere fine alle devastazioni, alle città distrutte, ai civili che perdono la loro vita. E poi è urgente arrivare a una pace stabile, giusta e duratura, pertanto accettata e concordata da entrambe le parti.”

La Russia accetti il campo di gioco

L’invito del Vaticano non è una manovra diplomatica mascherata, ma una piattaforma reale per il dialogo. La Russia non ha nulla da temere da Papa Leone XIV, che si è già dimostrato indipendente rispetto ai blocchi geopolitici. Anzi, accettare questa offerta potrebbe rappresentare un gesto di forza, non di debolezza. Scegliere il Vaticano come sede di colloqui sarebbe riconoscere un terreno in cui nessuno ha il vantaggio, ma tutti hanno da guadagnare: la fine del conflitto, la ricostruzione della fiducia e, forse, l’inizio di una nuova architettura di sicurezza in Europa.

Una scelta che potrebbe fare la storia

Il valore del gesto papale sta nella sua disarmante semplicità: offrire uno spazio. Non un piano di pace, non una proposta politica, ma un luogo. Un luogo dove le parole possano riprendere il posto delle armi. Un luogo che, per i credenti, ha una forza spirituale, ma che anche per i laici può rappresentare un’occasione irripetibile.

La pace non si impone, si costruisce. E per cominciare a costruirla serve prima di tutto incontrarsi. Il Vaticano, oggi più che mai, è pronto ad aprire le sue porte.




Repubblica Dominicana, il Comites rafforza i servizi per gli italiani

italiani nel mondo/ repubblica dominicana, il comites rafforza i servizi per gli italiani

italiani nel mondo/ repubblica dominicana, il comites rafforza i servizi per gli italiani

Quando si parla di italiani nella Repubblica Dominicana, l’immagine più comune è quella del pensionato al sole. Ma la realtà è ben più complessa. Oggi la comunità italiana nell’isola caraibica è composta da imprenditori, professionisti, giovani expat, famiglie miste e lavoratori da remoto: un tessuto sociale vivo, in trasformazione, che contribuisce attivamente allo sviluppo locale. Allo stesso tempo, vivere a migliaia di chilometri dall’Italia comporta difficoltà concrete: servizi consolari a volte limitati, burocrazia intricata, sanità privata dai costi elevati, difficoltà di integrazione per i nuovi arrivati. A dare voce a questi bisogni, ascoltare e rappresentare la comunità sul territorio è il Comites della Repubblica Dominicana, presieduto da Licia Colombo (foto). Con lei abbiamo parlato di presente e futuro degli italiani nel Paese.

Chi sono gli italiani di oggi nella Repubblica Dominicana?

‘La comunità italiana in Repubblica Dominicana ha assunto negli ultimi anni un volto sempre più sfaccettato, dinamico e qualificato. Non si tratta più soltanto, come accadeva in passato, di pensionati alla ricerca di una vita serena in un clima favorevole, oggi la presenza italiana comprende un ampio spettro di profili professionali e umani, che contribuiscono attivamente alla crescita sociale, culturale ed economica del Paese. Accanto agli imprenditori del settore turistico e alberghiero, che rappresentano ancora una parte storica e consistente della comunità, troviamo una nuova generazione di italiani: giovani laureati che scelgono la Repubblica Dominicana per costruire progetti innovativi o fare esperienze internazionali, liberi professionisti che operano in ambito legale, fiscale, ingegneristico, sanitario e tecnologico, ma anche professori universitari, esperti di cooperazione, chef, artisti e tecnici specializzati.

Molti di loro sono integrati in realtà locali o internazionali, altri hanno creato imprese proprie o collaborano in ambiti strategici per lo sviluppo del Paese, contribuendo a portare il know-how italiano in contesti diversi: dall’istruzione alla formazione professionale, dalla cultura all’agroalimentare, dal design alla consulenza, non manca neppure la componente digitale: lavoratori da remoto e consulenti in smart working che, pur vivendo stabilmente qui, mantengono rapporti professionali con l’Italia e l’Europa.

Un altro dato rilevante è la crescente presenza di famiglie miste e figli di italiani nati o cresciuti nella Repubblica Dominicana, spesso bilingue e portatori di una doppia cultura che può diventare una vera risorsa, se adeguatamente valorizzata.

Non si tratta quindi di una comunità statica, ma di una presenza viva, variegata e in costante trasformazione, che merita attenzione e strumenti adeguati per continuare a esprimere al meglio il suo potenziale’.

Quali sono le criticità quotidiane che incontrano gli italiani all’estero?

‘Gli italiani che vivono nella Repubblica Dominicana affrontano difficoltà molto concrete, spesso diverse da quelle immaginate in Italia. Uno dei principali problemi riguarda l’accesso ai servizi consolari: l’Ambasciata lavora con risorse limitate e non riesce sempre a rispondere in tempi rapidi alle richieste di documenti, pratiche anagrafiche, rinnovi passaporti o iscrizioni AIRE, la distanza geografica da Santo Domingo aggrava le cose per chi vive nelle province.

Un’altra difficoltà è l’adeguamento burocratico, sia per i cittadini di nuova immigrazione sia per chi torna in Italia dopo un periodo di residenza all’estero: il riconoscimento di titoli di studio, l’omologazione di documenti sanitari, le procedure notarili, e le problematiche legate alle pensioni o ai contributi versati in Italia e qui.

Anche l’assistenza sanitaria rappresenta una criticità: i costi del sistema privato locale sono molto alti, e non sempre gli italiani conoscono le opzioni assicurative disponibili. Infine, ci sono anche aspetti legati alla solitudine, soprattutto tra gli anziani, e alla mancanza di orientamento per I nuovi arrivati, che spesso non sanno a chi rivolgersi per avere informazioni affidabili’.

Che ruolo svolge il Comites?

‘E’ qui che entriamo noi. Il Comites di Santo Domingo è un organo di rappresentanza che lavora volontariamente per rispondere ai bisogni reali della comunità, le sue attività si articolano su più livelli:

Informazione e orientamento: forniamo supporto pratico su iscrizione AIRE, rinnovo documenti, pensioni, rientro in Italia, assistenza sanitaria e altro ancora, tutto questo tramite il nostro progetto che si chiama Sportello Comites, ormai in funzione da più di un anno con risultati notevoli.

Cultura e lingua italiana: abbiamo realizzato il progetto editoriale del fumetto ‘Italiani nella Repubblica Dominicana: storie e avventure di vecchi amici’, distribuito gratuitamente nelle scuole e nei centri culturali dove si insegna l’italiano.

Biblioteca del Comites: abbiamo aperto una biblioteca con oltre 1.000 volumi, tra narrativa italiana, saggi, libri per bambini e dizionari, con l’obiettivo di promuovere la lettura e la lingua italiana.

Sanità: collaboriamo con l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (IEO) per offrire telemedicina e seconde opinioni oncologiche, con un sistema di convenzioni con assicurazioni locali. Abbiamo inoltre stipulato accordi con assicurazioni locali per offrire assicurazini di viaggio anche per lunghi periodi e per persone meno giovani.

Ascolto e solidarietà: interveniamo nei casi più delicati, come lutti, rimpatri, richieste di aiuto sociale, siamo spesso il primo contatto umano per chi si trova in difficoltà.

Il Comites non sostituisce l’Ambasciata, ma completa il suo lavoro con una presenza costante sul territorio e una rete di relazioni dirette con la comunità’.

Lingua, cultura, identità. Come si mantengono?

‘Mantenere vivo il legame con la lingua e la cultura italiana, in un contesto come quello della Repubblica Dominicana, è una sfida quotidiana. Soprattutto per le nuove generazioni nate o cresciute qui, dove la trasmissione dell’italianità passa quasi sempre attraverso il filtro familiare: una lingua parlata a tavola, una ricetta tramandata, un racconto del nonno. È lì che si gioca gran parte della partita.

Ma la realtà è che molti bambini e ragazzi parlano solo spagnolo, o un italiano frammentario. Soprattutto nei nuclei misti, o dove manca un supporto strutturato. Non ci sono scuole italiane nel Paese, e i corsi di lingua – quando ci sono – non sempre riescono a garantire accesso, continuità, qualità.

Per questo il Comites della Repubblica Dominicana ha deciso di intervenire in modo concreto, sostenendo progetti capaci di portare cultura e lingua là dove si vive e si studia. Anche fuori dalle aule. Un esempio è il fumetto “Italiani nella Repubblica Dominicana: storie e avventure di vecchi amici”: un racconto semplice e inclusivo dell’esperienza migratoria italiana, pensato per i più giovani. Ne sono state stampate 500 copie, distribuite a scuole, università e centri culturali dove si insegna italiano.

Accanto a questo, è nata la Biblioteca del Comites, aperta al pubblico con una selezione di narrativa, saggistica, romanzi per ragazzi e dizionari. A questa si affiancano due biblioteche itineranti, una a Punta Cana e una a Bayahibe, per raggiungere anche i connazionali più lontani dalla capitale. L’idea è semplice: offrire libri gratuitamente, in modo capillare, dove spesso mancano perfino gli strumenti di base.

Il progetto si è allargato: una nuova biblioteca per bambini è stata aperta a San Pedro de Macorís, presso l’associazione Mis Pequeños Hermanos della Fondazione Rava, per portare la lingua italiana anche a chi ha meno possibilità. Un’altra è in fase di inaugurazione alla Scuola Diplomatica di Santo Domingo.

L’obiettivo è chiaro: creare strumenti utili, vicini, accessibili. Perché sentirsi parte dell’Italia, anche da lontano, non è questione di bandiere ma di occasioni. Di voci, parole e storie che continuano a passare di mano in mano’.

Quali sono le prospettive e le proposte del Comites per il futuro?

‘Nei prossimi anni, la nostra priorità è rafforzare i servizi di prossimità per gli italiani che vivono fuori dalla capitale: punti di raccolta documenti, eventi culturali decentrati, sportelli informativi itineranti, vogliamo anche consolidare le partnership sanitarie, offrendo sempre più accesso a cure specialistiche, consulenze a distanza e convenzioni affidabili con ospedali e assicurazioni’. ‘Chiediamo che alle istituzioni italiane venga finalmente riconosciuto, in modo concreto, il ruolo che i Comites svolgono ogni giorno nei territori: non solo con più risorse, ma anche con maggiore visibilità. Servono strumenti digitali migliori per semplificare il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, una rete diplomatica più forte, e un sostegno chiaro ai progetti educativi e culturali che tengono vivo il legame con l’Italia.

E soprattutto, ci auguriamo che il nostro Paese impari a guardare alla sua diaspora non come a una parentesi, ma come a una parte integrante della sua identità. Perché gli italiani all’estero non sono un’eccezione: sono una forza viva, che ogni giorno costruisce ponti tra lingue, economie, visioni del mondo’.

 

da askanews.it




Referendum cittadinanza, il Report di Idos: 1,4 milioni i potenziali beneficiari, tra cui 284 mila minori

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logo idos bis imageSe l’8 e il 9 giugno vincessero i Sì al referendum sulla cittadinanza, la quota più probabile di potenziali beneficiari della riforma sarebbe costituita da 1 milione e 420 mila cittadini non comunitari, pari a oltre 1 ogni 4 stranieri regolarmente residenti in Italia.

In particolare, gli adulti sarebbero 1 milione e 136 mila, tutti titolari di un permesso di soggiorno di lunga durata, e i minori sarebbero 284 mila, dei quali 229 mila soggiornanti di lunga durata e 55 mila che, pur non avendo maturato in proprio il requisito minimo previsto dalla riforma, diventerebbero italiani per automatica trasmissione della cittadinanza da parte dei genitori che si saranno naturalizzati grazie alla modifica referendaria. La prima stima scientifica sull’argomento è stata realizzata dal Centro studi e ricerche Idos, che in un breve report riporta in dettaglio il metodo seguito, per un calcolo che deve considerare diversi fattori.

Come è noto, il quesito referendario chiede che sia abrogata la disposizione contenuta nella legge 91/1992 (art. 9) in base alla quale un cittadino straniero può acquisire la cittadinanza italiana per naturalizzazione dopo 10 anni di residenza continuativa nel Paese, riportando così il limite a 5 anni, come era già previsto nella legge precedente (varata nel 1912 e rimasta in vigore per 80 anni). Rispetto alle prime proiezioni dei promotori del referendum, riferite a una platea generica di potenziali beneficiari, la stima di Idos ne quantifica la quota più probabile, partendo dagli immigrati con permesso di soggiorno di lunga durata, che a fine 2023 erano 2.139.000, di cui 347.000 minori.  Oltre a escludere i cittadini di Paesi Ue, non toccati dalla riforma perché possono già richiedere la cittadinanza italiana dopo soli 4 anni di residenza, la stima dei potenziali beneficiari effettivi decurta dal computo anche una consistente quota di cittadini di Paesi non Ue che non ammettono la doppia nazionalità. Attraverso altri calcoli, il report arriva a determinare una ipotesi massima e una minima, indicando infine come più probabili i valori mediani indicati sopra. Una delle più importanti barriere che limitano l’accesso alla cittadinanza italiana resta la debole situazione economica della popolazione straniera. Il referendum, infatti, non modifica gli altri requisiti necessari per la naturalizzazione, tra cui (oltre alla conoscenza della lingua e all’assenza di condanne penali) il possesso di un reddito adeguato: una condizione che – in base ai dati Istat sulla popolazione a rischio di povertà e di esclusione sociale – anche con il successo del referendum non sarebbe soddisfatta da una ampia fascia di stranieri residenti: fino a 700 mila persone nell’ipotesi massima. Senza contare il costo per avviare la pratica, che è stato recentemente aumentato fino a un massimo di 600 euro a testa. “In un Paese civile e con una politica attenta a quel che succede nella realtà – afferma Luca Di Sciullo, presidente di Idos – non ci sarebbe stato bisogno di un referendum per varare questa modifica legislativa sulla naturalizzazione. Basterebbe constatare che la popolazione italiana diminuisce in media di oltre 300 mila unità all’anno, tra decessi che surclassano le nascite e l’incremento dell’emigrazione all’estero, e che negli ultimi 5 anni l’Italia ha inanellato altrettanti record negativi, arrivando al minimo storico di appena 370 mila nascite nel 2024, mentre oltre 1 milione di minorenni stranieri, quasi tutti in Italia dalla nascita, e altrettanti adulti che risiedono da almeno 5 anni nel Paese, ancora non accedono alla cittadinanza italiana”.(Inform)