Una vetrina per i giovani artisti italo-montrealesi
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
“La “Camera Lucida”, in latino “Camera della luce”, è nella sua forma più semplice, un dispositivo da disegno brevettato nel 1806 dal chimico inglese William Hyde Wollanston. L’utente o l’artista guardava una superficie da disegno attraverso una lastra di vetro inclinata di 45 gradi. Il meccanismo produceva a sua volta un’immagine capovolta che permetteva all’artista di riprodurre il soggetto originale. “Camera Lucida” è stato il titolo e il tema che i curatori della mostra-evento, tra cui citiamo in particolare Catherine Labasi-Sammartino e Lina Simeone, hanno scelto per rappresentare le opere fotografiche di sei giovani artisti emergenti italo-montrealesi, tutti con un solido background universitario nel campo delle “Fine Arts”, dal cinema, alla pittura, dalla fotografia ai documentari”. È quanto si legge sul “Corriere italiano” diretto a Montreal da Fabrizio Intravaia. “Più di 50 persone erano presenti, il 18 giugno scorso alla Casa d’Italia per il vernissage di questa esposizione che ha voluto essere non solo una vetrina per le opere di tali artisti ma anche un modo per la Casa d’Italia, in sintonia con il percorso intrapreso dai suoi dirigenti, di avvicinarsi alle nuove generazioni delle nostra comunità, per trovare quella “continuità” senza la quale un posto come questo perderebbe tutto il suo significato.
Come in un gioco di riflessi, i sei artisti, Vee Di Gregorio, Luigi Iagulli, Francis Macchiagodena, Leana Paparella, Alessandro Seccareccia e Brianna Setaro, hanno rispecchiato attraverso le loro foto o attraverso altri mezzi espressivi il loro modo di essere ma soprattutto il loro modo di porsi davanti ai temi come la propria identità di italo-canadesi, le origini, le tradizioni, il loro rifiuto, la loro accettazione o la loro trasformazione fornendo una loro propria chiave di lettura.
Le opere di “Camera Lucida” riflettono un’immagine, l’eredità italiana degli artisti, accettata, rifiutata o reinterpretata alla loro maniera, ognuno secondo il proprio gusto e la propria sensibilità”. (aise)
New York. La lirica italiana incanta Central Park
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
A New York anche la pioggia viene sconfitta da Verdi, Puccini e Mozart. La musica ha un potere universale: riesce a riunire sotto lo stesso cielo generazioni e mondi distanti, lasciando che le stesse note producano in ciascuno un’emozione diversa.
Il direttore d’orchestra Alvise Casellati, che rivendica con orgoglio i suoi natali a Padova, questo segreto lo conosce bene. “Rebuild Harmony”, il suo ultimo appuntamento eseguito nella Naumburg Bandshell di Central Park, è stato l’ennesima conferma di uno straordinario successo.
Un evento realizzato da “Opera italiana is in the air” che l’Italia regala gratuitamente alla città di New York ogni anno con l’appoggio del Consolato e dell’Istituto di cultura, ma soprattutto degli sponsor Intesa Sanpaolo, Gksd, The Alexander Bodini Foundation, BEL, Eni, Ferrero, Bracco e Fiac.
Alvise Casellati – Foto di Terry W. Sanders
È così che, celebrando i classici, Casellati riesce ad avvicinare anche i millenials e chi l’opera l’ha sempre guardata con diffidenza.
“I giovani? Non la ascoltano perché non la conoscono – dice – Quando un ragazzo si avvicina a questa arte, ad esempio fuori dal teatro e gratuitamente come accade con Opera is in the air, non rimane immune alla sua bellezza”.
Il maestro ricorda un fatto indicativo: i classici vivono da secoli e non perdono la loro potenza. Hanno visto guerre, nazioni in frantumi, pandemie e rivoluzioni, ma sono rimasti lì, più forti del tempo e di qualsiasi moda. E un motivo c’è. “Ancora oggi ci sono alcune corde dentro di noi che queste musiche sono in grado di toccare. È qualcosa di inspiegabile, ma esiste una serie di valori e tradizioni che la musica è capace di trasmettere di generazione in generazione”.
Il soprano Caitlin Gotimer durante il concerto a Central Park – Foto di Terry W. Sanders
Il problema sta nella comunicazione di un mondo, quello dell’opera, che ancora non si riesce a svecchiare. “L’immagine di un teatro dove si entra tutti impinguinati non attira. Anche il nostro settore deve diventare più informale ed è per questo che noi scegliamo di esibirci all’aperto, vestiti soltanto con la nostra arte. Questo è un modo un po’ più moderno di spiegare che cosa facciamo e renderlo accessibile a tutti”.
La sua formula è un ampio ricorso ai giovani, voluti non soltanto tra il pubblico, ma anche come protagonisti sul palco e nell’orchestra. “Non è un caso che il nostro concerto – spiega – sia iniziato con due ragazze di 14 e 15 anni, Jordan Millar e Paloma Dineli Chesky, del Very Young Composers’ Program del New York Philarmonic: entrambe di grandissimo talento”.
Naturale da qui il paragone con l’Italia, paese che della gerontocrazia ha fatto un tratto distintivo. “Anni fa dicevo sempre: faccio in tempo a far la mia carriera a New York a 20 anni, finirla 40 e iniziarne una nuova in Italia, dove se non hai un capello bianco non ti guardano neanche. Ora le cose sono un po’ cambiate, ma c’è ancora tanto lavoro da fare”.
Il Console Fabrizio di Michele a Central Park con la rappresentante della città di New York – Foto di Terry W. Sanders
Ma non è soltanto ai nuovi talenti che Casellati fa attenzione. Nelle scelte dei suoi cast c’è anche un occhio attento sul ruolo delle donne. Una decisione che arriva per cercare, almeno in parte, di compensare la profonda ingiustizia del passato, quando “le firme dei compositori erano tutte di uomini, anche se a scrivere il libretto erano donne”.
Nell’evento tutto al femminile di Central Park, Casellati si è infatti affidato anche alla coppia di soprani Disella Làrusdòttir e Caitlin Gotimer, che si sono esibite in arie e duetti tra i più iconici del repertorio operistico italiano.
Il soprano Disella Làrusdòttir – Foto di Terry W. Sanders
Un omaggio alla donna che, in quanto tale, rende ancora più evidente la disparità tra i generi. “Finché celebreremo la presenza femminile come un omaggio staremo involontariamente ammettendo un’eccezione. Non esistono, ad esempio, gli omaggi agli uomini”.
La scelta di Casellati ha fatto breccia nel cuore degli spettatori. Minuti interi di standing ovation hanno premiato l’esibizione dell’orchestra e dei solisti. Una pioggia di applausi arrivata da un pubblico che si è alzato in piedi per ringraziare i musicisti dello spettacolo offerto.
Paloma Dineli Chesky – Foto di Terry W. Sanders
Davanti a un successo che lo accompagna da anni, il direttore conserva però lo stupore dei primi spettacoli. “Ogni volta, sentire questo affetto è fondamentale, perché quando si cresce si è più duri con se stessi. Il calore del pubblico non è mai scontato. Vivo ancora questi momenti con grande felicità e passione”.
E dopo il trionfo di New York, che da anni lo ascolta prima come studente e poi come acclamato direttore d’orchestra, per Casellati ora è in programma un’estate europea. Prima in Austria, a dirigere un festival a sud di Vienna in una suggestiva cava naturale, e poi a Verona, dentro un’Arena che aspetta di essere accarezzata dai classici senza tempo.
Il Metropolitan? Chissà. In futuro gli piacerebbe, anche se l’obiettivo numero uno è un altro. “La mia missione, più che farmi bello con i nomi dei grandi teatri, è la condivisione della cultura. Voglio comunicare e portare tutto quello che ho al pubblico. Non c’è nulla di più importante”.
da La Voce di New York – Nicola Corradi
Biden: “Cambieremo la decisione della Corte Suprema sull’aborto”
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
Il presidente Joe Biden ha chiesto al Congresso di approvare una legge che ripristini il diritto all’aborto, in modo da aggirare la decisione della Corte Suprema. L’annuncio è arrivato nel momento in cui il Paese è entrato in un cortocircuito senza precedenti: diviso sull’aborto, spaventato dall’infrazione, infuriato per il prezzo del carburante, e con l’ombra di una recessione in agguato, dopo l’aumento dei tassi di interesse e il rischio che il ricorso al credito rallenti.
La questione più impellente è l’aborto e Biden sembra finito in un imbuto: in ventisei Stati sono pronti ad applicare la restrizione più dura, facendo seguito alla decisione della Corte Suprema che ha dichiarato illegale il ricorso all’interruzione di gravidanza, inclusi nei casi di stupro e incesto. Tredici Stati hanno già la legge pronta, ma in tre – Texas, Louisiana e Utah – l’applicazione è stata sospesa, in modo temporaneo, da giudici locali, che hanno accolto la richiesta d’emergenza presentata in tutti i tribunali dalla più grande rete americana di consultori, Planned Parenthood.
Entro metà luglio i giudici dovranno prendere una decisione. Quello potrebbe essere il momento in cui la nuova America anti-abortista sarà avviata a tutti gli effetti, mentre gli Stati della costa ovest, dalla California all’Oregon, sono pronti a lanciare un’offensiva e ad accogliere migliaia di donne in arrivo dagli Stati integralisti.
Stessa situazione nell’Illinois, dove l’aborto è legale, circondato solo da Stati che l’hanno abolito. Nel pieno della confusione e incertezza, Biden vuole portare a casa un risultato e farlo in fretta, correggendo l’errore commesso nell’ormai celebre intervento della settimana scorsa, alla vigilia del viaggio in Europa, quando si era limitato a dire che il tema dell’aborto sarebbe stato al centro delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso, demandando agli elettori una soluzione.
Quella frase ha generato delusione tra i democratici. I segnali di malcontento sono arrivati alla Casa Bianca e Biden ha deciso di cambiare strategia e passare all’attacco. Ma i numeri, ancora una volta, come per la grande battaglia sul clima, non sono dalla sua parte. Per ottenere il via libera a una legge federale che aggiri il divieto della Corte Suprema c’è bisogno dell’approvazione di entrambe le camere e dunque del Senato, dove la situazione è di parità: 50 democratici e 50 repubblicani.
Il primo ostacolo è rappresentato dalla cosiddetta ‘filibuster’, l’equivalente del nostro ostruzionismo, regola di garanzia per le minoranze di poter portare all’infinito il dibattito su un tema, a meno che non si raggiunga una maggioranza di sessanta voti. Biden da tempo vuole eliminarla, ma non ha la certezza di riuscirci: intanto servirebbero tutti e cinquanta i voti democratici, mentre i moderati Joe Manchin e Kyrsten Sinema si sono dichiarati contrari.
Anche se i progressisti ottenessero il risultato, c’è il rischio concreto di un effetto boomerang: se alle elezioni di Midterm, a novembre, i conservatori dovessero ottenere – come indicano tutti i sondaggi – la maggioranza di Camera e Senato, i progressisti non avrebbero neanche piu’ l’arma estrema del ‘filibuster’. Allo stesso tempo la maggioranza degli americani chiede a Biden di trovare una soluzione. L’appello ad approvare una legge sembra destinato a cadere nel vuoto. E in vista delle elezioni di novembre, sarebbe un altro motivo di delusione per gli elettori democratici.
Come e perché la Turchia ha rimosso il veto all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
La Turchia ha rimosso il veto all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia. Non un passo indietro, piuttosto una vittoria per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha visto soddisfatte tutte le proprie richieste, che ha rilanciato su scala internazionale la posizione turca contro il Pkk e diffuso un chiaro messaggio a tutti gli alleati sul sostegno al separatismo curdo e consolidato la propria centralità all’interno dell’Alleanza Atlantica.
Probabilmente il leader turco avrebbe voluto una operazione militare nel nord della Siria per colpire i separatisti curdi del Pkk-Ypg. Un’operazione più volte annunciata negli scorsi mesi su cui è però calato il veto di Usa, Russia e Iran. Un intervento militare avrebbe permesso al presidente di lanciare uno spot elettorale contro il terrorismo, toccando le sensibilissime corde del nazionalismo turco e recuperare un po’ del consenso dissipato dalla crisi economica che affligge il Paese.
Tramontata almeno per ora l’ipotesi di un attacco nel nord della Siria, Erdogan è riuscito, come spesso gli capita, a escogitare una maniera per raggiungere il proprio fine e colpire i separatisti curdi, non con le bombe, ma con la diplomazia.
Un tira e molla che ha tenuto per più di un mese con il fiato sospeso tutta la Nato. Un tira e molla che al momento lo vede uscire vincitore. L’occasione che il presidente turco ha colto è arrivata con la richiesta di entrare nella Nato formulata da Svezia e Finlandia lo scorso maggio, quando i due Paesi scandinavi hanno abbandonato la linea della neutralità sull’onda delle preoccupazioni suscitate dall’aggressività della Russia e dall’invasione dell’Ucraina.
La richiesta di ingresso era infatti stata accolta positivamente da tutti i membri dell’Alleanza meno che dalla Turchia, che ha opposto un secco no all’ingresso dei due Paesi scandinavi. Un veto che aveva attirato su di sé l’attenzione del mondo, motivato da Erdogan sulla base del sostegno, asilo e protezione che i due Paesi garantiscono a terroristi del Pkk e dell’ala siriana Ypg.
Il presidente turco ha colto al volo l’occasione per rilanciare il tema Pkk e le critiche e le accuse agli alleati Nato per il sostegno al separatismo curdo. A farne le spese direttamente Svezia e Finlandia, tenute sulle spine per più di un mese, tuttavia il messaggio era diretto ad altri alleati, in primis Usa e Germania. Gli Stati Uniti sono infatti stati il principale alleato dello Ypg nel nord della Siria.
Un sostegno giustificato con la lotta all’Isis, ma che è andato ben oltre il conflitto con lo stato islamico infiammando ciclicamente i rapporti tra Usa e Turchia negli ultimi anni. Sempre in questi anni Ankara ha criticato spesso Paesi Nato come Germania, Francia, Belgio e Olanda per la tolleranza nei confronti della propaganda anti turca e filo Pkk.
Critiche che però finivano spesso nel vuoto, sortendo come unico effetto un botta e risposta tra diplomazie e consolidando l’idea dell’ossessione anti curda della Turchia in Europa. La guerra in Ucraina ha invece creato una prevedibile ed enorme attenzione rispetto alla posizione turca e permesso al governo Erdogan di rilanciare il tema Pkk a spese dirette dei due Paesi Scandinavi, destinatari diretti di un messaggio chiaro indirizzato a tutti gli alleati: stop sostegno al separatismo curdo.
Un aut aut che Ankara si è potuta permettere anche per la ritrovata centralità nella Nato. La Turchia difende il fianco est dell’Alleanza con il secondo esercito più importante dopo gli Stati Uniti, dall’inizio della guerra si è dimostrato l’unico Paese del Blocco capace di dialogare con la Russia ed è impegnato in questi giorni in una difficile trattativa per far uscire dai porti ucraini il grano bloccato.
Il no opposto da Erdogan è stato irremovibile fino a ieri, vale a dire quando a Madrid Erdogan ha visto soddisfatte le proprie richieste e rimosso il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia. I due Paesi scandinavi hanno garantito “solidarietà e cooperazione contro il terrorismo in qualsiasi forma”, condannando senza mezzi termini Pkk e Ypg.
Erdogan aveva ripetuto più volte che non si sarebbe accontentato di parole e che senza passi concreti da parte di Svezia e Finlandia la Turchia non avrebbe compiuto passi indietro. I due Paesi scandinavi si sono impegnati a impedire qualsiasi forma di raccolta fondi a sostegno del Pkk sul proprio suolo e “prenderanno in considerazione” la richiesta di estradizione di Ankara nei confronti di 33 terroristi.
Anche la richiesta turca di porre fine all’embargo sull’acquisto delle armi turche è stata accolta e, salvo sorprese la Turchia ora non si opporrà all’ingresso nella Nato dei due Paesi.
Tuttavia la vittoria di Erdogan va ben oltre le concessioni di Svezia e Finlandia e suona come un monito a tutta la Nato per il futuro. “Nessun Paese alleato ha subìto la brutalità del terrorismo come la Turchia”. Parola del Segretario generale Nato Jens Stoltenberg. Parole che da un lato blindano la legittimità della posizione turca e dall’altro permettono al numero uno della Nato di tirare un sospiro di sollievo dopo un mese di sforzi per scongiurare il serio rischio di una frattura all’interno dell’Alleanza che in questo momento cruciale avrebbe fatto comodo solo alla Russia.
Stoltenberg vede rafforzata l’Alleanza nell’area del Baltico e risponde al presidente russo Vladimir Putin. Il prossimo mese sarà decisivo e non privo di rischi di clamorose fratture e marce indietro. Questa mattina il ministro della giustizia turco Bekir Bozdag ha dichiarato che Ankara sta già preparando le nuove richieste di estradizione per i 33 ricercati.
Estradizione per cui è però necessario che Svezia e Finlandia amendino le legislazioni in vigore, un processo che potrebbe richiedere tempo, creare un dibattito politico relativo la protezione dei diritti umani all’interno del Paese o addirittura consentire ai ricercati di Ankara di fuggire.
Un processo che presenta insidie e il rischio che le cose non vadano come la Turchia pretende. Incognite che permettono al presidente turco di tenere ancora sulle spine l’Alleanza e non escludono la possibilità di un passo indietro da parte della Turchia. Sebbene è difficile che Erdogan torni ad opporre un veto è possibile che il presidente torni ad alzare la voce e la posta in gioco, forte di un potere in ambito Nato che dall’inizio del conflitto in Ucraina è solo aumentato.
agi.it
Rolling Stones: guarda il trailer della serie sulla loro carriera
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
Mentre Mick Jagger e soci continuano a girare l’Europa con il loro “Sixty tour”, legato alle celebrazioni per i sessant’anni di carriera, la BBC annuncia l’uscita sul suo servizio streaming iPlayer della serie che racconta la scalata al successo di quella che nel trailer viene definita “la più grande band della storia del rock”. La clip nella quale è possibile guardare un’anteprima di trenta secondi della serie sui Rolling Stones, intitolata semplicemente “My life as a Rolling Stone”, è stata diffusa oggi, a poche ore dal debutto in streaming del documentario: sarà disponibile on line dal 2 luglio.
Purtroppo in un primo momento “My life as a Rolling Stone” sarà disponibile solo nel Regno Unito: non è infatti possibile accedere al servizio iPlayer della BBC da altri paesi. Anche i fan italiani, come quelli di altre nazioni, devono dunque sperare che qualche network acquisti i diritti per trasmettere la serie. Negli Usa lo ha già fatto Epix, che trasmetterà “My life as a Rolling Stone” a partire dal 7 agosto prossimo.
Suddivisa in quattro episodi, ciascuno dedicato a un componente della band, Mick Jagger, Keith Richards, Ron Wood e Charlie Watts, la serie racconterà come le quattro personalità, unendosi, hanno dato vita a un gruppo che ancora oggi continua a essere una macchina da guerra.
Il “Sixty tour” terrà impegnati i Rolling Stones sui palchi delle arene europee fino alla fine di luglio. Rispondendo a chi gli domandava se le intenzioni della band fossero quelle di chiudere con l’attività live, dopo la morte di Charlie Watts, nel bel mezzo del “No filter tour” lo scorso autunno Mick Jagger rispose: “Non lo so. Può succedere di tutto. Mi fanno questa domanda da quando avevo 31 anni”.
da rockol.it
Emergenza gas, l’Argentina punta tutto su ‘vaca muerta’
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
Un altro paradosso dell’Argentina è che nonostante possa disporre delle enormi risorse di Vaca Muerta nel Sud est (provincia di Neuquèn), il secondo più grande giacimento di gas da scisto al mondo, dipende ancora fortemente dalle importazioni di energia. Questo perché mancano le infrastrutture per i gasdotti e i terminali LNG per esportare quello che viene chiamato oro ‘blu’.
Eppure, come qualche settimana fa ha scritto il Financial Times, il paese sudamericano potrebbe diventare player fondamentale nel mercato internazionale di gas naturale liquefatto, proprio ora che il bando alla Russia sta dando vita a una nuova mappa energetica globale.
Per questo motivo, il presidente dell’Argentina, Alberto Fernandez, sta spingendo attori stranieri per realizzare un progetto di trasporto e di liquefazione del gas, che darebbe una spinta notevole alla disastrata economia argentina. Ne ha parlato, a margine del G7, anche con il premier italiano. Lo stesso Draghi ha riferito ai giornalisti che con il presidente “abbiamo parlato delle relazioni che uniscono i due Paesi, che sono di lunga data. Mi ha illustrato un progetto di trasporto e liquefazione di gas in Argentina” e “lo esamineremo e vedremo se ci sono le condizioni per proseguire”.
‘Vaca Muerta’ che in spagnolo significa “vacca morta” (scoperta nel 1931 dal geologo americano Charles Edwin Weaver) deve questa curiosa denominazione perché su uno dei suoi lati, vicino a Zapala, c’è una catena montuosa che ha lo stesso nome, ma secondo altri, è perché se la si guarda da una mappa, proietta la sagoma di una mucca sdraiata.
Occupa una superficie di 36.000 km quadrati, ossia l’equivalente del territorio della Svizzera o dei Paesi Bassi e ha proprietà geologiche tali da esser paragonate all’Eagle Ford statunitense contenendo risorse estraibili pari a 16 miliardi di barili di petrolio e 308 mila miliardi di piedi cubi di gas naturale.
La sua produzione di petrolio non convenzionale ha raggiunto il suo livello record a settembre scorso con 180.000 barili al giorno, il che ha comportato un aumento annuo del 53%, su un totale di 532.000 bpd a livello nazionale in Argentina.
Numeri incredibili se si pensa che il paese utilizza solo il 50% della capacità del giacimento e solo il 10% è sfruttato per la commercializzazione e che quest’anno l’Argentina importerà gas per circa 7 miliardi di dollari sebbene le riserve di Vaca Muerta siano equivalenti a sei volte tutto il gas di cui ha bisogno nei prossimi 20 anni.
Al contrario, con politiche appropriate, le entrate dell’Argentina – che è uno dei quattro Paesi al mondo che producono questo tipo di idrocarburi, insieme a Stati Uniti, Canada e Cina – potrebbero superare i 30 miliardi di dollari all’anno di export. Solo che il suo sfruttamento ha incontrato negli ultimi anni diversi ostacoli, da ultimo anche le limitazioni interne di valuta estera decise dalla banca centrale.
Il governo di Buenos Aires sta puntando quindi tutto sulla costruzione di un nuovo gasdotto ‘Nèstor Kirchner’ (in onore dell’ex presidente) che, con i suoi 563 chilometri, da Vaca Muerta porterebbe il gas fino al centro e di là al nord del paese. Un obiettivo ambizioso che il paese, soffocato dai debiti e sull’orlo del collasso economico, non può intraprendere da solo. Ed invece per Fernàndez, Vaca Muerta rappresenta “una riserva della quale il mondo ha bisogno in questo momento”, e che potrebbe attrarre decine di migliaia di miliardi di dollari di investimenti.
Per il Financial Times, c’è assoluta necessità di un nuovo quadro normativo a sostegno degli investitori. Intanto, il governo ha acconsentito ad un accesso più facile alla valuta estera per le imprese energetiche che potranno ora importare attrezzature specialistiche per lo sviluppo, in particolare per il fracking.
Ma lo sviluppo di Vaca Muerta richiede un progetto a più lungo termine con investimenti annuali tra i 7 e gli 8 miliardi di dollari, oltre a quelli necessari per il trasporto. Attualmente la compagnia nazionale YPF detiene il 42% dell’area, Gas y Petròleo del Neuquèn S.A. (società statale della provincia di Neuquèn) il 12%, mentre il restante 46% è distribuito tra altre società, tra cui ExxonMobil, Pan American Energy, Petronas, Pluspetrol, Shell, Tecpetrol e Wintershall.
Quando a causa della pandemia, è crollato il prezzo del petrolio i lavori di fracking si sono interrotti in quanto per essere redditizia tale attività richiede un prezzo elevato del barile dell’oro nero. Nell’aprile 2020 il governo aveva fissato un prezzo minimo del barile sul mercato locale, superiore a quello internazionale, per garantire l’attivita’ del settore. Si è andati avanti fino a novembre, ma poi i lavori si sono interrotti a causa della corsa senza freni del prezzo dell’oro nero.
agi.it
Lavrov: “Sono le armi dell’Occidente ad allungare la guerra”
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
La possibile adesione dell’Ucraina alla Nato rappresenta un pericolo maggiore per la Russia rispetto all’adesione di Svezia e Finlandia, ha affermato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev in un’intervista ad Argumenty i Fakty riportata dalla Tass. Medvedev ha poi aggiunto: “Per noi la Crimea fa parte della Russia, e questo e’ per sempre. Qualsiasi tentativo di invadere la Crimea equivarrebbe a una dichiarazione di guerra contro il nostro Paese. Se uno Stato membro della Nato fa una tale mossa, portera’ a un conflitto contro l’intera Alleanza del Nord Atlantico, la terza guerra mondiale, un disastro totale”.
“Gli oppositori della Russia si aspettano che o si inchinera’ a loro o la sua economia crollera’, ma cio’ non accadra’”, ha aggiunto il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo. “E’ chiaro che tutti questi blocchi e divieti sono a lungo termine. I nostri oppositori stanno aspettando che ci inchiniamo a loro, o la nostra economia crollera’. Assicurano ai loro cittadini che le ‘sanzioni infernali’ contro la Russia stanno per portarla alla rovina. Devo deluderli: questo non accadra’”, ha detto. Medvedev ha affermato che l’Occidente “sottostima la Russia, come al solito, o, piu’ precisamente, prova un pio desiderio”.
Intanto il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, potrebbe annunciare un rafforzamento della presenza militare Usa in Polonia e una serie di modifiche al dispiegamento di truppe nei Paesi baltici, nel quadro del vertice dei leader della Nato in programma a Madrid fino al 30 giugno. Lo riferisce l’emittente “Nbc News”, citando fonti informate dei fatti.
Ieri l’Ucraina ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu dopo il raid russo sul centro commerciale di Kremenchuk, che secondo Kiev ha causato almeno 13 e 50 feriti. L’attacco “sarà l’argomento principale” della riunione, durante la quale si parlerà anche del bombardamento di domenica su un complesso residenziale a Kiev, ha spiegato una fonte della presidenza.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha denunciato l’attacco russo definendolo uno “spudorato atto terroristico“. Secondo il governo di Kiev nel centro commerciale colpito si trovavano “mille persone”.
agi.it
La Turchia ha ritirato il veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
La Turchia ha ritirato il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. È quanto riferiscono fonti diplomatiche. I ministri degli Esteri dei tre Paesi – Mevlut Cavusoglu, Ann Linde e Pekka Haavisto – hanno firmato un memorandum alla presenza del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, della premier svedese, Magdalena Andersson, e del presidente finlandese, Sauli Niinisto.
Non è ancora noto il contenuto del documento. Al termine della firma strette di mano e sorrisi di soddisfazione per un’intesa che non era affatto scontata in tempi così rapidi.
Il vertice Nato di Madrid può iniziare lasciandosi alle spalle una controversia che rischiava di mettere in ombra l’intera agenda del summit.
agi.it
Medvedev: “Terza guerra mondiale se Nato entra in Crimea”
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
Se la Nato dovesse mettere piede in Crimea si andrebbe verso “la terza guerra mondiale”. E’ lo scenario che Dmitri Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, prospetta in un’intervista al sito Argumenty i Fakty nella fase cruciale della guerra tra Russia e Ucraina.
“Per noi, la Crimea è parte della Russia. E questo significa per sempre. Ogni tentativo di invadere la Crimea è una dichiarazione di guerra contro il nostro paese. E se questo viene compiuto da un paese membro della Nato, questo significa una guerra con l’intera Alleanza atlantica: una terra guerra mondiale, una catastrofe completa”, aggiunge. Medvedev si sofferma anche sull’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. Se questo avvenisse, la Russia rafforzerebbe i propri confini e sarebbe “pronta per ritorsioni”, compresa la prospettiva di schierare missili Iskander al confine.
Medvedev si sofferma anche sul blocco di Kaliningrad attuato dalla Lituania. “La Lituania non pensa affatto alle conseguenze delle proprie azioni. E in questo caso non sono utili nemmeno le spiegazioni per cui la Lituania si limiterebbe ad attuare fedelmente le decisioni prese dall’Unione europea”, dice riferendosi all’applicazione delle sanzioni che porterebbe al blocco delle merci. Secondo Medvedev “l’Ue non ha nemmeno insistito” sull’attuazione di provvedimenti radicali. “Eppure la Lituania si è inchinata in modo ossequioso davanti ai suoi benefattori americani, mostrando ancora una volta la sua idiota posizione russofobica. La decisione di vietare il transito delle merci russe con un elenco di 60 pagine è così odiosa che non merita nemmeno di essere commentata”.
adnkronos.com
“Il Dc9 di Ustica è stato abbattuto dagli alieni?”
scritto da Fatti Nostri | 3 Luglio 2022
“Sono veramente stati gli alieni ad abbattere quell’aereo?”: è la domanda che il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ha rilanciato provocatoriamente alla cerimonia per il 42mo anniversario della strage di Ustica, scegliendo lo slogan del manifesto ufficiale voluto quest’anno dai familiari delle vittime.
“Le istituzioni italiane devono dire di ‘no’ e dirci chi è stato”, ha aggiunto. “No, non sono stati gli alieni”, gli ha fatto eco Emma Petitti, presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, “alienanti sono invece stati i depistaggi che hanno impedito di conoscere con chiarezza quanto accaduto”.
Un appello per la verità sul Dc-9 dell’Itavia inabissatosi il 27 giugno 1980 con 81 persone a bordo che è stato rilanciato dalla presidente dell’Associazione parenti delle vittime, Daria Bonfietti: “Chiediamo ai giudici una parola definitiva e chiediamo allo stesso tempo un impegno chiaro e forte al Governo e alla diplomazia affinché forniscano agli inquirenti ogni tipo di informazione da Stati amici e alleati che avevano aerei in volo attorno al Dc9 quella sera”. Bonfietti ha anche polemizzato, pur senza citarla, con l’associazione per la Verità su Ustica che ha rilanciato l’ipotesi di una bomba esplosa a bordo, chiedendo il sequestro del relitto: “È davvero importante affermare che non ci sono documenti segreti sulla strage di Ustica, negli anni su questa documentazione sono state operate infinite provocazioni che oggi dobbiamo spazzare via”, ha affermato, “il relitto, come tanti altre parti dell’aereo, meno appariscenti, sono a Bologna in custodia giudiziaria, quindi sono sempre e comunque a disposizione di quella magistratura che sta indagando”.
Di “ferita profonda nella coscienza del Paese”, ha parlato in un messaggio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “La sofferenza dei familiari è divenuta patrimonio comune mentre è responsabilità della Repubblica custodire la memoria delle tragedie che hanno caratterizzato il percorso della storia italiana per scongiurare che possano ripetersi”. “Ribadire con forza la richiesta di verità e giustizia, contro ogni depistaggio, contro ogni falsità”, ha chiesto il presidente della Camera, Roberto Fico. Per il leader del Pd, Enrico Letta, serve il “massimo impegno a livello internazionale per fare piena luce sulle responsabilità”. Per i legali dell’Associazione dei parenti dovrebbe essere imminente il deposito degli atti dell’inchiesta bis su Ustica che dovrebbe confermare l’attendibilità di quanto è stato fino ad ora accertato, e cioè che l’aereo fu abbattuto.