Pesce d’aprile, come è nato il giorno degli scherzi e perché si chiama così

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pescedaprile scherzo3 ipaL’inizio del mese di aprile coincide sempre con la festa più divertente dell’anno. Oggi, 1° aprile, è la giornata dedicata agli scherzi, ai ‘pesci d’aprile’, una tradizione diffusa in diversi Paesi del mondo. Se una volta bisognava prestare attenzione solo a ciò che raccontavano amici e conoscenti, da anni ci si mette anche il web con ‘fake news’ creative, alcune particolarmente memorabili.

Le origini storiche

Le origini della tradizione del pesce d’aprile secondo molti risalirebbero alla storia della Chiesa cattolica. Una delle teorie più remote riguarda il beato Bertrando di San Genesio, patriarca di Aquileia dal 1334 al 1350, il quale avrebbe liberato miracolosamente un papa soffocato in gola da una spina di pesce. Il pontefice grato a Bertrando, avrebbe così decretato il divieto di mangiare pesce il 1° aprile.

Ma c’è un’altra teoria che colloca la nascita della la tradizione nel XVI secolo, in seguito all’adozione del calendario gregoriano. La riforma adottata da Papa Gregorio XIII, infatti, ha spostato il Capodanno, che in Europa si festeggiava scambiandosi pacchi dono tra il 25 marzo e il 1° aprile, al 1° gennaio. Da qui l’usanza di scambiarsi pacchi regalo vuoti il 1° aprile per ricordare la festa abolita.

C’è inoltre chi, come alcuni antropologi, crede che la nascita della tradizione degli scherzi del pesce d’aprile si debba collocare all’inizio della stagione della pesca primaverile. Nella prima settimana di aprile, infatti, spesso i pescatori non trovavano pesce e tornavano a mani vuote diventando così oggetto di scherno da parte dei loro concittadini. Per altri studiosi invece le origini del pesce d’aprile ricadrebbero nell’età classica nel mito di Proserpina, che dopo essere stata rapita da Plutone viene cercata invano dalla madre, ingannata da una ninfa, e nella festa pagana dei Veneralia, che si teneva proprio il 1° aprile.

Il significato del nome

Il nome ‘pesce d’aprile’ gioca sul concetto del pesce che abbocca all’amo e si lascia pescare. Per questo chi il 1° aprile crede a uno scherzo sarebbe considerato ‘credulone’ quanto un pesce. Non in tutti i Paesi però il nome di questa giornata è lo stesso. Nei Paesi angosassoni non ci sono riferimenti ai pesci: il giorno è noto come ‘April’s Fools’ Day’ dove ‘fool’ significa ‘sciocco’.

Gli scherzi più celebri

Dal CERN a Google, anche i nomi più illustri nel corso degli anni si sono dedicati a organizzare scherzi. E alcuni sono rimasti nella storia.

Uno dei più noti è quello che convolse il famigerato Mostro di Loch Ness. Il 1° aprile del 1972 fu esposta allo Yorkshire’s Flamingo Park Zoo, in Gran Bretagna, la carcassa di ‘Nessie’ dopo un clamoroso annuncio da parte di un gruppo di zoologi di aver recuperato il suo corpo, galleggiante sulle acque del tenebroso lago. In realtà, rivelò il ranger autore dello scherzo, si trattava del cadavere di un elefante marino.

Nello stesso anno, sempre in Inghilterra, l’astronomo Patrick Moore sulla Bbc avvertì che grazie a una congiunzione astrale per cui si erano allineati i pianeti di Giove e Plutone, alle 9.47 ora di Londra si sarebbero avute rilevanti conseguenze sulla forza di gravità, da fare in modo che chi avesse in quel preciso momento compiuto un salto, per strada o in casa, si sarebbe sentito leggerissimo.

Nell’aprile 1996 il Mit (‘Massachusetts Institute of Technology’) annunciò di aver istituito l”Internet Cleaning Day’ per il giorno seguente allo scopo di fare una sorta di tabula rasa del web, cancellando siti, account inattivi e mail in sospeso per rendere migliore la navigazione on line. Come? Scollegando tutti i computer, in ogni parte del mondo.

Due anni dopo, nel 1998, l’organizzazione ‘New Mexican for Science and Reason’ annunciò invece che l’Alabama aveva deciso di modificare il valore del pi greco, passando da 3,14 a un molto più semplice 3. Motivo? Ricondurre la costante matematica a un valore biblico.

Nel 2015 il CERN annunciò di aver scoperto che la Forza dei cavalieri Jedi in ‘Star Wars’ esiste davvero. A spiegarlo con una dichiarazione fu il ricercatore del CERN Ben Kenobi dell’Università di Mos Eisley, provincia di Tatooine: “La Forza è ciò che dà ad un fisico delle particelle il suo potere”. Ovviamente Ben Kenobi, Tatooine e Mos Eisley sono tutti riferimenti al primo film della saga di fantascienza di George Lucas.

Nello stesso anno tre stimati scienziati australiani, Andrew Hamilton, Robert May e Edward Waters , rivelavarono le prove dell’esistenza dei draghi, pubblicando una ricerca secondo la quale le mitiche creature sputafuoco erano molto diffuse nel Medioevo.

Nel 2016 Google lanciava il suo ‘Cardboard Plastic’, un visore per la realtà… reale. “Un dispositivo che permette di vedere le cose nel modo in cui le vedi veramente, sperimentando la tua visione del mondo”, si leggeva sul sito dedicato all”invenzione’, disponibile in sei colori e quattro dimensioni. Un pezzo di plastica che “ti avverte su ciò che fai, vedi e senti più di prima”.

da adnkronos.com




Ucraina-Russia, Usa annunciano accordo con Kiev e Mosca: “Tregua nel Mar Nero”

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mar nero fg 1Accordo per la navigazione sicura nel Mar Nero e er vietare gli attacchi contro le strutture energetiche di Russia e Ucraina. Gli Stati Uniti annunciano il passo avanti nei negoziati sulla guerra tra Ucraina e Russia. Washington fa riferimento ad un’intesa raggiunta con Mosca e con Kiev nei colloqui andati in scena a Riad dal 23 al 25 marzo.

“Gli Stati Uniti e la Russia hanno concordato di garantire una navigazione sicura, eliminare l’uso della forza e impedire l’utilizzo di navi commerciali per scopi militari nel Mar Nero. Gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno concordato di garantire la navigazione sicura, eliminare l’uso della forza e impedire l’uso di navi commerciali per scopi militari nel Mar Nero”, il doppio annuncio.

Nelle due diverse dichiarazioni diffuse dalla Casa Bianca si legge che gli Stati Uniti accolgono, separatamente con Russia e Ucraina, “i buoni uffici di Paesi Terzi al fine di sostenere l’applicazione degli accordi su Energia e traffico marittimo”.

”Gli Stati Uniti e l’Ucraina” in particolare hanno concordato di sviluppare misure per mettere in atto l’accordo raggiunto tra il presidente americano Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per mettere fine ai raid contro le strutture energetiche della Russia e dell’Ucraina”.

Durante i colloqui a Riad “gli Stati Uniti hanno ribadito l’imperativo del presidente Donald Trump che le uccisioni da entrambe le parti nel conflitto Russia-Ucraina debbano cessare come passo necessario per raggiungere un accordo di pace duraturo”. “A tal fine, gli Stati Uniti continueranno a facilitare i negoziati tra entrambe le parti per raggiungere una soluzione pacifica, in linea con gli accordi presi a Riad”, si aggiunge nelle due dichiarazioni.

Il portavoce del presidente russo Dmitry Peskov ha detto che “non si è discusso”, né a Riad né altrove, ”di un incontro” trilaterale tra il presidente russo Vladimir Putin, quello americano Trump e il presidente ucraino Zelensky. Sulla possibilità di un nuovo colloquio telefonico tra Trump e Putin, il portavoce del Cremlino ha reso noto che “per ora non ci sono piani per colloqui di alto livello. Se necessario, queste conversazioni possono essere organizzate rapidamente”. L’ultima telefonata confermata ufficialmente tra il presidente degli Stati Uniti e il leader russo risale al 18 febbraio.

adnkronos.com




Canada. Tre leader a confronto: corsa per la guida del Paese

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25corcan“Tre leader in corsa per la carica di primo ministro. Pierre Poilievre, Mark Carney e Jagmeet Singh hanno iniziato la loro campagna elettorale in queste elezioni anticipate, un voto – quello del 28 aprile – sul quale pende l’ombra minacciosa della guerra commerciale con gli Stati Uniti e il rischio dazi che potenzialmente potrebbe far sprofondare il Canada in una recessione devastante che non risparmierebbe alcun comparto del tessuto produttivo della nostra economia. Tre leader in corsa, con storie e carriere molto diverse, candidati per guidare il Paese in uno dei periodi più incerti della storia canadese. Andiamo a vederli da vicino”. Ne scrive Francesco Veronesi sul “Corriere canadese”, quotidiano che dirige a Toronto.
Pierre Poilievre. Pur essendo ancora molto giovane – ha 45 anni – Poilievre è il candidato primo ministro con più esperienza politica alle spalle. Il leader del Partito Conservatore, infatti, è stato eletto alla House of Commons per la prima volta nel lontano 2004, nel distretto di Nepean-Carleton e da allora ha sempre conquistato la riconferma. Con le elezioni del 2025, in caso di vittoria – scontata – nella circoscrizione di Carleton, per Poilievre sarebbe l’ottava legislatura. Una vita spesa in politica, e non solo all’opposizione, che guida dalla vittoria alla corsa alla leadership del 2022. Il leader tory, infatti, in passato ha ricoperto anche incarichi di governo sotto l’amministrazione Harper. Dal 2013 al 2015 è stato infatti ministro per le Riforme Democratiche, per poi passare nel rimpasto dello stesso anno al dicastero del Pubblico Impiego e dello Sviluppo Sociale. In questa campagna elettorale quindi Poilievre mette sul tavolo la tanta esperienza politica che non posso avere i suoi avversari.
Mark Carney. Freschezza e competenza. Carney, non potendosi giocare la carta dell’esperienza politica, punta tutto sulla sua autorevolezza in temi di carattere economico e commerciale per cercare di garantirsi il sostegno dell’elettorato canadese. Il leader liberale, 60 anni, ha lavorato alla Goldman Sachs prima di entrare in pianta stabile a Bank of Canada, facendo tutta la scalata fino alla nomina a governatore della Banca Centrale nel 2007, per volere dell’allora primo ministro Stephen Harper. Carney ha gestito la politica monetaria canadese durante i turbolenti anni della recessione provocata dalla crisi dei subprime fino al 2013, quando ha accettato di guidare Bank of England. Anche in questo caso ha avuto a che fare con un periodo di grande incertezza negli anni della Brexit. Carney è quindi tornato nel settore privato con Brookfield Asset Management, assumendo anche un incarico con le Nazioni Unite, per poi diventare consigliere economico di Justin Trudeau. All’inizio di questo mese, ha vinto la corsa alla leadership liberale, diventando primo ministro senza mai essere stato eletto. Ora, sull’onda dei sondaggi che lo danno in crescita, ha deciso di andare alle urne per legittimare le sue aspirazioni.
Jagmeet Singh. Nonostante i sondaggi dell’ultimo mese lo diano in grande difficoltà, Singh crede anche nella possibilità di rimonta, anche se in questo momento le speranze sono ridotte al lumicino.
Rispetto a Carney, Singh ha una maggiore esperienza politica, in diversi livelli di governo. È stato infatti deputato provinciale dell’Ontario per il distretto di Bramalea—Gore—Malton dal 2011 al 2017, in carica per due legislature. Nel 2017 è poi stato eletto leader dell’Ndp, che ha guidato in due elezioni federali. Nel 2019 sotto la sua guida, i neodemocratici sono passati da 39 deputati a 24, mentre nel 2021 c’è stato un lieve miglioramento, con la conquista di 25 seggi. Questo voto anticipato,quindi, ci dirà tanto anche sul futuro di Singh. Nel caso in cui i risultati non dovessero essere positivi – a conferma dei sondaggi e delle proiezioni che dimezzano la potenziale rappresentanza parlamentare – l’avventura di Singh alla guida dell’Ndp arriverebbe al capolinea.
Gli altri leader in corsa. Non aspirano a diventare primo ministro, ma sono comunque in corsa per aumentare la loro presenza parlamentare. Yves-François Blanchet, leader del Bloc Quebecois, punta a bissare il risultato del 2021, quando conquistò 32 seggi nella provincia francofona. La Verde Elizabeth May, co-leader con Jonathan Pedneault, vuole fare meglio rispetto ai due mp dell’ultima tornata elettorale, mentre Maxime Bernier del People’s Party cercherà di entrare alla House of Commons per la prima volta”. (aise) 

dal Corriere Canadese




È morto Giuseppe Vicenzi, il ‘re dei biscotti’

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È morto Giuseppe Vicenzi, il presidente dell’omonimo gruppo dolciario fondato dalla nonna nel 1905 come laboratorio di pasticceria e oggi tra i principali gruppi produttori di biscotti e prodotti da forno. L’industriale aveva 92 anni.

La carriera

Vicenzi, classe ’32, nominato Cavaliere del Lavoro nel 2021, entra nell’azienda nel 1950 come responsabile della produzione, per diventarne nel 1968 amministratore unico. Negli anni ’70 trasforma la produzione da artigianale in industriale con investimenti in innovazione di processo e l’acquisizione di un nuovo stabilimento nel veronese. Contemporaneamente avvia le esportazioni sul mercato statunitense. Nel 2005 rileva la linea da forno Parmalat, con i due marchi Grisbì e MrDay e quattro stabilimenti. L’azienda attualmente opera con tre stabilimenti in Italia e ha una capacità produttiva di 170 milioni di prodotti al giorno. È presente in 110 Paesi con un export del 30%. Occupa 375 dipendenti.

L’impegno nel basket

Giuseppe Vicenzi era anche impegnato nel mondo della pallacanestro: è stato presidente della Scaligera Basket, insieme al fratello Mario, portandola dalla serie D fino alla vittoria della Coppa Italia e della Supercoppa. La società è stata ceduta successivamente nel 2000.

“Il Presidente, i Dirigenti, i Giocatori, lo Staff tecnico e medico e i Collaboratori, con profonda commozione, partecipano al dolore della famiglia per la scomparsa del caro Giuseppe Vicenzi, Presidente Onorario di Scaligera Basket. Figura centrale nella storia della nostra società e della pallacanestro cittadina – sottolinea in una nota Gianluigi Pedrollo, il presidente di Scaligera Basket -, ha guidato con il compianto fratello Mario la squadra per oltre trent’anni con passione, competenza e straordinaria dedizione, portando i nostri colori a traguardi prestigiosi e regalando alla città di Verona emozioni e orgoglio sportivo. Tre lustri orsono, in occasione del suo ritiro dalla scena attiva del basket, volle con lucidità e lungimiranza assicurarsi che Scaligera Basket fosse pronta ad affrontare il futuro con basi solide e una struttura organizzativa valida, capace di proseguire il cammino da lui tracciato. Fu proprio in segno di riconoscenza e gratitudine che i Soci decisero, all’unanimità, di conferirgli la carica di Presidente Onorario, che ha ricoperto con la consueta discrezione e l’incondizionato amore per la nostra maglia. La sua figura, il suo esempio e la sua eredità morale resteranno per sempre patrimonio di Scaligera Basket, della città di Verona e di tutta la nostra comunità sportiva. Alla famiglia giungano le più sentite e sincere condoglianze da parte di tutti noi”.

“È un giorno triste per tutti noi. Perdiamo una figura importante dell’imprenditoria dolciaria, un uomo che ha saputo raccogliere la grande eredità di nonna Matilde e ha portato l’azienda ai livelli che oggi conosciamo. Lo ringraziamo per aver creduto nella Tiramisù World Cup fin dal primo giorno, la sua figura ci è stata di supporto e non dimenticheremo la vitalità e l’ottimismo con cui ci ha spinto a continuare quest’avventura che ancora vive anche grazie ai suoi savoiardi. Alla sua famiglia e a tutti i collaboratori va l’abbraccio della TWC e dei tantissimi appassionati del tiramisù”, si legge in un messaggio di Francesco Redi, ideatore e organizzatore della Tiramisù World Cup.

da adnkronos




Il premier del Canada Carney: «Donald Trump non ci spezzerà». E annuncia le nuove elezioni

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67e042e9972d2Donald Trump «vuole spezzarci» ma «non glielo permetteremo». Così il primo ministro canadese Mark Carney durante la conferenza stampa in cui ha confermato la data delle prossime elezioni, che si terranno il 28 aprile. Carney ha annunciato lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni federali anticipate, dopo aver incontrato la governatrice generale Mary Simon domenica 23 marzo.

Nel suo discorso pubblico all’esterno del Rideau Hall di Ottawa, Carney ha fatto subito riferimento alle tensioni in corso con gli Stati Uniti. «Il presidente (Donald) Trump afferma che il Canada non sia un Paese reale. Vuole romperci, in modo che gli Stati Uniti possano possederci. Noi non lasceremo che accada», ha detto, sottolineando la necessità di un «forte mandato» per affrontare quella che ha definito la crisi più significativa per il Paese. «Abbiamo superato lo shock, lo shock del tradimento, ma non potremo mai dimenticare la lezione. Dobbiamo prenderci cura di noi stessi. Dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro».

Il liberale Carney, ex governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra, è stato nominato primo ministro il 14 marzo scorso, succedendo al dimissionario Justin Trudeau. Nonostante la sua mancanza di esperienza politica diretta, Carney gode di una reputazione solida in campo economico.

Da settimane tra Canada e Stati Uniti sono in corso forti tensioni, dopo le mire del presidente Usa Trump che ha più volte dichiarato di voler fare dello Stato confinante un nuovo stato Usa, avviando una «guerra» di dazi con posizioni spesso sopra le righe come il «farò chiudere l’industria auto in Canada».

Carney ha adesso bisogno di un mandato forte. L’ex banchiere centrale è stato scelto dal Partito Liberale centrista per sostituire Justin Trudeau come primo ministro, ma non ha mai affrontato l’elettorato canadese. Da qui l’esigenza di un voto anticipato, rispetto a quanto programmato, a ottobre prossimo. Al potere da un decennio, il governo liberale era scivolato in una profonda impopolarità, ma Carney spera di cavalcare un’ondata di patriottismo canadese per ottenere una nuova maggioranza. «Dobbiamo costruire la più forte economia del G7. Dobbiamo far fronte alle tariffe del presidente Trump. I canadesi meritano di scegliere chi debba guidare questo sforzo del nostro Paese».

da Il Corriere della Sera




Talenti in fuga: l’Italia tra sfide e opportunità a New York

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whatsapp image 2025 03 21 at 17.00.10 2 1140x815La fuga di cervelli resta una sfida cruciale per l’Italia, con migliaia di giovani talenti che ogni anno cercano all’estero migliori opportunità professionali. Ma questa mobilità rappresenta solo una perdita o può diventare una risorsa per il Paese? Questa domanda sarà al centro dell’incontro Talenti in fuga?, in programma giovedì 20 marzo a New York, presso Eataly sulla 5th Avenue. Promosso dal CAFRE dell’Università di Pisa, l’evento riunirà esperti e professionisti italiani all’estero per analizzare le cause dell’emigrazione intellettuale e individuare strategie per trasformare questa diaspora in un motore di crescita.

Tra i relatori, Enrico Prodi, responsabile delle operazioni per il Nord Europa di Eataly, esplorerà il ruolo del Made in Italy nei mercati globali, mentre Matteo Mecacci, ex direttore dell’OSCE per le istituzioni democratiche e i diritti umani, offrirà una prospettiva geopolitica sulla mobilità professionale. Edoardo Pino, direttore vendite del Northeast Business Center di Stellantis, parlerà delle opportunità nell’industria automobilistica internazionale per i professionisti italiani. Il dibattito includerà anche contributi dal mondo della finanza, della comunicazione e della ricerca scientifica. Enrico Zanon, direttore finanziario di KIKO e presidente del Comites New York, analizzerà gli aspetti economici della mobilità dei talenti, mentre Francesca Di Matteo, giornalista Mediaset e docente universitaria, discuterà l’impatto della comunicazione sulle carriere globali. Marta Giacchi, esperta di marketing presso la Federation of Italian-American Organizations di Brooklyn, e Simone Calfapietra, ricercatore al Memorial Sloan Kettering Cancer Center, condivideranno le loro esperienze nel settore scientifico internazionale.

L’incontro sarà aperto dai saluti istituzionali di Cesare Bieller, Console Generale Aggiunto presso il Consolato Generale d’Italia a New York, e vedrà la partecipazione in videocollegamento dell’onorevole Christian Di Sanzo, deputato eletto nel Collegio Nord-Centro America, che illustrerà le politiche per il rientro e la valorizzazione dei talenti italiani nel mondo. Uno dei temi chiave sarà il bilanciamento tra i pull factors – gli elementi attrattivi che spingono i professionisti all’estero, come stipendi competitivi e ambienti di lavoro meritocratici – e i push factors, ovvero le criticità che rendono l’Italia meno accogliente, come la burocrazia e la stagnazione economica. Nonostante questi ostacoli, il Paese continua a formare professionisti di alto livello che trovano successo nel mondo.

A moderare l’incontro sarà la professoressa Serena Gianfaldoni, docente di Leadership and People Management all’Università di Firenze e coordinatrice del progetto Talenti in fuga?, con l’obiettivo di sviluppare strategie concrete per rafforzare i legami tra gli italiani all’estero e il loro Paese d’origine. Si discuterà anche della necessità di attrarre talenti stranieri, sfruttando innovazione e diversità come leve per il rilancio dell’Italia. Le proposte emerse saranno raccolte in un report destinato alle istituzioni italiane e riguarderanno, tra le altre cose, incentivi fiscali per il rientro, investimenti nei settori strategici e un più stretto legame tra università e mondo del lavoro.

 

da La Voce di New York




Lingua e cultura italiane negli Stati Uniti

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10accordonaifA Palazzo Firenze, sede centrale della Società Dante Alighieri a Roma, il Presidente della Dante, Andrea Riccardi, e il Presidente della NIAF (National Italian American Foundation) Robert Allegrini hanno firmato un accordo tra le due istituzioni, per azioni congiunte in tema di lingua e cultura italiane negli Stati Uniti.
“Il nostro è un mondo in cui si urla e si mente molto facilmente”, ha detto Riccardi, “e l’italiano deve continuare ad essere una lingua che invece educa: a comunicare, a parlare e a ragionare. Questo è particolarmente importante oggi, mentre saper ragionare e saper parlare è indispensabile. Noi non vogliamo imporre un modo di pensare ma ricordare, anche con l’importante accordo che stiamo sottoscrivendo oggi con la Fondazione NIAF, che l’italiano è una lingua di prospettiva universale e che, da parte dei figli degli emigrati e degli italsimpatici, l’italiano è sentito come una lingua del futuro”.
La lingua italiana, ha osservato il Presidente Allegrini, “è una lingua di cultura e tutti devono sapere che esiste una grande volontà da parte delle comunità italo-americane di riprendere la loro lingua, anche se un po’ si è persa, negli anni. Gli “immigranti” italo-americani e i loro figli, grazie a questo accordo con la Società Dante Alighieri, potranno riprendere i contatti con la loro lingua. Questo accordo è importante perché crea una base di opportunità, per gli italo-americani e per i loro “italo-figli” di conoscere la nostra bella madrelingua: l’italiano”.

L’ACCORDO
L’intesa punta sull’insegnamento dell’italiano online attraverso la piattaforma digitale www.dante.global, strumento all’avanguardia per l’offerta di corsi in formato phygital (fisico e digitale) che affianca i corsi d’italiano in aula ibrida, tutto secondo la metodologia didattica Dante.global. Saranno oggetto dell’accordo anche le azioni per la formazione e l’aggiornamento dei docenti, la concessione delle borse di studio congiunte, la promozione della cultura italiana attraverso eventi e manifestazioni anche di carattere scientifico. Tutto ciò a supporto del made in Italy e della promozione della cultura d’impresa italiana presso le comunità italiane, fondate da emigrati, che hanno contribuito alla crescita dell’America. Durante la cerimonia, il Consorzio Parmigiano Reggiano, partner strategico del progetto, è stato rappresentato dal Presidente Nicola Bertinelli. (aise) 




Tajani: «Con la difesa europea un salto di qualità. Usa, rapporto vivo con noi a testa alta»

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20250310 0128 696x464«Non bisogna preoccuparsi, ma occuparsi». Di mantenere vivo il rapporto storico di alleanza transatlantica tra Usa ed Europa perché «siamo indispensabili gli uni agli altri», e soprattutto di «far fare alla Ue un salto di qualità. È questo il momento. Dobbiamo far valere la nostra forza di primo mercato di scambio del mondo, e non agire in difesa come fossimo dei don Abbondio terrorizzati». Per questo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani invita a non avere paura di un rafforzamento della difesa europea, che però dovrà avvenire assieme a quello contestuale politico ed economico, perché per contare — anche in politica estera — bisogna essere compatti su tutti i fronti.

Significa che l’Italia ha intenzione di arrivare a 40 mila soldati, di spendere enormi cifre per la difesa?

«Intanto, faccio notare — come ha anche precisato il ministro della Difesa Crosetto — che quello citato è uno dei tanti studi a cui tutti gli Stati maggiori dei Paesi stanno lavorando in questi giorni. Si fanno varie ipotesi, che poi andranno incrociate con le valutazioni politiche, con le disponibilità finanziarie. Vedremo quali saranno le proposte. Ma c’è un secondo elemento, più importante: dobbiamo essere realisti».

E prendere atto che l’America ci volta le spalle?

«I cambiamenti in atto ci sono, e oggi ci sono le condizioni — anche in parte obbligate — per dar vita a quel grande progetto prima di De Gasperi, poi di Berlusconi e ora nelle sue grandi linee presentato da von der Leyen, con il nostro si: una grande difesa europea. La contingenza, gli Usa che spingono in questa direzione, ci offrono una grande occasione».

Per la corsa al riarmo?

«Le cose non vanno viste così. Difesa non sono solo carrarmati e cannoni. È cybersicurezza, sono le azioni di contrasto con intelligence e non solo ai traffici di armi, di clandestini, alla criminalità sul territorio, all’aiuto nelle calamità naturali. La difesa è missioni di pace e protezione che servono a proteggere il nostro export. Dobbiamo necessariamente andare verso una spesa per la difesa del 2% del Pil, con lo scorporo di queste spese dal patto di Stabilità. Dovremo utilizzare un meccanismo simile al Recovery Fund, dal quale però non abbiamo intenzione di distrarre fondi».

E mettere a disposizione le armi per l’Ucraina, magari schierare gli eserciti poi, come dice Macron? Per Salvini è una sorta di «pazzo» guerrafondaio.

«Non è un pazzo, ha le sue posizioni, che non sono le nostre. Da ministro degli Esteri non mi permetterei mai di definire con questi toni chi ha una posizione diversa dalla mia. E soprattutto mantengo tutto il mio rispetto per la massima autorità, per il capo dello Stato di un Paese amico come la Francia».

E qual è la posizione italiana?

«Noi ci auguriamo che quello che prevede Macron non sia necessario, perché noi — come lo stesso Zelensky — pensiamo che la guerra possa finire entro l’anno. Abbiamo altri fronti aperti e dobbiamo lavorare per un giusto trattato di pace, che ci veda protagonisti come Europa e che rispetti la posizione Ucraina. I nostri militari non andranno al fronte in Ucraina, né con una missione Nato né europea. Altro sarebbe una missione Onu che possa fare da forza di interposizione dopo essere arrivati alla pace».

Ma una difesa europea serve a sostituire quella assicurata finora dagli Usa, che come dice Musk — minacciando anche l’Ucraina con il blocco dei satelliti Starlink — dovrebbero uscire dalla Nato?

«Io non credo che il protezionismo e l’isolazionismo facciano bene all’America. Abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con gli Usa: è evidente che senza di loro oggi non avremmo grandi mercati — utili reciprocamente — e la difesa finora da loro assicurata. Quindi, dobbiamo mantenere vivo il rapporto tra Europa ed Usa, ma con dignità e a testa alta. Anche a questo serve una nostra difesa più forte».

E di Musk e Starlink cosa pensa?

«Che dobbiamo distinguere le parole di propaganda dai fatti. Non facciamoci prendere dall’ansia di dover ribattere a ogni cosa detta da politici o imprenditori Usa e manteniamo il sangue freddo. Io vedrò al G7 in Canada il mio omologo Rubio e lo farò con amicizia e spirito di confronto costruttivo. Nel frattempo, continuerò come è nel ruolo dell’Italia, a cercare di cucire tra Europa e Usa un rapporto solido. Ma appunto, questo si fa se insieme noi europei lavoriamo a politiche commerciali comuni. Politicamente e strategicamente dobbiamo muoverci insieme. Solo così possiamo farcela, altro che manifestazioni di piazza usate solo per attaccare il governo. Noi non prendiamo lezioni di europeismo da nessuno».

Intanto ci sono gli altri fronti: la Palestina.

«Abbiamo condiviso con Germania, Francia e Regno Unito l’appoggio al piano di ricostruzione di Gaza dei Paesi arabi che non prevede l’espulsione dei palestinesi. Questo è il ruolo dell’Europa e anche dell’Italia: ragionare su proposte se necessario anche alternative a quelle americane, ma farlo avendo alle spalle l’unità politica di un continente di 400 milioni di abitanti».

In Siria sono riprese stragi di civili. L’Italia contava molto sulla stabilità.

«E noi contiamo e lavoriamo su questo. Il presidente ad interim Al Sharaa ha promesso con chiarezza che non ci sarà nessuna clemenza per chi ha ucciso i civili. Ci sono stati assalti alle sue forze di sicurezza e vengono denunziate centinaia di vittime di esecuzioni sommarie. Noi vogliamo sia mantenuta l’integrità territoriale di quel Paese, nel rispetto di tutte le comunità che devono confrontarsi e collaborare pacificamente».

dal Corriere della Sera




Inglese unica lingua in USA: Trump attacca immigrati, ispanofoni e nativi

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usa“In questo Paese si parla inglese, non spagnolo”. Lo disse Donald Trump a Jeb Bush in un dibattito durante le primarie repubblicane nel 2015. Bush, aveva difeso l’uso di altre lingue, incluso lo spagnolo che lui parla molto bene. Ma anche recentemente Trump ha attaccato l’uso di altre lingue negli Usa asserendo che “tante lingue entrano”, alcune delle quali “nessuno ne ha mai sentito parlare… Si tratta di una cosa orribile”. Adesso, col suo secondo mandato, dopo una raffica di più di settanta ordini esecutivi, ha deciso che gli Stati Uniti hanno bisogno di una sola lingua. E il suo ultimo ordine esecutivo stabilisce che l’inglese è la lingua ufficiale degli Usa.
Quest’ultimo ordine esecutivo abroga quello emesso da Bill Clinton che richiedeva servizi di assistenza linguistica a tutte le agenzie e organizzazioni che ricevono fondi dal governo federale. L’ordine esecutivo di Trump, però, non ha molta influenza eccetto per l’eliminazione del requisito di offrire documenti in diverse lingue. Con Trump diventa una scelta per queste agenzie.
L’ordine esecutivo sull’ufficialità della lingua inglese cambia poco a livello pratico ma simbolicamente si riallaccia alla campagna politica anti-immigranti di Trump. Il 47esimo presidente non si interessa alle lingue ma alle persone che le parlano, ossia migranti che storicamente sono venuti negli Usa da tutte le parti del mondo e che continuano a venire. Negli Stati Uniti la lingua dominante è l’inglese ma si parlano anche altre 350 lingue. Molte includono pochi parlanti ma lo spagnolo raggiunge 42 milioni e il cinese 3 milioni. Le dichiarazioni sull’inglese “lingua ufficiale” colpiscono tutta questa gente al livello psicologico, specialmente i nativi americani, che continuano a parlare le loro lingue indigene.
Il monolinguismo auspicato dall’ordine esecutivo si scontra però con la realtà. Nonostante il suo disamore per le altre lingue, nelle sue campagne elettorali Trump non ha esitato a spendere milioni di dollari in annunci pubblicitari in spagnolo per corteggiare elettori ispanofoni. Quindi le altre lingue vanno bene quando ci sono guadagni da ottenere.
Questo realismo verso le lingue straniere negli Usa è anche praticato dalla stragrande maggioranza degli Stati. Nonostante il fatto che 30 di questi abbiano dichiarato l’inglese come lingua ufficiale, l’uso di altre lingue per assistere immigrati è relativamente comune. I documenti sono spesso disponibili in parecchie lingue, infatti, specialmente in spagnolo poiché si calcola che 42 milioni di residenti parlano la lingua di Cervantes in casa, secondo dati del Censo Usa. Questa cifra di ispanoparlanti piazzerebbe gli Usa al quinto posto dopo il Messico, la Colombia, la Spagna e l’Argentina per il numero di ispanoparlanti al mondo. Non sorprende dunque che quando si telefona alle grosse aziende ma anche ad agenzie del governo si ascolta “Premere 1 per inglese e 2 per spagnolo”.
Nella stragrande maggioranza degli Stati è possibile sostenere l’esame scritto per la patente automobilistica in spagnolo (e altre lingue) persino in “red” states”, ossia quelli che tipicamente votano per i repubblicani. Inoltre 31 Stati permettono a residenti senza permessi di residenza legale di conseguire la patente automobilistica per facilitarne l’integrazione. Inoltre il Civil Rights Act del 1965 richiede che le schede elettorali vengano tradotte in lingue diverse dall’inglese per le zone con un minimo del 5% di residenti che parlano una lingua straniera. La legge protegge i diritti di questi gruppi minoritari che includono lo spagnolo, il cinese, le lingue dei nativi americani e altre.
Spesso queste leggi mirano a mandare un messaggio che non riflette affatto il “red carpet” all’immigrazione. L’ordine esecutivo di Trump sull’inglese è forse il meno grave attacco agli immigrati che in campagna elettorale, e anche ora, sono stati bersagliati da minacce di espulsione. Come si sa, il 47esimo presidente ha promesso deportazioni di massa, ma fino adesso queste non hanno raggiunto le cifre da lui auspicate. Il clima però è teso per gli immigrati e non pochi ispanoparlanti spesso evitano di parlare spagnolo in pubblico.
L’ordine esecutivo di Trump sostiene che l’inglese come lingua ufficiale “promuove l’unità, stabilisce l’efficienza nelle procedure governative e crea un percorso per la partecipazione civica”. Nei suoi effetti, però, si tratta del contrario: non riconosce, né valorizza i contributi della diversità linguistica negli Usa, né quelli dei loro parlanti. Se gli Stati Uniti raggiungeranno il monolinguismo auspicato da Trump vorrà dire che il Paese è in declino perché nessuno vorrà migrare in America. (aise)

Domenico Maceri
PhD, professore emerito all’Allan Hancock College (USA) 




“Papa in lieve miglioramento, non ha più crisi asmatiche”, ma i medici non sciolgono la prognosi

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“Le condizioni cliniche del Santo Padre nella loro criticità dimostrano un lieve miglioramento. Anche nella giornata odierna non si sono verificati episodi di crisi respiratorie asmatiforme; alcuni esami di laboratorio sono migliorati”. Lo afferma il Bollettino medico diffuso questa sera dall’equipe dell’ospedale Gemelli di Roma.
“Il monitoraggio della lieve insufficienza renale non desta preoccupazione. Continua l’ossigenoterapia, anche se con flussi e percentuale di ossigeno lievemente ridotti”, si legge ancora. “I medici, in considerazione della complessità del quadro clinico, in via prudenziale non sciolgono ancora la prognosi“, conclude l Bollettino medico diffuso questa sera.

LA GIORNATA DEL PAPA

Papa Francesco “in mattinata ha ricevuto l’Eucarestia, mentre nel pomeriggio ha ripreso l’attività lavorativa. In serata ha chiamato il Parroco della Parrocchia di Gaza per esprimere la sua paterna vicinanza. Papa Francesco ringrazia tutto il popolo di Dio che in questi giorni si è radunato a pregare per la sua salute”. È quanto si legge nel Bollettino medico diffuso questa sera.

Agenzia DIRE – www.dire.it