Giorno del ricordo/ Mattarella: nessuno deve avere paura della verità

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10quiricordo“Sono passati quasi vent’anni da quando il Parlamento istituì, con una significativa ampia maggioranza, il Giorno del Ricordo, dedicato al percorso di dolore inflitto agli italiani di Istria, Dalmazia, Venezia Giulia sotto l’occupazione dei comunisti jugoslavi nella drammatica fase storica legata alla Seconda Guerra Mondiale e agli avvenimenti a essa successivi”. Lo ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che questa mattina ha ospitato al Quirinale la celebrazione del “Giorno del Ricordo”. Alla cerimonia sono intervenuti il Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, Giuseppe De Vergottini, lo storico Giovanni Orsina, ordinario di Storia contemporanea alla Luiss Guido Carli, e il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani.
La legge, ha aggiunto il Presidente, con puntuale completezza, recita: “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del Ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Vessazioni e violenze dure, ostinate, che conobbero eccidi e stragi e, successivamente, l’epurazione attraverso l’esodo di massa. Un carico di sofferenza, di dolore e di sangue, per molti anni rimosso dalla memoria collettiva e, in certi casi, persino negato. Come se le brutali vicende che interessarono il confine orientale italiano e le popolazioni che vi risiedevano da secoli rappresentassero un’appendice minore e trascurabile degli eventi della fosca epoca dei totalitarismi o addirittura non fossero parte della nostra storia”.
In realtà, ha detto ancora il Capo dello Stato, “quel lembo di terra bagnato dall’Adriatico, dove per lungo tempo si è esercitata, con fatica e con fasi alterne, la convivenza tra etnie, culture, lingue, religioni, ha conosciuto, sperimentandoli e racchiudendoli, tutti gli orrori della prima metà del Novecento, passando – senza soluzione di continuità – dall’occupazione nazifascista alla dittatura comunista di Tito. Un territorio colmo di ricchezza, di bellezza e di cultura, alimentato proprio dalle sue differenze, che ha subìto il destino immeritato di veder sorgere sul proprio suolo i simboli agghiaccianti degli diversi totalitarismi: le Foibe, il campo di prigionia di Arbe, la Risiera di San Sabba”.
La legge sul “Giorno del Ricordo”, dunque, “ha avuto il merito di rimuovere definitivamente la cortina di indifferenza e, persino, di ostilità che, per troppi anni, ha avvolto le vicende legate alle violenze contro le popolazioni italiane vittime della repressione comunista”.
La furia dei partigiani titini si accanì, in modo indiscriminato ma programmato, su tutti: su rappresentanti delle istituzioni, su militari, su civili inermi, su sacerdoti, su intellettuali, su donne, su partigiani antifascisti, che non assecondavano le mire espansionistiche di Tito o non si sottomettevano al regime comunista”, ha ricordato Mattarella. “Le violenze anti-italiane, nella maggior parte dei casi, non furono episodi di, inammissibile, vendetta sommaria. Rispondevano piuttosto a un piano preordinato di espulsione della presenza italiana”, ha aggiunto, prima di ricordare “figure luminose” quali il vescovo di Fiume e poi di Trieste/Capodistria, Antonio Santin, che “non esitarono, dopo aver difeso la popolazione slava dall’oppressione nazifascista, a denunciare, con altrettanta forza d’animo, la violenza e la brutalità dei nuovi occupanti contro gli italiani”.
Nessuno deve avere paura della verità”, ha rimarcato il Presidente. “La verità rende liberi. Le dittature – tutte le dittature – falsano la storia, manipolando la memoria, nel tentativo di imporre la verità di Stato. La nostra Repubblica trova nella verità e nella libertà i suoi fondamenti e non ha avuto timore di scavare anche nella storia italiana per riconoscere omissioni, errori o colpe”.
“La complessità delle vicende che si svolsero, in quegli anni terribili, in quei territori di confine, la politica brutalmente antislava perseguita dal regime fascista, sono eventi storici che nessuno oggi può mettere in discussione”, ha ammonito il Capo dello Stato. “Va altresì detto, con fermezza, che è singolare e incomprensibile che questi aspetti innegabili possano mettere in ombra le dure sofferenze patite da tanti italiani. O, ancor peggio, essere invocati per sminuire, negare o addirittura giustificare i crimini da essi subiti. Per molte vittime, giustiziate, infoibate o morte di stenti nei campi di prigionia comunisti, l’unica colpa fu semplicemente quella di essere italiani”.
“Siamo oggi qui, al Quirinale, per rendere onore a quelle vittime e, con loro, a tutte le vittime innocenti dei conflitti etnici e ideologici”, ha proseguito Mattarella. “Per restituire dignità e rispetto alle sofferenze di tanti nostri concittadini. Sofferenze acuite dall’indifferenza avvertita da molti dei trecentocinquantamila italiani dell’esodo, in fuga dalle loro case, che non sempre trovarono rispetto e solidarietà in maniera adeguata nella madrepatria. Furono sovente ignorati, guardati con sospetto, posti in campi poco dignitosi. Tra la soggezione alla dittatura comunista e il destino, amaro, dell’esilio, della perdita della casa, delle proprie radici, delle attività economiche, questi italiani compirono la scelta giusta. La scelta della libertà”.
Ma, ha osservato Mattarella, “nelle difficoltà dell’immediato dopoguerra e nel clima della guerra fredda e dello scontro ideologico, che in Italia contrapponeva fautori dell’Occidente e sostenitori dello stalinismo, non furono compresi e incontrarono ostacoli ingiustificabili. Grazie al coraggio, all’azione instancabile e a volte faticosa delle associazioni degli esuli istriani, dalmati e della Venezia Giulia, il tema delle foibe e dell’esodo è oggi largamente conosciuto dalla pubblica opinione, è studiato nelle scuole, dibattuto sui giornali. Le sofferenze subite dai nostri esuli, dalle popolazioni di confine, non sono, non possono essere motivo di divisione nella nostra comunità nazionale. Al contrario, richiamo di unità nel ricordo, nella solidarietà, nel sostegno”.
Ribadito “lo stupore e la condanna per inammissibili tentativi di negazionismo e di giustificazionismo”, per Mattarella “il rischio più grave di fronte alle tragedie dell’umanità non è il confronto delle idee, anche tra quelle estreme, ma l’indifferenza che genera rimozione e oblio”.
“Sono passati ottanta anni da quella immane tragedia che colpì i nostri concittadini nelle zone di occupazione jugoslava”, ha ricordato il Presidente. “Oggi possiamo guardare, con sguardo più limpido e consapevole, al grande, concreto, storico progresso politico, culturale, di amicizia e di cooperazione che la democrazia e il percorso europeo hanno recato in quelle zone un tempo martoriate da scontri etnici e ideologici. Progresso ulteriormente consolidato dall’inserimento, da qualche giorno, della Croazia nel prezioso ambito di pienezza dell’Unione rappresentato dall’area Schengen”.
La storia “ci ha insegnato che la differenza è ricchezza, non una malapianta da estirpare. Che i muri e i reticolati generano diffidenza, paura, conflitti. Che il nazionalismo esasperato, fondato sulla repressione delle minoranze, sulle pretese di superiorità o di omogeneità etnica di lingua e cultura, produce inevitabilmente una spirale di violenza e di guerra. Che le ideologie basate sulla negazione dei diritti individuali, in nome della superiorità dello Stato o di un partito, lungi dal risolvere le controversie, opprimono i cittadini e sfociano in gravissime tragedie. Che la prepotenza e l’uso della forza non producono mai pace e benessere, ma generano violenza e gravi ingiustizie”.
“La civiltà della convivenza, del dialogo, del diritto internazionale, della democrazia – ha rimarcato il Presidente – è l’unica alternativa alla guerra e alle epurazioni, come purtroppo ci insegnano – ancora oggi – le terribili vicende legate all’insensata e tragica invasione russa dell’Ucraina. Un tentativo inaccettabile di portare indietro le lancette della storia, cercando di tornare in tempi oscuri, contrassegnati dalla logica del dominio della forza. Così come la presenza di segnali ambigui e regressivi, con rischi di ripresa di conflitti, ammantati di pretesti etnici o religiosi, richiede di rendere veloce con coraggio e decisione il cammino dell’integrazione europea dei Balcani occidentali”.
Italia, Slovenia e Croazia, grazie agli sforzi congiunti e al processo di integrazione europea hanno fatto, insieme, passi di grande valore. Lo testimoniano – come è stato poc’anzi ricordato – Gorizia e Nova Gorica designate insieme unica capitale europea della cultura del 2025. I giovani che vivono ai confini dei nostri Paesi, mantenendo l’orgoglio delle proprie identità, hanno acquisito la consapevolezza di appartenere a un’area con un futuro comune che presenta grandi opportunità – economiche, sociali, culturali – che soltanto la convivenza, la compresenza, il dialogo, la pace possono offrire. Dialogo – ha detto ancora Mattarella – che si alimenta e si fortifica nell’attenzione costante e reciproca ai diritti delle rispettive minoranze”.
“Anche per quanto riguarda la comprensione storica, – ha annotato il Presidente – si è fatta molta strada nella collaborazione. Si tratta di rispettare le diverse sensibilità e i differenti punti di vista. Sapendo che la lezione della storia ci insegna a non ripetere errori e a non far rivivere tragedie, men che mai a utilizzarle come strumento di lotta politica contingente. Scrive Claudio Magris, acuto interprete della storia e della cultura del confine orientale: “Ancor più inammissibile e sacrilego sarebbe se gli italiani e gli slavi usassero i loro morti per attizzare odi reciproci, in una terra il cui senso – come hanno visto i grandi scrittori triestini – è la compresenza di culture, l’oppressione o scomparsa di una delle quali significa una mutilazione per tutti”. Le prevaricazioni, gli eccidi, l’esodo forzato degli italiani dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia costituiscono parte integrante della storia del nostro Paese e dell’Europa”.
“Alle vittime di quelle sopraffazioni, ai profughi, ai loro familiari, rivolgiamo oggi un ricordo commosso e partecipe. Le loro sofferenze non dovranno, non potranno essere mai sottovalutate o accantonate”, ha concluso Mattarella. “Troveranno corrispondenza, rispetto e solidarietà a seconda di quanto saremo in grado di proseguire sulla strada di pace, di amicizia, di difesa della democrazia e dei diritti umani, intrapresa con l’approvazione della Costituzione Repubblicana, con la scelta occidentale ed europea, con la costante politica per il dialogo, la comprensione, la collaborazione tra i popoli”. (aise) 




Turchia. La terra continua a tremare

terremoto turchia siria fileminimizer

terremoto turchia siria fileminimizerÈ salito a oltre 11.000 vittime (ma altre fonti parlano di più di 16 mila) il bilancio del terremoto che si è verificato nella notte fra domenica e lunedì nel sud della Turchia e nel nord della Siria. Stando alle cifre fornite dall’Autorità per la gestione dei disastri e delle emergenze (Afad) di Ankara, le persone che hanno perso la vita nel sisma in Turchia sono circa 8.500. In Siria invece le vittime sarebbero più di 2.600. In questo caso la cifra è stata fornita da media internazionali mentre i canali del governo di Damasco riportano cifre inferiori, aggiornate a ieri.
Stando a quanto riferito dall’Afad, circa 8mila sopravvissuti sono stati estratti dalle macerie dalle squadre di ricerca e soccorso. L’ente del governo turco ha dispiegato oltre 96mila operatori e ha inviato sul campo più di 5mila mezzi.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato uno stato di emergenza di tre mesi in dieci province del Paese. Il capo dello Stato si è recato oggi nelle aree più colpite dalla calamità e per prima a Kahramanmaras, capoluogo dell’omonima provincia dove è stato individuato l’epicentro della prima scossa di magnitudo 7,8 della scala Richter e di una seconda scossa di magnitudo 7,6.

Altre scosse si sono susseguite ieri e l’altro ieri, con epicentri anche in altre province del sud del Paese. Imponente anche il sostegno internazionale ricevuto da Ankara. Stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu, circa 60 Paesi da cinque continenti hanno inviato aiuti o squadre di ricerca e soccorso nel Paese, fra i quali Stati Uniti, Russia, Cina, Italia e Regno Unito ma anche Paesi in condizioni di difficoltà economica e diffusa insicurezza, come la Libia, che ha inviato 55 persone, e il Libano, che ne ha mandate sul campo 72. Anche Paesi che hanno rapporti diplomatici complessi o assenti con Ankara, come la Grecia e l’Armenia, hanno inviato aiuti e personale. Erevan, stando a quanto affermato dal ministero degli Interni, citato dalla radio pubblica Public Radio of Armenia, ha spedito nel Paese oltre 20 operatori di ricerca e soccorso.

Diversi Paesi hanno annunciato l’invio di aiuti anche verso la Siria, sul cui governo, guidato dal presidente Bashar al-Assad, pesano però sanzioni imposte da parte della comunità internazionale. Secondo l’agenzia di stampa moscovita Novosti, in azione ci sono anche militari russi: avrebbero tratto in salvo almeno 42 persone.

FONTI UE: AIUTI AD ANKARA PERCHÉ HA CHIESTO, SIRIA NO

“Il governo della Turchia ha chiesto aiuto espressamente alle istituzioni europee, mentre quello della Siria no. Per questo il meccanismo di protezione civile dell’Unione europea è stato attivato solo per la Turchia, mentre facciamo arrivare aiuti alla popolazione siriana tramite le ong e gli organismi Onu sul terreno”. Così risponde all’agenzia Dire una fonte interna alla Risposta europea alle emergenze.

Il doppio terremoto che ha colpito lunedì la Turchia e il nord della Siria ha già causato oltre 9mila morti da ambo le parti e, come avverte l’Organizzazione mondiale della sanità, i morti potrebbero arrivare a 20mila. Il freddo, le strade distrutte o piene di macerie rallentano il salvataggio di dispersi e feriti, ma ad ostacolare sono anche le dinamiche geopolitiche che interessano i due Paesi, con possibili ricadute sullo sforzo collettivo che viene richiesto alla comunità internazionale per sostenere le popolazioni colpite dal sisma.

La Turchia sembra essere in una posizione di vantaggio: essere un membro della Nato e un partner strategico dell’Ue hanno permesso al governo del presidente Recep Tayyip Erdogan di contare sull’immediato aiuto dei Paesi tra i più ricchi al mondo: non solo l’Ue ha già inviato 28 squadre tra medici e soccorritori attraverso 21 Stati membri, ma anche gli Stati Uniti stanno partecipando con due squadre specializzate in questo genere di disastri naturali. Il presidente Joe Biden ha infatti subito telefonato all’omologo Erdogan per annunciare “tutta l’assistenza umanitaria” di cui il Paese avrà bisogno.

Erdogan ha anche segnato un punto a suo favore, ricevendo parole di vicinanza e sostegno dal primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Tra Turchia e Grecia esistono tuttora tensioni per la questione di Cipro, dei confini marittimi e dello sfruttamento delle risorse di idrocarburi nel Mediterraneo, che si stanno manifestando con una corsa al riarmo navale e rimpalli nell’accoglienza dei profughi che arrivano attraverso l’Egeo.

LA SITUAZIONE SIRIANA

La situazione è invece molto diversa per la Siria. Il Paese è in guerra da 12 anni e il governo del presidente Bashar Al-Assad, che è accusato di bombardamenti sui civili col sostegno della Russia, non solo non dialoga con Stati Uniti e Ue ma è anche soggetto a sanzioni economiche da parte di Washington e Bruxelles, sebbene siano impegnati da anni a sostenere gli organismi umanitari per far fronte alle conseguenze del conflitto. La Comunità di Sant’Egidio è tra gli organismi che hanno chiesto di sospendere tali sanzioni per facilitare l’accesso di aiuti alle popolazioni colpite dal terremoto e anche le Nazioni Unite in queste ore hanno invocato l’apertura di nuovi corridoi, richiesta che sarebbe stata accolta dal Regno Unito, il quale starebbe lavorando per aprire nuove vie dalla Turchia. A garantire aiuti immediati sono stati gli alleati storici di Damasco: Russia, Iran e i Paesi arabi come Egitto, Algeria, Giordania, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Bahrein.

Il problema principale però consiste nel fatto che il terremoto ha colpito anche regioni che sfuggono al controllo di Assad, come il governatorato di Idlib e altre zone poste sotto il controllo di gruppi ribelli a guida siriana, curda oppure poste sotto occupazione della Turchia, come Afrin. Qui, l’Osservatorio siriano per i diritti umani accusa direttamente Ankara di “impedire i soccorsi col pretesto che tutti i veicoli sono impegnati altrove”, e per questo i civili, con i volontari locali, stanno lavorando da soli per estrarre i civili dalle macerie. E ancora: “Non ci sono organizzazioni umanitarie, arabe o internazionali nel distretto di Jenderis- quello tra i più gravemente colpiti dal sisma- a causa del rifiuto da parte delle autorità turche di aprire il valico di Al-Hawa”.

Gli Elmetti bianchi, il corpo di soccorso noto come Syrian Civil defense, attivo nel nord-ovest, sui social condividono l’immagine di uno dei luoghi dei soccorsi dall’alto: cumuli di macerie tra cui si notano fuochi accesi per fare luce ma anche “per le temperature, qui già sotto lo zero”. Nel governatorato di Homs la situazione non è più semplice: “Immaginate di sapere che la vostra famiglia o i vostri amici sono sotto le macerie e voi siete seduti a terra, accanto a ciò che resta di quell’edificio, senza sapere come salvarli” racconta alla Dire Mohammad, un residente di Yalanqoz, un villaggio a nord di Jenderis, che condivide le foto di una famiglia di sei persone – mamma, papà, due sorelline e due cognate – rimaste schiacciate. “Erano i vicini di casa di mio fratello, sono morti senza poter fare nulla” denuncia.

“La nostra priorità ora è estrarre le persone intrappolate e mettere al sicuro i feriti e gli sfollati, assicurando cure e medicine” riferisce infine alla Dire Tommaso Della Longa, portavoce della Federazione internazionale di Croce rossa e mezzaluna rossa (Ifrc). L’organismo si è attivato subito in Siria e Turchia “mobilitando 3 milioni di franchi svizzeri del fondo di emergenza per sostenre la Mezzaluna rossa turca e siriana”. Della Longa continua: “La situazione è terribile in entrambi i Paesi. In Siria, dove siamo in particolare presenti a Hama, Aleppo, Latakiya e Tartous, si aggiungono le difficoltà di un paese da anni in guerra: i mezzi pesanti per rimuovere le macerie sono pochi, quindi è più complicato liberare le strade, che spesso sono state anche distrutte dal sisma. Anche il carburante scarseggia e in alcune zone l’elettricità c’è solo per un’ora al giorno”. Danneggiati anche molti ospedali, a cui la Mezzaluna rossa potrebbe sopperire con le cliniche mobili ma “gli spostamenti sono difficoltosi”, conclude il portavoce.

SAVE THE CHILDREN: BIMBI DORMONO IN AUTO AL FREDDO PER PAURA SCOSSE

Le temperature gelide, le strade e gli aeroporti danneggiati stanno rendendo difficile per le agenzie e le organizzazioni umanitarie il raggiungimento di migliaia di bambini e delle loro famiglie, che hanno un disperato bisogno di assistenza dopo il devastante terremoto di lunedì, ha dichiarato Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini e le bambine a rischio e per garantire loro un futuro. Sono ormai migliaia i morti o feriti nel Sud della Turchia e nel Nord-Ovest della Siria, con numeri in continuo aumento e persone ancora intrappolate sotto le macerie.
Save the Children ha attivato la risposta all’emergenza nelle regioni colpite, dove i sopravvissuti hanno un drammatico bisogno di ripari, coperte, cibo e cure mediche, in uno scenario in cui, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 23 milioni di persone, tra cui circa 1,4 milioni di bambini, potrebbero essere colpite dal terremoto.

In Turchia, secondo gli ultimi dati, sono crollati circa 5.775 edifici in 10 città e la popolazione non riesce ad avere riscaldamento, elettricità, aiuti, acqua potabile e servizi di comunicazione. I bambini stanno vivendo nel terrore. “Mi sono svegliato al suono della TV che cadeva a terra. Ho radunato rapidamente i miei cinque figli e la mia famiglia e ho lasciato l’edificio. Al momento siamo alloggiati in container prefabbricati dove ci sono più di 20 bambini e le loro famiglie che hanno bisogno di aiuto. Non abbiamo accesso a gas, elettricità e servizi di base. Siamo tutti sconvolti. Il figlio di mio cugino ha troppa paura per stare al chiuso e ora dormirà solo in macchina”, ha raccontato Mustafa, 41 anni, di Gaziantep.

Save the Children esprime la propria profonda preoccupazione per le persone che, nel Nord-Ovest della Siria, avevano già dovuto abbandonare le proprie case a causa di un conflitto che dura ormai da quasi 12 anni, e vivono nei campi per sfollati. Sono infatti quasi 3 milioni di sfollati interni nel Nord-Ovest della Siria e 1,8 milioni di persone vivono nei campi dell’area colpita dai terremoti. In queste aree, Save the Children sta lavorando a stretto contatto con le organizzazioni partner per valutare l’entità dei danni man mano che la situazione diventa più chiara e fornire il supporto di cui i bambini hanno bisogno.
“In Siria fa incredibilmente freddo in questo momento. Siamo molto preoccupati: molte persone, compresi i bambini, possono essere ancora intrappolate sotto le macerie, altre sono senza casa e si arrangiano come possono, anche dormendo nelle auto. Siamo particolarmente in ansia per i bambini che dormono all’aperto a temperature gelide- ha dichiarato Kathryn Achilles, Direttore Media e Comunicazione di Save the Children Siria-.

L’entità della devastazione è tale che tutti coloro che vivono nell’area colpita sono coinvolti, inclusi i partner locali di Save the Children e le loro famiglie. Quando anche le persone che si occupano di consegnare gli aiuti umanitari vivono lo stesso dramma di coloro che devono aiutare, diventa ancora più arduo far arrivare nella regione gli aiuti tanto necessari. A causa delle strade danneggiate in tutta la Turchia e in Siria, è incredibilmente difficile raggiungere le aree colpite. La comunità internazionale deve fare tutto il possibile per sostenere gli attori umanitari locali”. In Turchia, Save the Children sta lavorando per valutare i bisogni e ha istituito un team che sosterrà la risposta di emergenza nazionale in tutta la regione, in stretto coordinamento con il governo e le principali parti interessate. Le squadre di Save the Children sul campo stanno pianificando di sostenere le comunità colpite con kit invernali e di emergenza, tra cui coperte e indumenti caldi. Per supportare la risposta all’emergenza di Save the Children, puoi fare una donazione qui: https://www.savethechildren.it/dona-fondo-emergenze#form-start

ag DIRE – www.dire.it




Messico. Il Comites intraprende un “viaggio nella memoria”

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ece6e27c8422680915c97b7669aec869La visita ai principali insediamenti della comunità italiana dispersa e minoritaria in Messico, condotta dal presidente del Comites e dal personale dei consolati della capitale e di Veracruz, è diventata un “viaggio nella memoria” denso di nostalgia ed emozioni. “È stato un faccia a faccia tra Comitato, Consolato e popolo”, ha detto all’ANSA il presidente Giovanni Buzurro, che ha descritto come riuscita questa prima missione che ha condotto per tre giorni alla fine del mese scorso, perché è riuscito a raccogliere una buon numero di residenti.

Sono stati riuniti almeno 300 discendenti dei primi immigrati italiani in Messico, di cui 82 conosciuti in un ristorante della capitale messicana e altri a Chipilo, l’insediamento d’immigrazione italiana di maggior afflusso nel Paese, la città di Orizaba, e a Colonia Manuel González, stato di Veracruz, ha indicato. “Abbiamo potuto sentire il polso degli italiani che vivono in Messico”, ha detto Buzurro, e ha detto che alla missione si sono uniti il ​​console italiano in Messico, Flavio Sereni, il rettore-presidente dell’Accademia delle Arti di Firenze, Fabio Caselli, il presidente del Comites del Costa Rica, Giovanni Cacace, e il console onorario a Veracruz, Emilio Zilli.

“È stato un viaggio nella memoria. È stata un’esperienza bellissima. Ero veramente eccitato. C’è molta nostalgia da parte di alcuni che vorrebbero andare in Italia. Ci sono persone che sono andate molto bene e altre che non sono andate bene e che non sono mai potute tornare. Giovani che studiano in Italia. È bellissimo e sarà il primo di tanti viaggi”, ha detto.

Da parte sua, il vicepresidente del Comites, Antonio Mariniello, ha dichiarato in una cronaca pubblicata su Facebook che “è stata un’esperienza indimenticabile, piena di entusiasmo, con storie ed emozioni che hanno letteralmente scosso l’intera delegazione”. È stata “una dimostrazione d’italianità e comunità che qui in Messico non si vedeva da tempo e che, a dire il vero, non si era mai sentita”, ha detto Mariniello.

A Chipilo, a circa 15 minuti di auto dalla città di Puebla, capoluogo dell’omonimo Stato, a circa 120 chilometri dalla capitale, si è tenuto un incontro con l’attuale sindaco Avelino Berra, anche lui di origini italiane, e l’assessore Alfredo Dossetti e la Benemerita Università Autonoma di Puebla (BUAP), tra cui l’eminente ricercatore Giuseppe Lobrutto.

Il secondo incontro è stato a Orizaba, ai piedi dell’omonimo Pico, la montagna più alta del Messico, e la terza a Colonia Manuel González, culla del più antico insediamento d’italiani giunti a bordo della nave Atlantic tra il 1881 e il 1882.

Le famiglie hanno un motto “Prima Dio, poi la famiglia, terzo il lavoro”, adottato sin da quando sono saliti a bordo della nave, che erano i fiori di maggio dell’immigrazione italiana in Messico, ricordava Buzurro. “Abbiamo parlato con le persone delle nostre idee. Abbiamo dato loro informazioni su quali sono le nostre autorità e su come risolvere i nostri problemi. È stato un lavoro di contatti, perché a volte si sentono non protetti”, ha detto. “Facciamo sapere che siamo altoparlanti e altoparlanti per gli italiani e abbiamo contatti con i governi messicano e italiano per risolvere i problemi dei nostri concittadini”, ha detto.

Tra i risultati di questa visita c’è stata la richiesta di aiuto per consolidare i Musei dell’Emigrazione a Chipilo e nel quartiere Manuel González, che stanno appena iniziando a funzionare, ma la loro collezione aumenta ogni volta, grazie alle donazioni di numerose famiglie.

Buzzurro ha precisato che la richiesta più importante riguarda “problemi di nazionalità” perché “purtroppo i bisnonni non erano organizzati dal punto di vista burocratico e si sono perse molte carte. C’è stato un disastro per mille cose”, ha disse. “È stato molto emozionante perché c’erano due persone anziane che si sono messe a piangere perché non riescono a risolvere questo problema a causa dei documenti smarriti. Pensano che il consolato non li tratti bene, ma sappiamo che a volte un console ha le mani legate, “, ha rivelato.

Il capogruppo del Comites in Messico ha osservato che “è difficile nazionalizzare” perché “c’è un’altra Italia all’estero”, con una diaspora che molti esperti stimano fino a 80 milioni di italiani e loro discendenti sparsi nel mondo.

ansalatina




A Sanremo, Mattarella e Benigni rendono omaggio alla nostra Costituzione

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214736039 bde313e5 d2db 4d95 9309 5db7059bf27fPopolare e nazionale, decisamente italiano. Sergio Mattarella va al festival di Sanremo, prima volta di un presidente nella storia repubblicana, e si guadagna una standing ovation dal pubblico del teatro Ariston, spettatori magari abbienti ma non necessariamente snob.

Due mesi fa il lungo applauso alla prima della Scala, ora al Festival di Sanremo: nei prossimi giorni i commentatori spiegheranno che riflesso avrà questa presenza sul secondo mandato del Presidente, sulla sua popolarità, vi si leggerà in filigrana l’intenzione di non considerare temporaneo il suo bis, di voler unire il Paese in un’unica comunità, di voler tutelare la Costituzione. Ma stasera prevale la cronaca, che già spiega tanto.

Mattarella è arrivato a Sanremo stasera, con la figlia Laura, annunciato a sorpresa da Amadeus nella conferenza stampa di stamattina. Una notizia tenuta nascosta fino all’ultimo dai pochi che ne erano a conoscenza: i più stretti consiglieri del Presidente, il vertice della Rai, il conduttore del Festival. Nessuna cerimonia ufficiale, la visita era in forma privata, dunque niente corazzieri, niente accompagnatori né cerimoniale di Stato.

L’organizzazione è stata lunga e delicata, ma l’effetto vuole essere improntato alla massima semplicità. Prima di entrare in sala la consacrazione social: un selfie ‘rubato’ da Chiara Ferragni e postato sull’account Instagram dell’influencer che affianca questa sera Amadeus. Con loro, sorridenti, la signora Laura, Amadeus e Gianni Morandi. “Che onore Presidente” commenta sempre via social la co-conduttrice del Festival.

Ma il clou della serata presidenziale è la Costituzione. Settantacinque anni fa la summa delle regole della Repubblica è entrata ufficialmente in vigore e il capo dello Stato intende sfruttare tutto il 2023 per ricordarla, spiegarla, farla capire. Anche il palcoscenico del Festival più seguito dagli italiani è un’occasione. Così la presenza di Mattarella diventa lo spunto per l’esecuzione dell’Inno di Mameli, reso intimo da Gianni Morandi, e per una performance di Roberto Benigni sui capisaldi della Carta fondamentale dell’Italia.

Le riforme non sono un tema di oggi, la Costituzione contiene in se stessa la possibilità di essere modificata. L’importante sono i capisaldi. E l’istrionico premio Oscar ne ripercorre i passi fondamentali, facendo anche commuovere Mattarella quando ricorda che tra i costituenti c’era un tal Bernardo Mattarella, padre del Presidente. “Questo vuol dire che la Costituzione è sua sorella?”, domanda Benigni per stemperare l’emozione. Perché dopo diversi minuti di risate alle battute del comico, sul viso del capo dello Stato compare proprio una profonda emozione al ricordo del padre.

Una mano sul cuore, poi il Presidente ascolta l’appassionato monologo sulla Carta, sul ripudio della guerra, sull’importanza dell’articolo 21 che tutela ogni forma di espressione. Alla fine Mattarella ricambia la cortesia: dopo aver accolto con un sorriso e un invito a non disturbarsi l’applauso del pubblico al suo ingresso, è lui stesso ad alzarsi per tributare un omaggio a Benigni, al suo estro italiano e al suo racconto dei princìpi cardine della coesistenza repubblicana. Poco dopo il Presidente lascia il palco con la figlia per tornare a Roma.

Una visita di piacere per un uomo che ama la musica, da quella classica a quella pop; appassionato delle canzoni di Mina di cui con moglie, fratello e cognata vide l’ultimo concerto alla Bussola. Ma anche una visita istituzionale, a ricordare che il Paese ha mille volti, mille energie, dal Nord al Sud, dai più anziani ai più giovani, e che il Festival, dopotutto, un po’ ci rappresenta. Un momento di grande ascolto, un modo per ricollegarsi ancora una volta agli italiani, e per trasmettere loro l’amore per la Costituzione, per le regole che, come ha spesso ricordato, ci rendono comunità solidale e quindi forte.

agi.it




Compiti in classe “firmati” ChatGpt. Allarme nel mondo della scuola

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unnamedA tutti è capitato almeno una volta nella vita di copiare un compito in classe. Una pratica deprecabile, certo, ma (entro certi limiti) decisamente diffusa. Purtroppo come spesso accade il mondo digitale offre oggi l’opportunità di replicare su vasta scala quello che fino a prima era relegato a un singolo episodio. E qui insorgono i veri problemi. Al punto dal richiedere l’intervento di ministeri e dipartimenti.

Tutti conoscono ormai ChatGPT, la app d’intelligenza artificiale che può scrivere in pochi secondi e senza fatica testi ed elaborati esattamente (o quasi) come una persona in carne e ossa. Una abilità definita “spaventosa” anche da profeti dell’innovazione e del progresso come Elon Musk. ChatGPT is scary good. We are not far from dangerously strong AI. — Elon Musk (@elonmusk) December 3, 2022

E visto che giovani e studenti sono decisamente a loro agio con app e tecnologia in molti hanno deciso di “sperimentare” le sue funzionalità anche per i compiti in classe. Al punto che il dipartimento dell’Istruzione di New York si è trovato costretto a vietare l’uso della app. E che c’è già chi profetizza la morte dei compiti scritti. “Siamo d’accordo sul fatto che l’uso dei sistemi di IA possa essere applicato in tutti aspetti dell’attività scolastica ovvero l’insegnamento, l’apprendimento e la valutazione, ma soprattutto i risultati degli studenti ma si tratta di uno strumento che, in quanto tale, va governato – ha spiegato all’AGI Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi – ciò vuol dire che occorre essere consapevoli delle opportunità così come dei rischi connessi al loro uso. La sfida è affascinante e la scuola del presente e del futuro non può non tenerne conto”.

“Se si va a vedere le statistiche si capisce con che rapidità si sta diffondendo questo strumento – ha spiegato all’AGI Francesco Greco, presidente dell’Associazione Nazionale Docenti – a confronto app come TikTok si sono diffuse lentamente quindi penso che non ci vorrà molto perché diventi un problema serio. La questione dovrà essere affrontata al più presto da ogni punto di vista. Quello degli studenti ma anche quello dei docenti: quanto ci vorrà prima d’ipotizzare che almeno delle parti di lezione vengano demandate all’intelligenza artificiale?”. E’ vero che iniziano a diffondersi i primi software in grado di analizzare i testi scritti e di capire, con un buon margine di approssimazione, se si tratta della produzione di una intelligenza artificiale o di un vero e proprio cervello, ma è altrettanto vero che non ci si può aspettare che un insegnante passi allo “scanner” ogni singolo elaborato.

Tutte armi spuntate, secondo gli studenti, se messe nelle mani di una scuola troppo datata per difendersi da minacce così moderne. “Se ne parla molto tra studenti ma non credo venga usato da tanti. Il problema è più radicale però. Il metodo in cui si viene valutati a scuola è un metodo del secolo scorso e non tiene in considerazione una infinità di questioni – ha spiegato all’AGI Paolo Notarnicola, coordinatore della Rete degli Studenti Medi – ovvio che se valuti gli studenti con un criterio di performance asettico l’intelligenza artificiale può essere usata, lo stesso sistema di valutazione va rivisto e adattati ai tempi. Basterebbe valutare gli studenti sulla base della capacità di riflettere, rielaborare e padroneggiare un concetto o una materia e tutto sarebbe risolto”.

agi.it




Lago di Garda: siccità record

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imagePassano le settimane, ma nonostante le precipitazioni i livelli delle acque del lago di Garda stentano ad aumentare. Al termine dell’ultima problematica stagione irrigua, le istituzioni confidavano nell’autunno, la stagione da sempre considerata delle piogge, per mettere acqua in cassaforte in vista dei mesi più caldi. Ma così non è stato. Lo sguardo è rivolto alle prossime settimane, le ultime a disposizione, confidando soprattutto nel disgelo di un (si spera) denso manto nevoso affinché si possano alimentare gli affluenti che poi invaseranno il lago. «Se entro metà aprile, il lago non riuscirà ad assestarsi almeno a +90 centimetri sopra lo zero idrometrico, potremo essere costretti a fare i conti con ulteriori difficoltà rispetto a quelle riscontrate nel 2022», ha affermato sabato pomeriggio senza tanti giri di parole il vice presidente della Comunità del Garda Filippo Gavazzoni in occasione dell’assemblea annuale dell’ente comprensoriale.

Come già anticipato, la scorsa estate la Comunità del Garda ha proposto una revisione dell’attuale legge del 1965 da cui derivano le modalità di regolazione e utilizzo delle acque del Garda, soprattutto per quanto riguarda l’uso umano in considerazione anche delle difficoltà di pescaggio riscontrate la scorsa estate nelle stazioni di San Felice e Manerba». Acqua ad uso idropotabile che, con i cambiamenti climatici in atto, sarà sempre meno. «Non si possono anteporre gli usi turistici a quelli idropotabili – ha sottolineato anche il segretario generale della Comunità del Garda Pielucio Ceresa, facendo sue le considerazioni del presidente di Garda Uno Mario Bocchio sui problemi alle captazioni dal lago con un livello delle acque a -30 centimetri -: ricordo che A2A ha messo in cantiere di portare a Brescia l’acqua del Garda e in futuro il bacino diventerà sempre più a uso idropotabile». Ma con queste premesse di crisi idrica ogni progetto diventa complesso da attuare e la sete, dopo i campi, potrebbe affliggere le persone.

bresciaoggi.it




“I libici volevano sequestrare i nostri pescherecci e portarci a Tripoli”

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183614134 02ab10a6 dd29 4d55 9d93 a6bc017c63bdNel giorno in cui l’Italia consegna alla Libia una nuova motovedetta per il pattugliamento delle coste, si apprende che milizie libiche hanno utilizzato una di delle imbarcazioni per minacciare e tentare di sequestrare quattro pescherecci italiani ma non sono riuscite grazie all’intervento della nave militare italiana “San Marco”.

“Tutto è durato circa un’ora, con i libici che intimavano di fermare i motori, per far salire qualcuno di loro armato, e la Marina militare di non farlo. I libici volevano portare le barche a Tripoli”, ha raccontato all’AGI Matteo Ruta, armatore del motopesca Vincenzo Ruta di Pozzallo. I quattro pescherecci, tre di Mazara del Vallo e uno di Pozzallo, erano “a più di 80 miglia a nord di Tripoli, e sono stati avvicinati da una motovedetta donata dal governo italiano, di quelle donate dal governo Berlusconi. I libici hanno intimato l’alt alle barche, impegnate nella pesca a strascico a una velocità di tre nodi”.

A quel punto il comandante del ‘Vincenzo Ruta’ “ha chiamato la nave militare italiana in zona, da cui è decollato un elicottero. C’è stata una discussione via radio per circa un’ora, poi i libici se ne sono andati verso sud”. “La cosa più grave – prosegue Ruta – è che se e’ vero che la Marina militare ci ha dato assistenza, è altrettanto vero che ci ha fatti allontanare per altre 15-20 miglia verso nord. Da 80 miglia a oltre 100 miglia, è una cosa eccessiva. C’è qualcosa che non va se barche fatiscenti non si fanno intimorire da una nave militare, si tratta di pirati e forse sono altri gli interessi economici dell’Italia”.

“Mentre il nostro governo discute con le autorità libiche sulle problematiche che attanagliano il Mediterraneo – ha affermato il presidente del Consiglio comunale di Mazara del Vallo, Vito Gangitano – gli stessi libici tentano il sequestro. Questa volta, per fortuna, la nostra Marina militare ha evitato che ciò potesse accadere”.  “E’ un episodio minore successo venerdì mattina, sventato immediatamente, ma è l’ennesimo campanello d’allarme: non è possibile immaginare di ritornare sempre alle stesse questioni”, ha aggiunto il sindaco di Mazara, Salvatore Quinci.

“Chiederemo – ha aggiunto Quinci – un incontro al governo, che sono sicuro si muoverà su questo: immaginiamo che si sia trattato di schegge impazzite, di milizie che non si sa a chi o a quale fazione rispondano. Questa volta è andata bene e presto incontreremo il governo per capire come provare ad affrontare questa questione”.

Il tentativo di sequestro è avvenuto a poco meno di dieci giorno dalla visita del governo italiano a Tripoli. “Ancora una volta – dicono i segretari generali di Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil Trapani Giovanni Di Dia, Franco Nuccio e Roberto Giacalone – il tema della sicurezza dei lavoratori del mare Mediterraneo torna prepotentemente nella cronaca, a significare che il problema non è affatto risolto e che, dunque, non si può abbassare l’attenzione. E’ una situazione – affermano – che purtroppo non ha ancora trovato la giusta definizione e continua ad alimentare uno stato di difficoltà e insicurezza per i pescatori italiani”.

“Bisogna individuare e mettere in atto tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti umani dei pescatori italiani che operano nel canale di Sicilia e per assicurare loro la possibilità di continuare a pescare in quelle acque. Appena una settimana fa la presidente del consiglio Meloni,insieme ai ministri Tajani e Piantedosi, è stata in Libia, viene dunque spontaneo chiedersi se si è parlato di un argomento tanto importante e nel caso a quali conclusioni si sia arrivati”.

Quest’ultima domanda la pone anche la la Flai Cgil: “Turba il fatto – dice Tnino Russo, segretario in Sicilia – che appena una settimana fa la presidente del consiglio Meloni, insieme ai ministri Tajani e Piantedosi, e’ stata in Libia, senza che evidentemente l’argomento sia stato trattato nel corso della missione nel Paese nordafricano”. “La sicurezza dei pescatori nel mare Mediterraneo continua a essere ancora irrisolto – afferma Russo – al presidente della Regione Siciliana chiediamo di sollecitare al governo nazionale misure adeguate ad evitare il ripetersi di episodi di questo tipo che tolgono la serenita’ ai lavoratori del mare esponendoli a grossi rischi”. “Non è la prima volta – aggiunge Russo- che sollecitiamo misure volte a garantire sicurezza e rispetto dei diritti dei pescatori che operano nel Canale di Sicilia. Ma finora non abbiamo ricevuto risposte”.

agi.it

 




Carlos Morra, l’italiano che trasformò Buenos Aires

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downloadNel centro di Buenos Aires c’è una forte impronta architettonica italiana ed europea, parte integrante dell’identità culturale e sociale della capitale argentina, lasciata in parte dal prestigioso architetto e ingegnere militare italiano Carlos Morra Manhes, marchese di Monterocchetta.

A documentare questa eredita è il quotidiano argentino ‘La Nacion’, con un reportage dedicato a un enorme complesso edile di grande valore patrimoniale, che pochi conoscono, sito nel quartiere della Recoleta Al numero 1600 di Azcuènaga, un’insegna indica il Colegio Misericordia, ma dietro le mura che circondano l’isolato ci sono anche tre enti di beneficenza: la Casa di Cura, la Casa delle Ragazze e una Residenza Universitaria. È una piccola città di 6 mila mq coperti dove circolano quotidianamente circa 500 persone, tra dipendenti e quanti abitano il luogo creato dalla Società della Misericordia, un ente nato 150 anni fa, una delle associazioni più attive e benefiche del Paese.

Il monumentale edificio è stato progettato a fine ‘800 proprio dall’architetto Morra, che lo disegnò ad honorem, famoso tra l’altro per la costruzione di diverse “scuole di palazzo”, contribuendo alla trasformazione del paesaggio urbano di Buenos Aires assieme ad altri colleghi tra cui Juan Antonio Buschiazzo e Francesco Tamburini, come lui italiani.

Morra, nobile nato nel 1854 in provincia di Benevento, formatosi all’Accademia reale di Torino e alla Scuola di applicazione dell’artiglieria e ingegneria, si trasferì in Argentina nel 1881 dove ha lavorato come architetto al Consiglio nazionale dell’Istruzione e divenne direttore dell’ufficio tecnico del ministero delle Opere pubbliche della nazione. Negli anni 1880, sotto la presidenza di Julio Argentino Roca, firmò diversi progetti di scuole, veri e propri edifici monumentali, tra cui quella chiamata Presidente Roca, la Escuela Doctor Onesimo Leguizamon, la scuola normale superiore numero 9 Domingo Faustino Sarmiento.

Morra è stato anche uno degli ideatori dell’edificio della Lotteria nazionale, della Biblioteca nazionale sita in Mexico Street, la Nation Bank e la Federal Tire. Si trattava di edifici dagli stili architettonici direttamente importati dall’Europa, sia quello italianizzante che il neoclassicismo francese e tedesco oltre a quello caratteristico dei ‘Beaux Arts.

doloadIl 14 settembre 1872 nasce l’opera della Misericordia quando un gruppo di Buenos Aires decide di unirsi per creare un grande asilo per aiutare le famiglie indigenti, dando lavoro e istruzione ai propri figli. Dopo aver occupato altre proprietà, il sindaco Torcuato de Alvear ha concesso loro un terreno tra le vie Azcuénaga, Peña, Larrea e Pacheco de Melo, consegnato a titolo di proprietà in perpetuo per asilo. Fiore all’occhiello dell’attività architettonica di Morra a Buenos Aires è stato appunto il complesso della Recoleta, la cui direzione dei lavori è stata affidata a un altro collega italiano, Francesco Pinaroli.

L’intero progetto ha preso il via nel 1884 per concludersi tre anni dopo, con fondi provenienti dalla beneficenza pubblica e dal governo nazionale del presidente Miguel Juárez Celman. In partenza sul sito è stata costruita una Casa per ragazze, successivamente un orfanotrofio, una casa universitaria, una casa per anziani oltre a una cappella in stile neogotico. All’interno di questo complesso architettonico, la cappella con linee sobrie ed eleganti e grandi finestre ogivali  è un collegamento tra lo spazio quasi nascosto dell’Hogar de Niñas e l’esterno del quartiere. Una costruzione a tappe cominciata nel 1890 quando i membri dell’opera della Misericordia decisero d’istituire una scuola per ragazze esterne di famiglia con disponibilità finanziarie che aiutassero a sostenere entrambe le opere, prendendo poi il nome di Colegio Nuestra Señora de la Misericordia con l’inaugurazione nel 1900 di un nuovo edificio, costruito dagli architetti Duncan e Clerici. Nel 1896 è stato poi aperto il primo padiglione per le anziane a basso reddito, che oggi si chiama Casa de Ancianas. I piani sono stati realizzati dall’ingegnere belga Julio Dormal, autore del Palazzo Ortiz Basualdo, del Ministero del Governo della Provincia di Buenos Aires e uno degli architetti del Congresso della Nazione Argentina e del Teatro Colón. Nel 1927 è stato invece inaugurato un nuovo padiglione denominato Casa di Pensione Studenti Universitari, che funziona ancora oggi accogliendo giovani da tutto il Paese.

Nel corso degli anni hanno visto la luce molti altri padiglioni e, nel 1979, sotto la presidenza di Riglos de Gowland, l’ultimo è stato abilitato. Oggi 750 ragazzi e ragazze vengono educati alla Misericordia e il complesso ospita l’unico convitto femminile rimasto in città, un edificio ottagonale, all’insegna della calma e dell’eleganza, dove spicca un grande patio centrale alberato, un’oasi in mezzo ai rumori della città. “Da allora e fino a oggi è diventato sempre più difficile per noi mantenere e conservare questi edifici secolari. Facciamo l’impossibile per superare le grandi difficoltà economiche che stiamo attraversando senza alcun tipo di sostegno statale o governativo. Siamo 100 volontari e 250 impiegati che fanno tutto con tanto amore” ha testimoniato a ‘La Nacion’ Angélica Riglos de Gowland, presidente della Ladies of Mercy Society. Più di 160 ragazze frequentano la Casa. Sono alunni dal lunedì al venerdì e nei fine settimana tornano a casa. L’età va dai 4 ai 14 anni e provengono dai quartieri poveri della città e dalla periferia di Buenos Aires.

Vengono offerti laboratori d’istruzione iniziale e primaria, attività sportive e artistiche”, hanno spiegato dal Consiglio di amministrazione. Nella Casa di Cura invece continuano a essere accolte donne anziane con situazioni economiche delicate e ad alta vulnerabilità.

Possono entrare a partire dai 60 anni, pagano il 70% della pensione ed è condizione che siano autosufficienti. Vi risiedono in tutto 65 donne che hanno stanze singole e possono portare anche i loro mobili. Per coprire la grande quantità di spese legate alle opere di beneficenza, i volontari hanno creato l’attività Flox negli anni ’90, nello stesso isolato: una casa che vende regali e oggetti decorativi. Hanno anche allestito l’OGA Misericordia Vintage Fair dove vestiti e oggetti usati di ogni genere vengono regolarmente venduti nel cortile interno della scuola, ma ancora non basta per mettere al sicuro l’intero complesso.

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La Meloni a Kiev entro il 24 febbraio

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unnamedSarò a Kiev “nelle prossime settimane, prima del 24 febbraio”, “l’ho concordato con il presidente ucraino Zelensky” che sta lavorando “a un piano per aprire un dialogo. Bisogna intensificare gli sforzi” di dialogo “ma non si può impedire al popolo ucraino di essere libero”. Questo l’annuncio di Giorgia Meloni a Berlino al termine dell’incontro con il cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Il presidente del Consiglio è poi tornato a parlare dell’aiuto portato da Roma. “Siamo arrivati al nostro sesto pacchetto di aiuti. Noi siamo dove è richiesta la nostra presenza, non faremo mancare il sostegno all’Ucraina anche per arrivare al dialogo“. E ancora: “Se noi non sostenessimo l’Ucraina non avremmo la pace, ma avremmo una invasione”. “Aiutare” Kiev “è l’unico modo per portare la pace”, ha affermato.

Tra i tanti temi toccati c’è anche quello dell’immigrazione. Meloni ha ribadito come la gestione dell’immigrazione “non può essere lasciata ai trafficanti” e spiegato come l’Italia abbia fatto “la sua parte” per i rifugiati ucraini, per quanto riguarda il fronte del nord Africa “deve esserci la disponibilità di contrastare l’immigrazione” illegale con quote “d’immigrazione legale”, osserva il presidente del Consiglio.

“La gestione deve essere affidata ai Paesi e all’Europa”, dice Meloni, ribadendo che ci deve essere differenza tra immigrazione. “Sulla questione migratoria, la posizione italiana riguarda la necessita’ di operare con i Paesi di origine e transito per contrastare il traffico essere umani“, ha aggiunto la premier. “Vanno governati in modo diverso il tema dei rifugiati e quello delle migrazioni – ha osservato. Sul fronte sud “le due cose si sono spesso sovrapposte e questo fa sì che non sempre chi arriva in Italia non ha diritto alla protezione”

“Questo – ha rimarcato – crea difficoltà quando si ha bisogno di aiutare chi ha davvero bisogno di protezione. Più quote d’immigrazione sono coperte da chi entra illegalmente e meno possibilità ha chi vuole entrare legalmente”.

Non credo che aiutare questa gente, i trafficanti, ad arricchirsi sia il modo per affrontare la questione con responsabilità e solidarietà. Io sono disponibile ad aprire i consolati in Africa per far fare domande regolari e poi distribuire chi può entrare. Diverso è gestire mescolando regolari, irregolari, profughi, immigrati economici come se fossero la stessa cosa”

C’è spazio anche per una battuta sui suoi rapporti con Berlino e con la lingua tedesca. “Io avrei detto che sono allergica alla Germania? Non so quando avrei detto questa cosa… Francamente non ne ho memoria. Io ho detto che l’unica lingua che non sono riuscita a imparare è il tedesco. È una lingua complessa e lo confermo. Sul tedesco ho fallito, ma non perché fossi allergica…“.

Scholz: “Italia e Germania fortemente connesse”

“I nostri due Stati hanno un forte settore industriale, sono fortemente interconnessi e abbiamo un forte interesse che i nostri rapporti vengano approfonditi”. Queste le parole del cancelliere tedesco, Olaf Scholz, nella conferenza stampa congiunta. “Vedo una intesa in politica estera e in quella della sicurezza, soprattutto in merito all’aggressione russa dell’Ucraina e quando si tratta di superare le conseguenze della guerra”, conclude.

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A New York si parla dei borghi più belli d’Italia

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downloadQuando l’Italia dei piccoli e suggestivi borghi dove il tempo sembra essersi fermato, dove la cultura, la storia, l’architettura e la cucina chiamano gli italiani sparsi nel mondo. Un invito per visitare questi piccoli tesori del grande patrimonio delle eccellenze italiane. Un richiamo per vedere le incantevoli meraviglie naturali, culturali e artigiani e conoscere la gastronomia locale e i prodotti che in questi borghi vengono manufatti.  

È successo nell’elegante sede dell’Italian Trade Agency, a Manhattan dove Fiorello Primi, presidente dell’Associazione dei Borghi più belli d’Italia e l’onorevole Angelo Sollazzo, presidente della Confederazione degli Italiani nel Mondo, si sono incontrati con la comunità italiana di New York per presentare la loro iniziativa.

Sotto l’accurata regia di Alessandro Crocco, presidente dei Comites di New York, New Jersey e Connecticut, il padrone di casa, il direttore dell’ICE di New York Antonio Laspina, ha aperto i lavori sottolineando l’importanza dei piccoli comuni sia per le loro qualità di vita, che per le caratteristiche dei prodotti artigianali che vengono realizzati nei piccoli centri che con la loro indiscutibile qualità, come una calamita, attraggono il turismo e rilanciano il made in Italy.

Il Console generale di New York, Fabrizio di Michele, ha parlato dei legami degli italiani emigrati negli Stati Uniti con il loro Paese di origine e come il Consolato cerchi di essere sempre più efficiente e presente con la comunità italiana di New York, New Jersey e Connecticut, dando particolare attenzione al turismo di ritorno.

Il Console Generale Fabrizio Di Michele – Foto di Terry W. Sanders

Il presidente della Confederazione Italiani nel Mondo, CIM, Angelo Sollazzo ha sottolineato l’importanza della comunità italiana disseminata per i 7 continenti con l’immenso potenziale dei consumatori dei prodotti italiani che questa gigantesca fascia rappresenta. “Gli italiani all’estero sono i divulgatori delle tradizioni, della cultura, della cucina italiana nel mondo. Sono gli ambasciatori del made in Italy” ha detto con orgoglio il presidente del CIM aggiungendo che l’82 % dell’emigrazione all’estero proviene dai piccoli borghi d’Italia.

Infine Fiorello Primi ha raccontato la storia dell’Associazione dei Borghi più belli d’Italia della quale fanno parte 334 borghi. Delle iniziative come “La Notte Romantica” in cui tutti i borghi dell’Associazione nell’ultimo fine settimana di giugno organizzano serate celebrare l’amore nella magìa delle piazze, dei vicoli, dei palazzi nei Borghi più belli d’Italia. Una serata indimenticabile, a lume di candela, per gustare i menù studiati per l’occasione. Oppure “Il Borgo dei Desideri” per celebrare con le stelle cadenti la notte di San Lorenzo. 

Un invito a visitare un’Italia tradizionale, non contaminata dalla produzione di massa, ma dal richiamo della genuinità della vita nei piccoli centri e dalla qualità dei prodotti artigianali che producono. 

da La Voce di New York