Kherson è caduta in mano ai russi e 40 italiani sono in trappola

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112123389 d2717164 4539 42f8 a034 632372eb7b72AGI – Le forze russe hanno preso il pieno controllo di tutto il territorio della regione di Kherson, nel sud dell’Ucraina. Lo ha affermato il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenov.

“Stanotte abbiamo dormito. Ieri abbiamo sentito il rumore delle bombe, anche stamattina, ma stanotte per fortuna, siamo riusciti a riposare” racconta Giovanni Bruno, italiano, marittimo di Pozzallo bloccato dal 24 febbraio assieme a una quarantina di italiani (figli e coniugi compresi) a Kherson.

L’unità di crisi della Farnesina continua a lavorare. “Mi hanno contattato ieri per rassicurarmi sul loro impegno – dice all’AGI – speriamo si possa trovare una soluzione al più presto, per farci andare via da qui”. Due giorni chiusi in casa: “Ieri non siamo usciti a cercare cibo e non lo faremo nemmeno oggi. Abbiamo sentito i bombardamenti ed è meglio non uscire, ci sono file lunghissime nei posti dove c’è ancora un po’ di cibo, meglio non rischiare”.

“Non vediamo nulla attorno a noi – spiega Giovanni Bruno – tranne che palazzi pensiamo che i bombardamenti siano attorno alla città non dentro Kherson, ma non ne abbiamo certezza. La nostra bimba ha 22 mesi, non comprende ancora cosa sta accadendo. Quando di solito rientriamo dalla ricerca di cibo, la portiamo davanti a casa dove c’è un’altalena. Qualche dondolata e poi si torna a casa subito. Anche per lei è difficile. Tutto il giorno, tutti i giorni dentro casa…almeno così si svaga un pochino”.

L’ansia continua ad aumentare. “Si pensava che sarebbe stata una cosa veloce… ma questa guerra sta durando da tre settimane e non si capisce ancora quando potrà finire. Inizia a scarseggiare tutto. Siamo molto preoccupati. Mio fratello, mia zia la mia famiglia sono anche loro in contatto con l’Unità di crisi”.

La televisione, i telegiornali locali trasmettono on line, riusciamo a seguire qualcosa solo con internet sul computer o con il telefono. Informazioni su bombardamenti e corridoi umanitari. Da Rt ex Russia today, venivano riferite da fonte ministero della Difesa russo le evacuazioni da Kherson di cittadini stranieri: “In totale, i militari russi del distretto militare meridionale hanno trasportato 141 cittadini di Turchia, Ucraina, Kazakistan, Azerbaigian, Libano, Lituania, Vietnam, Grecia, India, Stati Uniti e Russia nella città di Armyansk, in Crimea. L’evacuazione è stata organizzata su richiesta delle rispettive ambasciate e su richiesta di cittadini stranieri”.

E questo risulta anche a Giovanni Bruno. “Altri italiani hanno visto alcuni pullman partire e noi abbiamo conoscenza diretta di una famiglia turca che è stata evacuata ed è ad già a Istanbul. Ogni giorno speriamo sia l’ultimo giorno di attesa”.




Caccia Italiano e tedesco si sono alzati in volo in Romania per un velivolo sospetto

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210053530 a7d2b552 edcf 41af 9a86 f95ee61ac4e4AGI – Un altro scramble congiunto – il quarto finora – per la componente italiana e tedesca attualmente impegnata nell’operazione di Air Policing promossa dalla Nato per rafforzare la difesa dello spazio aereo della Romania.

L’ordine di decollo rapido della coppia di Eurofighter – spiega il ministero della Difesa- è arrivato “a seguito di un potenziale ingresso nello spazio aereo sotto la responsabilità della Romania da parte di un velivolo non autorizzato”.

I due caccia sono stati impiegati in una missione di Cap (Combat air patrol) all’interno della Fir (Flight information region) rumena prima di rientrare nella base di Costanza.

Da due settimane, grazie ad un accordo bilaterale, l’Aeronautica italiana e quella tedesca stanno garantendo il rafforzamento del dispositivo di difesa aerea del Paese europeo, un’attività che si inserisce all’interno dell’impegno che l’Aeronautica Militare, attraverso la Task Force Air Black Storm, assicura in Romania fin dai primi giorni di dicembre nell’ambito della missione Nato a guida italiana di Enhanced air Policing area south.

L’Aeronautica Militare è presente in Romania con otto velivoli Eurofighter ed equipaggi di volo provenienti dai quattro Stormi che normalmente, in Patria, garantiscono senza soluzione di continuità la difesa dello spazio aereo italiano.

In questi tre mesi gli Eurofighter della Tfa “Black Storm” hanno portato avanti numerose attività addestrative e operative nell’ambito del servizio di Qra (Quick reaction allert).

Per l’Italia e l’Aeronautica Militare si tratta della seconda operazione di Air Policing in Romania, dopo la prima esperienza nel 2019.

La Tfa Black Storm, impegnata oggi a rafforzare il sistema di difesa aerea rumeno, cosi’ come le altre unita’ dell’Aeronautica Militare che hanno preso parte alle altre Air Policing è una struttura che ricalca nelle sue funzioni uno Stormo, l’unità operativa caratteristica dell’Aeronautica Militare.

È una struttura funzionale e al tempo stesso flessibile. I velivoli sono integrati all’interno del dispositivo della Nato a supporto delle operazioni di sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi dell’Alleanza ed operano in stretto coordinamento con gli assetti alleati presenti nell’area.




Passato, presente e futuro del Made in Italy in USA: Mucci (We the Italians) intervista Antonino Laspina (Ice NY)

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15iceny“Se il Made in Italy è un aspetto fondamentale della presenza italiana in America, ormai non solo dal punto di vista commerciale ma anche da quello diplomatico e culturale, è l’ICE che si occupa principalmente di seguire il sistema della promozione e della distribuzione dei prodotti italiani negli Stati Uniti. L’ICE è presente in America con cinque uffici, divisi territorialmente ma anche tematicamente. A coordinare tutto è l’ufficio di New York, guidato da un paio d’anni da Antonino Laspina, un esperto dirigente che ha girato il mondo ed è stato anche a capo del marketing dell’ICE in Italia. L’intervista al Direttore dell’ICE di New York è stata per me davvero molto interessante, e sono sicuro che lo sarà anche per i nostri lettori. Un grazie di cuore al Direttore Laspina per la sua disponibilità”. Inizia così l’intervista che Umberto Mucci, fondatore e direttore di “We the italians” portale dedicato a Italia e USA, ha realizzato ad Antonio Laspina, direttore dell’ICE di New York.
“D. Direttore, per prima cosa una nota personale: nella storia della sua famiglia c’è un legame con l’America, giusto?
R. Sì, è vero. Un mio bisnonno con un suo fratello nel 1906 decisero come tanti altri di andare in America. Rimasero circa tre anni, poi però decisero di rientrare come tanti. La mia famiglia non aveva dato grande enfasi a questo episodio. Tuttavia per me, che sono cresciuto nella casa del nonno materno, il figlio di questo signore che temporaneamente era stato italoamericano, non era qualcosa banale. Da ragazzino notavo oggetti che erano completamente avulsi rispetto alla classica decorazione di una casa siciliana, e quindi iniziai a chiedere e cominciò a venire fuori questa cosa: erano oggetti riportati dall’America dal mio bisnonno, e iniziarono ad aggiungere notizie su di lui.
Il mio nonno materno mi regalò una penna stilografica di suo padre e io l’ho usata molto perché negli anni ‘80 la penna stilografica andava molto di moda e a me faceva piacere avere una penna stilografica comprata negli Stati Uniti. Al di fuori di questo, nella mia carriera anche prima di venire a lavorare qui ho incrociato diverse volte i mercati statunitensi, in particolare in due occasioni che amo ricordare. La prima fu quando feci parte della delegazione che venne in visita subito dopo l’undici settembre. Fummo ricevuti dal sindaco Giuliani che ci portò addirittura sul posto, e ricordo momenti davvero toccanti, sensazioni molto forti. La seconda riguarda la mia partecipazione a un progetto che era stato creato dallo IAI (Istituto Affari Internazionali), un centro studi italiano di relazioni internazionali con sede a Roma. Il progetto si chiama Young Leaders e ha visto nel tempo la selezione di giovani emergenti. Ricordo che nel 1997 grazie a questo programma andai a San Francisco per un corso di una settimana e, andammo a pranzo con l’allora ancora poco conosciuta Nancy Pelosi”.
L’intervista completa disponibile a questo link(aise)




Ucraina, 30 parlamentari pronti a partire. Farnesina: “Non andate”

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ucraina guerra afpUna delegazione parlamentare italiana si prepara a entrare in terra ucraina? Una trentina di parlamentari, a quanto apprende l’Adnkronos, avrebbe aderito a una iniziativa lanciata dall’Associazione Comunità Papa Giovanni XIII. In una lettera dell’8 marzo indirizzata a deputati e senatori, il presidente della comunità, Giovanni Paolo Ramonda, ha proposto agli eletti “di prendere parte ad una delegazione che nei prossimi giorni entri nel conflitto ucraino”. L’iniziativa, secondo quanto viene riferito, ha allarmato la Farnesina, al punto che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha scritto ai presidenti di Camera e Senato, ai capigruppo e ai leader di partito, chiedendo loro di dissuadere i parlamentari dal loro proposito. Secondo quanto si apprende, i parlamentari sarebbero intenzionati a recarsi a Leopoli.

Nella lettera (che l’Adnkronos ha potuto visionare) inviata dalla Comunità Papa Giovanni XIII ai parlamentari vengono spiegati i dettagli dell’iniziativa: “La delegazione sarà accompagnata da una scorta civile non violenta ed avrà come obiettivo principale quello di essere al fianco della popolazione e creare uno spazio di evacuazione dei civili ucraini intrappolati sotto il fuoco dell’esercito russo. In particolare intendiamo raggiungere un gruppo di trenta bambini orfani per evacuarli. Riteniamo che questa guerra si possa fermare solo entrando nel cuore del conflitto, formando una delegazione europea di politici, società civile e chiese che, con la propria presenza, sia un deterrente all’uso della violenza e apra uno spazio di tregua”, si legge.

“Una nostra delegazione è appena rientrata dall’Ucraina. E’ necessario essere rapidi e noi possiamo offrire la nostra trentennale esperienza in zone di conflitto. E’ una proposta che comporta rischi, ma il rischio di rimanere inermi o acuire lo scontro militare sarebbe peggiore. Vi chiediamo di farvi portavoce di questa iniziativa presso i vostri colleghi europei affinché si esprima un’ampia rappresentatività europea. L’Europa è la casa che i nostri padri hanno pensato per mettere fine a guerre e totalitarismi, la casa che è diventata un riferimento in tutto il mondo per la tutela dei diritti degli esseri umani. E’ un momento decisivo della nostra storia, speriamo di poter contare sul vostro aiuto”, conclude la missiva.

DI MAIO – Di Maio chiede che i parlamentari non prendano parte alla missione umanitaria e lo fa con una lettera – visionata dall’Adnkronos – indirizzata ai Presidenti di Senato e Camera, Maria Elisabetta Casellati e Roberto Fico, ai leader di partito e ai capigruppo delle forze politiche in Parlamento. “Gentile Presidente, ho appreso che, con la lettera allegata, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha proposto a Deputati e Senatori della Repubblica di partecipare ad una missione umanitaria in territorio ucraino”, scrive nella missiva il titolare della Farnesina. “Pur comprendendo le buone intenzioni dell’iniziativa, con una lettera del Capo dell’Unità di Crisi, abbiamo ricordato agli organizzatori l’estrema pericolosità della situazione in tutto il territorio dell’Ucraina, Paese martoriato dalla guerra e verso il quale la Farnesina sconsiglia viaggi a qualsiasi titolo. Lo sconsiglio è a maggior ragione necessario per un gruppo importante e visibile di parlamentari e giornalisti, che possono rappresentare un obiettivo sensibile e al tempo stesso generare un meccanismo di emulazione”.

“Nell’attuale contesto – prosegue Di Maio – la loro presenza potrebbe essere facilmente strumentalizzata a scopo bellico o di disinformazione, con conseguenze pesanti per il nostro stesso interesse nazionale. Ciò potrebbe inoltre arrecare grave pregiudizio ai cittadini italiani e stranieri tuttora intrappolati nel Paese”.

“Mi viene riferito che una trentina di parlamentari avrebbero già aderito alla proposta della Comunità”, rende noto il ministro degli Esteri, che prosegue: “Le sarei davvero grato se potesse rivolgere un appello a non prendere parte alla delegazione. Tramite l’Unità di Crisi abbiamo assicurato alla Comunità Giovanni XXIII la disponibilità a fornire ogni assistenza per sviluppare, in sicurezza, altre iniziative umanitarie e di assistenza, anche appoggiandosi alla nostra Ambasciata che, con grande difficoltà e in segno di vicinanza con il popolo ucraino, continua ad operare da Leopoli”.

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Quaranta italiani sono intrappolati a Kherson: “Aiutateci a scappare da qui”

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173312750 21624b64 9722 4820 b3fb 6ed0cebb0db5AGI – “Probabilmente la Farnesina lo starà già facendo, ma vorrei chiedere a chi può di mettersi in contatto con i russi per negoziare un corridoio umanitario per farci uscire da qui, noi non vogliamo questa guerra, quasi tutte le persone qui, questa guerra non la vogliono. Chi vuole lottare che lo faccia ma chi la guerra non la vuole che sia libero di andare via. Per favore fateci uscire”. A parlare è Giovanni Bruno, 35 anni, giovane di Pozzallo, sposato con una donna ucraina di 33 anni, e padre di una bimba di 22 mesi. Era andato a Kherson a fare visita ai parenti di sua moglie. E lì è rimasto, “prigioniero” della guerra. Lui è un marittimo. “Quando mi imbarco, mia moglie torna dai suoi genitori. Questa volta siamo venuti tutti insieme a Kherson; l’intenzione era di accompagnarla e io poi sarei tornato in Italia per l’imbarco; non ci saremmo mai aspettati di trovarci ad affrontare una situazione simile”.

La città è sotto il controllo dell’esercito russo. “I russi non fanno entrare e uscire nessuno dalla città che è circondata. Non stiamo male di salute ma i supermercati sono totalmente vuoti. Mia moglie ha finito le medicine per la tiroide e in farmacia non arrivano. Tutto chiuso, non entra e non esce nulla. Stiamo cercando di andarcene in qualunque modo ma finora non ci siamo riusciti”.

Aspettano, giorno dopo giorno che qualcosa si smuova, hanno provato a uscire dalla città, sono stati fatti tornare indietro. “Qui la situazione è degenerata già nel pomeriggio del primo giorno. Non siamo riusciti a uscire dalla città. L’unico modo per portarci via da qui è parlare con i russi – dice Giovanni – come hanno fatto la Turchia, l’Azerbaijan, Kazakistan e il Vietnam, a quanto ne sappiamo, e come dicono fonti russe, anche gli Stati Uniti. Se la Farnesina non riuscirà a contrattare con la Russia per i corridoi umanitari, non riusciremo mai a uscirne vivi da qua”.

I contatti con l’unità di crisi della Farnesina ci sono e gli italiani attendono notizie giorno dopo giorno. “Siamo in contatto con l’unità di crisi della Farnesina; hanno creato un gruppo di italiani a Kherson, siamo una quarantina quelli tra italiani, coniugi, figli che vogliamo scappare ma ancora la situazione non si sblocca. La strada per uscire, e in questo hanno ragione, è piena di combattimenti tra russi e ucraini ma non ci dicono a che punto sia la situazione, se stanno contrattando o meno con i russi”.

Giornate lunghe e angoscianti. “Ogni giorno appena ci svegliamo usciamo a cercare cibo. Ogni tanto arriva qualcosa di fresco, ci sono camion che vendono patate, cipolle, e poi ci richiudiamo dentro casa stando sempre attenti”. La madre di una donna ucraina sposata con un italiano sta molto male, è una malata oncologica grave, il resto della piccola comunità italiana vive le stesse angosce di Giovanni e della sua famiglia. Angosce che si moltiplicano anche all’idea di lasciare in Ucraina parte della famiglia che per la “legge marziale che c’è qui, non potrà abbandonare il paese. Mio suocero ha meno di 60 anni. Da qui non lo faranno partire. Aiutateci. Chi può si attivi per i corridoi umanitari, fateci uscire da qui”.




Corriere italiano/ Quebec: quattro amici e sei birre dal cuore italiano!

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13corriere““Lubriaque”, “Brisquola”, “Comare”, “Compare”, “Pappagallo” e “Moka Lisa” ed in estate se ne aggiungerà una settima, “Spina”. Sono i nomi alquanto scherzosi, a metà strada tra il dialetto e l’italiano, delle birre “Lobeva”, un marchio che ha portato 4 amici d’origine italiana di Rivière-des-Prairies/Saint-Léonard a fare sul serio ed a lanciarsi nel mondo della produzione di birre artigianali”. A raccontare la loro storia è il “Corriere italiano” diretto a Montreal da Fabrizio Intravaia.
“Tutto nasce dalle tradizioni italiane, in particolare molisane, calabresi e siciliane, coltivate e tramandate nelle case dei genitori di Michele D’Amico, Carmine Cerrone, Anthony Iacono e Stafano Lucia, quattro ragazzi nati e cresciuti nell’est di Montréal che si conoscono da quasi vent’anni, dai tempi delle scuole secondarie.
“Abbiamo iniziato a fare la birra nel sottosuolo della casa di Anthony – spiega Michele – circa 14 anni fa. Le nostre famiglie, come è tradizione per tanti italiani di Montréal, facevano il vino, la grappa, le salsicce, i capicolli. Ci siamo detti: perché non provare a fare anche la birra? L’idea era di berla tra di noi, tra amici. Ma piano piano abbiamo pensato di migliorare le nostre ricette, grazie anche al fatto che Carmine ha studiato Scienza degli alimenti all’università, e abbiamo deciso di partecipare al alcuni concorsi attraverso il Canada. Le nostre birre hanno ricevuto diversi giudizi positivi ed hanno vinto un primo premio, la “Lubriaque”, e un secondo premio, la “Comare”.
Questo ci ha spinti ed incoraggiati a produrle in quantità maggiore in modo da poterle commercializzare e nel 2019 le abbiamo messe in vendita con il marchio Lobeva, un nome che gli italiani capiscono e che incuriosisce i quebecchesi.
Il nostro – aggiunge Michele – è un prodotto tipico del Québec fatto però con la mentalità, il gusto e le tradizioni italiane. Ad esempio, nella “Brisquola” c’è un liquore simile al Campari, un gusto diverso da quello a cui sono abituati i quebecchesi soprattutto quando bevono la birra, ma questo è il nostro marchio di fabbrica”.
“Vogliamo unire le tradizioni quebecchesi a quelle italiane. Siamo cresciuti – interviene Stefano che si è aggiunto a Lobeva in qualità di responsabile delle vendite – con le tradizioni dei nostri genitori, quelle di fare i prodotti fatti in casa, di farli con le nostre mani”. Perché, dunque, non approfittare di questo “savoir-faire” per applicarlo ad una bevanda molto apprezzata nel Québec come la birra?”
“In genere – aggiunge Carmine, il “capo birraio”, – ci vediamo almeno una volta a settimana per provare e/o perfezionare i nostri prodotti fino a quando non troviamo la formula giusta. Ma le decisioni sui prodotti le prendiamo tutti insieme. La prima che abbiamo commercializzato è stata la “Lubriaque” verso la fine del 2018.
Poi nel marzo del 2020, proprio con l’inizio della pandemia, è stata la volta di “Brisquola” e “Comare”; di “Compare” e “Pappagallo” nell’estate dello scorso anno ed infine di “Moka Lisa” nell’autunno scorso”.
La scelta dei nomi
“La nostra prima birra – spiega Michele ridendo – l’abbiamo chiamata “Lubriaque” perché a forza di provare e riprovare ad un certo punto ci sentivamo un po’ …. allegri!”.
“Cerchiamo di giocare un po’ con le parole anche per sollevare la curiosità della gente. La seconda birra l’abbiamo chiamata “Brisquola” – afferma Carmine – perché quando andavamo a scuola la prima cosa che facevamo era quella di giocare a carte! Poi è arrivata la “Comare”, dal gusto più fruttato, forse più adatta alle donne e visto che c’era la “Comare” non poteva mancare una birra un po’ più forte come la “Compare” mentre la “Pappagallo” ha questo nome perché ha un gusto più tropicale ma anche perché in italiano si usa spesso dire di non ripetere le cose come un pappagallo. Infine per la “Moka Lisa”, una birra più scura dal gusto di caffè e cioccolato, ci siamo ispirati al capolavoro di Leonardo da Vinci”.
Inoltre, aggiunge Michele, “i disegni sulle lattine sono stati fatti da alcuni nostri amici artisti. Ad esempio Marco Paradiso ha disegnato l’etichetta della “Lubriaque”, è anche un modo per fare qualcosa di originale e per far conosce il loro lavoro”.
Il nome Lobeva, invece, è frutto di un lungo processo. “All’inizio – afferma Carmine – avevamo scelto il nome Luppolo ma abbiamo scoperto che a Vancouver esisteva già una birra con questo nome. Però avevamo già iniziato a fare il logo. C’eravamo innamorati della lettera L di luppolo ed alla fine abbiamo dovuto scegliere un altro nome con la L e ci è venuto in mente Lobeva nel senso di una birra da bere tutti insieme anche alla salute dei nostri genitori perché se oggi siamo capaci di fare tutto questo lo dobbiamo anche a loro che ci hanno insegnato a fare le cose con le nostre mani”.
L’intenzione di Michele, Carmine, Anthony e Stefano è quella di non fermarsi qui, ma di aprire nel futuro una birreria dalle parti di R.d.P.-St-Léonard, dove poter produrre, far degustare e vendere le proprie birre.
“Durante la pandemia – conclude Stefano – questo non è stato possibile così come è stato difficile farci conoscere. Ora che le cose stanno migliorando, vogliamo esplorare tutte le strade. Vogliamo partecipare ai vari festival e saremo anche al prossimo “Italfestival””.
Cuore, gusto e fantasia italiana, siamo sicuri che Lobeva ha la ricetta giusta per percorrere le strade del Québec.
Per informazioni o per sapere dove trovare i prodotti Lobeva: https://lobeva.ca/, https://www.facebook.com/lobevamtl”.

Dal “Corriere Italiano”




Ucraina-Russia, il super yacht di Putin in Toscana?

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yacht putin fg 1203Il mega yacht ancorato nel porto di Marina di Carrara potrebbe essere di Vladimir Putin, secondo le prime indicazioni raccolte dall’intelligence americana. Lo scrive il New York Times, spiegando che l’intelligence non ha ancora concluso in maniera definitiva che la Scheherazade, una nave da 700 milioni di dollari, appartenga al leader del Cremlino, ma le indicazioni iniziali vanno in questa direzione.

Secondo le fonti americane, Putin si serve di molti prestanome per nascondere case e imbarcazioni di sua proprietà, spesso intestate formalmente a oligarchi. Tuttavia è possibile che la Scheherazade sia controllata più direttamente da Putin attraverso una serie di società di comodo. Durante le estati del 2020 e il 2021, il mega yacht si è recato a Sochi, la località sul mar Nero dove Putin ha trascorso molto tempo da quando è iniziata la pandemia.

Gli yacht sono ‘protagonisti’ di vicende di cronaca giudiziaria collegate alla guerra tra Ucraina e Russia. Le sanzioni colpiscono i beni dei magnati russi, comprese le imbarcazioni di lusso.

Uno dei super yacht della flotta privata di Roman Abramovich, il Solaris, è stato intanto fotografato oggi al suo arrivo a Tivat, in Montenegro. L’imbarcazione aveva lasciato nei giorni scorsi il porto di Barcellona, dove si trovava per dei lavori di manutenzione, dopo che il governo britannico aveva sanzionato il miliardario russo, proprietario tra l’altro dei campioni d’Europa del Chelsea. Il Solaris, riporta il Guardian, giovedì era stato individuato al largo delle coste della Sicilia. L’altro yacht di Abramovich, il più lussuoso Eclipse, giovedì era invece stato avvistato nelle acque a ovest delle Canarie.

A Trieste ieri è stato sequestrato uno yacht da oltre mezzo miliardo di euro di magnate russo. Lo yacht “Sy A” riconducibile a Andrey Igorevich Melnichenko è stata sottoposto a congelamento dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza. Lo yacht, in rimessaggio al Porto di Trieste, ha un valore di circa 530 milioni di euro.

Lungo 143 metri e largo 25 , il ‘Sy A’, è lo yacht a vela più grande al mondo. L’imbarcazione, varata nel 2015, è fra le più costose mai realizzate e batte bandiera delle Bermuda. Infatti, ufficialmente è registrata presso una società del territorio d’oltremare britannico, ma la sua proprietà è riconducibile indirettamente ad Andrey Igorevich Melnichenko, imprenditore russo, colpito dalle sanzioni europee.

A Sanremo, la scorsa settimana, La Guardia di Finanza ha sequestrato all’oligarca russo Gennady Nikolayevich Timchenko lo yacht Lena, localizzato nel porto: il ‘gioiello’ ha un valore di circa 50 milioni di euro.

adnkronos




Assalti ai supermercati e file ai distributori, è vera psicosi tra i consumatori per la guerra

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150539179 4becb997 3549 44c9 b58c a6dece94d483AGI – Gli aumenti ormai quasi quotidiani di tutte le materie prime e gli scioperi previsti nel settore dell’autotrasporto sono alla base di una psicosi che si registra ormai in diverse regioni. Da Nord a Sud, infatti, è scattata nuovamente la corsa, in alcuni casi un vero e proprio assalto, a supermercati e stazioni di rifornimento.

Il nuovo ‘allarme’ tra la popolazione ha motivazioni diverse: da una parte la preoccupazione per l’annunciato blocco degli autotrasportatori, con una prima giornata di sciopero in programma per lunedì 14 marzo; dall’altra l’incubo che la guerra in atto in Ucraina possa porre limitazioni all’arrivo di alcuni prodotti.

Tutto questo incide poi su una terza motivazione, ancora più sentita dagli utenti, il vertiginoso aumento dei prezzi al consumo.

Le segnalazioni di una vera e propria psicosi si moltiplicano in diverse regioni. Nelle ultime ore è toccato alla Sardegna, ma situazioni analoghe si registrano a macchia di leopardo in tutta Italia. Tra i beni difficili da trovare c’è innanzitutto il pellet, necessario per alimentare stufe e caldaie. Questo prodotto ha una distribuzione che proviene da diversi Paesi, ma in effetti c’è un collegamento con i mancati arrivi dall’Europa dell’Est a causa della guerra.

Situazione simile per l’olio di semi: molte catene di supermercati hanno imposto un limite per l’acquisto di questo prodotto, fissando un tetto di due bottiglie a persona. Anche in questo caso, l’Ucraina è uno dei maggiori fornitori per l’olio di semi di girasole che troviamo nei nostri supermercati. Eppure, dalle stesse catene della grande distribuzione trapela fiducia e le scorte sembrano non mancare almeno per alcuni giorni. Rassicurazioni che, evidentemente, non sono bastate per bloccare la corsa alla spesa.

Ad incidere notevolmente su questo fenomeno c’è anche il continuo aumento dei prezzi. I prodotti di prima necessità hanno evidenziato aumenti fino al 100% per la farina, ad esempio, ma a preoccupare molto i consumatori sono i prezzi di carburante, energia elettrica e gas. Questo ha spinto molti utenti a mettersi in fila davanti alle stazioni di servizio.

In Calabria e Puglia, ad esempio, sono molte quelle che hanno esposto cartelli con “carburante esaurito”, ma anche in questo caso le segnalazioni riguardano tutta Italia. Il caso Sardegna: oltre tremila chilogrammi di pasta sono stati venduti in meno di otto ore nei due punti vendita Conad di Alghero (Sassari).

È uno degli effetti della psicosi da scorte che dal 9 marzo sera ha investito l’isola. Farine, zucchero, caffé, pasta, cereali di ogni tipo, passata di pomodoro e acqua sono i beni di prima necessita’ spariti per primi dagli scaffali dei supermercati presi d’assalto per superare un paventato blocco dei trasporti.

L’annuncio dello sciopero degli autotrasportatori, previsto per lunedì prossimo, e una catena di messaggi whatsapp che invitava a fare scorte di beni di prima necessità e acqua, hanno scatenato il panico e creato file fuori dai supermercati.

Il gruppo Conad che gestisce i punti vendita di Alghero, Ittiri, nel Sassarese, Muravera e Villasimius nel Sud Sardegna, e Cabras (Oristano) ha registrato l’aumento delle vendite dei beni di prima necessità indistintamente da nord a sud dell’isola.

“Abbiamo tranquillizzato i nostri clienti”, spiegano all’AGI i titolari del gruppo Conad Medigest. “La situazione è sotto controllo, i prodotti ci sono e ci hanno assicurato che le merci verso la Sardegna continueranno a viaggiare. Le bufale che hanno girato via whatsapp hanno generato un traffico continuo all’interno del negozio. Come in lockdown, anche questa volta sono andati via principalmente beni di prima necessità e a lunga scadenza. Abbiamo richiamato del personale extra per sopperire e garantire l’ordine tra gli scaffali e laddove possibile il ripristino, ma con il negozio pieno non è stato possibile farlo in maniera completa e ordinata”.

 

L’assalto agli scaffali in poche ore, regolarmente registrato e postato su tutti i social, non ha fatto che confermare ciò che l’allarme lanciato dai messaggi whatsapp aveva innescato. “Il lievito di birra questa volta è stato sostituito dall’olio di semi perché dall’Ucraina hanno bloccato le esportazioni”, commentano i clienti in fila alla cassa.

Le foto incredule di coloro che per caso si trovavano al supermercato hanno generato altro panico: i beni scarseggiano davvero. In realtà, i magazzini hanno le scorte necessarie. “Non ci sono e non ci saranno problemi di mancanza di merce negli scaffali” rassicura sui social il gruppo di supermercati Isa.

“L’assalto in massa ha generato caos, perché le turnazioni sono organizzate e regolate su un flusso di clientela determinato in base ai giorni della settimana”, spiega un dipendente. “Una moltitudine di questo tipo non ci ha permesso logisticamente e in termini di tempo di ripristinare il prodotto negli scaffali come normalmente si fa a fine giornata”.

Lo sciopero degli autotrasportatori riguarda alcune sigle sindacali e l’adesione non è ancora totale, ma qualche disservizio potrebbe registrarsi almeno per i prodotti di largo consumo. Effetti che, almeno secondo quanto riferito dalle grandi catene di distribuzione di prodotti alimentari, non dovrebbero portare nell’immediato gravi conseguenze sull’approvvigionamento.

Preoccupazione è stata espressa, invece, dal Codacons: “Il blocco dell’autotrasporto avrà effetti diretti sulla collettività, sospendendo i rifornimenti di beni nel settore del commercio e portando ad una impennata dei listini al dettaglio nei negozi e nei supermercati. Una conseguenza inevitabile, considerato che l’85% della merce venduta in Italia viaggia su gomma, e un ulteriore danno per i consumatori, stremati al pari delle imprese dal caro-carburante”.




Buenos Aires: l’ambasciatore Lucentini inaugura il Padiglione Italia ad Expoagro 2022

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11expoagrobairesL’ambasciatore d’Italia a Buenos Aires, Fabrizio Lucentini, ha inaugurato il Padiglione Italia a ExpoAgro 2022, l’esposizione agro-industriale più importante dell’Argentina. Presenti il ministro dell’Agricoltura, dell’Allevamento e della Pesca della Repubblica Argentina, Julián Domínguez, e il governatore della Provincia di Buenos Aires, Axell Kicillof.
L’Italia, Paese che offre prodotti ad alta tecnologia nel settore della meccanica agricola e compete a livello mondiale con i produttori più prestigiosi, partecipa per la quarta volta alla manifestazione, confermando l’interesse delle aziende italiane nel mercato argentino.
Il padiglione italiano, l’unico di un Paese straniero presente alla Fiera, vede la partecipazione di un significativo gruppo di imprese. (aise)




Draghi a Versailles: compatti al fianco dell’Ucraina

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11draghifraUn consiglio europeo di “grande successo. Raramente ho visto l’Unione Europea così compatta”. Così Mario Draghi al termine del consiglio informale che da ieri ha riunito a Versailles i capi di stato e di governo dell’Ue. Il premier ha lodato lo “spirito di solidarietà” con cui sono stati trattati tutti gli argomenti in agenda – energia, difesa, situazione macroeconomica – alla luce della guerra della Russia all’Ucraina.
Sul primo punto, Draghi ha confermato la necessità di “diversificare”, in due sensi, sia cercando “altri fornitori”, come l’Italia sta già facendo, sia “con la sostituzione di fonti fossili con fonti rinnovabili”. Nell’Ue “le cose si stanno muovendo, ma il procedimento autorizzativo è ancora molto lento”. La Commissione “ha promesso tutto l’aiuto possibile”.
Si è discusso anche della opportunità di “introdurre un tetto ai prezzi del gas”, un “argomento molto complesso”, che sarà affrontato al prossimo Consiglio Europeo quando la Commissione presenterà un rapporto. Il punto, ha spiegato Draghi, è “come diminuire il contagio del gas al prezzo del resto dell’elettricità”, tema cui è connesso un altro aspetto e cioè la necessità di “staccare il mercato dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili dal mercato del gas”.
Necessario, per il premier italiano, anche “tassare gli extra profitti delle società elettriche”, cosa che porterebbe nelle casse Ue 200 miliardi.
Quanto all’eventuale insufficienza di altre materie prime, di cui i giornali italiani – ha detto Draghi – hanno esagerato la portata, occorre trovare altre fonti.
Occorre “riconsiderare tutto l’apparato regolatorio, sia per quanto riguarda il patto di stabilità che gli aiuti di Stato, sia per gli standard dei prodotti agricoli da importare che per il mercato dell’elettricità. In sostanza, c’è la convinzione ormai consolidata della commissione che occorra rivisitare temporaneamente le regole che ci hanno accompagnato in questi anni”.
Sulla Difesa, ha riportato Draghi, Joseph Borrell “ha fornito un dato interessante: l’Ue spende per la Difesa tre volte quello che spende la Russia. È un dato che mi ha sorpreso”, ha commentato. Quindi serve “un coordinamento di gran lunga migliore. Tanto per darvi l’idea, un altro dato citato è che noi abbiamo 146 sistemi di difesa mentre gli Stati Uniti ne hanno 34. Partecipazione alle gare, produzione, progetti comuni, rilascio delle licenze, coordinamento delle truppe sul campo: su tutti questi campi si è deciso di proseguire insieme”.
Quanto alla situazione macroeconomica, “è un momento di grande incertezza, ma non si può dire che l’economia vada male perché l’Europa continua a crescere”. Su questo fronte, ha sottolineato Draghi, “bisogna tener presente che i bisogni finanziari dell’Ue per rispettare gli obiettivi per il clima, per la difesa e per l’energia sono molto grandi”, pari a 3 trilioni di euro. Soldi che “non trovano spazio nei bilanci nazionali”, quindi “bisogna trovare un compromesso su come generare queste risorse”.
Rispondendo alle domande dei giornalisti, Draghi ha confermato che identità di vedute si è riscontrata anche nel “no” ad un ritorno al protezionismo.
“Le sanzioni che abbiamo già adottato sono molto pesanti”, ha sostenuto Draghi, che ha definito “sorprendente” il fatto che siano state “adottate da tutti senza esitazioni”. Si tratta di “sanzioni che possono diventare ancora più pesanti”, ma “occorre essere consapevoli che hanno un impatto sulle famiglie, in termini di potere d’acquisto, e sulle imprese, per la loro competitività” ma anche per la produttività.
È una “situazione che se non viene affrontata ha il potenziale di “fratturare” il sistema economico europeo, conducendolo al protezionismo”, che tutti hanno detto di voler “respingere”, ma sempre “sostenendo famiglie e imprese”.
Quanto alla delusione manifestata dal presidente Zelensky per gli esiti del vertice, Draghi ha sostenuto che “nessuno si aspettava un linguaggio molto aperto per un’immediata adesione dell’Ucraina”, perché ci sono le norme del trattato da rispettare. Però “c’è un stato un progresso: prima si diceva che l’Ucraina appartiene alla famiglia europea; ora si dice anche che il Consiglio Europeo sostiene l’Ucraina nel perseguire il sentiero verso l’integrazione Europea”. Dunque “c’è una grande disponibilità da parte di tanti, grande determinazione per accelerare le procedure di adesione ma anche una notevole cautela da parte di altri ancora”. Per entrare nell’Ue ci sono “regole molto precise”, serve “un periodo lungo di riforme strutturali” e il rispetto “di tanti altri obblighi” così che “la società, l’economia e le strutture istituzionali dei Paesi richiedenti arrivino ad un livello paragonabile a quello degli altri membri dell’Ue”. L’Italia “è molto disposta e a sostegno dell’Ucraina”, ma sempre “nel rispetto del trattato”.
Escluso per il premier un allargamento del conflitto ai paesi vicini: “più pesanti sono le sanzioni, minore è il rischio che il conflitto si allarghi”, ha detto Draghi, che ha voluto ringraziare esplicitamente “l’unico partito d’opposizione, per aver votato le nostre proposte come reazione italiana alla crisi Ucraina”.
Sulle difficoltà di alcuni approvvigionamenti e sull’ipotesi di una “economia di guerra”, Draghi ha molto ridimensionato gli allarmi letti sulla stampa: “per gli approvvigionamenti di cose fondamentali come il cibo ho letto cose esagerate. Prepararsi non vuol dire che deve avvenire con probabilità 1, se no saremmo già in una situazione di economia di guerra, di razionamento”. Per Draghi è fondamentale avere un atteggiamento “reattivo”. Certo “bisogna immaginare che queste interruzioni nei flussi di approvvigionamento possano accadere, specialmente se la guerra continuerà per tanto tempo”, ma “la risposta consiste nel procurarsi questi beni altrove. Quindi bisogna immediatamente, come stiamo già facendo con l’energia, riorientare le nostre fonti di approvvigionamento che, in agricoltura, ci porterebbero verso Canada, Stati Uniti, Argentina e altri paesi. Questo significa costruire delle nuove relazioni commerciali. Bisogna essere reattivi, non abbandonarsi all’angoscia, alla preoccupazione e subire passivamente”.
Interrogato sull’accoglienza dei rifugiati – 31mila ad oggi quelli arrivati in Italia – Draghi ha riferito di un incontro con il premier polacco, e ribadito il suo apprezzamento per il terzo settore in Italia.
Non c’è bisogno di struttura commissariale perché “l’autorità che sta gestendo l’immigrazione, e da quello che capisco molto bene, è la Protezione Civile. La Protezione civile oggi è il nostro commissario all’emergenza dell’immigrazione”, ha detto Draghi.
“Questo flusso riceve numerose tutele dal governo”, a cominciare dal fatto che “si viene inseriti automaticamente in un canale diverso dagli altri”, che dà diritto “a tutela legale, per la casa, per la scuola per i bambini”. Per questi ultimi, serve particolare attenzione, così come per i malati e gli orfani.
A fronte di questa situazione, per Draghi “non bisogna addormentarsi” sul resto, a cominciare dalle azioni necessarie nel quadro del Pnrr.
Posto che senza un aiuto dall’Ue, i Paesi non riusciranno a centrare gli obiettivi su clima e difesa, Draghi ha ricordato che, comunque, “continuiamo ad avere le risorse del PNRR, quindi andiamo avanti con quelle e soprattutto cerchiamo di spenderle e di averle. Quindi, dobbiamo andare avanti”, ha ribadito. “Non è che perché c’è la guerra ora siamo tutti fermi, perché oltretutto mettiamo a rischio i finanziamenti che dovrebbero arrivare a giugno e poi a dicembre. Quindi è importantissimo continuare con la stessa convinzione dei mesi passati a svolgere l’agenda che ci siamo dati”.
Infine, il ruolo dell’Italia nei consessi internazionali. Interrogato sul perché il nostro Paese fosse assente dall’incontro a 4 promosso da Biden e Macron e sulle ipotetiche influenze di alcune “ambiguità” dimostrate da partiti della sua maggioranza, Draghi ha negato su tutta la linea, spiegando che il tema al centro dell’incontro in questione era l’Iraq e che “il precedente governo italiano decise di non partecipare a questo formato”.
Nessuno vuole escludere l’Italia: “tutti gli incontri che ho avuto in questo giorno e mezzo vanno esattamente nella direzione opposta, cioè di una richiesta di coinvolgimento, di un desiderio di presenza italiana”.
“Noi non dobbiamo cercare un ruolo, dobbiamo cercare la pace”, ha sostenuto il Premier. “Da quello che si può capire, il presidente Putin non la vuole”. Naturalmente “mi auguro che al più presto si arrivi ad un qualche spiraglio. Personalmente e il governo nel suo complesso faremo di tutto per esserci, per chiedere che si arrivi presto alla pace, per far di tutto affinchè il presidente Putin e anche il presidente Zelenski arrivino ad un accordo che salvi la dignità dell’Ucraina”. (m.c.\aise)