Il Draghi bis si allontana

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192744264 cdca9416 9b40 4fe8 9886 3a59ebffe141“Senza risposte chiare e senza la garanzia sulle condizioni di rispetto, M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo e ci sentiremo liberi e sereni e ancor più responsabili di votare quel che serve al paese di volta in volta, senza alcuna contropartita politica”. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte in una diretta facebook.

L’ex premier ha aggiunto: “Non spetta a noi in questo momento stabilire se ci sono elementi per recuperare la rottura del patto di fiducia di cui ha parlato Draghi: tutti gli stanno facendo pressione per proseguire il suo governo ma è sicuramente importante come proseguire questa azione di governo. Deciderà lui, noi non vogliamo tirarlo per la gicchetta ma non potremo condividere nessuna responsabilità di governo se non ci sarà indicazione concreta sulla prospettiva di risoluzione delle questioni poste da M5s e indicazione concreta sulla prospettiva di risoluzione delle questioni”.

“Senza risposte chiare e senza la garanzia delle stesse condizioni di rispetto, M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo”.

Prosegue nel Movimento 5 stelle il confronto interno sulla linea da tenere in vista dell’intervento del premier Mario Draghi mercoledì alle Camere. Un confronto che potrebbe impegnare i vertici e gli eletti anche nella giornata di domani. Intanto, si attende la nuova riunione dell’assemblea congiunta dei parlamentari con Giuseppe Conte, mentre non si è più tenuta la riunione dei deputati inizialmente convocata dal capogruppo Davide Crippa e che ha scatenato anche aspre polemiche fra i pentastellati.
Sul tavolo, viene spiegato, al momento non ci sono – apprende l’Agi – le dimissioni dei ministri M5s. E anche se il dibattito è in divenire, la maggior parte dei pentastellati sarebbe orientata a seguire la linea che il Movimento ha tenuto in occasione del voto sul decreto Aiuti alla Camera, ovvero sì alla fiducia (pur poi astenendosi sul provvedimento), qualora Draghi dovesse presentarsi in Aula per chiedere una ‘verifica’ del sostegno da parte delle forze politiche che costituivano la maggioranza di unità nazionale. Tuttavia, per i 5 stelle resta imprescindibile una risposta favorevole e concreta alle istanze sottoposte da Conte a Draghi nel documento di nove punti e resta l’indisponibilità a sostenere misure che contravvengano i principi fondanti del Movimento. Tra gli ‘oltranzisti’ c’è chi insiste nella lettura secondo la quale non è il Movimento a essere irresponsabile, ma chi non ha ascoltato le proposte avanzate dai 5 stelle, di buon senso e condivisibili.

Le condizioni ci sono, dice Enrico Letta, il Pd tenterà fino all’ultimo di ricucire il perimetro della maggioranza che ha fatto nascere il governo Draghi per rilanciarne l’azione. “Noi crediamo che ci sian le condizioni” perché “non si arresti questo cammino, ma venga rilanciato a partire da mercoledì con un nuovo voto di fiducia che stabilisca un percorso importante per completare le riforme che sono in cantiere”, è l’appello di Letta ai partiti.

Una corsa solitaria quella del segretario dem che parla dal congresso del Psi all’Auditorium Antoniano di Roma, dove arrivano forti i rumori di fonti delle liti, dei veti e dei distinguo delle altre forze politiche. “Letta all’improvviso si sveglia e capisce che gli italiani hanno bisogno di un governo forte e operativo su bollette, tasse e lavoro. Lui che, per le sue bandierine, si è alleato con i 5 stelle che tutti sanno essere inadatti a governare. Ci risparmi almeno i suoi appelli per nulla credibili”, è la risposta dei capigruppo della Lega al senato e alla Camera, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari.

Toni bellicosi nei confronti dei Cinque Stelle utilizza anche Matteo Renzi. “Oggi è il momento di dimostrare che lo statista Draghi è diverso dallo stagista Conte. Draghi ha mostrato una visione, Conte ha messo in campo un’invidia. O Draghi fa il bis, alle sue condizioni, o si va a votare”.

Un fuoco incrociato che portano anche il pontiere Letta a tenere aperta la strada del voto: “L’Italia non vuole le elezioni a settembre, noi speriamo che si possa votare in aprile, ma se si voterà il 25 settembre, ci batteremo“, sottolinea il segretario mentre, a poche centinaia di metri, Giuseppe Conte riunisce di nuovo il Consiglio Nazionale M5s per cercare un accordo sulla linea da prendere in vista dell’intervento di Draghi alle Camere.

“Voglio fare un appello al M5s perché sia della partita mercoledì, con voglia di rilanciare”, dice Letta che, poi, si rivolge all’intera maggioranza: “Mi sento di fare un appello perché mercoledì, non solo sia confermata la fiducia, ma in Parlamento le forze politiche rilancino questa opportunità sulla base di nove mesi in cui vanno completate le riforme, per la transizione digitale, per la transizione ambientale. Tutto questo dobbiamo farlo convintamente, insieme, per il bene del paese”.

A Bruxelles il presidente del Consiglio è considerato importante non solo alla guida dell’Italia ma anche per l’Europa stessa

Alla luce di tutto ciò, il sentiero per il Draghi Bis, con o senza Cinque Stelle, si fa sempre più stretto. E questo nonostante il pressing, interno e internazionale, perché il premier rimanga al suo posto. Draghi riflette e renderà nota la sua scelta mercoledì, davanti al Parlamento. Un appuntamento che lo stesso premier ha voluto come condizione di un suo passo indietro sulle dimissioni.

Un momento di chiarezza che renda plastica l’immagine della maggioranza su cui Draghi può contare, al di là dei distinguo e degli ultimatum delle ultime settimane. Lo strappo sul Dl Aiuti, infatti, ha fatto venir meno il sostegno del M5s sul provvedimento, ma non i numeri in Parlamento. Non ancora, almeno.

Tuttavia, la scelta di Conte potrebbe rappresentare un pericoloso precedente. Dopo il presidente M5s, altre forze potrebbero utilizzare lo stesso schema per rivendicare provvedimenti di bandiera o sfilarsi da quelli meno popolari fra l’elettorato. Un gioco al quale il premier non vuole prestarsi.

I movimenti registrati tra le forze politiche nelle ore immediatamente successive alle dimissioni, tuttavia, sembrano allontanare Draghi da Palazzo Chigi. Il Movimento 5 Stelle è dilaniato tra quanti vogliono continuare con l’esperienza di governo e quanti chiedono una cesura netta.

L’addetto alla comunicazione del Movimento 5 Stelle risponde con una nota ai retroscena pubblicati su diversi quotidiani nazionali: “Tutto ciò rappresenta una tecnica vergognosa perché danneggia ingiustamente la mia professionalità al solo scopo di sporcare l’immagine del Movimento”

Tra i primi, ci sono i tre ministri M5s che hanno respinto l’ipotesi di dimettersi per evitare di avvelenare i pozzi in maniera irrimediabile. Tra i secondi ci sono i parlamentari fedeli al presidente Cinque Stelle, sempre più insofferenti all’interno della composita ed eterogenea compagine di governo e convinti, anche per le pressioni che arrivano dai territori, che all’opposizione si potrebbe tornare alle parole d’ordine fondative del movimento e recuperare cosi’ parte del consenso perduto.

Lo afferma, tra l’altro, uno degli intellettuali più vicini a Giuseppe Conte, il sociologo Domenico De Masi. Da quando è nato il governo Draghi, il M5s è crollato nei consensi dal 33% al 13%, sottolinea De Masi in una intervista nella quale aggiunge: “Se ora” Conte “esce dal governo e fa rientrare Di Battista, guadagna anche 2-3 punti”.

La cesura fra queste due istanze è evidenziata anche dalla scelta di Davide Crippa, capogruppo M5s alla Camera, di convocare per oggi pomeriggio l’assemblea dei deputati pentastellati, bypassando lo stesso presidente Conte che, quasi a voler rispondere alla sfida, ha riconvocato il Consiglio Nazionale.

Intanto i dem cercano di mediare, i contatti fra alti dirigenti Pd e gli altri partiti sono costanti. Si cerca di tenere faticosamente in piedi la maggioranza che ha sostenuto il governo fin qui, incontrando pero’ il muro di Lega e Forza Italia per le quali i Cinque Stelle non sono più affidabili. Tradotto: Draghi Bis senza Conte e i suoi. Sono questi i segnali che riportano l’attenzione al Colle più alto. L’ipotesi di un voto in autunno si fa, infatti, più concreta.

agi.it




La passione per il cibo italiano nei Paesi anglosassoni

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catturaPizza, pasta, pesto, il tutto condito da un buon olio extravergine d’oliva, ed è subito Italia. Ma da dove nasce nel mondo la passione per il cibo italiano? È ciò che spiega il libro How We Fell in Love with Italian Food (Oxford, Bodleian Publications, 2019) di Diego Zancani, Professore Emerito di Lingue Medievali e Moderne all’Università di Oxford ed Emeritus Fellow del Balliol College di Oxford.

Il libro racconta la straordinaria diffusione dell’italian food, dall’eredità dell’invasione romana alla sua attuale, crescente popolarità nel mondo. Basando la sua indagine su manoscritti medievali, l’autore dissemina nella narrazione alcune ricette italiane diffuse in Gran Bretagna già nel XIII secolo e, attraverso diari di viaggio, esplora gli incontri con il cibo italiano e la sua influenza in terra britannica. Il libro mostra inoltre come gli immigrati italiani – dai gelatieri e droghieri a chef e ristoratori – abbiano avuto un’influenza fondamentale sull’evoluzione della cucina italiana, anche grazie all’apporto creativo di cuoche pionieristiche come Elizabeth David, Anna Del Conte, Rose Gray, Ruth Rogers e Jamie Oliver.

Corredato da splendide illustrazioni provenienti dagli archivi della Biblioteca Bodleiana, il libro include anche ricette regionali italiane che ci sono pervenute attraverso i secoli. Una vera e propria celebrazione del cibo italiano fra tradizione e adattamenti fast-food, in una fascinazione internazionale che non conosce sosta. Ne parliamo con l’autore.

Qual è stata l’eredità romana, in termini di cibi e condimenti, lasciata alla tradizione culinaria britannica?

“L’eredità dell’occupazione romana durata quasi quattrocento anni, dal 42 d.C. al 410 circa ha lasciato un’enorme quantità di nuove specie vegetali, ignote o scarsamente conosciute dal mondo celtico, dalle agliacee a vari tipi di cavolo e di rape, agli asparagi, ai cosiddetti “odori” mediterranei (sedano, carote ecc.) fino a nuovi alberi da frutto come il ciliegio, o a quelli utili per il legname e per l’olio, come il noce, oltre a miglioramenti delle razze bovine e suine, e l’introduzione di nuovi sistemi di conservazione dei cibi, come la carne salata. Le importazioni di vino e olio venivano utilizzate dalle classi abbienti in Britannia. A quanto pare ben poco rimase di queste tradizioni dopo le invasioni scandinave”.

Cos’ha rappresentato, nel mondo britannico, l’avvento della pasta?

“La pasta, intesa come farina di grano intrisa d’acqua, compare in un ricettario inglese per la tavola reale nel XIV secolo, ma non verrà adottata che all’inizio dell’Ottocento, quando Thomas Jefferson promuove gli amati macaroni agli onori della tavola presidenziale degli Stati Uniti. Anche i primi spaghetti vengono menzionati in un ricettario inglese del 1845, e rimangono un cibo di élite, fino al 1960 quando arrivano i primi esempi di pasta corta e ravioli in scatola, preparati da Ettore Boiardi, Chef Boy-ar-dee, in America. Subito dopo la pasta secca, prodotta con farina di grano duro viene riconosciuta come una grande risorsa per alcune classi sociali”.

In quale epoca si è avuta la maggiore influenza della cucina italiana in Gran Bretagna?

“Anche se piatti di origine italiana vengono menzionati in numerose raccolte di ricette dal Cinquecento all’Ottocento, direi che, dopo la scoperta di prodotti italiani (olio d’oliva, acciughe, capperi, olive, vermicelli, parmigiano) durante il Settecento e l’Ottocento – il periodo del Grand Tour – la maggior influenza della cucina italiana in Gran Bretagna è iniziata intorno al 1970, quando i primi supermercati hanno incominciato a importare prodotti genuini dall’Italia e si moltiplicano trattorie e ristoranti insieme a libri di cucina”.

Quali eventi storici e che tipologia di personaggi l’hanno determinata?

“I viaggi degli aristocratici inglesi e la susseguente comparsa delle Italian warehouses in Gran Bretagna hanno senz’altro dato un grosso impulso ai prodotti italiani, quali il formaggio parmigiano, le olive, il buon olio toscano, le acciughe, i capperi, i vermicelli. Ma la massiccia emigrazione che avviene a metà Ottocento in cui numerosi italiani raggiungono, spesso a piedi, Londra e altre città del Regno Unito, darà luogo alla creazione di un’industria che produrrà gelati, caffè, latterie e trattorie. Nel 1947 Anna Del Conte, la decana degli alimentaristi italiani, arriva in Inghilterra dove trova “un deserto gastronomico” ma poco dopo sorgono i primi negozi italiani nel quartiere di Soho a Londra. Nel giugno 1959 l’apertura della Trattoria Terrazza nota come The Trat) da parte di due camerieri italiani del Sud segnerà l’inizio di un trionfo del buon cibo italiano, preparato in modo attraente in un ambiente cordiale e informale”.

Gli show televisivi hanno avuto un peso nella diffusione del cibo italiano?

“Direi di sì. Personaggi come Nigella Lawson e Jamie Oliver hanno dato un notevole impulso alla conoscenza di piatti italiani. I programmi sui viaggi enogastronomici in Italia dai primi anni Ottanta fino a quelli più recenti di Stanley Tucci danno notevole visibilità e spronano il desiderio di provare allettanti piatti regionali”.

Quali sono i più tipici piatti italiani amati e adottati dalla cucina anglosassone?

“Anche per i piatti più “tipici”, come gli spaghetti al pomodoro, l’osso buco o la pizza si potrebbero menzionare periodi ben precisi, in ordine cronologico, e la diffusione di termini come carpaccio (inventato a Venezia nel 1964 per la mostra su Vittore Carpaccio, pittore del Quattrocento) per sottilissime fette di filetto di manzo, verrà estesa a molte pietanze, incluse verdure, sottilmente tagliate. Un dolce nato, a quanto pare, nel 1980 nell’Italia settentrionale si diffonderà rapidamente a livello globale, come il Tiramisù. L’influenza di ristoranti famosi, come il River Café di Londra o Chez Panisse in California è stata notevole. Negli anni Ottanta nessuno conosceva il cavolo nero in Inghilterra, mentre oggi si trova sui banchi di quasi tutti i mercati. La fortuna del salame piccante spalmabile di origine calabrese, la ‘nduja (dal francese andouille) è stata rapida e straordinaria e oggi si trovano pizze, paste, panini, verdure alla ‘nduja, e questo ha prodotto un incremento della produzione di peperoncino piccante in Calabria”.

A cosa si deve il crescente successo del cibo italiano nel mondo anglosassone?

“Principalmente al marketing e alle visite sempre più frequenti, soprattutto dopo la pandemia, di turisti nordamericani, inglesi e australiani in Italia. Anche l’emittente ABC di Sidney mi ha intervistato sulla storia del cibo italiano sostenendo, erroneamente, che nella carbonara ci vuole la panna! Anche un elemento di buona “salute” che esalta le virtù di una dieta “mediterranea” a base di verdure, frutta, pomodori, pasta e pesci, aiuta probabilmente nella scelta di sapori ben distinti, in cui entrano antichissime erbe, considerate medicinali, come l’aglio e la cipolla, o il porro”.

Cosa pensa degli adattamenti fast-food del cibo italiano?

“È inevitabile che il cibo venga adattato per ragioni commerciali, ma purtroppo non sempre quello che è a buon prezzo ha una qualità adeguata. Bisognerebbe quindi insistere sulla qualità degli ingredienti e sulla loro provenienza: il cibo è sapore e il sapore è sapere. Bisogna riconoscere i prodotti di eccellenza, e spesso i migliori risultati in cucina avvengono con applicazioni pazienti. Quindi, personalmente, sono in favore dello Slow Food, il cui mantra è che il cibo deve essere “buono, pulito e giusto”.

Inscatolamento e piatti precotti possono finire per pregiudicare il buon nome dell’italianità culinaria?

“Forse una volta si credeva che i convenienti cibi in scatola rappresentassero i sapori genuini. Una mia collega mi assicura che i ravioli in scatola che lei assaggiò negli anni Sessanta in Inghilterra “erano piuttosto buoni”, e perché no? I prodotti in scatola sono convenienti e molti precotti, come il cotechino, o come certe pizze preparate in Basilicata da una ditta italo-inglese, sono di buona qualità. Il che dimostra che è possibile usare ingredienti e procedimenti di qualità per maritarli alla convenienza e alla rapidità di preparazione nella cucina di casa”.

Il mercato che ruolo ha nel perpetuarsi della tradizione gastronomica italiana?

“La cucina italiana è essenzialmente cucina regionale. Basta vedere i numerosissimi tipi di pasta fatta a mano, e di condimenti prodotti da anziane signore nella serie Pasta Grannies sul canale YouTube. Molte di queste tradizioni locali sono state abbracciate nel passato dal resto dell’Italia. La pizza è senz’altro nata a Napoli nell’Ottocento come cibo di strada e solo nel dopoguerra si è diffusa nel resto della penisola e nel mondo. Quindi certamente il mercato influenza il successo e il perpetuarsi della tradizione, e al marketing si deve la fortuna di vari prodotti, anche se alcuni di vera eccellenza, come per esempio il culatello, rimangono ai margini dato il costo elevato”.

Il fenomeno dell’immigrazione italiana in Inghilterra del primo Novecento ha apportato ulteriori trasformazioni nella concezione del cibo?

“È del tutto naturale che gruppi di emigrati della stessa nazionalità desiderino cucinare piatti della loro tradizione, ma in Inghilterra era difficile trovare prodotti validi anche per piatti semplici come uno spaghetto al pomodoro, o trovare verdure come carciofi, zucchini o peperoni. Per fare un esempio: se un emigrato laziale desiderava farsi una carbonara a Londra, avrebbe certamente trovato uova fresche, ma il guanciale era probabilmente introvabile, e allora si sostituiva col bacon. È probabile che il parmigiano stagionato e il pecorino romano non fossero disponibili. Che fare, grattugiare un pezzo di Cheddar? Alla fine si aggiustava il tutto con un po’ di panna, cambiando così la ricetta “originaria”. Anna Del Conte ha parlato di cucina Britalian, che però dimostra semplicemente che ogni piatto è creazione a sé stante e come tale può sempre venire modificato secondo l’estro e la preferenza personale”.

Lei inserisce nel libro una serie di ricette tradizionali. Con quali criteri le ha selezionate?

“Le ricette inserite nel libro sono state scelte per illustrare un momento storico nello sviluppo del cibo italiano, o alcune scoperte di viaggiatori stranieri, come il riso e verze mangiato da Dickens. Dopo due ricette del periodo ”romano”, vi è quella degli gnudi, le palline di ricotta, spinaci, uova, parmigiano, e noce moscata. Questa ricetta è stata scelta per illustrare la continuità, dato che intorno al 1282 un dotto frate francescano racconta di aver mangiato per la prima volta dei “ravioli senza l’involucro di pasta”, e questi sono sopravvissuti in Toscana. Altre ricette riguardano esempi di tradizioni regionali, come l’osso buco o il peposo, o primaverili, come la zuppa di ortiche. Le ricette sono state tutte testate da me e dalla mia brava editor di Oxford”.

Lei stesso ama cucinare del cibo italiano?

“Ho incominciato a interessarmi del cibo come fenomeno storico, antropologico e linguistico mentre insegnavo in Gran Bretagna, ma ogni volta che tornavo nella mia città, Piacenza, mi piaceva aiutare mia madre in cucina e da lei ho imparato tantissimo: l’importanza degli ingredienti, la pazienza nel preparare un sugo (sia quello bolognese, sia quello di funghi porcini che ho condiviso con tanti amici), l’importanza della costante attenzione e dell’assaggio frequente. Oggi alle volte mi stupisco quando qualche amico mi scrive ricordando un’ottima zuppa di funghi, un fagiano in umido, un piatto di penne con sugo di fagiano, o degli zucchini o cappelle di funghi al forno, provati a casa mia tanto tempo fa e cucinati con l’aiuto e il sostegno di Valentina, mia moglie, a cui è dedicato il libro How we fell in love with Italian food”.

da La Voce di New York – Maggie S. Lorelli




Negli Stati Uniti ci amano, ma oltre a cibo e arte sopravvive ancora lo stereotipo del Padrino

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corriere sera“Elon Musk non è un tipo impressionabile. Eppure quando ha visto i numeri della nostra denatalità l’imprenditore più ricco del mondo ha reagito con sgomento: “Se continua così un giorno l’Italia non avrà più abitanti”. Questo tweet recente del capo della Tesla si può leggere in positivo. Se dovessimo sparire davvero, gli mancheremmo. Cosa che non è vera per i cinesi o i russi, forse neppure per i francesi”. Si apre con queste riflessioni l’articolo pubblicato sulla versione on line del Corriere della Sera a firma dell’inviato a New York Federico Rampini.
“Un viaggio alla scoperta di quel che gli americani pensano di noi offre tante notizie confortanti. Ci amano più che mai. Forse per ragioni un po’ scontate. A formare l’immagine del nostro carattere nazionale contribuiscono in modo sproporzionato l’arte e la cultura, la storia e il turismo, la moda, la gastronomia. Su altri fronti non hanno una grande opinione di noi. Negli ultimi mesi uno dei titoli più visibili sul notiziario Bloomberg era: “L’Italia è frenata da 2,6 milioni di persone che hanno rinunciato a lavorare” (il dato era ripreso dalla relazione del governatore della Banca d’Italia). Il fattore Draghi è stato finora un segno più, nella percezione dell’establishment politico e finanziario. Ma già spuntano nubi all’orizzonte, i rialzi dei tassi d’interesse hanno riportato l’attenzione sul debito pubblico italiano nei giornali che contano come The Wall Street Journal.
La nostra burocrazia ha una fama repellente. In economia e nella tecnologia non ci sappiamo vendere. Qui gli americani hanno un’idea precisa dei nostri difetti. Il sito businessculture.org che offre consulenza a chi investe all’estero mette in guardia imprenditrici e manager americane sul fatto che “in Italia è ancora inusuale trovare donne al vertice delle aziende e solo il 38% delle italiane lavora, una delle percentuali più basse in Europa”. Un altro sito rivolto ai manager americani descrive così alcuni tratti della nostra business mentality: “Costruire rapporti personali molto stretti è importante nel mondo degli affari italiano. Vi serve una persona bene introdotta, per creare i legami di cui avete bisogno. L’apparenza, lo status e la gerarchia contano spesso più del contenuto. I processi decisionali possono essere lenti e le pressioni per velocizzarli non sono gradite. Non cercate di organizzare riunioni di lavoro ad agosto…”.

Noi e Il Padrino
Non è vero tutto quel che pensano di noi. Gli stereotipi abbondano e ci irritano. Più ci si allontana dalle coste e ci si addentra nella provincia americana, più affiorano le eredità del Padrino o dei Soprano, immagini datate e legate alla storia degli italo-americani. Per scavare sotto la superficie, dò la parola a testimoni d’eccezione. Sono grandi talenti italiani che lavorano da anni negli Stati Uniti e percepiscono ogni giorno il parere degli americani su di noi. Ho interpellato anche qualche americano speciale che funge da ambasciatore della nostra cultura qui. Renzo Piano ha disseminato delle sue opere il territorio Usa. Ammette che la sua visione è parziale perché ha contatti soprattutto con americani “illuminati” che dirigono università, musei, ospedali. La cosa che più apprezzano di noi? “Ci riconoscono un umanesimo istintivo. Pensano che siamo portatori di un pensiero trasversale e multiforme, interdisciplinare, ricco di valori. Voi italiani — dicono spesso — siete capaci di pensare fuori dagli schemi”.
Riccardo Muti ha diretto per dodici anni l’orchestra di Philadelphia, da tredici dirige quella di Chicago. “Ricordo un’epoca in cui l’italianità era sinonimo di urlo, cuore in mano, lacrima facile, sbracatura, l’accezione peggiore dell’aggettivo melodrammatico. Oggi gli americani colti ci ammirano più di prima perché hanno una percezione più raffinata del nostro patrimonio”. Muti apre una finestra su un altro tema da approfondire: “A Chicago oggi, per determinare quel che gli americani pensano di noi, contano le centinaia di nostri scienziati, ricercatori, medici, che lavorano qui”.
Un altro direttore d’orchestra che ha consuetudine americana è Gianandrea Noseda, confermato alla guida della sinfonica nazionale di Washington. Aggiunge questa osservazione: “Nel campo artistico ci vedono come portatori di una tradizione illustre. Ma sono stupiti quando scoprono che oltre all’improvvisazione creativa possiamo essere disciplinati, organizzati, capaci di fare squadra, con attitudini manageriali applicate alla cultura. Queste sono qualità che non associano al carattere nazionale”.
Nel cinema un frequentatore di lunga data dell’America profonda è il regista Pupi Avati. Trent’anni fa mise radici nel Mid-West americano, vi girò sei film. Dopo aver realizzato nel 1991 la biografia del jazzista Bix Beiderbecke, ha comprato la sua casa natale a Davenport nell’Iowa: uno Stato agricolo, lontano anni luce dalle élite di New York o Los Angeles. Sa quel che provano gli americani provinciali a contatto con noi: “Stupore per la nostra elasticità, la capacità italiana di immaginare sempre un piano B quando il piano A va a cozzare contro un ostacolo. Li colpisce anche l’ostentazione dei nostri limiti, l’ammissione dei nostri errori, al confronto con la loro autostima, il loro senso di appartenenza a una comunità o a un’impresa”.

L’amore per la lingua
Un’ambasciatore della nostra cultura è lo scrittore Michael Frank, perfettamente bilingue, che divide la sua vita tra la California natale, il Village di New York e Camogli. Parla di “una nuova ondata d’interesse per gli autori e soprattutto le autrici italiane, aperta da Elena Ferrante”. Jonathan Galassi se ne intende, sia come presidente della casa editrice Farrar Straus & Giroux, sia come traduttore individuale di Leopardi, Montale, Primo Levi. “Il nostro Jonathan Franzen — dice — scrive una trilogia che è ispirata dalla Ferrante. Quello che piace è un’italianità che non si appiattisce sulle tendenze letterarie globali e questa è la cifra distintiva di un’intera generazione di nuovi autori”. Ne sa qualcosa anche un altro traduttore seriale di opere italiane in America, Michael F. Moore, che ha appena finito una nuova versione dei “Promessi Sposi” ed è subissato dalle richieste degli editori Usa.
Un segnale stupendo è il continuo aumento di coloro che decidono di studiare la nostra lingua. A differenza di lingue globali e “utilitaristiche” come mandarino o arabo, lo studio dell’italiano è disinteressato. Jhumpa Lahiri, autrice americana di origine indiana che vive a New York, spiega così la sua scelta: “Io scrivo in italiano per sentirmi libera”.
Su cosa si nasconde dietro l’amore per la lingua, ho potuto organizzare un focus group in casa. Mia moglie è docente dell’Istituto di cultura italiano e ho intervistato i suoi studenti. Tracy, professoressa di francese, impara l’italiano “per avere accesso diretto alla vostra cultura, i film e la musica”. Natasha, americana di origine russa: “Siete il popolo più simpatico, siete ospitali, vi piace condividere il vostro paese con gli altri”. Vika, americana di origine ucraina: “Solo quando vengo in Italia mi sento rinascere, mi date una carica di energia”. Il tono cambia quando la domanda non riguarda il loro parere, bensì ciò che pensa di noi l’americano medio. Phyllis confessa: “I miei amici americani pensano che siete ossessionati dalla moda, dal cibo, da una filosofia di vita godereccia”. Elizabeth: “Per la massa degli americani siete il Padrino, la Ferrari e Gucci; più tanta corruzione e inefficienza al governo”.
In venticinque anni di vita newyorchese ha fatto collezione di luoghi comuni Emanuele Della Valle, figlio di Diego. “Uno stereotipo permanente — racconta — è che tutto in Italia deve essere idilliaco ed estremamente elegante. Vedi certe pubblicità: l’azione è lenta, avviene sotto una pergola, i giovani attori devono sembrare Marcello Mastroianni e Sophia Loren, con una linea genetica tracciabile a Lorenzo il Magnifico”. Della Valle osserva che negli ultimi anni anche grazie a Milano come motore creativo europeo certi pregiudizi stanno cambiando, “Slow World e Modern Nation convivono nell’immagine che proiettiamo”.
Un settore dove abbiamo vinto la sfida della seduzione è il cibo. Giovanni Colavita è il più grande importatore di prodotti alimentari made in Italy. La sua azienda creò nel 2001 un centro di formazione che sforna chef specializzati nel Culinary Institute of America. “A tavola — spiega Colavita — l’Italia è da tempo sinonimo di genuinità, semplicità, salute. Il vero trionfo è aver conservato questi tre elementi conquistando il settore della cucina alta. Nella ristorazione di lusso abbiamo spodestato i francesi”.

Non solo moda
Riusciamo a spingerci oltre l’arte, la moda e la gastronomia? Un diplomatico italiano descrive la fatica per convincere gli americani che il made in Italy è anche tecnologia, che siamo una potenza nei macchinari, nella robotica. Questo è il terreno dove si addensano cattive notizie per la nostra reputazione. Lo conferma Guerrino De Luca, per molti anni chief executive della Logitech nella Silicon Valley. “Nel settore Big Tech dell’Italia non pensano nulla — dice — perché le nostre aziende sono poca cosa. Nella mappa globale delle tecnologie avanzate l’Italia non pesa quanto Israele o Taiwan. Il giudizio sul Paese non si applica agli individui italiani: abbiamo espresso il numero due di Amazon e il direttore finanziario di Apple”. È d’accordo Pierluigi Zappacosta, che con altri ha fondato l’Issnaf, il network di scienziati italiani del Nordamerica. “Paghiamo il fatto che non esiste più nulla di paragonabile a ciò che fu l’Olivetti in California fino a quarant’anni fa. I nostri giovani ingegneri, pagati troppo poco in Italia, qui sono apprezzatissimi. Ma dopo aver ricevuto borse di studio e finanziamenti, se vogliono fondare una start-up la creano dove hanno fatto ricerca. Si americanizzano”.
Un’angolatura molto particolare è l’immagine del nostro paese veicolata attraverso il successo degli italo-americani, una schiera che ormai include gran parte dell’establishment di sinistra (la presidente della Camera Nancy Pelosi) e di destra (il governatore della Florida Ron DeSantis o il giudice costituzionale Samuel Alito). L’effetto che ha il “loro” successo sulla “nostra” immagine? Lo riassume così la più celebre giornalista televisiva italo-americana, Maria Bartiromo di FoxNews: “Tutto questo successo viene attribuito all’educazione italo-americana, che è sinonimo di una forte etica del lavoro”.
Una visita all’establishment Usa per sintetizzare ciò che pensa di noi, la faccio in compagnia di Nathalie Tocci. Esperta di geopolitica, direttrice dell’Istituto affari internazionali, la Tocci ha un incarico a Harvard. È una pendolare dell’Atlantico con accesso alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato. Per i suoi interlocutori l’Italia “rimane un enigma, a Washington ne vedono il ruolo potenziale in Europa e nel Mediterraneo, ma questo non si traduce in una politica estera con mezzi all’altezza delle ambizioni”. È frustrante per noi, riconosce la Tocci, che “il ruolo dell’Italia nella guerra ucraina sia quasi invisibile a Washington e sui media Usa”. Nessuno qui ha ripreso l’idea che Draghi abbia spinto Emmanuel Macron e Olaf Scholz ad accettare la candidatura di Kiev all’Ue. “Il premier — dice la Tocci — ha un bagaglio positivo enorme e il suo atlantismo è apprezzato. Ma pesa la paura che l’incantesimo Draghi possa spezzarsi”.
Federico Mennella, managing director alla banca Rothschild & Co., è convinto che Draghi non basta a far rivalutare il sistema paese. “Trent’anni fa una banca italiana come la Comit pesava a Wall Street quanto la maggiore banca tedesca, oggi la maggioranza delle nostre aziende di credito sono sparite. Si unisce il tramonto di Fiat, Olivetti, Ferruzzi, Montedison. In più gli italiani non sanno promuovere il proprio paese come terra d’investimento. Tant’è, gli imprenditori americani adorano l’Italia per le vacanze, ma al momento di creare nuove attività guardano prima all’Inghilterra, alla Germania e alla Francia”.
Un top manager che ha fatto la sua carriera in America è il chief executive della multinazionale cosmetica Estée Lauder, Fabrizio Freda. Anni fa lanciò un tentativo personale: contattò gli ultimi capi delle dinastie del lusso ancora in mani italiane, per convincerli ad allearsi fra loro e creare un gigante come Lvmh o Pinault. Dovette rinunciare. Le rivalità personali erano più forti del desidero di difendere il made in Italy dagli assalti stranieri. Siamo ancora l’Italia di Francesco Guicciardini, siamo quelli del “particulare” e delle faide, Capuleti e Montecchi. Gli americani ce lo perdonano. Perché anche questo fa tanto “colore””. (aise)




In Lombardia le riserve d’acqua si esauriranno il 25 luglio

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153958708 14cf77d5 943b 4993 a8fc 7be64d8d0904“L’unico auspicio è che possa ricominciare a piovere. Le ultime riserve si stanno esaurendo, oltre il 25 luglio non possiamo andare“. Lo ha detto il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, in una conferenza stampa per fare il punto sulla crisi idrica regionale connessa all’emergenza siccità.

Il governatore ha poi sottolineato “l’ottimo lavoro” svolto dall’assessore agli Enti locali e Montagna, Massimo Settori, che “ha cercato di sfruttare anche ultimo litro d’acqua rilasciato nei bacini montani”. “Finora è stato fatto un lavoro molto attento che è stato portato avanti con il coinvolgimento di tutte le associazioni di agricoltori e ambientaliste per rispettare tutte le esigenze”.

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La Meloni: “Basta! Elezioni subito!”

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downloadGiuseppe Conte conferma l’Aventino sul dl Aiuti: i senatori M5s non parteciperanno al voto di fiducia al Senato “per coerenza”. Il leader M5s si dice “disponibile al dialogo” ma rifiuta “cambiali bianco” a Mario Draghi, cui da atto di avere “riconosciuto la fondatezza delle nostre tesi”, anche se lo avverte che “non bastano le dichiarazioni di intenti”.

Una mossa che trova una levata di scudi dalla maggioranza. “Non si può fare finta di niente”, ammonisce Enrico Letta, che invita tutti “a assumere le proprie responsabilità”, e annuncia che “è evidente che la scelta annunciata da Conte e M5s rimette in discussione molte cose”. “Chiederemo di fare una verifica per capire se questa maggioranza c’è ancora o no”, passa al contrattacco il leader Pd.

Dal centrodestra, filtra la telefonata tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per commentare la situazione politica e ribadire “piena sintonia”. I due leader, fanno sapere, si risentiranno domani perché a maggior ragione in questa fase delicata, e’ quanto viene fatto sapere, il centrodestra di governo prendera’ decisioni comuni.

Conte, allora, spiega che il documento presentato al governo non serviva a piantare delle “bandierine” ma era “un contributo serio” alle richieste del Paese, “esprime e interpreta il momento drammatico” per la crisi in corso.

Del colloquio con Draghi riferisce: “Abbiamo parlato anche degli altri punti indicati nel nostro documento e devo registrare una disponibilità del presidente a venirci incontro su tutti i punti. Però è evidente che la fase che stiamo attraversando non può accontentarsi di dichiarazioni di intenti, impegni autorevolmente assunti, occorrono concrete misure perche’ i cittadini possano sentire nelle loro tasche gli effetti di queste”.

Alla politica chiede un cambio di passo per “entrare in una fase di governo differente”. Quindi insiste: M5s “non è il partito dei no ma dei tanti sì”. “La decisione M5s di non partecipare domani al voto di fiducia sul dl Aiuti è un atto di grave irresponsabilità assunto, per interessi di parte, in uno dei momenti più difficili dell’Italia. Dopo Mario Draghi non sosterremo alcun governo”, controbatte il coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani.

“La Lega non ha cercato né voluto alcuna crisi e assiste con viva preoccupazione a quanto sta accadendo nel campo della sinistra”, fa sapere il Carroccio anticipando che Salvini farè il punto della situazione con i vertici del partito perché “l’Italia – si fa sapere dalla Lega – non può permettersi un assurdo, logorante e infinito tira e molla sulla pelle dei cittadini mentre gli stipendi non aumentano, l’inflazione e le bollette salgono e alcuni provvedimenti, dalla pace fiscale all’autonomia, sono fermi”.

Ho trovato il discorso di Conte politicamente surreale, in particolare da parte di chi ha fatto il primo ministro per metà di questa legislatura. Conte tira la corda senza preoccuparsi che si possa spezzare, e soffia sul fuoco dei problemi per gli italiani che Draghi è impegnato ad alleviare”, dice il segretario di Più Europa, e sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova.

“Conte, l’avvocato del popolo, il punto di riferimento dei progressisti, si accinge a far cadere un Governo presieduto dall’italiano più autorevole nel mondo in mezzo a una guerra. Rimane solo la soddisfazione di essere tra i pochi partiti a non averci mai avuto nulla a che fare”, annota Carlo Calenda, leader di Azione.

Dall’opposizione si leva la voce di FdI: “Guerra, pandemia, inflazione, poverta’ crescente, caro bollette, aumento del costo delle materie prime, rischi sull’approvvigionamento energetico, crisi alimentare. E il governo “dei migliori” è immobile, alle prese con i giochi di palazzo di questo o quel partito. Basta, pietà. Tutti a casa: elezioni subito”, dice Giorgia Meloni.

Il Reddito di cittadinanza

“Se oggi otto milioni di famiglie sbarca il lunario ogni mese lo si deve al Reddito di cittadinanza che qualcuno vuole smantellare e che come abbiamo chiarito al presidente Draghi non permetteremo venga smantellato”, ha spiegato Conte. “In questa fase qual  il compito di una forza politica responsabile: tacere?” O “denunciare” affinche’ vengano “prese misure strutturali?”. “Chiediamo alla politca di entrare in una fase di governo differente”.

“Chi si straccia le vesti e lancia strali, attribuendo giudizi di responsabilità a destra e a manca deve guardare nel suo cortile e deve interrogarsi se sono stati loro responsabili di questa situazione”. ha concluso Conte  dopo aver premesso: “Invito tutte le forze politiche a maneggiare con cura il concetto di responsabilità”.

La posizione di Draghi

Non c’è una alternativa a questa maggioranza di governo, “per me non c’e’ un governo senza M5S, né c’è un governo Draghi”. Queste le parole pronunciate ieri dal presidente del Consiglio, al termine dell’incontro con i sindacati. Ed è la linea che ogni probabilità Mario Draghi manterrà anche dopo che l’annuncio del M5S di non votare la fiducia al Senato sul Dl Aiuti, si tradurrà in pratica con l’uscita dei parlamentari pentastellati dall’aula di palazzo Madama.

È  molto probabile che il premier, subito dopo il voto del Senato (che comunque confermerà la fiducia al governo e il via libera al provvedimento, anche se senza i voti del M5S), andrà dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per riferire della situazione della maggioranza.

La linea di Draghi sarebbe quella di non procedere con la ricerca di una nuova maggioranza parlamentare e, dopo la decisione di Giuseppe Conte, di concludere quindi l’esperienza di governo. Alla domanda dei cronisti che ieri chiedevano di un eventuale ritorno alle Camere in caso di defezione del M5S, Draghi aveva risposto: “Su questo dovete chiedere al presidente Mattarella”.

Il colloquio con il capo dello Stato sarà quindi determinante per capire quali saranno le sorti dell’esecutivo e la tempistica di una eventuale crisi. Draghi aveva dribblato anche la domanda sulla eventualità di uno scioglimento anticipato del Parlamento e di elezioni in autunno: “Non commento scenari ipotetici, anche perché sono parte di quel che succede, essendo uno degli attori il mio non sarebbe un giudizio oggettivo e distaccato”.

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Strappo di M5s, non vota il Dl Aiuti. Berlusconi chiede una verifica di maggioranza

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153955272 4cb54965 ca96 48d1 aa78 a929a343bd31Come ampiamente preannunciato, il Movimento 5 stelle abbandona l’Aula della Camera al momento del voto finale sul decreto Aiuti (che incassa 266 sì e 47 no. Il pentastellato Francesco Berti non rispetta l’indicazione del gruppo e esprime il suo sì al testo).

Un Aventino che potrebbe ripetersi tra pochi giorni al Senato, quando si dovrà votare il via libera definitivo al provvedimento, con tanto di fiducia. Ma il dado non è ancora tratto: la capogruppo M5s infatti non scioglie la riserva e si limita a spiegare che “c’è ancora qualche giorno per fare le nostre valutazioni”.

La scelta dei 5 stelle, nonostante non rappresenti un fulmine a ciel sereno, manda tuttavia in tilt la maggioranza, su cui piomba anche la richiesta di Silvio Berlusconi di una verifica in quanto “occorre comprendere quali forze politiche intendano sostenere il governo, non a fasi alterne e per tornaconti elettorali”. Alla necessità di procedere a una verifica di maggioranza si associa Matteo Salvini, che ne approfitta anche per reiterare il niet alle “leggi su droga libera e cittadinanza facile”.

Crisi o bluff?

Tra il timore di alcuni che la situazione da qui a giovedì possa realmente precipitare fino alla crisi di governo, e la convinzione di altri che si tratti solo di un bluff, nella maggioranza prevalgono le critiche al Movimento, ‘reo’ di scelte “incomprensibili e irresponsabili”. Eppure ai più non è sfuggito il passaggio finale dell’intervento in Aula del capogruppo Davide Crippa, quando il pentastellato, confermando l’Aventino, ha tenuto tuttavia a specificare che “il nostro sostegno al governo è stato esplicitato con il voto di fiducia” di giovedì scorso alla Camera, quando i 5 stelle hanno appunto votato a favore, mentre la scelta sul voto finale “è detatta da questioni puntuali di merito e metodo, in coerenza con quanto abbiamo già fatto in Cdm”.

I primi a partire lancia in resta contro i 5 stelle sono gli azzurri. Ancor prima del voto alla Camera, in una nota Forza Italia mette in chiaro che la decisione dei 5 stelle di non votare il decreto Aiuti “è gravissima” e non può passare in cavalleria, ma avrà delle “conseguenze”, perchè “la responsabilità non può essere scambiata per subalternità”.

Insomma, Draghi è avvisato. A chiarire ancor meglio la linea azzurra è lo stesso Berlusconi, che giudica la scelta del Movimento pura “schizofrenia politica” fatta sulla “pelle degli italiani”. Quindi, il Cavaliere invita il presidente del Consiglio a “non cedere ai ricatti” pentastellati. Ma, allo stesso tempo, Berlusconi ritiene necessaria una verifica di maggioranza.

Alla resa dei conti

E Antonio Tajani non esclude lo show down: “Se il Movimento 5 stelle non dovesse votare la fiducia al Senato si rischia la crisi”.

Italia viva è convinta che la crisi sia a un passo, “inizia il Papeete di Conte“, sostiene il presidente Ettore Rosato. Per Teresa Bellanova con la scelta di oggi i 5 stelle sono “già automaticamente fuori dal perimetro del governo Draghi”. Durissimi i dimaiani: i 5 stelle “voltano le spalle agli italiani”.

Per Azione il capogruppo M5s ha fatto un discorso già da opposizione, “dedicato a Enrico Letta e al suo campo largo”, osserva Enrico Costa. E Più Europa, con Benedetto Della Vedova, chiede a Conte di scegliere “tra la maggioranza e l’opposizione. Penso che il Pd non dovrebbe accettare che il suo alleato principale non sostenga Draghi convintamente”.

La prudenza dei dem

Nei dem, i più cauti nella maggioranza a commentare la situazione, c’è chi rompe gli indugi e attacca: “La scelta politica del M5s è grave. Indebolire o mettere a rischio il governo in queste settimane è da scellerati”, tuona Andrea Marcucci.

Meno tranchant Stefano Bonaccini, secondo il quale sarebbe “surreale far cadere un governo in un momento come questo”, spiega il presidente della Regione Emilia-Romagna. La capogruppo Debora Serracchiani ritiene “condivisibili” le questioni poste da Conte a Draghi, ma il Movimento non deve “strappare”.

Alla Camera c’è preoccupazione per le spinte centrifughe che si registrano nel M5s, ma tra i parlamentari del Partito Democratico si coltiva anche la speranza che non sarà il voto al Senato sul dl Aiuti a sancire l’uscita dei 5 Stelle dalla maggioranza.

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Le foto del degrado a Lampedusa: “Sembra la Libia”

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072736570 4923a3e6 87d0 4b90 9ae5 90f5e72acc0e“Sono 2.100 le persone ammassate nel Centro di accoglienza a Lampedusa. Anche donne (4 sono gravide), bambini, malati e bisognosi di cure dormono per terra, dove pure mangiano, tra i rifiuti. Potrebbero essere foto della Libia. Ma no, è l’Italia“. Fanno il giro del web le foto dell’ex sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, della grave situazione nell’hotpsot di Lampedusa, stipato di migranti, compresi bimbi e donne, nel degrado, tra rifiuti e sporcizia.

La ricetta del nuovo sindaco

Piede sull’acceleratore dei trasferimenti grazie all’arrivo della nave Diciotti nell’immediato, corridoi umanitari e punti di richiesta di asilo politico direttamente in Africa come progetto nel lungo termine. È la ricetta di Filippo Mannino, neo sindaco di Lampedusa, subito alle prese con l’emergenza sbarchi, con l’hotpost arrivato a contenere 2 mila migranti a fronte di una capienza di 350.

“L’hotspot scoppia e non ci sono grandi soluzioni – dice ad AGI – se non quella di intensificare i trasferimenti. In questo senso ho chiesto alla prefettura di mantenere alta l’attenzione e una prima risposta è l’invio della nave Diciotti in grado di trasportare un numero molto elevato di persone e, quindi, assicurare un rapido alleggerimento della struttura nei momenti più difficili dell’estate come questo”. Mannino ha incassato la solidarietà del leader della Lega, Matteo Salvini, che ha annunciato un suo imminente ‘approdo’ sull’isola.

“La solidarietà – commenta – è sempre bene accetta da qualsiasi parte politica. Le istituzioni nazionali devono impegnarsi per Lampedusa a prescindere dagli orientamenti di partito”. Già mobilitate nave San Marco della Marina militare per trasferire oggi dall’isola circa 600 migranti, dando la precedenza alle persone vulnerabili. Le operazioni di alleggerimento continueranno domani grazie all’impiego di altre unità navali della Guardia di finanza e della Guardia costiera.

Per il sindaco di Lampedusa “il fenomeno andrebbe affrontato in maniera strutturale e non emergenziale. Se siamo in queste condizioni da 30 anni non è più un’emergenza ma è la normalità. Ecco perche’ occorre trovare delle soluzioni strutturali”.

Mannino, quindi, indica quella che potrebbe essere la strada. “A livello territoriale – dice ancora ad AGI – non ci sono grandi alternative. Occorre essere più rapidi e incisivi con i trasferimenti perche’ la struttura non puo’ reggere questi numeri. Se vogliamo arginare il fenomeno dobbiamo evitare che ci sia questo esodo incontrollato”.

Il sindaco di Lampedusa spiega: “Nessuno si sottrae all’accoglienza, ma questa accoglienza non è quella che si attendono i migranti prima di partire. Non abbiamo i mezzi per gestire questi numeri e non potremo averli mai, occorre limitare il fenomeno. Come? Creando dei corridoi umanitari e istituendo dei punti di accesso per le richieste di asilo politico direttamente in Africa. In questo modo ci sarebbe una riduzione del flusso”.

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Pressing di Conte su Draghi, risposte a urgenze o non ci sono le condizioni per restare

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172934236 79fa60bf 2d3d 4ec4 943b 268a418543dfMantiene altissimo il pressing su Mario Draghi, Giuseppe Conte. Intervenendo nel pomeriggio alla kermesse “Digithon”, in corso a Bisceglie, il presidente di M5s non ha eluso le domande sulla possibilità di uscire dalla maggioranza e ha aggiunto degli elementi nuovi rispetto alla tempistica e al merito delle risposte che Palazzo Chigi dovrà fornire ai nove punti consegnati mercoledì scorso.

Ma la pressione su Draghi, per continuare a usare la metafora sportiva, non è stata solitaria né episodica, perchè anche i parlamentari del Movimento hanno insistito sui temi principali delle loro rivendicazioni, a partire da reddito di cittadinanza e Superbonus.

“Nel documento – ha rivendicato Conte – non troverete bandierine, né un libro dei sogni, trovate le urgenze del Paese. E se a queste urgenze, in una situazione serissima, drammatica, non si dà una risposta, capite che non ci sono le condizioni per continuare a condividere una responsabilità rispetto a processi decisionali in cui noi siamo stati marginali”.

Rispetto a quelle priorità – ha proseguito – c’è non tanto il desiderio ma la concreta determinazione ad affrontarle adesso? Altrimenti la situazione peggiorerà e questa responsabilità di aspettare che peggiori senza intervenire, non la possiamo condividere. Se la risposta è sì – ha concluso – noi ci siamo, se è no non ci possiamo essere, ma per responsabilità”. Senza rinunciare all’ironia, il leader pentastellato, rispondendo alla domanda della cronista che voleva sapere se fosse possibile prenotare le vacanze in serenità, senza il rischio di annullarle per la crisi di governo, ha affermato “Partite, poi vi aggiorneremo…”.

Tornando al documento consegnato al premier, a chi gli chiedeva quale fosse la deadline per le risposte di Draghi, Conte ha puntualizzato che i tempi sono stretti: “Le urgenze sono oggi. Quando dico che il premier Draghi di fronte a un documento così serio deve poter dare delle risposte concrete, è ovvio che deve fare delle verifiche ma non stiamo parlando nè di mesi nè di settimane“.

Conte non ha mancato di replicare a Enrico Letta, che aveva tenuto a puntualizzare che, contrariamente ad alcuni retroscena circolati negli ultimi giorni, la posizione del Nazareno rimane che il governo Draghi sarà in ogni caso l’ultimo della legislatura e che nel caso di caduta dell’esecutivo la strada maestra sarebbe quella del voto, con tutte le ricadute che ciò potrebbe avere sui rapporti tra i dem e M5s.

Rigettando la palla nel campo del Pd, il presidente pentastellato ha affermato che “sul documento ci aspettiamo una valutazione anche da altre forze politiche, anche dal Pd. È su questo che si può ragionare di alleanze. Si parla di campo largo: andiamo vedere quali sono i soggetti, devono essere soggetti che danno garanzie di affidabilità e di leale collaborazione, perchè se non si prendono degli impegni agli occhi dei cittadini ma non si puo’ essere conseguenti”.

In precedenza, sui social Conte aveva pubblicato un lungo post in cui, citando alcuni dati diffusi in mattinata dall’Istat, aveva rivendicato l’efficacia del reddito di cittadinanza, polemizzando fortemente con chi vi si oppone: “Qualcuno – ha scritto – strumentalizza queste sofferenze: Giorgia Meloni che insulta le famiglie in difficoltà parlando di ‘metadone di Stato’, Matteo Renzi che raccoglie firme per cancellare il Reddito: una guerra a chi si sostiene con 500 euro al mese combattuta da politici che 500 euro li guadagnano in un giorno”.

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Visco avverte: “Senza gas russo in Italia è recessione”

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giornata mondiale del risparmio organizzata dall acriOrmai è una certezza. Se venisse a mancare il gas russo, l’Italia vivrebbe due anni di recessione. Il Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, parlando all’assemblea dell’Abi, ipotizza le conseguenze di una chiusura totale dei rubinetti da parte di Mosca: “In uno scenario avverso caratterizzato da un arresto delle forniture” di gas dalla Russia “dal terzo trimestre di quest’anno, solo parzialmente sostituite da altre fonti, il prodotto registrerebbe una contrazione nella media del biennio 2022-23, per tornare a crescere nel 2024”.

Al deterioramento del quadro macroeconomico, dice il numero uno di Via Nazionale, “contribuirebbero le ricadute dirette di tale interruzione sui settori a più elevata intensità energetica, ulteriori rialzi nei prezzi delle materie prime, un più deciso rallentamento del commercio estero, un peggioramento della fiducia e un aumento dell’incertezza”.

Visco parla delle previsioni sbagliate e delle correzioni necessarie. “Lo scorso gennaio ci attendevamo una espansione del prodotto superiore al 3 per cento nella media del biennio 2022-23”, ha ricordato il governatore, spiegando come le previsioni “siano state sbagliate, è vero, ma le analisi mostrano che l’errore dipende dal 90% dalle ipotesi fatte relative ai costi dell’energia”. Adesso, continua, “nello scenario di base elaborato in giugno, nel quale si ipotizza che le tensioni associate alla guerra si protraggano per tutto il 2022, ma si esclude una sospensione delle forniture di gas dalla Russia, la crescita è stata rivista al ribasso, di 2 punti percentuali nel complesso del biennio, su valori prossimi a quelli dell’area dell’euro”. Facendo una sintesi, “l’economia italiana dovrebbe crescere in linea con l’area dell’euro nel biennio 2022-23. I rischi a livello globale sono però significativi“.

Il principale rischio riguarda proprio le intenzioni di Putin nella guerra del gas. Anche perché l’inflazione gioca ovviamente contro la crescita. “L’inflazione, che in giugno ha superato anche in Italia l’8 per cento, per quattro quinti a causa degli effetti diretti e indiretti dei prezzi dell’energia e dei beni alimentari, contribuisce a frenare l’espansione comprimendo in misura significativa i redditi in termini reali, solo in parte compensati dalle misure di bilancio”.

Visco, che sta parlando a una platea di banchieri, non si ferma all’analisi ma indica la strada da percorrere per fronteggiare lo scenario avverso. “In questa delicata fase, il contributo che il sistema finanziario è chiamato a fornire sul fronte dell’allocazione dei flussi di credito e del sostegno all’economia è particolarmente importante. Per assolvere a questi compiti – spiega – occorre affrontare con determinazione le sfide poste dalla difficile e incerta situazione congiunturale, e quelle che derivano, sul piano strutturale, dalla transizione digitale e dagli effetti finanziari del cambiamento climatico”.

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Putin: “In Ucraina non abbiamo ancora iniziato a fare sul serio”

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180507870 37b93e85 eb9c 4080 9ab9 0a835f1c9f78“Non abbiamo ancora iniziato a fare sul serio” in Ucraina, “ma al tempo stesso non rifiutiamo di tenere collqui di pace. Tuttavia, coloro che si rifiutano dovrebbero sapere che più avanti andiamo, più difficile sarà per loro negoziare con noi”. È l’avvertimento lanciato dal presidente russo Vladimir Putin parlando ai leader dei gruppi alla Duma.

L’Occidente, che voleva colpire l’economia russa e demoralizzare la società con le sanzioni, ha fallito, ha aggiunto il presidente russo. “Ovviamente, non stavano solo cercando di colpire duramente l’economia russa. Il loro obiettivo era seminare discordia, confusione all’interno della nostra società, demoralizzare la nostra gente. Ma qui hanno sbagliato i calcoli. Niente ha funzionato e sono sicuro che niente lo farà”, ha sottolineato.

“Dicono di volerci sconfiggere sul campo di battaglia, che ci provino. Abbiamo già sentito molto volte che l’Occidente vuole combatterci fino all’ultimo ucraino”.

“Non abbiamo ancora iniziato a fare sul serio” in Ucraina, “ma al tempo stesso non rifiutiamo di tenere collqui di pace. Tuttavia, coloro che si rifiutano dovrebbero sapere che più avanti andiamo, più difficile sarà per loro negoziare con noi”.

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