Riconoscimento dei titoli di studio italiani in Australia, come funziona?

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banideraaustraliana“Tra i temi discussi recentemente dall’ambasciatore Paolo Crudele e il ministro dell’immigrazione Andrew Giles (Minister for Immigration, Citizenship and Multicultural Affairs) vi è stato il riconoscimento dei titoli di studio italiani e le difficoltà spesso incontrate da chi si accinge a far riconoscere le proprie qualifiche. “Ho posto sul tavolo il tema del riconoscimento dei titoli e delle modalità selezione che le autorità australiane adottano per alcune figure professionali e che talvolta sono anche un po’ un ostacolo alla comunicazione tra i due Paesi”, ha dichiarato l’ambasciatore in un’intervista con SBS Italian. “Le riflessioni che mi sono state portate dai Comites, dai Coasit, dal modo dell’associazionismo italiano in generale — ho voluto formalmente anche comunicarle al ministro competente”. In questo nostro segmento sull’immigrazione abbiamo chiesto all’agente d’immigrazione Emanuela Canini di spiegarci come funziona in generale il riconoscimento dei titoli di studio italiani”. A intervistare Canini sono stati Carlo Oreglia e Francesca Rizzoli per “Sbs Italian”, lo special broadcasting in onda in italiano in tutta l’Australia.
“”La situazione del riconoscimento dei titoli è molto complessa, perché non esiste una procedura unica per tutto e per tutti”, ha spiegato Canini.
Innanzitutto ci sono diversi livelli di riconoscimento e il primo è quello governativo tramite il cosiddetto CEP, Country Education Profile, spiega Canini.
“Il CEP è praticamente un database che descrive tutti i sistemi d’istruzione del mondo e dove i livelli di qualifiche vengono paragonati al sistema australiano”, ha affermato. “Quindi non riconosce la qualifica nel contenuto ma soltanto il livello, cioè se una laurea brasiliana ad esempio presa da una certa università può essere paragonata al livello di laurea australiana, oppure può essere paragonata solo a un diploma avanzato”.
In questo senso le lauree italiane triennali sono normalmente riconosciute a livello di laurea australiana, anche se in alcuni casi per alcune occupazioni serve la laurea magistrale o quella di vecchio ordinamento da cinque anni, spiega Canini.
Per quanto riguarda i diplomi italiani, invece, normalmente questi vengono riconosciuti a livello di certificato IV e non a livello di diploma.
“Questo database è quindi un punto di riferimento per gli enti che si occupano del riconoscimento professionale delle varie occupazioni e che di conseguenza creano la propria procedura”, ha affermato Canini.
C’è poi un secondo livello che regola il sistema, e in Australia ogni occupazione ha il suo ente specifico, spiega Canini.
“A seconda di quello che ci dobbiamo far riconoscere e del tipo di visto che dobbiamo fare, ci saranno dei requisiti che dobbiamo far valutare”, spiega Canini.
“Quindi gli ingegneri faranno la procedura con l’ordine professionale degli ingegneri e cioè Engineers Australia; chi fa un mestiere — ad esempio cuoco, carpentiere, muratore e così via — dovrà rivolgersi all’ente che si chiama TRA (Trades Recognition Australia); chi si occupa di marketing farà il riconoscimento con un altro ente che si chiama Vetasses, e così via”.
È importante però notare che non stiamo parlando solo di riconoscimento di titoli accademici, spiega Canini, perché molti di questi enti richiedono anche un certo numero di anni di esperienza lavorativa svolti con certe modalità e in certi tempi, mentre altri richiedono anche un certo livello d’inglese.
“Alla fine il governo ha delegato questi enti, che sono gli specialisti del settore, di occuparsi di queste procedure come meglio credono”, spiega Canini.
“Alcuni Paesi anglosassoni sono facilitati nel riconoscimento dei titoli per alcune occupazioni perché il loro sistema d’istruzione è molto simile, oppure ci sono degli accordi internazionali che includono un certo numero di Paesi che hanno questi vantaggi”.
Purtroppo le università italiane non rientrano in questi accordi, per cui gli italiani si ritrovano comunque a fare la procedura standard come tanti altri, ha concluso l’agente d’immigrazione”. (aise) 

da SBS Italian




Ancora Trump

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054510171 09bd5821 4ef7 41a6 9119 dc53c7d78bb8È ufficiale, Donald Trump è in corsa per la Casa Bianca. La campagna per le presidenziali del 2024 entra nel vivo mentre ancora si contano i voti del Midterm.

The Donald ha inviato le carte alla Federal Election Commission (Fec) e fatto “il grande annuncio” a Mar-a-Lago, come promesso: “Per rendere l’America di nuovo grande e gloriosa”, “Il ritorno dell’America inizia ora”, “Non c’è mai stato un movimento come il nostro”, “Con Biden sono stati due anni di dolore”.

Un discorso di un’ora

Un’ora di discorso, e se il tono è stato quello di una Maga rally, lo scenario è stato quello delle grandi occasioni, la sala da ballo di Mar-a-Lago, 2000 metri quadrati di stucchi bianchi e dorati, 514 posti a sedere, 33 bandiere americane per incorniciare il palco presidenziale.

l 16 agosto del 2015 Trump lanciò la sua prima campagna scendendo da una scala mobile dorata nell’atrio della sua “torre” newyorchese, circondato dalla famiglia al completo. A Mar-a-Lago c’erano solo Melania e il figlio Barron, insieme ad alcuni fedelissimi amici e advisor, Roger Stone, Kash Patel, Sebastian Gorka, Mike Lindell.

Nel 2015 si era presentato agli elettori come l’uomo d’affari di successo, la star della reality tv in grado di “drenare lo stagno di Washington” al grido di “Build the Wall”, “Costruiamo il Muro”.

La rinascita dopo la sconfitta

Oggi lancia la sua candidatura dopo una nuova sconfitta elettorale e mentre su di lui incombono le inchieste per l’assalto al Congresso, i documenti classificati nascosti nella sua residenza della Florida e le accuse di frode fiscale.

Anche i media conservatori sembrano avergli voltato le spalle. Rupert Murdoch (magnate di un impero che va da Fox News al Wall Street Journal e fino al New York Post) avrebbe detto chiaramente a The Donald di non appoggiare la sua ricandidatura. Gli preferisce Ron DeSantis che proprio Murdoch avrebbe ribattezzato “Ron DeFuture”.

Ma Trump non si ferma: “Con la mia leadership siano stati una grande e gloriosa nazione, ora siamo in declino”, mentre la Russia lancia missili in Polonia “noi abbiamo un presidente che si addormenta” ai vertici internazionali.

Colpa dei cinesi

Quanto al “deludente” risultato del Midterm per i repubblicani (per usare le parole di DeSantis), Trump smentisce: “Abbiamo riconquistato il Congresso” e “licenziato la Speaker Nancy Pelosi”.

La sconfitta del 2020? Colpa delle interferenze cinesi e del voto anticipato che va abolito. L’annuncio era stato pianificato da mesi. A gestire la sua campagna dovrebbero essere Chris LaCivita e Susie Wiles con la collaborazione di Brian Jack che è stato suo direttore politico alla Casa Bianca e che guida le operazioni politiche di Kevin McCarthy, appena confermato leader Gop alla Camera.

Per la prima volta, il suo quartier generale non sarà a New York ma in Florida, nuovo baricentro della politica americana. Nella storia statunitense, solo un altro presidente si è ricandidato 4 anni dopo aver lasciato la Casa Bianca, il democratico Grover Cleveland che vinse la rielezione nel 1892.

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Ucraina: segnali di pace?

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232701783 7634b976 26cf 4366 97d7 c3fe5a351443“Restituiremo tutto. Torniamo alla vita normale. La pace per l’Ucraina si sta avvicinando. Per tutto il nostro Paese”. Lo ha dichiarato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, nel suo messaggio video notturno.

“Quando c’è una bandiera ucraina, c’è civiltà. C’è libertà. C’è la previdenza sociale. C’è l’infrastruttura. C’è la sicurezza. C’è qualcuno che si prende cura delle persone. Ci sono tutte le cose che scompaiono e che vengono distrutte quando arriva l’occupante”, ha detto Zelensky, “questo è ciò che significa la bandiera russa: completa desolazione. Non c’è elettricità, nessuna comunicazione, niente internet, niente televisione. Gli occupanti hanno distrutto tutto da soli, apposta. Questa è la loro operazione speciale”.

“Alla vigilia dell’inverno, gli occupanti russi hanno distrutto assolutamente tutte le infrastrutture critiche per il popolo”, ha proseguito il presidente ucraino, “assolutamente tutti gli oggetti importanti della città e della regione vengono sottratti. È felicità per tutti quando la Russia viene espulsa. La felicità che ci sarà in quelle città e comunità che la Russia ha privato della vita normale sia dopo il 24 febbraio che nel 2014. Restituiremo tutto. Torniamo alla vita normale. E sappiamo che la pace per l’Ucraina si sta avvicinando. Per tutto il nostro Paese”.

In serata, lL’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede alla Russia di pagare le riparazioni per i danni causati con l’invasione dell’Ucraina.

Il testo, promosso da Kiev e da molti suoi alleati, è stato approvato con 94 voti favorevoli, 14 contrari e 73 astenuti. La risoluzione afferma che la Russia deve “essere ritenuta responsabile di tutte le violazioni del diritto internazionale in Ucraina”. Viene poi chiesta l’istituzione di un meccanismo internazionale di riparazione e raccomandata la creazione di un “registro internazionale dei danni” per documentare le perdite subite dall’Ucraina, dai suoi cittadini e dalle sue imprese durante il conflitto.

La Cina ha votato contro la risoluzione. “Al fine di mantenere la fiducia nell’Assemblea generale, al fine di proteggere lo spirito di cooperazione e solidarietà multilaterale, a sostegno dello stato di diritto e della giustizia, la Cina voterà contro il progetto di risoluzione”, ha affermato il rappresentante di Pechino, secondo quanto riporta Ukrinform. Hanno inoltre votato contro la risoluzione Russia, Bielorussia, Zimbabwe, Iran, Corea del Nord, Cuba, Mali, Nicaragua, Siria, Commonwealth delle Bahamas, Repubblica Centrafricana, Eritrea ed Etiopia.

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USA. Oggi l’annuncio della candidatura di Trump?

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215547782 fbdf8e73 dfc2 4c52 b762 e286891afb50Il ‘grande giorno’ dell’annuncio di Donald Trump è arrivato. O, almeno, dovrebbe.

Perché quello in cui il tycoon dovrebbe ufficializzare la sua candidatura per le presidenziali del 2024 è un appuntamento che, secondo i media americani, si sarebbe dovuto celebrare già altre volte: a inizio settembre, dopo il Labor Day, poi nell’ultimo comizio prima del voto, in Ohio, poi il 9 novembre, dopo il voto, e infine il 15 a Mar-a-Lago, nel resort in Florida di Trump.

Tra le date c’era anche il giorno di Thanksgiving, il vero Natale americano, il 24 novembre, ultimo giovedì del mese, ma alla luce degli ultimi sviluppi si sarebbe potuto tenere la notte di Halloween, considerati gli ’spettri’ della sconfitta al Senato per i Repubblicani.

Alla fine i consiglieri del suo staff hanno spezzato i dubbi e dato appuntamento per martedì 15 novembre,

Non un giorno scelto a caso. È il giorno dopo la scadenza del termine fissato dalla commissione d’inchiesta del Congresso, che aveva convocato il tycoon a testimoniare sui fatti del 6 gennaio 2021, quello dell’insurrezione a Washington. Come ogni cosa che lo riguarda, Trump ci arriverà con tutto il carico di tensioni, popolarità e controindicazioni: un’ala del Partito repubblicano ha provato a convincerlo a rimandare l’annuncio, per non compromettere la corsa di senatore in Georgia del suo candidato, l’ex campione di football Herschel Walker, che il 6 dicembre andrà al ballottaggio con il democratico Raphael Warnock.

Se i liberal dovessero aggiudicarsi anche questa sfida, finirebbero addirittura per avere cinquantuno seggi, uno in più di questa legislatura, e dunque persino in grado di neutralizzare il peso di uno dei due moderati, Joe Manchin e Kyrsten Sinema, che in questi due anni hanno tenuto il partito sotto scacco.
Trump non vuole rinviare l’annuncio, perché lo considererebbe “umiliante”, un segno di debolezza proprio nel momento in cui gli americani conservatori cominciano a guardare al governatore della Florida Ron DeSantis come il candidato da lanciare nel 2024.

Se c’è una cosa che Trump non contempla nel suo personale dizionario è la parola ‘debolezza’. Tutti i media si stanno preparando al “very big announcement”: la Cbs ha inviato da giorni una troupe a Mar-a-Lago, lo stesso ha fatto la la Cnn. Il Washington Post ha predisposto aggiornamenti live. La buona notizia per molti giornalisti è il fatto che raggiungere Miami da Washington è molto semplice, ma non lo sarà prevedere che cosa ne verrà fuori. O, almeno, non più di quanto avvenne nel 2016 quando Trump annunciò la sua tumultuosa candidatura alle presidenziali.

Allora bisognava tenere a bada un personaggio che aveva appena attaccato sui social Barack Obama, di cui aveva messo in dubbio l’origine americana. Sei anni fa i media erano convinti che il passaggio istituzionale della candidatura avrebbe finito per moderare i toni e contenere l’esuberanza del miliardario newyorkese. Previsione non azzeccata. Adesso Trump arriva dopo essere stato accusato di aver promosso l’insurrezione del 6 gennaio e dopo aver denunciato i brogli elettorali in Pennsylvania, Nevada e Arizona. In più ha quattro procure che gli stanno alle calcagna.

Sei anni fa l’annuncio dominò i notiziari, e adesso? La crescita verticale di popolarità di DeSantis, su cui si sono già spalmati i media di Rupert Murdoch come Fox News e New York Post, potrebbe togliere forza al momento mediatico del “big announcement”, ma non l’effetto drammatico che avrà sul Gop. Chi non confermerà il pieno appoggio a Trump è destinato a finire nel mirino dei supporter del tycoon.

Alcuni rappresentanti del partito hanno già mandato segnali di freddezza. “I candidati di Trump – ha commentato il senatore repubblicano della Louisiana Bill Cassidy – hanno fatto male. Ora dobbiamo guardare al futuro, il popolo americano vuole idee nuove”. E, sottinteso, candidati nuovi. L’ex governatore del New Jersey, Chris Christie, lo ha attaccato in modo frontale: “Questa sconfitta ha un solo responsabile: Donald Trump”. Il fedelissimo Josh Hawley, quello che aveva salutato l’insurrezione del 6 gennaio, ha dichiarato “morto il vecchio partito repubblicano”, ma senza indicare stavolta con chi comincerà quello “nuovo”.

Sui social molti elettori conservatori invocano DeSantis e scaricano Trump che, intanto, ha attribuito la colpa del mezzo flop delle elezioni sul leader dei Repubblicani al Senato Mitch McConnell. Clima molto trumpiano, ma con una differenza: nel 2016 il grande avversario del tycoon sarebbero stati i Democratici. Stavolta, saranno quelli del suo stesso partito e il fatto che l’annuncio arriverà da quella Florida che sta lanciando il suo potenziale sfidante, sembra la chiusura del cerchio, o l’inizio dello scontro.

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Italia/Francia: il migrante dove lo mettiamo?

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133221517 a9327a83 9942 4bf6 a7a9 f738e33e05ce“L’Italia non mantiene l’impegno fondamentale nel meccanismo di solidarietà europea, non faremo quanto era stato previsto, ovvero accogliere 3.000 migranti attualmente sul territorio italiano”. Lo ha dichiarato il portavoce del governo francese, Olivier Veran. Parlando ai microfoni di Bfm-Tv, ha detto che la Francia non accoglierà “un po’ più di 3.000 persone” sbarcate in Italia, “di cui 500 entro la fine dell’anno” nell’ambito del meccanismo di solidarietà europea.

L’Italia ha rifiutato di accogliere nei suoi porti la nave della Ong Ocean Viking, che trasportava 234 migranti, poi accolta venerdì in Francia, a Tolone. Per il governo francese, questo rifiuto è da parte di Roma un rifiuto degli accordi europei sull’accoglienza dei migranti, e va sanzionato, scrive la tv sul suo sito web.

Per Veran “l’Italia è perdente perché c’è normalmente un meccanismo europeo di solidarietà, il che significa che un gran numero di Paesi europei, in particolare Francia e Germania, si impegnano in cambio del fatto che l’Italia accoglie le navi delle Ong”.

Il sistema prevede che una dozzina di Stati, tra cui la Francia, accolgano volontariamente 8.000 migranti arrivati in Paesi cosiddetti “in prima linea” come l’Italia, ma a oggi solo 117 sono stati ricollocati.

Tajani: “L’Europa faccia un piano”

Stamattina, prima dell’uscita di Veran, in una intervista al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva definito la reazione della Francia alla questione dei migranti salvati dalla nave Ocean Viking “sproporzionata, anche per questioni loro di politica interna”, “è l’Europa che deve fare un piano, non l’Italia”.

Il capo della Farnesina ha detto che l’Italia sul tema migranti ha “posto un problema politico, non volevamo creare alcuna polemica. Vogliamo un’azione europea più forte perché i settemila chilometri di costa italiana sono la frontiera Sud dell’Europa”.

Secondo Tajani, “servono un vero piano Marshall europeo per l’Africa e accordi con Libia, Tunisia, Marocco, Niger e altri Paesi del Sahel”.

Il ministro ha negato l’isolamento internazionale dell’Italia: “Non siamo affatto isolati – ha detto – Germania e Lussemburgo rispetteranno i patti, come noi. E sono solidali anche Grecia, Malta e Cipro che hanno firmato con l’Italia una dichiarazione congiunta dei ministri dell’Interno perché hanno lo stesso problema”.

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Il Senato USA ancora ai democratici

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024555108 f64fe06d 1276 4346 a358 7eb5c4e1476eI democratici manterranno la loro ristretta maggioranza al Senato per i prossimi due anni, secondo le proiezioni di Cnn e Nbc, dopo le vittorie ottenute nelle serrate competizioni elettorali in Nevada e Arizona. I democratici ora hanno 50 seggi al Senato contro i 49 dei repubblicani.

In Nevada, la CNN prevede che la senatrice democratica Catherine Cortez Masto, ex pubblico ministero e procuratore generale dello stato, sconfiggerà il repubblicano Adam Laxalt, suo successore nell’ufficio del procuratore generale e figlio e nipote di ex senatori.

In Arizona, la CNN prevede che il senatore democratico Mark Kelly, ex astronauta e marito dell’ex rappresentante Gabrielle Giffords, sconfiggerà il repubblicano Blake Masters, un venture capitalist sostenuto da Trump e supportato dal magnate della tecnologia ed emergente megadonatore del GOP Peter Thiel.

La corsa della Georgia tra il senatore democratico Raphael Warnock e lo sfidante repubblicano Herschel Walker è diretta al ballottaggio di dicembre dopo che nessuno dei due candidati ha superato la soglia del 50% martedì.

Anche se i repubblicani vincessero il ballottaggio in Georgia, tuttavia, la vicepresidente Kamala Harris continuerebbe a esprimere il voto decisivo in un Senato equamente diviso per garantire la maggioranza democratica.

Finora solo un seggio al Senato è passato di mano alle elezioni di medio termine del 2022: Pennsylvania, dove il vicegovernatore democratico John Fetterman, che ha condotto la sua campagna ancora convalescente da un ictus di maggio, ha sconfitto il repubblicano Mehmet Oz, il famoso medico che aveva ottenuto la benedizione dall’ex presidente Donald Trump.

I repubblicani hanno difeso con successo i loro posti in gare combattute in Florida, North Carolina, Ohio e Wisconsin, mentre i democratici hanno mantenuto i loro posti in quelle competitive in Arizona, Colorado, Nevada e New Hampshire.

E’ un’ottima notizia per l’amministrazione Biden, perché l’elezione di giudici e la nomina di ambasciatori e membri del gabinetto non saranno sotto l’egida di un Senato nelle mani di Mitch McConnell ma di competenza di Chuck Schumer che manterrà il suo ruolo di leader della maggioranza.

L’importanza della Georgia

L’affermazione dei democratici in Senato rappresenta un notevole risultato nelle elezioni di medio termine e un ribaltamento della previsioni che davano per scontata la vittoria repubblicana in entrambe le camere del Congresso.

Tradizionalmente, le elezioni di Midterm puniscono il partito al potere e, con l’aumento dell’inflazione e la popolarità di Biden in caduta libera, i repubblicani si aspettavano di cavalcare una irresistibile “onda rossa” e conquistare sia il Senato che la Camera.

Ma l’ondata non è mai andata molto oltre un’increspatura anche se la conquista del controllo del Senato non deve fare dimenticare che la Georgia attende ancora il ballottaggio, fissato per dicembre.

Né il senatore democratico Raphael Warnock né lo sfidante repubblicano Herschel Walker hanno superato la soglia del 50% necessaria per vincere le elezioni di martedì e anche se una eventuale vittoria repubblicana sarebbe solo simbolica , quella in Georgia si preannuncia come una sfida non meno dura.

I democratici puntano a ottenere una netta maggioranza e i repubblicani a dare un segnale forte all’elettorato e al Congresso. La sfida finale si allunga ancora un po’.

agi.it




DeSantis, un trionfo in Florida e una terra promessa

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050402208 210ec7b9 ac06 4cb4 8c4c b5c5cd207447Il voto di Midterm non è ancora consolidato, la maggioranza del Congresso è tutta da scoprire, ma una cosa è certa: la campagna per le presidenziali inizia domani e parte dalla Florida. Dice Donald Trump: “Stanno succedendo tante cose buone”. E se lo dice lui, che spesso ne combina di cattive, allora almeno questo è vero.

C’è festa nel resort di Mar-a-Lago, si celebra l’elezione del senatore Marco Rubio e quella di Ron DeSantis che fa il bis al governo della Florida, una vittoria-lampo. Rubio era il candidato di The Donald, DeSantis è l’uomo nuovo del Partito repubblicano.

I media dichiarano la vittoria di DeSantis subito dopo la chiusura delle urne, il vantaggio su Charlie Crist è del 20%, è l’affermazione no-limits di un 44enne che quattro anni prima aveva vinto con un distacco minimo di circa 30 mila voti e un riconteggio. Dopo il primo mandato, eccolo qua, in trionfo, conquista anche due contee blu, la ‘latina’ Miami-Dade (che da vent’anni era inespugnabile, l’ultimo a prenderla fu Jeb Bush) e la roccaforte progressista (e ultra-ricca), Palm Beach.

Altra coccarda blu che diventa rossa: la contea di Osceola, a maggioranza portoricana. “Sono onorato di aver conquistato la vostra fiducia e il vostro sostegno“, commenta DeSantis, non solo riconfermato alla guida del Sunshine State, ma addirittura proiettato (per ora virtualmente) nella corsa alla Casa Bianca.

Il 2024 è vicino e nello stesso tempo lontano. Lo scenario della corsa presidenziale emerge nel suo commento a caldo: “Non abbiamo solo vinto le elezioni, abbiamo riscritto la mappa politica”. La battaglia è gloria in Florida, che “è rimasta un rifugio sano in un mondo che è diventato pazzo”. E la guerra? C’è tempo per dichiararla, ammesso che lo voglia, in ogni caso l’obiettivo presto o tardi sarà la Presidenza degli Stati Uniti.

DeSantis ha i voti e anche i soldi: ha corso una campagna da 31 milioni di dollari, ma ne ha incassati 200 milioni in donazioni, la notizia è che ha risparmiato un tesoretto pari a 66 milioni di dollari. Per una campagna presidenziale sono una goccia, ma anche un buon inizio. Tre volte congressman, DeSantis dopo aver ottenuto quattro anni fa la nomination repubblicana a governatore della Florida, si è dimesso.

Non aveva la vittoria in tasca, ma è riuscito a superare le primarie da outsider contro il candidato dell’establishment del Gop proprio grazie all’endorsement di Donald Trump. È una ‘creatura’ dell’ex presidente e la sola idea che questo ‘figlio’ possa candidarsi alla Casa Bianca nel 2024 – per soprammercato senza il suo via libera – lo fa imbufalire, fino a battezzarlo con il nome di ‘Santimonious’.

La leadership di DeSantis è cresciuta durante la pandemia, quando si è opposto all’obbligatorieta’ del vaccino e ai lockdown, cosi’ la Florida ha tenuto botta durante la crisi. Il suo profilo oggi è quello di un ‘trumpiano’ che pensa e agisce da solo, forse ha un piano, forse no, quando ha fatto decollare due aerei pieni di immigrati clandestini verso Martha’s Vineyard, la base repubblicana ha fatto la ola.

Durante la campagna elettorale Trump e DeSantis non si sono mai incontrati, hanno tenuto comizi paralleli, ma su coste opposte. La distanza tra Ron e Don c’è, l’abbiamo vista anche nella notte del trionfo. Trump a Mar-a-Lago, DeSantis a Tampa dove ha definito il suo Stato come una “terra promessa”.

E di nuovo, siamo alla metafora biblica e a un contesto piu’ elevato, la piattaforma è la Florida, l’obiettivo è la nazione: “Ora, mentre il nostro paese annaspa a causa di una leadership fallimentare a Washington, la Florida è nella giusta direzione”. Indirizzo: 1600 Pennsylvania Avenue, Casa Bianca.

da agi.it




I Lucchesi nel Mondo programmano il futuro dell’associazione

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cervelliinfuga emigrazione italianinelmondo viaggiL’ultima edizione del Rapporto Italiani nel mondo, edito a cura della Fondazione Migrantes, presentata ieri a Roma è stata l’occasione per puntare nuovamente l’attenzione sui flussi migratori in partenza dall’Italia, sulle caratteristiche delle nostre comunità all’estero e, di conseguenza, sullo sviluppo di progetti mirati al loro coinvolgimento nella promozione del Sistema Paese e delle relazioni economiche. Aspetti che verranno illustrati a breve anche a Lucca durante la presentazione dell’edizione 2022 organizzata dall’Associazione Lucchesi nel Mondo, che da più di cinquanta anni opera su queste tematiche in sinergia con le istituzioni pubbliche e private del territorio e nazionali.
“Gli anni passano ma è ancora attualissimo il ruolo delle associazioni di emigrazione, sia per l’opera di mantenimento dei legami con i conterranei all’estero sia per il costante richiamo dell’attenzione delle situazioni della comunità di origine rispetto alla valorizzazione di queste stesse relazioni”, rileva l’associazione. A conferma di questa attualità i numeri presentati ieri dalla curatrice del Rapporto, Delfina Licata: dal 2006 al 2022 la mobilità italiana è cresciuta dell’87% in generale, del 94,8% quella femminile, del 75,4% quella dei minori. Come segnatamente esplicitato nello stesso Rapporto, “una mobilità giovanile che cresce sempre più perché l’Italia ristagna nelle sue fragilità; ha definitivamente messo da parte la possibilità per un individuo di migliorare il proprio status durante il corso della propria vita accedendo a un lavoro certo, qualificato e abilitante (ascensore sociale); continua a mantenere i giovani confinati per anni in “riserve di qualità e competenza” a cui poter attingere, ma il momento non arriva mai. Il tempo scorre, le nuove generazioni diventano mature e vengono sostituite da nuove e poi nuovissime altre generazioni, in un circolo vizioso che dura da ormai troppo tempo””.
Al 1° gennaio 2022 i cittadini italiani iscritti all’AIRE sono 5.806.068, il 9,8% degli oltre 58,9 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l’Italia ha perso in un anno lo 0,5% di popolazione residente (-1,1% dal 2020), all’estero è cresciuta negli ultimi 12 mesi del 2,7% che diventa il 5,8% dal 2020. In valore assoluto si tratta di quasi 154 mila nuove iscrizioni all’estero contro gli oltre 274 mila residenti “persi” in Italia.
Tutte le regioni italiane perdono residenti aumentando, però, la loro presenza all’estero, e questo dato dovrebbe andare a consolidare l’attenzione delle Regioni verso i corregionali che vivono fuori dal nostro Paese.
In questo solco, sottolineano i Lucchesi nel Mondo, “si pone la rinnovata sensibilità che la Regione Toscana, anche su costante sollecitazione degli enti locali e della nostra associazione, ha verso le comunità toscane all’estero, un’attenzione che ha portato alla ripartenza dell’organismo regionale appositamente dedicato che si insedierà proprio tra pochi giorni a Firenze per tracciare le proprie linee progettuali. L’intento sia dell’organismo regionale sia della Lucchesi nel Mondo è quello di creare un network di competenze, contatti, relazioni e scambi culturali ed economici, che, a partire dallo sviluppo del Turismo delle Radici, costruiscano azioni mirate a coinvolgere sia i veri e propri cittadini italiani residenti all’estero (ovvero coloro che risultano iscritti all’AIRE, un numero decisamente minore rispetto alla loro reale consistenza) sia più genericamente gli italiani nel mondo, ovvero quanti, non legalmente cittadini italiani, si considerano appartenenti al fenomeno della diaspora italiana in rapporto alle loro origini e all’identificazione con le proprie radici nazionali e culturali”.
L’Associazione comunica, quindi, che sta lavorando al completo rinnovo della comunicazione proprio per meglio raggiungere e coinvolgere i nostri all’estero, soprattutto le giovani generazioni che, sfatiamo un mito, pur non rientrando nel periodo tradizionale del settembre lucchese, mantengono un altissimo interesse per i loro luoghi d’origine”. Oltre alla newsletter, dunque, sarà a breve on line il nuovo sito internet che, anticipano da Lucca, presenterà storia, servizi e attività dell’associazione, sia in italiano che in inglese, accessibile anche ai non vedenti. Saranno anche realizzati dei depliant da distribuire nelle strutture turistico-ricettive e nei punti di informazione turistica con QR code che rimandano al sito per dare modo di ottenere velocemente i riferimenti ed i contatti dell’Associazione e notizie puntuali sulle attività in corso di svolgimento.
Sempre mirata anche al coinvolgimento dei giovani lucchesi all’estero, partirà a metà novembre una iniziativa dedicata alla cucina e alle tradizioni culinarie del nostro territorio realizzata in collaborazione con l’Accademia della Zuppa che organizzerà nella sede dei Lucchesi sopra Porta San Pietro, a partire da mercoledì 16 novembre alle 16, tre incontri dedicati alla Zuppa Lucchese di Magro che saranno mandati in streaming sul canale YouTube dell’Associazione. (aise) 




Mazzola compie 80 anni

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cattura“Una volta ho giocato contro tuo padre. Complimenti, hai onorato la sua memoria”. Le parole che l’asso del Real Madrid, Ferenc Puskas, gli disse dopo la Coppa dei Campioni persa contro l’Inter a Vienna sono la sintesi più felice della carriera di Sandro Mazzola, la leggenda dell’Inter che ha compiuto ieri 80 anni: figlio di Valentino, capitano del Grande Torino, e capace di legare a sua volta il proprio nome a quello di una squadra unica e di una formazione da declinarsi come un mantra, tutto d’un fiato, “sartiburgnichfacchetti”.

Rimasto orfano dopo la tragedia di Superga, da ragazzo alterna il calcio alla pallacanestro ma i consigli di Benito Lorenzi, il famoso “Veleno”, e la guida di Giuseppe Meazza lo convincono a ricalcare le orme del papà. L’esordio in serie A arriva prestissimo, a 18 anni, in una partita passata alla storia perché Angelo Moratti, in segno di protesta per la decisione di far ripetere una gara vinta, manda in campo contro la Juve i ragazzi e Sivori & C. maramaldeggiano vincendo 9 a 1. Solo che quell’”uno”, su calcio di rigore, lo firma proprio Mazzola. Quasi una premonizione.

Nato come centrocampista offensivo, il Mago lo plasma da punta (a fine carriera i gol saranno 162) e al terzo anno, dopo un avvio stentato che sembra preludere a un esonero del tecnico, si ritrova al centro di un attacco con ai lati Jair e Di Giacomo. Recuperato terreno sui bianconeri, i nerazzurri li battono nella decisiva sfida del ritorno con un gol, ancora una volta, di Mazzola, e tornano campioni d’Italia dopo nove anni. È solo la prima di una lunga serie di vittorie, in Italia e fuori. Comprese due Coppe dei Campioni: la prima, quella di Vienna, lo vede realizzare due dei tre gol del 3 a 1 alle Merengues.

Dopo altri due scudetti e due Coppe Intercontinentali, la Grande Inter esaurisce il suo ciclo nel ’67 con la finale di Coppa dei Campioni perduta in finale contro il Celtic Glasgow e lo scudetto sfumato all’ultima giornata a Mantova, ma Mazzola resta protagonista e nel ’70, tornato a vestire i panni del “10” alle spalle di Boninsegna, guida la squadra a un altro tricolore, l’ultimo del suo palmares.

Il ritiro arriva nel ’77, dopo anni ricchi di buone prestazioni personali ma senza acuti di squadra, e coincide con una sconfitta nel derby finale di Coppa Italia: Mazzola, uscendo dal campo, cita Dante: “Vuolsi così colà dove si puote…”.

Meno folgorante, ma comunque ricca di soddisfazioni, la carriera in nazionale: fa parte della rosa campione d’Europa nel ’68 e due anni più tardi è vice campione iridato in Messico, in un Mondiale segnato indelebilmente dalla “staffetta” con il rivale di sempre, Gianni Rivera, voluta dal ct Valcareggi: di solito Mazzola parte titolare e Rivera gli subentra, ma nella finale persa con il Brasile al milanista vengono lasciati solo 6 minuti (al posto di Boninsegna) e le polemiche sono roventi. “Giocavamo in due squadre rivali, ma c’era stima – dirà più volte Mazzola – Nel calcio di oggi avremmo giocato insieme, solo in Italia si creano questi dualismi”.

L’ultima presenza in Nazionale è datata 23 giugno 1974, ed è un giorno amaro, quello della sconfitta contro la Polonia e dell’eliminazione al primo turno dai Mondiali di Germania. Appesi gli scarpini al chiodo, ricopre diversi incarichi dirigenziali, prima all’Inter (1977-1984), poi al Genoa, più tardi ancora al Torino. Con l’arrivo di Massimo Moratti in nerazzurro torna anche a far parte dei quadri della società meneghina, lavorando come responsabile di mercato e portando in nerazzurro tra gli altri Ronaldo, “Il Fenomeno”. Strappato al Barcellona a suon di miliardi con un blitz passato alla storia.

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E si continua a fuggire dall’Italia

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angels unaware 7511461 1920Gli italiani non hanno mai smesso di emigrare e in un anno il Bel Paese ha perso lo 0,5% della popolazione residente.

Dove va chi lascia l’Italia? Prevalentemente in Europa (quasi tre su quattro), ma anche – come accadeva più di un secolo fa – oltreoceano, soprattutto in America Latina.

Da gennaio di quest’anno  cittadini italiani iscritti all’Aire (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) sono 5.806.068, il 9,8% degli oltre 58,9 milioni di italiani residenti in Italia, con una crescita del 2,7% che diventa il 5,8% dal 2020.

Dalla XVII edizione del “Rapporto Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes risulta che si tratta, in valore assoluto, di quasi 154 mila nuove iscrizioni all’estero e che oltre 2,7 milioni (il 47%) sono partiti dal Meridione (di questi, 936 mila circa, il 16%, dalla Sicilia o dalla Sardegna). Più di 2,1 milioni (il 37,2%) sono partiti dal Nord Italia e il 15,7% è, invece, originario del Centro Italia.

Chi sono Il 48,2% degli oltre 5,8 milioni di cittadini italiani residenti all’estero è donna (2,8 milioni circa in valore assoluto). Si tratta, soprattutto, di celibi/nubili (57,9%) o coniugati/e (35,6%). I divorziati (2,7%) hanno superato i  vedovi (2,2%). Prevalgono, come era prevedibile, i giovani (il 21,8% ha tra i 18 e i 34 anni) e i giovani adulti (il 23,2% ha tra i 35 e i 49 anni), mentre gli adulti maturi sono meno di uno su cinque (il 19,4% ha tra i 50 e i 64 anni) o anziani (il 21% ha più di 65 anni, ma di questi l’11,4% ha più di 75 anni). I minori  sono appena il 14,5%.

Dove vanno? Il 78,6% di chi ha lasciato l’Italia per espatrio nel corso del 2021 è andato in Europa, il 14,7% in America, più dettagliatamente latina (61,4%), e il restante 6,7% si è diviso tra continente asiatico, Africa e Oceania.

Da dove vengono? La Lombardia (incidenza del 19% sul totale) e il Veneto (11,7%) continuano a essere, come da ormai diversi anni, le regioni da cui si parte di più. Seguono: la Sicilia (9,3%), l’Emilia-Romagna (8,3%) e la Campania (7,1%). Tuttavia, dei quasi 16 mila lombardi, dei circa 10 mila veneti o dei 7 mila emiliano-romagnoli molti sono, in realtà, i protagonisti di un secondo percorso migratorio che li ha portati dapprima dal Sud al Nord del Paese e poi dal Settentrione all’oltreconfine.

Il monito di Mattarella “Nonostante il periodo della pandemia la tendenza a lasciare il nostro Paese è cresciuta negli ultimi anni” ha rilevato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Gian Carlo Perego. “A partire sono principalmente i giovani – e tra essi giovani con alto livello di formazione – per motivi di studio e di lavoro. Spesso non fanno ritorno, con conseguenze rilevanti sulla composizione sociale e culturale della nostra popolazione. Partono anche pensionati e intere famiglie”, osserva il Capo dello Stato. “Il fenomeno di questa nuova fase dell’emigrazione italiana non può essere compreso interamente all’interno della dinamica virtuosa dei processi d’interconnessione mondiale, che richiedono una sempre maggiore circolazione di persone, idee e competenze. Anzitutto perché il saldo tra chi entra e chi esce rimane negativo, con conseguenze evidenti sul calo demografico e con ricadute sulla nostra vita sociale. Ma anche perché in molti casi chi lascia il nostro Paese lo fa per necessità e non per libera scelta, non trovando in Italia una occupazione adeguata al proprio percorso di formazione e di studio. Il nostro Paese, che ha una lunga storia di emigrazione, deve aprire una adeguata riflessione sulle cause di questo fenomeno e sulle possibili opportunità che la Repubblica ha il compito di offrire ai cittadini che intendono rimanere a vivere o desiderano tornare in Italia”, sottolinea Mattarella.

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