New York: i mosaici del Friuli in mostra all’Istituto Italiano di Cultura

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ici mosaici 1 070622 lvn 1mosaici hanno qualcosa di magico. Giocano non solo con il colore ma con la luce e con l’ombra. Le piccole tessere che li compongono, a seconda dell’orientamento, intercettano i raggi luminosi in modo diverso tra loro. Ogni mosaico è una vibrazione che sembra trasformare la massa in energia, l’immagine in vibrazione di vita.

Il Friuli Venezia Giulia è uno dei luoghi dove l’arte antica dei mosaici ha lasciato straordinarie testimonianze. Basterebbe pensare al tappeto infinito che forma il pavimento della Basilica di Aquileia, o agli elegantissimi mosaici di Grado. Ma la tradizione del mosaico in Friuli Venezia Giulia non è legata solo al passato.

Foto di gruppo alla presentazione dei mosaici all’IIC di New York
Uno dei mosaici di Aquileia (IV sec. DC)

Con la mostra che si è aperta oggi all’ Istituto di Cultura di New York (686 Park Avenue), scopriamo che la tradizione dei mosaicisti è più viva che mai, grazie alla “Scuola dei mosaicisti del Friuli” di Spilimbergo che dal 1922 – con i suoi studenti e docenti – fa conoscere l’arte del mosaico in Italia e nel mondo.

Da lì vengono molte aziende di mosaico, come quelle rappresentate in Istituto: la Miotto e la Travisanutto. Sedi prestigiose e frecuentate che ospitano opere musive di Giovanni Travisanutto e Stafano Miotto sono il Santo Sepolcro di Gerusalemme, la Basilica della National Shrine of the Immaculate Conception di Washington DC, la cattedrale di Knock in Irlanda, oltre 40 stazioni della metropolitana a New York, gli aeroporti de Washington DC, de Atlanta, de Orlando, de Seattle.

Stupefacente è il fatto che la tecnica elaborata a Spilimbergo permette di costruire dei giganteschi puzzle, y creando perciò i mosaici in Italia, per poi ricomporli e allestirli in loco.

Gli artisti che forniscono i disegni vengono da tutto il mondo, da Dezo a Bansky, e l’arte del mosaico in questo modo parla la lingua dell’immaginario contemporaneo con l’eccellenza dell’artigianalità italiana più antica.

Questa storia affascinante, proiettata verso il futuro è stata l’oggetto di un’affollata presentazione all’Istituto di Cultura, alla quale ha partecipato il Console Generale Fabrizio Di Michele , una delegazione del Friuli Venezia Giulia capeggiata dal presidente Massimiliano Fedriga , assieme a rappresentanti dell’ERAPLE (Ente Ragionale Acli per i Problemi dei Lavoratori Emigrati). Hanno parlato anche Marco Marcorigh , dell’Associazione CLAPE, y Steven Miotto , fondatore della Miotto Mosaics.

Brooklyn Seeds, obra de arte en mosaico de Jason Middlebrook (Miotto Mosaic Art) que adorna la estación Avenue U. Teléfono: MTA/ Rob Wilson

Il viaggio della Regione è stato un’occasione per stringere nuovi rapporti ad ampio raggio, sia in collaborazione con l’ICE, guidato da Antonino La Spina , sia con l’Istituto Italiano di Cultura di New York, come ci ha confermato il direttore Fabio Finotti .

E se si dovesse pensare a un brand per il Friuli Venezia Giulia, forse il mosaico sarebbe l’immagine più adatta a rappresentarlo.

La regione infatti è davvero un mosaico di lingue, tradizioni, etnie, religioni: è una regione che compone la sua unità da tante tessere diversity, come Umberto Saba, diceva dell’Italia intera.

Cosa si vuole di più? Il mosaico rappresenta una cultura che difende le singole tessere dell’individualità, ma che cerca anche di comporle in un disegno complessivo. L’arte antica e moderna dei mosaicisti ci insegna anche questo, e ci dimostra di quanto genio e di quanta pazienza ci sia bisogno per ottenere i risultati che saranno esposti al piano nobile dell’Istituto Italiano di Cultura hasta el 21 de julio , all’interno della mostra“ Progetto mosaici: valorizzazione del lavoro friulano e giuliano negli USA ”.

da “La Voce di NewYork”- Michele Valla Perrini




La nuova “rivoluzione” in America Latina, tra delusioni e speranze

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la voce“Tanta voglia di welfare; da sempre. Ma solo dall’inizio di questo secolo, da quando l’estinto presidente Chávez presentò il suo programma di governo, prima, e il suo progetto di “Socialismo del Secolo XXI”, poi, i movimenti progressisti dell’America Latina hanno cominciato realmente a credere che il loro sogno di una vita migliore potesse diventare realtà, salvo poi accorgersi di essere stati ingannati da chi, una volta acquisito il controllo di tutti gli organi dello Stato, rinnegava le promesse fatte per badare solo a perpetuarsi nel potere anche con la violenza. Mai come oggi, quei movimenti progressisti erano stati sulla cresta dell’onda, e mai il vento aveva soffiato a loro favore con tanta forza”.
“Il giovane Gabriel Boric, in Cile; il polemico Pedro Castillo, in Perù; l’ex guerrigliero Gustavo Petro, in Colombia sono i volti di una nuova sinistra che lotta per cancellare il populismo e la demagogia che hanno accompagnato, fin dal loro insediamento, in Venezuela, Nicaragua e Cuba, governi autocratici e dittatoriali che, tutt’oggi al potere, violano le più elementari regole della democrazia e dei diritti umani macchiandosi di crimini contro l’umanità.
I movimenti progressisti latinoamericani, oggi, si dibattono tra frustrazioni e paure. Delusione per l’occasione mancata da chi, a inizio di questo secolo, si autoproclamava paladino della rivoluzione egualitaria – leggasi, Nestor Kirchner, in Argentina; Evo Morales, in Bolivia; Rafael Correa, in Ecuador e Hugo Chávez, in Venezuela -, e il timore di essere traditi nuovamente dai leaders attuali. Insomma, di vedere svanire all’orizzonte la speranza di una società più giusta e democratica, costruita sulla base del benessere sociale.
D’altronde, era quanto predicava l’estinto presidente Chávez in Venezuela, salvo poi dimenticarsene dopo aver assoggettato tutti i poteri dello Stato. Sono gli stessi che erano sostenuti da Morales, Correa, Kirchner. Quella società più giusta e democratica non è stata mai costruita anche se, ad onore della verità, bisogna riconoscere che in Ecuador e Bolivia fu fatto qualche progresso.
8bafileIl “Socialismo del Secolo XXI”, pubblicizzato a destra e a manca dal presidente Chávez, risultò essere solo un “bluff”, uno specchio per le allodole. Quel sogno, agli atti pratici, solo ha partorito quella che alcuni analisti hanno battezzato con il nome di “triade del male”. Ovvero, i governi autocratici e totalitari di Nicolás Maduro, in Venezuela; dei Castro (Raúl continua a muovere le fila del potere da dietro le quinte), a Cuba; e della dinastia degli Ortega, che ha sostituito quella dei Somoza in Nicaragua. La loro ascesa è stata il prodotto di un misto tra messaggi populisti e divagazioni demagogiche che hanno accompagnato e permesso la conquista di tutti i poteri dello Stato, in un primo momento; e, poi, giustificato la ferrea repressione con la quale lo “Stato di diritto” è stato sostituito da uno “Stato di polizia”. La persecuzione della dissidenza, che ha obbligato i leader dell’opposizione e tanti giornalisti ad intraprendere la via dell’esilio o della clandestinità, ne è stata la logica conseguenza.
In Colombia, in Cile, in Perù e in un futuro prossimo probabilmente in Brasile, se i seggi dovessero dare ragione ai sondaggi e Luis Ignacio “Lula” Da Silva tornare al potere, i movimenti progressisti si trovano ad agire in un contesto complesso e delicato. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin ha risvegliato i fantasmi del passato. Il mondo non è mai stato esente da guerre. Ma i “fronti caldi”, da quasi ottant’anni, erano localizzati in Siria, nello Yemen, in Etiopia, in Pakistan, solo per nominarne alcuni, ma non alle porte dell’Europa. Il conflitto causato dall’attacco russo all’Ucraina ha provocato il ritorno alla “guerra fredda” e ha scompaginato il già intricato scacchiere internazionale. Stati Uniti, Russia, Cina, ed ora anche timidamente l’Unione Europea, cominciano a muovere le loro pedine per costruire un nuovo “Ordine Mondiale”. E la Nato risorge dalle ceneri.
La Guerra in Ucraina ha già conseguenze nell’ambito economico. Era ingenuo illudersi che non ci fossero pesanti riflessi: stop alla crescita e pericolosa spirale inflazionistica.
L’ottobre scorso, il Fondo Monetario Internazionale, al presentare il suo “Outlook” di autunno, segnalava che, nonostante ci fossero chiari segnali di risveglio dei contagi per Covid, “la ripresa economica continuava”. Per il 2022, proiettava una crescita dell’economia mondiale del 4,9 per cento. Successivamente, a gennaio, correggeva le proprie proiezioni verso il basso: 4,4 per cento. Ad aprile, rettificava ancora: 3,6 per cento.
Parallelamente alla riduzione del tasso di crescita dell’economia, si assiste ad un incremento del livello d’inflazione che si teme possa trasformarsi in spirale pericolosa. Di fatto, ha già raggiunto livelli che non si registravano da quattro decadi.
C’è sempre stata la consapevolezza che il risveglio della domanda, dopo la crisi causata dalla pandemia e dal “lockdown” imposto per combatterla, avrebbe provocato pressioni sui prezzi. Era il costo scontato, ma non eccessivo, da pagare per assicurare il benessere dei settori più colpiti dalla diffusione della Covid. Tra l’altro si aveva la certezza che il fenomeno sarebbe stato transitorio. La guerra ha sparigliato le carte in tavola.
Ora con le sanzioni alla Russia e il conflitto in Ucraina, in alcuni paesi dell’America Latina si presenta uno scenario contraddittorio. Da un lato, la recessione mondiale provocherà la riduzione del consumo e, quindi, un minor livello di esportazione delle materie prime. Dall’altro lato, la guerra sta distruggendo il vecchio ordine mondiale, rispolverando la guerra fredda e creando nuovi schieramenti. In questo contesto, i mercati di esportazione e di materie prime avranno un loro riallineamento che risponderà necessariamente al riequilibrio geopolitico.
L’America latina, in questo contesto, potrebbe inserirsi come rifornitore sicuro e affidabile di materie prime con mira alla creazione o rilancio di una propria industria di trasformazione. Dovrà quindi scegliere in quale lato della storia collocarsi. Sarà impossibile non farlo.
Il distinguo tra i “nuovi governi progressisti” e quelli che, dopo aver agitato la bandiera della rivoluzione democratica ed egualitaria, sono derivati in autocrazia e dittatura, dipenderà dalle prossime scelte. Avanzare in politica interna in maniera trasparente nella conquista dei diritti civili e del benessere sociale è importante. Farlo guardando alle democrazie moderne in cui il welfare ha permesso di assicurare alti livelli di benessere, sarà essenziale. Abbandonare i cliché degli anni ’60, ancorati alla “lotta armata” e a vecchie chimere superate dalla storia, senza rinunciare al sogno di una “società del benessere più giusta”, sarà vitale”.

da La Voce d’Italia – Mauro Bafile




Toronto parla italiano. Dopo Insigne e Criscito, ecco Bernardeschi

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43.0.581426626 kkte u4401310602747v6c 528x329@gazzetta web 528x329Toronto fa sul serio. Dopo l’ingaggio di Lorenzo Insigne e Domenico Criscito, i canadesi della Mls sono vicini all’accordo con Federico Bernardeschi, che diventerebbe così il terzo italiano della squadra.

Toronto utilizzerebbe la cosiddetta “regola Beckham”, ovvero quella che permette d’ingaggiare tre giocatori in rosa sforando il tetto salariale. Manca solo l’ok definitivo dell’ala ex Juventus al trasferimento.

gazzetta.it




Assassinato in Somalia l’uomo ingiustamente condannato per l’omicidio di Ilaria Alpi

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130636249 d717278a 2a21 47d8 b704 5af8ee3a7fbbOmar Hashi Hassan, l’uomo che ha scontato quasi 18 anni di carcere per l’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo del 1994 e poi è stato assolto e scarcerato nel processo di revisione a Perugia, è morto in una esplosione in Somalia. Lo ha reso noto in un tweet il sito di notizie indipendente somalo Garowe Online.

Hashi, che nel 2018 venne risarcito dallo Stato italiano con tre milioni per ingiusta detenzione, ha perso la vita in un’esplosione provocata da una carica di dinamite innescata sotto la sua auto.

Ilaria Alpi, inviata in Somalia per il Tg3, aveva 28 anni quando venne uccisa nel corso di una sparatoria a Mogadiscio assieme all’operatore 45enne Miran Hrovatin. Un commando di sette persone si affiancò alla loro auto, esplose numerosi colpi di kalashnikov, poi si diede alla fuga.

Il 12 gennaio del 1998 Omar Hashi Hassan venne arrestato su richiesta della procura di Roma per concorso in duplice omicidio volontario, perche’ ritenuto un componente del commando. Il 20 luglio del 1999 Hassan fu assolto dalla Corte d’assise di Roma “per non aver commesso il fatto”.

Il pm Franco Ionta ne aveva chiesto la condanna all’ergastolo. La sorpresa il 24 novembre del 2000 quando la corte d’assise d’appello ribaltò la sentenza di primo grado e condannò Hassan al carcere a vita. Per il somalo scattarono in aula le manette. La sentenza non piacque ai genitori di Ilaria: si tratta di “una sentenza nera – dissero, immaginando una decisione di ‘comodo’ che avrebbe dovuto accontentare tutti – non ci accontentiamo di questa verità. Vogliamo i mandanti veri”.

Il 10 ottobre del 2001 la Corte di Cassazione confermò la condanna per omicidio volontario ma, annullando la sentenza di secondo grado limitatamente all’aggravante della premeditazione e alla mancata concessione delle attenuanti generiche, rinviò il procedimento per nuovo esame ad altra sezione della corte d’assise d’appello.

A conclusione del processo d’appello bis, il 26 giugno del 2002, Hassan venne condannato a 26 anni. Il 23 novembre del 2010 cominciò il processo per calunnia a carico di Ahnmed Ali Rage detto “Gelle”, il principale accusatore di Hassan anche se le sue dichiarazioni, rese durante le indagini preliminari, non furono mai confermate al processo.

Si costituirono parte civile la madre di Ilaria e lo stesso Hassan che nel frattempo stava scontando a Padova la detenzione. Il 18 gennaio del 2013, il tribunale di Roma assolse Gelle, ritenendolo teste attendibile. Lo stesso Gelle, però, il 16 febbraio del 2015, a una giornalista di Chi l’ha visto?’ che lo intercettò in Inghilterra, ritrattò tutto e fornì una nuova verità sul caso Alpi: “Hassan è innocente, io neanche ero presente al momento dell’agguato. Mi hanno chiesto d’indicare un uomo. Gli italiani avevano fretta di chiudere il caso”.

E così il 14 gennaio del 2016, su istanza degli avvocati del somalo, la Corte d’appello di Perugia riaprì il processo di revisione. Prima dell’udienza la madre di Ilaria Alpi volle abbracciare Hassan. Il 19 ottobre del 2016 l’imputato fu assolto dall’accusa di duplice omicidio e immediatamente scarcerato.

Il 17 febbraio del 2017 la procura di Roma avviò una inchiesta sull’anomala gestione in Italia di Gelle. Ma sei mesi dopo, i pm sollecitarono l’archiviazione, ritenendo impossibile risalire ai mandanti e agli esecutori materiali del duplice delitto e non trovando neppure alcuna prova di presunti depistaggi. Il 30 marzo del 2018, la corte d’appello di Perugia dispose il ‘quantum’ del risarcimento per ingiusta detenzione da attribuire ad Hassan: tre milioni di euro per essere stato in carcere quasi 17 anni da innocente, l’equivalente di 500 euro per ognuno dei 6.363 giorni trascorsi in cella.

“Ucciso dai terroristi islamici”

Omar Hashi Hassan è stato assassinato dai terroristi islamici. Ne è convinto l’avvocato italiano Antonio Moriconi: “Non ho dubbi. Lo hanno ammazzato a scopo di estorsione per i soldi (oltre 3 milioni di euro, ndr) che aveva ottenuto per l’ingiusta detenzione in Italia. Sono persone in cerca di denaro e se non sei d’accordo con loro ti uccido. La tecnica dell’attentato dice tutto”.

“Abbiamo ricevuto la notizia della morte di Hashi da alcune nostre fonti locali – ha spiegato il penalista – Il clan a cui apparteneva Hashi ha legami con il nuovo governo. Lui, da quando era tornato in libertà, dopo il processo di revisione che lo aveva completamente scagionato, voleva fare qualcosa per il suo Paese. Lui sognava di inserirsi nel settore dell’import-export. Faceva a volte tappa in Italia, ma andava anche in Svezia dalla figlia e poi da amici in altre città d’Europa“.

L’ultimo incontro tra l’avvocato Moriconi e Hashi Hassan risale a un paio di mesi fa: “Siamo andati a mangiare insieme. L’Italia non era casa sua, lui sognava e parlava sempre di Mogadiscio, di quello che avrebbe voluto fare, dell’artigianato, delle imprese. Lui, la sua famiglia, il clan al quale apparteneva, volevano che la Somalia tornasse stabile da un punto di vista politico”.

agi.it




Canada. A Saint-Léonard il parco Ermanno-La Riccia

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cittadino canadese“Il 29 giugno scorso, 2 anni dopo la scelta del comitato di toponomastica e del consiglio comunale sul nome proposto dal consigliere Dominic Perri, l’arrondissement di Saint-Léonard ha inaugurato il parco Ermanno-La Riccia (“Uno dei personaggi più celebri della Comunità italiana di Saint-Léonard”), alla presenza dei figli Liana, Michelangelo e Orazio (e delle rispettive famiglie). A fare gli onori di casa è stata la Sindaca supplente e consigliera Angela Gentile, accompagnata dai colleghi Dominic Perri, Suzanne De Larochellière e Arij El Korbi”. Ne scrive Vittorio Giordano per il “Cittadino canadese”, settimanale che dirige a Montreal.
““La natura, la campagna, il fazzoletto di terra e tutto ciò che lo compone, fino agli ultimi giorni di vita, sono stati per lui sacri, inviolabili, perché non solo mezzo di sopravvivenza, ma la natura era anche fondamento di fede e di dignità umana”. Lo ha ricordato così la figlia Liana, che poi ha aggiunto: “Ecco perché consegnare la memoria di Ermanno La Riccia nei prati di questo parco, tra fiori di campo, uccelli e farfalle, rende un grande omaggio non solo alla nostra famiglia, ma soprattutto rende omaggio alla Natura”.
“In quanto scrittore e poeta – ha sottolineato – la natura ha sempre fatto parte di Ermanno La Riccia, una natura pura ed esile tramite la quale, un giorno, trovò persino la fede. A tal proposito, vi cito un breve passaggio di una poesia dal titolo: Dio. E un giorno, mentre al calar del sole, me ne andavo, solo, su per l’erto viottolo della mia vigna antica e le fratte di vitacchi, e le querce e le betulle facean ala al mio cammino, udii un lieve mormorio: rivolsi cercando una visione; vidi un fiore e conobbi Dio”.
“Emigrare, per lui – ha concluso Liana – ha voluto significare ricominciare, re-imparare (…), lottare per essere capito e rispettato, trovare un lavoro qualsiasi pur di poter sostenere la famiglia di origine che aveva lasciato dietro, e soprattutto, imparare ad amare il dolore. Quale dolore? Come risponderebbero tutti quelli che sono emigrati con lui, si tratta del dolore del distacco, di quel doloroso distacco che gli avrebbe permesso di costruirsi un futuro migliore”.
Il nuovo spazio verde si trova in una zona naturale del Domaine Chartier, a nord di boulevard des Grandes-Prairies ed a sud della rue J.-B.-Martineau, tra boulevard Viau e rue de Toulon. L’idea è stata quella di farne un luogo di sensibilizzazione sulla biodiversità. Dal punto di vista della flora e della fauna, infatti, il parco Ermanno-La Riccia permette di osservare diverse specie di uccelli, tra cui la rondine e il passero dei prati, specie “in via di estinzione o vulnerabili”, come la farfalla monarca e il serpente bruno, insetti impollinatori, oltre a piante e arbusti autoctoni. Ci sono percorsi pedonali e piste ciclabili, oltre a passerelle che conducono ad una piattaforma di osservazione. Il progetto è stato finanziato dal Comune, il Servizio dei Grandi Parchi, del Mont-Royal e degli Sport del Comune di Montreal e Hydro-Quebec.
Nato a Larino, in provincia di Campobasso, nel 1928, diplomato perito industriale, Ermando La Riccia, scomparso nel 2014, è emigrato in Canada nel ’52. Laureato in ingegneria a Montréal, parallelamente all’esercizio della sua professione di ingegnere aerospaziale presso la Canadair Ltd. e Pratt & Whitney of Canada Ltd, La Riccia è stato direttore di scuola del PICAI (di cui è stato cofondatore), insegnante di lingua italiana, prolifico giornalista, scrittore e poeta per passione. Ha collaborato con diverse testate, tra cui Insieme, Il Cittadino Canadese e Il Corriere Italiano in Canada, così come il Corriere della Sera e il Messaggero di Sant’Antonio in Italia.
Ha scritto i libri “Terra mia”, “Viaggio in Paradiso”, “Amore Infinito”, “La Padrona” e “La Voce delle Pietre”. Nei suoi racconti e poesie, ha narrato i sacrifici dell’emigrazione, l’esperienza della nave, del duro lavoro, la disillusione verso il paese natale e quello d’accoglienza. Figlio di contadini, ha sempre mantenuto un forte attaccamento verso il mondo povero e autentico della società rurale.
“Le opere di Ermanno – ha concluso nel suo intervento il consigliere Perri, diventato amico di La Riccia dopo un battibecco su un contatore d’acqua – si leggono facilmente come dei romanzi per ragazzi, ma tutti i suoi personaggi diventano dei simboli che catturano nel profondo gli emigranti di qualsiasi paese del mondo. Ermanno si è sempre ispirato all’onestà, alla sensibilità ed all’autenticità, valori che condivido e che oggi sono sempre più confusi con il politically correct. Il miglior paese è quello dove si trova la propria famiglia: questo è il messaggio-chiave di Ermanno”.
Un messaggio che è un po’ il manifesto della sua opera, il testamento della sua vita, un patrimonio per tutti quanti noi, ma soprattutto per le generazioni future”. (aise)




In Lega e M5s c’è un escalation di malessere legata al governo

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Al Senato si discute della ratifica dei trattati, tra cui quello tra Italia e Francia, ci sarà un ordine del giorno della Lega sulla necessità che Parigi spinga per l’estradizione degli esponenti delle Brigate rosse; domani poi si voteranno le mozioni dei singoli partiti, tra cui quella sull’energia e potranno emergere spaccature, sia perché c’è quella promossa da Calenda per spingere sul nucleare, sia perché il Movimento 5 stelle potrebbe trovarsi isolato sulle ricette legate alle ricette che il governo deve portare avanti.

Ma il caos per la maggioranza è alla Camera. E il primo nodo da sciogliere è l’iter sul dl aiuti. Il governo prende tempo, non si esclude ancora che domani possa blindare il provvedimento che deve essere convertito entro il 16 luglio, ma i Cinque stelle fanno muro (sul superbonus, sul tema del gas e non vogliono votare la norma sull’inceneritore di Roma) e per guadagnare qualche ora c’è chi ha pensato pure all’inversione dell’ordine dei lavori, in attesa dell’incontro tra il premier Draghi e il presidente M5s Conte.

All’interno dell’esecutivo c’è la convinzione che dai vertici pentastellati siano arrivati comunque dei segnali distensivi, la trattativa sul metodo da portare avanti sul dl aiuti è la cartina di tornasole dell’intenzione di Draghi di evitare ulteriori frizioni ma la preoccupazione è che le spinte contrapposte all’interno dei partiti della maggioranza possano comunque causare un incidente in Parlamento.

Perché la Lega, per esempio, non ha digerito l’attendismo del governo, “perché – il ‘refrain’ emerso anche nella riunione di gruppo a Palazzo Madama – a noi chiudono le porte e si da la sponda agli altri partiti?”. Il malessere è generale e anche il tema del ddl concorrenza sta causando un cortocircuito tra l’esecutivo e le forze della maggioranza.

Il partito dello stralcio dell’articolo 10 – quello sulle concessioni dei taxi – è il più numeroso in Parlamento ma il governo non intende procedere in questo modo, il viceministro Bellanova lo ha spiegato a chiare lettere. Una possibile ‘exit strategy’ sarebbe quella di bissare a Montecitorio quello che è successo a palazzo Madama sulle concessioni balneari. Ovvero di permettere all’esecutivo di prendere tempo, lasciando ai decreti attuativi ogni spazio di manovra possibile.

Una strada che però non convince la Lega che punta a svuotare l’articolo, non intende dare all’esecutivo una delega in bianco, promette di non votare il provvedimento quando ci sarà il passaggio nell’Aula della Camera. “Così non va”, ripete il leghista Rixi.

Irritata anche Forza Italia che sottotraccia critica l’esecutivo, “ha perso il contatto con la realtà del Paese”, il ragionamento. Ma il malessere cresce sempre di più soprattutto nel Movimento 5 stelle e nella Lega. Domani Conte porterà all’attenzione del premier un documento con le richieste pentastellate, si aspetta risposte vere soprattutto sul piano sociale, oltre che una difesa del superbonus e del reddito di cittadinanza.

Anche Salvini attende di capire quale sarà l’esito delle trattative tra il presidente del Consiglio e l’avvocato pugliese. Perché tra gli ‘ex lumbard’ – spiegano fonti parlamentari – si è raggiunto il livello di guardia. “Così – si ragiona nel partito di via Bellerio – non si va avanti, di questo passo usciamo dal governo”.

Un mal di pancia espresso pure dal capogruppo della Lega al Senato Romeo, “responsabili sì ma fessi no”, ha osservato. La ‘lista’ dell’agenda del Carroccio è lunga: pace fiscale, autonomia, flat tax, misure per frenare l’immigrazione clandestina, provvedimenti contro il caro inflazione, per promuovere il lavoro, per venire incontro alle esigenze delle categorie in sofferenze e delle famiglie italiane.

Non c’è una ‘dead-line’ o un ultimatum, la partita si gioca sottotraccia. Ma raccontano che anche l’ala ‘governista’ del partito tanto ‘governista’ non lo è più dopo i risultati delle amministrative. Salvini ha cambiato strategia, non c’è più la linea dell’uomo solo al comando, a parlare davanti alle telecamere sono anche gli altri ‘big’. E nell’incontro di ieri pure i presidenti di Regione che hanno subito delle sconfitte sul territorio avrebbero sottolineato che l’azione deve essere più incisiva perché il rischio è che alle Politiche sia proprio la Lega a pagarne il prezzo più grande.

Pure la frase di Giorgetti riferita da chi era presente ‘se volete io posso fare anche un passo indietro’ sarebbe stata riferita per rimarcare che è la Lega con i suoi vertici a decidere cosa fare, il ministro dello Sviluppo insomma si è messo a disposizione del partito e non di sirene centriste che pure si sono fatte sentire per la costruzione della ‘tela’ pro-Draghi.

Tra i leghisti quindi la tentazione dello strappo è sempre più presente. “Dobbiamo portare a casa qualcosa, altrimenti che ci stiamo a fare nel governo?”, l’interrogativo che viene ripetuto dagli ‘ex lumbard’ sia alla Camera che al Senato. Una delle ‘exit strategy’ per ritrovare un ‘feeling’ con il governo sarebbe quella che Draghi aprisse ad una sorta di cabina di regia sull’agenda governativa e anche parlamentare.

Perché l’obiettivo è quello di far intervenire Draghi per stoppare l’intenzione del Pd di andare avanti su cannabis e ius scholae. “Non faremo sconti”, ha garantito ai suoi Salvini, parlando di “gravissima e inaccettabile provocazione” da parte della sinistra nel voler procedere in questa direzione.

I leghisti annunciano barricate ma il pressing è indirizzato verso il capo dell’esecutivo. “Qui non siamo alla Bce, deve gestire tutta la maggioranza, non può lavarsene le mani”, osserva un senatore. L’insofferenza verso il governo si percepisce da tempo nelle fila dei gruppi parlamentari pentastellate. “Se non c’è l’accordo sul superbonus non possiamo votare la fiducia”, spiega un ‘big’ del Movimento 5 stelle. Il ‘sentiment’ prevalente resta quello di staccarsi qualora non venissero accolte le richieste M5s. Anche se non tutti propendono per questa tesi.

“Come potremmo dire no al dl aiuti se contiene misure per 23 miliardi a sostegno degli italiani?”, si chiedono diversi deputati del Movimento 5 stelle. Inoltre l’ipotesi di non mettere la fiducia potrebbe essere una strada per i pentastellati ancor più lastricata di ostacoli, osserva un altro deputato. “Come facciamo se gli emendamenti di Fratelli d’Italia fossero votati anche dagli altri partiti? Saremmo comunque messi all’angolo…”, ragiona una pentastellata.

Le prossime 48 ore saranno dunque decisive. E non solo per capire il rapporto tra Draghi e il Movimento 5 stelle che ha già convocato il Consiglio nazionale alle ore 13 come ulteriore strumento di pressione nei confronti del premier. Il Pd ha già fatto capire di non voler sostenere il governo da solo qualora i Cinque stelle decidessero di staccarsi. Ragionamenti che si colgono anche nella Lega.

Il ‘piano B’ dei leghisti non sarebbe quello delle urne subito ma di un governo politico ‘ponte’. “È chiaro che senza M5s – osserva un esponente di primo piano del partito di via Bellerio – non ci sarebbe più un esecutivo di unità nazionale e allora cambierebbero molte cose… Ma in ogni caso deve essere Draghi a sciogliere i nodi”.

agi.it




Marmolada, le parole del soccorritore: “Ci siamo trovati di fronte a un fiume di ghiaccio”

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183538034 3fbb37ed 8e66 4e72 b39e f1a38609d06dWalter Cainelli, presidente del Soccorso Alpino del Trentino, pensava a una valanga come le altre quando è arrivata le telefonata. “Immaginavo  un paio di persone travolte. Quando siamo arrivati però lo scenario aveva ben poco della valanga perché ci siamo trovati di fronte a un fiume di ghiaccio, sassi e rocce. Era evidente lo stacco del ghiacciaio sommitale che rendeva molto rischiose le nostre operazioni di soccorso”.

“Siamo andati dentro”, Cainelli utilizza questa espressione a indicare l’immersione dentro quello scenario così brutale, “pensando all’incolumità dei soccorritori e abbiamo portato via feriti e morti che erano in superficie. Le persone sembravano essere uscite da un tritacarne”.

Ben più difficile trovare le persone rimaste schiacciate da quel fiume ghiacciato in profondità. “Abbiamo usato tutti gli strumenti a disposizione, tra cui la cosiddetta ricerca vista – udito, cioè cercare di scorgere i corpi o sentire rumori e richieste di aiuto da potenziali superstiti, le unità cinofile e una specie di ‘campana’ che può ricevere segnali di strumenti elettronici, come per esempio i telefonini”.

Poi, è arrivato il momento di fermarsi. “Messo in campo tutto quello che avevamo e valutato il rischio che c’era a restare ancora sul campo, siamo scesi. Speravamo che la conta dei morti fosse finita lì, invece abbiamo saputo che non rispondevano all’appello altre persone“. Alcuni dei corpi recuperati “erano in cordata, altri non erano collegati”.

Sullo stato dei corpi, Cainelli, che fa il punto dopo ore di grande fatica nella piazzuola da dove partono gli elicotteri davanti alla caserma dei vigili del fuoco, ha pudore nel trovare le parole. “Pensate alla pressione con cui scendono dei blocchi ghiacciati e alla loro dimensione. Gli escursionisti sono entrati in un tritacarne. Col mio cane ho trovato resti umani“.

Lo spiega all’AGI Walter Cainelli, presidente del Soccorso Alpino del Trentino, tra i primi soccorritori: “È simile a quello già franato come dimensioni. Crollerà certamente anche se non è possibile stabilire quando”

Chiede di non scrivere le parti del corpo che si è trovato davanti. Quanto alla prevedibilità di “un evento mai visto per la gravità sull’arco alpino”, Cainelli non mostra dubbi: “Non era prevedibile. Ora dopo tutti virologi, sono diventati tutti esperti di ghiacciai ma bisogna essere onesti. Nessuno poteva pensare che si staccasse una parte del ghiacciaio sommitale, posso capire dei serracchi che possono cadere, sono su un pendio, si muovono e poi cadono. Ma qui era inimmaginabile quello che è successo”.

agi.it




Chicago, sparatoria a parata 4 luglio a Highland Park: almeno 6 morti

sparatoria usa nastyro afp

sparatoria usa nastyro afpAlmeno sei persone sono state uccise e oltre 30 sono rimaste ferite nella sparatoria alla parata del 4 luglio di Highland Park, in un sobborgo di Chicago. A dichiararlo ai giornalisti è stato Chris O’Neil, a capo della squadra di forze dell’ordine attiva sul luogo della sparatoria. O’Neil ha reso noto che le autorità stanno ancora cercando il sospetto, un uomo bianco tra i 18 e i 20 anni.

Sono 31 i feriti ricoverati negli ospedali della regione. La maggior parte delle persone ricoverate ha riportato ferite di arma da fuoco, alcuni feriti sono rimasti travolti dal caos successivo alla sparatoria.

Il Chicago Sun Times ha riferito che la parata è iniziata intorno alle 10 del mattino a Highland Park, nella zona nord della città, ma è stata improvvisamente interrotta 10 minuti dopo. Diversi testimoni hanno detto al giornale di aver sentito degli spari. Centinaia di partecipanti alla parata – alcuni visibilmente insanguinati – sono fuggiti dal percorso della parata. Un giornalista del Sun-Times ha riferito di aver visto almeno tre corpi insanguinati sull’asfalto e coperti da lenzuola bianche.

Secondo quanto rende noto la Abc, citando fonti anonime, l’attentatore che ha aperto il fuoco è rimasto attivo fino a poco dopo le 11 (ora locale, le sei in Italia) e potrebbe aver sparato dal tetto di un edificio.

Il sindaco di Highland Park, Nancy Rotering ha esortato i residenti a restare in stato di “massima allerta” di fronte ad una situazione che resta “attiva”. “Tutto ciò che sappiamo è che questa è una situazione attiva ed esortiamo tutti a restare al chiuso ed in stato di massima allerta, rimanendo calmi. Contattate le persone a voi care ed assicuratevi che stiano al riparo e fate loro sapere che state al sicuro anche voi. Questa situazione, come sapete, evolve rapidamente e continueremo a tenervi aggiornati mano a mano che raccogliamo informazioni e stabilizziamo la situazione”, ha dichiarato fornendo le ultime informazioni sulla sparatoria.

adnkronos.it




Morto Tonino Cripezzi dei Camaleonti: da Lavezzi a Vandelli, il ricordo degli amici di Milano (VIDEO)

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172050422 1cda4c9e f30f 40c1 93f6 f938674110fc“Il mio caro amico di una vita Tonino Cripezzi se ne è andato nel sonno. Non posso crederci, sono sconvolto dal dolore. Tornano in mente i bei momenti vissuti insieme che terrò sempre nel mio profondo, caro amico”. E’ il saluto che il musicista Mario Lavezzi ha affidato ai social per rendere omaggio al cantante e tastierista dello storico gruppo dei Camaleonti trovato senza vita in una stanza di albergo di San Giovanni Teatino (Chieti) a causa di un malore sopraggiunto nella notte. Lavezzi e Cripezzi negli anni Sessanta hanno condiviso un pezzo di strada insieme, proprio nei Camaleonti che lo stesso Cripezzi contribuì a fondare nel 1963 a Milano.

E’ il primo dei tanti, tantissimi messaggio di cordoglio che hanno inondato la rete dopo che si è diffusa la notizia della sua morte. Tra questi, anche le parole di Maurizo Vandelli, modenese d’origine ma che Milano l’ha frequenta e amata, che esprimono bene il dolore e il legame con il musicista scomparso: “Nooo… ho saputo ora, da Lallo dei Dik Dik e confermato da Valerio Veronese dei Camaleonti, che il mio amico carissimo Tonino Cripezzi non c’è più!”, scrive. “Un fratello per me… ciao Tonino ti voglio tanto bene…. Marina, Matteo, Niccolò… non ho parole…”, aggiunge nominando i figli e la moglie, Marina Bonotti, che come raccontò una volta Cripezzi, convinse il marito a lasciare Milano tanti anni fa per amore: anche la sua bacheca su Facebook si sta riempiendo di un fiume di messaggi di saluto e vicinanza di fan e amici.

Gli stessi Dik Dik, altra gloria del beat milanese e oltre, scrivono su Facebook uno stringato ma addolorato “Ciao Tonino, compagno di tante avventure”, aggiungendo poi: “La tua voce inconfondibile rimarrà nei nostri cuori per sempre”.

Il giornalista Marino Bartoletti ha scritto un dolce messaggio in cui ricorda come “tutti noi che abbiamo amato la delicatezza della sua voce” – quella di Cripezzi – “ci sentiamo privati di un altro pezzo della nostra adolescenza (e non solo). I Camaleonti sono stati un gruppo di grande raffinatezza musicale, per certi versi di autentica avanguardia. Solo loro potevano avere il coraggio di sfidare l’immensità dei Procul Harum. Ci hanno lasciato canzoni che abbiamo sempre cantato e che canteremo per sempre. Tonino Cripezzi, è giusto ricordarlo, è stato un grandissimo musicista. Eternità, spalanca le tue braccia. Applausi!”.

Il ricordo di Tonino Cripezzi e la Milano degli anni Sessanta

Un aneddoto che racconta tanto di quella Milano arriva da Aldo Caponi (Don Backy): “Purtroppo sono costretto a salutare un ‘vecchio’ amico del bel tempo andato. Il pensiero mi corre veloce alla vecchia formazione, con tu, Livio, Paolo, Gerry e Ricky Majocchi, inquadrati dai faretti che, sulle vostre teste, vi illuminavano perpendicolarmente, dandovi un’aura di mistero, sul palco buio del “Paip’s”, in corso Europa, a Milano, diventato il nostro punto d’incontro notturno, laddove è nata la vostra avventura, che sarebbe sfociata nella strepitosa carriera, che ancora oggi vi arride. Ecco, caro Tonino, io ti ricorderò sempre così; dietro la tua tastiera, prima che tutto fosse e – pieno di speranze nel futuro – cantavi: “Amore amor/Portami tante rose…”.

Red Canzian, che Milano ha accolto “come una mamma” agli esordi con i Pooh, esprime il suo sgomento ricordando la sua “voce riconoscibile e dolce”. E poi, l’omaggio sincero: “Da ragazzo facevo ‘L’ora dell’amore’, cercando d’imitare il suo particolare vibrato. Un uomo buono che con le sue canzoni ha saputo far sognare (e innamorare) noi ragazzi di allora. Un abbraccio alla famiglia e ai ragazzi della band”.

Mentre Ricky Gianco nella sua riservatezza ha scritto un semplice ma profondo “Ciao Tonino”, Angelo Branduardi ha voluto ricordarlo come “la voce dei jukebox negli anni belli”, mentre anche sulla bacheca di Livio Macchia, compagno fin dagli esordi di Cripezzi nei Camaleonti, continuano ad arrivare messaggi e incoraggiamenti, come quello di chi sottolinea come Macchia fosse “il miglior fratello per lui”. Di sicuro, con Cripezzi, se ne va un pezzo della nostra storia, musicale e non solo.

da “La Repubblica”




Strage sulla Marmolada: crolla seracco di ghiaccio, 6 morti e 8 feriti

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205005259 5f652686 9760 4fbe a9b8 2fc0ac93a41bCala la notte su Canazei. Lassù, nel buio e nel silenzio più assoluto che sa di morte, c’è la Marmolada, la ‘Regina delle Dolomiti’, l’inconfondibile montagna che tutto il mondo invidia all’Italia e che oggi nel giorno della Maratona dles Dolomites di ciclismo, si è trasformata in ‘Marmolada di paura e mortè.

Confermati sei alpinisti morti, otto feriti (più d’uno è ricoverato in gravi condizioni) ricoverati in quattro ospedali, Trento, Bolzano, Belluno e Treviso, una ventina di persone evacuate e tratte in salvo, e ancora diversi dispersi. Si tratta di numeri parziali.

C’è chi dice che lassù nel buio della Marmolada ci siano ancora almeno dieci dispersi, altri soccorritori si spingono addirittura ad un numero tre volte maggiore. La Marmolada si è sciolta, il persistente caldo record di questi giorni ha fatto collassare il seracco terminale provocando un valanga di dimensioni enormi che ha travolto almeno una ventina di escursionisti che avevano scelto la famosa montagna a cavallo delle tre Provincie, Trento, Bolzano e Belluno, alla ricerca di quell’alpinismo d’antan ma anche di una di ‘fuga’ dal torrido fondovalle (colonnina ha raggiunto i 38 gradi).

La montagna simbolo dell’alpinismo nel cuore delle Dolomiti, Patrimonio dell’Unesco, simbolo della libertà della quale conosce ogni centimetro Toni Valeruz, lo sciatore estremo fassano capace di epiche imprese giù dalle pareti innevate con sci. Una valanga di neve, ghiaccio e sassi staccatasi improvvisamente tra il frastuono, il boato e l’incredulità dei pochi testimoni. Il crollo è avvenuto attorno alle ore 13,40, minuto piu’ minuto meno.

A sciogliersi il seracco dalla calotta sommitale, ovvero la vetta, sotto Punta Rocca in territorio trentino. La valanga è caduta per circa due chilometri andando a travolgere tutto e soprattutto tutti che si trovavano lungo la via normale verso, o di ritorno, dai 3.343 metri della vetta (Punta Penia).

Sin da subito le operazioni di soccorso sono state veloci ma anche ostacolate per il forte rischio di cedimenti di altri pezzi di ghiaccio resti instabili sia dal crollo precedente ma anche dalle elevate temperature (la colonnina di mercurio era attorno ai 10 gradi). Sul posto sono intervenuti sei elicotteri, quello del Suem di Pieve di Cadore, del Dolomiti Emergency di Cortina, della Protezione civile della Regione Veneto e l’Air service center.

Massiccio l’intervento di uomini, dal personale del Soccorso alpino e speleologico del Trentino e del Veneto con le unità cinofile, Vigili del fuoco, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza provenienti anche dalle vicine province di Bolzano, Belluno e Venezia. Subito è stato allestito il campo base di coordinamento delle operazioni presso la caserma dei vigili del fuoco di Canazei, sede anche del soccorso alpino, ed il piazzale antistante il palaghiaccio ‘Gianmario Scola’ di Alba, il ‘nido’ dei Falcons dell’hockey fassano.

In quota è stata bonificata l’area con Daisy Bell che consente distacchi pianificati delle valanghe e scongiurare così il piu’ possibile il pericolo per gli operatori. Successivamente e’ intervenuto l’elicottero di Trentino Emergenze dotato di Arva a bordo e con agganciata la campana Recco, tecnologia utilizzata per la ricerca di persone disperse che viene agganciata all’elicottero e consente di captare dei segnali provenienti da superfici riflettenti e da dispositivi elettronici.

In serata a passo Fedaia, uno dei punti di partenza delle escursioni sulla Marmolada, c’erano sedici autovetture parcheggiate, molto probabilmente appartenenti alle vittime e dispersi. Le ricerche dovrebbero riprendere lunedì mattina alle prima luci del giorno, clima permettendo. Nel frattempo il polmone del ghiacciaio della Marmolada ancora per una notte custodirà le flebili speranze di ritrovare ancora qualche segno di vita.

Le alte temperature in quota sono ritenute le principali responsabili di quanto accaduto, e su questo si trovano concordi chi la montagna la conosce di persona per esservi cresciuto, chi ha a che fare con essa per ragioni scientifiche e, infine, chi in politica è chiamato a trovare soluzioni.

La politica, infine, si limita a constatare: “Ieri sulla Marmolada – ha scritto su Twitter il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia – è stato raggiunto il record delle temperature: 10 gradi circa in vetta)”. Messaggi di cordoglio sono arrivati anche dal presidente del Consiglio, Mario Draghi.

Messner: “Lì non c’è più ghiaccio”

“Sono salito più volte sulla Punta di Rocca, ma non vado lì da tanti anni ormai. Il ghiaccio lì è quasi tutto andato, non c’è più ghiaccio. Questi seracchi cadono, certo, per la gravità, ma la causa vera, originaria, è il caldo globale, che fa sciogliere i ghiacciai e rende più probabile che si stacchi un seracco”. Lo ha detto all’AGI Reinhold Messner, in merito al crollo di un seracco avvenuto sulla Marmolada.

Il crollo è avvenuto nel tratto che da Pian dei Fiacconi porta a Punta Penia lungo la via normale che porta alla vetta. A staccarsi è stata una parte della calotta di Punta Rocca che ha causato una valanga misto neve, ghiaccio e roccia e si è abbattuta lungo la via normale della Marmolada. Le operazioni di soccorso sono molto difficili. “Lì, poiché non c’è quasi più ghiaccio – ha aggiunto Messner – il seracco non deve essere molto grande. Cio’ che è accaduto li’, accade ogni giorno in tutti i ghiacciai”.

Il parere dell’esperto

Quello avvenuto sulla Marmolada, dove il distacco di un seracco, ha travolto due cordate di esursionisti, è un “evento destinato a ripetersi”, determinato dalle alte temperature. “Da settimane – spiega Renato Colucci, glaciologo del Cnr – le temperature in quota sulle Alpi sono state molto al di sopra dei valori normali, mentre l’inverno scorso c’è stata poca neve, che ormai quasi non protegge piùi bacini glaciali. Il caldo estremo di questi ultimi giorni, con questa ondata di calore dall’Africa, ha verosimilmente prodotto una grossa quantita’ di acqua liquida da fusione glaciale alla base di quel pezzo di ghiacciaio che in realtà è una ‘pancia”‘: infatti è, o era, una via che si chiama proprio Pancia dei Finanzieri”.

Il crollo è avvenuto “nelle condizioni peggiori per distacchi di questo tipo, quando c’è tanto caldo e tanta acqua che scorre alla base. Non siamo ancora in grado di capire se si tratti di un distacco di fondo del ghiacciaio o superficiale, ma la portata sembra molto importante, a giudicare dalle prime immagini e informazioni ricevute”.

Inoltre, aggiunge Colucci, l’atmosfera e il clima “soprattutto al di sopra dei 3.500 metri di quota sono in totale disequilibrio a causa del ‘nuovo’ clima che registriamo e quindi, purtroppo, questi eventi sono probabilmente destinati a ripetersi nei prossimi anni e anche per questa estate dobbiamo mantenere la massima attenzione”.

agi.it