Roma-Kiev: cresce la tensione nel governo per le scelte sull’Ucraina

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084701556 b5f87923 5549 4a34 8768 14a4cfc4837eSale la tensione nella maggioranza sulla linea del governo riguardo il conflitto in Ucraina. Alla vigilia del viaggio del premier Draghi negli Stati Uniti, Lega e Movimento 5 stelle sono sempre più in pressing affinchè il premier chiarisca la linea dell’Italia e faccia di tutto per rilanciare la strada del dialogo. Basta con la politica delle armi, la tesi.

“La priorità è cessare il fuoco e salvare vite. Non penso che dopo due mesi e mezzo la risposta siano altre armi e altri morti“, dice il leader della Lega Salvini. “Spero non ci sia qualcuno che ha interesse di far proseguire la guerra. Gli italiani sono gli ultimi ad avere questo interesse”, prosegue il ‘Capitano’ del partito di via Bellerio.

“È evidente che dopo due mesi di attività bellica ci debba essere un confronto in Parlamento per capire quali posizioni il governo porterà ad esempio a Washington e mentre si preannuncia anche un passaggio a Kiev. È inevitabile che il governo italiano riceverà delle chiare posizioni dagli Usa per questo è importante che porti anche delle chiare posizioni dell’Italia”, rilancia il leader M5s Conte che chiede un voto in Parlamento su una mozione per ridisegnare il perimetro di azione del governo.

“Visto da Bucha il dibattito che si fa in Italia sull’Ucraina è lunare”, la risposta del Pd con la deputata e responsabile Esteri Quartapelle, impegnata in queste ore in un fitto giro di incontri e visite in Ucraina insieme a Riccardo Magi, su invito del parlamento ucraino.

Il segretario dem Letta preferisce non entrare in polemica con il Movimento 5 stelle. “La proposta che avanzo – osserva – è di creare una Confederazione Europea, al di sopra dell’Unione Europea. Occorre cioe’ creare uno spazio politico che metta insieme i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, che continua a vivere normalmente, con i 9 Paesi che hanno l’aspirazione di diventare membri dell’Unione, Ucraina compresa. Paesi che in questa fase sono diventati centrali: Moldavia, Georgia, Macedonia del Nord, Albania, Serbia, Bosnia, Montenegro e Kosovo.

Poi altra considerazione: “Il G20, creato nel 2008, è stato un’intuizione geniale, una novità importante, utile, interessante. Ebbene, nel momento in cui alla recente riunione del G20 a livello di ministri delle Finanze e governatori, gli europei si alzano e se ne vanno insieme agli americani mentre parla il delegato russo è evidente che qualcosa di grave è successo. Allora dobbiamo domandarci se ci sara’ ancora un G20 e che ruolo avrà”.

Resta il clima di fibrillazione nella maggioranza sul conflitto in Ucraina. Il dibattito politico è ancorato sulla posizione dell’Italia: il premier la prossima settimana sarà negli Stati Uniti (potrebbe riferire in Parlamento il 18 maggio) ma il quadro normativo nel quale si muove l’esecutivo è già definito con il varo dei due decreti sull’Ucraina.

Prosegue il confronto anche sul ‘caso Petrocelli’

Martedì si pronuncerà la Giunta per il Regolamento del Senato dopo le dimissioni di massa, escluse quelle di Petrocelli e dell’ex pentastellato Dessì, per un cambio alla guida. L’interrogativo e’ anche su chi sarà chiamato a prendere il posto dell’ex pentastellato. Ma fonti parlamentari della maggioranza raccontano che il presidente M5s Conte vorrebbe l’ex capogruppo del Movimento 5 stelle Licheri, mentre l’ala ‘governista’ che fa riferimento al ministro Di Maio punterebbe sulla pentastellata Nocerino.

Non è escluso che quando si arriverà al dunque, di fronte ad un’impasse la partita possa essere decisa a scrutinio segreto. Tra i dem c’è il convincimento che nel Movimento la ‘linea Petrocelli’ sia molto più diffusa di quanto appaia. Lo testimonia, sottolinea un big dem alla Camera, anche l’alzata di scudi di Conte nei confronti del ministro Guerini.

Il responsabile della Difesa ieri ha spiegato in audizione che verranno inviati “anche dispositivi in grado di neutralizzare le postazioni dalle quali la Russia bombarda indiscriminatamente le citta’ e la popolazione civile”.

“Dichiarazioni allarmanti” per il Movimento 5 stelle che ha poi fatto sapere di aver apprezzato la correzione di rotta, ovvero il riferimento – ha rimarcato la Difesa – era legato “a munizionamenti a cortissimo raggio funzionali al solo scopo difensivo e per proteggere città e cittadini”. Sulle parole di Guerini è tornato anche Salvini: “Dopo due mesi e mezzo domandiamoci a chi stanno andando queste armi”.

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La foto simbolo della guerra in Vietnam compie 50 anni

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vietCi sono foto che riescono a condensare la storia in un’immagine e il cui impatto rimane immutato con il passare dei decenni. Sono già passati 50 anni da uno degli scatti più iconici mai realizzati, “Napalm girl” di Nick Ut, la foto della bimba vietnamita che fugge nuda dal suo villaggio appena bombardato con il napalm.

Per il cinquantenario dell’immagine simbolo della guerra in Vietnam, che l’anno dopo valse a Ut il premio Pulitzer, è stata organizzata una mostra a Palazzo Lombardia, sede della giunta regionale, con le immagini più famose scattate dal fotoreporter (“Nick Ut. From Hell to Hollywood”). Su tutte, ovviamente, campeggia la gigantografia di “Napalm girl”.

La presentazione dell’evento è stata anche l’occasione per riunire il fotoreporter dell’Associated Press e Kim Phuc, la bimba protagonista della foto.  Una ricorrenza che cade proprio nei giorni in cui imperversa un’altra guerra che ha sconvolto l’opinione pubblica. “Dopo le mie foto in Vietnam – ha detto Ut – mi auguravo che le guerre finissero, invece continuano. Vedo le sofferenze della popolazione ucraina, tutti i giorni, ormai da tre mesi. È triste. Quest’anno sono stato molto impegnato, ma il mese prossimo potrei andare là”.

Anche Phuc ha espresso il suo rammarico: “Quando guardo l’attuale situazione in Ucraina, il mio cuore si spezza: per tutte le persone che hanno perso la vita, specialmente i bambini. Bambini che non riescono a vivere la propria vita ma sognano un futuro migliore. Quello che sta succedendo adesso è esattamente quello che è successo a me”.

Ma come nasce quella foto? Ut è un giovane fotoreporter vietnamita dell’Associated Press, che ha preso il posto del fratello maggiore (anche lui fotografo), ucciso durante la guerra. L’8 giugno 1972 ha una soffiata: un villaggio vicino, occupato dai viet cong, verrà bombardato con il napalm. Ut prende le sue macchine fotografiche e si mette a bordo del furgoncino. Sul posto ci sono anche altri fotografi. L’azione del bombardamento e della fuga dei civili è ampiamente documentata, ma solo la foto di Phuc entra nella storia.

“Ero sulla route 1 – ricorda Nick – sono stato lì quasi tre ore a documentare. Quando ho visto l’esplosione ho pensato che fossero tutti morti, ma poi dalla nuvola nera sono uscite centinaia di persone che scappavano dal bombardamento. C’erano persone che portavano in braccio corpi di bambini in fin di vita. Ho fatto una foto alla nonna di Kim, aveva in braccio un bambino di 3 anni, morto subito dopo”. All’improvviso “è apparsa Kim, correva senza vestiti, erano stati bruciati dal napalm. Mi sono avvicinato per fare delle foto, quando è passata oltre ho visto il braccio e la schiena bruciati”.  A quel punto, Ut smette di scattare, lascia le macchine fotografiche sulla strada e va verso di lei con due bottigliette d’acqua: “Pensavo di versarle sulle ferite, ma lei mi urla che vuole bere. Gli altri media stavano andando via, siamo rimasti ad aiutarla solo io e un collega della Bbc di Londra. Avevo un piccolo furgoncino, ho fatto salire tutti i bimbi, ho preso Kim in braccio e l’ho messa vicina agli altri. Lei diceva “sto morendo, sto morendo”. L’ospedale più vicino era a 20-30 minuti, ma era un piccolo presidio locale e dicevano di non avere abbastanza medicine”. Ut allora gli ha mostrato il pass stampa, intimandogli di aiutarla perché altrimenti “l’indomani sarebbero finiti su tutti i media, visto che avrei pubblicato le foto”. Così “si sono preoccupati e l’hanno aiutata”. Nick è poi tornato sul furgoncino ed è andato all’Associated Press per “sviluppare le pellicole nella camera oscura. Il mio capo ha chiesto perché quella bimba non avesse i vestiti, gli ho spiegato del bombardamento con il napalm”.

“La mia storia – ha invece detto Phuc – è iniziata con un bombardamento e una foto. Sono semplicemente una di quei milioni di bambini che hanno sofferto per la guerra. La differenza l’ha fatta il fotografo, Nick Ut. Ha testimoniato cos’era la guerra in Vietnam e ha lasciato le sue macchine fotografiche per portarmi in ospedale. Gli devo tutto”. Riprendersi da quelle ustioni è stato un processo molto lungo: “Ho passato 14 mesi in ospedale, poi sono tornata a casa. Nel corso degli anni ho subito 17 interventi, l’ultimo nel 1984 in Germania. La guarigione è stata molto lunga”. Nella foto di Ut, aggiunge Phuc, “si vedono due ragazzi alla mia sinistra, sono i miei fratelli, uno più grande e uno più piccolo; mentre gli altri due bambini sono i miei cugini”. La prima volta che ha visto quella foto, una volta tornata a casa dall’ospedale, Phuc l’ha odiata: “Me l’ha mostrata il mio papà, l’aveva ritagliata da un giornale. Ho provato un po’ di imbarazzo, ero nuda e agonizzante. Ho odiato quella foto, non importava che fosse famosa non la volevo proprio vedere”. Poi, crescendo, la sua opinione è cambiata.

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Voto all’estero: è ora di cambiare

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3dimA poco più di 20 anni dalla sua promulgazione, la legge sul voto all’estero (359/01) deve essere riformata. Non dà sufficienti garanzie per la personalità e segretezza del voto ed è diventata insostenibile nella sua applicazione anche sul fronte di lavoro e costi. Potrebbe sintetizzarsi così quanto affermato dal Ministro degli esteri Luigi Di Maio che oggi, accompagnato dal Dg per gli italiani all’estero della Farnesina Luigi Maria Vignali e dal Capo dell’ufficio per i rapporti con il Parlamento Antonio Enrico Bartoli, ha riferito di fronte alla Giunta delle elezioni della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle modalità applicative, ai fini della verifica elettorale, della legge 27 dicembre 2001, n. 459, recante “Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero”.
Dall’entrata in vigore della Legge Tremaglia, ha ricordato Di Maio, “abbiamo organizzato 4 elezioni politiche e 8 consultazioni referendarie. In 20 anni il numero dei cittadini italiani residenti all’estero è quasi raddoppiato, passando da circa 3,4 a quasi 6,6 milioni”, ciò sia “per la spinta che viene dalla cosiddetta nuova mobilità”, sia per “l’estrema generosità della nostra legge del 1992 in materia di cittadinanza”, che, ha ricordato, “non prevede limiti di discendenza alla trasmissione iure sanguinis”.
Da ciò deriva che “se nella prima occasione in cui fu impiegato il voto all’estero, cioè il referendum del 2003, gli elettori erano 2,3 milioni, per il prossimo referendum di giugno il corpo elettorale sarà prossimo ai 5 milioni”. Connazionali “che vivono in tutti i continenti”: in occasione del referendum costituzionale del 2020 “sono rientrate a Roma schede elettorali da 196 Paesi del mondo, compreso l’Antartide”.
Una procedura che impegna gli uffici diplomatico-consolari già mesi prima del voto, ha ricordato Di Maio che ha ripercorso fasi e termini che scandiscono la procedura dall’invio dei plichi elettorali a tutti gli iscritti Aire all’arrivo delle schede a Roma per lo spoglio.
Spoglio che, ha precisato, al contrario di quanto affermato in Giunta nelle scorse audizioni, soltanto dalle prossime elezioni politiche nel 2024 e quindi non dal referendum del prossimo giugno sarà suddiviso tra 5 Corti d’Appello: Roma, Milano, Bologna, Firenze e Napoli.
Tante, e note, le criticità: dagli indirizzi non aggiornati alla sicurezza dei sistemi postali fino all’espressione vera e propria del voto, per Di Maio è “opportuno” chiedersi se la 359/01 sia “adeguata”.
“L’incremento continuo del corpo elettorale all’estero”, ha proseguito il Ministro, “mette alla prova la capacità degli uffici consolari” alle prese con una “macchina sempre più impegnativa da gestire” e senza risorse aggiuntive in termini di personale. Per questo, quando ci sono le elezioni, gli altri servizi ne risentono.
“Stoccarda ha un numero di residenti comparabile a Parma (190mila persone), ma al consolato generale sono in servizio solo 30 persone, di cui solo diplomatico”, ha citato a mo’ di esempio Di Maio. Più elettori significa più costi: “sulla base della capienza attuale del fondo per le spese elettorali, alla Farnesina dovrebbero essere assegnati circa 24 milioni e mezzo di euro all’anno; un terzo, in genere, viene assorbito dalla sola Argentina”, ha detto il ministro; per questo “nel corso di un solo anno spesso si rendono necessarie integrazioni: le politiche del 2018 sono costate circa 28 milioni di euro per un bacino di 4,2 milioni di elettori, di cui solo 1,3 milioni furono i votanti effettivi, circa il 30%”. Per il referendum sulla giustizia di giugno “la stima è cresciuta a 31,4 milioni di euro”, sia per l’aumento dei votanti che del costo delle materie prime, senza contare “l’interruzione di molti voli commerciali”.
Ribadito che “la democrazia non ha prezzo”, per Di Maio “il punto è che la modalità stessa del voto per corrispondenza espone il processo elettorale a numerose variabili aleatorie che sfuggono al controllo della Farnesina”. Si tratta di “inefficienze endogene”, che tra l’altro “gettano un’ombra sulla correttezza e sull’operato degli uffici consolari”.
Problematica è la spedizione dei plichi, a causa dei diversi standard di sicurezza ed efficienza dei sistemi postali nei diversi Paesi; di incerta applicazione sono i principi costituzionali di segretezza e personalità del voto perché “il voto per corrispondenza si svolge lontano dal controllo delle autorità”; “numerosi” sono i plichi restituiti per mancata consegna al destinatario, che può aver cambiato indirizzo senza comunicarlo al consolato; “bassa” l’affluenza al voto di una compagine formata da “figli di seconda e terza generazione di immigrati” che non hanno legami con l’Italia.
Di fronte a queste criticità, “è opportuno avviare una riflessione su una possibile riforma della legge sul voto all’estero per renderla più adeguata alle sfide attuali e rispondente alle caratteristiche della nostra collettività all’estero”, ha affermato Di Maio.
Bollate come “impraticabili” sia l’ipotesi del voto nei seggi – per organizzazione e costi, ma anche perché “discriminerebbe” gli elettori che risiedono lontano dai seggi – sia l’affidamento della stampa in Italia delle schede a cura del Viminale – “per tempi allungherebbe i tempi di spedizione e aggraverebbe i costi a carico del bilancio dello Stato” – Di Maio ha affermato che “la soluzione ideale non esiste” sostenendo al tempo stesso che “per tenere insieme la tutela della personalità e unicità del voto, la partecipazione degli elettori e la sostenibilità organizzativa ed economica dell’esercizio si debba lavorare nella più ampia prospettiva della digitalizzazione dei servizi consolari” prevedendo, così come fatto a dicembre per i Comites, l’inversione dell’opzione (se vuoi votare lo devi dire).
In questo modo, riceverebbe il plico solo chi ne ha fatto richiesta e ad un indirizzo aggiornato e per l’amministrazione ci sarebbe un “drastico abbattimento dei costi complessivi”. Del resto è un sistema “adottato anche da altri paesi europei come Francia, Regno Unito, Svizzera e Austria”, ha ricordato.
Quanto al voto elettronico sperimentato per i Comites a dicembre “si tratta di una modalità percorribile, ma dalle implicazioni che andranno attentamente vagliate dal Parlamento”.
Per il ministro, quindi, l’unica soluzione è lasciare il voto per corrispondenza ma con dei correttivi: l’inversione dell’opzione e nuovi metodi a garanzia della tracciabilità del plico, come ad esempio l’introduzione di un QRcode all’interno della busta interna preaffrancata che identifica l’elettore e velocizza le operazioni di scrutinio.
Il voto all’estero “ha rappresentato una importantissima conquista per i concittadini che vivono fuori dal nostro paese e come tale va tutelato, messo in sicurezza, adattato in base al mutare delle circostanze nel tempo”, ha sottolineato il ministro, ribadendo “l’importanza della partecipazione democratica” ma al tempo stesso quella di “proteggere il voto da interferenze esterne”. Serve il “coraggio di perseguire soluzioni e riforme adeguate e al passo con i tempi. Governo e Farnesina in particolare sono ben pronti a lavorare in questa direzione assieme al Parlamento”.
Nell’aprire il dibattito, il presidente della Giunta Giachetti (Iv) ha rilevato come sull’opportunità di invertire l’opzione ci sia “unanimità” tra le parti audite nell’ambito dell’indagine conoscitiva, che proseguirà con i contributi dei Ministeri della Giustizia e dell’Interno.
Fontana (Fi) ha ringraziato ministro e Farnesina per il lavoro che svolgono ed ha convenuto sulla opportunità di mettere mano alla legge almeno con dei correttivi immediatamente applicabili; “troppo, troppo facile l’acquisizione della cittadinanza”, ha aggiunto il deputato auspicando una riforma anche in questo caso.
Per Maggioni (Lega) fondamentale è garantire “segretezza e personalità del voto” di cui per altro la Giunta ha dovuto occuparsi spesso quest’anno; Del Basso De Caro (Pd), invece, è tornato sulla opportunità di modificare circoscrizione estero e sistema elettorale alla luce del taglio dei parlamentari: “spero che ci sia il tempo per poter modificare la legge elettorale quantomeno per il voto degli italiani all’estero”, ha detto, auspicando anche l’eliminazione delle preferenze visto che “siamo in presenza di un maggioritario di fatto” almeno nelle ripartizioni che eleggono un solo parlamentare.
Secondo Melicchio (M5S) “la relazione del ministro ha fatto emergere con chiarezza la necessità di un equilibrio fra il diritto al voto e tutela della segretezza e della personalità del voto” ma “se ci concentriamo troppo su un aspetto rischiamo di negare un diritto”; per questo, il deputato è tornato a promuovere il voto elettronico chiedendo a Di Maio “quanto siano pronte” le sedi consolari e “quali risorse sarebbero necessarie per metterlo in pratica”.
Per Siragusa (Ev) la modalità di voto all’estero dimostra che “deleghiamo la nostra democrazia al caso”: se un connazionale non comunica il cambio di indirizzo, ha detto l’eletta in Europa, uno straniero potrebbe votare al suo posto appropriandosi del plico. C’è da riformare sia “il modo generoso con cui noi riconosciamo la cittadinanza” che la legge sul voto “con l’inversione dell’opzione” anche per “uniformare” le modalità con cui i connazionali esprimono il loro voto (in presenza alle europee, per corrispondenza con o senza opzione alle politiche e per i Comites). Certo, di tempo per farlo ne resta poco, quindi, ha chiesto Siragusa “si potrebbe pensare ad un decreto ad hoc?”. A Di Maio la parlamentare ha chiesto anche di garantire i diritti dei contrattisti della Farnesina, fondamentali per il lavoro nei consolati.
Nella sua replica, il ministro ha osservato che “siamo di fronte ad una legge in funzione da oltre vent’anni e quindi è giusto che il Parlamento si interroghi se sia al passo con i tempi”. Con le nuove tecnologie “possiamo riuscire a garantire tutti i diritti costituzionali del cittadino all’estero”. Quanto al taglio dei parlamentari, “dobbiamo ridisegnare per norma i collegi elettorali; su questo il Ministero degli Esteri è a disposizione, ma la prerogativa è del Parlamento”, ha aggiunto, ricordando che “per i collegi nazionali si è provveduto con un atto di secondo livello del Ministero dell’Interno”.
Quanto alla cittadinanza “ci riempie d’orgoglio avere una comunità all’estero di italodiscendenti così importante, ma ogni sistema deve essere sostenibile ed oggi ci sono alcuni uffici consolari che non riescono a smaltire tutte le richieste” anche perché “ci sono una serie di meccanismi da cui dobbiamo difenderci”.
Se e quando si metterà mano alla legge elettorale nazionale, quello “potrebbe essere il luogo per mettere a punto i correttivi per l’estero”; “ovviamente che auspico che la norma sia parlamentare”, ha sottolineato Di Maio, ribadendo la disponibilità della Farnesina.
Ai quesiti di Siragusa sul voto elettronico e sul personale all’estero, il ministro ha ricordato che il primo, sperimentato con successo per i Comites – pone questioni di sicurezza su cui Parlamento e Agenzia per la Cybersecurity devono pronunciarsi; e per il secondo citando gli effetti di “13-14 anni di spending review” sulla Farnesina, che sta cercando di assumere altro personale ma che deve far fronte ad una “platea che dal 2008 in poi cresce in modo vertiginoso”.
“Io, il Ministero con il Dg Vignali e il direttore Bartoli restiamo totalmente a disposizione: se vogliamo utilizzare questo scorcio di legislatura per far fare dei passi in avanti a questa legge – ha concluso – contate su di me”. (ma.cip.\aise) 




Lavrov: “Italia in prima fila contro di noi”

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210851342 092f47a1 d1cd 4fdb 93bc f895b80ec11aHa preso avvio un’operazione per evacuare civili dall’acciaieria Azovstal: finora un centinaio le persone che hanno potuto lasciare la zona, diretti a Zaporizhzhia, come ha riferito il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’iniziativa è condotta in collaborazione con l’Onu.A Kiev è arrivata in visita, alla guida di una delegazione, la presidente della Camera Usa, Nancy Pelosi, che ha ribadito l’impegno di Washington a fornire armi all’Ucraina, nonostante le minacce di Mosca. Anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz, da Berlino, ha assicurato solidarietà all’Ucraina e l’invio di armi a Kiev.

Intanto, la Polonia si è offerta di fare da garante della sicurezza dell’Ucraina in un eventuale negoziato che apra la strada alla pace con la Russia. La stessa Polonia, insieme ai Paesi Baltici e agli Usa, è nel mirino del presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, secondo il quale è “corretto” rispondere alla legge approvata dalla Camera dei Rappresentanti Usa, che consente il trasferimento all’Ucraina dei beni sequestrati alle imprese russe, con la confisca e la vendita delle attività sul territorio russo delle aziende provenienti da “Paesi non amici”.

“Alcune dichiarazioni di politici e media italiani sono andate oltre le buone norme diplomatiche e giornalistiche”. Lo ha denunciato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, intervenendo su Rete 4 al programma ‘Zona Bianca’. “L’Italia è in prima fila tra coloro che adottano e promuovono le sanzioni anti-russe. Per noi è stata una sorpresa, ma ormai ci siamo abituati”, ha aggiunto il capo della diplomazia di Mosca tenendo poi a sottolineare però che “non ha nulla contro il popolo italiano”, che considera “amico”.

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Canada. Barry F. Lorenzetti è la Personalità CIBPA 2021

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30cittadino“La Comunità riprende vita. Dopo 24 mesi di restrizioni a causa della pandemia, giovedì 21 aprile si è tenuto un primo grande evento in presenza, in occasione di un appuntamento annuale tra i più prestigiosi del calendario comunitario Italo-Montrealese: il premio “Personalità 2021” della CIBPA, l’Associazione della Gente d’affari e dei Professionisti Italo-Canadesi, capitolo di Montréal, che da più di mezzo secolo conferisce questo importante riconoscimento”. Ne scrive Vittorio Giordano, direttore del settimanale di Montreal “Il cittadino canadese”.
“Il premio, ricordiamolo, è stato istituito nel 1967 per rendere omaggio a chi si è particolarmente distinto per l’eccezionale impegno profuso a favore del progresso della società.
Il primo a esserne insignito, nel 1967, è stato il Sindaco di Montréal, Jean Drapeau, per il suo contributo al grande successo di EXPO. Gli ultimi sono stati: Danny Maciocia (2015), Mirko Gilardino (2016), John Zeppetelli (2017), il Senatore Tony Loffreda (2018), Vincenzo Guzzo (2019) e Augustin Nalie (2020).
Quest’anno la cerimonia di consegna, animata da Sabrina Marandola (CBC Radio One Montréal), si è tenuta presso la Maison Principale (872 Rue du Couvent), davanti a circa 250 invitati. Il 53º riconoscimento della storia della CIPBA è andato ad un leader nel settore assicurativo come Barry F. Lorenzetti, presidente e fondatore di BFL CANADA, la più grande società privata d’intermediazione assicurativa commerciale e di consulenza in gestione dei rischi in Canada (23 sedi, con oltre 1.100 dipendenti sul territorio nazionale; e, grazie ad una consociata, presente in oltre 140 paesi nel mondo).

LE PERSONALITÀ PRESENTI. Oltre al ‘padrone di casa’ Paolo Fortugno, presidente della CIBPA, che ha accolto gli invitati ed introdotto l’ospite d’onore ricordando il ruolo sempre attuale dell’organismo che, dalla fine della seconda guerra mondiale, difende e valorizza gli interessi professionali e imprenditoriali della Comunità Italo-Canadese, erano presenti: Sam Scalia, presidente della Fondazione CIBPA; il Senatore Tony Loffreda; il Ministro della Giustizia, David Lametti; Salvatore Parasuco, fondatore dell’omonima azienda di abbigliamento; Salvatore Guerrera, fondatore e presidente di SAJO, membro dell’Ordine del Canada; Vittorio Rossi, attore, sceneggiatore e regista; Anita Aloisio, presidente di Alliance Donne; Joseph Broccolini, presidente della Fondazione Comunitaria Italo-Canadese; Gino Berretta, presidente della Casa d’Italia; Joe Pannunzio e Pat Buttino, rispettivamente presidente e direttore generale del Centro Leonardo da Vinci; Antonio Sciascia, presidente del Congresso nazionale Italo-Canadese, regione Québec; Danny Maciocia, direttore generale dei Montréal Alouettes; Jocelyn Pauzé in rappresentanza della Sindaca di Montréal, Valérie Plante; gli ex presidenti CIBPA Domenic Diaco, Mike Goriani, Salvatore Cimmino e Consolato Gattuso.
Oltre ai membri emeriti Gian Carlo Biferali e Angelo Lepore. Senza dimenticare Egidio Vincelli, artista e presidente dell’Associazione di Italo-Canadesi del West-Island, la cui statuetta ‘Tenacità’ (una replica della statua originale esposta alla Casa d’Italia dal 2012) ha costituito ancora una volta il ‘trofeo’ per la Personalità premiata.

UNA STORIA DI SUCCESSO. Originario di Ville-Èmard, nonno marchigiano e madre irlandese, Barry F. Lorenzetti è un imprenditore, costruttore e leader nel settore delle assicurazioni in Canada, nonché un grande filantropo. Per diversi anni Lorenzetti ha sostenuto numerosi organismi di beneficenza, oltre a far parte di una serie di consigli di amministrazione. Tra le cause in cui è stato coinvolto, ricordiamo la Fondazione Butters, che raccoglie fondi per i bambini autistici in Canada; la Fondazione YWCA, l’Arion Orchestre Baroque e la Québec Society for Disabled Children.
Più di recente, ha deciso di portare avanti un progetto che gli sta particolarmente a cuore: creare la Fondazione Barry F. Lorenzetti per promuovere la salute mentale in Canada. Nel 2021, ha creato il Barry F. Lorenzetti Centre for Women Entrepreneurship and Leadership, che si trova presso la John Molson School of Management della Concordia University. Nel 2021 ha ricevuto il premio “International Business Leader of the Year” della Camera di Commercio canadese. La gratitudine e l’eredità di Lorenzetti.
“Con gli anni e l’esperienza si moltiplicano i riconoscimenti – ha detto un Lorenzetti felice e commosso -: tre anni fa ho ricevuto il Premio alla carriera dall’industria assicurativa del Canada ed ora questo prestigioso premio della CIBPA. Sono cresciuto a Ville-Émard e la mia ambizione è sempre stata quella di vivere bene, e non dal punto di vista solo economico. Di umili origini, per me vivere bene significa trasmettere ai miei 3 figli – Maggie, Justin e Jenna – i valori che mi hanno insegnato mio padre e mia madre. Dopo aver lavorato per 15 anni per società pubbliche a Montréal, Londra e New York, nel 1987 ho avviato la mia compagnia privata, BFL CANADA. Ho lasciato la sicurezza e il comfort del settore pubblico per rimettermi in gioco. Probabilmente una mossa azzardata, ma era la cosa giusta da fare. Ho trasmesso i miei valori ai miei dipendenti e a tutta l’impresa, che oggi conta più di 180 azionisti in tutto il Canada. La chiave del mio successo è stata quella di circondarmi di dipendenti che mi completano negli ambiti in cui sono più carente. Per avere successo, bisogna prima trovare il posto che valorizzi al meglio la nostra passione, e poi mettere tutti nelle condizioni migliori per dare il meglio di sé, privilegiando gli obiettivi comuni rispetto a quelli personali. Solo così possiamo contribuire a costruire un mondo migliore, soprattutto alla luce delle sfide degli ultimi anni. Il successo comporta responsabilità e per me questo significa contribuire al benessere della società. Cinque anni fa, la mia famiglia ha creato la ‘Fondazione Barry F. Lorenzetti’ per migliorare le cure mentali in Canada, soprattutto a favore dei giovani adulti e degli ex militari affetti da disturbi da stress. A oggi abbiamo raccolto più di 2 milioni di dollari. Ogni anno, inoltre, organizziamo un gala di raccolta fondi ed il prossimo, presieduto da Joseph Broccolini, si terrà nel mese di ottobre Recentemente, poi, abbiamo fatto una generosa donazione a favore della Lega femminile di Hockey Canada, cosa che mi inorgoglisce particolarmente, in quanto ex presidente e membro della fondazione Hockey Canada. In quanto grande sostenitore delle donne in affari, abbiamo lanciato il ‘Barry F. Lorenzetti Centre for Women Entrepreneurship and Leadership’ presso la John Molson School of Management. Infine, come appassionato di teatro, abbiamo creato il ‘MAGJUSJEN Entertainment’, una compagnia di produzione nata per valorizzare le opere dell’attore e regista Vittorio Rossi e promuovere così il patrimonio culturale Italo-Canadese. A giugno, al Centro Leonardo da Vinci, verrà presentato il film “Legacy”, praticamente un “The Chain” parte seconda ambientato 30 anni dopo. Devo ammettere – ha concluso Lorenzetti – che ricevere questo Premio mi ricorda l’importanza di lasciare una legacy, un’eredità alle future generazioni. Per questo ringrazio di cuore la CIBPA per avermi concesso l’onore di questo riconoscimento””.

da Il Cittadino Canadese




All’Istituto Italiano di Cultura di NY, dove le istituzioni convergono per uscire dal covid

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terry sanders fabio finotti facade 060721 lvnOcchi azzurri e abito elegante. Quando Fabio Finotti ci accoglie all’Istituto Italiano di Cultura, l’atteggiamento è di un vero padrone di casa. 

Il Direttore è a New York da un anno, ma si muove bene tra le tante realtà culturali italiane presenti in città. 

Lo abbiamo lasciato per ultimo, in questa serie di articoli dedicati a chi del patrimonio tricolore si fa promotore, perché è il diretto rappresentante delle istituzioni. La struttura che dirige, nata nel 1961, è stata infatti fondata dal Governo Italiano e opera sotto la guida del Ministero degli Affari Esteri, del comitato consultivo e del suo personale, per promuovere gli scambi culturali tra Italia e Stati Uniti tra arte, discipline umanistiche, scienza e tecnologia.

L’Ambasciatrice Mariangela Zappia all’Istituto Italiano di Cultura di New York – Foto di Terry W. Sanders

Finotti, padovano di nascita, New York non se l’aspettava cosi. Così come? “Intensa, coinvolgente e affascinante”. 

“Abbiamo una grande libertà di movimento, anche dal punto di vista logistico. Abbiamo modificato la struttura in alcune sale, stiamo pensando di liberare un intero piano del palazzo per ospitare un bookstore e un caffè italiano”. 

L’importante, in ogni progetto o iniziativa, è avere una visione chiara. Non focalizzarsi dunque sulle opportunità date da ogni singolo evento, ma costruire passo passo un percorso che abbia un obiettivo ampio. Il suo è chiaro: sottolineare l’apertura multiculturale dell’Italia sia nella storia che nel presente. “Produrre mostre, eventi e seminari che illustrino la ricchezza dei rapporti che l’Italia ha coltivato nel tempo, arrivando poi a ciò che più mi sta a cuore dei giorni nostri: lo sviluppo dell’italicità”. Un neologismo creato per definire l’Italia che nasce e cresce al di fuori dei suoi confini territoriali.

“Esistono più culture e linguaggi italiani – racconta – ed è per questo che credo sia fondamentale uscire dall’idea del nazionalismo ottocentesco. Di ‘Italie’ all’estero ce ne sono molte. C’è quella di tradizione più alta, dove ad esempio si conoscono benissimo Dante, Petrarca, Machiavelli e il futurismo. Ma non possiamo negare l’esistenza e la vitalità di un’Italia più legata alla cultura popolare e agli italoamericani, che pur non avendo lo stesso grado di conoscenza letteraria, hanno una perfetta competenza della grammatica sociale”.

Fabi Finotti al lavoro nel suo ufficio a Park Avenue – Foto di Terry W. Sanders

D’altronde, Finotti, di cultura italiana negli Stari Uniti si è sempre occupato. “Nel 2000 ho fatto il concorso per la cattedra di Letteratura italiana all’università della Pennsylvania. Sono rimasto lì per molti anni come Direttore del Center for Italian Studies e poi, quando il Ministero degli Esteri ha aperto la possibilità di inviare una manifestazione di interesse per questo Istituto, mi è parsa la continuazione logica del percorso fatto in Pennsylvania. Da lì è partita tutta una serie di selezioni che alla fine mi ha condotto dove sono oggi”. 

Un incontro, quello con New York, che per Finotti è arrivato proprio nel momento della pandemia, quando la carne della città era ancora viva sotto le ferite del lockdown. “New York è una grande metropoli di incontri e perciò, quando gli incontri sono diventati virtuali, ha perso la sua anima. In quel periodo, molte persone hanno scoperto le possibilità legate alla comunicazione online. È cambiato il paesaggio umano e sono scomparse tantissime realtà quotidiane, come i piccoli ristoranti etnici o i locali frequentati dagli impiegati durante la pausa pranzo”. 

Le strade di Manhattan, New York, deserte durante il lockdown – Foto di Terry W. Sanders

In quel contesto, l’Istituto è stato costretto ad adattarsi e ha fatto nascere una piattaforma online. “Si chiama ‘Stanze Italiane’ ed è stata vitale per noi. Abbiamo potuto dare luce agli eventi in Istituto, diffondendoli attraverso la rete e permettendo anche un utilizzo più razionale delle risorse tramite la condivisione di alcune iniziative con altri centri. Abbiamo poi potuto sostenere molti artisti italiani che non lavoravano e affrontavano un periodo difficile. Gli abbiamo dato una mano promuovendoli qui, sul territorio americano”.

Una vetrina non rivolta soltanto agli italiani in America, ma a tutta la comunità. “L’Istituto, come forma della diplomazia culturale, deve parlare a tutta New York. Certamente un occhio di riguardo è per gli italiani, ma non possiamo avere loro come unici referenti, dobbiamo mescolare le etnie e le eredità”.

Mescolare per arricchire, è questa la parola d’ordine, da seguire nella difesa di un’identità e un marchio, il Made in Italy, così allettante agli occhi degli stranieri. 

“L’istituto ha un valore importantissimo, perchè l’Italia è sempre più promotrice di un’idea, un orizzonte e un modo di vivere. Noi non vediamo solo un prodotto, ma una cultura intera”. 

da La Voce di New York




Non è vero che alcune razze di cani sono più aggressive di altre

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unnamedNonostante quello che si possa pensare, la razza di appartenenza di un cane non è indicativa del suo comportamento. A questa conclusione giunge uno studio, pubblicato sulla rivista Science, condotto dagli scienziati dell’Università di Glasgow, dell’Università di Princeton, dell’Università di Agraria di Sokoine e dell’Università di Warwick. Il team, guidato da Kathleen Morrill, ha coinvolto più di 200 animali, valutando le risposte dei proprietari di cani raccolte in una serie di sondaggi correlati.

Questi risultati, commentano gli esperti, sfidano gli attuali stereotipi sulle razze canine, secondo cui alcune sarebbero più aggressive di altre. Nonostante i cani siano tra i più antichi compagni dell’uomo, la maggior parte delle razze risalgono a circa 200 anni fa. Prima di allora, i cani venivano selezionati principalmente per i tratti centrali dei loro ruoli funzionali, come la caccia, la guardia o la capacità di badare al bestiame.

Le idee e i preconcetti associati alla tipologia di razza hanno portato a una serie di leggi specifiche, ad esempio sulle restrizioni assicurative. Il gruppo di ricerca ha utilizzato studi di associazione sull’intero genoma per cercare variazioni genetiche comuni che potrebbero prevedere tratti comportamentali specifici in 2.155 cani di razza pura e meticci. Queste informazioni sono state confrontate con le risposte a 18.385 sondaggi. Nelle 78 razze considerate, sono stati identificati 11 loci associati al comportamento, anche se nessuno sembrava specifico per razza.

Stando a questi risultati, la tipologia di appartenenza spiegava solo il nove per cento della variazione comportamentale nei singoli cani. Migliori predittori erano l’età e il genere dell’animale. “La maggior parte dei comportamenti che consideriamo come caratteristiche di specifiche razze canine moderne – afferma Elinor Karlsson, del Broad Institute del Massachusetts Institute of Technology – potrebbe dipendere da migliaia di anni di evoluzione, che hanno portato dal lupo al cane selvatico, fino alle specie che conosciamo oggi. Questi tratti ereditabili precedono il nostro concetto di razze canine moderne di migliaia di anni”.




Le sanzioni sono mai servite a qualcosa?

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unnamedNe ammazza più la lingua della spada, ma anche la moneta può essere letale. E, come la spada, tagliente da due parti: attenti a come la tenete in mano, quindi, perché a stringerla troppo si rischia la recisione dei tendini. Fuor di metafora, a far guerra con i soldi è da starci attenti tanto quanto a farla con i mitragliatori. Si ammazza un pò meno, o almeno in modo meno evidente; in compenso il fuoco amico esiste, e fa male. Oh, se fa male. Ragion per cui questa guerra tra Mosca e Kiev, con i suoi risvolti economici e i suoi dibattiti europei sul gas e i suoi blocchi russi contro Polonia e Bulgaria, questa guerra si diceva è e resta un tremendo punto interrogativo: su chi la vincerà e a quale prezzo. Soprattutto a quale prezzo.

A inventare lo strumento delle sanzioni commerciali contro il nemico fu, e non è un caso, la nazione mercantilista per eccellenza, che in quel frangente a un altro popolo di mercantilisti accaniti si opponeva. Gli avevano buttato a mare un carico di tè, gli americani, e gli inglesi reagirono con le “leggi intollerabili”. Si trattava di quattro provvedimenti ad hoc che chiudevano Boston e i principali scali marittimi dei ribelli. I quali impararono a non prendere più il tè alle cinque e si dettero alla conquista: prima della libertà e poi degli spazi a ovest. Un punto per chi dice che le sanzioni sono da maneggiare con una certa cautela. Poi, siccome dagli errori degli altri si impara sempre a commetterne di nostri, ecco che Napoleone seguì l’esempio degli inglesi, contro gli inglesi stessi. Nel 1807 decise di schiantarne il commercio imponendo a tutti i popoli suoi soggetti il Blocco Continentale. Essendo egli padrone assoluto di tutta l’Europa dalla Manica a Gibilterra e da Lampedusa a Vilnius, pensava che impedire alle navi avversarie, mercantili o militari che fossero, di attraccare sulla terraferma euroasiatica sarebbe bastato. L’illuso: l’industria manifatturiera britannica resse all’urto, i suoi commerci si estesero nel resto dell’orbe terraqueo e intanto Napoleone soffriva. Non per la mancanza del tè, ma per il fatto che si andò minando l’economia dei territori a lui soggetti. Ne risentirono quest’ultimi, e alla fine pure lui. L’Impero aveva i piedi d’argilla. Due punti a zero per quelli di cui sopra.

C’è da dire che qualcuno invece imparò la lezione. Gli inglesi, per dirne una, aspettarono per fare i conti con Napoleone che questi si facesse male in Russia, e lo affrontarono con i mezzi tradizionali della battaglia in campo aperto, a Lipsia. Una tattica, viene da dire, che pare quella di Washington nei frangenti attuali, almeno nella prima parte. I prussiani, da parte loro, si videro arrivare i cosacchi a Berlino: sostenevano che stavano solo inseguendo i napoleonici e non si erano accorti di avere superato Vilnius. Il Kaiser capì come avrebbe dovuto regolarsi in futuro: prima di tutto rifondare l’esercito per tenere pronto in mano un sasso, quindi impegnare il Cremlino con una rete di scambi commerciali a base di granaglie.

Para bellum, sed pecunia non olet. Nessuno ti attaccherà se rischia di prenderle e se perderebbe, in questo modo, anche il miglior cliente che ha. Scholz, che oggi nicchia sul gas e intanto manda 50 tank a Kiev, non ha inventato nulla: e’ cosi’ dai tempi di Federico Guglielmo III. E poi, in fondo, è quello che avrebbe fatto un giorno persino Nixon con le esportazioni – sempre di granaglie – verso l’Urss.

Passato Napoleone, per la risoluzione delle controversie internazionali tutti tornarono al vecchio metodo tradizionale, a Sebastopoli come a Sedan. Ma il crollo tedesco nella Prima Guerra Mondiale, che fu economico e sociale ancor prima che militare, rovesciò questi criteri: più che il cannon potè il digiuno. Alla luce del fallimento del Socialismo di Guerra, l’economia tornava a essere considerata un potenziale strumento di lotta. Non ci si stupisca, allora, se Roosevelt impegnato com’era a tenere a bada gli isolazionisti del suo tempo che vent’anni dopo volevano lasciare l’Europa al suo destino, scorse nelle sanzioni un utile succedaneo della politica delle cannoniere. Prima varò il Lend-lease Act per fare grossi sconti a Churchill impegnato nella Battaglia d’Inghilterra, poi impose l’embargo petrolifero al Giappone. A Tokyo non solo la presero male, ma calcolarono che era meglio affrettare i tempi della guerra ancora non dichiarata perche’ le riserve non sarebbero durate a lungo.

Prima ancora di questo, non scordiamolo c’erano state a carico dell’Italia fascista le cosidette “inique sanzioni” per l’aggressione all’Etiopia. Cantarono i menestrelli di regime, sulle note di Faccetta Nera: “L’Inghilterra a capo della Lega / dei negri si era eletta paladina / al mondo disse ‘Mai piu’ benzina / per far andare l’italo motor'”. Fu un trionfo di ciofeche, succedanei, surrogati e cicoria al posto del caffè, ma anche allora – nonostante si sostenesse il contrario – il petrolio non fu toccato. E i menestrelli intonarono all’indirizzo di Albione la Perfida, gagliardi e sbeffeggiatori: “Sanzionami questo”. Vittoria del regime? In realtà no. Anzi, fu la prima crepa nella macchina del consenso del fascismo, e la cosa deve far riflettere anche se, in apparenza, gli anni della maggior adesione alla dittatura sarebbero stati quelli immediatamente successivi. Come dire: le sanzioni, gli embarghi, sotto sotto scavano, sono tarli che rosicchiano il legno delle pubbliche opinioni senza che nessuno se ne accorga. Si pensi al Napoleone del Blocco Continentale, si pensi al Sudafrica dell’apartheid. Si pensi anche nei casi spesso citati all’incontrario, degli embarghi cioè a Cuba e Corea del Nord, noi in fondo vediamo solo una parte della storia, quella più evidente: il tiranno non è caduto. Ci manca però tutto il resto, il cosa sarebbe accaduto se non ci fossero state le sanzioni. E con questo il conto è pari, tra sostenitori e denigratori. Perché la verità finisce per essere questa: essendo la guerra commerciale una guerra, si sa come inizia e non si sa come finisce. E combatterla è sempre un azzardo. La moneta usata come spada più essere più tagliente di qualsiasi sasso, quindi affidiamoci alla lingua. Quella usata, ad esempio, nella Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa: salvò molte vite, fece aumentare il commercio, gettò le basi per la pace. Un vero miracolo.

agi.it




Guerini: “L’Italia continuerà a fare la sua parte, presto invieremo equipaggiamenti militari”

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193924523 aaef2a50 7797 4a84 963c aa031998c15dAGI – “L’Italia continuerà a fare la propria parte sulla base delle indicazioni decise dal Parlamento italiano. Da questo punto di vista, ci sarà un nuovo invio da parte italiana di equipaggiamenti militari, indispensabili per continuare il supporto alla resistenza ucraina”. La posizione è stata illustrata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, a Ramstein, in Germania, dove ha partecipato al “Gruppo di Consultazione per il supporto all’Ucraina” organizzato dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd James Austin.

Guerini ha fatto riferimento al secondo decreto interministeriale attualmente in via di finalizzazione, della stessa natura della precedente tranche di aiuti, forniti sulla base delle richieste da parte ucraina e in ossequio alle risoluzioni del Parlamento italiano. “La nostra volontà di continuare a sostenere le Forze Armate di Kiev è quanto ho già di recente ribadito al ministro della Difesa ucraino, Reznikov, nel corso della telefonata della scorsa settimana in cui ci siamo confrontati sulle esigenze del suo Paese in termini di aiuti”, ha spiegato Guerini.

Poi ha sottolineato l’importanza della riunione di oggi tra i Paesi che sostengono l’Ucraina (“Da parte dei Paesi presenti è stato ribadito il sostegno a Kiev per tutto il tempo che si rivelerà necessario”) e di un formato come quello odierno, “estremamente utile per coordinare al meglio le azioni in corso”.

A Ramstein, nella riunione del “Gruppo di Consultazione per il supporto all’Ucraina” svoltasi presso la base aerea americana e organizzata dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd James Austin, vi hanno preso parte i rappresentanti di più di 40 Paesi, anche extra-europei, della Nato e dell’Ue. La riunione è stata l’occasione per un confronto sull’evoluzione del conflitto sul campo, come pure sugli aiuti di medio periodo da fornire al Paese.




L’incredibile vicenda del volontario Ivan Vavassori che combatte con gli ucraini

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133307891 9a0ca77f bb90 4390 8d18 761ad790c9c2“Ciao a tutti, grazie di tutti i messaggi di supporto che mi avete mandato. Sono vivo, ho solo febbre molto alta alcune ferite in varie parti del corpo. Per fortuna niente di rotto”.

Con queste parole postate in una story sul suo profilo Instagram è tornato poco fa a farsi vivo Ivan Luca Vavassori, il giovane fighter italiano arruolatosi volontario per combattere a fianco dell’esercito ucraino.

Ivan è il figlio adottivo di Pietro Vavassori, imprenditore lombardo e di Alessandra Sgarella, di Domodossola, che fu rapita alla fine degli anni 90 dall’Ndrangheta e che poi morì nel 2011 per malattia.

Nelle ultime ore era stato il padre a rassicurare tutti sulla sorte di Ivan, sulla sorte del quale erano arrivate sempre via social prima notizie preoccupanti e poi successivamente rassicurazioni.

I precedenti messaggi erano scritti in inglese dalle persone alle quali Ivan avrebbe affidato la gestione del suo profilo. Quello di poco fa è invece in italiano e sembrerebbe scritto dallo stesso giovane.

Ivan Luca combatte con l’esercito ucraino, è nato in Russia ed è stato adottato dall’imprenditore Pietro Vavassori, titolare dell’Italsempione, azienda nel ramo della logistica con sede a Domodossola.

Ha giocato a calcio fino ad arrivare alla serie C, nel ruolo di portiere.

Ieri si era diffuso il timore che fosse rimasto coinvolto in un attacco a Mariupol. In serata l’aggiornamento del suo account da parte di un team cui aveva affidato questo compito dopo essere stato coinvolto in un primo attacco nei giorni scorsi.

La procura di Milano ha aperto un fascicolo d’inchiesta sulla vicenda di Luca Vavassori.

L’indagine – viene precisato – è al momento senza ipotesi di reato né indagati ed è stata delegata alla Digos dalla sezione distrettuale antiterrorismo, coordinata dal pm Alberto Nobili.

Le verifiche – da quanto appreso – sono a tutto campo e puntano ad accertare eventuali ipotesi di reato come quelle previste dagli articoli 244 (Atti ostili verso uno Stato estero, che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra) o 288 (Arruolamenti o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero) o gli articoli 3 e 4 della legge 210 del 1995.

agi.it