Ucraina, italiano nel Donbass: ”40mila miliziani pronti, meglio rischiare con armi che senza”

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donbassSono ”giornate tese, intense”, ma ”dopo il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Luhansk” da parte del presidente russo Vladimir Putin ”sono diminuiti i bombardamenti. Sempre presenti sì, ma in maniera minore”. Anche se ”l’escalation e la tensione militare di questi giorni” ha riportato gli uomini del Donbass nell’ottica di essere pronti a combattere. ”Le due repubbliche si sono svuotate” di donne, bambini e anziani, ma ci sono ”40mila miliziani che si erano ritirati a vita civile e che ora hanno ripreso le armi. Sono pronti a combattere”. Lo racconta ad Adnkronos Vittorio Rangeloni, 30 anni e da sette nel Donetsk, ”la capitale della Repubblica popolare riconosciuta dalla Russia”.

Rangeloni era andato in vacanza dai nonni a Kiev, nell’estate del 2015, e da allora non se n’è più andato. Per ”raccontare quello che vive la gente del Donbass, per far sentire la sua voce. Per testimoniare il cambiamento e la spaccatura interna al Paese che ha portato la rivoluzione”. Qui ”gli uomini e le donne vorrebbero la pace, non tutti sono entusiasti di rischiare prendendo parte al conflitto. Ma molti comprendono che nel caso di una vera guerra, imbracciare le armi è una decisione da tenere in conto. Rischierebbero la vita in ogni caso, meglio farlo da militari che da civili”. Perché negli ultimi anni ”la guerra era di trincea e non ce n’era bisogno, oggi è diverso”. Così ”i civili che nel 2014 avevano preso le armi e poi le avevano abbandonate, ora sono tornati”.

Rangeloni, nato e Barzio in provincia di Lecco e un diploma da geometra, spiega che finora ”700mila persone sono state evacuate, sono le stime ufficiali, su un totale di 4 milioni di persone che vivono nelle due repubbliche”. Accanto ai miliziani ”ci sono i militari, i riservisti richiamati alle armi”.

Autore del libro ‘Le mie cronache di guerra’, spiega che nel Donbass si registrava ”un periodo di relativa calma e stabilità sulla linea del fronte fino a inizio novembre quando Biden e la Nato hanno cominciato a parlare di una possibile invasione russa”. Ora è ”difficile capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il riconoscimento delle due repubbliche da parte russa ha segnato la fine degli Accordi di Minsk siglati nel 2015 per risolvere il conflitto in modo pacifico e diplomatico”. Ma ”la stessa Ucraina sapeva che questi accordi non avrebbero portato a nulla, che era solo un compromesso per risolvere un conflitto violento, ma che prima o poi bisognava fare i conti con la realtà’.

Con elmetto e giubbotto antiproiettile racconta che ieri, ad esempio, ”sono finito in mezzo a una sparatoria. Ero sull’autostrada che collega Donetsk e Luhansk, la linea del fronte non corre molto lontana. Mi sono riparato in un posto sicuro ed è andato tutto bene”. Intanto la popolazione resiste, ma ”è logorata da una guerra silenziosa che va avanti da otto anni”. Una popolazione che vede, racconta Angeloni, ”l’ingresso dell’esercito russo come una garanzia della stabilità e della pace”. Perché ”nessuno vuole un conflitto come nel 2014”.

”Decine di migliaia di persone sono state fatte evacuare nella Federazione russa come misura preventiva, l’Ucraina sul suo versante sta facendo lo stesso. Chi è rimasto cerca di trovare una parvenza di normalità”‘. Rangeloni, personalmente, dice che ”non ho mai pensato di prendere le armi. In questo contesto quella che uso io è l’arma dell’informazione, perché è in atto anche una guerra mediatica e diplomatica. Una guerra che può essere più pericolosa di quella combattuta con carri armati e mortai. La stessa Ucraina ha chiesto alla Cnn e ai media occidentali di abbassare i toni per non creare panico e allarmismo”. Quello che l’autore lecchese si propone di fare, quindi, è di ”dare la possibilità a queste persone di raccontare, superando la visione di questo conflitto come contrapposizione tra mondo russo ed Europa, per costruire ponti superando stereotipi e il ricorso alle armi”.

”La maggioranza della popolazione del Donbass non è semplicemente filo russa, ma è russa etnicamente. Migliaia di persone hanno cittadinanza e passaporto russo”, afferma. Nel Donbass ”hanno molto più in comune con Mosca che con Kiev dove vengono portate avanti le istanze degli ucraini nazionalisti dell’Ovest che vanno in contrasto con i principi storici del resto del Paese”, conclude.

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Covid Italia, Draghi: “Governo non proroga stato emergenza oltre 31 marzo”

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draghi21 afpStop allo stato di emergenza in Italia dopo il 31 marzo e via il sistema di zone a colori. L’annuncio, atteso, arriva dal premier Mario Draghi a Firenze, nell’incontro con le autorità e il tessuto imprenditoriale fiorentino al Teatro del Maggio Musicale. “Il Governo è consapevole del fatto che la solidità della ripresa dipende prima di tutto dalla capacità di superare le emergenze del momento. La situazione epidemiologica è in forte miglioramento, grazie al successo della campagna vaccinale, e ci offre margini per rimuovere le restrizioni residue alla vita di cittadini e imprese. Voglio annunciare che è intenzione del Governo non prorogare lo stato d’emergenza oltre il 31 marzo” dice Draghi.

Dal primo aprile, dunque, “non sarà più in vigore il sistema delle zone colorate. Le scuole resteranno sempre aperte per tutti: saranno infatti eliminate le quarantene da contatto. Cesserà ovunque l’obbligo delle mascherine all’aperto, e quello delle mascherine FFP2 in classe. Metteremo gradualmente fine all’obbligo di utilizzo del certificato verde rafforzato, a partire dalle attività all’aperto – tra cui fiere, sport, feste e spettacoli. Continueremo a monitorare con attenzione la situazione pandemica, pronti a intervenire in caso di recrudescenze. Ma il nostro obiettivo è riaprire del tutto, al più presto”, mette in chiaro.

L’Italia è in ripresa, ma il Governo intende continuare ad aiutare chi è in difficoltà” assicura il presidente del Consiglio. Gli aiuti sono arrivati “per il settore del turismo, colpito duramente dalla pandemia. Nel più recente decreto ristori – rivendica – stanziamo altri 100 milioni per il Fondo Unico Nazionale del Turismo, che si aggiungono ai 120 milioni stanziati con la Legge di Bilancio. Sempre nello stesso decreto, aiutiamo gli operatori del settore con la decontribuzione per i lavoratori stagionali e un credito d’imposta per gli affitti di immobili”.

Poi, il tema del caro bollette. “Oggi, la principale preoccupazione è l’aumento del prezzo dell’energia – sottolinea – Il Governo è intervenuto più volte per aiutare imprese e famiglie – soprattutto le più povere – e per trovare soluzioni strutturali perché questo problema non si riproponga in futuro. La settimana scorsa abbiamo stanziato quasi 6 miliardi di euro, che si aggiungono agli oltre 10 che abbiamo già impiegato a partire dallo scorso anno. Incrementiamo la produzione nazionale di energia rinnovabile e di gas, che potrà essere venduto a prezzi più contenuti di quello importato. E aiutiamo le Regioni e i Comuni a sostenere i servizi di base, come l’illuminazione pubblica. Nelle scorse settimane, le città d’arte, tra cui Firenze, hanno spento le luci sui loro monumenti e sui loro luoghi simbolo – un segnale d’allarme sul crescente costo dell’energia. Il vostro gesto non è passato inosservato”.

Draghi parla del Pnrr. “La crescita di lungo periodo del Paese dipende dalla nostra capacità di attuare oggi le giuste riforme e gli investimenti necessari. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è un’opportunità storica per affrontare i problemi che sono rimasti irrisolti per decenni, come la carenza di infrastrutture o le diseguaglianze generazionali e di genere. Dobbiamo attuare il Piano a stretto contatto con associazioni ed enti locali. Perché non esiste una sola ricetta per tutto il Paese, ma dobbiamo adattarci alle esigenze e alle caratteristiche di ogni territorio” dice il premier.

“Per Firenze – spiega il presidente del Consiglio – questo vuol dire rafforzare la sua proiezione internazionale e migliorare i servizi per la popolazione. Insieme agli enti locali, interveniamo per potenziare la mobilità, un aspetto cruciale per i cittadini, le imprese, il turismo. Impieghiamo circa 400 milioni di euro per completare il sistema tranviario di Firenze, che come ha descritto il Sindaco, prevede un collegamento diretto con la stazione ferroviaria. Il potenziamento del trasporto cittadino serve anche a preservare il centro storico, a favorire una migliore convivenza tra residenti e turisti”.

“In questa direzione vanno anche le misure di rigenerazione urbana. Vogliamo valorizzare i parchi storici, tutelare l’ambiente e il paesaggio, un aspetto fondamentale della bellezza della città. Nello storico quartiere di Campo di Marte, riqualifichiamo lo stadio Artemio Franchi. A questo progetto si aggiungono i lavori che interessano il complesso della scuola Ghiberti – scuola Niccolini – impianto sportivo Legnaia e i progetti sulla qualità dell’abitare. Il Governo intende offrire tutto il sostegno necessario a Regioni, Comuni e enti territoriali, per semplificare le procedure sugli interventi e coordinare al meglio la loro realizzazione. Il poeta Mario Luzi descriveva Firenze come un ‘gran crogiolo delle trasformazioni’, illuminata da ‘un’alchimia celeste’. Il mio augurio è che Firenze continui a rinnovarsi e risplendere – come ha fatto per secoli”.

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Ucraina-Russia, Kiev dichiara stato emergenza e richiama riservisti

soldati ucraina fronte donbass fg ipa

soldati ucraina fronte donbass fg ipaIl Parlamento ucraino ha quindi approvato un pacchetto di sanzioni contro tutti i 351 deputati della Duma che nei giorni scorsi hanno votato a favore del riconoscimento delle due autoproclamate Repubbliche del Donbass e dell’utilizzo di truppe russe all’estero. Lo riporta il Guardian, precisando che le sanzioni prevedono, tra l’altro, il divieto di ingresso in Ucraina ed il congelamento degli asset nel Paese. Sempre secondo il Guardian, il Parlamento avrebbe approvato in prima lettura anche una legge che permette agli ucraini di girare armati e di agire per autodifesa, mentre continuano ad essere concreti i rischi di un’escalation tra Ucraina e Russia. “L’adozione di questa legge è assolutamente nell’interesse dello Stato e della società”, hanno affermato in una nota gli autori del disegno di legge, aggiungendo che si tratta di una misura necessaria a causa delle “minacce e dei pericoli esistenti per i cittadini ucraini”.

Il governo ucraino ha intanto sollecitato i cittadini ucraini residenti in Russia – si stima che siano più di 2,5 milioni- a lasciare il Paese immediatamente denunciando il rischio di una invasione militare da parte delle forze di Mosca. Il ministero degli Esteri ha diffuso una raccomandazione in questo senso citando “la crescente aggressione della Russia contro l’Ucraina che, fra l’altro, rischia di portare restrizioni significative alla capacità di fornire assistenza consolare”.

Denunciata questa mattina la morte di un soldato ucraino e il ferimento di altri sei militari a causa di una serie di attacchi di artiglieria da parte delle milizie separatiste nella regione del Donbass. Il Joint Forces Command ha indicato sul proprio account Facebook che nelle ultime 24 ore si sono verificati 96 attacchi da parte di milizie separatiste, di cui 81 con armi pesanti, riferendo che nell’ambito di questi scontri è morto un soldato colpito da schegge. “A seguito degli attacchi di artiglieria, un militare ha subito ferite letali. Un altro militare è stato ferito ed è stato evacuato in una struttura medica, mentre altri cinque hanno riportato ferite da combattimento” e sono stati curati sul posto, ha riferito il Comando militare ucraino.

ZELENSKY: “KIEV CHIEDE RISPOSTA DURA DA COMUNITA’ INTERNAZIONALE”

“Accogliamo con favore le misure adottate contro la Russia dalla comunità internazionale e ce ne aspettiamo delle altre”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel corso di una conferenza stampa con i presidenti di Polonia e Ucraina, dicendo che Kiev si aspetta “una risposta dura, severa e immediata da parte della comunità internazionale nei confronti della Russia”. “Confermiamo – ha aggiunto – le nostre aspirazioni europee e la nostra aspirazione ad aderire alla Nato”.

La Russia ha compiuto “un atto di aggressione nei confronti dell’Ucraina” riconoscendo le repubbliche di Donetsk e Luhansk come indipendenti, siamo ”tutti d’accordo su questo crimine” commesso da Mosca, ha detto ancora. “E’ arrivato il momento di reagire con forza” alle ultime mosse del governo russo, compreso il riconoscimento delle due regioni separatiste del Donbass, ha aggiunto, continuando: “Stiamo discutendo di possibili decisioni che potrebbero essere assunte per reagire alla Russia”.

Il riconoscimento delle due repubbliche separatiste è una “decisione unilaterale di uscire dagli accordi di Minsk”, ha continuato Zelensky e “la presenza militare della Federazione Russa nel territorio occupato del Donbass si è nascosta dietro l’uniforme separatista e ora vediamo che si tratta di una deviazione unilaterale dagli accordi di Minsk”, ha detto.

“Questo è un indebolimento dei tentativi ucraini e internazionali di regolare la situazione nel Donbass ucraino”, ha aggiunto.




Putin riconosce Donbass: “Ucraina minaccia per Russia”

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putin donbass afpCrisi Ucraina-Russia, il presidente russo Vladimir Putin ha riconosciuto le repubbliche filo russe del Donbass, Lugansk e Donetsk. Putin ha quindi chiesto a Kiev di cessare “immediatamente” le ostilità nel Donbass orientale o la “responsabilità ricadrà sulla leadership del Paese”.

“La situazione in Donbass è diventata estremamente critica. Mi rivolgo a voi per informarvi su quali saranno le prossime azioni in questa situazione. L’Ucraina è parte integrante della nostra storia, della nostra cultura. Ci sono legami molto forti dal punto di vista familiare e storico. Gli ucraini stessi si considerano parte della Russia, siamo uniti da sempre”, ha detto il presidente russo aprendo il discorso alla nazione dopo il riconoscimento. “E’ importante capire cosa sta succedendo oggi e quali sono gli obiettivi che ci siamo posti”, dice il presidente, nella giornata cruciale della crisi tra Russia e Ucraina, ripercorrendo tappe e momenti chiave nella storia a partire dalla Rivoluzione del 1917, passando per la Seconda Guerra Mondiale. Dalle decisioni di Lenin prima e Stalin poi, Putin accenna ai nodi della storia sovietica. “L’Ucraina sovrana è stata creata da Lenin, è stato lui l’architetto”, dice Putin. “Noi siamo pronti a mostrarvi cosa significa liberare completamente l’Ucraina“.

Abbiamo aiutato l’Ucraina a pagare i suoi debiti, eravamo pronti ad accollarci tutti i debiti nel 2017. L’Ucraina avrebbe dovuto rinunciare ad alcuni asset, Kiev non ha voluto ratificare questi accordi. La Russia è sempre stata pronta a cooperare, abbiamo collaborato sul campo. Sembrava che le autorità ucraine avessero deciso di agire per ottenere vantaggi senza assumersi responsabilità. Ricordiamo le minacce permanenti delle autorità ucraine in materia di energia, cercavano una corsia preferenziale”, prosegue Putin, mentre le autorità ucraine “continuano a ricattarci”.

Kiev ha rifiutato di riconoscere i nostri legami storici e le tradizioni dei russi che vivono in Ucraina, nel paese è montata un’ondata di nazionalismo con rivendicazioni nei confronti della Russia. E’ importante comprendere – continua il presidente russo – che l’Ucraina non ha mai avuto una tradizione coerente” con l’identità “di una nazione, non ha fatto altro che seguire modelli esteri senza difendere gli interessi dei cittadini. In Ucraina, le autorità hanno preso il potere solo sulla base di idee populiste: poi, hanno sempre fatto un passo indietro rispetto alle promesse fatte alla popolazione. Chi è arrivato al potere ha fatto solo i propri interessi: gli ucraini non possono dire di aver vissuto in una nazione stabile, sono stati governati da oligarchi concentrati sui propri interessi e interessati a dividere l’Ucraina dalla Russia, ricevendo sostegno dagli Stati Uniti. Milioni di dollari sono finiti nei conti correnti degli oligarchi, i cittadini hanno continuato a soffrire”, afferma il presidente russo.

“L’eredità lasciata dall’impero russo è stata totalmente calpestata. Kiev si sta preparando a distruggere le chiese russe, la Russia è diventata un obiettivo comune di una campagna in cui è coinvolta anche la religione. L’Ucraina sta cercando di entrare in conflitto con noi, ci sono terroristi nel paese che vengono sostenuti e incoraggiati dalla comunità internazionale. Abbiamo sentito – incalza Putin – dichiarazioni sul fatto che l’Ucraina avrebbe intenzione di creare armi nucleari proprie, è solo questione di tempo. In altre parole, per l’Ucraina sarà più facile utilizzare la paura generata dalle armi nucleari per alimentare la tensione. Se Kiev dovesse entrare in possesso di armi di distruzione di massa, la situazione mondiale cambierebbe in modo drammatico. Nel corso degli ultimi mesi, le armi occidentali sono arrivate in Ucraina con un flusso continuo. Contingenti militari della Nato sono stati inviati nel paese, il quartier generale della Nato comanda direttamente militari che si trovano sul suolo ucraino. Nell’Ovest del Paese ci sono esercitazioni militari, chiaramente l’obiettivo è colpire la Russia. Sono in corso almeno 10 di queste esercitazioni, i contingenti Nato potrebbero crescere rapidamente”, prosegue Putin.

“Il governo americano – aggiunge – non ha escluso la possibilità di un ingresso dell’Ucraina nella Nato. Arriverà un momento in cui questo succederà e la Nato non sarà più soltanto un’alleanza difensiva. Nel 1990, secondo un documento ufficiale della Nato, si diceva che l’alleanza non si sarebbe allargata a Est: parole vuote, è successo esattamente il contrario. Nel 1999 la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca sono state incluse. Poi un’altra apertura verso le Repubbliche Baltiche. Le infrastrutture militari sono arrivate alle porte della Russia, con effetti negativi su tutta l’architettura della sicurezza europea: è stato un errore strategico”, dice Putin riferendosi al tema Nato e allargando il discorso alla dotazione di missili Usa “capaci di colpire ovunque, anche sott’acqua”.

In alcuni documenti ufficiali è scritto che la Russia è il nemico numero 1 dell’alleanza atlantica. Molti non ci credevano, ora evidentemente dobbiamo crederci”, prosegue. “La capacità offensiva della Nato è enormemente aumentata, con un dispiegamento di forze attorno alla Russia, con una serie di infrastrutture proprio in Ucraina”, ribadisce. “Se questo è il modo in cui vogliono agire sul territorio ucraino, allora l’obiettivo siamo noi. I missili ci metterebbero 30 secondi a colpire Mosca“, sostiene Putin.

Al termine del suo lungo discorso alla nazione, il presidente ha poi firmato il decreto di riconoscimento delle due autoproclamate repubbliche. La firma è avvenuta alla presenza dei due leader separatisti, Denis Pushilin e Leonid Pasechnik. “Ritengo sia necessario prendere una decisione che avrebbe dovuto essere presa tempo fa, per riconoscere immediatamente la sovranità e l’indipendenza della Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk”, ha detto Putin firmando il decreto.

ZELENSKY SENTE BIDEN

“Ho discusso gli eventi delle ultime ore con il presidente degli Stati Uniti”. Lo riferisce in un tweet il presidente ucraino Volodimyr Zelensky, annunciando l’inizio di una riunione del Consiglio per la Sicurezza nazionale e la Difesa. Zelensky riferisce inoltre di avere in programma anche un colloquio col premier britannico Boris Johnson.

DELUSIONE DI MACRON E SCHOLZ, IL TWEET DEL MINISTRO UCRAINO

Prima dell’annuncio, Putin ha telefonato al presidente francese Emmanuel Macron ed al cancelliere tedesco Olaf Scholz per informarli della decisione di firmare il decreto sul riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Luhansk. Lo rendo noto il Cremlino. Informati della decisione del presidente di “firmare a breve” il decreto per il riconoscimento, Macron e Scholz “hanno espresso delusione per questo sviluppo”, ha riferito il Cremlino.

“Vladimir Putin li ha informati dei risultati dell’incontro allargato del Consiglio di sicurezza russo, che ha valutato l’attuale situazione sul Donbass, nel contesto della decisione della Duma sul riconoscimento di Donetsk e Luhansk”, dopo gli appelli dei leader delle due Repubbliche “in relazione all’aggressione militare delle autorità ucraine, i bombardamenti massicci del Donbass, a causa dei quali la popolazione civile sta soffrendo”, ha riferito il Cremlino. Che poi ha fatto stato della “delusione espressa” dal presidente francese e dal cancelliere tedesco, che hanno comunque indicato “la loro disponibilità a continuare i contatti”.

“Non solo l’Ucraina, ma il mondo intero segue attentamente le azioni russe rispetto al riconoscimento” delle autoproclamate repubbliche. “Tutti si rendono conto delle conseguenze. C’è molta emozione, ma è proprio ora che bisogna concentrarsi tutti con calma sugli sforzi di de-escalation. Non c’è altra via”. Lo ha detto su Twitter il ministro ucraino degli Esteri Dmytro Kuleba.

UE: “VIOLATI ACCORDI, REAGIREMO UNITI”. BORRELL: “QUALSIASI AGGRESSIONE AVRA’ RISPOSTA FORTE”

“Il riconoscimento dei due territori separatisti in Ucraina è una palese violazione del diritto internazionale, dell’integrità territoriale dell’Ucraina e degli accordi di Minsk. L’Ue e i suoi partner reagiranno con unità, fermezza e determinazione in solidarietà con l’Ucraina”. Così su twitter il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

“Qualsiasi aggressione all’Ucraina avrà una risposta forte da parte dell’Ue. Questo vale anche per la Bielorussia, se un attacco dovesse essere condotto a partire dal suo territorio o con il suo coinvolgimento”. Lo sottolinea l’Alto Rappresentante dell’Ue Josep Borrell, in conferenza stampa a Bruxelles al termine del Consiglio Affari Esteri.

“La Bielorussia – continua Borrell – è stata trascinata in questa crisi: sta perdendo la sua sovranità, con un dispiegamento non trasparente delle forze russe. La Bielorussia sta perdendo la sua neutralità nucleare, con un processo di ‘satellitizzazione’ rispetto alla Russia”, conclude.

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L’Australia riapre i suoi confini e accoglie i turisti per la prima volta dal 2020

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21sbssss“L’Australia ha riaperto i suoi confini internazionali a tutti i turisti vaccinati, a distanza di quasi due anni dall’imposizione di una delle restrizioni ai viaggi più severe del mondo. “L’attesa è finita”, ha dichiarato il primo ministro Scott Morrison durante una conferenza stampa domenica, prima della riapertura”. Ne scrive Carlo Oreglia nel servizio pubblicato da Sbs Italian, lo special broadcasting in italiano in onda in tutta l’Australia.
“”Fate le valigie”, ha esortato i potenziali visitatori, aggiungendo di “non dimenticare di portare soldi con voi, perché non mancheranno occasioni per spenderli”. Il primo volo in arrivo all’aeroporto di Sydney da Los Angeles è atterrato poco dopo le sei del mattino, seguito da diversi altri a ruota, provenienti da Tokyo, Vancouver e Singapore.
Il ministro federale del turismo Dan Tehan era presente per dare il benvenuto ai primi arrivati e ha dichiarato a Nine Network che “i primi passeggeri (a entrare nella zona arrivi) avevano dei gran sorrisi stampati in volto, anche se erano rimasti in aereo per oltre 20 ore”.
“Che notizia meravigliosa per la nostra industria del turismo e per le 660mila persone che ci lavorano”, ha poi aggiunto il ministro.
Nelle 24 ore dopo la riapertura sono attesi in Australia solo 56 voli internazionali – un numero molto più basso rispetto alle medie prima della pandemia – ma Morrison si è detto sicuro che il numero aumenterà esponenzialmente con il passare del tempo.
L’Australia aveva chiuso i suoi confini a quasi tutti i viaggiatori nel marzo del 2020, ad eccezione dei cittadini e dei residenti, nel tentativo di contenere il numero crescente di casi dovuti al COVID-19.
Il cosidetto travel ban – che impediva inoltre ai cittadini australiani di viaggiare all’estero senza un’esenzione e imponeva un limite rigido agli arrivi internazionali – aveva fatto guadagnare al Paese il soprannome di “Fortezza Australia”.
Secondo le stime della Camera di Commercio australiana, ogni mese trascorso sotto queste rigide politiche è costato alle imprese 3,6 miliardi di dollari, con il settore del turismo particolarmente colpito.
L’amministratore delegato di Qantas Alan Joyce ha reso noto che, dall’annuncio del governo federale della riapertura il 21 febbraio dei confini dopo quasi due anni di pausa, le prenotazioni dei voli stanno andando molto bene.
“Ci troviamo in questa posizione oggi grazie ai milioni di australiani che si sono tirati su le maniche per ricevere il vaccino, rassicurando così i governi statali e quello federale sulla riapertura in sicurezza verso il resto del mondo”, ha reso noto Joyce in una dichiarazione.
Intanto lo stato del Western Australia ha annunciato che aprirà i propri confini dal prossimo 3 marzo”.

Carlo Oreglia da SBS




Leonardo Nardini e Padre Angelo Esposito, un binomio che diffonde in Guatemala il “made in Italy” e la nostra solidarietà

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download 1Di fronte all’Ambasciata d’Italia, tra la pizzeria e il ristorante, da un quarto di secolo Leonardo Nardini, a Città del Guatemala, tesoro di bellezze antiche dai colori intensi, promuove la cultura del Belpaese. Ma non solo. Nardini aiuta anche chi non ce la fa a mangiare. Collabora a sostenere l’ambulatorio pediatrico di un altro italiano, un prete arrivato in Guatemala dalla Campania, padre Angelo Esposito. «All’Ambasciata d’Italia ho incontrato padre Esposito, un missionario che cura i poveri indios. Immediatamente abbiamo pensato di fare qualcosa insieme, organizzare cene, finanziare progetti e lotterie per comprare medicine e viveri per El Ospedalito, il centro dove il missionario cura i bambini». Da allora, Nardini ed Esposito collaborano a un progetto che non pensa solo a diffondere il made in Italy culinario, ma anche la solidarietà tricolore.

«Come sono finito in Guatemala? Ho conosciuto la mia futura metà in Italia. Lei era giunta dal Guatemala per un corso di studi – racconta Nardini –. Ci innamorammo e ci sposammo. Dopo dodici anni vissuti in Italia, mia moglie volle ritornare in Guatemala, e io l’ho seguita». Nardini ha trascorso circa vent’anni nel piccolo Paese centroamericano, terra di piramidi pre-ispaniche e con una natura incantevole. Avendo anche in Italia un’attività di albergatore a Fiumalbo (Modena), centro caratteristico per le stagioni invernali, ha deciso di continuare l’arte della ristorazione in Guatemala, introducendo la tradizionale cucina italiana.

«Ho due ristoranti nel centro della capitale», spiega con una parlata semplice e allegra. Ma cosa lo affascina di questa terra? «Il Guatemala è un Paese dai mille colori e dalle mille contraddizioni. La gente è molto socievole, e i paesaggi sono bellissimi. Ciò che mi attrae di più è la famiglia, le mie tre figlie». Nardini ha conosciuto padre Angelo nel 2018 in occasione della Festa della Repubblica alla nostra ambasciata: un momento importante per chi vive all’estero perché «significa ricordare le origini, e scoprire altri connazionali arrivati per le ragioni più diverse». Nardini era lo chef ufficiale dell’evento in cui il meglio della pasta, degli affettati e dei dolci, ha incantato i presenti.

«L’ambasciatore italiano mi presentò il sacerdote e, dopo averlo ascoltato, entrammo subito in sintonia. Era un’occasione per vivere la fede tramandata dalla mia famiglia in modo concreto, offrendo opportunità di curarsi a chi è nato in povertà». Grazie al suo lavoro, Nardini conosce tante persone sensibili «che possono aiutare padre Angelo e l’ospedale per i bambini che ha fondato. Inoltre non gli faccio mai mancare le delizie italiane ogniqualvolta viene a farmi visita», grato per un’amicizia nata davanti a un piatto di pasta.

(Nicola Nicoletti – Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Infom)




Angelo Greco: come la magia del balletto ha cambiato la mia vita dalla Sardegna a San Francisco

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SAN FRANCISCO\ aise\ – “Immaginate un bambino, di nome Angelo, che entra nel teatro di una piccola città del Nord Italia. Sua madre è lì con lui, lo tiene per mano mentre guarda gli altri bambini danzare. La storia di successo di Angelo Greco, primo ballerino del San Francisco Ballet, avrebbe potuto continuare come molte altre storie che sentiamo sui ballerini. Questa però è diversa: quel giorno Angelo lasciò il teatro sicuro che non sarebbe tornato e non avrebbe mai più ballato in vita sua. Per nostra fortuna, ha cambiato idea e ora è uno dei migliori ballerini italiani nel mondo, dopo aver vinto importanti premi e ballato con artisti famosi in tutto il mondo”. Serena Perfetto ha incontrato Greco e lo ha intervistato per L’ItaloAmericano, giornale bilingue anche on line pubblicato a Los Angeles e diretto da Simone Schiavinato.
D. Chi è Angelo Greco?
R. Sono nato in Sardegna, però mio padre era originario di Modena ed è lì che sono cresciuto. Non vengo da una famiglia di ballerini, mia madre era una ginnasta. Entrambi i miei genitori hanno frequentato corsi di ingegneria, quindi non avevano nulla a che fare con la danza classica e il ballo. Tuttavia, mi hanno sempre sostenuto in quello che volevo fare. Questo è fondamentale se si vuole intraprendere un percorso come quello della danza classica.
D. Quando ha preso la decisione di diventare ballerino classico?
R. In un certo senso sono arrivato tardi. La maggior parte dei bambini inizia a 7-8 anni; io non l’ho fatto fino a 13 anni, in una piccola scuola di danza nella mia città. Mia madre mi portò a DanzArte perché non volevo praticare nessuno sport, eppure mi muovevo sempre. Andammo entrambi a vedere una lezione di danza moderna nella scuola ma, dopo dieci minuti, le dissi: “Andiamo via, non mi piace”. Qualche giorno dopo, ci tornai perché avevo capito che la danza classica mi piaceva. La mia insegnante, Emanuela Mussini, mi ha seguito per un anno e mezzo fino ai 14 anni, mi ha aiutato a capire la danza classica e me ne sono innamorato.
D. Qual è stato il punto di svolta di questa prima fase?
R. Fu durante un concorso, Danza in Fiera, che la direttrice della scuola di Castelfranco Veneto, Susanna Plaino, mi chiese di fare un’audizione per entrare nella sua scuola. Ho fatto l’audizione ma avevo paura di lasciare la mia famiglia. Anche qualche anno prima, quando avevo 10 anni, giocavo a calcio e ricevetti un’offerta per far parte della squadra giovanile del Modena. Rifiutai l’offerta perché non volevo stare lontano da casa. Ancora una volta, ebbi la stessa sensazione, ma questa volta ho preso una decisione diversa e ho accettato l’opportunità offerta da Susanna. La prima settimana è stata terribile, piangevo tutto il giorno ed ero pronto a tornare dalla mia famiglia. È stata dura: andavo in bicicletta a scuola la mattina e a teatro il pomeriggio, ballando ed esercitandomi fino alle 6 del pomeriggio. La sera dovevo studiare per il giorno dopo, stando lontano dai miei genitori. Dopo una settimana volevo rinunciare, ma i miei genitori non me lo hanno permesso. Mio padre mi riaccompagnò a scuola e mi disse, prima di partire: “Non preoccuparti troppo. Divertiti e basta”. Per un mese non tornai a trovare i miei genitori. E la mia vita cambiò per sempre.
D. Cosa è successo dopo?
R. Ho iniziato a lavorare sodo per diventare un ballerino professionista e ho imparato il dolore e la sofferenza che ne derivano. Tre anni dopo, ero a New York, da solo, per un’audizione dopo essere stato selezionato in un gruppo con i dodici ballerini migliori. Non andò bene. New York era troppo grande e fredda per me. Ero scioccato dal numero di persone, dal traffico e dal caos. Quando ero sul palco, crollavo. Non riuscivo a muovermi, a respirare o a ballare. Però è stata una grande lezione. Quella fu una delle mie ultime audizioni con Il Balletto di Castelfranco Veneto perché, a quel punto, molti teatri mi inviarono offerte per entrare nelle loro scuole. La mia prima scelta fu il Bolshoi, poi cambiai idea e scelsi la Scala, che pure mi aveva offerto un posto. Mia madre pensava che fossi pazzo, così ha chiamato il direttore e mi hanno fatto fare un’altra audizione ad un livello inferiore a quello offerto inizialmente. Mi piaceva Milano, ero molto a mio agio con quello che sapevo e non sapevo. Quando l’audizione finì, nella lista delle persone ammesse al sesto livello non c’era il mio nome, perché in realtà mi avevano messo nel livello superiore. È stata una grande sorpresa per me e per mia madre, naturalmente.
D. Qual è stata la parte più impegnativa dell’essere un giovane ballerino?
R. Devi imparare chi sei. C’è un po’ di filosofia nel diventare ballerino perché il balletto è un’arte sofisticata, piacevole da guardare. Quando sono stato ammesso a La Scala, ho avuto il tempo di affinare la tecnica e trovare il modo migliore per esprimermi. In quei due anni, ho imparato danzando a Parigi e a Mosca, anche se ero solo uno studente. Poco dopo il diploma, sono diventato ballerino principale del Don Chisciotte di Nureyev, cosa che non succede molto spesso. Non è stato facile però, e sono stato fortunato ad avere un direttore che voleva che avessi successo. La mia carriera all’inizio è stata breve e intensa, sono passato dall’essere un apprendista al ruolo di ballerino principale in meno di cinque anni.
D. Come ha affrontato questo nuovo mondo?
R. Non riuscivo a capacitarmi del fatto che il balletto fosse solo per un gruppo ristretto di persone e che nessuno prestasse attenzione a noi professionisti che facciamo molti sforzi e sacrifichiamo molte cose nella vita. Credo ancora che il nostro mondo sia molto poco conosciuto e riconosciuto. Andando velocemente al punto, ho imparato che, quando si è sul palco, bisogna lasciarsi andare e concentrarsi senza pensare a quello che succede fuori. A parte i problemi che la mia famiglia ha affrontato in quel momento, ho potuto liberare la mia mente e concentrarmi su un nuovo viaggio come giovane adulto che voleva cambiare il mondo. Avevo una personalità forte e non mi trattenevo dalle conversazioni difficili con i miei direttori e colleghi. Non ho mai accettato un no come risposta, a meno che non fosse ben motivato.
D. Come è arrivato a San Francisco?
R. Ero a La Scala e non c’era più niente da imparare e da sperimentare per me. Volevo andarmene e iniziare qualcosa di nuovo. Avevo 20 anni quando mi hanno offerto un contratto a vita, ma non ero pronto. Volevo andare al Royal Ballet, ma qualcuno ha menzionato il San Francisco Ballet, noto per i suoi ballerini e le sue performance incredibili. Sono venuto a San Francisco in vacanza e, una volta tornato a Milano, ho iniziato a pensare a questo cambiamento e l’ho condiviso con i miei genitori. Sono andato dal direttore de La Scala e ho annunciato che mi sarei dimesso. Cinque anni fa, nel 2016, mi sono trasferito a San Francisco.
D. Le prime impressioni?
R. La prima cosa che ho dovuto fare è stata guardare film a ripetizione per imparare l’inglese. Il cambio di ritmo è stato fantastico, era un nuovo inizio e avevo una grande energia. In cinque mesi, potevo parlare inglese giusto in tempo per l’inizio della stagione. Dopo la mia prima esibizione, il direttore mi ha offerto di diventare ballerino principale a partire dalla settimana successiva. È stato un inizio veloce e ha continuato a crescere. Ho incontrato Roberto Bolle e, grazie a lui, ho anche conosciuto una collega straordinaria, Misa Kuranaga.
D. Com’è il rapporto con Misa?
R. Durante la prima esibizione insieme ho fatto cadere Misa sul pavimento. Ero scioccato. Dopo, mi ha detto: “Ho la sensazione che balleremo spesso insieme in futuro”. È stato spaventoso e pericoloso, tuttavia, dopo quella performance, ero rilassato e ci siamo resi conto che avevamo una chimica incredibile. Mi ha invitato alle sue serate di gala e, quando sono tornato a San Francisco, ho mostrato al mio direttore i video con Misa e lei ha ricevuto un’offerta per unirsi a noi al San Francisco Ballet un anno dopo. Da allora balliamo insieme.
D. Cos’è il balletto per lei?
R. Il balletto è magico, è come un uovo ricoperto d’oro. È arte, è come andare in un museo e guardare quadri o statue. È un libro aperto e sarebbe fantastico rompere la barriera tra quest’arte e il nostro quotidiano. Fa parte della nostra cultura ed è la nostra cultura.
D. Qual è il suo rapporto con il pubblico?
R. Il pubblico guarda i ballerini come persone belle, sono tutti belli e perfetti. Nel backstage, però, c’è un’atmosfera diversa in cui i conflitti avvengono e bisogna lavorare per costruire l’armonia man mano che si va avanti. Dobbiamo continuare a lavorare per avvicinarci al pubblico e renderlo parte di quest’arte. Mi ha sorpreso vedere mio fratello portare i suoi amici a teatro e sapere che a tutti loro è piaciuto molto e che torneranno a vedere altri spettacoli. Quando vedi uno spettacolo di persona, vivi la magia. Una cosa che non vedo l’ora di fare è tornare in Italia e fare i miei gala. Voglio portare la mia esperienza e conoscenza, e condividere l’amore per il balletto con i miei connazionali”. (aise)

 

da L’Italo Americano, di Serena Perfetto




Biden: “L’invasione è imminente” la Russia aspetta solo un pretesto

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230656628 6bc4514d 95d6 49d4 8e3a 87737ca87484AGI – Sull’Ucraina tornano a soffiare venti di guerra. Gli Stati Uniti insistono nel ribadire che la Russia è sul punto di scatenare un massiccio attacco militare, mentre il fuoco dell’artiglieria ha colpito un asilo nelle regioni orientali, teatro del conflitto tra Kiev e i separatisti filo-russi, nel villaggio di Stanytsia Luhanska: i bambini si trovavano in un’altra stanza e due civili sono rimasti feriti.

Mosca ha accusato l’esercito ucraino, ma per i leader occidentali e’ stata questa un'”operazione sotto falsa bandiera” progettata per creare un pretesto per un’azione militare russa, come hanno sostenuto in molti, tra cui il premier britannico, Boris Johnson. “Mosca vuole creare situazioni per incolparci”, hanno avvertito le autorita’ di Kiev.

Da Washington il presidente Usa, Joe Biden, ha avvertito che un attacco russo è “possibile nei prossimi giorni” e ha chiuso la porta ad altri colloqui con l’omologo russo, Vladimir Putin.

A New York, in un drammatico discorso alle Nazioni Unite, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha lanciato un simile allarme, mentre Washington e altri governi occidentali assicurano di non vedere prove del ritiro russo. Blinken ha accusato Mosca di “sfidare l’ordine internazionale”, ha assicurato che la presa di Kiev è “uno degli obiettivi dell’invasione” e ha chiesto al Cremlino di “annunciare al mondo senza riserve o equivoci che la Russia non invadera’ l’Ucraina”.

Gli “scenari militari” evocati sono “pericolosi” e “deplorevoli”, ha risposto Mosca, che ha presentato un documento accusando gli ucraini di “genocidio” dei russofoni nel Donbass e ha sottolineato che il ritorno delle forze russe alle loro caserme al confine con l’Ucraina “richiederà tempo”.

A Bruxelles si è tenuto un vertice straordinario sulla crisi, al termine del quale il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha esortato a “mantenere il dialogo il più possibile aperto”. Il presidente ucraino Zelensky, ha rivelato Draghi, ha chiesto di poter riuscire a parlare con l’omologo russo, Vladimir Putin, e ha cercato a questo proposito l’aiuto dell’Italia.

“Evidentemente non sarà facile, ma l’obiettivo è quello: fare sì che Putin e Zelensky si siedano attorno allo stesso tavolo”, ha spiegato il presidente del Consiglio, annunciando che andra’ a Mosca nei prossimi giorni.

L’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Josep Borrel, ha confermato il “sì” di tutti i leader alle sanzioni e ha parlato di “prove dell’aumento dei combattimenti e di bombardamenti pesanti in alcune zone del confine che io stesso ho visitato a inizio gennaio dove non vi erano attività militari”. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha assicurato che al vertice e’ “stata riaffermata l’unita’ dell’Unione europea e con i suoi partner della Nato”.

Il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, ha avvertito che la Russia “ha soldati e capacita’ sufficienti per lanciare una vera e propria invasione con tempi di preavviso molto brevi o senza preavviso”.

Intanto la Russia ha spiazzato tutti espellendo il vice ambasciatore americano a Mosca, Bart Gorman. Una mossa che ha causato l’ira di Washington, che si è riservata di “rispondere”.

Contemporaneamente, Mosca ha consegnato agli Usa un documento di 10 pagine contenente le risposte per iscritto alle controproposte americane nell’ambito del dialogo sulle garanzie di sicurezza in Europa.

“In assenza della disponibilita’ da parte americana a concordare garanzie giuridicamente vincolanti della nostra sicurezza, la Russia sara’ costretta a rispondere, anche attuando misure di natura tecnico-militare”, si legge nel testo in cui si ribadisce la richiesta del ritiro delle forze Usa dall’Europa dell’Est.

La tensione è salita alle stesse in poche ore in una giornata cominciata con l’incontro a Mosca tra il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio e il collega russo, Serghei Lavrov. “Il Consiglio Nato-Russia è uno dei consessi per superare questa crisi e per discutere della sicurezza europea”, ha sottolineato il titolare della Farnesina, assicurando che Mosca e’ “pronta ad una soluzione diplomatica”.

La Russia nel 2014 ha preso il controllo della regione ucraina della Crimea e ha iniziato a sostenere i separatisti pesantemente armati nelle regioni orientali di Donetsk e Lugansk, scatenando una guerra che è già costata migliaia di vite. Nelle regioni orientali si verificano combattimenti sporadici e oggi Kiev ha accusato i separatisti filo-russi di 34 violazioni del cessate il fuoco, 28 delle quali con armi pesanti.




Ucraina-Russia, Di Maio incontra Lavrov: “Da Mosca disponibilità per soluzione diplomatica”

dimaio lavrov2 afp

dimaio lavrov2 afpDa Mosca “c’è tutta la disponibilità a trovare una soluzione diplomatica” alla crisi tra Russia e Ucraina. Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, al termine del suo incontro con il capo della diplomazia russa Sergei Lavrov. Poi, in rifermento agli incontri avuti martedì a Kiev, il capo della Farnesina ha riferito che “c’è dunque la disponibilità di entrambe le parti”.

La pace è l’unica via che può condurci ad una stabilità duratura. Le armi devono lasciare spazio alla diplomazia”, ha detto ancora Di Maio, aggiungendo che l’Italia è tra i Paesi “più attivi” nella ricerca di una soluzione per evitare un conflitto che avrebbe “conseguenze devastanti per l’intero continente”.

Di Maio ha quindi ribadito che l’Italia lavora per una “soluzione diplomatica” della crisi “per evitare ogni tipo di sanzioni” contro la Russia. L’Italia, ha detto ancora il titolare della Farnesina, “sostiene convintamente l’integrità territoriale dell’Ucraina” e spera “non sia necessario ricorrere alla deterrenza” contro Mosca. L’Italia incoraggia “tutte le parti” ad attuare gli Accordi di Minsk, sia per gli aspetti di sicurezza che nelle clausole politiche, ha detto ancora Di Maio, sottolineando che “vogliamo sostenere i negoziati in corso sia nel Formato Normandia, che nel formato Nato-Russia che in quello Usa-Russia”.

Quanto alla “risposta unitaria” degli Stati appartenenti all’Unione europea, è una “buona notizia per la pace”, ha sottolineato Di Maio, auspicando che le tensioni dovute alla crisi ucraina diminuiscano “prima possibile” per potere riprendere “pienamente” il dialogo tra Ue e Russia, nel Consiglio Nato-Russia e i rapporti bilaterali tra Roma e Mosca, che “si devono rimettere in moto”. Proprio il Consiglio Nato-Russia, “pienamente funzionante e rispettato da tutte le parti”, ha aggiunto Di Maio, può essere uno dei “consessi fondamentali per superare la crisi”.

“Il dialogo con la Russia è imprescindibile“, ha sottolineato Di Maio nel riferire dell’incontro “molto approfondito” avuto col collega russo Lavrov. L’Italia, ha detto ancora Di Maio, “è stata sarà sempre il paese del dialogo” e ha risposto “positivamente” all’invito rivolto dal presidente Vladimir Putin al premier Mario Daghi per una vista a Mosca e si sta lavorando con la controparte russa per trovare una data per un incontro il “prima possibile“.

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L’Homo sapiens arrivò in Eurasia passando per il Mar Rosso? Uno studio

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unnamedAGI – Grazie ai modelli computazionali, la storia come la conosciamo oggi potrebbe cambiare. Il primo Homo sapiens non è riuscito a raggiungere l’Europa attraverso lo Stretto di Gibilterra e la Sicilia, ma potrebbe aver raggiunto l’Eurasia attraversando lo stretto di Bab-al-Mandab. I ricercatori del Centro nazionale per la ricerca sull’evoluzione umana (CENIEH), hanno pubblicato uno studio sulla rivista PALAEO3 in cui analizzano la possibile uscita dall’Africa attraverso lo Stretto di Gibilterra, Sicilia e Bab-al-Mandab, utilizzando un modello computazionale. C’è un lungo dibattito scientifico sulle rotte seguite dai primi esseri umani moderni che hanno lasciato il continente africano. La maggior parte degli specialisti ritiene che l’arrivo in Europa sia avvenuto per via terrestre attraverso il corridoio levantino. Tuttavia, l’idea di un possibile ingresso attraverso lo Stretto di Gibilterra e la Sicilia è ancora presente nel dibattito. Un altro modo possibile per entrare in Eurasia sarebbe attraverso il Mar Rosso, passando lo stretto di Bab-al-Mandab. Gli autori dell’articolo hanno utilizzato il loro modello computazionale HomininWaterCrossingABM che simula la dispersione degli esseri umani attraverso il mare, per analizzare la probabilità di attraversare uno stretto utilizzando diverse strategie. Nel modello sono incluse ricostruzioni della paleogeografia, del livello del mare, delle correnti oceaniche e della temperatura dell’acqua. I risultati mostrano che gli esseri umani non erano in grado di attraversare lo stretto del Mediterraneo andando alla deriva o nuotando attivamente; la zattera sarebbe stata l’unico mezzo possibile per attraversarli per gli esseri umani moderni, ma non ci sono prove che tale tecnologia fosse alla loro portata. Invece, le simulazioni suggeriscono che gli esseri umani avrebbero potuto attraversare lo stretto di Bab-al Mandab nuotando o addirittura andando alla deriva con la corrente. La simulazione tiene conto anche dell’effetto dei principali rischi fisiologici: disidratazione, ipotermia ed esaurimento, affrontati da un essere umano che tenta di attraversare uno stretto. “Abbiamo visto che nel Mediterraneo i maggiori fattori di rischio sono la disidratazione e, soprattutto, l’ipotermia. Tuttavia, nel Mar Rosso, dove l’acqua è più calda, questi fattori hanno poca influenza e si verificherebbe la morte per esaurimento”, commentano i ricercatori.