Malindikenya/ Dialoghi tra artisti keniani e italiani a Nairobi

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malindikenya“Con l’incontro e le attività durate dieci giorni, dal 2 al 12 giugno scorso a Nairobi, è partito il progetto interculturale di scambio tra artisti italiani e keniani “Dialogos Part Six”, che ha messo in contatto e metterà in confronto artisti e ricercatori italiani con colleghi keniani per sviluppare la creatività e tematiche comuni ed arrivare, attraverso altri incontri in presenza e in remoto ad un’opera collettiva, una pubblicazione che documenterà l’intero progetto e una presentazione pubblica a Nairobi”. A parlarne è un articolo pubblicato dal portale di informazione in lingua italiana Malindikenya.net, diretto da Freddie del Curatolo.
“Gli italiani Beatrice Polato, Umberto Cavenago, Giancarlo Norese, Luisa Turuani e il Collettivo keniano “Un-Collective”, formato dagli artisti Onyis Martin, Longinos Nagila e David Thuku, hanno interagito con altri colleghi online dall’officina creativa Kuona Art della capitale, uno dei partner dell’iniziativa coordinata dall’Istituto Italiano di Cultura a Nairobi.

Come si legge nel sito dell’iniziativa, “Dialogos Part Six è un progetto di collaborazione tra artisti kenioti e italiani, incentrato sulla possibilità di sviluppare una pratica artistica basata sulla continua negoziazione di conoscenze, scelte e consapevolezza. Un’esperienza fiorente tra artisti che si sono trovati per coincidenze, affinità elettive o traiettorie intrecciate”.
Tre artisti e una ricercatrice italiani sperimenteranno lo stare assieme come progetto d’arte in un territorio culturalmente lontano da quello italiano. Dialogheranno con altri artisti keniani i quali faranno da ponte anche nella scoperta della scena artistica principalmente concentrata a Nairobi.
Grazie alla collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e alla loro volontà di sostenere l’organizzazione della residenza in Kenya, è stato possibile concretizzare questo scambio culturale, declinato attraverso l’arte contemporanea.Gli artisti italiani che partecipano sono legati dalla condivisione di un progetto che in Italia vanta una storia pluridecennale, Dialogos, che mette al centro del processo creativo e del fare arte non necessariamente qualcosa di tangibile come risultato ma il dialogo estetico, con l’obbiettivo dichiarato di far conoscere il Kenya attraverso le persone che ci vivono e che sono impegnate nel promuovere una narrazione meno stereotipata del loro paese. Condividere problematiche sociali e ambientali che l’arte esprime e, talvolta denuncia, in Kenya così come nel territorio italiano.
L’iniziativa di Nairobi è quindi un work in progress, un format di condivisione artistica da mettere in dialogo con un paese culturalmente molto diverso che accende curiosità, dibattiti e provoca narrative incrociate nella speranza di creare un terreno comune dove costruire.
Uno spazio all’interno di Kuona Art Collective si trasforma così in una sorta di atelier per la creazione artistica dove incontrare altri tre artisti keniani, Onys Martin, Longinos Nagila, David Thuku e varie figure che a diverso titolo vorranno contribuire allo scambio all’interno della residenza. Da lì inizierà il percorso che diventerà allo stesso tempo una testimonianza, una documentazione e un’opera d’arte.
Le tematiche comuni esplorate sia dagli artisti italiani che da quelli keniani sono: Il concetto di tempo e spazio come categorie da inserire all’interno del dibattito relativo anche al significato di displacement, il concetto di luogo inteso anche come attenzione ambientale e il concetto di limite.

Le domande che emergeranno durante la residenza, più ancora che le risposte, saranno materiale da raccogliere e lasciare quale testimonianza di un incontro interculturale e un’eredità di cui farsi carico”.




Tutti d’accordo nel centrodestra: “Chi prenderà più voti sceglierà il premier”

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191518041 667e6be2 2a45 4dbb be5d 4164ea7823c9Dopo oltre quattro ore di riunione, il centrodestra chiude l’accordo di coalizione in vista delle politiche del 25 settembre. I leader dell’alleanza siglano l’intesa su premiership e sulla ripartizione dei collegi uninominali. Sull’indicazione del premier passa la linea di Giorgia Meloni, che però si dimostra “accomodante” nella successiva trattativa sui candidati nei collegi previsti dal Rosatellum.

“La coalizione proporrà al presidente della Repubblica quale premier l’esponente indicato da chi avrà preso più voti”, scandisce la nota congiunta diffusa al termine del vertice.

Comunicato che dà origine a momenti di tensione, con FdI che insiste per inserire la dicitura “l’esponente indicato dal partito che avrà preso più voti”.

E non semplicemente il generico “da chi ha preso più voti”: un modo per tutelarsi da possibili ripensamenti degli alleati. Ma questa versione alla fine non passa.

Per quanto riguarda la ripartizione dei candidati nei 221 collegi in cui il centrodestra correrà unito, lo schema sarà il seguente: 98 a FdI, 70 a Lega, 42 a FI-Udc e 11 a Noi con l’Italia e Coraggio Italia.

“Abbiamo accettato che i candidati nei collegi fossero ripartiti secondo medie dei sondaggi proposte da Lega e FI, in cui FdI era sottostimata al 20%”, spiega Ignazio La Russa.

“Giorgia si è mostrata molto accomondante e generosa, perchè ha acconsentito alla ‘presa in carico’ della quota minima di 11 collegi destinati ai centristi”.

Mentre Matteo Salvini aveva già aperto nei giorni scorsi, il più recalcitante a confermare la tradizionale regola del centrodestra sulla premiership è stato Silvio Berlusconi.

Ma il compromesso di rinviare l’indicazione del premier alla fase ‘post voto’ e di evitare una campagna elettorale attorno allo slogan ‘Meloni premier’ ha fatto cedere il Cavaliere, che era timoroso di perdere consensi tra l’elettorato moderato, già messo in difficoltà dalle uscite dei ministri Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna dopo il mancato voto di fiducia di FI a Mario Draghi.

Anche durante la discussione sui collegi, l’ex premier ha voluto dire la sua: ha contestato la proposta, sostenuta da FdI, di dividere i collegi uninominali tra i partiti di centrodestra in maniera proporzionale ai principali sondaggi degli ultimi giorni.

“Ora i sondaggi mi danno al 10% ma con la campagna elettorale posso arrivare al 20%”, avrebbe osservato il Cavaliere, spiegando il motivo per il quale a suo giudizio dividere i collegi sui sondaggi “non era corretto”.

FI e Lega hanno poi sottoposto agli alleati i sondaggi da loro commissionati. E FdI ha acconsentito a procedere nella suddivisione in base a quelle indagini.

Salvini e Berlusconi hanno lasciato il vertice prima del termine: il leghista poco dopo le 20 per festaggiare il compleanno con la fidanzata Francesca Verdini, il presidente di Fi intorno alle 21 per fare ritorno ad Arcore.

Al tavolo con Meloni e i centristi, sono rimasti i leghisti Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli e l’azzurro Antonio Tajani.

“I leader del centrodestra hanno raggiunto pieno accordo e avviato il lavoro con l’obiettivo di vincere le prossime elezioni politiche e costruire un governo stabile e coeso, con un programma condiviso e innovativo – informa la nota diffusa al termine della riunione -.Il centrodestra presenterà anche una lista unica nelle Circoscrizioni Estere e ha istituito il tavolo del programma  che si insedierà nelle prossime ore. L’unità del centrodestra è la migliore risposta possibile alle accuse e gli attacchi, spesso volgari, di una sinistra ormai allo sbando, con una coalizione improvvisata, che  gli italiani manderanno a casa il prossimo 25 settembre”.

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Torna Trump e ‘prenota’ la Casa Bianca

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203301064 60b88cac 8672 4f16 9e4c 23ef616bda70La “ricetta” di Donald Trump per il futuro dell’America, assediata dalla criminalità e dall’emergenza immigrazione: pena di morte per i trafficanti di droga, più polizia nelle strade e rimozione degli homeless da tutti gli spazi pubblici. “Renderemo di nuovo l’America sicura – ha promesso – ristabiliremo legge e ordine. A novembre conquisteremo Camera e Senato, e nel 2024 la Casa Bianca“.

In un discorso di un’ora e mezza, tenuto al Marriott Marquis, il super hotel sede della convention conservatrice di America First, Trump ha segnato il suo ritorno a Washington, a più di un anno e mezzo dall’ultima volta, quando aveva lasciato la Casa Bianca nel giorno più triste della sua carriera di presidente.

L’intervento del tycoon era atteso perché arrivava a pochi giorni dell’ultima audizione della commissione d’inchiesta della Camera che ha documentato l’inazione di Trump durante le tre drammatiche ore dell’assalto al Campidoglio. Come chiedevano i suoi consiglieri e la famiglia, Trump ha evitato di “guardare all’indietro” e puntato sul futuro, come un candidato presidenziale ‘in pectorè.

Anche questa volta non è arrivato l’annuncio ufficiale, ma Trump ha voluto dare un’immagine rassicurante, usando un timbro moderato nel tono della voce ma non nei contenuti, sempre duri, irriverenti, offensivi nei confronti degli avversari. Forse ha influito anche la natura generazionale della platea, diversa da quella dei giovani conservatori che, la settimana scorsa, lo aveva accolto a Tampa, Florida.

In quell’occasione Trump era stato quasi rock, parlando spesso a braccio, alternando battute, scenette, lanciando anche messaggi nuovi. A Washington, invece, è stato il solito Trump, ma con la novità storica del mancato riferimento ai brogli elettorali, che non sembra più appassionare i suoi stessi sostenitori. Il tycoon ha solo sfiorato l’argomento, invocando un “nuovo sistema elettorale, che prevede solo voti su carta e che permetta “alle 11 di sera di sapere chi ha vinto”.

Per il resto, ha promesso di “rimuovere centinaia di migliaia di homeless dalle strade”, e spostarli in “zone disabitate, lontane dalle città”, creando accampamenti con servizi medici e psicologici, con l’obiettivo di aiutare i senza tetto a “reinserirsi nella società”. Trump ha inoltre chiesto nuove leggi per “rinforzare le protezioni e immunità dei poliziotti”, e invocato la pena di morte per i trafficanti di droga. “In quei Paesi in cui c’è la pena capitale – ha spiegato – non hanno problemi con la droga. Li’ vanno subito a processo e giustiziano i trafficanti, salvando centinaia di vite umane”.

Trump ha sostenuto l’esigenza di “mettere auto della polizia in ogni angolo delle città” per riportare sicurezza nelle persone, a cominciare da quelli della classe media, che “sentono di vivere in zone di guerra”. L’ex presidente ha, inoltre, difeso il Secondo emendamento, che stabilisce il diritto ad armarsi, e chiamato i poliziotti i “miei eroi”, anche se ha evitato di citare l’insurrezione del 6 gennaio 2021 al Campidoglio, distante solo tre chilometri dal luogo della convention.

Il tycoon ha insistito sul tema della criminalità e chiesto “risposte dure e anche sgradevoli” per rendere le città più sicure. “Noi – ha aggiunto – stiamo vivendo in un Paese diverso per una ragione principale: non c’è più rispetto per la legge, e dunque non c’è più neanche l’ordine. Il nostro Paese ora è un pozzo senza fondo del crimine”.

Dopo aver promesso nel 2016 di “drenare la palude” della corruzione a Washington, ora Trump cercherà di drenare il pozzo della criminalità. Sarà uno dei temi su cui si baserà la sua campagna elettorale. Perché, se anche non lo ha detto ufficialmente, da oggi, a Washington, è ripartita la campagna del tycoon per le presidenziali.

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Il Papa ai nativi canadesi: “Imploro perdono, sono addolorato”

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091607285 7a739bc8 2857 4492 87e1 4893977469b0“Attendevo di giungere tra voi. è da qui, da questo luogo tristemente evocativo, che vorrei iniziare quanto ho nell’animo: un pellegrinaggio penitenziale. Giungo nelle vostre terre natie per dirvi di persona che sono addolorato, per implorare da Dio perdono, guarigione e riconciliazione, per manifestarvi la mia vicinanza, per pregare con voi e per voi”. Lo ha detto Papa Francesco incontrando oggi i nativi canadesi.

“Sono lieto di vedere che in questa parrocchia, nella quale confluiscono persone di diverse comunità delle First Nations, dei Mètis e degli Inuit, insieme a gente non indigena dei quartieri locali e a diversi fratelli e sorelle immigrati, tale lavoro è già iniziato. Ecco una casa per tutti, aperta e inclusiva, così come dev’essere la Chiesa, famiglia dei figli di Dio dove l’ospitalità e l’accoglienza, valori tipici della cultura indigena, sono essenziali: dove ognuno deve sentirsi benvenuto, indipendentemente dalle vicende trascorse e dalle circostanze di vita individuali.

E vorrei anche dirvi grazie per la vicinanza concreta a tanti poveri – sono numerosi anche in questo ricco Paese – attraverso la carità”, ha osservato Francesco nell’incontro con le popolazioni indigene e con i membri della Comunità Parrocchiale presso la Chiesa del Sacro Cuore di Edmonton.

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Meloni: “senza intesa sul premier non c’e’ coalizione”.

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051924853 3b38c24d b026 4188 9b88 2971d56afad8Si delineano, nette, le posizioni con cui i tre principali partiti di centrodestra si avvicinano all’appuntamento cruciale in vista del voto del 25 settembre. Per Fratelli d’Italia, parla Giorgia Meloni e chiarisce che “non avrebbe senso andare a governare insieme”, senza un accordo sulle regole, che comprenda il metodo di spartizione dei collegi uninominali e le modalità di indicazione del candidato premier.

La presidente di FdI aggiunge poi di “confidare che si vorranno confermare, anche per ragioni di tempo, regole che nel centrodestra hanno sempre funzionato” e che il suo partito ha “sempre rispettato e non si capisce per quale ragione dovrebbero cambiare oggi”. Tradotto: spartizione dei collegi in base ai sondaggi e regola che il partito che prende più voti indica il presidente del Consiglio, in caso di vittoria alle elezioni.

Sul tema della premiership, Matteo Salvini conferma la ‘sponda’ a Meloni, offerta già nei giorni scorsi. Il segretario leghista chiede agli alleati di “lasciare alla sinistra le liti e le divisioni”. E ribadisce: “Chi avrà un voto in più, avrà l’onore e l’onere di indicare il premier”.

Diversa è la posizione di Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi sta attraversando un periodo difficile, ‘tormentato’ dagli addii dei ministri Mariastella Gelmini e Renato Brunetta e dall’apertura di una riflessione da parte di Mara Carfagna, dopo la mancata fiducia al governo Draghi. Oggi due parlamentari, Annalisa Baroni e Giusy Versace, e un assessore lombardo, Alessandro Mattinzoli, hanno seguito Gelmini.

Nei prossimi giorni potrebbero esserci altri addii.

Mentre la responsabile per i rapporti con gli alleati Lucia Ronzulli si è detta convinta che Carfagna non lascerà FI. In questo clima di tensione, i vertici azzurri sono contrari, perchè lo ritengono divisivo, a ogni ipotesi di anticipo del tema della premiership.

Temono che ogni indicazione su Meloni possa creare nuove tensioni o faccia perdere consensi in campagna elettorale. Vogliono prendere tempo e spostare la discussione a più avanti. Silvio Berlusconi lo ha detto espressamente nelle interviste rilasciate in questi giorni.

“Credo sinceramente che questo sia il meno importante dei problemi – ha scandito il Cavaliere -. Quello che dobbiamo definire non è un nome, è un progetto comune da proporre agli italiani, credibile in Europa e nel mondo. Poi, alla fine del percorso, ragioneremo insieme sul nome più appropriato da proporre al presidente Mattarella come nuovo presidente del Consiglio”. “Affronteremo il problema al vertice”, aveva assicurato.

Quello di mercoledì quindi si preannuncia un vertice con nodi importanti sul tavolo. Meloni ha ottenuto che si tenesse a Palazzo Montecitorio e non in una residenza privata dell’ex premier come avviene tradizionalmente da decenni. E anche questo è un segnale del nuovo corso che vuole dare a una alleanza a chiaro traino FdI. Da via della Scrofa si chiede quindi che non via sia una modifica delle regole usate dall’alleanza fino a ora. Non sono regole che abbiamo scelto noi, ma che hanno scelto loro quando erano più forti – si sottolinea – noi non vogliamo cambiarle e chiediamo pari dignità, ora che siamo noi i più forti. Per quanto riguarda la spartizione delle candidature nei collegi elettorali, FdI chiede, come ha sottolineato il capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida, di avere circa il 50% dei collegi.

L’obiettivo è di replicare il metodo usato nel 2018, quando gli alleati si trovarono attorno a un tavolo, ognuno con il sondaggio commissionato a un istituto di fiducia e decisero le quote in base alla media dei tre sondaggi. Una volta confermato il metodo – si precisa da FdI – non è escluso che da parte nostra non ci siano aperture, gesti di generosità per esempio su alcuni collegi da attribuire ai centristi.

Ma il metodo deve essere confermato, si insiste. Nel 2018, poi si divisero i collegi in sei fasce – ricorda un dirigente – in base alle possibilità di vittoria e si ripropose la quota proporzionale di ogni partito in ciascuna fascia. Anche per quanto riguarda la leadership, infine, da via della Scrofa è interpretato un gesto di generosità della leade di FdI, quello di non pretendere una campagna incentrata su ‘Meloni premier’ ma di chiedere semplicemente che spetti al partito che avrà più voti indicare un nome per Palazzo Chigi a Sergio Mattarella, in caso di vittoria delle coalizione.

Calenda apre al PD

Intanto Carlo Calenda apre al Pd. Poi l’incontro con Renzi. Letta? “Gli vogliamo bene, è una persona seria. Siamo disponibili a discutere con tutti sulle cose da fare”, ha detto il leader di Azione a margine della presentazione del Fronte Repubblicano per le elezioni nella sede della stampa estera.

Nella serata di lunedì Calenda ha incontrato anche il leader di Italia viva. “E’ chiaro che Carlo Calenda ha molte posizioni per molti aspetti simili, tant’è che abbiamo lavorato insieme e io l’ho voluto ministro e ambasciatore, l’ho sostenuto come candidato sindaco a Roma. Poi quello che farà Calenda è giusto che lo dica lui. Del resto ha visto, o sentito, Enrico Letta”, ha detto Renzi a Zona Bianca su Rete4-
“Io – riprende il leader Iv – ho detto che se c’è un progetto serio per il Paese sono disponibilissimo a dare una mano, a aiutare. Se invece si deve fare una discussione sulle alleanze priva di contenuti reali, facciamo una cosa semplice e andiamo da soli”.

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Giorgia Meloni: “Senza accordo sul premier l’alleanza nel centrodestra è inutile”

meloni, governa chi vince alle urne, e noi siamo pronti

meloni, governa chi vince alle urne, e noi siamo pronti

“Se non dovessimo riuscire a metterci d’accordo” sul nodo della premiership nel centrodestra “non avrebbe senso andare al governo insieme.

Lo dice Giorgia Meloni di Fdi in una intervista che andrà in onda questa sera nel corso dell’edizione delle ore 20.00 del Tg5, il cui testo è stato anticipato.

“Confido che si vorranno confermare, anche per ragioni di tempo, regole che nel centrodestra hanno sempre funzionato, che noi abbiamo sempre rispettato e che non si capisce per quale ragione dovrebbero cambiare oggi”, conclude.

“Non ho bisogno dei regali di Enrico Letta, né dei loro riconoscimenti. Letta fotografa la realtà quando dice che bisognerà scegliere tra Fratelli d’Italia e il Pd: sono i due principali partiti che si confronteranno in queste elezioni in un sistema che potrebbe tornare bipolare. Considero questa una buona notizia perché nel bipolarismo si confrontano identità: centrodestra contro centrosinistra, progressisti contro conservatori. Questo è lo scontro e gli italiani sceglieranno da che parte stare”. Così Meloni, convinta che la campagna elettorale sarà violentissima. “Non ci facciamo intimidire. E penso anche che la sinistra abbia bisogno di inventare una macchina del fango contro di noi perché non può dire niente di concreto e di vero. Noi non abbiamo bisogno di inventare una macchina del fango contro di loro perché possiamo banalmente raccontare i disastri che hanno prodotto in Italia negli ultimi 10 anni al governo”, conclude.

MATTEO SALVINI: “CHI HA UN VOTO IN PIÙ INDICHERÀ IL PREMIER DEL CENTRODESTRA”

“Lasciamo a sinistra litigi e divisioni: per quanto ci riguarda, siamo pronti a ragionare con gli alleati sul programma di governo partendo da tasse, lavoro, immigrazione e ambiente. Chi avrà un voto in più, avrà l’onore e l’onere di indicare il premier”. Lo dice il leader della Lega Matteo Salvini.

ANSA




Massimo Stano conquista la medaglia d’oro nella 35 chilometri di marcia

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161312438 409f40df 8071 4d0c a009 d3ad0762e86bImmenso, monumentale, quasi leggendario: Massimo Stano è il nuovo padrone della marcia mondiale.

Dall’oro olimpico nella 20 chilometri lo scorso anno a Sapporo a quello mondiale nella nuova 35 km, sulle strade di Eugene.

Dal Giappone all’Oregon, sui due versanti del Pacifico. Il 30enne nativo di Grumo Appula in Puglia e’ la seconda medaglia dell’Italia ai Campionati mondiali di atletica leggera di Eugene, la prima d’oro dopo il bronzo di Elena Vallortigara.

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© Foto Fidal / Colombo

Massimo Stano 

Massimo Stano, allievo di Patrizio Parcesepe, portacolori delle Fiamme Oro, il gruppo sportivo della Polizia di Stato, è stato il protagonista della 35 km, distanza che ha debuttato in questa rassegna mandando così in pensione la massacrante ma leggendaria 50 km che, in ambito olimpico, fu terra di conquiste dei vari Giuseppe ‘Pino’ Dordoni, Abdon Pamich e più recentemente di Alex Schwazer.

Il movimento italiano della disciplina del ‘tacco punta’ ha fatto ancora una volta centro a conferma che la marcia azzurra non tradisce mai, o quasi.

Stano sul circuito ricavato lungo il viale intitolato a Martin Luther King, dinanzi ad uno dei templi del football americano, l’Autzen Stadium di Eugene, ha fatto prima il sornione, poi ha controllato ed infine ha sferrato l’attacco al momento giusto.

Tutto questo frutto di una superlativa sagacia tattica e di un sicuro gesto tecnico.

L’azzurro, sposato dal 2016 con Fatima Lotfi e dal febbraio 2021 papà di Sophie, ha rotto gli indugi e incrementato le frequenze quando ormai gli altri erano entrati in riserva.

Ha piazzato un forcing devastante negli ultimi cinque chilometri facendo segnare un parziale strepitoso di 19’50. 

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© Foto Fidal / Colombo

Massimo Stano 

Il crono finale di 2 ore 23’14, oltre ad essere nuovo primato italiano, è anche record mondiale. Va considerando che quando fatto segnare, 2 ore 21’31, nel febbraio 2006 ad Adler dal russo Vladimir Kanaykin è prestazione incerta anche perché l’atleta è stato macchiato dall’uso di doping.

I parziali di Stano sono stati, 21’03 ai 5 km, 41’31 ai 10 km, 1 ora 02’02 ai 15 km, 1 ora 22’40 ai 20 km, 1 ora 43’06 ai 25 km e 2 ore 03’24 ai 30 km.

Gli ultimi a tener testa allo scatenato marciatore pugliese sono stati il giapponese, leader mondiale stagionale, Masatora Kawano, poi argento in 2 ore 23’15, e lo svedese Perseus Karlstroem, bronzo in 2 ore 23’44.

Chiave di volta della gara, dopo la sparata iniziale del nipponico Daisuke Matsunaga esauritasi dopo il passaggio al ventesimo chilometro, attorno al trentesimo.

I battistrada trovano un alleato nel doppiato peruviano Cesar Rodriguez che per alcuni giri si e’ messo a tirare il gruppo dei migliori. Stano resta tranquillo nel plotoncino di testa, il suo gesto tecnico e’ sempre pulito, è preciso nei rifornimenti prima dell’attacco.

Con l’oro di Stano, l’Italia è tornata sul gradino più alto del podio ai Mondiali all’aperto dopo ben 19 anni.

Era il 28 agosto del 2003 allo stadio di Saint Denis (Parigi) quando Giuseppe Gibilisco si laureava campione del mondo nel salto con l’asta.

Per la sesta volta un marciatore azzurro ha conquistato l’oro iridato alla rassegna all’aperto. Primo italiano campione del mondo, Maurizio Damilano nella 20 km a Roma ’87.

Il piemontese di Scarnafigi bissò il titolo quattro anni dopo sempre nella 20 km, a Tokyo, dopo l’avvincente duello con l’allora sovietico Mikhail Shchennikov che decise di sprintare quando pero’ mancava ancora un giro di pista al traguardo e poi venne battuto dall’azzurro.

Campione del mondo anche il milanese Michele Didoni nel 1995 a Goeteborg nella 20 km.

Oro nella massacrante 50 km il milanese Ivano Brugnetti nel 1999 a Siviglia (vittoria postuma a seguito della squalifica per doping del vincitore, il russo German Skurygin).

Al femminile campionessa mondiale la compianta siciliana Annarita Sidoti nel 1997 ad Atene nella 10 km su pista, gara che non fa più parte del programma mondiale.

Stano si rivolge al Cio, inserite la 35 km ai Giochi

Rivolgo un appello al Cio perché il mio sogno è doppiare la 20 chilometri e la 35 km alle Olimpiadi. Spero che possano esaudire il mio desiderio perché la ‘trentacinque’ individuale non è nel programma”. Lo ha detto Massimo Stano, neo campione mondiale della 35 chilometri, lanciando un appello al Comitato Olimpico Internazionale di inserire la 35 km nel programma delle Olimpiadi, a partire da quelle di Parigi 2024.

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C’è una (seria) emergenza migranti

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145255455 84e10bf4 6555 4957 8841 6ef34bd1c54bSono state fatte sbarcare nei porti di Calabria e Sicilia le 674 persone soccorse a 124 miglia dalle coste italiane. Nel peschereccio alla deriva c’erano anche 5 morti. I migranti, alcuni dei quali sono stati recuperati in acqua, sono stati soccorsi da tre motovedette della Guardia costiera e da un’unità della Guardia di finanza, nonché dalla nave mercantile Nordic – fatta dirigere sul posto – che poi li ha trasbordati su nave Diciotti della Guardia costiera, presente nell’area.

I cinque cadaveri, insieme a 179 migranti, tra cui 30 minori, sono stati condotti a Messina. Le salme, dopo una prima ricognizione del medico legale Elvira Ventura Spagnolo, sono state portate nella camera mortuaria del Policlinico della città dello Stretto.

Le operazioni di soccorso sono avvenute in area di responsabilità Sar italiana, sotto il coordinamento della Centro operativo nazionale di soccorso della Guardia costiera italiana. Sono intervenuti inoltre un veivolo da pattugliamento marittimo P72A impiegato dalla Marina militare, che ha effettuato il primo avvistamento, e un aereo di Frontex.

Le ultime ore sono state particolarmente impegnative per le motovedette della Guardia costiera, che in precedenza avevano soccorso, insieme a nave Diciotti, altri migranti che si trovavano su imbarcazioni in precarie condizioni di navigazione, anche queste in area Sar italiana.

In una di queste attività è stato necessario l’intervento di un elicottero partito dalla base aeromobili della Guardia costiera di Catania, per effettuare l’evacuazione medica di una donna.

Questa mattina la Ocean Viking di Sos Mediterranee ha avvistato e soccorso un gommone in acque internazionale, al largo della Libia, con 87 persone a bordo, tra cui 57 minori non accompagnati. Nessun migrante aveva il giubbotto di salvataggio.

Intanto l’hotspot di Lampedusa è nuovamente al collasso. Oltre 400 i migranti approdati sull’isola in una quindicina di sbarchi e quasi 1.200 gli ospiti del centro di accoglienza a fronte di una capienza di 350.

Di sole poche settimane fa la precedente emergenza, quando l’hotspot è arrivato a contenere oltre duemila persone, bambini compresi, nel degrado e nella sporcizia. Sui quindici barchini arrivati nella notte tra sabato e domenica c’erano 411 migranti che si sono aggiunti alle altre 350 persone arrivate sabato in altri 13 sbarchi.

Per ora non sono previsti trasferimenti per provare ad alleggerire la struttura. Il primo mini sbarco è avvenuto a Cala Pisana con 4 tunisini approdati su un gommone di due metri. La Guardia di finanza, poco dopo, a mezzo miglio dalla costa dell’isola, ha avvistato e soccorso un barcone di 13 metri con 123 pakistani, bengalesi, egiziani e sudanesi. Il mezzo era partito da Zawija, in Libia. La stessa motovedetta, prima di rientrare in porto, ha avvistato e soccorso un barcone di 6 metri, partito da Zarzis (Tunisia), con a bordo 14 tunisini, fra cui 4 minori.

E poi ancora a circa 4 miglia da Capo Ponente è stata bloccata una barca con 33 siriani ed egiziani, fra cui 10 donne e 2 minori. È approdato direttamente sul molo Madonnina, invece, un barchino di 5 metri, partito da Zarzis (Tunisia), con a bordo 13 tunisini, fra cui 4 minori. Sullo stesso molo sono approdati altri 14 tunisini partiti da Djerba. Il settimo sbarco, dopo l’avvistamento da parte della Guardia di finanza a 3 miglia e mezzo dalla costa, ha portato sull’isola 13 tunisini su una barca di 5 metri. Poco dopo, a 6 miglia, sono approdati altri 38 subsahariani, fra cui 16 donne e 4 minori.

All’alba sono approdati , dopo essere stati soccorsi a 19 miglia da Lampedusa, 41 bengalesi ed egiziani su un’imbarcazione alla deriva. A seguire, all’ingresso del porto, sono stati bloccati su un barcone di 10 metri, partito da Zuara, in Libia, 45 egiziani, bengalesi e marocchini; un barchino con 18 tunisini, fra cui 3 donne, ed ancora altri 18, fra cui una donna e due minori. Il tredicesimo barchino, partito da Djerba in Tunisia, aveva a bordo 13 migranti, fra cui 2 minori. A soccorrerli è stata la Guardia di finanza che ha pure bloccato altri 24 tunisini a bordo di due barche.

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Ad Haiti la violenza delle bande criminali affama la popolazione

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172931 mdIl Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam) ha avvertito che la fame ad Haiti è destinata a peggiorare a causa dell’aggravarsi della violenza tra bande, dell’alto costo dei generi alimentari e dell’aumento dell’inflazione, mettendo a rischio gli sforzi di assistenza umanitaria in questo paese colpito dalla crisi.

In una dichiarazione del 5 luglio il Pam ha affermato che l’insicurezza intorno alla capitale haitiana, Port-au-Prince, dove le bande hanno bloccato le strade e preso il controllo dei quartieri, ha reso difficile per la popolazione accedere e comperare il cibo.

Più di un milione di persone nella capitale è già in condizioni di insicurezza alimentare e le consegne di prodotti coltivati localmente, come le banane, non possono arrivare su strada perché i camion rischiano di essere oggetto di spari o bloccati lungo il percorso, ha dichiarato ai giornalisti Jean-Martin Bauer, direttore del Pam per Haiti. “Ampie fette della popolazione sono isolate dal cuore economico del paese”, ha dichiarato Bauer. “Assistiamo a un aumento significativo della fame nella capitale e nel sud del paese, e Port-au-Prince è l’area più colpita”.

Operazioni umanitarie a rischio
Bande armate hanno anche bloccato la strada che collega la parte meridionale di Haiti, ha dichiarato l’agenzia delle Nazioni Unite, isolando da Port-au-Prince 3,8 milioni di persone che vivono nei dipartimenti a sud della capitale.

Le violenze hanno costretto il Pam a usare le rotte marittime per inviare aiuti alle aree meridionali e settentrionali del paese, mentre gli operatori umanitari devono essere trasportati per via aerea tramite il Servizio aereo umanitario delle Nazioni Unite (Unhas).

“L’unica soluzione sicura per gli operatori umanitari è l’aereo e, senza finanziamenti adeguati, l’Unhas rischia la chiusura imminente entro la fine di luglio 2022. Questo, in ultima istanza, mette a rischio non solo l’assistenza del Pam ma anche le operazioni umanitarie in tutto il paese”, ha dichiarato Bauer.

Dal 24 aprile mezzo milione di bambini ha perso l’accesso all’istruzione a Port-au-Prince

L’ufficio del primo ministro haitiano non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento dell’agenzia di stampa Reuters.

La situazione della sicurezza ad Haiti si è deteriorata dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moise, avvenuto nel luglio del 2021, che ha peggiorato la già difficile situazione politica nella nazione caraibica. L’uccisione del presidente ha scatenato una nuova ondata di violenze delle bande che, secondo il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha raggiunto livelli “inimmaginabili e intollerabili”.

“La violenza delle bande ha avuto un grave impatto sui diritti umani più elementari. Decine di scuole, centri medici, aziende e mercati rimangono chiusi e molte persone faticano a trovare prodotti di base come cibo, acqua e medicinali”, ha dichiarato a metà maggio Michelle Bachelet, l’alta commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite. “Simili restrizioni alla circolazione delle persone e delle merci potrebbero avere un impatto devastante a lungo termine sulla già difficile situazione economica di Haiti”.

Le Nazioni Unite hanno riferito che, solo tra il 24 aprile e il 16 maggio, almeno 92 persone non affiliate a bande e altre 96 presunti membri di queste ultime sarebbero stati uccisi durante attacchi armati coordinati a Port-au-Prince. Nel frattempo sono aumentati anche i rapimenti a scopo di riscatto.

Più di cinquanta persone sono state uccise in scontri tra bande dall’8 luglio, ha dichiarato un sindaco.

La violenza sta impedendo a migliaia di bambini haitiani di andare a scuola, ha specificato l’Onu. “Dal 24 aprile mezzo milione di bambini ha perso l’accesso all’istruzione a Port-au-Prince, dove, secondo i dati del governo, circa 1.700 scuole sono chiuse”, ha riferito l’agenzia. L’anno scorso più di diciannovemila persone, tra cui quindicimila donne e bambini, sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa delle violenze, ha ricordato l’Onu, dopo che “la guerra tra bande si è intensificata” nel 2022.

Nel frattempo persiste la situazione di stallo politico nel paese, dove il leader di fatto, il primo ministro Ariel Henry, insiste nel voler rimanere in carica fino a quando non si terranno le elezioni. Nel settembre 2021 Henry ha rinviato indefinitamente le elezioni presidenziali e legislative, nonché un referendum costituzionale, a causa della crisi.

Si è inoltre opposto a un’iniziativa popolare, nota come accordo di Montana, formulata da importanti gruppi della società civile haitiana, che avrebbe istituito un governo di transizione di due anni, affermando che “le elezioni sono l’unica via da seguire”.

da Al Jazeera




Mattarella: “Elezioni inevitabili”

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052025917 cd92e8a9 6aa2 4920 980b a2613d86c25fTutti si aspettavano toni duri verso chi ha provocato la crisi, ma se dal volto traspariva tutta la tensione del momento, Sergio Mattarella non ha voluto menare fendenti.

Il Paese è già di fatto in campagna elettorale, dopo che lo stesso Presidente ha firmato il decreto di scioglimento delle Camere e l’arbitro non vuole scendere in un campo di gioco già accidentato.

Ecco dunque che, dopo aver ricevuto i presidenti delle Camere, come prescrive l’articolo 88 della Costituzione, quando il sole comincia ad allentare la morsa della calura, Sergio Mattarella si presenta agli italiani. E spiega.

Spiega un passaggio che lui ha cercato di scongiurare fino all’ultimo, ma che era ormai “inevitabile”.

Poi lancia un appello ai partiti perché si dimostrino responsabili di fronte a un Paese che vive un momento grave, indicando una sorta di ‘programma’ in quattro punti.

Raccontano che dopo aver cercato di evitare che l’Italia si trovasse nella terza crisi della legislatura, con un esecutivo con poteri limitati, quando ha sentito l’intervento in aula del capogruppo della Lega, il Presidente ieri ha capito che la tela non si poteva più ricucire.

La richiesta a Draghi di sospendere le dimissioni, la parlamentarizzazione della crisi, i cinque giorni di riflessioni, persino le telefonate ricevute e fatte con alcuni protagonisti della piece di questi giorni, non erano servite a salvare la legislatura.

Da quel momento la scelta di sciogliere le Camere è apparsa, come ha spiegato oggi, “inevitabile”.

La quarta maggioranza, non si sa con chi visti i veti incrociati, per il quarto governo, con chissà quale premier, per poi votare comunque tra sei mesi a scadenza naturale, sarebbe stata un’acrobazia non solo inutile ma proprio impossibile.

E dunque seppure, come ha spiegato oggi, “lo scioglimento anticipato del Parlamento è sempre l’ultima scelta da compiere” per un Presidente, “la situazione politica” ha portato a questa scelta.

Il Capo dello Stato ha spiegato quali sono stati gli elementi critici: “la discussione, il voto e le modalità con cui questo voto è stato espresso ieri al Senato”.

Non solo la mancanza di sostegno, ma la volontà di escludersi a vicenda delle principali forze di maggioranza, hanno reso chiaro che il governo non aveva più “il sostegno parlamentare” ma anche che non era possibile “dar vita a una nuova maggioranza”.

Mattarella ha quindi ringraziato Mario Draghi e i suoi ministri “per l’impegno profuso in questi diciotto mesi”, non i partiti, ma Draghi; a conferma di un rapporto di stima che non si è incrinato i questi giorni come alcuni boatos continuano invece a ripetere.

Tanto che in alcuni passaggi cruciali, raccontano fonti parlamentari, il premier ha cercato il presidente e alcuni snodi del discorso di ieri, come la sottolineatura del sostegno venutogli da tanta parte della società civile, sono stati frutto di un confronto.

Ora però il governo si è dimesso e resta in carica per gli affari correnti, quali di preciso lo deciderà la direttiva di palazzo Chigi.

Ma intanto Mattarella ha chiarito che pur se “incontra limitazioni” esso “dispone comunque di strumenti per intervenire sulle esigenze presenti e su quelle che si presenteranno nei mesi che intercorrono tra la decisione di oggi e l’insediamento del nuovo Governo che sarà determinato dal voto degli elettori”.

Intanto il Capo dello Stato ha richiamato le Camere a proseguire nel loro impegno sulle riforme richieste dal Pnrr “nell’interesse del nostro Paese”.

Poi ha indicato quattro ambiti d’intervento in cui non sono consentite “pause negli interventi indispensabili”.

Una parola, “indispensabili” ripetuta quattro volte a rimarcare quale siano le priorità e quali le responsabilità della politica tutta.

Innanzitutto bisogna “contrastare gli effetti della crisi economica e sociale e, in particolare, dell’aumento dell’inflazione che, causata soprattutto dal costo dell’energia e dei prodotti alimentari, comporta pesanti conseguenze per le famiglie e per le imprese” con ricadute sociali per i cittadini “più deboli”.

Poi è indispensabile “contenere gli effetti della guerra della Russia contro l’Ucraina sul piano della sicurezza dell’Europa e del nostro Paese. Inoltre è indispensabile una “sempre più necessaria collaborazione a livello europeo e internazionale”.

“A queste esigenze si affianca – con importanza decisiva – quella della attuazione nei tempi concordati del Pnrr, cui sono condizionati i necessari e consistenti fondi europei di sostegno” ha proseguito il Presidente.

Che come ultimo punto del ‘programma’ dei prossimi mesi ha indicato “il dovere di proseguire nell’azione di contrasto alla pandemia, che si manifesta tuttora pericolosamente diffusa”.

Infine, ma forse tra le cose più sentita di una dichiarazione secca e tesa, Mattarella ha lanciato un appello ai partiti, quei partiti che lo hanno seguito quando ha chiesto responsabilità nel sostegno a Draghi quindici mesi fa, ma che non l’hanno seguito quando ha chiesto un ultimo sforzo di responsabilità per concludere in modo ordinato la legislatura.

“Mi auguro – ha detto il Presidente – che pur nell’intensa, e a volte acuta, dialettica della campagna elettorale vi sia, da parte di tutti, un contributo costruttivo, riguardo agli aspetti che ho indicato; nell’interesse superiore dell’Italia”.

Al di là delle scaramucce di un confronto elettorale inedito, sotto la canicola di agosto, il Presidente si augura dunque che prevalga l’atteggiamento dei primi mesi del governo Draghi e non quello di queste ultime settimane.

Una piena e leale collaborazione con il governo dimissionario nei prossimi due mesi, con la speranza che i provvedimenti necessari al paese non diventino clave in una guerra corpo a corpo.

agi.it