Un toro italiano con gli occhi laser come simbolo della nuova economia americana

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bf3cf6 71d4705248d948069c885dfccc5a2953 mv2 1140x815Quando si parla di finanza e simbolo, non può non venirci in mente il Toro scatenato che troneggiava a Wall Street.

L’impennata di interesse e valore intorno alle cryptovalute ha acceso un dibattito che si estende fino al suo terzo decennio: quale posto dovrebbe assumere i bitcoin nella finanza, come dovremmo valutare il nuovo quando l’ultima versione è radicalmente diversa, oltre che sconcertante ma immensamente preziosa?

Mai come prima, però, i mercati stanno cambiando e di conseguenza anche i simboli e i luoghi di riferimento, da New York a Miami, già definita come nuova capitale della finanzia moderna.

In un mondo in continua innovazione nascono quindi nuovi riferimenti, come il “Miami Bull”, un toro robotico di 3,000 libbre modellato nella stessa vena del toro in carica di Wall Street, secondo il sito ufficiale. La statua è stata commissionata dai pionieri della FinTech, la società finanziaria Tradestation con sede in Florida, che ha donato l’opera alla città di Miami per celebrare l’innovazione dell’economia mondiale.

La scultura ha dato il benvenuto, il 6 aprile davanti al Miami Beach Convention Center, ai partecipanti del Bitcoin 2022, la più grande conferenza del mondo focalizzata sul mercato della cryptovaluta, a cui hanno partecipato più di 3mila visitatori.

Il processo di realizzazione del Miami Bull ha coinvolto più di 30 persone e più di sei mesi di lavoro per completarlo  e, dopo essere stato svelato all’inaugurazione del Bitcoin 2022 dal sindaco di Miami,  Francis Suarez, è stato immortalato da migliaia di persone e comparso sulle pagine dei media americani, come  il New York Times, Bloomberg, Forbes e molti altri.

The Miami Bull è il frutto di un gruppo di creativi italo-americani, di cui fa parte l’agenzia pubblicitaria   SMALL con l’agenzia di branding  Octonano , con sede a New York, che si è impegnato per sostenere l’artista  the Furio Tedeschi e il rivoluzionario Onyx Forge Studio per dare vita all’ultramoderna scultura.

Abbiamo intervistato Maurizio Marchiori, Co-Founder e CEO di Octonano.

Come è nata l’idea? 
“Il CMO di Tradestation, Marco Carrucciu, voleva dal nostro team un’idea creativa che ponesse l’attenzione di tutto il mondo sul loro Brand. L’esigenza era quella di lanciare un messaggio forte che facesse parlare e riflettere, e che restasse nel tempo. Ci è venuto in mente di rivisitare in chiave moderna il simbolo della finanza per eccellenza: una bella scommessa!
Così è nato il Miami Bull. Un progetto che ha un’anima molto italiana grazie al team creativo che l’ha reso realtà: Luca Pannese e Luca Lorenzini di SMALL, il concept artist Furio Tedeschi  ed il CMO di Tradestation (di Miami) Marco Carrucciu”.

Come è avvenuto il contatto con l’artista Furio Tedeschi?
“Abbiamo pensato a Furio Tedeschi, un contatto di Luca Pannese di SMALL, il  migliore sul mercato nel suo genere. Non eravamo per niente sicuri, vista la sua notorietà, che dicesse di sì a questo progetto. Invece, come tutte le persone che abbiamo coinvolto nel progetto Miami Bull, da subito si è dimostrato entusiasta, molto attratto dal significato e dal messaggio del progetto stesso. È questa, come tante altre, è stata per noi una continua conferma della validità di questa sfida”.

 Qual è il significato dell’opera?
“Che il mondo della finanza è cambiato e che la linea che demarca il confine tra la finanza cosiddetta “tradizionale”, con sede a Wall Street, e la nuova finanza cripto, con sede a Miami, è sempre più marcato. Abbiamo voluto rivedere in maniera attuale e rivolta al futuro, il simbolo della finanza, nella città che per prima ha capito e creduto in questo cambio epocale.
Allo stesso tempo, era per noi importante dare un segnale forte di inclusività: la finanza non è patrimonio di singole persone o di caste, ragione per cui il Miami Bull non ha genitali, è genderless”.

Inaugurazione del Miami Bull
Luca Pannese, Maurizio Marchiori e Luca Lorenzini all’Inaugurazione del Miami Bull al Bitcoin 2022

Come è nata la collaborazione tra Octonano Agency, TradeStation  Group, Inc. e SMALL? 
“È stato da subito chiaro che Marco Carrucciu volesse qualcosa di davvero disruptive: serviva aggiungere al team Octonano & Tradestation una realtà altamente creativa e di visione. Ho pensato subito a Luca Pannese e Luca Lorenzini di SMALL che avevo già visto in azione in altri progetti.
Insieme abbiamo presentato 10 diversi concept creativi; il “Bull” era la proposta più azzardata, tanto che avevamo addirittura quasi pensato di non presentarla… ed invece! Marco ha accettato questa sfida con grande coraggio e i risultati sono arrivati! Un’altra dimostrazione che la creatività può entrare in qualsiasi strategia ed in qualsiasi azienda, prodotto e settore”.

Quanto conta l’italianità in questa collaborazione?
“Tanto. La creatività e la visione hanno fatto la differenza per il Miami Bull. Va detto che tutti noi italiani dentro al progetto viviamo e lavoriamo negli States da tantissimi anni. Per noi l’anima creativa e sognatrice italiana, fatta di cultura e bellezza, si è oramai mischiata a quella anglosassone, pragmatica e metodica e sempre rivolta al futuro. L’unione di queste due anime ha fatto la forza. Una nutre l’altra”.

Quale sarà la destinazione futura del Miami bull?
“Dopo il reveal al Convention Center di Miami, in occasione di “Bitcoin 2022”, il Miami Bull si trova ora al Miami Dade College ( Wolfson Campus 300 NE 2ND AVE, MIAMI) nella sua posizione finale. Crediamo che non ci possa essere una location migliore di questa. La cultura e la conoscenza sono le fondamenta del futuro, e non può che essere un messaggio beneaugurante quello di donarlo al piú importante public college degli States. Speriamo che il Miami Bull diventi, un po’ come il Charging Bull di New York, un punto di riferimento per le generazioni future.
Il Toro di Miami o #MiamiBull  si trova in una città che sta diventando sempre più internazionale, che vuole diventare la capitale del Web3, punto di congiunzione tra Nord e Sud America, Miami vuole dare ai giovani segnali forti e puntare su di loro per creare il nuovo futuro”.

Furio Tedeschi è digital artist e scultore 3D, ideatore di  personaggi hollywoodiani come Transformers, The Last Knight, Batman vs. Superman, Gremlins 2 e Rise of the Beasts (2023).

Il processo di realizzazione del Miami Bull ha coinvolto più di 30 persone e più di sei mesi di lavoro per completarlo  e, dopo essere stato svelato all’inaugurazione del Bitcoin 2022 dal sindaco di Miami,  Francis Suarez, è stato immortalato da migliaia di persone e comparso sulle pagine dei media americani, come  il New York Times, Bloomberg, Forbes e molti altri.

La scultura robotica resterà all’ingresso del Miami Dade College’s Wolfson Campus. Per informazioni  più dettagliate si può consultare il sito  miamibull.com eseguire l’hashtag #MIAMIBULL su Instagram.

da La Voce di NewYork




Non si sa quali armi l’Italia manda in Ucraina

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202917654 145e91b2 0274 458e bf96 0c386c541c66“La lista è secretata per non mettere a rischio il Paese e non informare colui che sta aggredendo il popolo ucraino”. Lo ha detto il presidente del Copasir Adolfo Urso, intervistato a ‘L’ospite’ su Skytg24, parlando della lista di “equipaggiamenti e armi” inviati in Ucraina.

L’eventuale invio di ulteriori armi “lo deve deliberare il Governo”, ha rilevato Urso, ricordando che il premier Draghi, nella sua recente audizione al Copasir, “ci ha assicurato che il Governo presenterà al nostro Comitato una nuova lista, ove ci fosse”.

“Non siamo in guerra, facciamo parte di un’Alleanza militare difensiva che ha deciso di inviare equipaggiamenti e armi al popolo ucraino per difendersi dall’aggressore”. Così il presidente del Copasir Urso ha risposto alla domanda se l’invio di armi all’Ucraina significhi essere in guerra.

agi.it




Secondo Confindustria sulle auto elettriche rischiamo la dipendenza dalla Cina

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unnamedAGI – Puntare solo sull’auto elettrica in Italia e in Europa vuol dire mettere a rischio milioni di posti di lavoro e creare una dipendenza dalla Cina, simile a quella con la Russia per il gas. Questo il quadro tracciato da Marco Bonometti, presidente del Gruppo Omr e membro del consiglio generale di Confindustria, in un’intervista all’AGI. “Puntare solo sull’auto elettrica – attacca Bonometti – è un suicidio. Può essere una delle varie soluzioni per ridurre le emissioni, ma nella situazione attuale non è sostenibile avere in Europa tutte auto elettriche: non c’è sufficiente energia, sia a livello di quantità che di qualità (l’energia pulita)”. “In Italia non abbiamo energia sufficiente per far girare fabbriche e dipendiamo al 95% dal gas per produrre energia”. Inoltre, per quanto riguarda l’auto elettrica, “mancano le materie prime per le batterie: litio e nichel. Ma anche se dovessero esserci in futuro, se prima dipendevamo dal gas russo, con l’auto elettrica dipenderemo da componenti che arrivano dall’Asia, in particolare Cina e Taiwan”. Insomma, “se oggi siamo in mano alla Russia per il gas, domani saremo in mano alla Cina per le batterie”. Secondo l’ex presidente di Confindustria Lombardia, “non possiamo affrontare la transizione tecnologica se prima non riusciamo a risolvere il problema energetico. Ci devono dire che energia ci daranno, quanta e a che prezzo”. Secondo Bonometti, “l’Europa avrebbe dovuto approntare una batteria tutta europea, magari alimentata dall’idrogeno”. In ogni caso, non ha senso puntare solo sull’elettrico perché “le tecnologie si stanno evolvendo ed è assurdo stabilire oggi quello che avremo a disposizione tra 10 anni”.  La guerra in Ucraina, continua l’esponente di Confindustria, “ha messo in evidenza l’infondatezza del ‘Green deal’ europeo, sostenuto più da logiche ideologico-politiche che da ragioni scientifico-industriali. Serve prima di tutto un mercato europeo dell’energia che sia indipendente ma anche competitivo”. Dunque “sì alla decarbonizzazione ma con neutralità tecnologica. L’Europa contribuisce solo per l’8% all’emissione di CO2 e di questo solo l’1% dipende dalle auto. Capiamo, invece, se nella transizione tecnologica l’auto elettrica venga considerata una delle componenti, assieme a motori endotermici alimentati con carburanti non fossili o biometano, idrogeno, carburanti e-Fuel o derivati da vegetali. Inoltre devono essere considerate tutte le emissioni di CO2 dal processo per produrre le vetture e fino alla fine vita della vettura, non solo l’attività di circolazione”. Anche sull’occupazione, puntare solo sull’auto elettrica può essere devastante: “Se apriamo a tutte le tecnologie alternative, avremo un incremento dell’occupazione; se invece ci basassimo solo sull’elettrico, perderemo in Europa milioni di posti lavoro”. In Italia le aziende dell’automobile “rappresentano il 7% del Pil, se si mette assieme tutto l’indotto. Le imprese coinvolte sono 6 mila per 300 mila addetti, con un gettito fiscale di 77 milioni all’anno”. Un intero settore che “rischia di essere messo in ginocchio” se si confermerà di voler puntare solo sull’auto elettrica.




Il governo italiano ha firmato una “dichiarazione d’intenti” sul gas in Angola

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184213627 a1b0907a 0d18 4761 90f4 8d5911c8322dAGI – Algeria ed Egitto prima di Pasqua, Congo e Angola questa settimana, Mozambico a maggio: l’Italia ha lanciato un’offensiva diplomatica in Africa per uscire dalla sua situazione di dipendenza dal gas russo, diversificando così il suo portafoglio di fornitori nel modo più rapido possibile. Lo stesso premier Mario Draghi ha ribadito più volte l’obiettivo di non dipendere più da Mosca e a questo scopo, doveva recarsi oggi a Luanda e domani a Brazzaville per concludere i nuovi contratti di fornitura.

Essendo risultato positivo al Covid, la missione diplomatica è stata guidata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dal titolare della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, accompagnati dall’ad di Eni Claudio Descalzi. Ed infatti, proprio nell’ottica di rafforzare la cooperazione nel settore energetico, Roma sta usando le ottime relazioni che il gruppo energetico italiano ha costruito in 69 anni di presenza in Africa, dove è leader sia in termini di produzione che di riserve.

In particolare, dopo la firma a Luanda, la delegazione è partita alla volta di Brazzaville, in Congo, per firmare una nuova Dichiarazione d’intenti. Arriverà stasera ma gli incontri ufficiali sono previsti per domattina.

L’intenzione del governo italiano è di sviluppare anche un progetto già avviato da Eni in Congo, provando così a rendere indipendente il nostro Paese dalle forniture di Gazprom prima ancora che in sede europea si trovi una posizione unica sul pagamento delle forniture. L’anno scorso il gigante russo energetico ha garantito oltre 29 miliardi di metri cubi di metano. Il gas aggiuntivo dei giacimenti angolani e congolesi arriverebbe sotto forma di Gnl, gas naturale liquefatto, e proprio per questo il Governo italiano sta lavorando anche ad un maggior utilizzo dei terminali di gassificazione, che in Italia attualmente sono tre.

Peraltro i piani di Eni prevedono una crescita di investimenti e attività nei Paesi africani nei prossimi anni: a sud del Sahara i principali hub dell’Eni si trovano in Congo, Angola, Nigeria e Mozambico, aree in cui le attività estrattive sono aumentate in modo considerevole. Nel 2020, la produzione annuale di gas della società guidata da Descalzi è ammontata a 1,4 miliardi di metri cubi mentre quella complessiva di idrocarburi è stata pari a 27 milioni di boe.

La giornata di domani della delegazione italiana inizierà al ministero degli affari Esteri Congolesi dove ad attenderla ci sarà il ministro Jean-Claude Gakosso. A seguire, è previsto l’incontro tra Gakosso e i due ministri italiani. Quindi verrà firmata la Dichiarazione d’Intenti (sottoscrivono il Ministro Cingolani e il Ministro congolese per gli idrocarburi Bruno Jean Richard Itoua) e poi un accordo in ambito energetico (firmeranno l’ad di Eni Descalzi e il Ministro congolese per gli idrocarburi Itoua). Al termine, la consueta foto di famiglia nell’atrio del Ministero Affari Esteri del Congo.

Successivamente, la delegazione italiana si trasferirà al Palazzo Presidenziale per l’incontro con il Presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou N’Guesso.




Teresa Cristina di Borbone: da Napoli ai tropici

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comunita italiana“Dieci anni fa, nel 2012, fu un professore italiano (docente presso l’Università Federale di Rio de Janeiro) a fare giustizia di una lunga e grave amnesia di carattere storico-culturale; dobbiamo infatti a Nello Avella, prematuramente scomparso a causa di una grave malattia, la prima biografia articolata su questa donna che nel 1843 partì da Napoli alla volta di Rio de Janeiro per il matrimonio con l’imperatore Don Pedro II”. Così scrive Fabio Porta, senatore Pd eletto in Sud America, nella rubrica che cura su “Comunità italiana” diretto a Rio de Janeiro da Pietro Petraglia.
Teresa Cristina di Borbone, che da imperatrice del Brasile si meritò il titolo affettuoso e riconoscente di “madre dei brasiliani”, è in realtà anche la “madre dell’Italia in Brasile”; sì, perché è grazie a lei che le varie manifestazioni dell’influenza italiana in Brasile iniziarono a prendere corpo in maniera “sistemica”, così come ci racconta il bel libro di Avella. Nel periodo 1843-1889, dall’arrivo a Rio fino alla sua morte in esilio, si formò infatti il primo nucleo della grande colonia italo-brasiliana sviluppatasi poi con le migrazioni di fine Ottocento e dell’inizio del secolo scorso.
Di particolare rilievo, nel processo di integrazione tra il nostro Paese e il Brasile, fu l’attività archeologica fatta svolgere dall’imperatrice in terreni di sua proprietà in Italia; dagli scavi eseguiti nella zona di Veio provengono i numerosi reperti etruschi oggi esposti nel Museu Nacional di Rio de Janeiro, insieme alla splendida collezione d’arte pompeiana che faceva parte della sua dote nuziale.
Il nome dell’imperatrice inoltre è rimasto legato alla “Collezione Teresa Cristina”, una ricchissima raccolta di incunaboli, libri rari e opere d’arte di importanti autori italiani, donata al Brasile da D. Pedro II dopo la morte della moglie. Questa collezione, insieme ai reperti del Museu Nacional e agli oggetti esposti al Museu Imperial di Petrópolis, costituisce oggi uno dei maggiori giacimenti culturali italiani fuori dai confini nazionali.
A ricordare e a rendere in qualche modo popolare la memoria di Teresa Cristina hanno contribuito alcune iniziative in Italia e Brasile in occasione delle commemorazioni per i duecento anni dalla sua nascita. La maggiore rete televisiva brasiliana, la Globo, non poteva mancare a questo appello dedicando proprio all’imperatrice napoletana una telenovela nell’orario di massimo ascolto di questo tipo di fiction televisive; “Nos tempos do imperador”, questo il titolo della ‘novela’, è stata costruita intorno alla figura di Teresa Cristina, interpretata dalla bravissima attrice italo-brasiliana Leticia Sabbatella. Un’altra amica, nonché una eccellente storiografa italiana da anni innamorata del Brasile e delle sue tradizioni storiche e culturali, Antonella Roscilli, ha contribuito alla realizzazione della produzione televisivo-cinematografica supportando la Globo (e in particolare l’interpretazione della Sabbatella) con i suoi preziosi consigli e orientamenti di carattere storico e letterario.
Anche l’Italia ha fatto la sua parte, con diverse iniziative e manifestazioni. Voglio qui ricordarne soltanto una, la bella mostra fotografica allestita preso la “Sala Portinari” dell’Ambasciata del Brasile a Roma, nella splendida cornice di Piazza Navona. Nella presentazione dei curatori della mostra, ricca di immagini inedite dell’imperatrice relative al periodo della sua partenza e agli anni di vita in Brasile, fino alla sua morte nel 1889, si evidenzia come Teresa Cristina “da un lato si impegnò a trasformare Rio de Janeiro in una “Repubblica italiana delle arti”, incoraggiando diversi artisti italiani a venire in Brasile; dall’altra, parallelamente, promosse l’Italia come meta di studio per gli artisti brasiliani”. Una vera antesignana della grande e bellissima storia di amicizia tra i nostri due popoli; una strada, quella intrapresa dalla “madre dei brasiliani” che dovremmo provare a riprendere e percorrere con altrettanto entusiasmo e determinazione, proprio oggi che il mondo necessita come non mai di bellezza e cultura, integrazione e multiculturalità”. (aise) 

di Fabio Porta




Magazzino: il cuore dell’”arte povera” italiana nella Hudson Valley di New York

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catturaA Cold Spring, 80 chilometri a nord delle Nazioni Unite, una struttura candida si erge al centro di un giardino curato al millimetro. È Magazzino Italian Art, un museo e centro di ricerca dedicato al progresso dell’arte italiana dal dopoguerra a oggi negli Stati Uniti. La struttura, fondata senza scopo di lucro da Nancy Olnick e Giorgio Spanu, esplora l’impatto e la risonanza dell’arte italiana a livello globale e lo fa attraverso le sue iniziative curatoriali, accademiche e pubbliche.

Vittorio Calabrese, che oggi ne è il direttore, è arrivato a New York 11 anni fa. È Irpino, si è laureato in Management delle istituzione pubbliche e culturali in Italia e all’inizio del suo percorso sognava la carriera diplomatica. Poi, a New York, cupido ha scoccato la freccia ed è esploso l’amore con l’arte. A New York Calabrese consegue un Master in Storia dell’arte, fino ad arrivare a Magazzino dai giorni del suo esordio. 

Vittorio Calabrese

“New York è la città creativa per eccellenza – racconta Calabrese – ma prima della pandemia si stava assestando su ritmi troppo veloci, con un mercato dell’arte sempre più speculativo. Oggi, anche grazie agli ultimi due anni, ci siamo forse resi conto che forse le cose non stavano andando nel modo giusto e abbiamo rallentato. Credo sia stata una bella boccata d’aria fresca”. 

Della necessità di un cambio di passo, in realtà, a Magazzino se ne erano già accorti prima dell’avvento del Covid. Era l’autunno del 2019 quando Marinella Senatore, artista specializzata in arte visiva, diede alla luce un progetto di mappatura della comunità che circonda Cold Spring, portando in strada oltre mille persone e 300 performer.

“È stato quello il punto di volta nella costruzione dell’identità del museo. Questa, infatti, era proprio l’idea con la quale Nancy Olnick e Giorgio Spanu hanno aperto le porte del centro cinque anni fa”.

Olnick e Spanu, due filantropi innamorati dell’arte.  “La nostra passione – raccontano – ci ha ispirato a esplorare e raccogliere una significativa collezione di arte italiana dal movimento dell’Arte Povera dagli anni ’60 fino ai giorni nostri. La sfida principale che dobbiamo affrontare è come informare al meglio il pubblico americano sullo sfondo storico da cui è emerso questo movimento artistico. Comprendere la radicalizzazione socio-culturale e politica dell’epoca, oltre all’impatto del boom economico e industriale verificatosi in Italia negli anni ’60, è fondamentale per apprezzare appieno il valore di queste opere”.

Nancy Olnick e Giorgio Spanu

Partendo da questa volontà, Magazzino continua a sponsorizzare sia artisti italiani contemporanei che artisti internazionali, il cui lavoro è fortemente legato alla cultura e al patrimonio artistico italiano, attraverso eventi e collaborazioni anche con sedi d’arte esterne.

“Con la pandemia ci siamo guardati un po’ dentro – continua Calabrese – e abbiamo deciso di focalizzarci sugli artisti, i più colpiti dal covid, iniziando un progetto digitale che ha avuto grande successo, perchè ha aperto le porte di Magazzino a tutti coloro che non si trovavano sulla East Coast e a tantissimi italiani che non riuscivano a viaggiare. È stato in quel momento che ci siamo resi conto di come le nostre iniziative, partendo da Cold Spring, potessero propagarsi nel mondo”. 

Un evento dal vivo al Magazzino Italian Art

Una ventata di entusiasmo che ad oggi, con il covid-19 in declino, non si è ancora fermata. “Parlando di normalità. abbiamo avuto la nostra prima lecture in presenza e siamo tornati a fare programmi dal vivo. Apriremo una mostra il 6 di maggio legata all’arte povera incentrata sull’ecologia, ma anche una collaborazione con Manitoga (il centro di design lungo la New York State Route 9D) sempre sulle le stesse tematiche.

Per l’estate, poi, apriremo il cinema all’aperto che andrà a sostituire il drive-in e torneremo ad avere il pubblico in piazza. Andiamo avanti con ottimismo: finalmente abbiamo una programmazione molto più simile al 2019 rispetto agli ultimi due anni. E questa è una grande vittoria”.

da La Voce di New York




La storica fonderia bresciana che lavora in perdita per tenere i clienti

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unnamedAGI – “Lavoriamo in perdita perché se ci fermiamo rinunciamo ai nostri clienti, tra cui anche delle multinazionali, conquistati con fatica in anni di lavoro. Non possiamo però nascondere che la situazione è tragica”. Proprio per non suscitare allarme nella sua clientela internazionale, Giuseppe, amministratore di una fonderia di metalli non ferrosi, di ottone in particolare, che fattura 16 milioni all’anno, preferisce mantenere l’anonimato suo e dell’azienda che ha sede nel Bresciano. Ma mostra all’AGI le bollette di questo e dell’anno passato per la fornitura di energia elettrica che sono eclatanti. “Nel primo trimestre del 2011 abbiamo pagato 50,217, 68 euro a gennaio, 52.325,89 a febbraio, 56.083,79 a marzo. Il confronto con quest’anno è abissale: 178.714,38 a gennaio, 182.305,69 a febbraio e 225.806,03 a marzo”.

“I clienti per ora sono comprensivi” “I problemi sono iniziati nell’autunno dell’anno scorso e siamo stati presi in contropiede perché erano inimmaginabili – spiega l’imprenditore che amministra l’azienda dal 2011 dopo averne ereditato la guida dal padre che l’aveva fondata nel 1974 -. Quando si hanno avvisaglie di aumenti si corre al riparo facendo contratti lunghi. Sfortuna nella sfortuna il nostro contratto per la fornitura scadeva proprio quando è scoppiata la crisi e ci siamo dovuti prendere quello che c’era, senza possibilità di trattare”. Ora, dice, “stiamo subendo il mercato perché la velocità del cambiamento è stata tale che non ci siamo potuti adeguare”. La conseguenza “è che abbiamo dovuto chiamare i clienti e avvisarli che avremmo aumentato i pezzi. Noi esportiamo il 70 per cento dei nostri prodotti in Europa e hanno capito la situazione anche perché è comune a tutti. Hanno accettato i rialzi ma è chiaro che se va avanti così per un anno saremmo costretti a chiudere”.

C’è un paradosso in questa storia: “La domanda in questo momento è molto alta e più lavoriamo più ci mangiamo l’utile. Il bilancio sarà molto in rosso e lo dico adesso, a metà aprile”. Per adesso non sono stati chiesti ammortizzatori sociali per il centinaio di dipendenti. “Non possiamo permetterci di perdere clienti perché ritardiamo le consegne con un personale ridotto. Non molliamo anche se non ricordo un momento peggiore, né con la crisi del 2008 né col Covid. Cosa può fare lo Stato? Mettere un tetto agli aumenti. In questo momento il 150% invece del 300%, per fare un esempio, sarebbe già tantissimo. Se me lo avessero detto un anno fa avrei pensato di parlare con un pazzo”.




Il mito della velocità Valery Borzov: “Onorai l’Urss ma questa guerra è spaventosa”

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unnamedAGI – Da leggenda dello sprint e dell’atletica mondiale gareggiando per l’Unione Sovietica a primo presidente del Comitato olimpico ucraino e ora membro di quello stesso Comitato presso il Cio: Valery Borzov è stato un alfiere dell’Urss, al punto da aderire ai giovani comunisti del Komsomol, ma ora insieme a tutto il suo Paese vive l’orrore dell’invasione voluta da Mosca. “La guerra è la natura selvaggia del ventunesimo secolo”, dichiara commosso dalla sua casa di Kiev in un’intervista all’AGI, “è spaventoso guardare il telegiornale e vedere le strutture civili e le abitazioni che vengono distrutte: muoiono le persone a noi familiari. Facciamo un grande sospiro, quasi ci rallegriamo, quando un razzo russo cade senza aver colpito nulla”.

Borzov oggi ha 72 anni ma resta l’unico europeo ad aver vinto l’oro nei 100 e 200 metri nella stessa edizione delle Olimpiadi: accadde mezzo secolo fa a Monaco di Baviera. Assieme a lui c’è la moglie Lyudmila Tourischeva, mito della ginnastica artistica con in bacheca nove medaglie olimpiche (sei d’oro) e otto ori mondiali conquistati nel decennio ’60-’70. Valery e Lyudmila hanno scritto la storia nei loro sport da sovietici ma dalla dissoluzione dell’Urss sono a tutti gli effetti ucraini.

Valery Borzov, soprannominato il ‘missile a due gambe’, era il grande rivale di Pietro Mennea. Sul podio dei 200 ai Giochi del ’72 sono saliti assieme, Valery sul gradino più alto, la “freccia del sud” su quello più basso. A differenza di Mennea, Borzov non è mai stato primatista mondiale dei 200 dove il suo personale è di 20″00 (10″07 sulla mezza distanza). “Pietro era speciale in tutto, la natura lo aveva dotato di enormi individualità, era prima un mio amico e poi un rivale”, ha detto Borzov rispondendo alla domanda sul rapporto che aveva con Mennea. “Gli italiani mi hanno reso amico dell’Italia proprio grazie a destini sportivi di Pietro e mio”, ha aggiunto lo sprinter nato a Sambir, cittadina ai confini con la Polonia. Poi il pensiero va a un italiano dei ‘tempi moderni’, Marcell Jacobs: “Voglio augurare a Jacobs di migliorare il suo record (9″80 sui 100, ndr) e di sorprendere se stesso e ancora una volta i suoi tifosi”.

Imbattuto in Europa nei 100 metri dal 1969 al 1977 – nel 1978 a Praga, Mennea vinse 100 e 200 – Borzov ricorda con piacere l’impresa di 50 anni fa. “Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della mia doppia vittoria alle Olimpiadi di Monaco. Sono momenti che resteranno nella memoria per tutta la vita, dalla festosa reazione degli spettatori allo stadio alla maggiore attenzione dei giornalisti, dalle congratulazioni di parenti e amici fino alla popolarità per strada e nei luoghi pubblici. Quando ho tagliato il traguardo il mio primo pensiero è stato: “È davvero così semplice?”.

Nel 1978 i primi guai, l’infortunio al tendine d’Achille che lo portò abbastanza rapidamente ad appendere le scarpette al chiodo e quindi a rinunciare alle Olimpiadi di Mosca ’80. “La decisione di porre fine alla mia carriera è stato, come il tradimento di alcuni amici, il momento meno bello della mia vita”, dice Borzov, “sognavo davvero di partecipare alle Olimpiadi di Mosca ma ho tirato un sospiro di sollievo quando mi sono reso conto che non avrei potuto esprimermi al meglio”.

Borzov è stato un simbolo dello sport sovietico e non rinnega di aver servito l’Urss: “L’Unione Sovietica fa parte della mia biografia, insieme a tutti i suoi vantaggi e svantaggi, per me è stato un onore portare la bandiera del Paese alla chiusura dei Giochi di Monaco di Baviera”.

Dal ritiro fino a metà degli anni ’80, il cinque volte medagliato olimpico aveva militato nel Komsomol, i giovani comunisti leninisti dell’Urss. Dopo una carriera sportiva lunga 16 anni sotto le insegne sovietiche, Borzov è stato il presidente fondatore del Comitato olimpico nazionale ucraino, in seguito all’indipendenza del 1991. “La creazione del Comitato è avvenuta sulla base i documenti che ci impegnavano a seguire le tradizioni degli sport nazionali e del movimento olimpico internazionale”, ricorda, “la missione principale della mia presidenza era far ottenere all’Ucraina il riconoscimento dal Comitato Olimpico Internazionale”.

Sul doping, piaga nello sport, Valery Borzov è chiaro: “Il doping è una malattia morale dello sport moderno, personalmente ho ottenuto vittorie e risultati prestigiosi senza essere ricorso al doping”. Infine, un pensiero per l’atletica leggera: “L’innovazione è il motore del progresso e l’atletica è già cambiata perché è diventata più femminile”.




New York, spari in metropolitana: almeno 16 feriti

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newyorkmetro3 afpSparatoria nella metropolitana di New York: almeno 16 persone ferite. Un uomo – ancora ricercato – ha lanciato un fumogeno, provocando il panico e la calca in cui diverse persone sono rimaste ferite, e poi ha aperto il fuoco. In particolare sono 10 le persone che sono rimaste ferite da colpi di arma da fuoco, secondo quanto hanno reso noto le autorità. La polizia di New York, che ha recuperato una pistola, non sta indagando per terrorismo. La Cnn, citando due uomini delle forze dell’ordine, riferisce che la pistola usata si è ”inceppata”.

“Diversi ordigni inesplosi” sono stati trovati nella stazione di Brooklyn, secondo il dipartimento dei Vigili del fuoco di New York, che non ha fornito ulteriori dettagli. L’allarme è scattato quando è stato notato fumo uscire dalla stazione sulla 36ma strada, Brooklyn Sunset Park.

La polizia sta dando la caccia ad un uomo che indossava una maschera anti-gas ed un gilet arancione usato nei cantieri edili, come riporta il sito del New York Times citando fonti della polizia. Impegnati nella ricerca anche agenti dell’Fbi stanno partecipando alla caccia all’uomo condotta dalla Nypd per individuare il sospetto.

Tutte le scuole della zona di Brooklyn sono state messe in stato di allerta, con l’ordine di “shelter in” che significa che nessuno può lasciare l’edificio e solo gli studenti possono entrare, come rende noto il dipartimento per l’Istruzione.

Secondo quanto riportano i media americani, anche il dipartimento per la Sicurezza Interna è stato allertato, e l’attorney general, Merrick Garland sta seguendo la situazione a Brooklyn.

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Blopolis. È nato un social network dedicato agli scrittori che non riescono a emergere

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unnamedAGI – Nasce in Italia il primo social network dedicato agli scrittori. Uno spazio digitale in cui ogni amante della scrittura può farsi conoscere ed entrare in relazione con chi vive la stessa passione e, soprattutto, con chi ama leggere e acquista i libri.

Una piattaforma in cui non esistono barriere o mediazioni e il successo di uno scrittore o di un libro sono legati esclusivamente al talento e alla capacità di conquistare in modo diretto il pubblico dei lettori. Quanti più blop (sarà questo il sistema che segnala le reazioni positive del pubblico) si conquisteranno, tanta più visibilità e riconoscimenti si avrà all’interno del social.

Blopolis nasce da un’idea di Saro Trovato, sociologo, esperto di media e già fondatore di Libreriamo la community più importante in Italia dedicata agli amanti dei libri. Blopolis nasce per rispondere all’esigenze di migliaia di scrittori di trovare un luogo dove potersi promuovere in modo libero e senza i filtri imposti dalle piattaforme tradizionali e dagli algoritmi dai vari canali digitali. “Abbiamo voluto metaforicamente creare una Città Virtuale totalmente abitata dagli amanti dei libri – afferma Trovato – I booklover avranno a disposizione una città totalmente dedicata a chi ama scrivere e leggere. La vita in Blopolis si svolgerà confrontandosi costantemente con persone che vivono questa passione. È naturale che se non si amano i libri è inutile venire a vivere in Blopolis. La moderazione della piattaforma cercherà di evitare in tutti i modi la presenza di profili non interessati al progetto, escludendoli qualora si violi l’essenza stessa della vita cittadina. Non importa dove ci si trova fisicamente, Blopolis permetterà di essere vissuta 24/7 per 365 giorni all’anno. Le luci in Blopolis non saranno mai spente.”

Basta accedere all’home page di Blopolis per vivere immediatamente la sensazione di entrare in una metropoli in cui la vita si svolge tutta intorno al libro. Non bisognerà fare altro che iscriversi e attraverso il proprio profilo scegliere di scrivere un racconto, una poesia, una recensione. Si potranno pubblicare libri, supportati da booktrailer o altro materiale audio-video e avere l’opportunità di far acquistare le proprie opere direttamente su Amazon e prossimamente attraverso altri canali distributivi e-commerce e fisici.

Blopolis si pone come “editoria fluida”, in linea con le nuove esigenze e le profonde trasformazioni del mercato del libro. Attraverso l’esperienza di 10 anni di Libreriamo, Blopolis vuole dare una risposta alle esigenze e molte volte le frustrazioni degli scrittori, un malcontento derivante dai filtri imposti dal modello editoriale tradizionale, sia per quanto riguarda la pubblicazione dei libri che per la loro promozione.

Da non tralasciare che la critica tradizionale non può fare fronte al numero di libri che vengono pubblicati. Le recensioni mediate dai vari media, blog e influencer possono rispondere alle richieste di una piccola parte dei libri pubblicati e molte volte finiscono inevitabilmente per privilegiare i nomi già noti o legati a relazioni dirette. Un’opportunità anche per gli editori, i quali grazie a Blopolis potranno dare spazio al loro catalogo e allo stesso tempo scoprire nuovi talenti da proporre al mercato. Blopolis offrirà massimo sostegno al self-publishing, al crowd-publishing.  Blopolis si pone anche come collettore tra gli storyteller e il mondo delle aziende.

È uno degli obiettivi di Blopolis promuovere i libri coinvolgendo sempre di più le aziende. Oggi, il marketing ha bisogno di storie nuove per coinvolgere i loro consumatori. Scrittori professionisti o semplicemente amanti della scrittura potranno creare qualcosa di inaspettato e coinvolgente per offrire al pubblico un innovativo modo di raccontare marche e prodotti. Le aziende potranno altresì sostenere la pubblicazione di nuovi autori o dei libri in crowd-sourcing tematici o legati all’impegno sociale e ambientale.