Cresce il disagio degli italiani

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081051604 4b20a03c 09c3 40ca ab33 365acdbb63e4Aumenta il disagio sociale a luglio. Il Misery Index di Confcommercio si è attestato su un valore stimato di 17,5, in aumento di un decimo di punto sul mese precedente. La decisa accelerazione dell’inflazione, spiega una nota, aveva determinato già a giugno un brusco peggioramento (+1,1 punti su maggio), dopo alcuni mesi in cui l’indicatore aveva mostrato segnali di stabilizzazione.

“È presumibile che nell’ultima parte del 2022 e nei mesi iniziali del 2023 l’area del disagio sociale continui ad ampliarsi, poiché appare improbabile un rientro a breve delle tensioni inflazionistiche e, al contempo, crescono le probabilità di un peggioramento del quadro economico generale, con conseguenti effetti sul mercato del lavoro”, afferma Confcommercio.

A luglio 2022 il tasso di disoccupazione ufficiale si è attestato al 7,9%, in ridimensionamento di un decimo di punto rispetto a giugno. Il dato è sintesi di una riduzione degli occupati (-22 mila unità su giugno) e del numero di persone in cerca di lavoro (-32 mila unità in termini congiunturali).  A questa evoluzione si è associata, una crescita degli inattivi (+54 mila unità su giugno).

Nello stesso mese le ore autorizzate di Cig sono state oltre 30,3 milioni, a cui si sommano circa 9,8 milioni di ore per assegni erogati dai fondi di solidarietà. In termini di ore di Cig effettivamente utilizzate, destagionalizzate e ricondotte a Ula si stima che questo corrisponda a poco più di 60mila unità lavorative standard, consolidando il trend di riduzione in atto dalla fine del 2021. Il combinarsi di queste dinamiche ha determinato un tasso di disoccupazione esteso pari all’8,8%, in lieve calo rispetto a giugno.

A luglio i prezzi dei beni e dei servizi ad alta frequenza d’acquisto hanno mostrato una variazione tendenziale dell’8,7% in risalita rispetto all’8,4% del mese precedente. I primi dati di agosto indicano una moderata tendenza al rallentamento di questa dinamica, evoluzione attribuibile in parte al ridimensionamento dei prezzi registrato per i carburanti.

Alla luce delle tensioni che attraversano i diversi mercati difficilmente il dato di agosto può essere letto come l’inizio di una fase meno espansiva dei prezzi dei beni e dei servizi che le famiglie acquistano con maggior frequenza.

agi.it




Carlo, l’eterno principe che diventa Re

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201531709 4e1d3d90 9a27 4f50 9716 3f50c8cc72e1Alla veneranda età di 75 anni, l’eterno principe Carlo diventa Re. L’esatto opposto di sua madre, Elisabetta II, che salì al trono a soli 25 anni quando il padre Giorgio IV mori improvvisamente. Carlo ha aspettato un’intera vita di diventare Re tanto da essere rimasto erede al trono più a lungo di chiunque altro nella Storia e di essere il più anziano principe a indossare la Corona.

La sua vita è stata al centro di gossip e scandali fin dalla giovane età. L’amore impossibile per Camilla, il matrimonio con la giovane Diana e la sua tragica morte, i tradimenti, le rivelazioni pubbliche, la fama di mettere becco negli affari politici del Paese, la decisione di estromettere dalla vita pubblica reale il fratello Andrea e il rapporto travagliato col figlio Harry.

Un uomo che, vivendo nell’ombra di una madre che ha battuto tutti i record possibili della monarchia britannica, ha inevitabilmente vestito i panni – almeno nell’immaginario collettivo – di uno dei personaggi di Aspettando Godot. Da sempre impegnato sulle tematiche ambientali, ha difeso il movimento Extinction Rebellion anche quando, con le sue manifestazioni, è stato al centro di forti disagi sociali. “Capisco la loro rabbia” ha dichiarato circa un anno fa, proprio nei giorni in cui l’allora ministro dell’Interno Priti Patel si organizzava per punirli severamente.

Nel lontano 1968, quando era studente a Cambridge, aveva dichiarato malinconico in una intervista: “Non posso descrivere quanto mi mancano Balmoral, le colline e la vita all’aria aperta, mi sento vuoto e incompleto senza”. E ancora, nel 1986, in una famosa intervista televisiva sul giardinaggio, aveva detto: “Vado spesso da solo a parlare con le piante. Davvero. è molto importante parlare con loro, e loro mi rispondono”. Intervista che aveva suscitato non poche perplessità allora e che, per anni, è rimasta la citazione preferita di chi vedeva in Carlo un futuro regnante un po’ naive.

Carlo oggi è al centro della scena mondiale per aver incessantemente parlato dei pericoli del cambiamento climatico, a dispetto di chi ne rideva. Negli anni è stato invitato ai più importanti summit sul clima e nel 2007 ha ricevuto il premio del Center for Health and the Global Environment della scuola di medicina di Harvard proprio per il suo impegno.

Due anni fa ha incontrato Greta Thunberg al World Economic Forum di Davos e anche lì ha redarguito i leader mondiali: “Vogliamo passare alla Storia come quelli che non hanno fatto nulla per salvare il mondo? Io non voglio essere fra questi!”. Uno dei timori dell’establishment politico britannico è proprio la loquacità con cui Carlo perora le cause in cui crede.

Il timore è che rompa la sacra regola del silenzio della Corona e prenda posizione apertamente sulle politiche del governo. è accaduto recentemente sulla vicenda degli immigrati che venivano mandati dal ministero dell’Interno in Ruanda; Carlo in quell’occasione definì l’iniziativa, senza mezzi termini, “un piano spaventoso”.

Alcuni osservatori prevedono che l’influenza della Corona sui Paesi del Commonwealth verrà meno con la morte della Regina e che Carlo sarà testimone di un lento ma inesorabile distacco delle ex colonie. Al momento il monarca britannico è capo di Stato in 15 Paesi ma Barbados ha già tagliato i ponti, mentre Giamaica, Belize, Antigua e Barbuda sembrano voler seguire lo stesso destino.

Carlo diventa Re in un mondo che è cambiato e sta cambiando. I social media scrutinano impietosamente ogni mossa della Corona. Mantenere alta la reputazione dei Windsor non sarà più facile come era ai tempi di Elisabetta.

agi.it




Muore la Regina Elisabetta d’Inghilterra. Il figlio Carlo al trono con il nome di Carlo III

++ allarme per la regina, tutti i figli al suo capezzale ++

++ allarme per la regina, tutti i figli al suo capezzale ++

La regina Elisabetta, 96 anni, è morta oggi nella residenza scozzese di Balmoral, dove le sue condizioni – fragili negli ultimi tempi nonostante la tempra ferrea – si erano aggravate nelle scorse ore.

L’annuncio ufficiale è arrivato con una nota di Buckingham Palace: “Sua Maestà è morta pacificamente oggi pomeriggio a Balmoral”, vi si legge.

Nel testo si precisa, in riferimento a Carlo e Camilla, che “il Re e la Regina consorte rimarranno a Balmoral stasera e torneranno domani a Londra”. La Bbc ha fatto seguire l’annuncio da un momento di silenzio e dal suono dell’inno God Save the Queen.

Il nuovo sovrano del Regno Unito sarà noto con il nome di re Carlo III. Lo ha confermato Clarence House dopo che la premier britannica Liz Truss lo aveva chiamato così nel suo discorso alla nazione in seguito alla morte della regina Elisabetta II.

“La morte della mia amata madre è un momento di grande tristezza per me e per tutti i membri della mia famiglia”: sono le prime parole di Carlo diventato re, con il nome di Carlo III. “So che la sua morte sarà profondamente sentita in tutto il Paese, il regno, il Commonwealth e da innumerevoli persone nel mondo”, ha aggiunto. “E’ di conforto la consapevolezza dell’affetto e del rispetto provato per la regina”.

La morte della regina Elisabetta “è uno shock per la nazione e per tutto il mondo“. Così la premier britannica Liz Truss che ha parlato alla nazione da Downing Street.

La sovrana, mostratasi in pubblico in piedi ma fragile due giorni fa nella residenza scozzese di Balmoral per il passaggio di consegne alla testa del governo britannico fra Boris Johnson e Liz Truss, premier numero 15 dei suoi 70 anni di regno, era stata già costretta ieri a rinunciare a una riunione virtuale.

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Sua Maestà la Regina Elisabetta II. La Regina Elisabetta, si legge in una nota, è stata “protagonista assoluta della storia mondiale degli ultimi settant’anni”. Alla Famiglia Reale, ai Governi e a tutti i cittadini del Regno Unito e dei Paesi del Commonwealth, le più sentite condoglianze.

ansa.it




Canada. Vincenzo Odoguardi, candidato MAIE al Senato: “Avviciniamo l’Italia agli italiani nel mondo”

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odoguardi senato 768x468Un calabrese che all’estero ha realizzato tutti i suoi sogni, ma che non ha mai dimenticato le sue radici, la sua terra. Tanto da volerci tornare da Senatore. Per chiudere quel cerchio che si è aperto 58 anni fa a Trebisacce, rinomata località marina dell’Alto Jonio, dove Vincenzo Odoguardi è nato e cresciuto fino alla maggiore età.

Il percorso di studi lo ha poi portato lontano dal mare: prima all’Università di Reggio Calabria e poi in Gran Bretagna col programma ‘Erasmus’. Quindi a Boston per un corso di perfezionamento.

In Calabria il padre voleva cedergli il posto fisso come ufficiale postale, un tempo funzionava così, ma Vincenzo aveva altri piani: “Il mio sogno era quello di diventare un imprenditore, e sentivo che avrei potuto farlo da un’altra parte del mondo”.

Architetto di formazione, passaporto italiano e americano, sette lingue parlate (inglese, spagnolo, francese, arabo, russo, portoghese, oltre a un eccellente italiano), oggi Enzo Odoguardi è uno degli imprenditori italiani di successo tra i più influenti a Boston, la città più grande dello Stato del New England.

Alla fine, non ha mai fatto l’architetto e nemmeno l’urbanista. Ha lavorato in Africa, in Europa, nei paesi del Baltico, in Russia, nei Caraibi, e in tante altre zone calde del mondo. Ha fatto prevalentemente il direttore tecnico di multinazionali famose e per lunghi anni è stato responsabile d’importanti progetti come hotel e centri commerciali. Come il più grande hotel italiano a Sharm-El-Sheikh in Egitto, il “Coral Bay Hotel”, o il “Mega Centro” in Repubblica Dominicana, il più grande centro commerciale dei Caraibi.

Nel 2009 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di “Commendatore” dell’Ordine della Stella della Solidarietà. A un certo punto della sua vita da giramondo, Enzo Odoguardi è diventato anche “Console Onorario” nella Repubblica Dominicana. È stato poi presidente della Camera di Commercio Dominico-Italiana, così come della Camera di Commercio Europea, l’Eurocamara, con sede a Santo Domingo, incarico questo che gli ha consentito di conseguire l’onorificenza di Gran Priore dell’Ordine Bizantino del Santo Sepolcro di Malta OBSS, e di Gran Ufficiale dei Cavalieri Templari.

Nei mesi scorsi è diventato coordinatore MAIE Nord America e a settembre aspira a diventare Senatore, mettendo tutta la sua esperienza al servizio degli italiani nel mondo, che ha imparato a conoscere da vicino negli ultimi 30 anni.

Vincenzo Odoguardi, ci spieghi la scelta di scendere in politica candidandosi alle prossime elezioni

Vivendo e lavorando all’estero, vorrei aiutare le tante comunità d’italiani nei loro problemi quotidiani, a volte contemporanei e attuali, altre volte di lunga data e perfino storici. Oltre a impegnarmi per incrementare il successo dell’imprenditoria italiana all’estero. Le comunità italiane sono diverse tra Nord e Centro America, hanno esigenze e problemi diversi, e quindi vanno trattate in modo differente, non ci può essere un’unica politica valida per tutti gli italiani nel mondo.

Cos’è il MAIE e perché i connazionali dovrebbero preferirlo agli altri partiti?

Il Maie è l’unico movimento nato all’estero, ideato e pensato appositamente per gli italiani che vivono all’estero. Non è un partito politico romano, un partito tradizionale. Noi siamo cresciuti con le comunità italiane all’estero e capiamo esattamente quelli che sono i problemi di chi risiede fuori dai confini nazionali. Non abbiamo altri punti in agenda se non quello di risolvere i problemi, rispondere alle esigenze ed ai bisogni, assistere i connazionali che vivono all’estero. Promuovendone il successo e quindi aiutandoli a vivere meglio la loro condizione di emigrazione. Facendo sì che possano continuare a contribuire alla crescita economica del loro paese di adozione, restando però sempre profondamente legati alla propria terra di origine.

Quali sono le tre priorità che le stanno più a cuore, qualora venisse eletto al Senato?

Parlare solo di tre priorità vorrebbe dire sminuire i tanti problemi che abbiamo all’estero. Sicuramente, una cosa che mi piacerebbe fare è iniziare ad aprire degli uffici che potremmo chiamare ‘Sportelli Italia’, o come vogliamo, che raccolgano i problemi delle varie comunità. Vogliamo spingere sull’imprenditoria dei giovani, sul turismo di ritorno, e vogliamo portare avanti le lotte ormai storiche come le pensioni, le tasse (come l’IMU), l’assistenza sanitaria. E poi manca un sostegno sul territorio: è evidente, infatti, che la rete consolare va potenziata, perché così com’è non è assolutamente sufficiente per soddisfare tutte le richieste degli italiani all’estero. Siamo italiani e vogliamo sentirci tali, con il supporto dello Stato che ci meritiamo. Gli italiani all’estero meritano il loro Ministero, un Ministero dedicato agli Italiani nel mondo, che è già esistito nel recente passato e attraverso cui garantire servizi migliori ai connazionali all’estero.

Quale promessa si sente di fare ai connazionali in Canada?

Nel caso dovessi essere eletto, dopo essere stato per tanti anni della mia vita al servizio degli italiani, mi impegno a dedicare il mio stipendio da Senatore all’apertura dei primi tre Uffici o ‘Sportelli Italia’: uno in Canada, uno negli Stati Uniti ed uno in America centrale, in modo da servire nel migliore modo possibile gli italiani all’estero.

da Il Cittadino Canadese – articolo di Vittorio Giordano




L’America ci restituisce opere d’arte esportate illegalmente

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cerimonia darte rubata 1 090622 lvnMilioni di appassionati e semplici curiosi hanno ammirato, per anni, la pregiata mostra di anfore, elmi, terracotte e altri reperti archeologici, che vanno dal 1100 AC al 300 DC, nel famoso Metropolitan Museum of Art di New York.

Nessuno avrebbe immaginato che la provenienza di quei ventisette pezzi straodinari, ventuno italiani, fosse illegale. Capolavori dalle cifre da capogiro che la Procura  Distrettuale di New York in sinergia con i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale hanno provveduto a sequestrare, ricostruendo le vie dell’illecito con base in Svizzera.

La vasta operazione ha coinvolto anche e soprattutto collezioni private americane portando alla confisca complessiva di 58 opere d’arte per un valore di 21 milioni di dollari.

La cerimonia di presentazione delle opere d’arte rubate – Foto di Terry W. Sanders

Il Met, come spiegato nella conferenza stampa di consegna dei reperti, ha collaborato con le forze dell’Ordine dichiarandosi estranea ai fatti. Anche se non è la prima volta che si verificano episodi simili. Tutto è stato portato via ed è pronto per fare ritorno a casa, in Egitto e in Italia. E a questo proposito, gli investigatori hanno appurato che alcuni dei pezzi rubati e in mostra al Met sarebbero finiti nella Grande Mela grazie a Gianfranco Becchina, già noto alle forze dell’Ordine, un noto mercante d’arte siciliano proprietario di una Galleria in Svizzera. Non sarebbe comunque l’unico coinvolto nella operazione. Compaiono anche Giacomo Medici (avrebbe avuto un ruolo importante nella sparizione e trasferimento della testa di Athena), Pasquale Camera ed Edoardo Almagia.

Pezzi da togliere il fiato. Tra queste, la testa di Atena, una coppa di vino greca in terracotta, elmi. Ancora, una tazza di terracotta del 470 A.C., del valore di 1,2 milioni di dollari (era stata comprata dal Met nel 1979).

“Questa nuova restituzione di beni archeologici di grandissimo valore è prova degli straordinari risultati che la collaborazione tra Italia e Stati Uniti nel settore del contrasto al traffico illecito di reperti e opere d’arte continua a produrre da oltre vent’anni. I nostri Paesi credono fermamente nel valore della protezione del patrimonio culturale, al centro di un’attività congiunta che ci rende molto orgogliosi” ha osservato l’Ambasciatrice d’Italia negli Stati Uniti, Mariangela Zappia.

L’Executive Assistant District Attorney di New York County Lisa Delpizzo – Foto di Terry W. Sanders

“Le opere recuperate oggi sono d’immensa rilevanza storica e artistica”, ha commentato il Console Generale a New York Fabrizio Di Michele. “Questa operazione di rimpatrio fa seguito ad altre due analoghe operazioni recentemente concluse con la Procura distrettuale di New York. Soltanto negli ultimi nove mesi, sono oltre 400 le opere d’arte restituite al nostro paese”.

“Un grande dono per l’Italia che riavrà reperti di notevole valore. Opere che si trovavano in diverse collezioni private e in Musei americani molti noti. La base della rete e’ l’Europa, la Svizzera, dove esistono molte Gallerie d’Arte che seguiamo sempre con attenzione”, spiega il Generale di Brigata  Roberto Riccardi del Comando Tutela Patrimonio Culturale.

La cerimonia di restituzione, avvenuta alla presenza dell’Executive Assistant District Attorney di New York County Lisa Delpizzo e del Generale di Brigata Roberto Riccardi del Comando Tutela Patrimonio Culturale, rappresenta la terza in meno di un anno. La prima nel dicembre scorso. Nell’ambito del più grande accordo di restituzione stretto tra i due Paesi, circa 200 reperti archeologici, tra vasi dipinti, busti in marmo, sculturine in ceramica e anche l’antica statua romana transitata per la collezione di Kim Kardashian, tornarono in Italia nel dicembre dello scorso anno. Il valore complessivo fu di circa 10milioni di dollari. La seconda restituzione si è avuta a luglio scorso con 142 opere d’arte stimate circa 14milioni di dollari.

Da La Voce di New York – articolo di Rosa Coppola




Papa Luciani dichiarato Beato

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5papaluciani“Vivi il Vangelo, vivi la vita, senza compromessi”, perché seguire il Signore vuol dire “fare della vita un dono, non un possesso, spenderla imitando l’amore generoso e misericordioso che Egli ha per noi”, “anche se costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati”. Così Papa Francesco nel corso della Santa Messa con cui ieri, domenica 4 settembre, c’è stata in Piazza San Pietro la beatificazione di Giovanni Paolo I, per tutti Papa Luciani.
“Gesù è in cammino verso Gerusalemme e il Vangelo odierno dice che “una folla numerosa andava con lui” (Lc 14,25)”, ha esordito Bergoglio. “Andare con Lui significa seguirlo, cioè diventare discepoli. Eppure, a queste persone il Signore fa un discorso poco attraente e molto esigente: non può essere suo discepolo chi non lo ama più dei propri cari, chi non porta la sua croce, chi non si distacca dai beni terreni (cfr vv. 26-27.33). Perché Gesù rivolge alla folla tali parole? Qual è il significato dei suoi ammonimenti? Proviamo a rispondere a questi interrogativi”.

“Anzitutto”, ha spiegato il Pontefice, “vediamo una folla numerosa, tanta gente, che segue Gesù. Possiamo immaginare che molti siano stati affascinati dalle sue parole e stupiti dai gesti che ha compiuto; e, quindi, avranno visto in Lui una speranza per il loro futuro. Che cosa avrebbe fatto un qualunque maestro dell’epoca, o – possiamo domandarci ancora – cosa farebbe un astuto leader nel vedere che le sue parole e il suo carisma attirano le folle e aumentano il suo consenso? Capita anche oggi: specialmente nei momenti di crisi personale e sociale, quando siamo più esposti a sentimenti di rabbia o siamo impauriti da qualcosa che minaccia il nostro futuro, diventiamo più vulnerabili; e, così, sull’onda dell’emozione, ci affidiamo a chi con destrezza e furbizia sa cavalcare questa situazione, approfittando delle paure della società e promettendoci di essere il “salvatore” che risolverà i problemi, mentre in realtà vuole accrescere il proprio gradimento e il proprio potere, la propria figura, la propria capacità di avere le cose in pugno”.

“Il Vangelo ci dice che Gesù non fa così”, ha osservato Papa Francesco. “Lo stile di Dio è diverso. È importante capire lo stile di Dio, come agisce Dio. Dio agisce secondo uno stile e lo stile di Dio è diverso da quello di questa gente, perché Egli non strumentalizza i nostri bisogni, non usa mai le nostre debolezze per accrescere sé stesso. A Lui, che non vuole sedurci con l’inganno e non vuole distribuire gioie a buon mercato, non interessano le folle oceaniche. Non ha il culto dei numeri, non cerca il consenso, non è un idolatra del successo personale. Al contrario, sembra preoccuparsi quando la gente lo segue con euforia e facili entusiasmi. Così, invece di lasciarsi attrarre dal fascino della popolarità – perché la popolarità affascina –, chiede a ciascuno di discernere con attenzione le motivazioni per cui lo segue e le conseguenze che ciò comporta. Tanti di quella folla, infatti, forse seguivano Gesù perché speravano sarebbe stato un capo che li avrebbe liberati dai nemici, uno che avrebbe conquistato il potere e lo avrebbe spartito con loro; oppure uno che, facendo miracoli, avrebbe risolto i problemi della fame e delle malattie. Si può andare dietro al Signore, infatti, per varie ragioni e alcune, dobbiamo riconoscerlo, sono mondane: dietro una perfetta apparenza religiosa si può nascondere la mera soddisfazione dei propri bisogni, la ricerca del prestigio personale, il desiderio di avere un ruolo, di tenere le cose sotto controllo, la brama di occupare spazi e di ottenere privilegi, l’aspirazione a ricevere riconoscimenti e altro ancora. Questo succede oggi fra i cristiani. Ma questo non è lo stile di Gesù. E non può essere lo stile del discepolo e della Chiesa. Se qualcuno segue Gesù con questi interessi personali, ha sbagliato strada”.

“Il Signore chiede un altro atteggiamento. Seguirlo”, ha detto Bergoglio, “non significa entrare in una corte o partecipare a un corteo trionfale e nemmeno ricevere un’assicurazione sulla vita. Al contrario, significa anche “portare la croce” (Lc 14,27): come Lui, farsi carico dei pesi propri e dei pesi degli altri, fare della vita un dono, non un possesso, spenderla imitando l’amore generoso e misericordioso che Egli ha per noi. Si tratta di scelte che impegnano la totalità dell’esistenza; per questo Gesù desidera che il discepolo non anteponga nulla a questo amore, neanche gli affetti più cari e i beni più grandi. Ma per fare ciò bisogna guardare a Lui più che a noi stessi, imparare l’amore, attingerlo dal Crocifisso. Lì vediamo quell’amore che si dona fino alla fine, senza misura e senza confini. La misura dell’amore è amare senza misura. Noi stessi – disse Papa Luciani – “siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile” (Angelus, 10 settembre 1978). Intramontabile: non si eclissa mai dalla nostra vita, risplende su di noi e illumina anche le notti più oscure. E allora, guardando al Crocifisso, siamo chiamati all’altezza di quell’amore: a purificarci dalle nostre idee distorte su Dio e dalle nostre chiusure, ad amare Lui e gli altri, nella Chiesa e nella società, anche coloro che non la pensano come noi, persino i nemici”.
“Amare: anche se costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati. Amare così, anche a questo prezzo”, ha ribadito Francesco, “perché – diceva ancora il Beato Giovanni Paolo I – se vuoi baciare Gesù crocifisso, “non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore” (Udienza Generale, 27 settembre 1978). L’amore fino in fondo, con tutte le sue spine: non le cose fatte a metà, gli accomodamenti o il quieto vivere. Se non puntiamo in alto, se non rischiamo, se ci accontentiamo di una fede all’acqua di rose, siamo – dice Gesù – come chi vuole costruire una torre ma non calcola bene i mezzi per farlo; costui, “getta le fondamenta” e poi “non è in grado di finire il lavoro” (v. 29). Se, per paura di perderci, rinunciamo a donarci, lasciamo le cose incompiute: le relazioni, il lavoro, le responsabilità che ci sono affidate, i sogni, anche la fede. E allora finiamo per vivere a metà – e quanta gente vive a metà, anche noi tante volte abbiamo la tentazione di vivere a metà –, senza fare mai il passo decisivo – questo significa vivere a metà –, senza decollare, senza rischiare per il bene, senza impegnarci davvero per gli altri. Gesù ci chiede questo: vivi il Vangelo e vivrai la vita, non a metà ma fino in fondo. Vivi il Vangelo, vivi la vita, senza compromessi”.
“Fratelli, sorelle”, si è avviato a concludere Bergoglio, “il nuovo Beato ha vissuto così: nella gioia del Vangelo, senza compromessi, amando fino alla fine. Egli ha incarnato la povertà del discepolo, che non è solo distaccarsi dai beni materiali, ma soprattutto vincere la tentazione di mettere il proprio io al centro e cercare la propria gloria. Al contrario, seguendo l’esempio di Gesù, è stato pastore mite e umile. Considerava sé stesso come la polvere su cui Dio si era degnato di scrivere (cfr A. Luciani/Giovanni Paolo I, Opera omnia, Padova 1988, vol. II, 11). Perciò diceva: “Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili” (Udienza Generale, 6 settembre 1978)”.
“Con il sorriso Papa Luciani è riuscito a trasmettere la bontà del Signore. È bella una Chiesa con il volto lieto, il volto sereno, il volto sorridente, una Chiesa che non chiude mai le porte, che non inasprisce i cuori, che non si lamenta e non cova risentimento, non è arrabbiata, non è insofferente, non si presenta in modo arcigno, non soffre di nostalgie del passato cadendo nell’indietrismo”, ha chiosato il Papa, invitando a pregare “questo nostro padre e fratello, chiediamo che ci ottenga “il sorriso dell’anima”, quello trasparente, quello che non inganna: il sorriso dell’anima. Chiediamo, con le sue parole, quello che lui stesso era solito domandare: “Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri” (Udienza Generale, 13 settembre 1978). Amen”. (aise)




Il massacro alle Olimpiadi di Monaco, 50 anni dopo

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unnamedDovevano essere il simbolo della Germania rinata dopo il nazismo, invece le Olimpiadi di Monaco del 1972 passarono alla storia per il massacro di 11 atleti israeliani per mano di terroristi del gruppo palestinese Settembre Nero.

Il commando di otto uomini entrò in azione poco prima dell’alba del 5 settembre, sorprendendo la delegazione dello Stato ebraico nel sonno. Entrare nel villaggio olimpico non fu difficile: proprio per evitare uno schieramento di forze di sicurezza che ricordasse i tempi bui dei Giochi olimpici tenuti sotto Hitler nel 1936, la polizia locale era in abiti civili e disarmata.  Entrati nell’appartamento, i terroristi spararono e uccisero immediatamente l’allenatore di wrestling Moshe Weinberg e ferirono gravemente il sollevatore di pesi Josef Romano che rimase a morire dissanguato per terra mentre altri 9 atleti israeliani venivano presi in ostaggio.

Klaus Langhoff, all’epoca giocatore di pallamano per la Germania dell’Est, ancora si ricorda la scena agghiacciante cui assistette insieme ai suoi colleghi: “Fu tremendo, ovunque guardassimo fuori dalla finestra o dal balcone, vedevamo il corpo lì a terra” di un ostaggio, trascinato e lasciato fuori dalla porta come avvertimento.

Il commando chiese la liberazione di oltre 200 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e di due terroristi tedeschi della Raf, Andreas Baader e Ulrike Meinhof, insieme a un aereo per portarli al sicuro in una destinazione del Medio Oriente. “Se accettassimo, nessun israeliano sarebbe più al sicuro nel mondo”, rispose la premier israeliana Golda Meir, rifiutando il “ricatto della peggiore specie”. Lo Stato ebraico si offrì di inviare una propria squadra di forze speciali ma Berlino rifiutò.

Le autorità tedesche intavolarono una trattativa, cercando di prendere tempo mentre preparavano piani per liberare gli ostaggi. Impreparati agli eventi e malequipaggiati per situazioni simili, agenti armati provarono a fare irruzione nell’appartamento ma le loro mosse di avvicinamento furono riprese in diretta dalle tv che trasmettevano dal villaggio olimpico – anche i terroristi erano davanti agli schermi – e furono costretti a ritirarsi.  Alle dieci di sera, dopo che la scadenza dell’ultimatum era stata spostata più volte, ci fu l’accordo per il trasferimento del commando con gli ostaggi alla base aerea di Fuerstenfeldbruck da dove sarebbero partiti alla volta del Cairo insieme ai nove atleti israeliani. I tedeschi puntavano a effettuare nello scalo un blitz per liberare i sequestrati ma le cose andarono storte: trasportati sulla pista con due elicotteri, i terroristi trovarono ad attenderli un Boeing con le forze speciali mascherate da equipaggio. Quando due palestinesi salirono per ispezionarlo, la polizia aprì il fuoco, innescando una lunga sparatoria. Mentre i rinforzi tardavano ad arrivare, i terroristi lanciarono una granata nel primo elicottero, uccidendo gli occupanti, e poi spararono agli ostaggi che erano sul secondo.

Il bilancio finale dell’operazione fallita fu di nove atleti morti insieme a un poliziotto tedesco e a cinque degli attentatori. I restanti tre membri del gruppo di Settembre Nero vennero catturati ma la loro detenzione non durò a lungo: Berlino li scarcerò poche settimane dopo, in seguito al dirottamento di un volo Lufthansa a Zagabria, in cambio della liberazione di equipaggio e passeggeri.

Il 6 settembre, all’indomani del massacro, si tenne un memoriale allo stadio per ricordare le vittime e il presidente del Comitato olimpico internazionale Avery Brundage dichiarò: “I Giochi devono andare avanti”, una decisione che spaccò l’opinione pubblica. Polemiche suscitarono anche le parole del capo della polizia locale Manfred Schreiber che pochi giorni dopo attribuì la responsabilità dell’accaduto a Israele, colpevole di aver emesso “una condanna a morte” per gli atleti respingendo le richieste dei terroristi: “Non ci sono stati errori” nella gestione del caso da parte delle autorità tedesche e “niente poteva essere fatto meglio”, affermò.

Nel 2012, Israele ha pubblicato documenti ufficiali sul sequestro, compreso materiale classificato e un rapporto dell’allora capo del Mossad Zvi Zamir, di ritorno da Monaco, in cui criticava duramente l’operato tedesco e sottolineava che non era stato fatto nulla per cercare di “salvare vite umane”.

Dopo la tragedia si aprì il contenzioso tra le famiglie delle vittime e Berlino per le scuse ufficiali e i risarcimenti: l’offerta iniziale tedesca fu di un milione di marchi come “gesto umanitario” rifiutando qualsiasi ammissione di responsabilità. Negli anni si arrivò a 4,6 milioni di euro, ancora ben lontani dalla cifra richiesta dai familiari, fino a quando nei giorni scorsi le due parti hanno raggiunto un accordo per 28 milioni di euro.

Berlino ha riconosciuto la sua “responsabilità e le terribili sofferenze delle persone uccise e dei loro parenti”, hanno sottolineato i presidenti tedesco e israeliano Frank-Walter Steinmeier e Isaac Herzog in una nota congiunta. “L’accordo non può sanare tutte le ferite. Ma apre una porta l’uno all’altro”.

agi.it




La Russia ci chiude il gas

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0d09e5ab36fa537d2e6352fb89285650Il G7 dei ministri delle Finanze annuncia l’accordo per imporre un price cap sul petrolio russo per calmierare la corsa dei prezzi delle materie prime. Poche ore dopo Gazprom fa sapere che nel corso dei lavori di manutenzione programmata del Nord Stream, che sulla carta doveva riprendere l’attività sabato mattina, è stato trovato un nuovo guasto che impedisce di riattivare il flusso di gas dalla Russia verso l’Europa.

Si profila così un muro contro muro tra Paesi del G7, Ue e Russia sulle forniture di gas e petrolio. Sullo sfondo in conflitto in Ucraina, con l’invasione delle truppe di Mosca in corso da oltre 6 mesi.

Uno scontro che potrebbe portare allo stop delle forniture di gas russo dirette verso l’Europa, con l’inverno alle porte, ed il rischio concreto di una interruzione delle produzione per le aziende più energivore. I passi che hanno scandito la giornata.

Il G7, al termine di una riunione virtuale, ha comunicato che attuerà “urgentemente” un tetto al prezzo del petrolio russo e che incoraggia una “ampia coalizione” di Paesi a partecipare all’iniziativa, volta a limitare la capacità di Mosca di finanziare la sua invasione dell’Ucraina.

Il price cap sarà fissato a un livello basato su una serie di dati tecnici e sarà deciso dall’intera coalizione prima della sua attuazione“, scrivono i sette Grandi nella dichiarazione finale, assicurando che i prezzi futuri saranno “comunicati pubblicamente in modo chiaro e in modo trasparente”.

La segretaria al Tesoro statunitense, Janet Yellen, ha sottolineato subito che il tetto è potente strumento contro l’inflazione. Trascorrono un paio di ore e via Telegram arriva la comunicazione tecnica di Gazprom.

Il colosso energetico russo informa che durante i lavori di manutenzione sull’unità di compressione del gas della stazione di Portovaya, eseguiti insieme ai rappresentanti della Siemens, “è stata rilevata una perdita d’olio con una miscela di mastice sigillante ai connnettori dei sei sensori di velocità del rotore di bassa e media pressione”.

Ma soprattutto, Gazprom fa presente che “fino a quando non saranno eliminati i problemi sul funzionamento delle apparecchiature “il trasporto del gas al gasdotto Nord Stream è stato completamente interrotto”.

Da sabato, dunque, salvo sorprese, niente riavvio del flusso verso l’Europa. Una dinamica che materializza i sospetti di uno stop alle forniture che si erano fatti largo tra gli analisti già nelle scorse settimane, quando erano stati annunciati i lavori di manutenzione.

Con la comunicazione che aveva fatto schizzare il prezzo del gas al Ttf di Amsterdam fino a 349 euro al megawatt. Un anno fa i contratti venivano scambiati a poco più di 25 euro al MWh. Oggi invece la settimana di contrattazioni al Ttf si è chiusa con il gas a 212 euro, in calo del 12%.

La Russia da settimane parla di problemi nelle riparazioni alle turbine del gasdotto per la difficoltà di reperire i pezzi a causa delle sanzioni economiche imposte dall’Ue a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. I Paesi europei da parte loro intravedono ritorsioni per le sanzioni.

Capital Economics, poche conseguenze per Russia da stop Ue

La Russia può permettersi di chiudere i rubinetti del gas all’Europa per un anno con poche conseguenze per il proprio bilancio pubblico. È la tesi dell’analista di Capital Economics, Liam Peach, pubblicata da Bloomberg News.

Il conto economico russo è abbastanza forte da consentire a Mosca di mantenere le spedizioni di gas al 20% rispetto alla normalità per almeno tre anni, si legge nella nota. La Russia potrebbe gestire il taglio completo del gas per “poco più di un anno senza conseguenze negative per la sua economia”, sostiene Peach.

L’impennata dei prezzi del gas sta compensando il calo dei volumi: il prezzo del gas russo in Europa quest’anno è in media sette volte superiore ai livelli del 2016-2019. I ricavi delle esportazioni di gas sono stati di 25 miliardi di dollari al trimestre nei primi sei mesi del 2022 e potrebbero rimanere a quel livello anche se la Russia mantenesse i flussi verso l’Europa al 20% rispetto ai livelli normali.

La Russia potrebbe ridurre le esportazioni di gas verso l’Europa del 10% rispetto ai livelli normali e continuare a guadagnare circa 20 miliardi di dollari al trimestre se i prezzi rimarranno elevati”, spiega l’analista.

Il calo dell’export, aggiunge Peach, “avrebbe un impatto fiscale modesto; tagliandolo a zero per 12 mesi Mosca ridurrebbe le entrate di bilancio dello 0,3% del Pil all’anno. Inoltre, le vendite di petrolio a circa 80 dollari al barile ad acquirenti non Ue manterrebbero l’avanzo delle partite correnti al di sopra del 5% del Pil fino al 2025”.

agi.it




Perché il MAIE è l’unico Movimento che combatte per i diritti degli italiani all’estero

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sok2065 1140x815Sin dal momento della sua fondazione, il MAIE (Movimento Associazionistico Italiani all’Estero) ha avuto l’obiettivo di dedicare i suoi sforzi agli italiani all’estero.

Nato dall’idea del Senatore Ricardo Merlo, l’uscente Sottosegretario di Stato presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il MAIE è a oggi l’unico movimento politico che lotta per i diritti dei connazionali che risiedono al di fuori dell’Italia.

Il fatto che il MAIE nasca da italiani all’estero, non solo è per noi un orgoglio che teniamo a rimarcare. Essere noi in prima persona italiani all’estero, ci dà la possibilità di avere una prospettiva diversa su quelle che sono le problematiche di chi è nella nostra stessa situazione. Abbiamo vissuto in prima persona il disagio di doversi recare in un consolato a migliaia di chilometri di distanza; abbiamo vissuto in prima persona il problema dei tempi di attesa lunghissimi per ricevere un documento; abbiamo vissuto in prima persona il disagio di non avere più l’assistenza sanitaria in Italia.

Ma non sono solo i disagi e le problematiche ciò di cui questo movimento politico vuole farsi carico, questo rappresenta solo una delle facce della medaglia. 

Essere italiani nel mondo significa, per noi del MAIErappresentare sempre, in tutto e per tutto, l’Italia nel mondo. Oltre la volontà di dare una soluzione alle problematiche delle nostre comunità, c’è il desiderio di dare visibilità a quello che noi siamo come italiani all’estero. Noi, in quanto italiani all’estero siamo gli ambasciatori della cultura italiana. E per cultura intendo tutto, dalla gastronomia alla storia, all’arte, alle tradizioni, eccetera. Siamo noi che portiamo l’Italia fuori dai confini nazionali e quindi tutti questi aspetti devono essere evidenziati. Si tratta di esperienze, di tradizioni che devono essere conservate e devono avere il giusto spazio all’interno della politica.

Questo è quello che fa il MAIE per le comunità italiane. Da un lato c’è la risoluzione delle problematiche storiche, dei servizi che mancano. Dall’altro si vuole portare avanti quello che è l’imprenditoria, la cultura, le tradizioni, quello che la lingua, il turismo, in una parola, il Made in Italy. 

Vincenzo Odoguardi – Foto: Victor Sokolowicz

La categoria degli italiani all’estero, da sempre poco tenuta in considerazione nei discorsi politici dei partiti romani, torna al centro dell’attenzione grazie al programma elettorale del MAIE.

La comunità d’italiani all’estero ha bisogno di una rappresentanza solida, non solo nel Parlamento, ma proprio a livello governativo. Questa rappresentanza può essere garantita soltanto attraverso il Ministero per gli italiani nel mondo. Soltanto con un nostro ministero possiamo iniziare a sanare le vecchie fratture, dando una soluzione ai problemi che da sempre affliggono gli italiani all’estero. La differenza tra l’avere uno o due deputati e l’avere un intero Ministero è sostanziale. Come allo stesso modo è sostanziale la differenza tra il votare per un partito romano, i cui rappresentanti devono necessariamente dare priorità alle problematiche nazionali, e il votare per il MAIE, che nasce dall’iniziativa di persone che vivono all’estero e concentra tutte le sue energie per risolvere i problemi dei connazionali sparsi per il mondo.

La differenza tra un partito tradizionale, e il MAIE è che quest’ultimo vede nel tessuto sociale delle comunità italiane le necessità che le stesse hanno, cerca di portarle a casa e risolverle.

Vincenzo Odoguardi – da La Voce di New York




Zucchero. Dal 9 settembre nuovo tour in Nord America

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9a63d88e86985a701eb43097f500dd1aSono oltre cinquant’anni che continua a fare musica, ma Zucchero, quella voglia di salire sul palco e cantare, non l’ha ancora persa. È una star italiana e internazionale. Gli adulti impazziscono per lui, ma anche i giovani conoscono le sue canzoni.

Un artista che si muove tra le generazioni e che ha accompagnato, con dischi e colonne sonore (indimenticabile quella di Spirit – Cavallo selvaggio) la crescita di molti di coloro che oggi lo vedono suonare dal vivo.

Il 9 settembre sbarcherà negli Stati Uniti, per una tournée che inizierà ad Atlantic City e che continuerà fino al 2 ottobre viaggiando per tutto il Nord America, tra East Coast, West Coast e Canada.

Il 10 settembre è atteso a New York, in un Beacon Theatre (2124 Broadway) in cui si prevede il tutto esaurito.

Zucchero, a settembre inizia un tour negli Usa: qui i fan la adorano. Cosa piace della sua musica negli Stati Uniti? 

“Visitai gli Stati Uniti per la prima volta nel 1983, quando registrai il mio primo album in studio Un po’ di Zucchero. Viaggiai verso San Francisco e lì incontrai per la prima volta Randy Jackson, che poi divenne membro della mia nuova band nel 1985. Da allora ho lavorato molto spesso in America, registrando musica e collaborando con artisti americani. Ho sempre amato la musica americana, in particolare il Blues”.

Zucchero in concerto – ANSA

Di duetti e collaborazioni, nella sua carriera, se ne trovano di ogni tipo. Sting, Iggy Pop, Bono, Ray Charles e tanti altri. Ce n’è uno che le è rimasto nel cuore e uno di cui invece si è pentito? 

“Ho amato lavorare a tutte le mie collaborazioni e non sono pentito di nessuna. Ho collaborato con tanti artisti, come quelli che ha menzionato e altri del calibro di Andrea Bocelli, Bryan May, Jeff Beck, Eric Clapton, Miles Davis, Sheryl Crow. Quello che rimarrà per sempre nel mio cuore è il grande Luciano Pavarotti. È stato un onore immenso lavorare e condividere il palco con uno dei più grandi. Sono stato un privilegiato”.

Lei nasce a Reggio Emilia e da lì conquista il mondo. Da piccolo era uno di quei bambini ambiziosi che credevano di poter diventare una star internazionale, o mai si sarebbe aspettato di raggiungere il successo che ha avuto?

“Vengo da Roncocesi, una frazione del comune di Reggio Emilia. Non penso di essere stato un bambino ambizioso, ma ho sempre amato la musica. Formai il mio primo gruppo R&B nei primi anni ’70 e dopo la musica ha cominciato a scorrere. Nel 1981 vinsi il Festival di Castrocaro e, come dicono, il resto è storia”.

Canzoni in inglese, nel suo repertorio, si trovano da sempre. Che energia le danno gli Stati Uniti? Esistono differenze tra i vari tipi di pubblico che ha incontrato nei vari stati Usa dove si è esibito?

“Prevalentemente canto in italiano, ma alcune canzoni le eseguo in inglese. Ho sempre amato il Blues e gli Stati Uniti sono la casa del Blues, lì sento una forte connessione. Il pubblico americano mi ha sempre trattato benevolmente, non posso dire che le platee siano diverse, ma loro sono tutti amanti della musica”.

Joe Cocker è stato per lei un grande amico e una figura di riferimento. Gli ha dedicato anche una canzone, “Nuovo, meraviglioso amico”. Porta ancora qualcosa di lui nella sua musica e nei suoi concerti?

“Io e Joe siamo stati in tour con Miles Davis alla fine degli anni ’80 ed è stata un’esperienza meravigliosa. Joe era un vero amico e darò sempre valore alla sua amicizia”.

Zucchero durante un’esibizione – ANSA/CLAUDIO ONORATI

Qual è l’aspetto più difficile o delicato nell’organizzare e poi realizzare un tour negli Usa come quello che sta per iniziare e che durerà fino al 2 ottobre? 

“Ci sono molte cose in più di quello che sa la gente nell’organizzazione di un tour e nel viaggiare. Ciò comporta un grande lavoro nei mesi o negli anni precedenti, ma ho un gruppo importante di persone attorno a me che organizza tutto. Io devo solo esibirmi! (Ride)… Sto scherzando, ovviamente mi dedico molto alla strutturazione del palco, ai musicisti. Adoro andare in tour, non esiste niente di simile”. 

Immagini di salire su un palco, magari proprio quello del Beacon Theatre di New York dove si esibirà il 10 settembre, ed essere costretto a scegliere un solo brano da poter suonare. Un solo titolo con il quale fare esplodere il pubblico. Quale sarebbe? 

“È davvero una scelta difficile da prendere, probabilmente opterei per Baila, una canzone ritmata che le folle adorano e che amo anche io”.

Mio padre ha da sempre amato le sue canzoni e io sono cresciuto con loro nei tanti viaggi fatti in macchina. C’è qualcosa che oggi vorrebbe dire ai giovani, con la sua musica o lontano dal palcoscenico?  

“Amo la musica e quello che vorrei dire ai giovani è questo: spero che anche voi amiate la musica. Può evocare memorie, o persino cambiare le vite. Io penso che sia quello che hai raccontato nella domanda, tu hai ricordi di canzoni che hai ascoltato con tuo padre mentre guidava la sua macchina. Questo è ciò che fa la musica, può riportare alla luce brutte memorie o ricordi felici. Spesso le persone mi dicono che una mia particolare canzone è stata molto importante per loro perché l’hanno ascoltata insieme alla moglie o al marito”.

Da La Voce di New York